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venerdì 30 novembre 2012


SANITA' A RISCHIO/ Ricciardi (Cattolica): spendiamo male i soldi privati - http://www.ilsussidiario.net

venerdì 30 novembre 2012
Sottolineare la necessità di rendere il servizio sanitario nazionale pienamente sostenibile non ha nulla a che vedere con la logica della privatizzazione. Mario Monti, dopo le polemiche di questi giorni, torna a parlare di Servizio sanitario nazionale. Riformare, ha detto, significa riconoscere che in passato non sono state sempre prese decisioni responsabili, ma “servire i cittadini e non servirsi dei cittadini deve essere il principio a sostegno dell'azione di governo del Paese”.Monti intende così chiarire le dichiarazioni di due giorni fa, quando aveva espresso diversi dubbi sulla sostenibilità economica dell'intero sistema italiano: “Il diritto alla salute e l'organizzazione pubblica del servizio - ha aggiunto oggi - sono requisiti irrinunciabili di sviluppo sociale e convivenza civile”. IlSussidiario.netha chiesto un commento al professor Walter Ricciardi, direttore dell’istituto di Igiene all’Università Cattolica di Roma.
Professore, come giudica le parole di Monti?
Bisogna innanzitutto prendere queste dichiarazioni per quello che sono, vale a dire un segnale di allarme. Il presidente del Consiglio ha semplicemente ribadito una verità cristallina: di fronte all’invecchiamento della popolazione, alla disponibilità di nuove tecnologie e alla crisi finanziaria, il servizio sanitario nazionale corre il serio rischio di diventare difficilmente sostenibile, ma Monti non ne ha mai messo in dubbio la rilevanza o la necessità. Poi, siccome lui è un economista, ha fornito anche la sua chiave di lettura.
Riguardo la necessità di trovare altre fonti di finanziamento?
Esatto. E credo che il giudizio espresso sulle sue parole sia andato ben oltre ciò che lui realmente intendeva. Dal suo punto di vista, Monti voleva solamente chiarire la necessità di trovare fonti integrative di finanziamento, ma non ha mai detto di voler privatizzare. Anzi, credo che quanto abbia detto il premier sia anche troppo poco. 
In che senso?
Perché non basta trovare fonti alternative di finanziamento, ma è necessario riorganizzare in una chiave decisamente diversa tutto ciò di cui già disponiamo.E' unendo questi due aspetti che si può trovare la risposta. 
Cosa può dirci dell’attuale rapporto pubblico-privato?
Il servizio sanitario nazionale è finanziato attraverso la tassazione generale e queste risorse vengono successivamente distribuite alle Regioni per l’erogazione di servizi. Solo la Lombardia ha adottato un modello particolare, separando acquirenti pubblici ed erogatori che possono invece essere sia pubblici che privati, mentre le altre Regioni adoperano sistemi misti in cui i privati vengono gestiti in maniera differente. L’Italia spende attualmente il 31% della propria spesa sanitaria in quella privata che però, contrariamente agli altri Paesi in cui tale spesa avviene attraverso la mediazione di assicurazioni, è finanziata direttamente dalle tasche dei cittadini.
Cosa ne pensa?
E’ certamente sintomo di disorganizzazione. Se questa spesa fosse canalizzata attraverso dei mediatori, infatti, come fondi integrativi o le stesse assicurazioni, ci sarebbe una maggiore possibilità di utilizzare al meglio le risorse.
Quindi che cambiamenti prevede, anche alla luce delle dichiarazioni di Monti?
Visto che in Italia i tagli alla sanità hanno avuto un impatto superiore rispetto a qualsiasi altro Paese, credo che un primo passaggio possa essere rappresentato da una migliore regolamentazione del contributo dei fondi integrativi, a cui non si mette mano da almeno dieci anni. Sarebbe poi opportuno cercare di favorire, attraverso interventi di defiscalizzazione, i contributi privati: se infatti un privato avesse la possibilità di scalare dalla propria dichiarazione dei redditi un’assicurazione sanitaria, questo potrebbe aiutare certamente a far arrivare altre risorse.
E’ ipotizzabile imitare sistemi di altri Paesi, come Olanda o Germania, dove è obbligatorio stipulare polizze assicurative?
In questi Paesi, dove il modello di organizzazione è chiamato proprio assicurativo-sociale, i cittadini sono obbligati dallo Stato a stipulare polizze assicurative. L’Italia ha invece scelto nel 1978 di avere un Servizio sanitario nazionale, finanziato attraverso la tassazione generale, e credo che nessuno al momento voglia metterne in dubbio le caratteristiche pubbliche. E’ però chiaro che, come è avvenuto in altri Paesi gravemente colpiti dalla crisi, le sempre più esigue risorse non riescono più a tenere in piedi tali servizi. Quindi anche in Italia sarà inevitabile operare scelte diverse dal passato, ma è molto difficile pensare di poter modificare l’intero sistema.
Quanto è possibile invece intervenire sullo stile di vita delle persone prima dei servizi sanitari?
Questo dovrà essere senza dubbio un altro passaggio a cui pensare, vista l’importanza di agire sui determinanti di salute o di malattia, che sono in gran parte gli stili di vita, per cercare di evitare che la gente possa ammalarsi. Si tratta di un’altra azione assolutamente necessaria soprattutto in Italia, l’ultimo dei Paesi dell’Ocse, insieme a Cipro, a investire in questo tipo di attività.
(Claudio Perlini)
© Riproduzione riservata.
 

venerdì 9 novembre 2012


La Germania esporta i suoi anziani - http://www.italiaoggi.it/

Vengono mandati in Slovacchia, Ungheria e anche in Polonia
  di da Berlino Roberto Giardina  
Il mio direttore alla Stampa di un tempo, il mitico Giulio De Benedetti, aveva vietato la parola «vecchio». Si doveva scrivere «un passante di novant'anni», se fosse vecchio o no lo avrebbero deciso i lettori. Il direttore aveva il triplo della mia età, ma anche allora pensavo che non avesse torto.
Non si dovrebbe scrivere neanche un ragazzo di trent'anni, come continuo a leggere.
I tedeschi non hanno il tabù della vecchiaia, mentre noi ignoriamo il problema. Decidono di ritirarsi in un residence per anziani, un Altenheim, magari appena vanno in pensione, a 60 anni. Vivono meglio tra coetanei, e sono assistiti a un prezzo variabile. Abbastanza caro se si è incapaci di badare a se stessi. Già dal 1995, è stata istituita la Pflegeversicherung, il gioiello del sistema sociale tedesco, l'assicurazione contro l'invalidità. Gli inabili sono in Germania 1,8 milioni, quasi come da noi, ma continuano ad aumentare man mano che la popolazione invecchia. Assisterli, per una famiglia, è un compito spesso al di là delle possibilità, umane ed economiche. E si può finire paralizzati da giovani per un incidente.
Per coprire i costi si versa l'1,7% dello stipendio, per metà a carico del datore di lavoro. Chi non ha figli paga lo 0,25% in più, versato però dall'azienda. In sintesi, l'assicurato può scegliere di essere assistito a casa, come preferiscono i due terzi, o in un centro anziani. Se l'assistenza viene fornita dai familiari, viene pagato loro un contributo che varia dai 400 ai 665 euro, con misure straordinarie fino a 1.432 euro, a seconda della gravità dell'handicap.
Nel 2010, l'assicurazione ha incassato 15 miliardi di euro, con un attivo di appena 334 mila euro. E ci si può assicurare anche privatamente: un uomo sui 30 anni paga tra i 5 e i 28 euro al mese, a seconda delle garanzie richieste; una donna tra gli 8 e i 43. Ma non tutti si sono assicurati in tempo, i costi continuano a salire, e molte famiglie non riescono più a fronteggiare la situazione.
Che fare? «Der Oma-Export», titola la Süddeutsche Zeitung, l'export delle nonne. Invece di assumere badanti in Sud America o nei paesi dell'Europa orientale, si comincia a «esportare» i vecchietti. E se avessi usato quest'espressione con Giulio De Benedetti avrei rischiato il licenziamento, allora possibile. Si trova una sistemazione all'estero per i familiari di una certa età che hanno bisogno di un aiuto costante. Con cinismo? Diciamo, con pragmatismo. Nei casi di demenza senile o di Alzheimer, il parente, la madre o il nonno, non si rende conto neanche dove si trova, scrive la Welt am Sonntag. Quel che conta è che il personale sia gentile ed efficiente.
Di recente, anche in Germania, sono stati denunciati casi di maltrattamento negli Heim, pagati dalle famiglie o dall'assicurazione. Per avidità, o anche per fare fronte ai costi crescenti, si comincia a risparmiare sul personale, costretto a turni spossanti. Alla fine, i nervi cedono, e si tratta male l'anziano. Oppure, semplicemente, sempre per pagare meno, si assumono persone impreparate. Nei casi di invalidità totale, Stufe 3, il livello più alto, le rette sfiorano i 3 mila euro al mese, ma non basterebbero a pagare il costo di un'assistenza soddisfacente. Se il familiare viene assistito a casa, il peso finisce sulle donne, e molte, tra i figli piccoli, il lavoro e le cure della famiglia, non ce la fanno a resistere, anno dopo anno. Inoltre la famiglia tradizionale è scomparsa, e spesso figli e nipoti, se ci sono, abitano in altre città. Qualche politico pensa di rendere la Pflegeversicherung obbligatoria, ma forse la legge sarebbe anticostituzionale.
Gli anziani tedeschi vengono così mandati nella vicina Slovacchia, o in Ungheria, nella Repubblica Ceca, in Polonia. O perfino in luoghi più distanti, come la Spagna. E alcuni finiscono persino in Thailandia. In Slovacchia, un'assistenza 24 ore su 24 arriva a costare al massimo 1.200 euro al mese che, in parte o in tutto, sono coperti dalle pensioni degli assistiti. Molti benpensanti non saranno d'accordo, ma quali misure a favore degli anziani esistono da noi? Nella realtà quotidiana, non sulla carta.

