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mercoledì 9 settembre 2015

Aborto. Così la Cgil porta in Europa la sua guerra (ingiusta) alle coscienze dei lavoratori settembre 9, 2015 Redazione, http://www.tempi.it/


Lunedì 7 settembre a Strasburgo è arrivata (di nuovo) davanti al Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, l’infinita disputa italiana in merito all’applicazione della legge 194, che secondo i fautori dell’aborto come “diritto” sarebbe messa a repentaglio da un molto presunto eccesso di medici obiettori. La particolarità di questo “nuovo” attacco alle coscienze dei lavoratori della sanità è che a presentare il reclamo è stata la Cgil.

L’ACCUSA. L’accusa del sindacato, contestata dal governo italiano all’udienza pubblica andata in scena l’altroieri, è la solita: nel nostro paese ci sono troppi medici obiettori (il 69,6 per cento dei ginecologi secondo i dati ufficiali), il loro rifiuto di praticare aborti rappresenta un ostacolo alla fornitura del “servizio” e genera un intollerabile sovraccarico di lavoro per i colleghi non obiettori, ragion per cui occorre limitare l’esercizio della libertà di coscienza. Per la cronaca, la denuncia della Cgil, che risale al 2013, ricalca un reclamo precedente presentato (con successo) dall’International Planned Parenthood Federation European Network, il movimento internazionale per la “pianificazione familiare” legato all’omonimo colosso americano delle cliniche abortive.

COME PLANNED PARENTHOOD. La disputa comunque è solo all’inizio e per adesso è in discussione solo l’ammissibilità o meno del reclamo che sta molto a cuore al segretario Susanna Camusso. E in ogni caso il Comitato europeo dei diritti sociali non è un organo decisionale né giudiziario, ma una commissione chiamata a valutare l’effettiva applicazione da parte degli Stati della “Carta europea dei diritti sociali”, sottoscritta dall’Italia nel 1996 e ratificata nel 1999. Già una volta il nostro paese è stato “condannato” da questo organismo per la presunta «violazione dei diritti delle donne» causata «dall’elevato e crescente numero dei medici obiettori di coscienza» rispetto alla 194: è successo l’anno scorso, proprio in merito al caso aperto da Planned Parenthood, e guarda caso la notizia della “bocciatura” è iniziata a circolare sui giornali l’8 marzo, quando non c’era ancora nulla di ufficiale.

NESSUN PROVVEDIMENTO. Sarebbe toccato al Consiglio dei ministri dell’Unione Europea dare un seguito concreto alle conclusioni raggiunte in quella occasione dal Comitato, adottando risoluzioni generali o addirittura prescrittive nei confronti dell’Italia. Tuttavia, dopo un’audizione del governo, Bruxelles si è limitata a pretendere da Roma una periodica relazione sullo stato delle cose, scelta di per sé già indicativa dell’alto tasso di pretestuosità e di ideologia che sta alla base del reclamo della Cgil.
Lunedì infatti il governo italiano in sostanza ha ribadito i dati contenuti nell’ultima relazione annuale sull’interruzione volontaria di gravidanza presentata nell’ottobre scorso dal ministero della Salute al Parlamento, strumento che, per inciso, rappresenta la più capillare raccolta di dati disponibile sul tema, frutto del lavoro della task force istituita da Beatrice Lorenzin proprio in conseguenza dell’ennesima polemica intorno ai medici obiettori.

I DATI. Premesso che il tema dell’organizzazione del lavoro dei medici attiene alle Regioni, e che il ministero interviene solo in caso di specifiche denunce, secondo il governo le criticità denunciate dalla Cgil non sussistono. L’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, si effettua «nel 64 per cento delle strutture disponibili», e in sintesi sono tre i parametri che dimostrano che a livello nazionale l’offerta del “servizio” non è affatto in pericolo: 1) in quanto ai numeri, mentre gli aborti sono pari al 20 per cento delle nascite, i “punti Ivg” in Italia sono pari al 74 per cento dei “punti nascita”; 2) confrontando i dati rispetto alla popolazione femminile in età fertile, ogni 3 strutture in cui si pratica l’aborto, ce ne sono 4 in cui si partorisce; 3) riguardo al carico di lavoro dei medici abortisti, su 44 settimane lavorative annuali, in Italia ogni non obiettore effettua 1,4 aborti a settimana, valore che rappresenta la media tra il minimo registrato in Valle d’Aosta (0,4) al massimo del Lazio (4,2).
A Strasburgo la Cgil ha portato anche testimonianze di presunte azioni di mobbing esercitate in ospedali italiani nei confronti del personale non obiettore. Al ministero però – è la difesa del governo – non sono pervenute denunce circostanziate di disservizi o di altre irregolarità.

