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mercoledì 23 aprile 2014

Soldi, soldi, soldi… altro che “donatori di gameti”!, http://www.notizieprovita.it/

vendita_gameti_mercato
Quando si parla di fecondazione artificiale e di bambini in provetta, la tendenza politicamente corretta è quella di enfatizzare lo scopo “umanitario” della pratica, tutta tesa a dare un figlio alle coppie infertili o sterili che non possono averne. Tant’è vero che TUTTI parlano di “donazione” di gameti, rimandando così ad un concetto nobile di gratuità.

Invece, è facile intuire che la realtà è ben altra. NON esistono “donatori” di gameti perché ovuli e sperma si vendono e si comprano sul mercato a prezzi anche altissimi: tanto più alti quanto le qualità genetiche del venditore ( o della venditrice) sono appetibili e richieste.
Che poi, dietro le tecniche della FIV (fecondazione in vitro, in tutte le sue più varie accezioni) ci sia un giro di miliardi soprattutto a vantaggio delle cliniche e dei laboratori è altrettanto facilmente intuibile.
Ora grazie alla pubblicazione di un rapporto della Allied Analitycs siamo in grado di dare qualche cifra: il fatturato del 2012 del mercato globale della FIV è stato di 9,3 miliardi di dollari, una cifra che è destinata ad aumentare a 21,6 miliardi entro il 2020.
Anche il mercato della vendita degli ovuli è in espansione, nonostante i gravi rischi per la salute delle donne che si prestano alla necessaria stimolazione ovarica, da 11.000 ovuli donati nel 2000, siamo arrivati a 18.000 nel 2010.
Il costo della fecondazione in vitro a New York è di circa circa $ 10,000 – $ 15,000, ma lo stesso trattamento costa solo 6.000 dollari in Thailandia: questo favorisce quel turismo “medico – procreativo” che rappresenta senz’altro una prospettiva di crescita del PIL dei paesi in via di sviluppo. Che ciò avvenga, comunque, sulla pelle delle donne, è del tutto irrilevante per la maggior parte di coloro che gridano ogni 3 x 2 al “femminicidio” e protestano contro la violenza sulle donne…
D’altro canto la Human Fertilization and Embriology, in Inghilterra, ha recentemente rivelato che oltre 3000 embrioni vengono distrutti nelle cliniche del Regno Unito ogni settimana.
3000 bambini a settimana, solo nel Regno Unito, prodotti in laboratorio e scartati come merce fallata…
Francesca Romana Poleggi

Global In-Vitro Fertilization (IVF) Market (Instruments, Reagents and Media, Technology, Geography) - Size, Share, Trends, Opportunities, Global Demand, Insights, Analysis, Research, Report, Company Profiles, Segmentation and Forecast, 2013 - 2020 - http://www.researchandmarkets.com/
In-vitro fertilization is a type of assisted reproductive technology that helps women in conceiving. The global IVF market was valued at $9.3 billion in 2012 and is expected to grow up to $21.6 billion by 2020. Delayed pregnancy in women is one of the major driving factors of the IVF market, as the chances of conceiving lowers with age. The pregnancy success rate with IVF technique is higher in the age group of 35-39. Other driving factors of the IVF market are rise in infertility rate due to rise in stress levels, change in life style and fertility related diseases. Globally, the number of couples with infertility issues was found to be 48.5 million in 2010.

The major limiting factor of this market is the cost involved in the treatment. The patient may not conceive in the first cycle of IVF procedure. Many cycles have to be undergone by the patient to achieve pregnancy, and this adds to the overall cost. The average cost of this procedure is approximately $10,000-$20,000. This acts as a major limitation in adoption of the technique for people with low income. Another challenge is the low level of awareness in the developing economies such as Nigeria. Awareness can be created through medical tourism and availability of low cost IVF treatments.

The companies profiled in this report include Vitrolife AB, Cooper Surgical. Inc., Cook Medicals, Thermo Scientific, Irvine Scientific Inc., Genea Biomedx, Oxford Gene Technology, Auxogyn Inc., EMD Serono Inc. and Ova Science.

KEY BENEFITS

- In-depth analysis of the IVF market, segmented based on instruments, reagents and media, technology, end users and geographies
- Quantitative analysis of the current market and estimations through 2013-2020
- Assessment and ranking of the factors affecting the global market and impact analysis of the same
- Identification of key investment pockets in the market, which would assist companies to take profitable investment decisions
- Study of the bargaining power of buyers and suppliers in the market, based on porter's five force analysis
- Understanding the key intermediaries in the market based on value chain analysis
- Analysis of trends in various geographic segments that would help the companies to plan their strategies depending on the region
- SWOT and competitive analysis of the key players, which would help stakeholders to understand trends followed by their competitors and take actionable decisions

lunedì 4 marzo 2013


Uteri in affitto, boom di richieste di Tommaso Scandroglio - 04-03-2013 - http://www.lanuovabq.it


Utero in affitto
    
Cresce nel mondo la domanda di uteri in affitto. La pratica della maternità surrogata nasce dall’impossibilità per la donna della coppia che vuole un figlio in provetta di portare a termine la gestazione, oppure dalla mancanza di volontà di addossarsi l’onere della gravidanza e del parto, o infine dalla richiesta di essere “genitori” da parte di una coppia di omosessuali maschi o di un/una single.

A fronte della domanda che sale, in parallelo aumenta l’offerta e il lavoro dei centri specializzati che mettono in contatto le coppie con le donne che si offrono come incubatrici di carne. Uno dei più attivi è lo statunitense Center of Surrogate Parenting (CSP): 1.700 bambini nati da uteri affittati in 30 anni di attività. Il 40% delle richieste arriva da stranieri. La metà dei clienti è omosessuale. Tra questi ricordiamo la popstar Elton John che nel 2010, all’età di 63 anni, si rivolse a questa clinica insieme al suo compagno David Furnish per avere un bambino “in conto terzi” (si veda l’articolo pubblicato su La Bussola Quotidiana  “Elton John, ‘padre’ in un film horror di terz'ordine” del 30 dicembre 2010).

Il tutto ha inizio con una chiacchierata in internet tramite Skype tra gli aspiranti “genitori” e il personale del CSP. Poi si passa alla selezione della donatrice dell’ovocita – perché spesso la donna della coppia richiedente è troppo in là negli anni per avere gameti giovani e sani – e della gestante. A volte le due figure coincidono. In merito alla “donatrice” di ovuli occorre avere tra i 21 e i 35 anni, essere in salute, dare prova di un buon quoziente intellettivo (ma il fatto di prestarsi a simili operazioni mette in dubbio quest’ultimo requisito), avere un ottimo carattere. 

Anche chi offre il proprio utero deve possedere delle caratteristiche ben precise: alta, giovane, snella, sposata e con figli perché così avrà già avuto esperienze di parto e sarà di certo una persona responsabile. Inoltre dovrà essere sottoposta a test psicologici e la sua fedina penale deve essere immacolata. Dato che il CSP si fregia di essere un centro serio e professionale, non si accettano candidature da parte di donne che si rifiuterebbero di abortire se il feto fosse malformato o se la gravidanza fosse multipla, avendo invece richiesto la coppia un solo bambino. Insomma il “controllo qualità” se va bene per il manzo argentino può andar bene anche per le femmine degli esseri umani. La selezione è così ardua che a fronte di 400 domande che il CSP riceve ogni mese, solo una dozzina viene accettata.