mercoledì 7 novembre 2012


Il contrasto tra numeri e salute - 6 novembre 2012 - http://www.lastampa.it

Alla fine pare che i fondi per mantenere il livello di assistenza ai malati gravi non autosufficienti, come principalmente quelli colpiti dalla Sla, siano stati trovati.  
C’erano dunque. Ma il disegno di legge di stabilità, presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze a nome del governo, li tagliava, destinandoli altrove. Se il lavoro che si svolge in Parlamento per riscrivere la manovra finanziaria di fine anno risolverà il problema, si potrebbe esser soddisfatti, un errore e un torto saranno stati riparati e si potrebbe dire che tutto è bene quel che finisce bene. Non è però così semplice e la vicenda, anche se avrà conclusione positiva, merita qualche riflessione. Anche perché potrebbe essere vista come l’esempio di un problema più generale. 
Il diritto alla salute – intesa questa come il più elevato livello dello stato di salute raggiungibile dalla persona – è l’unico diritto che la Costituzione qualifica come fondamentale. E non per enfasi e sovrabbondanza redazionale, ma per meditata e discussa ragione nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente. L’Italia è poi tenuta a garantire questo diritto per trattati internazionali come il Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, la Carta sociale europea e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Certo la disponibilità delle risorse economiche incide sulle prestazioni dello Stato anche in materia di diritto alla salute e di diritti fondamentali in generale. Ma un’attenta identificazione delle priorità è indispensabile e deve essere motivata e aperta alla discussione. Nulla di questo è avvenuto, fino a quando hanno fatto irruzione i malati e le loro famiglie, forti della loro estrema debolezza e dell’irresistibile impressione delle immagini del dolore esposto davanti alla sede del governo.  
Possibile che, almeno per prudenza se non per rispetto di quei malati, il governo non abbia evitato di dover affrontare l’insostenibile impatto dell’indignazione e della reazione sorte nell’opinione pubblica e quindi in Parlamento? Una risposta può essere forse trovata nel fatto che il disegno di legge di stabilità viene presentato dal solo ministro dell’Economia e delle Finanze, senza l’abituale «concerto» degli altri ministri interessati. Ma sarebbe una risposta formalistica e insufficiente. In realtà è illuminante il fatto che, quando la proposta governativa ha incontrato le prime critiche, la reazione è stata del tipo: «Fate quel che volete, purché il saldo rimanga invariato». Il saldo, quindi, unico scopo da ottenere. Perché il saldo è «tecnico» e il resto è «politica»! Certo le scelte tra i vari interessi e valori da proteggere o promuovere o invece penalizzare o limitare appartiene alla sfera della politica, che trova il suo luogo naturale nel Parlamento e i suoi attori nei partiti politici e nelle organizzazioni della società. Ma è difficilmente comprensibile l’estraneità ostentata e a tratti persino compiaciuta dei responsabili economici del governo, che palesemente godono di un’assoluta preminenza. Così soltanto si spiega che, solo al montare della protesta, i ministri della Salute e delle Politiche Sociali abbiano potuto intervenire e operare efficacemente.  
I malati gravi non autosufficienti, portatori di patologie degenerative, oltre a richiedere le cure e gli strumenti necessari per sopravvivere, hanno necessità di disporre delle apparecchiature, che consentono loro di alleviare il peso della vita: si tratta di apparecchi costosi e in continua evoluzione tecnologica, che consentono di spostarsi, comunicare, compiere gesti elementari. L’assistenza continua è indispensabile, così come una complessa organizzazione di mezzi e persone. Quando il malato si trova nel suo domicilio, non si può imporre ai famigliari un impegno totale, continuo, insostenibile. Tra l’altro, se l’assistenza domiciliare efficace non è assicurata, necessariamente aumentano i ricoveri e i relativi costi per il Servizio Sanitario Nazionale. La questione dunque rientra a pieno titolo nel campo della politica sanitaria e del diritto alla salute. Essa merita di essere discussa e poi decisa riconoscendone la complessità e delicatezza. Malamente è affrontata con la brutalità dell’Economia. Meglio la consapevolezza e la responsabilità della Salute. 

giovedì 18 ottobre 2012


Risorse per i disabili, la maglia nera dell’Italia - http://www.comunicareilsociale.com/

di Francesco Gravetti
ROMA. Con 438 euro pro-capite annui, l’Italia si colloca molto al di sotto della media dei Paesi dell’Unione europea (531 euro) nella graduatoria delle risorse destinate alla protezione sociale delle persone con disabilità. In Francia si arriva a 547 euro per abitante all’anno, in Germania a 703 euro, nel Regno Unito a 754 euro, e solo la Spagna (395 euro) si colloca più in basso del nostro Paese. Ancora più grande è la sproporzione tra le misure erogate sotto forma di benefici cash, ossia di prestazioni economiche, e quelle in natura, ossia sotto forma di beni e servizi. In quest’ultimo caso il valore pro-capite annuo in Italia non raggiunge i 23 euro, cioè meno di un quinto della spesa media europea (125 euro), un importo lontanissimo dai 251 euro della Germania e pari a meno della metà perfino della spesa rilevata in Spagna (55 euro). È quanto emerge da una ricerca promossa dalla Fondazione Cesare Serono e realizzata dal Censis sui bisogni ignorati delle persone con disabilità, basata sul confronto con gli altri Paesi europei dell’offerta di servizi per cronici e disabili da parte della sanità italiana.
IL RUOLO DELLE FAMIGLIE. Secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia le misure economiche erogate dall’Inps in favore di persone che hanno una limitata o nessuna capacità lavorativa sono pari a circa 4,6 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui 1,5 milioni tra assegni ordinari di invalidità e pensioni di inabilità e 3,1 milioni per pensioni di invalidità civile, incluse le indennità di accompagnamento, per una spesa complessiva di circa 26 miliardi di euro all’anno. Ma il modello italiano rimane fondamentalmente assistenzialistico e incentrato sulla delega alle famiglie, che ricevono il mandato implicito di provvedere autonomamente ai bisogni delle persone con disabilità, di fatto senza avere l’opportunità di rivolgersi a strutture e servizi che, sulla base di competenze professionali e risorse adeguate, potrebbero garantire non solo livelli di assistenza migliori, ma anche la valorizzazione delle capacità e la promozione dell’autonomia delle persone con disabilità.
L’Italia è ancora molto indietro sul fronte dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, come dimostrano i dati sui tassi di occupazione. Le differenti definizioni di disabilità in uso nei diversi Paesi europei rendono difficile il confronto. Ma ad esempio in Francia, dove il 4,6% della popolazione (una quota simile a quella italiana) ha un riconoscimento amministrativo della propria condizione di disabilità, si arriva al 36% di occupati tra i 45-64enni disabili, mentre in Italia il tasso si ferma al 18,4% tra i 15-44enni e al 17% tra i 45-64enni.
Anche i dati prodotti dalle ricerche della Fondazione Cesare Serono e del Censis evidenziano le enormi difficoltà che queste persone incontrano, sia a trovare un lavoro una volta completato il percorso formativo (è il caso delle persone con sindrome di Down e degli autistici), sia a mantenere l’impiego a fronte di una malattia cronica che causa una progressiva disabilità (è il caso delle persone con sclerosi multipla). Meno di una persona Down su 3 lavora dopo i 24 anni, e il dato scende al 10% tra gli autistici con più di 20 anni. Meno della metà delle persone con sclerosi multipla tra i 45 e i 54 anni è occupata, a fronte del 12,9% di disoccupati e del 23,5% di pensionati.
Per fornire una mappa dell’offerta sanitaria e socio-sanitaria su cui possono contare i disabili italiani è stata realizzata un’indagine nazionale che ha coinvolto tutte le 147 Asl e che si basa sulle risposte di 35 di esse. Con riferimento ai servizi disponibili per le persone Down, 19 Asl su 24 indicano la presenza di servizi di neuro e psico-motricità dell’età evolutiva e di logopedia, 16 segnalano l’attivazione di progetti di educazione all’autonomia e 17 di altri servizi. Per quel che riguarda i pazienti affetti da disturbi dello spettro autistico, 21 Asl su 24 segnalano l’offerta di servizi di logoterapia e 18 su 24 garantiscono la terapia per la psicomotricità. Per quanto riguarda i servizi per i pazienti affetti da sclerosi multipla, l’offerta delle Asl si concretizza soprattutto in riabilitazione motoria e logopedia, la prima garantita praticamente dalla totalità delle Asl, la seconda dalla metà. Per i pazienti con la malattia di Parkinson, tutte le Asl hanno segnalato di garantire la riabilitazione motoria, la metà quella del linguaggio, un terzo la terapia occupazionale.

