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domenica 2 giugno 2013

APRIAMO GLI OCCHI: il trasferimento nucleare di cellule (SCNT) è clonazione umana - http://www.prolifenews.it/

SCNT_cellule-staminali_clonazione-umana

Wesley J. Smith è un avvocato americano specializzato in bioetica, membro del direttivo del  Discovery Institute , consulente dell’ International Task Force on Euthanasia and Assisted Suicide   e del Center for Bioethics and Culture . Sul sito Lifenews.com , è apparsa un’interessante carrellata di sue considerazioni circa la clonazione umana.  E’ molto importante, infatti, comprendere che i media e gli scienziati stanno confondendo i termini della questione: cercano di dare a intendere che il trasferimento di nuclei di cellule somatiche (SCNT) in cellule uovo non è clonazione umana, ed è perciò moralmente accettabile.
E’ bene “gridare dai tetti” la Verità, ed è compito di ogni nostro lettore farlo: perché in questo i media davvero non ci aiutano. Con la SCNT si creano embrioni umani attraverso una forma di riproduzione asessuata: e questa è clonazione. Dicono, ci vogliono far credere, che producono cellule staminali. Non dicono che per ottenere dette cellule staminali vengono creati embrioni che devono essere nutriti e mantenuti in un brodo di cultura per circa 10 giorni, e che poi vengono distrutti, per ottenere appunto le cellule staminali.
Nel link che abbiamo indicato sono riportati diversi esempi di articoli di giornali e riviste, più o meno specializzati in bioingegneria, che provano l’azione menzognera in atto.
Per esempio su  Foxnews.com Loren Grush parla di un importante passo avanti per la scienza medica, compiuto dai ricercatori dell’ Oregon National Primate Research Center (ONPRC) che, con i ricercatori della Oregon Health & Science University (OHSU), hanno per la prima volta in assoluto convertito con successo “le cellule della pelle umana in cellule-staminali embrionali” tramite una tecnica chiamata trasferimento nucleare.  Come hanno fatto? L’articolo spiega che hanno “scambiato i codici genetici di un ovulo non fecondato con una cellula della pelle umana” e “la combinazione del citoplasma dell’uovo e il nucleo della cellula pelle ha prodotto cellule staminali embrionali”.
Falso!  
L’uovo non fecondato non si trasforma in cellule staminali per magia. Prima si trasforma in un embrione umano, che viene poi distrutto per ottenere cellule staminali.
Un altro esempio di tentativo di confondere le acque, o – meglio – le coscienze:  un articolo di Gautam Naik sul Wall Street Journal dice che gli scienziati hanno utilizzato la tecnologia di clonazione per trasformare cellule della pelle umana in cellule staminali embrionali,  ma non hanno creato un clone, secondo l’articolo: hanno dimostrato, per la prima volta, che è possibile creare cellule staminali embrionali  geneticamente identiche alla persona da cui sono derivate.
Altra bugia: una volta che si è operato il trasferimento nucleare, la clonazione è fatta. Dopo di che, quindi, gli scienziati suddetti hanno distrutto gli embrioni per ricavarne le cellule staminali.

Quindi, cari lettori, stiamo molto attenti al vecchio gioco disonesto che i fautori del biotech e i media che li sostengono stanno giocando: mentono sapendo di mentire dicendo che non fanno clonazione umana. Anzi: stanno cercando di far passare il concetto che non è clonazione, perché non nascono bambini clonati. Potremmo fare altri esempi di articoli tendenziosi e falsi che poi spesso si contraddicono essi stessi, sulla questione. Per esempio, questo su News.Com.Au , o questo  sul  Los Angeles Time , o questo pubblicato dalla rivista Cell, on line).

C’è un’altra questione su cui ragionare.
Il team dell’Oregon ha sostituito il nucleo di un ovulo non fecondato con il nucleo di una cellula della pelle. Sostengono che ciò che ne risulta non sia un embrione. Ma allora che cosa è? E’ la stessa “cosa” da cui è nata la pecora Dolly, anch’essa prodotta con un ovulo non fecondato, in cui è stato impiantato il nucleo di un’altra cellula.  E’ chiaro che il problema morale non sta nella manipolazione dell’ovulo umano, ma in ciò che ne risulta dopo.  E che quell’esserino non fosse atto a essere impiantato in utero, non è assolutamente rilevante. Questo è l’argomento che sostengono: non è clonazione riproduttiva. Ma l’embrione è stato prodotto!!!
E’ estremamente ipocrita dichiararsi contro la clonazione riproduttiva, ma a favore della SNCT per la produzione di cellule staminali. Perché – come abbiamo detto e ripetiamo – le cellule staminali vengono prese da un embrione creato per clonazione!
Se gli Stati fossero veramente gli enti deputati a preservare il Bene comune, se avessero a cuore il futuro dell’umanità, dovrebbero seriamente vietare ogni creazione e manipolazione di embrioni umani. Purtroppo, anche qui in Italia, la legge ha aperto la porta al delirio di onnipotenza degli scienziati “biotech” senza scrupoli.  La strategia di questi novelli Prometei è sempre stata quella di accettare il divieto di ciò che essi non riescono a fare, ma di protestare contro qualsiasi legge “liberticida e oscurantista”, che vieti ciò che essi riescono a fare. Perciò se volgiamo evitare di vedere un domani non troppo lontano la nascita del primo bimbo clonato, bisogna premere come società civile affinché la legge vieti anche la SNCT umana.
Del resto già le scimmie sono state ingravidate con successo con embrioni clonati, anche se la gestazione non è mai giunta a termine. Il Journal of Biological Development spiega che di 67 embrioni prodotti in vitro, attraverso la SCNT, cioè attraverso il trasferimento nucleare di cellule cutanee di scimmia, impiantati in 10 femmine, sono risultate 5 gravidanze e in 1 di queste si è sviluppato un feto vivo di cui è stato rilevato il battito cardiaco, e che è sopravvissuto fino all’81° giorno di gestazione.
Così era avvenuto inizialmente con le pecore… Il resto è semplicemente una questione di tecnica .

di Francesca Romana Poleggi





giovedì 7 marzo 2013


La piccola Sofia rischia di «essere una cavia». Telethon contro Celentano: «Non c’è la bacchetta magica» - marzo 7, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it/