Foto Ansa

venerdì 24 gennaio 2014

E adesso cominciano con l'abortofobia di Massimo Introvigne, 24-01-2014, www.lanuovabq.it

Buona parte dell'Europa Occidentale - sappiamo come sta andando in Italia - si è ormai dotata di leggi contro l'omofobia: chi critica l'omosessualità rischia di andare in galera. Anzi, non è che rischi: ci va davvero, come capita settimanalmente in Francia, in Gran Bretagna e altrove. Solo la settimana scorsa in Scozia un predicatore che citava tra i peccati gravi l'omosessualità è stato accompagnato, neppure troppo gentilmente, in prigione.

Non finisce qui. Ormai messa in sicurezza - anche se in Italia qualcuno, fastidiosamente, resiste - la legge sull'omofobia, le lobby e i poteri forti europei si sono chiesti: ma se è reato parlare male del «matrimonio» omosessuale, perché invece è permesso parlare male dell'aborto? Due pesi e due misure: l'ideologia omosessualista è imposta obbligatoriamente per legge, quella abortista ancora no.

Per rimediare alla grave sperequazione si è mossa per prima, al solito, la Francia. Al Parlamento francese è in discussione una legge per promuovere (ulteriormente) l'uguaglianza fra gli uomini e le donne e i diritti della donna. Hollande ha dichiarato che si tratta di una priorità del suo mandato, il che ha scatenato gli umoristi transalpini, i quali propongono di chiedere notizie su come il presidente intende i diritti delle donne alle sue varie compagne, prima cornificate a ripetizione e poi abbandonate senza cerimonie per donne più giovani.

Non ha invece nulla di umoristico l'uso della nuova legge per bastonare gli anti-abortisti. Sono infatti stati introdotti due articoli di straordinaria gravità. Il primo modifica la legge francese che permette l'aborto alle donne «in situazione di difficoltà». Si tratta di un'evidente foglia di fico e la storia francese non riporta nessun caso - neppure uno solo - di donne cui sia stato negato l'aborto non riscontrando la «situazione di difficoltà». Ora queste parole saranno modificate, e la nuova legge affermerà che l'aborto è permesso alle donne «che non desiderano portare a termine la gravidanza». Non ci sarà nessuna conseguenza pratica - l'aborto in Francia di fatto è già permesso a qualunque donna lo chieda -, ma il cambiamento è decisivo dal punto di vista del principio. L’aborto non è più considerato la conseguenza di una difficoltà, un dramma, una sconfitta ma un'opzione del tutto normale e un diritto. D'altro canto, la modifica legislativa si fonda su un parere dell'Alto Consiglio dell'Uguaglianza, un'istituzione tipicamente francese, secondo cui «l'aborto non dev'essere considerato un problema ma una soluzione».

La ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, si è spinta fino a sostenere che gli aborti in Francia potrebbero essere ancora troppo pochi. La popolazione è salita di 1,7 milioni di abitanti rispetto al 2006. L'aumento è dovuto principalmente all'immigrazione, e Hollande promette a breve l'eutanasia che rimetterà a posto le statistiche relative ai troppi vecchi, ma non importa. Alla ministra il 35% di donne francesi che sono passate per l'aborto e i 220.000 bambini uccisi con gli aborti l'anno scorso, a fronte di 810.000 nascite, sembrano ancora troppo poche.

C'è poi il cattivo esempio della Spagna, che si appresta a introdurre qualche limitazione all'aborto. Un'altra ministra francese, quella della Sanità Marisol Touraine - figlia del famoso sociologo Alain Touraine - ha chiamato alla «mobilitazione» contro il progetto di legge spagnolo. Un tempo mobilitare un Paese contro una legge di un Paese vicino era causa di rottura delle relazioni diplomatiche, o peggio: ma i tempi sono cambiati e comunque la ministra non se ne preoccupa.

Per evitare qualunque forma di contagio spagnolo è stato introdotto un secondo emendamento alla legge sull'aborto. Era già vietato «ostacolare l'aborto» di una donna fisicamente. Ma ora è vietato anche ostacolarlo psicologicamente, e interferire - così recita l'emendamento - con «il diritto della donna a ottenere informazioni sul l'aborto». Va da sé che si intendono informazioni che la accompagnino ad abortire. La legge mira precisamente a impedire che riceva informazioni diverse. Leggendo i lavori preparatori si comprende che l'intenzione del legislatore è vietare che negli ospedali si parli alle donne di alternative all'aborto, che dentro gli ospedali circolino volontari dei centri di aiuto alla vita, e che anche fuori e nei dintorni degli ospedali si svolgano proteste o si offrano informazioni favorevoli alla vita alle donne. Su questo la ministra Vallaud-Belkacem è stata chiara: gli attivisti pro life che bazzicano nei dintorni o peggio dentro gli ospedali devono andare in prigione. Ha affermato, invece, che le marce per la vita e altre manifestazioni generiche anti-abortiste, che non si presentino come informazioni offerte alle donne incinte, potranno ancora svolgersi.