LE SCUOLE. L’inclusione scolastica occupa un posto centrale nel panorama delle politiche di inserimento sociale delle persone con disabilità. In Italia però sono poche le scuole speciali dedicate ad alunni con problematiche sanitarie complesse. Ma la legge obbliga tutte le scuole pubbliche e private ad accettare l’iscrizione degli alunni con disabilità. Se è vero che l’esperienza italiana rappresenta un’eccellenza, le risorse dedicate alle attività di sostegno e di integrazione degli alunni con disabilità nella scuola appaiono spesso inadeguate. Nell’anno scolastico 2010-2011 circa il 10% delle famiglie degli alunni con disabilità ha presentato un ricorso al Tribunale civile o al Tribunale amministrativo regionale per ottenere un aumento delle ore di sostegno.
LA RICERCA. La ricerca della Fondazione Cesare Serono e del Censis è denominata «I bisogni ignorati delle persone con disabilità», realizzata nell’ambito del progetto pluriennale «Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?». I dati sono stati presentati a Roma  da Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare del Censis, Giuseppe De Rita e Carla Collicelli, Presidente e Vicedirettore del Censis, e discussi, tra gli altri, da Gianfranco Conti, Direttore generale della Fondazione Cesare Serono, Elio Guzzanti, Direttore scientifico dell’Irccs Oasi, con le conclusioni di Adelfio Elio Cardinale, Sottosegretario del Ministero della Salute.

lunedì 24 settembre 2012


LA RICERCA - Il 78% dei parenti: «Meglio la morte? - Non l'abbiamo mai pensato», Pino Ciociola, 22 settembre 2012 - http://www.avvenire.it


Fin troppo facilmente prevedibile: «Il 78% dei familiari di chi ha una grave cerebrolesione acquisita non ha mai pensato che sarebbe stato meglio morisse». E a chi è successo, l’ha pensato «quando ha capito che sarebbe rimasto gravissimo o quando lo vedeva soffrire». Lo raccontano i risultati del Questionario sulle problematiche delle gravi cerebrolesioni acquisite, una ricerca unica del suo genere e fatta realizzare dalla "Fondazione don Carlo Gnocchi" con la "Rete - Associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite" e con la "Federazione nazionale associazioni trauma cranico". Si basa sulle risposte di 470 famiglie (299 residenti al Nord, 120 al Centro e 51 al Sud).

Boom delle spese mediche. Il quadro è a tinte abbastanza fosche e nemmeno troppo differenti dal punto di vista geografico. «Il costo economico maggiore» sostenuto da queste famiglie «sono le spese mediche e per farmaci», che però va messo insieme alla «perdita di guadagno del familiare o del paziente» e a diverse altre spese. L’80,95% di queste famiglie, ad esempio, ha dovuto realizzare grossi «adattamenti alla casa».
Si resta da soli... Le relazioni sociali «si sono ridotte o perse in più del 60% dei casi», annota la Ricerca. E «sono gli amici e le associazioni che offrono più opportunità di socializzazione», seguite dalle «parrocchie» e dal «territorio».
E preoccupati. Ma quali sono gli stati d’animo prevalenti nei familiari? «Affaticato» e «preoccupato», rispondono soprattutto. Risposte che sono l’amara conseguenza di quelle ad un’altra domanda precedente: qual è la preoccupazione maggiore? «La sorte futura del nostro caro» e «la sensazione di abbandono».
Buone informazioni, ma scarse. Secondo le famiglie «migliorano le informazioni alla dimissione» del loro caro dall’ospedale, però «sono insufficienti sul territorio» e così «il 57% sente il bisogno di cercare altre fonti». Nel frattempo, i mezzi di trasporto «sono garantiti da famiglia e volontari» (con questi ultimi che però «prevalgono nettamente al Nord).
Tocca a famiglia e paziente. L’amore e la reattività (almeno quando questa è possibile) continuano a sembrare la terapia decisiva, poiché «l’impegno dei familiari e di chi ha una grave cerebrolesione acquisita sono considerati più rilevanti nel recupero», che è «solo favorito dalla riabilitazione».
Sebbene una «ridotta percentuale riprenda una attività produttiva (il 7,8%) e una attività parziale (il 6,7%)», mentre «l’80% rimane inattivo».
Il nucleo familiare tiene. La famiglia «"tiene" sufficientemente" – raccontano infine i risultati del Questionario –, ma nei lunghi periodi quella "acquisita" perde terreno».
Supporti assistenziali sufficienti. Sul fronte dei «supporti assistenziali» ci sono invece alcune luci, poiché le famiglie li giudicano «sufficienti, molteplici e prolungati nel tempo» e includono «anche gli ausili». E più del 90% di chi ha subito una grave cerebrolesione «percepisce una pensione d’invalidità».

Pino Ciociola

martedì 22 maggio 2012


Sorpresa: la crescita zero allunga la vita (dei «vecchi»), 22 maggio 2012, http://www.ilsole24ore.com/

Buone notizie per "i vecchi", quelli per fortuna non esodati inconsapevolmente. Crollo delle nascite, invecchiamento della popolazione, crescita dei costi fissi sociali e l'esigenza di fare riforme per posticipare l'età pensionabile, mettono la soluzione della crisi anche in mano loro. La soluzione tornerà a far risaltare la loro utilità. Qualcuno sarà preoccupato, altri si sentiranno rivivere. Pensionare significa infatti creare costi fissi e privarsi di risorse lavorative. Allungare il pensionamento significa ridurre i costi fissi e lasciar esser utili ancora chi sa, può e vuole. Quasi allungare la vita.
Che potrà succedere infatti in un Paese dove chi ha più di 60 anni fra 15 anni sarà popolazione preponderante? Cosa significa che nel prossimo decennio un altro quinto della popolazione potrebbe essere pensionabile? Solo un dilettante può pensare che la demografia sia una ginnastica statistica e non invece l'origine della crescita o decrescita economica e finanziaria. Basta fare quattro calcoli per capire che un sistema economico con una crescita della popolazione negativa e una crescita del Pil altrettanto negativa, non è in grado di sopportare il costo del pensionamento. Il fatto è che spesso non è neppure opportuno privarsi della produttività generabile dai candidati al pensionamento.