«Caro Celentano, (…) Le scrivo per mettere in guardia lei e soprattutto i malati, rispetto a promesse di cure miracolistiche se prive di fondamenti scientifici e per sottolineare l’importanza del rispetto delle regole fondamentali che sono state create a tutela dei pazienti». Comincia così una lettera al Corriere della Sera di Luigi Naldini, direttore dell’Istituto Telethon San Raffele di Milano, a riguardo della vicenda della piccola Sofia. Sofia ha tre anni, è affetta da una gravissima malattia degenerativa (leucodistrofia metacromatica) per la quale, a oggi, non esiste ancora una cura. La bambina aveva cominciato una terapia, ancora in via di sperimentazione, che Stamina Foundation somministra gratuitamente presso gli Spedali Civili di Brescia. Quando il Ministero della Sanità e l’Agenzia nazionale del Farmaco hanno ravvisato irregolarità nella somministrazione della terapia sperimentale, un giudice di Firenze ha proibito alla famiglia di continuare.
NON ESISTE LA BACCHETTA MAGICA. Ieri, in seguito a un servizio delle Iene, il Corriere ha ospitato un articolo di Adriano Celentano in cui il cantante accusa il ministro della Salute Renato Balduzzi («provo un senso di schifo e vergogna») di avere compiuto un «atto scellerato» bloccando le «CURE compassionevoli perché ritenute potenzialmente pericolose». Oggi il direttore di Telethon, che ha messo a punto la terapia genica sperimentale e ancora non scientificamente certificata, risponde a Celentano e al giornale ricordando che «una delle cose più difficili del nostro lavoro è dire a un genitore che non c’è soluzione per la mattia di suo figlio. Davanti all’incredulità di padri e madri, la tentazione di “provarle tutte” è forte: in quel momento scompaiono convegni, pubblicazioni scientifiche, si vorrebbe una bacchetta magica. Abbiamo a disposizione, invece, “soltanto” i nostri studi».

ANCORA NON C’È UNA CURA. Naldini scrive che «lavoriamo da oltre dieci anni cercando di correggere il difetto genetico che è alla base di questa malattia», ma ancora non c’è una soluzione, e «nel caso di pazienti gravi come questi non si può provare il tutto per tutto perché “tanto non c’è altro da fare”: la loro vita vale sempre e il tempo che rimane è prezioso». Telethon però sta sperimentando un trattamento e «a tre anni di distanza i risultati sono incoraggianti», ma «non ci azzardiamo a parlare ancora di cura, per questo serve tempo» perché «bisogna dimostrare l’efficacia e la sicurezza, sotto il controllo delle autorità competenti» della “cura”. «Regole che possono apparire fredde, ma che ci sforziamo di rispettare proprio per tutelare i pazienti».

BALDUZZI DÀ L’OK. Alla luce di questa lettera dell’inventore della possibile “cura”, appaiono controverse le dichiarazioni sempre al Corriere del ministro Balduzzi. Pur affermando che ha bloccato il trattamento per Sofia perché «nei mesi scorsi l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ha effettuato accertamenti e ispezioni [e ha accertato che] il trattamento al quale era sottoposta Sofia era dannoso per la sua salute» e pur sostenendo che «le cure compassionevoli non sono la via per fare diventare cavie i malati disperati» e che «non si può opporre la scienza alla coscienza e la legge alla legittima preoccupazione di vedere riconosciuti i propri bisogni», chiosa così: «Intanto la bambina potrà proseguire le cure con le staminali in un laboratorio autorizzato dall’Aifa».
@LeoneGrotti

mercoledì 6 febbraio 2013


«Altro che sigarette. La droga trasforma le persone in larve: sdoganarla incentiva il regresso dell’uomo » - febbraio 5, 2013 Francesco Amicone - http://www.tempi.it/



 Settimana scorsa, la Corte suprema di Cassazione si è pronunciata a favore «dell’irrilevanza penale» del consumo di gruppo di sostanze stupefacenti. Le motivazioni non sono state ancora depositate. Per José Berdini , responsabile delle Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti gestite dalla Cooperativa Sociale PARS, i media non hanno perso tempo a trasformare la sentenza in un sostegno a una certa visione del futuro favorevole alla tossicodipendenza. «A essere cinica e odiosa non è tanto la sentenza, quanto l’idea di gruppo sottesa alla propaganda che ci sommerge ovunque», spiega a tempi.it.

Che effetto ha questa sentenza sulla tossicodipendenza?
Il messaggio che viene dato conta molto. Lo sdoganamento delle sostanze stupefacenti, ampiamente sostenuto dai media, incentiva le tossicodipendenze e il regresso delle persone. Questo tentativo di rappresentare una comunità narcotizzata come fosse un elemento del progresso sociale mette in discussione tutto il nostro lavoro nelle comunità di recupero e incentiva la tossicodipendenza.

La Regione Marche ha appena adottato una delibera bipartisan che permette di usare sostanze cannabinoidi in caso di prescrizione medica.
Stupisce quanto clamore si faccia sui danni provocati dal fumo di sigaretta e quanto, viceversa, si sostenga la “salubrità” della marijuana. Eppure gli spinelli si fumano come le sigarette e “farsi” di droga danneggia irreversibilmente una persona e le sue capacità. Il suo uso porta con sé la promozione di una comunità che vive narcotizzandosi, che regredisce. La persona si trasforma in una larva. Il vero progresso umano si ottiene restituendo consapevolezza e speranza a chi le ha perdute proprio con la droga. Promuoverne l’uso va contro il progresso.

La sentenza, si legge nell’informativa pubblicata dalla Cassazione, prevederebbe l’impunibilità «sia nell’ipotesi di mandato d’acquisto che in quella di acquisto comune» di droga.
Non si capisce cosa si vuole affermare: che una persona può comprare impunemente due chili di cannabis e cocaina per “distribuirli” a decine di “amici”? Sarebbe un pronunciamento quanto meno assurdo.

mercoledì 6 giugno 2012


Vaccino HPV: inutilità e controindicazioni - L’efficacia del vaccino HPV (Papillomavirus) è stata verificata considerando la riduzione di incidenza di displasie gravi e non del tumore, per cui invece è necessario attendere 30-40 anni, che non sono ancora passati! E' dunque informazione ingannevole dichiarare che i vaccini prevengono il tumore e le autorità avrebbero l’obbligo di intervenire. - 07 Marzo 2011http://www.saluteme.it

In diverse occasioni invece si legge la conferma dell'efficacia del vaccino HPV nel prevenire il tumore, ma è falso perchè allo stato attuale non c'è alcuna evidenza scientifica. Invece il vaccino è consigliato e fornito gratuitamente alle giovani ragazze, inferiori a 12 anni, anzi alcune regioni lo forniscono gratuitamente anche ad età maggiori (Vaccino HPV diversificato per regione ). Per quale motivo tanta espansività della spesa pubblica per un tumore che non ha un'alta incidenza? Forse ci sono pressioni indebite da parte dei fornitori?

Assunto che la profilassi vaccinale con i vaccini attuali protegge dall’infezione di alcuni ceppi associati come causa necessaria (ma non sufficiente) al 70% dei casi di tumore (al riguardo non ci sono validi studi descriventi il pattern dei ceppi HPV implicati nelle varie aree geografiche e il relativo peso), è necessario continuare e migliorare lo screening con Pap test secondo le raccomandazioni vigenti.

Ultimamente l'interesse dei fornitori del vaccino si è spostato sugli uomini, con affermazioni che tendono a sucitare allarme: "secondo un recente studio effettuato negli Stati Uniti, la metà degli uomini della popolazione mondiale potrebbe essere stato infettato dal papillomavirus umano o HPV". Dov'è la novità?