Tutto questo procedimento da polli in batteria ovviamente ha un suo costo. La donna che vende il proprio ovocita riceve tra i 5 e i 10mila dollari così anche l’agenzia, oltre a questo i genitori devono sborsare tra i 6 e i 10mila dollari per spese legali, tra i 15 e 25mila dollari per ogni ciclo di Fivet e tra 25 e 35mila dollari per pagare la gestante, più 8mila dollari se si desiderano dei gemelli. Infatti soprattutto le coppie formate da due gay vogliono dei gemelli così ognuno di loro avrà un bambino a testa, come il padre di famiglia che, per non scontentare nessuno, regala la stessa automobilina ai suoi due figli. Al CSP tengono a precisare con un candore tutto farisaico che per evitare mercificazioni vogliono solo donne economicamente indipendenti.

Poi c’è il sito web Surrogatefinder, aperto in India, il quale testimonia ancora una volta che la fantasia – o meglio: la follia - supera spesso la realtà. Si tratta in buona sostanza di un Facebook della fecondazione artificiale che mette in contatto, attingendo ai server delle cliniche di tutto il mondo, la domanda con l’offerta utilizzando una banca dati dalle dimensioni impressionanti. Per arrivare a confezionare un bebè a misura del proprio egoismo e in perfetto stile eugenetico il sito offre delle chiavi di ricerca plurime. Innanzitutto viene richiesto se si sta cercando un utero in affitto, un “donatore” di sperma oppure una “donatrice” di ovociti. Poi in merito alla madre surrogata e ai “donatori” viene chiesto se ci sono preferenze per il loro paese di provenienza (si arriva a chiedere anche la regione e la città di provenienza) per la loro etnia, e quanti figli debbano avere. Occorre infine indicare se la richiesta viene fatta da una coppia etero, omosessuale o da un/una single.

Dopo questa operazione così simile alla prenotazione di un posto su un aereo, ecco apparire le foto – la maggior parte delle quali assai ammiccanti: il business è business - delle o dei pretendenti con tanto di relativa scheda, la quale è dettagliatissima: anni, nazionalità, nome o nickname per chi vuole rimanere anonima/o, peso, altezza, stato civile (tra cui la convivenza), stato di salute, gruppo sanguigno, colore dei capelli e degli occhi, esperienze pregresse in merito a fecondazione artificiale, disponibilità a viaggiare (nel caso in cui la coppia richiedente non voglia spostarsi per conoscere la donna). Poi la candidata esplicita a chi vuole donare il proprio ovocita o utero: coppie di eterosessuali o omosessuali, single. Segue una descrizione libera di se stessi: a volte sono poche righe, a volte dei veri e propri curriculum. Infine una sezione chiamata “La mia lettera a voi”. In genere si tratta di uno stucchevole sonetto su quanto è bello aiutare gli altri ad avere un figlio, sull’importanza della famiglia e dell’amore. “Prego affinchè voi possiate riporre la vostra fiducia e speranza nelle mie mani per donarvi il vostro raggio di gioia” scrive Blessing4u, cioè “Benedizione per voi”. Preghiere rese ancor più ferventi, ne siamo certi, dal fatto che Blessing4u riceverà un bel po’ di quattrini per quest’opera pia. Una volta cliccata l’eletta basta mettersi in contatto via e-mail con il centro che ha la suddetta nella propria scuderia al modico prezzo di 100 dollari, valevole per l’iscrizione al sito per 6 mesi, oppure in super sconto al prezzo di 150 dollari per un anno. Sono accettate tutte le carte di credito.

Il sito va a gonfie vele. Lo scrivente è andato a vedere il profilo della 24enne americana Megan, la quale appena iscritta in poche ore ha già risposto a 3 richieste, segno evidente che molte di più ne ha ricevute ma a queste ha deciso di non rispondere.

Poi la palla passerà ai centri distribuiti in tutto il mondo e questi mercanti di figli, vera e propria merce umana, speculano sui prezzi: si porterà via un bebè scontato se si contatterà una donna indiana – siamo intorno ai 6-15mila euro – e poi si salirà di molto se al “modello base” si vorranno aggiungere alcuni costosi optional come occhi azzurri e capelli biondi, etnia russa o americana. La categoria del lusso ora riguarda anche il figlio.

venerdì 30 novembre 2012


LETTURE/ Tutto è lecito finché non fa male agli altri? - http://www.ilsussidiario.net/

Giovanni Maddalena
venerdì 30 novembre 2012
È lecito offrire soldi (3500 dollari negli Stati Uniti e 300 in India) a donne drogate per non mettere al mondo dei figli? È giusto dare un incentivo economico ai bambini delle elementari per ogni libro letto? Si può pagare un homeless per fare la coda al posto nostro e prendere i biglietti che la città di New York offre gratis per lo spettacolo shakespeariano a Central Park? C’è qualche problema nel fare del bagarinaggio sulla messa del Papa al Yankee Stadium? Una società può mettere una polizza assicurativa sulla vita dei suoi dipendenti – che ha formato e per cui ha speso dei soldi – a loro insaputa? Si può mettere in vendita il nome da dare al proprio figlio?
Sono alcune delle centinaia di questioni che compaiono nell’ultimo libro di Michael Sandel: “Quello che i soldi non possono comprare”.
Michael Sandel è da sempre un pensatore interessante. Dagli attacchi degli anni 70 alla concezione liberal-kantiana di un io indipendente dalla società fino al bestseller di tre anni fa Justice, il professore di Harvard ha il dono di far pensare attraverso casi semplici e concreti.
Nel caso qualcuno volesse delle risposte: esiste un Project Prevention che paga donne drogate per la sterilizzazione, l’amministrazione Obama ha promosso un programma per la lettura con incentivo in Texas, gli homeless in fila erano moltissimi, nonostante le proteste della Chiesa la messa papale poteva costare più di 200 dollari, Walmart ha guadagnato 300mila dollari dalla morte di un suo dipendente (mentre la famiglia non ha avuto niente), il nome in vendita – per 500mila dollari – non ha trovato acquirente.
Il ragionamento di Sandel è semplice: il mercato ha invaso sfere della società che non gli competevano. Si è passati da un’economia di mercato a una società di mercato. Partendo dall’assunto che la morale è una questione privata e non è materia di dibattito pubblico, abbiamo lasciato che il mercato invadesse quasi ogni area della vita e i tecnici del mercato sono così diventati gli unici veri arbitri della società. Ciò che Sandel propone ha in fondo la più classica matrice aristotelica. Il metodo di valutazione di un oggetto dipende dalla natura dell’oggetto. Se il mercato va bene per giudicare inflazione, disoccupazione, depressione non è detto che esso debba entrare a valutare amicizia, educazione, amore, vita e morte. L’economia ha un’applicazione limitata e non è la scienza che studia l’intera gamma delle interazioni umane. Lo scotto che si paga a non rispettare la natura degli oggetti e a piegarli alle regole di mercato, è che si ottiene l’effetto contrario: i beni si corrompono e la società diventa ingiusta.
Visivamente, Sandel identifica questa trasformazione della società con lo skybox(il palco riservato) degli stadi: lo skybox è una creazione della mercificazione dello sport che non è più stato considerato – senza dibattito – un valore sociale non soggetto al mercato. D’altro canto, la creazione dello skybox, con la distanza che genera fra spettatori ricchi e poveri, incrementa a ogni partita la possibilità che lo sport non sia un luogo comune e corrompe la concezione dello sport stesso che diventa occasione di sfoggiare uno status symbol più che di godere del gioco.
L’osservazione di per sé non è originale (oltre ad Aristotele, l’economista Hirsch l’aveva già avanzata nel 1976) ma richiama a pensare a quale sia la natura degli oggetti in questione. Il punto originale è invece il dire che, visto che la natura, anche solo funzionale, degli oggetti non è sempre (e non è più) chiara, occorre una società che favorisca un dibattito acceso su tale natura. La finta discrezione e neutralità liberale sulle scelte morali ha di fatto privato la società di uno spazio comune. Partita dall’idea che qualsiasi scelta morale vada bene purché non leda la libertà altrui, e quindi purché non entri nel sacro spazio pubblico, la società liberale si è ritrovata ad avere un solo signore dello spazio pubblico – il mercato – che alla fine ha invaso anche lo spazio delle scelte private.
L’osservazione è acuta. Lascia più perplessi, invece, il tono moralista e un po’ nostalgico di molti giudizi – lo sport ha davvero qualcosa di sacro che non può essere alterato da uno skybox? – che in fondo tradisce qualche pregiudizio di troppo e una certa incomprensione della radice della libertà umana che sta anche al fondo dello sfrenato liberismo denunciato. È la libertà in quanto capacità del bene e del possesso che è anche all’origine del mercato. È la stessa libertà che ci fa premere per qualcosa di migliore. Non si calmerà la spinta del mercato solo dicendo che il mondo sarebbe più giusto e buono se dialogassimo sulla natura degli oggetti. Il dialogo proposto da Sandel diventa un calmante razionale interessante solo per certe persone già convinte della validità di alcuni valori.
Occorrerebbe, invece, capire come quel dialogo risponderebbe di più all’esigenza di qualcosa di meglio e di buono. È la natura totalizzante della libertà – e quindi l’assolutezza della verità e del bene – che andrebbero tematizzate e affrontate.Ma questa natura totalizzante e questa assolutezza dei beni a cui la libertà tende (imperfettamente) sono ben più impopolari del dire che il mercato non è tutto.
© Riproduzione riservata.