Qualcuno, valutando questi squilibri demografici ed economici, aveva forse pensato che fosse necessario privarsi quanto prima di questi vecchi lavoratori troppo costosi, sostituendoli con lavoratori più giovani e meno costosi. Ora, rifacendo meglio i calcoli, ha cambiato idea. Il risultato è il dover riabilitare la dignità dei "vecchi", facendoli lavorare più a lungo possibile per automantenersi e mantenere magari anche figli e nipoti in difficoltà.
Si temeva che non avendo fatto figli non si potessero mantenere "i vecchi", ma ora si comincia a scoprire che, per compensare lo squilibrio demografico, devono invece esser tenuti in vita lavorativa il più a lungo possibile - e in salute - per sostenere il Pil e diminuire i costi sociali. Le riforme allungano la vita.
Non solo infatti facendoli lavorare più a lungo si impediscono i costi di pensionamento, ma si limita anche il declino di produttività dovuto alla perdita di competenza e di esperienza. I cosiddetti "vecchi", nati nel periodo postbellico e abituati a una certa austerità, servono alla competitività del Paese e si sentiranno utili. Anche da un punto di vista morale è molto meglio così che provare lo scrupolo di sentirsi inutili o persino gravosi per la collettività e arrivare a pensare, suggestivamente, di stare vivendo una vita "indegna di esser vissuta". E aver pertanto la tentazione di "autospendersi" dalla vita stessa.
Le riforme, senza dubbio, possono salvare loro la vita. Per salvare anche il lavoro dei più giovani invece ci vuole altro.

martedì 15 maggio 2012


Un decennio per avere l'umanoide-badante, 15 maggio 2012, Il Sole 24 Ore

Piano da 1 miliardo dell'Iit di Genova in collaborazione con altre strutture europee, tra cui la Sant'Anna di Pisa L'AMICO DEI CITTADINI Si chiamerà Robot companion for citizens e saprà fare le pulizie, cucinare, prestare assistenza agli anziani e alle persone con ridotta autonomia motoria
Ci vorranno più o meno 10 anni per realizzare il primo robot-badante.
Si chiamerà Robot Companion for Citizens (ossia "robot amico dei cittadini") e sarà una macchina di forma umanoide che saprà fare le pulizie, cucinare, prestare assistenza agli anziani e alle persone con ridotta autonomia motoria.
Il robot amico è il frutto di un progetto da 1 miliardo dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova, che sarà realizzato in collaborazione con altri laboratori di ricerca europei, tra cui la Scuola superiore Sant'Anna di Pisa e coinvolgerà circa 2mila ricercatori sparpagliati in una trentina di sedi in Europa.
Ad annunciarlo è Roberto Cingolani, direttore dell'Iit, attualmente impegnato nella stesura finale del progetto che gli permetterà di concorrere a un bando di finanziamento europeo che potrebbe coprire l'intero costo del progetto, le cui selezioni si concluderanno in ottobre.
«L'idea di questo robot - precisa Cingolani - deriva dalla constatazione che sta progressivamente aumentando l'età media della popolazione.
La società di domani sarà costituita da un gran numero di anziani con la conseguenza che crescerà il bisogno di assistenza ».
Robot companion è il primo progetto di robotica che prevede la realizzazione di un prototipo human friendly: ossia capace di interagire con l'uomo, caratterizzato da una struttura morbida e flessibile ben lontana da quella rigida dei robot tradizionali.
Per realizzare questo prototipo si applicheranno anche alcune tecnologie sviluppate dalla scuola superiore S. Anna che ha realizzato un robot interamente flessibile dalla forma di un polpo.
«Per realizzarlo - spiega Cecilia Laschi, docente di Biorobotica all'Istituto di ricerca Pisano - abbiamo utilizzato una guaina che si muove grazie a molle realizzate con delle leghe a memoria di forma.
In questo modo siamo riusciti a riprodurre il movimento del polpo e la sua capacità, attraverso le ventose poste alla base di ciascun braccio, di aderire alle superfici».
Ma la vera sfida di questo progetto è quella di riuscire ad applicare al robot i sistemi di semplificazione del nostro cervello che ci consentono di gestire le attività umane in forma autonoma.
«Attualmente - continua Cingolani - per far funzionare un cervello artificiale non basterebbe un calcolatore grande quanto una casa pari a un consumo energetico di circa 1 Mw.
L'obiettivo è di riuscire a creare un calcolatore che possa fare tutto questo, ma che abbia dimensioni ridotte e consumi poca energia».
Piccoli passi in questa direzione sono stati compiuti.
L'Università di Genova, ad esempio, in collaborazione con l'Iit, ha messo a punto una sorta di pelle sintetica che si chiama Roboskin e che è dotata di tatto grazie alla presenza di sensori.
«Questo tipo di pelle - spiega Renato Zaccaria, docente di Informatica e coordinatore della laurea internazionale in Robotica - può essere applicato a un robot di forma umanoide».
C'è chi stima che, da qui al 2050 potrebbe vedere la luce il primo calcolatore in grado di governare un robot umanoide.
Arriva infine dall'Università di Parma un sistema innovativo per la ricostruzione in 3D dell'ambiente che permette alle macchine cui è applicata, ad esempio, di riconoscere gli ostacoli ed evitarli.
Si tratta di una novità che potrà permettere anche ai non vedenti di guidare l'auto.
«Arriverà sul mercato - assicura Andrea Broggi, docente di Ingegneria e presidente dello spinoff Vis-lab - entro la fine del 2012 e costerà circa 200 euro».
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sabato 12 maggio 2012


«Stati vegetativi: è tempo di sostenere le famiglie» di Maria Angela Masino, 12 maggio 2012, http://www.avvenire.it

Coinvolgere i non coinvolti: è lo slogan del comico Alessandro Bergonzoni, testimonial di "Gli amici di Luca" e della Casa dei Risvegli, centro innovativo di riabilitazione e ricerca sul coma. Perché, come sintetizza Bergonzoni, il risveglio non deve riguardare solo la persona in stato minimo di coscienza o chi la accudisce, ma tutti noi, potenziali portatori del problema. Se n’è parlato ieri, a Milano, durante il convegno "Il risveglio della coscienza.

Curare e prendersi cura delle persone in stato vegetativo" organizzato dal Centro di Ateneo di Bioetica dell’università Cattolica in collaborazione con la Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano. «Non ci sono solo i parenti, ma diverse figure di caregivers, assistenti sia professionali sia volontari che oggi garantiscono la qualità di vita di questi pazienti in stato vegetativo, bambini, giovani, adulti e anziani», ha spiegato Fulvio De Nigris, responsabile dell’Associazione La Rete. Ed è a loro che deve rivolgersi il nostro sguardo.

«Il familiare che assiste i propri cari diventa sempre più io trasparente che quotidianamente antepone i bisogni del disabile ai suoi. Questa eroica dedizione, però, può comportare il suo cedimento che si manifesta con sensi di colpa, inadeguatezza, angoscia, chiusura», spiega Adriano Pessina, ordinario di Filosofia morale e direttore del Centro di ateneo di bioetica, Università cattolica del Sacro cuore di Milano. Pian piano, chi assiste si ritira dalla vita sociale e contemporaneamente viene dimenticato e lasciato solo a farsi carico di enormi problemi: «Difficoltà ad andare al lavoro, seguire i figli, ma anche frequentare amici, vivere momenti di spensieratezza», spiega Pessina. Questa spersonalizzazione ha un riverbero negativo sull’assistito. Soluzioni per restituire identità e forza alle persone che si occupano di curare i colpiti da questa gravissima disabilità sono quelle di sostenerle economicamente, ma soprattutto aiutarle a ricostruire una trama di rapporti sociali, affettivi e culturali.

«È necessario lavorare per sviluppare politiche accoglienti nei confronti di queste famiglie, definite facilitatori sostanziali», ha aggiunto la professoressa Matilde Leonardi, neurorologa, direttore scientifico del Coma Research Center del Besta di Milano e coordinatrice del progetto Funzionamento e disabilità negli stati vegetativi. E per accoglienza si intende dar loro la possibilità concreta di lavorare, fare la spesa, avere momenti di rigenerazione. Qualche dato: il 77% di chi assiste una persona in stato vegetativo è donna sui 50 anni in piena attività lavorativa spesso costretta a ritmi funambolici fra cura, professione, problemi economici. Ci sono mamme che dedicano 24 ore su 24 ai figli in stato vegetativo, mogli che impiegano 4-5 ore quotidiane solo in attività di semplice accudimento dell’assistito. Nella stragrande maggioranza dei casi il coniuge ha 56 anni e ovviamente non essendo più in grado di lavorare non produce reddito. Tutto il peso dell’assistenza e del mantenimento della famiglia così grava sulla donna.