Poi si prosegue con altri numeri gonfiati, ma è risaputo che l'HPV è molto diffuso, ciò non deve preoccupare. Specificatamente le possibili evoluzioni dell’infezione da HPV sono:

regressione spontanea (nell’80-90% dei casi);
persistenza prolungata e spesso asintomatica (nel 10-15% dei casi);
progressione dell’infezione verso lesioni precancerose che restano tali (nell’1% dei casi e solo in presenza di una alterazione del sistema immunitario);
progressione delle lesioni precancerose verso lesioni cancerose (nell’1% delle lesioni precancerose e in presenza di una importate alterazione del sistema immunitario).
Quindi, la maggior parte delle infezioni da HPV si risolve spontaneamente in circa 12-18 mesi e anche le infezioni ad alto rischio tumorale guariscono da sole nel giro di pochi mesi, senza lasciare conseguenze per la salute della donna.

Nel 10-15% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita nelle sue cellule e non crea alcun problema (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo (…)

Circa l’1% delle infezioni da HPV danno luogo a lesioni precancerose che, se non identificate e/o non opportunamente trattate, in organismi immunologicamente deboli e in una percentuale inferiore dell’1% delle donne che le presentano, possono progredire nell’arco di 20-50 anni in tumori della cervice.

Infatti, se un’infezione virale molto comune come quella da HPV conduce allo sviluppo di un tumore così raro, significa che la probabilità che l’HPV ha di causare carcinoma è veramente eccezionale. In ogni caso, comunque, questo eccezionale processo richiede anche molti anni per svilupparsi e abbisogna di una particolare e cronica deficienza immunitaria.

Quindi, l’infezione da HPV è solo un fattore di rischio e anche un rischio basso, la storia naturale dell’infezione dipende solo dalla risposta immunitaria linfocitaria. La migliore prevenzione, non solo per l'HPV resta l'uso del preservativo, almeno per rapporti sessuali occasionali.

lunedì 4 giugno 2012

Compito dei media è indicare priorità e fornire chiavi di comprensione, , Newletter n. 57 maggio, Associazione Scienza & Vita



Quando la tecnica non ha nulla a che fare con la scienza, , Newletter n. 57 maggio, Associazione Scienza & Vita



I media riflettano su etica del limite e principio di notiziabilità, , Newletter n. 57 maggio, Associazione Scienza & Vita



Per una comunicazione intelligente, libera e rispettosa, , Newletter n. 57 maggio, Associazione Scienza & Vita



Essenza del dialogo: rigore intellettuale e ascolto


Comunicare scienza comunicare vita, Newletter n. 57 maggio, Associazione Scienza & Vita





















sabato 26 maggio 2012


REATECH, LA FIERA DELLE NOVITÀ - Muoversi con il pensiero - C'è una carrozzina che sa farlo - Una moto può essere guidata senza gambe e senza braccia, Claudio Arrigoni, 26 maggio 2012, http://www.corriere.it/

MILANO - C’è la carrozzina che gira per la casa guidata dal pensiero e le stampelle “al contrario”. Una bicicletta a quattro ruote motorizzata che fa scendere dai monti anche chi muove male le mani o la sedia che permette momenti di intimità anche a chi ha perso uso di gambe e bacino. E un guanto che permette fa da acceleratore senza modificare l’auto. Reatech, Fiera su accessibilità, inclusione e autonomia, dedicata alle persone con disabilità e alle loro famiglie (ma anche ad anziani e persone che hanno problemi temporanei o permanenti), si chiude domenica a Milano-Rho e mostra soluzioni innovative: dallo sport alla domotica, dai computer ai motori passando per la cultura e lo spettacolo. Vi sono proposte di ogni tipo, divertenti e creativi per ogni attività della vita, dalla mobilità al sesso. Già, anche il sesso.

AMORE - «Per fare l’amore, almeno uno dei due deve muoversi», commentava un ragazzo paraplegico. Con “Intimate Rider”, seggiolino basculante nato negli States e proposto dal designer Danilo Ragona per Able to Enjoy, anche due persone para o tetraplegiche possono non avere problemi nell’intimità: la sedia si muove e, se si vuole con un tavolino per il partner, è la persona con disabilità a condurre (330 euro e 180 per l’accessorio). «Sta bene in salotto, possiamo personalizzarla con pelle, alkantara o tessuto per averla in tinta con i divani», spiega Ragona, rimasto in carrozzina dopo un incidente a 21 anni, che naturalmente l’ha provata: «Fantastica, in certe posizioni anche più comoda del letto per lei. E può essere utile a tutte le coppie con un po’ di fantasia, mica solo a chi ha una disabilità».

MOBILITÀ - La tecnologia aiuta anche la mobilità. L’acceleratore manuale wireless, promosso da Fiat Autonomy e nato da Fadiel e Guidosimplex (fra 900 e 1000 euro), si calza come un miniguanto e si aziona con il pollice, è di diversi colori e non ha bisogno di adattamenti specifici sull’auto. La Buggy Bike è una speciale bicicletta a quattro ruote per tutti i tipi di terreno, anche quello fuoristrada più difficili, che può essere munita di motore per persone con tetraplegia grave e paralisi cerebrali. Si guida, frena e accelera solo con una o due mani, fra poco anche con un joystick al posto del manubrio. La si può affittare da Freewhite al Sestriere o comprare attraverso GDG-disport (5.500 euro, con motore 8.600). Per chi invece è amputato agli arti (inferiori o superiori o tutti e quattro) e volesse tornare in moto, ecco quella adattata da Fulvio Marotto, meccanico rimasto senza mani e gambe dopo una meningite, che può essere guidata anche da amputati (adattamenti su qualsiasi mezzo con costi variabili fra 1.000 e 2.500 euro). Ci sono accorgimenti di design anche per mezzi come le stampelle: rivoluzionarie le Tompona, create da Renato Brignone. In titanio, bellissime da vedere e disegnate al contrario di quelle tradizionali, più resistenti e leggere, senza perni per l’allungamento, ma incastrate, ne migliorano l’uso (750 euro).

PENSIERO - La tecnologia aiuta il movimento in casa anche a chi si muove con molta difficoltà oppure non si muove affatto. La Roby Wheelchair, studiata al Politecnico di Milano grazie ad Andrea Bonarini, che insegna Intelligenza artificiale e robotica, rileva gli ostacoli con una telecamera grazie a sensori o marker posti sul soffitto e permette di essere guidata con un touchscreen, la voce, un solo muscolo facciale o addirittura il pensiero, captando il segnale elettrico del cervello dopo aver posto diverse scelte (cucina, sala, bagno ecc.). Il sistema ha un costo variabile fra i 1.000 e i 5.000 euro, a secondo dei sensori. La domotica, con praticamente ogni apparecchio comandato attraverso voce o cellulare, fa il resto (con Sistema Casa, presente a Reatech, soluzioni da 5.000 a 25.000 euro).