lunedì 10 settembre 2012


Staminali, mercato della speranza di Paolo Bianco e Michele De Luca, 09 settembre 2012, http://www.ilsole24ore.com/

Pochi anni fa, il paese si appassionò al caso Di Bella. Fior di scienziati, ministri, media e comuni mortali, tutti argomentavano appassionatamente di "clinical trial" ed «evidence based medicine», qualcuno argomentando informato, qualcuno no. Si insisteva con tenacia sul ricorso alla «letteratura scientifica internazionale» come criterio di attendibilità. Dopo tanto menar di dotti fendenti, si stabilì infine, previa idonea sperimentazione clinica, l'inefficacia della cura proposta, e la vicenda e la cura lentamente sbiadirono nella memoria.
Se il caso Di Bella fosse di scena oggi, sarebbe facile ribaltare il risultato del "processo" di allora. A guadagnare il consenso del pubblico e della legge, basterebbe l'uso della taumaturgica parola "staminale". Basterebbe inserire, nel "cocktail" di farmaci impropri e di non plausibile efficacia, l'infusione "delle staminali". E a garantire maggior rispetto da parte di scienziati e ministri, intenti come sono gli uni e gli altri a perseguire "traslazione" al commercio dei "prodotti della ricerca", basterebbe che Di Bella, invece di agire da singolo professionista demodé, agisse in veste di start-up company, che so, la "Oncostamina". Ci sarebbe allora piena attenzione alla richiesta di "Oncostamina" di procedere a un trial clinico. Il trial andrebbe avanti molto a lungo, prima fase I, poi fase II e III, secondo prescrizioni di legge. Passerebbero almeno 15 anni prima di accertare l'inefficacia del prodotto. Durante quei 15 anni, tuttavia, la "Oncostamina" potrebbe, senza aver mai dimostrato l'efficacia di alcunché, mettere sul mercato non il suo tangibile, efficace presidio terapeutico, ma una semplice promessa. Si veda l'uso delle "mesenchimali" per la malattia trapianto contro ospite, approvata dal servizio sanitario canadese senza che sia completato con esito positivo nessun trial di fase III. Si veda l'acquisizione robusta e presente di risorse sul mercato finanziario da parte di tutte le companies impegnate a sviluppare futuri (dunque incerti) prodotti "staminali". Venderebbe, la "Oncostamina", non un farmaco nè una terapia convalidata, ma una speranza. Il mercato della speranza, in fatto di salute almeno, è inesauribile. E se la speranza si può comprare, la si può vendere. Meraviglie dell'economia post-industriale. In medicina, l'economia post-industriale c'è da sempre. Cos'altro si vendeva, per quattromila anni, prima che esistesse del tutto una qualunque possibilità tecnica di curare razionalmente alcunché? Cos'altro se non la semplice speranza, si attendevano dalla medicina i malati e le loro famiglie, quando la peste colpiva senza che nessuno sapesse perché, e dunque neanche quale fosse il rimedio? Oggi della peste ci occupiamo come memoria, ma non sappiamo che fare per Alzheimer e autismo, per Parkinson e atrofia muscolare spinale. E prima che esista una terapia razionale ed efficace, se qualcosa si può somministrare e vendere, è solo la speranza. "Le staminali" sono la speranza. Le staminali dunque qualcuno vende, assai prima che esista qualunque canonica prova della loro efficacia clinica. In Thailandia e nelle Filippine, le vendono i mercanti. In occidente, le vendono gli scienziati (alcuni, beninteso). Ecco il problema. La scienza che tuonava contro Di Bella, a volte tuona ancora. Ma a volte no. E la «letteratura scientifica internazionale»? Scorrete le pagine delle più prestigiose riviste scientifiche, quelle totemiche della raffinata élite dell'h-index. Tra molte cose serie (la scienza esiste ancora, ed è forte e vitale nel campo delle "staminali"), vi sorprenderà trovare scritto, e non solo occasionalmente, esattamente quello che i ciarlatani di oggi diffondono via internet. Autismo? Sclerosi laterale amiotrofica? Artrite? Colite? Infarto, ictus? Nefrite? Danno polmonare acuto? Venite gente, abbiamo il rimedio. Uno solo per ogni male. Le nostre staminali. Brevettate. Se si vuole capire come può accadere che un giudice ordini "le staminali adulte" (?) per l'atrofia muscolare spinale, che qualcuno le venda, e qualcun altro le somministri a malati senza speranza; e come equalmente questo avvenga senza uno straccio di evidenza neanche della loro innocuità, speculando sulla debolezza che la malattia è, e che la disperazione aggrava; e nel silenzio assordante di scienziati ministri e soloni, ecco dove guardare.
Cosa è successo? Che cosa ha sbiadito, a danno della medicina, la distinzione tra scienza e alchimia, e convinto molti che esattamente quello che andava proibito a Di Bella, deve oggi da un giudice essere non già autorizzato, bensì disposto – a Brescia, Northern Italy? È molto semplice. È successo che se la scienza si piega al commercio, il commercio piega la scienza. E piega le norme, e le regole, e le istituzioni preposte a vigilare. Converte la mission degli scienziati (ovunque, da Harvard al l'NIH, da Singapore a Torino) dal perseguire la conoscenza al perseguire il prodotto commerciale. E abolisce perfino la «Evidence based medicine». Che vuol dire? Anche questo, è molto semplice. Per verificare che i limoni potessero proteggere dallo scorbuto i marinai inglesi in rotta verso l'Australia, il medico James Lind fece nel 1747 un esperimento.
Scelse un gruppo di marinai. A una parte, limoni; agli altri, acqua salata o altre porcherie. Risultato: quelli che mangiavano limoni protetti, gli altri fottuti. Da allora, se qualcuno volesse vendere o usare i limoni per curare anche l'atrofia muscolare spinale, dovrebbe passare per la stessa strada. Ma se i limoni fossero staminali, e commerciabili, forse no. Scienziati e medici, se ci siete, battete un colpo.