Cifre alla mano il rischio burn out, cioè perdita della capacità di controllo della situazione, è davvero dietro l’angolo. Tante però sono le cose che si potrebbero fare: assistenza a domicilio, sostegno psicologico ed economico, creazione di una rete di mutuo-aiuto nell’ambito di un welfare da riprogettare attraverso l’ascolto. «Perché non è quello che si pensa di poter fare, ma ciò di cui i disabili e le loro famiglie hanno effettivo bisogno quel che si deve realizzare», ha concluso Paolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazioni trauma cranico. Obiettivo: aiutare a vivere chi offre quotidiana assistenza a questi pazienti e, indirettamente, garantire ciascuno di noi, non immune dal rischio disabilità.

venerdì 4 maggio 2012


Capitale familiare - Nella crisi economica la famiglia è ammortizzatore sociale e assicurazione contro i fallimenti del mercato di Claudio Lucifora e Dominique Meurs, http://www.europaquotidiano.it

I valori familiari e l’intensità dei legami che tengono insieme i componenti di un nucleo familiare rappresentano uno dei fondamenti della struttura sociale che, oltre appunto alle numerose implicazioni di natura più strettamente “sociale”, producono effetti rilevanti anche sulle scelte economiche degli individui. Decisioni relative all’investimento in capitale umano (chi studia e quanto?), alla divisione del lavoro tra i componenti (chi lavora? quale tipo di lavoro? e quali opportunità di carriera?), alle scelte finanziarie (dall’acquisto di una casa, alle decisioni di risparmio e investimento), fino alla creazione di valori etici e politici (la fiducia nel prossimo, il volontariato e la partecipazione politica) vengono prese all’interno della famiglia e dipendono fortemente dai ruoli e dalla condivisione di valori familiari.
Negli ultimi decenni, i paesi maggiormente industrializzati hanno sperimentato significativi cambiamenti nella struttura sociale e nel funzionamento economico che hanno inciso anche sulla struttura familiare “tradizionale”, tipicamente caratterizzata da una forte divisione di genere nelle scelte lavorative e nei ruoli di cura (male breadwinner/ female carer). Tuttavia, fenomeni come la crescente partecipazione al mercato del lavoro delle donne e l’emancipazione (parziale) dai ruoli di cura, il calo e lo spostamento in avanti delle scelte di fertilità, l’aumento dei tassi di divorzio e di coabitazione tra i partner e, non ultimo, l’erosione dei valori familiari, pur modificando profondamente la struttura funzionale della famiglia, non hanno modificato la centralità dell’istituzione familiare per spiegare buona parte dei comportamenti economici e sociali. Da questo punto di vista, se da un lato esiste una consolidata tradizione di studi sociologici e antropologici che analizza e cerca di spiegare l’organizzazione e il comportamento familiare, lo studio sistematico delle relazioni tra valori familiari ed esiti economici è assai più recente e meno condiviso tra gli economisti. In particolare, la caratterizzazione dell’economia di “mercato” ha per lungo tempo ignorato il ruolo della famiglia come istituzione economica, e sottostimato (o non considerato affatto) il contributo della produzione domestica (home production) alla crescita e al benessere sociale.
Va detto che l’atteggiamento degli studiosi nei confronti del ruolo dei valori familiari nel determinare gli esiti economici e sociali è molto dibattuto all’interno delle scienze sociali. Un filone della letteratura individua nei legami familiari un freno allo sviluppo economico e alla diffusione di valori civici all’interno dei membri di una società, il cosiddetto “familismo amorale”. Un filone di studi alternativo, da un lato, contesta l’interpretazione causale – l’assetto familiare non sarebbe la causa, ma l’effetto dell’arretratezza economica – e, dall’altro, sostiene una tesi diametralmente opposta, secondo la quale i legami familiari favoriscono la formazione del “capitale sociale” su cui le società fondano i valori civici e le istituzioni politiche. Il capitale sociale è l’opposto del “familismo amorale”, la presenza di valori familiari condivisi e la volontà di collaborare per la collettività costituiscono fattori che favoriscono lo sviluppo economico.
Esistono, infine, altri studi che mettono in luce come i legami familiari siano spesso in grado di fornire, attraverso l’internalizzazione dei rischi sociali, una forma di assicurazione ai fallimenti di mercato delle moderne economie. Questa modalità di assicurazione “sociale” opera sia tra i componenti del nucleo familiare (intra), sia attraverso una redistribuzione tra generazioni (inter). Laddove i legami familiari sono più forti, minore è la domanda di assistenza pubblica e più basso è l’intervento dello Stato.
Dal dibattito in corso emerge una serie di importanti questioni economiche che, nel bene o nel male, mettono la famiglia e la rete di relazioni sociali che a essa si riferiscono al centro del processo decisionale. Alcuni temi di questo dibattito possono essere riassunti nelle seguenti domande.
In che misura i legami familiari e la condivisione dei valori influenzano le decisioni economiche? Quali sono i meccanismi attraverso i quali la struttura familiare modella i comportamenti economici e sociali? Gli assetti familiari su cui è basato il funzionamento sociale sono anche efficienti per la creazione e la diffusione del benessere economico, o piuttosto costituiscono un freno allo sviluppo? Le relazioni familiari favoriscono la creazione di “capitale sociale”? I paesi e le culture che promuovono la condivisione di valori familiari generano equilibri economici diversi da quelli prevalenti in paesi caratterizzati da un tessuto sociale più individualista? Queste domande, inoltre, impongono un ripensamento del paradigma economico prevalente, secondo cui il funzionamento dei mercati è il risultato di scelte effettuate da individui che agiscono isolatamente o prevalentemente in contesti di interazioni strategiche non-cooperative.(...)