COMUNICAZIONE - Ci sono accorgimenti tecnologici e creativi anche sulla comunicazione. Con “Speech to braille”, app per qualsiasi smartphone con Android, si parla a una persona sordocieca: la parola detta al cellulare viene tradotta in braille in un dispositivo (circa 350 euro, ora in fase di prototipo), guanto o ditale, che viene indossato e percepita attraverso elettrostimolazione. Ci sono sistemi di eye tracking, controllo di computer con gli occhi, dedicati non soltanto ad adulti, per esempio con Sla, ma pure a bambini affetti da tetraparesi infantile anche senza fonazione, per permettere di conoscere e imparare (Srlabs li propone a qualche migliaio di euro, rimborsabili dal Servizio Sanitario). Robobraille, un servizio gratuito rintracciabile su www.subvedenti.it, ha l'obiettivo di promuovere nelle scuole italiane, dalle elementari all’università le potenzialità di un servizio che rendendo la lettura accessibile a chi ha specifiche difficoltà, favorisce l'inclusione degli alunni ipovedenti e dislessici: nel giro di pochi minuti, un comune documento di testo, inclusi il PDF e le immagini GIF/JPG, si trasforma in un file audio ascoltabile direttamente dal computer o attraverso un lettore MP3.

SPETTACOLO - Il cinema per una persona sorda è ora realtà sempre: con Moviereading, altra app per smartphone (1,59 euro per film, ma alcuni cinema, come quelli Uci, la rimborsano), i sottotitoli appaiono sul cellulare. È anche interfacciabile con occhiali Epson (599 euro): indossandoli, le scritte è come se apparissero sullo schermo, senza spostare lo sguardo. Utile anche per chi vuole imparare le lingue. Proprio la fruibilità dello spettacolo è al centro dell’impegno di Laura Raffaelli, divenuta cieca per un incidente in moto, che attraverso Blindsight Project, mostra quanto sia possibile e semplice rendere uno spettacolo accessibile.

giovedì 10 maggio 2012

Il cancro e le 10 frasi da evitare



Le 10 frasi da evitare con le persone malate di tumore: la testimonianza di Deborah Orr, Lunedì 23 Aprile 2012, http://www.corriereweb.net

Quello che nessuno dice rispetto a malattie come il tumore, è che il malato diviene di colpo il centro di una serie di attenzioni ‘eccezionali’ da parte della famiglia e gli amici. “Questa è una cosa carina. Anzi, l’unica cosa carina”. Così Deborah Orr, giornalista del Guardian da poco uscita dalla fase post-operatoria più critica a seguito di una diagnosi di cancro al seno ricevuta la scorsa estate, che ha deciso di stilare un decalogo delle 10 frasi da non dire a un malato grave per “essere l’amico che serve, che tu vuoi essere”.
 1. “MI DISPIACE PER TE”
“È incredibile il numero di persone che crede che faccia sentire alla grande essere oggetto di compassione”, esordisce la cronista rispetto a questa frase che spesso si è sentita dire da familiari e amici. E bisogna stare attenti a non dire “mi dispiace per te” con i propri occhi, in quanto il risultato non cambia: proviamo a immaginare come ci sentiamo quando siamo oggetto della compassione degli altri? Davvero si pensa possa avere una funzione protettiva?

La giornalista del Guardian, in merito, racconta un aneddoto relativo a un suo amico che era davvero bravo a esprimere con lo sguardo questo stato d’animo, il “doleful-puppy-poor-you gaze”, la cui traduzione risulta difficile (sguardo “tu-povera-dolente-cucciola”), ma che esprime la profonda ironia con cui la Orr affronta il tema, ricordando che proprio in funzione di questa ‘competenza’ del suo amico, lei usava andare spesso a pranzo fuori con lui, così da poter continuare a ridere imponendo all’amico di ripetere il famoso sguardo.

L’alternativa che propone l’autrice è: “speravo così tanto tu non dovessi passare per un momento così terribile”. Una frase che riconosce al malato il suo essere un partecipante attivo nel dramma che sta vivendo, e non una vittima indifesa.

2. “SE QUALCUNO PUÒ SCONFIGGERE QUESTA MALATTIA, SEI TU”
Non ottiene il risultato sperato sentirsi dire che bisogna combattere con la malattia, “come una sorta di cavaliere medioevale in una campagna romantica”. Assoggettarsi alla scienza medica nella speranza di una cura, per quanto possa sembrare diverso, non è altro che questo: una sottomissione. L’idea che la malattia, continua l’autrice, sia un test al proprio carattere, con la guarigione solo per i valorosi, “è superficiale al punto di passare per un insulto”. Meglio dire: “mia madre ha avuto la stessa malattia 20 anni fa, e ora sta viaggiando in giro per il mondo con un circo acrobatico”, scrive la giornalista, rimarcando la necessità di esporsi solo se si tratta della verità.

3. “TI TROVO PROPRIO BENE”
Nessuno vuole sentirsi dire che le restrizioni che è costretto a sopportare a causa della malattia e/o dell’ospedalizzazione sono invisibili agli occhi degli altri. Non si è mai troppo malati per guardare allo specchio e rendersi conto dei segni sul proprio viso della malattia, quanto della sua cura. Nessuno vuole sentirsi dire ridicole bugie, sono imbarazzanti sia per chi parla che per chi ascolta. Qualora voglia parlare del suo aspetto esteriore sarà lo stesso malato a aprire la discussione, e se ci si trova in questa situazione la cosa migliore è prendere spunto dalle sue parole.

4. “HAI UN ASPETTO TERRIBILE”
Anche il messaggio opposto al precedente, come potrebbe risultare del tutto intuitivo, non può certamente sortire un effetto benefico per il ricevente. La giornalista racconta di una amica che continuava a confermarle la possibilità di fare una dieta ferrea con l’avvenuta guarigione, cosa che non la sconvolgeva particolarmente, se non fosse stato per la busta strabordante di dolci e snack con cui questa amica si presentava a trovarla. Dieta che la Orr dice di non aver intrapreso neanche ora, in quanto non le sembra essere più così tremendamente importante l’idea di aver preso qualche chilo.

Ancora una volta la soluzione sta nell’aspettare l’incipit del malato che qualora dica: “Non ho un aspetto orribile?” potrebbe stare chiedendo di essere aiutato a ridere un po’ su se stesso e confortato della possibilità che anche questo passerà.

5. “FAMMI SAPERE I RISULTATI”
“Stranamente, una persona non ha nessuna voglia di sentirsi obbligato a divulgare, sullo stile social network, nel momento in cui torna da lungi, complicati, stressanti e invasivi test, che in ultima analisi consegnano notizie che semplicemente non si volevano sentire”.

Il significato legato a un messaggio del genere è evidente: si tratta di preoccupazione. Tuttavia, seguendo le parole della Orr, è più facile sopportare un po’ di preoccupazione rispetto alla notizia che conferma che sta per iniziare un altro giro di trattamento debilitante, tanto per il corpo quanto per l’anima. Se una persona malata vuole veramente parlare di una cosa del genere, è giusto abbia il controllo rispetto al quando, al come e al chi contattare in merito alla propria condizione.