giovedì 30 agosto 2012


FECONDAZIONE ASSISTITA - Le derive della provetta - IL BUSINESS DEGLI OVULI E I SEMI DEI DEFUNTI, 30 agosto 2012, http://www.avvenire.it


È stato e resta il divieto più discusso e criticato della nostra legge, eppure la fecondazione eterologa ha portato a pratiche selvagge su cui diversi Paesi sono dovuti intervenire in senso più restrittivo. Trattasi della possibilità che il seme (oppure l’ovulo) provengano da un soggetto esterno alla coppia. La pratica – invocata in particolare dalle coppie omosessuali e da quelle in cui uno dei due sia portatore di una malattia genetica – è alla base del “business” degli ovociti, che ha stravolto la vita di migliaia di donne nei paesi del Terzo mondo, pronte (complici massacranti cicli di iperstimolazione) a farne merce di scambio per poche manciate di dollari. Ma il mercato degli ovuli è prolifico anche in Paesi ricchi come Inghilterra e Stati Uniti, dove studentesse e adolescenti si improvvisano donatrici per pagarsi studi o vacanze. La fecondazione eterologa è anche all’origine di casi limite che hanno scatenato controversie giudiziarie: dalle donne che hanno impiegato il seme di defunti (è accaduto, per esempio, in Inghilterra) al fenomeno dei genitori-nonni (caso clamoroso quello italiano di Torino, con mamma di 58 anni e papà di 70) per arrivare a quella dei padri che disconoscono i figli in quanto non informati del ricorso all’eterologa da parte della madre (la Cassazione ha dato l’ok se la scoperta viene fatta entro un anno).

BIMBI “SALVATORI” PER CURARE I FRATELLI MALATI
Nello spirito originario della legge 40, il divieto di diagnosi pre-impianto è conseguente a quello di «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti». La norma si riferisce «agli interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione e a predeterminarne caratteristiche genetiche» (art.13). La pratica di selezionare embrioni, invece, ha portato a effetti choc soprattutto in Gran Bretagna, dove l’Autorità sulla fecondazione assistita ha individuato una lunga lista di malattie (e rischi di malattie) per cui si può facilmente scartare un embrione. Fece discutere, per esempio, nel 2008 il caso di una coppia di sordi che volevano ricorrere a tecniche di fecondazione assistita e che si scontrarono con quanto previsto dalla legge sulla selezione degli embrioni, che scarta automaticamente quelli con problemi di sordità. Una pratica che ha inorridito i coniugi, assolutamente contrari a rifiutare un bimbo sordo. Ma l’Inghilterra ha fatto di più, avallando la selezione di “bambini medicina” (o “salvatori”), ovvero selezionati sani in provetta e fatti nascere al solo scopo di garantire materiale biologico di ricambio al fratellino affetto da una malattia genetica. Eil primo “bimbo medicina” è nato in Francia, nel 2011, con un corredo genetico selezionato ad hoc, ovvero completamente compatibile con i due fratellini malati di beta talassemia.

EMBRIONI CHIMERA E FIGLI CON TRE GENITORI
La legge 40 infine vieta «qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano», «la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione», «interventi di clonazione» e «la fecondazione di un gamete umano con un gamete di specie diversa e la produzione di ibridi o di chimere». Limiti che fino all’apparenza invarcabili e che invece la genetica spregiudicata degli ultimi anni ha percorso in lungo e in largo, per fortuna al di fuori dei nostri confini. È sempre il caso della vicina Inghilterra, che s’è spinta fino a concedere l’ibridazione di embrioni umani con quelli animali al fine di creare cellule staminali utili nella ricerca. Dopo una lunga battaglia parlamentare, la creazione di “chimere” mescolando materiale genetico umano a quello bovino è stata avallata, ma senza alcun esito: gli embrioni sono morti dopo 72 ore di vita in laboratorio, risultando inutili. Da allora di ibridazione e chimere non s’è più parlato. E in un binario morto è finita anche l’autorizzazione a clonare, sia in Inghilterra che nei Paesi asiatici: la cosiddetta “clonazione terapeutica” (che avrebbe dovuto fornire una miniera illimitata di organi e cellule da usare anche per l’uomo) si è dimostrata fallimentare. E nel 2010 un gruppo di ricercatori britannici dell’Università di Newcastle ha annunciato di aver messo a punto una nuova tecnica di manipolazione genetica: una tecnica riproduttiva che prevede tre genitori, cioè due corredi genetici impiantati nell’ovulo della madre. Obiettivo? “Terapeutico”, pare:il bimbo dovrebbe essere più sano.

sabato 16 giugno 2012


Il valore degli esami di maturità nella giungla delle valutazioni di GIORGIO ISRAEL, 16/06/2012, Il Messaggero, http://www.flcgil.it