C'è però una zona grigia. Oggi la maggioranza delle persone ha uno smartphone se non un tablet computer, comprese le donne che vanno in ospedale ad abortire. Potrebbero dunque ricevere informazioni che le spingano a rinunciare all'aborto non a voce ma via Internet. Già prima della legge il governo francese aveva intrapreso una massiccia campagna, volta a «saturare» Internet e i motori di ricerca di propaganda abortista, emarginando i siti pro life. Ora però - almeno secondo l'interpretazione meno rassicurante della legge - chi gestisce questi siti rischia due anni di prigione, che è la pena prevista per chi ostacola «psicologicamente» l'aborto.

I due emendamenti, in realtà, sono collegati. Se l'aborto non è un dramma e non deriva da una difficoltà, ma è una delle due scelte normali di una donna incinta e un diritto fondamentale di tutte le donne, è chiaro che attaccare un tale diritto deve essere vietato. Così come va vietata l'obiezione di coscienza ai medici: prossima tappa, già annunciata dalle organizzazioni abortiste francesi.

La legge è passata in prima lettura, ma ne attende una seconda. Lo scorso 19 maggio quarantamila persone hanno marciato per la vita a Parigi, protestando soprattutto contro questa legge che intendono fermare, confortate e sostenute da un messaggio di Papa Francesco, che ha «assicurato la sua vicinanza spirituale» ai partecipanti. Venerdì 24 gennaio il Papa incontra Hollande in Vaticano. Della parte privata dell'incontro è probabile che non trapeli nulla, ma è difficile immaginare che questa legge liberticida resti fuori dal colloquio.

Il laicismo italiano, fin dai tempi dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese, imita di solito le peggiori idee francesi con qualche anno di ritardo. Iniziamo a preoccuparci anche noi. Se passa la legge sull'omofobia, il prossimo passo sarà vietarci di criticare l'aborto.

giovedì 17 ottobre 2013

ANCHE L’ONU È CONTRO LA FAMIGLIA: l’omofobia sarà un reato internazionale - 26 settembre 2013 primo grande incontro dei ministri delle Nazioni Unite sui diritti LGBT - http://www.lamanifpourtous.it/sitehome/in-evidenza/anche-lonu-la-famiglia-lomofobia-sara-reato-internazionale/

ONU

La pressione internazionale cresce sul piccolo stivale mediterraneo; mentre gli italiani prendono lentamente coscienza della manovra rivoluzionaria e antidemocratica che si sta attuando in Parlamento alle loro spalle, l’ONU rincara la dose al fine di scoraggiare qualsiasi azione che possa impedire o quantomeno ostacolare l’attuazione della legislazione anti-omofobia che si sta stendendo come una cappa soffocante su tutti i paesi dell’Unione Europea.

Dall’ultimo meeting delle Nazioni Unite emerge, infatti, la volontà di continuare a perseguire e diffondere un concetto di libertà che corrisponde alla totale assenza di obblighi e di doveri  e alla soddisfazione di ogni desiderio (legittimo o illegittimo non ha importanza) giustificandolo entro l’intoccabile sfera del “diritto”. Tale concezione distorta del concetto di libertà, ormai entrata nel substrato culturale di noi tutti, muove dalla relativizzazione del concetto di cosa è “bene” per l’uomo, dichiarando che nessuno ha il diritto di dire all’altro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato poiché le categorie di giusto/sbagliato, di bene/male sarebbero del tutto soggettive e indeterminabili. Tuttavia l’affermazione sul piano sociale di una tale concezione relativista non può non avere ripercussioni gravi sulla felice convivenza degli individui che formano la società. Ciò produce, infatti, instabilità morale e indeterminatezza nell’applicazione della giustizia, poiché il diritto non avrebbe più un punto di riferimento universale diventando così una giustizia auto-fondante. Si avrebbe perciò un diritto positivo che altro non sarebbe che “arbitrio puro” ossia una giustizia alla mercé del legislatore che può stravolgerne i contenuti a seconda delle mode e dei capricci del momento. Il concetto stesso di legge che è al di sopra di tutti verrebbe meno, poiché diverrebbe uno strumento manipolabile nelle mani del vincitore di turno alle elezioni.