6. “QUALUNQUE COSA POSSA FARE PER AIUTARTI, SONO A TUA DISPOSIZIONE”
“Al di la di tutto, è noioso”, commenta sul Guardian la giornalista. E, inoltre, suona come un’ulteriore responsabilità – quella di dover individuare un compito per l’emittente del messaggio – a una persona che deve già confrontarsi con innumerevoli richieste. È preferibile individuare da sé mansioni da poter svolgere, come: “Posso andare a prendere i tuoi figli all’uscita di scuola martedì?”, o “Posso venire con una torta e un gioco da tavolo?”.

7. “OH NO, LE TUE PREOCCUPAZIONI SONO INFONDATE”
Specialmente quando si tratta di preoccupazioni fondate. La giornalista riporta la sua “sproporzionata” preoccupazione di perdere i capelli, quando le fu diagnosticato per la prima volta un tumore al seno. Una sua amica, ogni qual volta lei esprimesse la preoccupazione riguardo alla possibilità di restare calva, affermava, senza alcun fondamento, che questa era una prospettiva improbabile e che non è più come in passato. In realtà si tratta di un evento molto frequente, che anche nel caso della giornalista del Guardian si è verificata.

La cosa più importante, tuttavia, è che quando una persona esprime una paura, non vuole parlare in maniera più o meno palese di quanto inutile, ridicola, o priva di fondamento questa possa essere: “negare a una persona il bisogno di discutere delle proprie paure è un po’ brutale”.

lunedì 2 aprile 2012


MEDICINA E MORALE | Sulla manipolazione del linguaggio - LE NUOVE PAROLE DELLA MEDICINA, Editoriale pubblicato su Medicina e Morale 2011/6: 967-972, di Antonio G. Spagnolo, Professore Ordinario di Medicina Legale e delle Assicurazioni, Direttore dell'Istituto di Bioetica Facoltà di Medicina e Chirurgia "A. Gemelli", Roma, Newsletter di Scienza & Vita n. 55, Marzo 2012