TORNANO gli esami di maturità e torna l’annosa e irrisolta questione: la disparità di giudizi che rende inconfrontabili i titoli ottenuti. I singoli insegnanti, le singole scuole danno degli alunni valutazioni diverse (di maggiore o minore manica larga), il che incide sul voto di maturità, il quale incide sulla scelta del percorso universitario, il quale è, a sua volta, caratterizzato da larghe disparità di valutazione, per cui i titoli con cui il giovane si presenta sul mercato del lavoro non sono equivalenti e spesso non riflettono le sue effettive capacità.
Due sono le vie per risolvere questo problema. La prima è di rinunciare al tentativo ambizioso e complesso di affrontarlo a monte e lasciare la soluzione al mercato, in funzione della credibilità dell’istituzione che ha conferito il titolo di studio, eventualmente certificata da una valutazione di sistema. Questa via ha senso soltanto se si abolisce il valore legale del titolo di studio. È quasi superfluo dire che questo è possibile, ma vanno sottolineate le difficoltà e le implicazioni di una simile scelta. In primo luogo - come è stato segnalato da chi conosce gli aspetti giuridici della materia - non esiste uno specifico articolo di legge da sopprimere per conseguire d’un tratto l’abolizione del valore legale: esso è talmente incastrato in ogni piega nella legislazione che, per sradicarlo, occorre intraprendere un’azione complessa, ramificata e delicata che, se non condotta in modo perfetto può sollevare problemi (e contenziosi) che rischiano di far impallidire la vicenda degli esodati. Inoltre, si dimentica che la normativa europea - non è curioso che si evochi lo slogan «l’Europa lo chiede» soltanto quando fa comodo? - stabilisce precisi requisiti per la circolazione del lavoro, per cui l’abolizione del valore legale dei titoli di studio aprirebbe problemi a non finire anche sul fronte comunitario. Per queste ragioni è sorprendente che un governo tecnico, anziché affrontare la questione sul piano a lui più congeniale, l’abbia «scaricata» sul terreno di un sondaggio «popolare» con il quale la prospettiva dell’abolizione è stata affondata in termini emotivi anziché razionali.
Resta l’altra via: «forzare» le istituzioni educative a emettere giudizi basati su criteri quanto più possibile omogenei e confrontabili. Questo approccio conduce alla tematica di moda della cosiddetta valutazione «oggettiva», ossia di una valutazione indipendente dalle idiosincrasie soggettive dell’insegnante, dei consigli di classe, delle politiche di questa o quella scuola o università. Purtroppo, le questioni complesse non possono essere risolte in modo semplice e tutte le tecniche di valutazione «oggettiva» manifestano inconvenienti spesso più gravi dei mali che vogliono curare. Il primo degli inconvenienti è conseguenza del modo più banale di risolvere il problema: sostituire alla soggettività del docente e dell’istituto un giudizio basato su parametri «impersonali», di carattere quantitativo. Il guaio è che tutti i parametri finora escogitati hanno rivelato difetti clamorosi. Per esempio, giudicare un istituto dal numero di abbandoni scolastici o di «successi formativi» significa suggerire un percorso poco corretto con cui si soddisfa il parametro in barba alla realtà: promuovere tutti o comunque essere più corrivi. Sono soluzioni che ricadono nella situazione descritta dalla famosa legge di Campbell: «Quanto più un indicatore sociale viene usato per prendere decisioni, tanto più sarà soggetto a pressioni corruttive e sarà atto a distorcere e corrompere i processi sociali che dovrebbe valutare»; o l’equivalente legge di Goodhart: «Se un indicatore sociale o economico viene scelto come obbiettivo di una condotta sociale o economica, esso perderà il contenuto d’informazione che dovrebbe qualificare il suo ruolo».
Inoltre, la pretesa che esistano procedure di valutazione esenti da fattori soggettivi è poco scientifica e priva di fondamento. Quale che sia il meccanismo usato esso sarà inevitabilmente frutto di operazioni umane (per lo più la proposizione di test) in cui intervengono dei soggetti con le loro idiosincrasie, le loro scelte e le loro opinioni opinabili. Lo si vede bene nelle discussioni in corso sulla valutazione della ricerca universitaria, per esempio quando si dibatte sull’attendibilità della classifica di qualità delle riviste scientifiche, e si mette così ironicamente in luce che il tribunale finale del valore di certi parametri «oggettivi» è il giudizio della comunità scientifica. È bene, al riguardo, tenersi alla larga dall’ossessione dell’oggettività che, pretendendo di risolvere in modo meccanicistico ciò che non vi si presta e imitando ingenuamente i metodi delle scienze «esatte», di fronte agli insuccessi finisce col produrre esiti tragicomici. Ne è un esempio la proposta di Bill Gates, che si è gettato a corpo morto investendo più di trecento milioni di dollari per migliorare la qualità dell’insegnamento mediante criteri di valutazione «oggettiva» degli insegnanti: introdurre un braccialetto elettronico al polso degli studenti per misurare la loro «risposta galvanica epidermica» e con essa il grado di attenzione suscitato dall’insegnante, e in tal modo valutarlo. A tanto si può arrivare, persino nella patria delle libertà individuali.
Infine, questa via «oggettivista» rischia di gettare via l’aspetto qualitativo più importante dell’istruzione: la figura dell’insegnante, ridotto a un passacarte di istruzioni che vengono dall’alto, soggetto a valutazioni di organi che si pretende essere «indipendenti» e deprivato anche della facoltà di valutare gli studenti. E rischia di dimenticare che un buon insegnamento si fonda soltanto sulla base di un profondo e valido rapporto tra «persone».
Tutto questo significa che non si può far nulla? Certamente no. Purché si parta dal principio che le questioni semplici non si risolvono con fallaci tagli gordiani. La soggettività è una componente ineliminabile - diciamo pure strutturale - nel sistema dell’istruzione e della sua funzione centrale, la valutazione. Occorre puntare, più che a un’irrealizzabile oggettività assoluta, a creare le condizioni per rompere le barriere e i meccanismi di isolamento che impediscono lo sviluppo di un sistema basato su procedimenti quanto più possibile omogenei ed equanimi. Il sistema per farlo - l’abbiamo già ricordato - non è nuovo, anche se deve essere ripensato e adattato alla natura del sistema attuale dell’istruzione: è quello delle ispezioni. Non si può più pensare a un meccanismo di ispezione ottocentesco condotto in modo centralistico da un corpo ministeriale: occorre qualcosa di più vasto e articolato che coinvolga l’intero corpo docente e altre componenti (ispettori ministeriali, insegnanti in pensione, le università) in un processo interattivo che generi una situazione di confronto trasparente. Esso può sgretolare le sacche di incompetenza e di comportamenti poco rigorosi mettendo a confronto realtà diverse e costringendole a interagire con le realtà migliori affinché queste riescano a far prevalere il loro modello. È un meccanismo che richiede impegno per essere messo in opera, e che non può produrre frutti prima di un tempo non breve. Prima ci si accingerà a metterlo in opera e meno lunghi saranno i tempi per ottenere un miglioramento effettivo e profondo, lasciando perdere le scorciatoie di un illusorio managerialismo che può soltanto ammazzare il malato più che la malattia.

mercoledì 11 aprile 2012


Nel cuore nero del web di Riccardo Luna - LA REPUBBLICA, 11 APRILE 2012, http://www.scienzaevita.org

Sesso, armi e droga mercato nero 2.0 Esiste un´altra Internet. Parallela e anonima. Dove si trova Silk Road, "il sito che non esiste" a cui accedere con procedure clandestine. E dove con i "bitcoin", valuta virtuale, si può comprare qualsiasi cosa. Dall´ecstasy alle armi. Perché niente è proibito, nel "dark web", nato per essere libero e pirata, ma cresciuto dentro i confini del crimine Per entrare bisogna installare Tor, software gratuito e strumento che rende "invisibili" A ottobre quelli di Anonymous hanno "steso" LolitaCity, il peggior sito di pedopornografia