Forte senso civico
Il principale risultato del “familismo amorale” alla Banfield è che la rete familiare, proteggendo gli interessi dei membri del nucleo familiare a discapito degli esterni, distrugge le relazioni di fiducia tra i componenti di un gruppo sociale e indebolisce le norme che governano le relazioni sociali. Inoltre, l’arroccamento sugli interessi dei componenti del nucleo familiare, che caratterizza società con forti legami familiari, determinerebbe un declino delle virtù civili e nella partecipazione politica. Alcuni studi recenti hanno rivisitato i presupposti del familismo amorale studiando le relazioni esistenti tra l’intensità dei legami parentali e dei valori familiari rispetto al grado di fiducia, alla partecipazione politica e più in generale a una serie di comportamenti eticamente desiderabili, come il rispetto del prossimo, l’importanza dei beni pubblici, la solidarietà.
I risultati ottenuti da questo filone di letteratura sono ambigui. Da un lato viene confermato che la presenza di forti legami familiari risulta associata a una minore partecipazione politica (soprattutto delle donne), a un minore impegno sociale (volontariato), mentre rafforza la creazione di norme e regole per limitare la libertà di azione, economica e sociale, degli individui. Un’ipotesi alternativa, che si basa sulla nozione di capitale sociale, sostiene che i legami familiari possono rendere più facile la creazione e il mantenimento di una rete di relazioni atte a promuovere rapporti di reciprocità e di fiducia, sia tra i componenti della famiglia, sia anche all’esterno del nucleo familiare. In questo caso, i valori familiari risultano strettamente legati ad atteggiamenti socialmente utili e cooperativi per facilitare la fornitura di beni pubblici e atteggiamenti fiscalmente responsabili. In un recente studio, Was Banfield Right? Family Ties and Civic Virtues (2011), Martin Ljunge mostra che individui caratterizzati da forti valori familiari hanno una maggiore probabilità di disapprovare comportamenti socialmente scorretti come l’evasione fiscale, il mercato nero, la corruzione e il mancato rispetto degli accordi contrattuali; mentre sono più favorevoli alla condivisione di valori come la tolleranza e il rispetto del prossimo. Queste diverse dimensioni dei valori sociali individuano nei legami familiari l’elemento centrale per promuovere e sostenere una società caratterizzata da alto senso civile e rispetto del prossimo. La presenza di forti legami familiari risulta associata a una forte condanna sociale e una minor tolleranza nei confronti di comportamenti legati alla evasione fiscale.
I legami parentali e i valori che si formano e vengono condivisi dai componenti del nucleo familiare aumentano o riducono il benessere? Si può immaginare che gli esiti economici interessino sia gli effetti sul benessere “privato” della famiglia, sia quelli “sociali” attraverso le esternalità che la famiglia crea con il “capitale sociale”. Questi aspetti pongono delle sfide enormi agli studiosi e rispondere è molto difficile. Esistono tuttavia alcuni studi empirici che hanno cercato di analizzare la relazione esistente tra legami familiari e una serie di indicatori di benessere economico sia oggettivo, come il Pil pro-capite, sia soggettivo, come il grado di soddisfazione degli individui. Questi indicatori, con tutti i problemi di misurazione che presentano, costituiscono un primo tentativo, pur incompleto e parziale, di fornire alcuni fatti stilizzati su cui avviare il dibattito. Nei paesi più poveri, quelli in cui il Pil pro-capite è più basso (e anche la produzione domestica è maggiore), gli individui risultano uniti da legami parentali più forti e in generale maggiore importanza viene attribuita alla famiglia.
In altre parole, (...) la famiglia costituisce una risorsa di beni e servizi domestici e fornisce una rete di protezione sociale che tutela gli individui – soprattutto quelli a basso reddito – sia per quanto riguarda il sostegno economico, sia per contrastare l’esclusione sociale. Alla luce di queste considerazioni sembra lecito supporre che la rete di protezione sociale fornita dai legami familiari possa aver giocato un ruolo importante anche nel contesto della crisi finanziaria che ha colpito gran parte delle economie mondiali, svolgendo un ruolo di “ammortizzatore sociale” affiancando il welfare pubblico, e anche sostituendosi a questo nei paesi in cui la protezione sociale si è rivelata debole.
Le esperienze nazionali durante la crisi confermano molte delle ipotesi avanzate. Per esempio in Spagna i giovani della generazione chiamata mil euro, che grazie alla crescita economica e alla disponibilità di posti di lavoro (a tempo determinato) avevano sperimentato un certo, pur modesto, benessere e una certa indipendenza (economica) dalle famiglie, dopo la crisi hanno massicciamente fatto ritorno al nucleo familiare in cerca di sostegno economico. In modo del tutto simile, in Italia, la crisi ha ulteriormente peggiorato le prospettive di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani, prolungando la loro permanenza e dipendenza economica dal nucleo familiare di origine. In assenza di questa forma di assicurazione sociale per i giovani, l’elevata disoccupazione giovanile – che in alcune aree ha raggiunto il 50% – sarebbe socialmente destabilizzante. In generale, nei paesi e nei sistemi economici caratterizzati da forti legami familiari, gli individui trovano nella famiglia un meccanismo di assicurazione che il mercato spesso non è in grado di offrire. Questo ruolo di ammortizzatore familiare che riduce l’impatto dei rischi sociali sul benessere familiare e aumenta il benessere (atteso) delle famiglie comporta però un prezzo. In particolare, a fronte di una riduzione della varianza del ciclo economico sul benessere familiare, c’è una perdita di efficienza dovuta alla minor partecipazione al mercato dei giovani e delle donne, alla minore presenza delle donne in ruoli dirigenziali e alla minore mobilità geografica e sociale.
In ultima analisi, ci si potrebbe domandare: ma gli individui che appartengono a gruppi sociali in cui i legami parentali sono più forti e a culture in cui i valori familiari sono tenuti in maggior considerazione sono anche più felici? Nonostante le difficoltà insite in un tale quesito, un recente studio di due economisti, Alberto Alesina e Paola Giuliano, in The power of family (2010), risponde affermativamente. L’appartenenza a una società con alti valori familiari, rispetto a una in cui i legami sono deboli – a parità di altre condizioni – comporta un maggior livello di soddisfazione (circa il 12% in più rispetto alla media). Dal momento che i legami familiari sembrano più forti nei paesi a basso reddito (almeno per quanto riguarda il reddito rilevato dai conti nazionali), questo risultato contribuisce anche a spiegare il “paradosso” della scarsa correlazione esistente tra ricchezza e felicità. I valori familiari, indipendentemente dal reddito, sono una fonte di ricchezza morale per gli individui, un valore che faremmo bene a ricordare più spesso.

giovedì 12 aprile 2012


Il Fmi: nel 2050 troppi anziani - Metà del Pil andrà ai pensionati - In Europa si vive fino a 80 anni, nel Dopoguerra l’aspettativa era 50 di Paolo MASTROLILLI, inviato a new york, 12/04/2012, http://www3.lastampa.it

Il Fondo Monetario Internazionale lancia l’allarme longevità: l’allungamento della vita media rischia di far saltare tutte le previsioni per le spese della previdenza e l’assistenza sociale. Nei paesi più ricchi l’aumento del costo dell’invecchiamento potrebbe arrivare fino al 50% del prodotto interno lordo ai valori del 2010, se da qui al 2050 i loro abitanti vivranno solo tre anni in più di quanto viene s t i m at o o gg i . Un’eventualità assai probabile, che aprirebbe una voragine tanto nei conti pubblici, quanto in quelli dei fondi pensione privati. Dunque per prevenire questa catastrofe è necessario intervenire subito, puntando inevitabilmente ad un progressivo innalzamento dell’età in cui si smette di lavorare.

Largo agli ottantenni L’allarme del Fondo è contenuto nel Quarto capitolo del Global Financial Stability Report, appena pubblicato, alla vigilia degli Spring Meetings che si terranno a Washington dal 20 al 22 aprile. La longevità degli esseri umani sta aumentando: basti pensare che nel 1950 l’aspettativa media della vita nel mondo era di 48 anni, mentre nel 2010 è salita a 70. Meglio ancora va in Europa e nei paesi più sviluppati, dove è passata dai 40 anni del 1750 agli 80 di oggi. Questa è un’ottima notizia per l’umanità e le persone che vivono più a lungo, ma è una seria minaccia per le istituzioni pubbliche e private che devono sostenere i costi dell’invecchiamento. Se l’età media si alzerà di tre anni da qui al 2050, le spese cresceranno del 50%. Questo significherà un incremento dei costi che nelle economie avanzate arriverà al 50% del pil, e in quelle emergenti al 25%.

Il dramma dei costi Il problema riguarderà tanto la previdenza pubblica, quanto quella privata, perché all’innalzamento dell’età media corrisponderà una diminuzione degli anni di contributi, rispetto agli anni in cui si riceveranno le prestazioni.

Tanto per fare un esempio, il Fondo prevede che in queste condizioni i piani pensionistici privati degli Stati Uniti si ritroverebbero con un 9% in più di liabilities.

La stima basata sull’innalzamento della vita media di tre anni non è casuale: questo, infatti, è il margine d’errore commesso da tutte le previsioni di longevità fatte negli ultimi due decenni. E’ assai facile che lo sbaglio si ripeta nel prossimo futuro, anche perché la medicina per fortuna continua a progredire. L’Aids, ad esempio, non è più una condanna a morte, ed è molto probabile che da qui al 2050 arrivino altre scoperte scientifiche in grado di allungare ancora di più la vita. Il momento di agire, dunque, è ora, anche perché qualunque intervento richiederà anni prima di dare i primi frutti tangibili.

La ricetta del Fondo L’Fmi suggerisce un approccio basato su tre punti. Come prima cosa, i governi devono riconoscere la gravità del problema e prepararsi ad affrontarlo. Sembra ovvio, ma pochi lo stanno facendo. Come seconda, bisogna procedere ad una distribuzione più equilibrata dei rischi tra gli individui, gli sponsor dei sistemi pensionistici, e i governi stessi. In altre parole, «una riforma essenziale dovrebbe consentire l’innalzamento dell’età pensionabile in parallelo all’aspettativa di vita». Elementare: più a lungo si vive, più a lungo si deve lavorare.

Non c’è tempo Così aumentano le risorse raccolte attraverso i contributi, e diminuiscono quelle distribuite con le prestazioni. Ritardare gli interventi significa solo rimandarli al momento in cui esploderà l’emergenza, e quindi generare tensioni peggiori di quelle che si avrebbero varando riforme progressive, perché l’impatto dei cambiamenti non sarà diluito nel tempo e colpirà in maniera drastica.