 Nel corso di un recente incontro tra il direttore  generale e il personale  medico di una grande  struttura ospedaliera, mentre veniva illustrato il  piano industriale di rientro finalizzato a verificare la  qualità delle prestazioni e a raggiungere il  riequilibrio dei conti dei servizi sanitari, è stato  esplicitamente richiamato che i posti letto  dell’ospedale rappresentavano la “capacità  produttiva” di quella struttura: visite, analisi  diagnostiche, terapie e interventi chirurgici costituivano la produttività  del lavoro degli operatori  sanitari. Ma è stato richiamato anche, come negli  ultimi vent’anni il settore sanitario sia l’unico settore  economico che non ha conseguito alcun guadagno in  termini di produttività, benché in termini di crescita  del settore, per qualità e occupazione, non sia stato  di meno di altri (KOCHER R, SAHNI NR. Rethinking Health Care Labor.NEJM. 2011; 365: 1370). È stato perciò evidenziato che per  conseguire un risultato  positivo in termini di  “produzione” bisogna o aumentare le prestazioni (in  particolare interventi chirurgici) o cercare di  contenere i costi, magari favorendolo con  meccanismi di “gratificazione economica” dei medici,  per raggiungere l’obiettivo  del guadagno in termini  di produttività. Ripensavo a quanto diverso era quel  linguaggio rispetto a quello che abbiamo imparato  nei nostri primi anni di formazione nella facoltà di  medicina. Anche allora, indubbiamente, chi  intraprendeva gli studi medici doveva acquisire un  linguaggio nuovo rispetto a quello comunemente  usato in famiglia e dalla gente comune: abbiamo  imparato che l’arrossamento era un eritema, il  gonfiore una tumefazione e le punture una terapia  parenterale. È stato come imparare una lingua  straniera, al cui apprendimento dovevamo dedicare  molte ore, al fine di utilizzare un linguaggio  scientifico e condiviso dalla comunità medica.   Oggi  ci  si  trova  ancora  in  medicina  di  fronte  alla  necessità di imparare nuovi termini che in realtà  sono molto familiari in altri contesti: i pazienti non  sono più pazienti, ma piuttosto “clienti” o “consumatori”. I medici e gli infermieri sono “provider” o  “fornitori” di servizi. Questi descrittori sono ormai  ampiamente adottati nei mass media, nelle riviste  mediche e nelle riunioni di programmazione e di  discussione sui piani industriali e di rientro delle  aziende sanitarie. Eppure quei termini non sono  sinonimi: la parola “paziente” deriva da patiens, che  significa sofferente o portatore di una afflizione;  dottore viene da docere, nel senso di insegnare al  sofferente come stare bene e come gestire la propria  salute; e infermiere esprime in modo chiaro il ruolo  di chi assiste gli infermi per i bisogni che essi non  sono in grado di soddisfare da soli data la loro  malattia. Termini che sono stati usati per più di tre  secoli nella medicina e che hanno un ben preciso  significato circa il ruolo e gli obiettivi delle  professioni sanitarie.   Che cosa abbia determinato il crescente utilizzo di  questo nuovo vocabolario in medicina se lo  domandano Hartzband e Groopman in un  bell’articolo sul New England Journal of Medicine  (NEJM)di qualche mese fa (HARTZBAND P, GROOPMAN J. The New Language of Medicine. NEJM. 2011; 365: 1372.  7). Essi rilevano che  essendo nel bel mezzo di una crisi economica, gli  sforzi per riformare il  sistema sanitario si sono  concentrati soprattutto sul controllo dei costi ai vari  livelli. A tal fine, molti economisti e responsabili  delle politiche sanitarie hanno già da tempo proposto  che la cura del paziente dovrebbe essere industrializzata e standardizzata.   Ospedali e cliniche dovrebbe funzionare come  moderne fabbriche e termini “arcaici”, come medico, infermiere e paziente dovrebbe quindi essere  sostituiti con una terminologia che si inserisca in  questo nuovo ordine di idee.    Ma  queste  parole  che  abbiamo sempre utilizzato per spiegare i diversi ruoli  in ambito sanitario non sono facilmente  intercambiabili con i nuovi termini: al contrario esse  sono significativamente molto potenti nel  determinare precise aspettative circa i ruoli, e  rimandano a precisi comportamenti da parte di chi  ha scelto una professione sanitaria. Perciò questo  cambiamento nel linguaggio della medicina ha  conseguenze molto pesanti e deleterie sulle relazioni  tra medici, infermieri, o qualsiasi altro professionista  sanitario, ed i pazienti di cui si prendono cura.  Queste relazioni sono ora delineate fondamentalmente in termini di una transazione commerciale:  il consumatore o cliente  è il compratore, e il  “provider” è il fornitore o  venditore di un servizio  sanitario. Non c’è dubbio che vi sia una sensibile  implicazione finanziaria dell’assistenza clinica ma  questa è solo una parte marginale di tutta  l’assistenza e comunque per chi è malato questa è la  parte meno rilevante. I termini “consumatore” e  “fornitore di servizi” sono molto riduttivi e non  tengono conto della dimensione spirituale,  psicologica e umana della relazione tra professionisti  e pazienti, relazione che rende la medicina una  “vocazione”, nella quale la dedizione e l’altruismo  dovrebbero mettere in secondo piano il guadagno  personale in termini di gratificazione economica o di  produttività aziendale. Il termine “fornitore di  servizi”, poi, è talmente e forse anche deliberatamente generico, che non permette di  designare in modo specifico il ruolo o il tipo di  competenza di ciascun professionista. Ogni medico,  infermiere, fisioterapista, ecc., si è formato ed ha  acquisito delle competenze specifiche che non  possono essere incluse nel termine generico di  “fornitore” che non rimanda affatto ad una professionalità. Non emerge dal termine alcun riferimento  al ruolo di medico come un maestro che ha speciali  conoscenze per aiutare il paziente, a capire le ragioni  della sua malattia e le possibili modalità di porvi  rimedio. Non viene reso alcun onore al lavoro  dell’infermiere che con le sue autonome e specifiche  competenze nell’ambito dell’assistenza rende  possibile, in stretta collaborazione con il medico, una  guarigione efficace. Al contrario, il termine generico  “fornitore” suggerisce che i medici e gli infermieri e  tutti gli altri professionisti medici siano intercambiabili. “Fornitore” suggerisce anche che  l’assistenza sia fondamentalmente una merce  preconfezionata su uno scaffale che è venduta al  “consumatore”, piuttosto che qualcosa di  personalizzato e dinamico, realizzato da  professionisti qualificati, su misura del singolo  paziente. Sembra che tutto l’incontro clinico sia  guidato esclusivamente dall’obiettivo di produttività  di fronte al quale il cliente o il consumatore si pone   con sospetto (“compratore  stai attento!”, sembra  essere l’atteggiamento di fondo) cosa che difficilmente si concilia con un’atmosfera di fiducia così  centrale e fondamentale nel rapporto tra il medico o  l’infermiere e il paziente. Se ci pensiamo bene, che  cos’altro sono le frequenti denunce dei pazienti nei  confronti dei professionisti sanitari che, per  definizione, in base al loro ruolo di fornitori di  servizi, non potranno fare altro che gli interessi  personali o dell’azienda e  che non coincidono con  quelli dei loro pazienti? Ridurre la medicina  all’economia rende una beffa il legame tra terapeuta  e malati. Per secoli, i medici che si sono mostrati  attaccati al denaro sono stati pubblicamente  sbeffeggiati in romanzi e opere teatrali in quanto  avevano tradito la loro vocazione. E adesso dovremmo celebrare il medico e la sanità che  intendono massimizzare i profitti vendendo servizi ai  pazienti -“consumatori”? I pazienti non sono  consumatori, tuonava Paul Krugman dalla colonne  del New York Times del 21 Aprile scorso, e trova che  tutto ciò è nauseante e che la prevalenza di questo  tipo  di  linguaggio  sia  il  segno  di  qualcosa  che  è  andato distorto non solo in questo ambito ma più in  generale nell’ambito dei valori della nostra società.  Ma questo movimento verso l’industrializzazione e la  standardizzazione di tutta la medicina (e non solo ai  fini del miglioramento dell’assistenza) ha  profondamente inciso anche su alcuni altri termini  che sono stati fondamentali per la nostra formazione  medica: scompare il concetto di “giudizio clinico”  sostituito da “pratica basata sull’evidenza  scientifica”. Ma l’evidenza non è qualcosa di nuovo,  in tutta la nostra formazione medica da più di  trent’anni si è sempre fatto riferimento ai dati  scientifici per confermare  la pratica clinica. Si  parlava dei risultati dei diversi protocolli di ricerca  nelle conferenze, e se ne discuteva nei congressi, ma  è stato proprio l’esercizio del giudizio clinico che ha  permesso la valutazione di quei dati e l’applicazione  dei risultati degli studi ad ogni singolo paziente, è ciò  era vista come l’espressione massima della pratica  professionale. Ora gli esperti di politica sanitaria e  anche gli stessi medici sostengono che l’assistenza  clinica dovrebbe essere essenzialmente una  questione di attuazione di linee-guida predefinite in  una fabbrica di progetti, preparate da esperti,  contenute in manuali operativi. Solo a queste lineeguida viene attribuito il carattere di scientificità e  oggettività, mente il vecchio caro giudizio clinico è  descritto come soggettivo, inaffidabile e non  scientifico. C’è evidentemente un errore di fondo in  questa concezione: infatti,  mentre i dati di per sé  sono obiettivi, misurabili e quantizzabili, la loro  applicazione nella pratica clinica da parte degli  esperti, che su tali dati hanno formulato le loro lineeguida, non lo è. E anzi talora risulta “inconcepibile”  che qualcuno “osi” discostarsi dalle linee-guida  anche se ottiene nella pratica clinica risultati  “evidenti”. Lo sanno bene alcuni nostri ricercatori  che, nel presentare per la pubblicazione una loro  ricerca ad una nota rivista internazionale ad elevato  Impact Factor, si sono sentiti rispondere dall’Editore  che l’articolo non veniva accettato solo perché  riguardava una ricerca sui  pazienti maschi infertili  che secondo i parametri seminali previsti dalle lineeguida dell’OMS dovevano essere avviati alla  fecondazione in vitro, mentre i nostri ricercatori  hanno potuto rilevare una significativa fertilità  spontanea in questi soggetti che avevo osato non  adeguarsi alle linee-guida e ricorrere alla FIVET. Per  fortuna un’altra rivista ha accettato la pubblicazione  che così potrà offrire un elemento di riflessione a chi  si occupa di problemi di infertilità maschile (MILARDI D, GRANDE G, SACCHINI  D ET AL. Male Fertility and Reduction in Semen Parameters: A Single Tertiary-Care Center Experience. International Journal of Endocrinology 2012, Article ID 649149, 6 pages, 2012. doi:10.1155/2012/649149). Questa constatazione, che la pratica clinica basata  sull’evidenza codificata in linee-guida abbia un  ineludibile nucleo soggettivo, è avvalorata dal fatto  che pur lavorando con gli stessi dati scientifici,  diversi gruppi di esperti possono elaborare lineeguida diverse per condizioni comuni come  l’ipertensione o l’ipercolesterolemia o l’uso di test di  screening per il cancro  della prostata o della  mammella. Definire i cut-off per iniziare o meno un  trattamento, sottoporre o meno ad un test, soppesare  il rapporto tra i rischi e i benefici: riflettono tutti i  valori e le preferenze degli esperti che redigono le  raccomandazioni. E questi valori e preferenze sono  tutti soggettivi, non scientifici, ribadiscono  Groopman e Hartzband. Ora, quale impatto potrà  avere questo nuovo vocabolario sulla prossima  generazione di medici e infermieri? Ripensare i loro  ruoli come quelli di “fornitori di sevizi” che devono  eseguire meramente indicazioni prefabbricate  diminuisce sicuramente la loro professionalità e  inevitabilmente anche la loro responsabilità morale  nei confronti dei pazienti. Allo stesso modo,  ripensare alla medicina in termini economici e  industriali difficilmente  attirerà l’interesse di  pensatori creativi e indipendenti con competenze  non solo nella scienza e la biologia, ma anche con  una attenzione autentica  agli aspetti umani della  cura. Quando noi stessi siamo malati, vorremmo che  qualcuno si prendesse cura di noi come persone non  come clienti paganti e che il trattamento venisse  individualizzato secondo i nostri valori e le nostre  preferenze. Perciò, nonostante l’ipocrita espressione  “medicina centrata sul paziente” che pure  continuiamo ad usare, da  parte di chi spinge verso  l’adozione del nuovo linguaggio in medicina, l’attenzione è chiaramente spostata dal paziente al  sistema e ai suoi costi. Terminologie del mercato e   dell’industria possono essere utili agli economisti ma  non dobbiamo permettere  che questo vocabolario  ridefinisca la professione medica. “Cliente”, “consumatore”, “fornitore di servizi”, “produttività” sono  parole che non devono entrare nell’insegnamento  medico e nella clinica e i medici, gli infermieri e tutti  gli altri professionisti sanitari dovrebbero rifuggire  l’uso di tali termini che sviliscono il paziente oltre  che loro stessi e pericolosamente minano l’essenza  della medicina. Sin dal primo anno nel corso di  Laurea in Medicina e chirurgia di molte università è  stato inserito il Corso integrato di Scienze umane al  fine di contribuire a far emergere nello studente che  inizia il suo corso di studi medici una visione unitaria  dello sviluppo delle conoscenze biomediche e delle  abilità professionali, decisionali ed operative così che  accanto alle competenze tecnico-scientifiche egli  acquisisca anche una sensibilità ai problemi umani  della persona sofferente, delle capacità umane e  comunicative e una responsabilità etico-sociale  nell’azione di cura, che abbia certamente un occhio ai  costi ma solo nella prospettiva di un equo utilizzo  delle risorse. E parametro  di questa equità è il  singolo paziente il cui interesse non può mai essere  subordinato all’interesse della società.     