Ho visto un sito che voi umani non potete neanche immaginare. Ho visto Silk Road. Non è la nuova Via della Seta. È il più grande mercato nero del mondo. Il posto dove comprare ogni tipo di droga. E documenti falsi. E pornografia. In assoluta sicurezza. Anonimato totale. Nessuno sa chi fa cosa. Nessuno sa cosa fai. Eppure quel sito non esiste. Se digitate il suo indirizzo nella barra del vostro browser - una serie infinita di lettere e numeri senza alcun senso apparente - oppure chiedete notizie a Google o a un altro motore di ricerca, la risposta sarà sempre la stessa: quel sito non esiste. Sbagliato. Sarebbe più giusto dire: ci dispiace, non sappiamo dov´è, perché è in quella sconfinata zona oscura della rete dove arrivano solo i più esperti. I temerari. Gli amanti della libertà a costo della vita. E i contrabbandieri di ogni tipo.
«Il lato oscuro di Internet è non averlo», disse una volta Nicholas Negroponte, il guru della cultura digitale. Aveva ragione. Ma solo perché non aveva ancora visto the dark web. Sotto la superficie di miliardi di siti che possiamo navigare, ce ne sono molti di più dove nessuno sa cosa accade. Per le polizie di tutto il mondo sono impenetrabili: anche ammesso che uno riesca ad entrarvi la sensazione è di partecipare ad un ballo in maschera di fantasmi. Chi arrestare e come? Non si tratta di un fenomeno piccolo, anzi. Già dieci anni fa si diceva che il dark web fosse 500 volte più grande del world wide web che conosciamo. Da allora nessuno si è più azzardato a fare calcoli di una realtà ancora impossibile da decifrare.
È stato un amico, che frequenta un giro di hacker, a darmi la dritta giusta: «Lo sai che esiste un´altra Internet?». Il pensiero è andato subito alle recenti rivoluzioni in Egitto e in Tunisia e al 2009 della rivolta degli iraniani sedata nel sangue: già allora si parlava di una rete parallela dove gli attivisti potevano comunicare senza essere intercettati dalle forze di polizia. È fondamentale, questa Internet parallela, perché essere individuati vuol dire essere torturati e uccisi. Per questo lo scorso giugno l´amministrazione Obama ha deciso di finanziare con due milioni di dollari un progetto chiamato "Internet in a suitcase", una rete parallela a disposizione dei dissidenti di tutto il mondo. «No, non parlo di quelle cose lì. Parlo del paradiso del commercio di droga. Di tutte le droghe che esistono. E della pornografia infantile, purtroppo. Roba forte, immagini terribili di bambini, meglio se non le vedi. Fidati di me. Ma se proprio vuoi andarci, almeno apriti una e-mail finta e ti spiego come fare».
Farsi una e-mail finta è il minimo. La vera cosa da fare per navigare l´altra Internet è installare sul proprio computer Tor: un software gratuito che consente l´accesso a una rete parallela, impossibile da sorvegliare. Inizialmente fu sviluppato, a partire dal 1995, come un progetto della Marina degli Stati Uniti per impedire che le conversazioni governative fossero intercettate dal nemico. Con questa protezione nessuno può sapere chi sta parlando con chi. Le reti di questo tipo si chiamano "reti a cipolla", onion routing, infatti il simbolo di Tor è una cipolla. E molti siti di questo universo parallelo invece di finire con il suffisso punto it o punto com, hanno il punto onion.
Il progetto Tor è tutt´altro che velleitario: nel 2004 è stato finanziato dalla Electronic Frontier Foundation, uno dei baluardi della libertà sul web; nel 2007 da Human Rights Watch; e persino da Google dal 2007 al 2011. Quest´anno, accanto a una misteriosa organizzazione non governativa americana che ha donato oltre un milione di dollari, il sostenitore più importante è la BBG, Broadcasting Board of Governors, agenzia federale che rappresenta emittenti come Radio Free Europe, Voice of America, Office of Cuba Broadcasting. Insomma, dietro Tor non c´è una gang di terroristi. Perché Tor è uno strumento per diventare invisibili: lo puoi usare per la libertà. Oppure per vendere cocaina e bombe.
L´installazione del software dura pochi secondi. Quando termina, sulla barra di navigazione del computer compare una cipolla stilizzata. Inserito l´indirizzo giusto (se non lo hai non c´è alcun luogo dove tu possa andare), dopo un laborioso processo di registrazione si arriva su Silk Road, che si definisce "anonymous marketplace". Qui il simbolo è un beduino di spalle che cavalca un cammello. Ed entrando si capisce subito che il piatto forte del sito non è la seta, ma la droga. Sembra di stare su Amazon o qualunque altro sito di commercio elettronico: solo che al posto dei libri e dei dischi, ci sono le foto di vari tipi di droga. Hashish, coca, eroina. L´articolo più venduto è Mdma, più nota come ecstasy. Il fatto che Mdma sia un bestseller non è una supposizione di chi naviga, ma una notizia, perché c´è una classifica dei prodotti più venduti. Proprio come accade su iTunes. Allo stesso modo chi compra può fare una recensione del prodotto, «davvero fantastica quella roba!», e dare un punteggio al venditore, «ve lo consiglio, è uno spacciatore coi fiocchi».
Ma questo non è lo store della Apple evidentemente, anche se le logiche con cui è organizzato sono le stesse. Per esempio le categorie: una ventina. Non solo droga, insomma. Le classifiche dei prodotti più richiesti aiutano a capire un po´ di più chi siano questi anonimi clienti. Fra gli apparecchi elettrici il numero uno è l´antenna Yagi per la ricezione di trasmissioni a banda larga. Nella sezione video domina Dirty Pictures, film sul dottor Shulgin, il chimico che avrebbe scoperto gli effetti di tante droghe psichedeliche. Fra i libri, il primo della lista è la guida per rimorchiare donne sconosciute, Get Laid, portatela a letto. Ma anche il libro di ricette di cucina con la cannabis va forte). C´è un bel catalogo di prodotti di marca contraffatti dove gli occhiali di Gucci battono i RayBan, ma non sembra una buona notizia. C´è chi si vende una chitarra elettrica usata. E chi offre il kit per farsi documenti falsi (ma il massimo in questa categoria è una perfetta replica di un passaporto del Regno Unito con tanto di ologramma).
Il sesso ha un capitolo importante, naturalmente, secondo solo alle droghe: nella top ten parecchi titoli promettono video con minorenni, i "teenager". Qui dei bambini non c´è traccia. Non è un caso. Lo scorso ottobre gli hacker di Anonymous, che hanno steso i siti web di mezzo mondo, sono entrati nel dark web e hanno mandato in frantumi "Lolita City", il peggiore sito di pedopornografia in circolazione. Un segnale molto chiaro. In fondo anche Silk Road ha una sua etica. E la sbandiera. «Non si commercia nulla che possa fare del male agli altri», è la promessa. Le droghe sono un altro discorso, dicono, sono un fatto di libertà.
Tutto il mercato non funziona in dollari o in euro, naturalmente: funziona in bitcoin: una delle più note monete alternative nate sul web. Vengono prodotti automaticamente da una rete di computer volontari in base a un algoritmo ideato nel 2009 da un misterioso giapponese poi sparito nel nulla, Satoshi Nakamoto. Da allora, con alti e bassi, i bitcoin sono diventati una vera valuta per transazioni online: oggi ce ne sono in circolazione circa otto milioni con un cambio ufficiale: un bitcoin vale circa 3,8 euro. Ecco, la seconda cosa da fare per stare su Silk Road, dopo aver installato Tor, è aprirsi un conto in bitcoin in uno dei tanti siti web che li distribuiscono. I vantaggi sono numerosi: in testa l´anonimato delle transazioni. Chi li gestisce ha sostenuto che in realtà la polizia se volesse potrebbe risalire a chi ha comprato e venduto visto che tutti gli spostamenti di questa moneta alternativa sono tracciati da un server. A loro volta da Silk Road hanno ribattuto che ogni volta che i loro clienti concludono un affare, i server mandano così tante operazioni fasulle contemporanee che risalire ai veri protagonisti è virtualmente impossibile.
Ma chi c´è dietro Silk Road? Apparentemente un tizio che si firma "Dread Pirate Roberts", il terribile pirata che non faceva prigionieri nel film La principessa sposa. È lui (o lei) ad animare il forum ufficiale. A chiamare «nostri eroi» i venditori che prendono rischi enormi per fare funzionare il mercato. E soprattutto a dare il senso politico a questa operazione. Scrive per esempio: «A prescindere dalle tue motivazioni, se sei qui sei un rivoluzionario. Le tue azioni porteranno soddisfazioni a coloro che per troppo tempo sono stati oppressi. Devi esserne fiero e andare a testa alta». Lo scorso 9 gennaio, scimmiottando il Discorso sullo Stato dell´Unione del presidente Usa, Pirate Roberts ha rilasciato un discorso sullo Stato della Strada. Dopo aver raccontato quanta strada era stata fatta in un anno nonostante avessero alle calcagna le polizie di mezzo mondo, ha annunciato una vera rivoluzione: il taglio delle commissioni su ogni transazione, «il 6,23 per cento è troppo, lo ammetto».
Qualche giorno fa l´annuncio più importante: a grande richiesta è nato "The Armory", uno spin off verticale «per vendere piccole armi a scopo di difesa». Ieri lì c´era una vera lotteria: chi aveva il biglietto vincente, si beccava una Colt.

domenica 12 febbraio 2012


Il filosofo Hadjadj: «ci si affida al Mercato per distrarsi dal non senso della vita» - 12 febbraio, 2012,