L’innalzamento dell’età pensionabile può essere imposto dai governi, o incoraggiato su base volontaria, incentivando i lavoratori a ritardare l’uscita. Di sicuro c’è che se non verrà realizzato, diventerà necessario ridurre le prestazioni, perchè la coperta è quella e le risorse diminuiranno. La terza cosa che suggerisce il Fondo è il trasferimento dei rischi dai piani previdenziali ai mercati di capitali, che hanno strumenti più idonei per gestirli. Tre vie da percorre ora, per evitare una catastrofe annunciata.

lunedì 2 aprile 2012


MALATTIA E SOCIETÀ - Autistici e dimenticati. «Ora si volti pagina» di Paola Molteni, 2 aprile 2012, http://www.avvenire.it

Che non ci sia solo una ricorrenza. Ma piuttosto un segnale forte che richiami l’attenzione di tutti, che si intravedano percorsi da realizzare e nuove partenze verso mete importanti. Questo vorrebbero chiedere domani in 550mila. Tante sono le persone che in Italia soffrono di autismo, di cui si celebra il 2 aprile la quinta giornata mondiale della consapevolezza, sancita dall’Onu. Mentre la consapevolezza è proprio ciò che ancora manca in risposta a una condizione che si caratterizza per numeri da emergenza sociale, che interessa molti più soggetti rispetto a quelli che soffrono di celiachia, della sindrome di Down, cecità o sordità.

Le stime internazionali indicano che un bambino su 110 nasce con una possibile diagnosi di disturbi dello spettro autistico, che hanno natura neurobiologica e compromettono gravemente la comunicazione verbale e non verbale e l’interazione sociale. Per loro non esistono cure né guarigione perché l’autismo dura tutta la vita anche se la diagnosi scompare dopo i 18 anni, quando improvvisamente la sindrome passa sotto l’etichetta di malattia psichiatrica generica, senz’altra prospettiva che il ricovero negli istituti o la totale dipendenza dalle famiglie. Ma l’assistenza rimane, nella grande maggioranza dei casi, un onere esclusivo di madri e padri. Secondo una ricerca della fondazione Cesare Serono e del Censis, la metà delle mamme di piccoli con autismo ha dovuto lasciare il lavoro o ridurlo. Oltre il 30% degli adolescenti e adulti non riceve nessun intervento e nel 20% dei casi i genitori inseguono ipotesi di trattamento inutili, dannose e spesso molto costose. E nonostante l’Istituto superiore della sanità abbia pubblicato a gennaio le linee guida per il «trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti», le associazioni di famiglie e le organizzazioni professionali continuano a lottare affinché il documento sia adottato dalla Conferenza Stato-Regioni e perché il ministero della Salute si impegni ad attuare linee di indirizzo su tutto il territorio nazionale. Ed è proprio per questo che, sempre secondo l’indagine Censis, l’autismo è risultato la sindrome più grave tra le disabilità considerate, perché ai bisogni di pazienti e familiari non corrispondono adeguati interventi terapeutici, abilitativi e assistenziali. Molti poi sono gli operatori che rifiutano la formazione permanente che sarebbe loro necessaria per potere fornire un intervento di tipo educativo e comportamentale, l’unico che si è dimostrato nel mondo come il più efficace mentre le cure restano inappropriate e anacronistiche.

Se ne parlerà anche domani, a Cesano Boscone (Milano), in occasione del convegno di studio "Le linee guida nazionali per l’autismo in età infantile e adolescenziale, prospettive ed opportunità". «Dopo anni di richieste ci aspettiamo risposte dalle amministrazioni tutte – fa sapere Anna Bovi, mamma di Andrea, autistico di 40 anni, e presidente di Angsa Lombardia, associazione che riunisce i genitori dei soggetti affetti da autismo –. Una regione come la nostra che conta almeno 150mila autistici necessita di una rete di supporti coordinata e continuativa che assolva al compito della presa in carico del paziente mentre ancora adesso rimangono le criticità di sempre: le infinite attese per le diagnosi, la precarietà degli insegnanti di sostegno nelle scuole, l’inadeguatezza della formazione tra gli operatori e la totale mancanza di servizi che impegnino i figli durante le nostre ore di lavoro e anche nel tempo libero. Occorre razionalizzare: meno ricoveri negli istituti, più iniziative di accompagnamento e più educatori. Servirebbe, oltre a limitare i costi (la spesa per una giornata in una comunità alloggio è di 500 euro!), anche a sottrarre i nostri figli da una vita trascorsa in istituto e annullata dalla dipendenza dagli psicofarmaci».

lunedì 19 marzo 2012


Il servizio civile rischia il congedo definitivo - Servizio civile verso la paralisi (Corbis), http://www.ilsole24ore.com

A quarant'anni dalla legge che ha istituito l'obiezione di coscienza (la n.772 del 1972) il servizio civile nazionale rischia di chiudere i battenti per mancanza di fondi. Se non saranno reintegrate, infatti, le risorse disponibili, che la legge di stabilità 2012 (legge 183/2011) ha ridotto dai 113 milioni all'anno per il 2012, il 2013 e il 2014 a 68,8 milioni per il 2012, 76,3 milioni per il 2013 e 83,8 milioni per il 2014, è a rischio la partenza di volontari per il 2013. Per il momento, l'Ufficio nazionale per il servizio civile non ha, infatti, pubblicato alcuna data per il deposito di nuovi progetti, da parte degli oltre 3.500 enti accreditati, per l'anno prossimo.
I finanziamenti disponibili per il servizio civile volontario, la possibilità per i giovani da 18 a 28 anni di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico, in Italia o all'estero, con un compenso di 433,80 euro netti al mese, si sono progressivamente ridotti, negli ultimi anni: dai 238 milioni del 2006, ai 68,8 milioni di quest'anno. Il numero dei volontari avviati al servizio è passato così dai 45.890 del 2006 ai 14.144 del 2010 (e circa 19mila nel 2011).

È questo il quadro che farà da sfondo alla tavola rotonda «Quale riforma per il servizio civile nazionale: proposte a confronto», promossa dal ministro per la cooperazione internazionale e l'integrazione con delega al servizio civile, Andrea Riccardi, in programma domani a Roma (ore 15, sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, via di Santa Maria in Via, n. 37). Un incontro che metterà a confronto parlamentari e protagonisti degli enti di terzo settore impegnati da anni nei progetti di servizio civile. «Speriamo vivamente – incalza Primo Di Blasio, presidente della Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc) – che la tavola rotonda non si risolva in una riflessione su come riformare la legge 64 del 2001 sul servizio civile volontario, senza trattare la questione spinosa della carenza dei fondi a disposizione. Oggi riusciamo a far partire meno di 20mila volontari all'anno a fronte di 60mila richieste, e siamo costretti a diluire le partenze da gennaio a settembre. Così – continua Di Blasio – ci sono giovani che hanno già ricevuto l'ok per la partenza a ottobre 2011, ma cominceranno il servizio solo a luglio di quest'anno. Nove mesi di attesa, per un giovane, sono un tempo infinito». Il ministro Andrea Riccardi assicura che si presenterà alla tavola rotonda con un impegno preciso: «Credo che il servizio civile faccia parte integrante del messaggio di speranza sul futuro che il governo Monti vuole dare ai giovani. Mi sono impegnato personalmente a portare questo tema all'ordine del giorno dell'esecutivo, perchè sia possibile trovare le risorse necessarie». Il ministro accenna poi all'importanza del servizio civile come esperienza preparatoria al lavoro: «Sono rimasto colpito – aggiunge Riccardi – dai dati di una ricerca di Confcooperative in base alla quale il 30% dei giovani che ha fatto il servizio civile trova un'occupazione nell'ambito dei servizi alla persona».

In effetti, quasi il 60% dei volontari del servizio civile impegnati in Italia opera nel settore dell'assistenza. Sull'importanza formativa di questa esperienza mette l'accento anche Licio Palazzini, presidente della Consulta nazionale per il servizio civile: «Il decreto legislativo 77 del 2002 prevede già una serie di strumenti per favorire il collocamento nel mercato del lavoro di quanti hanno svolto il servizio civile. Nè i Governi, nè le Regioni, però, si sono mai impegnati per dare attuazione a quelle norme».

lunedì 5 marzo 2012


Avvenire.it, 5 marzo 2012 - FRAGILITÀ MINACCIATA -  «Diritto di vivere». L’urlo dei disabili di Pino Ciociola

Non chiedono alle istituzioni favori o elemosine. Soltanto poter vivere e, per farlo, avere ciò di cui i loro cari hanno diritto come gli altri, se non qualcuno in più. Cioè smettere di abbandonarli e magari anche di tagliare l’assistenza. Perché a furia di "risparmiare" sulla cura di gravissimi disabili come le persone in stato vegetativo o con la Sla «si va verso la loro eliminazione – spiega Rosaria Elefante, avvocato, vicepresidente dell’associazione "Vite vegetative" (Vi.Ve.) –. Le famiglie pian piano non avranno più la possibilità di far esercitare ai propri cari il loro minimo diritto a vivere. Dunque, evidentemente, continuando coi tagli, non si farà altro che incoraggiare la famiglia del disabile ad allontanarsi dal proprio congiunto...».