domenica 1 aprile 2012


Laicità: l’errore di Paolo Flores d’Arcais di Luigi Baldi, dottore di ricerca in Filosofia, 1 aprile, 2012, http://www.uccronline.it

Di grande interesse risulta il dibattito suscitato da un intervento del Card. Angelo Scola (“La presunta laicità della politica”), pubblicato su “Repubblica” del 26/2/2012, stralcio di una conferenza tenuta nello stesso giorno nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, e dalla lettera di risposta del Prof. Paolo Flores d’Arcais, pubblicata sempre su “Repubblica” il 28/2/2012.

Scola parte dalla constatazione di una crisi comunicativa epocale, dovuta all’incapacità dei diversi codici universali secolarizzati di elaborare una piattaforma di valori comune agli uomini. E’ la sfiducia nella possibilità stessa di una domanda fondata su un logos, quindi, comunicabile e condivisibile da tutti gli uomini, in quanto dotati di ragione. La sfiducia nel logos si traduce inevitabilmente nella difficoltà di comunicare, negando il fondamento della democrazia, come ricerca dialogica del bene comune della polis. Se ogni opinione è vera ne consegue che la verità è un fatto privato: pubblico è solo lo spazio vuoto, il contenitore neutro. La democrazia si risolve, allora, in una procedura di garanzia del “rispetto delle regole” (innanzitutto quella della maggioranza), che implica la neutralità dello spazio pubblico, ovverosia l’azzeramento di qualunque pretesa di cercare il vero e il bene universale.

Per Scola, invece, la politica è «l’ambito in cui tutti i “diversi” debbono avere la possibilità di contribuire responsabilmente al bene comune della comunicazione», in quanto è «veramente pubblico, e perciò sanamente laico, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti, di mettersi nel gioco di una “narrazione reciproca». Flores d’Arcais obbietta che la laicità della polis si misura sull’assenza di ogni «riferimento religioso nello spazio pubblico»;, ovverosia in «quel processo permanente di formazione dell´opinione pubblica e deliberazione istituzionale, che mette capo alla promulgazione di una legge». Il fatto è che per Scola il senso religioso è un fatto pubblico per definizione e si radica in quell’esperienza di apertura trascendentale all’essere, che sta alla base anche della filosofia, dell’arte, della scienza, in una parola dell’uomo. L’uomo come persona è per natura “politico”, aperto alla relazione e alla condivisione con gli altri, quindi alla ricerca in comune del bene della polis. Il pubblico, da questo punto di vista, non è una zona franca rispetto alla realizzazione di questa dinamica umana, ma è, al contrario, proprio il luogo della sua attuazione, del farsi della sua storia: è un pieno, non un vuoto. Laicità, dunque, significa apertura alla ricchezza dell’umano, non chiusura in uno spazio autosufficiente e puro perché “bianco”. Il pubblico è laico nella misura in cui pone le condizioni affinchè l’uomo possa svilupparsi e attuare in pienezza le proprie potenzialità naturali di essere razionale e relazionale.

La religione, quindi, ha una dimensione pubblica perché il senso religioso costituisce storicamente il principio ispiratore della cultura umana in tutte le sue espressioni. Possono esistere stati atei ma non popoli senza una tradizione religiosa. Tenere conto della tradizione religiosa del suo popolo è cosa ben diversa per uno stato da imporre una religione ai cittadini o discriminare in virtù dell’appartenenza religiosa. Non si può obiettare che lo stato deve essere neutro, altrimenti discrimina necessariamente. Una neutralità di tal fatta è solo una finzione, che nasconde semplicemente il tentativo scorretto e surrettizio di sostituire la propria concezione a un’altra concorrente. Ciò che conta è il rispetto dei diritti inviolabili della persona umana, tra i quali c’è proprio la libertà da coercizioni nella ricerca della verità, cioè la libertà della volontà sulla base del giudizio della coscienza, specialmente in materia religiosa. Flores d’Arcais parte, invece, da una identificazione tra pubblico e privato, in cui il primo si identifica con una sua dimensione fondamentale ma parziale, cioè lo stato. In tale quadro tutti i soggetti diversi dallo stato perdono il carattere di “pubblico” e divengono automaticamente privati, legittimati a esistere per concessione dello stato, ma privati.