Il filosofo Fabrice Hadjadj riesce sempre a dire cose estremamente interessanti. Neo convertito, è considerato l’astro nascente del cattolicesimo francese ed è valorizzato a livello internazionale, anche al fuori del suo campo. Lo si capisce dall’apprezzamento del celebre matematico Lafforgue, medaglia Fields 2002: «Non ho mai letto o sentito una frase da lui che mi abbia dato la sensazione di essere stato scritta o parlata nel vuoto. Le sue pagine spesso mi stupiscono, mi prendono in contropiede e nonostante questo, nel leggerli, ne riconosco l’esattezza e la verità. Nessuno scrittore contemporaneo di lingua francese mi interessa più di lui»

Il quotidiano “Avvenire” lo ha intervistato in merito alla attuale crisi economica, tematica interessante per un ex marxista ed ex nicciano come lui. Inizia sfatando l’accusa di Marx secondo cui il cristianesimo guardi all’Aldilà trascurando l’Aldiqua, alienando così l’uomo: «L’accusa di Marx (e la cosa è decisamente divertente) in realtà si rivolta contro la Rivoluzione comunista e contro ogni pratica elettoralistica della politica. La Rivoluzione, è noto, diceva all’uomo: “Tu devi soffrire per la costruzione della società futura”. Essa parlava del “sol dell’avvenire” e dunque, visto che pretendeva di far scendere la giustizia sulla terra, alimentava anche una certa speranza dell’Aldilà, dal momento che questa giustizia non era per oggi, ma per il domani». Tuttavia, l’Aldilà per il cristiano, spiega, «non è né per il domani né altrove, ma per il qui e ora: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Questo significa che il vero Aldilà non è in un’altra epoca o in un altro luogo. Esso è al di là dello spazio e del tempo: riguarda l’eterno, l’immenso, la sorgente zampillante che tocca ogni luogo e ogni istante. Ecco perché il cristiano è presente nel mondo in modo così potente. Egli vuole scegliere il mondo alla sua sorgente. Desidera intensificare la sua presenza respingendo il male che ci rende assenti gli uni agli altri. Il cristiano si sforza, a partire da Colui che dona l’esistenza, di preservare, custodire ed elevare tutto ciò che esiste».

Entrando nel merito della crisi economica, essa non si può separare dalla crisi morale «dal momento che l’economia, ovvero la produzione e la ripartizione della ricchezza, è un’attività dell’uomo e tocca direttamente il suo giudizio etico: essa interroga la persona sull’importanza delle ricchezze materiali nella sua vita sociale». L’uomo secolarizzato, «dal momento che non ha più una speranza nel Cielo, mette la propria speranza nel Mercato: tocca a quest’ultimo offrire tutto quello che potrà di-vertirlo dalla sua angoscia attraverso quei prodotti che si presentano come benefici. Il Mercato è a garanzia di un nuovo al di là: esso non cessa di promettere per domani i prodotti che vi renderanno felici. Voilà: l’i-phone 4, poi 5, poi 6; alè, nuove stagioni di fiction televisive; ancora: l’ultima crema anti-rughe. Gli uomini, pagando, vogliono dimenticare che la vita non ha un senso. E si comportano come se giocassero a un casinò con la speranza di far saltare il banco». Eliminato Dio, l’uomo è in continua ricerca di tanti piccoli diversivi che lo aiutino a sopportare la realtà.

«La verità», conclude il filosofo francese, «è che se la nostra vita non ha un senso, noi finiamo per lavorare come bruti e consumiamo all’inverosimile per dimenticare di tirarci una pallottola in testa. La speranza di diventare un docile schiavo del sistema non è una speranza: questo ottimismo di bassa lega corrisponde alla disperazione più profonda. In verità, ormai da mezzo secolo ci troviamo in una disperazione alla quale non osiamo dare un nome. Ora che questo castello di carte è caduto, ce ne dobbiamo lamentare? L’illusione è finita. Ma per noi ora si apre la possibilità di costruire qualcosa sulla vera roccia».
Il filosofo Hadjadj: «ci si affida al Mercato per distrarsi dal non senso della vita»
 12 febbraio, 2012
Il filosofo Fabrice Hadjadj riesce sempre a dire cose estremamente interessanti. Neo convertito, è considerato l’astro nascente del cattolicesimo francese ed è valorizzato a livello internazionale, anche al fuori del suo campo. Lo si capisce dall’apprezzamento del celebre matematico Lafforgue, medaglia Fields 2002: «Non ho mai letto o sentito una frase da lui che mi abbia dato la sensazione di essere stato scritta o parlata nel vuoto. Le sue pagine spesso mi stupiscono, mi prendono in contropiede e nonostante questo, nel leggerli, ne riconosco l’esattezza e la verità. Nessuno scrittore contemporaneo di lingua francese mi interessa più di lui»

Il quotidiano “Avvenire” lo ha intervistato in merito alla attuale crisi economica, tematica interessante per un ex marxista ed ex nicciano come lui. Inizia sfatando l’accusa di Marx secondo cui il cristianesimo guardi all’Aldilà trascurando l’Aldiqua, alienando così l’uomo: «L’accusa di Marx (e la cosa è decisamente divertente) in realtà si rivolta contro la Rivoluzione comunista e contro ogni pratica elettoralistica della politica. La Rivoluzione, è noto, diceva all’uomo: “Tu devi soffrire per la costruzione della società futura”. Essa parlava del “sol dell’avvenire” e dunque, visto che pretendeva di far scendere la giustizia sulla terra, alimentava anche una certa speranza dell’Aldilà, dal momento che questa giustizia non era per oggi, ma per il domani». Tuttavia, l’Aldilà per il cristiano, spiega, «non è né per il domani né altrove, ma per il qui e ora: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Questo significa che il vero Aldilà non è in un’altra epoca o in un altro luogo. Esso è al di là dello spazio e del tempo: riguarda l’eterno, l’immenso, la sorgente zampillante che tocca ogni luogo e ogni istante. Ecco perché il cristiano è presente nel mondo in modo così potente. Egli vuole scegliere il mondo alla sua sorgente. Desidera intensificare la sua presenza respingendo il male che ci rende assenti gli uni agli altri. Il cristiano si sforza, a partire da Colui che dona l’esistenza, di preservare, custodire ed elevare tutto ciò che esiste».

Entrando nel merito della crisi economica, essa non si può separare dalla crisi morale «dal momento che l’economia, ovvero la produzione e la ripartizione della ricchezza, è un’attività dell’uomo e tocca direttamente il suo giudizio etico: essa interroga la persona sull’importanza delle ricchezze materiali nella sua vita sociale». L’uomo secolarizzato, «dal momento che non ha più una speranza nel Cielo, mette la propria speranza nel Mercato: tocca a quest’ultimo offrire tutto quello che potrà di-vertirlo dalla sua angoscia attraverso quei prodotti che si presentano come benefici. Il Mercato è a garanzia di un nuovo al di là: esso non cessa di promettere per domani i prodotti che vi renderanno felici. Voilà: l’i-phone 4, poi 5, poi 6; alè, nuove stagioni di fiction televisive; ancora: l’ultima crema anti-rughe. Gli uomini, pagando, vogliono dimenticare che la vita non ha un senso. E si comportano come se giocassero a un casinò con la speranza di far saltare il banco». Eliminato Dio, l’uomo è in continua ricerca di tanti piccoli diversivi che lo aiutino a sopportare la realtà.