La prospettiva per il 2012 è drammatica. E riguarda direttamente – come minimo – le 3mila persone in stato vegetativo o di minima coscienza più le 5mila con la Sla, e tutte le loro famiglie. I primi effetti dei "risparmi" arrivano già in questo principio d’anno. Perché, fra l’altro, all’inizio del 2011 il governo non rifinanziò il "Fondo per la non autosufficienza" (che esisteva dal 2007), malgrado le Regioni lo chiedessero a gran voce. Così proprio queste si sono trovate a gestire tagli pesantissimi. Alcune ce l’hanno fatta, ma soltanto per l’anno scorso, dopo avere trovato una parziale copertura con propri finanziamenti.

Morale? «La crisi influisce principalmente sulle Regioni – sottolinea Paolo Fogar, presidente della Federazione nazionale associazioni trauma cranico –, che riducono quel che davano finora alle Asl e alle strutture sanitarie. Ormai siamo al paradosso che è virtuosa la Regione che riesce tutt’al più a continuare i servizi che forniva, seppure parziali». Un andazzo pericoloso – continua Fogar –, che «la gente prova sulla sua pelle nelle piccole ma fondamentali cose di ogni giorno: vanno in farmacia per avere i pannoloni e gli dicono "torni domani...". Alla fine li compri, è ovvio». C’è di peggio: «In una Regione del Nord hanno acquistato cateteri che hanno provocato infiammazioni e ricoveri delle persone con grave disabilità che li avevano usati. Quei cateteri erano stati pagati pochissimo, e neppure ricordo in quale Paese fossero stati prodotti».

Lo snodo è sempre quello: la scure dei tagli di solito cala sulle teste più deboli: «Mentre dovremmo tutelare proprio chi è più sfortunato – dice Gian Pietro Salvi, presidente de "La Rete" (le "Associazioni riunite per il trauma cranico e le gravi cerebrolesioni acquisite") –. Bisognerà farci sentire affinché ripristinino almeno il "Fondo per la non autosufficienza", che per noi è importante. Stiamo parlando, è bene non dimenticarlo, delle persone più deboli».

Tant’è che condizioni quali lo stato vegetativo o malattie come la Sla cambiano completamente la vita non solo a una persona ma anche alla sua intera famiglia. «In realtà non possiamo avvertire grandi peggioramenti, la situazione è sempre stata abbastanza negativa – racconta <+nero>Vincenzo Soverino, consigliere dell’Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica<+tondo> (Aisla) –. Sono anche malato di Sla e voglio vivere, mi creda, io voglio vivere! Però pare che della mia voglia di vivere non interessi a nessuno. Lo Stato dice "tu devi vivere" e intanto si dimentica di me: è questo a essere incredibile. Vorrei, invece, che lo Stato non si dimenticasse di me e nemmeno della mia famiglia. E che non si dimenticasse della nostra dignità».

venerdì 24 febbraio 2012


Avvenire.it, 24 febbraio 2012 - DISABILITÀ E BARRIERE - L’handicap escluso dalle assicurazioni di Paolo Ferrario

Alessandro può lavorare come meccanico delle biciclette, giocare a pallone e andare al cinema con gli amici. Può, insomma, fare ciò che fanno i suoi coetanei trentenni. Però, se si ammala o deve sottoporsi a un intervento chirurgico, non ha diritto al rimborso delle spese mediche, perché, finora, nessuna compagnia di assicurazione lo ha accettato come cliente. Il motivo? Alessandro è un malato di mente e, per stare bene, assume psicofarmaci.

«Come amministratore di sostegno di mio figlio – racconta il padre Fabrizio Ceriani Sebregondi – mi sono presentato da diverse compagnie per stipulare una polizza. Quando ho esplicitato i suoi problemi, tutte le porte si sono immediatamente chiuse. Lo stigma sociale verso queste persone è ancora troppo forte. È come se avessi detto che Alessandro ha la lebbra. Ma la sua condizione è comune ad almeno il 4-5% della popolazione italiana. Parliamo di 2-3 milioni di cittadini ai quali è negato il diritto di assicurarsi contro gli infortuni o per ottenere il rimborso delle spese mediche. Non credo sia legale tutto ciò».

La battaglia di questo genitore milanese, che assiste anche la moglie colpita dalla medesima malattia del figlio, va avanti da circa quattro anni. Nel giugno 2008 ha cercato di stipulare un contratto sia con le Assicurazioni Generali che con Allianz, ma è stato respinto da entrambe le compagnie. Per il Servizio commerciale delle Generali, «la condizione patologica» di Alessandro è «di ostacolo alla positiva conclusione di qualsiasi iter di richiesta». Secondo Allianz, «tali patologie possono esporre i soggetti che ne sono affetti a rischi più significativi rispetto alla generalità della clientela a causa di problemi legati alla specifica patologia, per complicanze legate alle cure cui devono sottoporsi o per il fatto che, soggetti affetti da patologie mentali e/o che assumono psicofarmaci, possono percepire i rischi della vita quotidiana con modalità alterate».
Una giustificazione che non soddisfa Fabrizio Ceriani Sebregondi, che, in questi giorni, ha inviato una petizione al presidente della Repubblica e ai ministri del Lavoro Fornero e dello Sviluppo economico Passera.

L’esposto è sottoscritto anche da Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale), Progetto Itaca onlus-Associazione volontari per la salute mentale, Società italiana di psichiatria, Società italiana di psichiatria biologica, Associazione difesa ammalati psichiatrici gravi e Oltre noi la vita onlus. Ceriani Sebregondi ha inoltre inviato un esposto all’Isvap, l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni. «Mi hanno convocato a Roma all’Ufficio legale – spiega – confermandomi verbalmente l’illegittimità delle esclusioni, senza però mettere nulla per iscritto. E nei confronti delle compagnie, finora non è stato preso alcun provvedimento».

Il papà di Alessandro, replica anche alle giustificazioni addotte da Generali e Allianz: «Poiché i malati di mente non sono mai stati assicurabili – commenta – non esiste statistica sull’andamento di questi rischi. Affermare quindi che queste persone sono soggette a maggiore sinistrosità è privo di qualsiasi fondamento tecnico assicurativo. Anche dal punto di vista scientifico – aggiunge – non vi è evidenza che queste persone siano maggiormente soggette a infortuni e, ancor meno, a malattie».

La posizione delle due compagnie assicuratrici è confermata dall’Ania, l’associazione di categoria. «Il settore – ribadisce Roberto Manzato, direttore “Vita e danni non auto” – ha tutto l’interesse ad ampliare la platea di assicurati. In questo caso, però, siamo in presenza di persone che hanno una maggiore propensione all’infortunio, proprio a causa della loro condizione di salute. L’esclusione, che è perfettamente legale, avviene comunque soltanto in presenza di patologie molto gravi. Parliamo di soggetti che hanno perso la capacità di intendere e volere, non sono in grado di avere un comportamento autonomo e di badare a sé stessi. Questo – conclude Manzato – non significa che non ci stiamo impegnando, anche attraverso un confronto con le associazioni che rappresentano queste categorie, affinché sia possibile studiare soluzioni assicurative che vadano incontro anche alle loro specifiche esigenze».

La legittimità del comportamento delle compagnie è confermata da Pietro Giordano, segretario vicario di Adiconsum: «Non essendo, quella per infortunio o rimborso spese mediche, un’assicurazione obbligatoria, le compagnie possono liberamente decidere chi assicurare e chi no. In questo caso, siamo comunque senz’altro in presenza di un eccesso di autotutela da parete delle società di assicurazione, che dovrebbero fare uno sforzo ulteriore per creare maggiori spazi di mutualità e tutela sociale. Sarebbe davvero un bell’esempio di imprenditorialità attenta al sociale».