Proprio nel Cristianesimo, del resto, è l’origine del concetto di laicità («il mio regno non è di questo mondo», Gv 18, 36). La tentazione di arrivare alla Resurrezione senza passare attraverso la Croce è all’origine di ogni fondamentalismo religioso. L’alterità irriducibile di Dio rispetto al mondo impedisce di confondere il Regno di Dio con qualunque realizzazione umana, per quanto cristiana sia (“Gaudium et Spes” 39). Se Dio è trascendente e creatore, il potere non può essere divinizzato e la politica appartiene all’ambito delle realtà penultime, “cause seconde” (San Tommaso) o “fini infravalenti” (Maritain).  Qualunque concezione immanentistica che collochi la causa prima nel mondo, giungendo, perciò, a divinizzarlo, finisce, invece, per assolutizzare e divinizzare anche il potere politico. Ne sono esempi il totalitarismo, vera religione secolare, e lo stesso fondamentalismo religioso, che, al di là dell’apparente rivendicazione anti-moderna del primato di Dio sul “secolo”, assomiglia a una forma molto moderna di politicizzazione del religioso. Il cristiano si muove nell’ambito delle realtà penultime con la capacità di argomentazione fondata sulla propria natura di creatura razionale, consapevole che il senso del penultimo sta nelle realtà ultime. La Chiesa è competente su “come si va in cielo”, non certamente su “come va il cielo”: il fatto è che a volte chi è competente in quest’ultimo ambito pretende, sulla base del suo metodo di argomentazione, di parlare del primo. Essa, quindi, non può tacere quando le questioni tecniche coinvolgono problemi morali e toccano la verità rivelata su Dio e sull’uomo; né si vede perché dovrebbe farlo nel legittimo e “laico” confronto delle idee.

Non sono mancati tra i cristiani in diversi momenti storici cedimenti alla tentazione di scambiare il Regno di Cristo con il potere temporale e ciò può ancora accadere. E’, tuttavia, segno di profonda intolleranza e arroganza pretendere di imporre ai credenti di separare la propria fede dalla vita; sarebbe come pretendere da un ateo di separare il proprio ateismo dall’impegno pubblico. L’uomo non è fatto a moduli o a compartimenti stagni, in modo tale che se ne possa frantumare l’unità di vita, scindendo irrimediabilmente la vita privata da quella pubblica. In un contesto di trasformazioni ed emergenze epocali come il nostro è più che mai indispensabile il contributo di tutte le energie alla soluzione di problemi planetari e inediti. In tale quadro un’idea di separazione tra religione e vita pubblica, che cerchi di chiudere la fede nel privato delle coscienze appare molto limitante. Dalle parole del prof. Flores d’Arcais, invece, risulta con evidenza il timore che il contributo delle religioni alle determinazioni della vita pubblica possa portare all’imposizione di una certa concezione o modello di vita personale e sociale sugli altri. L’equivoco di fondo è dato dalla confusione tra verità e sua imposizione. Il Cristiano, proprio perché sa che il regno di Dio non è di questo mondo e che lo stile di Gesù Cristo non conosce forzature e imposizioni, non può imporre niente a nessuno: quando lo ha fatto e lo fa ha sbagliato e sbaglia, confondendo errore ed errante e dimenticando, altresì, che «omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»(San Tommaso).

Lo stesso Dottore Angelico, pur non usando i termini “laicità” e “laicismo”, afferma che la legge umana e legge morale naturale non si sovrappongono, per cui la prima non necessariamente proibisce tutto ciò che proibisce la seconda. Essa non può imporre la virtù perché, così facendo, imporrebbe un livello di tensione etica, che molti non sarebbero in grado di sostenere; per questo si limita a vietare soltanto i comportamenti più gravi, che mettono direttamente in pericolo la conservazione della comunità umana (per es. omicidi, furti e simili) (S.Th. I-II, 96, 2). La vera intolleranza sembra essere oggi quella di chi pretende, con le armi spuntate di una ragione cartesiano-spinoziana, di ergersi a giudice inflessibile e inappellabile dei contenuti della rivelazione cristiana, tanto da decretarne l’ostracismo dalla comunità civile. Il prof. Flores d’Arcais sottolinea che mai un credente può utilizzare Dio nel processo di formazione di una legge, per se stessa generale, cioè valida per tutti. Tale affermazione, però, presuppone una concezione della fede forse propria della riforma, certamente del fondamentalismo religioso o del “New Age”, irriducibilmente separata dalla cultura e non “fides quaerens intellectum”, secondo la tradizione cattolica. La fede cristiana è una delle fonti ispiratrici primarie della nostra cultura e questo vale anche per le categorie concettuali di coloro che la contestano: l’idea di laicità che professano, i diritti umani e la libertà di cui parlano, le università in cui molti insegnano, l’assistenza e gli ospedali dove anche loro si curano, i centri storici medioevali, le cattedrali e l’arte che anche loro, si spera, ammirano, la stessa Costituzione italiana vigente (relativamente al contributo, peraltro determinante, dei cattolici) sono tutti prodotti della cultura ispirata da una fede pensata e vissuta, come non può non essere la fede cristiana e che non avremmo se i credenti l’avessero riservata al privato.

Il fatto è che spesso un’argomentazione razionale, se proposta da un credente, ancora più se ecclesiastico, è valutata in modo pregiudizialmente negativo, mentre egli è chiamato, proprio in virtù della propria fede, a “rendere ragione della speranza” (1Pt 3, 15). L’argomentazione, allora, non è e non può essere il “Dio lo vuole” o il “perché sì!”, ma la dignità dell’uomo, creato come imago dei, senza che questo significhi per il credente aver «già messo tra parentesi la sua fede e il suo vissuto religioso, … cioè già esiliato il suo Dio dalla sfera pubblica». E’ la scelta tra un’idea di famiglia come soggetto meritevole di tutela dal punto di vista pubblico, per la sua rilevanza in relazione all’educazione dell’uomo e del cittadino, oppure come soggetto privato, in cui è prioritaria la salvaguardia degli interessi degli individui che la compongono. Si deve intendere per famiglia una “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29 Cost.), cioè una formazione sociale “originaria”, proprio perchè precedente lo Stato e, perciò, dotata di diritti ad esso preesistenti, come avviene per i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 Cost.) oppure una qualunque comunità tra persone fondata sul sentimento reciproco e sul desiderio di stare insieme, come soggetto privato che prescinde da ogni distinzione di sesso? E’ l’opzione tra un’idea di uomo come individuo, dotato di diritti e interessi tendenzialmente illimitati perché fondati sulla sua costituzione biologica, in cui il desiderio e la volontà assumono valore normativo e la cui libertà significa assenza di legami e l’idea di uomo come persona, singolo irripetibile e originario, ma naturalmente relazionale  e sociale, la cui libertà è responsabilità verso l’altro, mai assoluta ma sempre relativa a un ordine di valori oggettivo, basato sulla dignità della persona umana. E’ la scelta tra il riconoscimento che a partire dal concepimento, con la formazione del corredo genetico, si è in presenza di un essere umano, che va trattato come persona e il primato della volontà individuale e collettiva, che sceglie di determinare convenzionalmente il momento dell’emergere di una vita umana degna di tutela. E’ l’opzione tra disponibilità e indisponibilità della vita umana. E’ di questo che si discute.