«La verità», conclude il filosofo francese, «è che se la nostra vita non ha un senso, noi finiamo per lavorare come bruti e consumiamo all’inverosimile per dimenticare di tirarci una pallottola in testa. La speranza di diventare un docile schiavo del sistema non è una speranza: questo ottimismo di bassa lega corrisponde alla disperazione più profonda. In verità, ormai da mezzo secolo ci troviamo in una disperazione alla quale non osiamo dare un nome. Ora che questo castello di carte è caduto, ce ne dobbiamo lamentare? L’illusione è finita. Ma per noi ora si apre la possibilità di costruire qualcosa sulla vera roccia».

venerdì 20 gennaio 2012


DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio? - Pietro Barcellona, venerdì 20 gennaio 2012, il sussidiario.net

La progressiva oggettivazione dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.
La perdita del mondo come realtà che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura. Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di paure e di isolamenti individuali.
L’economia rappresenta infatti il modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.
Ciò che è accaduto in questi ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita delle persone nella sfera della produzione e del consumo.
Pensiamo alla vita. Non era mai accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia capitalistica.
In questo esempio estremo si vede come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità, apparentemente spontanea, dei rapporti umani.
L’assoluta novità della fase che stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive (che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera della produzione e circolazione delle merci e del denaro.
Che la procreazione possa diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento e la nascita.
Similmente, nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri bisogni da soddisfare al mercato delle merci.
 Oggi invece la fabbrica si configura come un luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in time.
L’azienda si riorganizza secondo un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa. 
Oggi la vita concreta del lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.
La fine dell’impresa fordista e la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita.
Naturalmente su questo tema del rapporto tra rendita e profitto occorrerebbe un approfondimento ulteriore. Ciò che invece mi interessa sottolineare in questa sede è come le trasformazioni del lavoro e della produzione realizzino un effetto di evaporazione della realtà, cioè di scomparsa della sfera delle pratiche affettive attraverso cui le donne e gli uomini entrano in rapporto. Proprio questo livello di astrazione estremo è alla base delle crisi che si stanno producendo a ritmo sempre più accelerato sia nella vita quotidiana sia nella vita degli Stati nazionali. Più la vita concreta degli esseri umani viene pervasa dalla logica strumentale della produzione di denaro a mezzo di denaro, più le persone concrete sono svuotate di ogni capacità di comprensione e di ogni autonomia nella ricerca del senso della propria esistenza.
Attraverso il controllo dell’intero ciclo economico, la maggior parte dei bisogni umani appare oggi prodotta e quasi imposta dal funzionamento dell’intero sistema mediatico che determina la stessa forma dei desideri e dei bisogni. Si pensi al fenomeno delle mode che spingono intere masse all’acquisto e al consumo di beni privi di qualsiasi qualità e utilità. L’intera società viene cioè estraniata dal processo primario di rappresentazione ed elaborazione dei propri bisogni, che non sono più il frutto di un’autonoma e consapevole rappresentazione del rapporto fra se stessi e il mondo, ma sono invece eterodiretti ed eteroformati dalla macchina produttiva di ricchezza monetaria.
L’astrazione dalla concreta esperienza della vita di ciascuno dal proprio contesto pratico-affettivo si risolve in questo caso in una alienazione totale. È questa alienazione che oggi emerge drammaticamente nelle condizioni della crisi che stiamo attraversando, che non è appunto soltanto una crisi economica, ma la crisi, come abbiamo orami spiegato tante volte, di una intera forma di vita.

martedì 10 gennaio 2012


Avvenire.it, 10/01/2012 - Biotecnologie, il terrificante Eldorado di Frankenstein?
  
Nel suo ultimo saggio (Passaggio d'epoca, Marietti), con la consueta lucidità Pietro Barcellona scrive: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Mi si perdoni la lunga citazione ma non si sarebbe potuto esprimere meglio quella che nel libro si osa definire, correttamente, «trasformazione antropologica dell'essere umano». L'analisi di Barcellona poi prosegue soffermandosi in particolare sia sul ruolo che il capitalismo si trova a giocare in questa nuova scena (ecco quella che già non è più solo una tetra profezia: il business del futuro, in effetti, non riguarderà tanto il mondo degli oggetti e neppure quello dei valori, quanto piuttosto il mondo della vita stessa: cellule, ovuli, organi, eccetera. Si sta così configurando all'orizzonte un magnifico e terrificante Eldorado costruito attorno a biotecnologie e a manipolazioni genetiche che non a caso vivono come un'ingerenza insopportabile e come una perdita di tempo, addirittura come una vera e propria violenza, l'introduzione di un qualsiasi principio, filosofico, morale, religioso, che tenti di mettere ordine in questo campo); sia su quel «matrimonio fra tecnica e scienza (che) è la nuova metafisica», la stessa che sostituisce a ogni finalismo umano il finalismo dell'evoluzione biologica: «La biotecnologia modifica alla radice il concetto di vita, mettendo nelle mani dell'essere umano [evidentemente, ritorna l'essenziale riferimento al capitalismo, non di ogni essere umano, ma solo di coloro che hanno i mezzi e le possibilità: già questa banale considerazione è sufficiente ad alimentare quel sospetto che solo dei militanti del non pensiero possono qualificare come una chiara manifestazione dell'"oscurantismo antiscientifico"] non solo un potere manipolativo, ma la possibilità stessa di creare ex novo un progetto vivente». Le intelligenze più lucide l'hanno riconosciuto da tempo: c'è qualcosa di molto più pericoloso del già pericoloso inquinamento ambientale, c'è qualcosa di molto più drammatico della già drammatica crisi economica, c'è qualcosa che può rivelarsi molto più distruttivo della già violentissime guerre che stravolgono il mondo, ed è proprio l'ormai possibile «produzione della vita per mezzo della tecnica». Si obietterà: ma tutte queste ricerche, tutte queste tecniche, possono aiutare a migliorare non solo la vita degli uomini, ma la vita in generale. Certo, ed è per questa ragione che l'Eldorado potrà essere magnifico, ma come non accorgersi ch'esso potrà anche rivelarsi come terrificante? Pertanto chi vorrà assumersi la responsabilità di non dare alcun ascolto all'insegnamento che proviene dalla storia umana? In effetti non è la prima volta che l'uomo sogna, per riprendere la felice espressione di Barcellona, di «sostituire la natura nei meccanismi del vivente», anche se forse è la prima volta che un simile sogno può essere tradotto in realtà; e ogni volta tale sostituzione ha generato mostri. Mi permetto a tale riguardo di consigliare un'attenta lettura o rilettura del Frankenstein di Mary Shelley (1818), un'opera che è come un controcanto, ed un terribile monito, al clamore che alcune importanti scoperte scientifiche dell'epoca avevano giustamente suscitato. Inoltre, se proprio si dovesse optare per una metafisica, come non riconoscere che l'ingegno dell'uomo è riuscito ad elaborare, nel corso della sua storia, qualcosa di molto più interessante, metafisiche molto più vitali di quella nata, per ritornare ancora una volta all'esperimento tra la morte e la vita narrato dalla Shelley, dal «matrimonio fra tecnica e scienza»? La scienza non si fermi e non sia fermata (d'altra parte chi potrebbe realisticamente farlo?), ma nel suo avanzare tumultuoso e fecondo essa sia così razionale da non dimenticare di dare ascolto al poeta, al filosofo, all'artista, all'uomo religioso. Da essi, infatti, le potrebbero venire indicazioni antiche e sorprendenti. A meno che non ci si voglia comportare come Frankenstein, che – è banale ricordarlo ma può essere utile farlo – non è il nome della «creatura» o del «mostro», ma del dottore che lo assembla. A questo scienziato senza ragione la «sua creatura» ad un certo punto con ragione chiede: «Come osi giocare così con la vita?». Per l'appunto.