Inoltre assumere il concetto di “diritto” come arma per affermare qualsiasi tipo ideologia, nel caso specifico di quella gender, produrrebbe quella situazione sociale descritta da Hobbes come homo homini lupus. Con una piccola differenza; Hobbes credeva che tale situazione fosse lo stato naturale dell’uomo e che solo lo stato potesse risolverla attraverso l’assunzione della libertà dei singoli per realizzare il “bene comune”. Nella situazione attuale, invece, sarebbe proprio lo stato a creare una sorta di odio sociale, instaurando un clima di “caccia alle streghe” che evidentemente non corrisponde alla realtà dei fatti. Si vorrebbe creare cioè un carnefice (i cosiddetti “omofobi”) e una vittima (i cosiddetti “LGBT”) al fine di motivare l’urgenza dell’approvazione di una serie di leggi che hanno tutt’altro fine: la distruzione della famiglia. La strumentalizzazione delle morti di alcune povere persone per sostenere la teoria di genere e l’approvazione di leggi liberticide è un’operazione abietta e subdola che tende ad istigare una lotta fra le categorie sociali che nella realtà non sussiste. La tattica è sempre la stessa: assumere dei casi limite, delle isolate manifestazioni di “discriminazione” e “violenza”, se motivate poi da omofobia è tutto da verificare, come pungolo per introdurre una legge univoca. L’eccezione che diviene regola declina così un principio giuridico universale per dei casi particolari che serve non per difendere una categoria discriminata o vittima di violenze, bensì per affermare un principio etico ben preciso: qualunque sorta di aggregazione affettiva può essere famiglia. E’ facile prevederne le conseguenze nefaste: la “cosificazione” dei figli o, per usare un termine coniato dal noto pediatra C. V. Bellieni, la loro “giocattolificazione”. In tal senso i bambini divengono un semplice “diritto”, un qualcosa da ottenere a tutti i costi, un mezzo, e non più un fine in quanto persone. Già il mercato degli uteri in affitto è una triste realtà nei paesi come l’India dove le donne vengono comprate per pochi soldi pur di assicurare la loro disponibilità ad essere delle “macchine produttrici di bambini” per gli “aventi diritto”.

L’ONU utilizza la stessa dicitura adottata in Italia per la proposta di legge Scalfarotto ossia  “discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale”. In definitiva si delinea lo scenario di una legge che nella sua premessa vorrebbe porsi come tutela della libertà d’espressione contro qualsiasi forma di discriminazione ma nella sua prassi la negherebbe a chiunque non si dimostri d’accordo con l’opinione in oggetto, ossia la teoria del gender, o insegni che le ragioni su cui essa è fondata sono contro la morale, il diritto naturale, e la salute psicofisica delle persone con tendenze omosessuali. Tuttavia tale legislazione non spiega la ragione di fondo perché costituiscano aggravanti gli atti di violenza e di discriminazione verso persone con tendenze omosessuali. In tale ottica si viene instaurando una sorta di “categoria protetta”, una sorta di casta con dei privilegi intoccabili e delle tutele di cui gli altri cittadini non godono. Se veramente si vuole reprimere, come è giusto, ogni forma di violenza sarebbe più utile evitare di creare delle categorie di intoccabili, ma combatterla con gli strumenti che la legge fornisce già e diffusamente per tutte le categorie di cittadini. Non cadiamo nell’errore di fare di questa lotta all’omofobia un feticcio senza fermarci a considerare le implicazioni che ogni provvedimento legislativo produce sul piano della convivenza civile. La violenza va stigmatizzata, sempre e dovunque, in maniera univoca per la difesa di ogni essere umano dal più piccolo al più grande senza eccezioni.

martedì 11 dicembre 2012


Difesa della giusta differenza - 11 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it

«Come si comincia a pensare? Quali grandi libri ha incontrato per primi: la Bibbia o i filosofi?». Inizia da queste impegnative domande il lungo dialogo tra Emmanuel Lévinas e Philippe Nemo, dipanatosi in 10 conversazioni radiofoniche a France-Culture tra febbraio e marzo 1981. Ora quei colloqui giungono in trascrizione italiana sotto il titolo «Etica e infinito» (Castelvecchi, pp. 128, euro 14,50, con un saggio introduttivo di Franco Riva). Il filosofo francese, scomparso nel 1995, vi affronta alcuni dei suoi temi preferiti, come «Bibbia e filosofia», «Il volto», «La responsabilità per altri», «La solitudine dell’essere»... Una sorta di compendio essenziale dell’opera del pensatore ebreo di origine lituana che Nemo definisce «il filosofo dell’etica, sicuramente l’unico moralista del pensiero contemporaneo».

Nel movimento verso la globalizzazione svolge un ruolo primario il progetto dei diritti umani, uscito dalla Dichiarazione universale del 1948 e ormai diffuso a livello mondiale. Si tratta di rendere universalmente effettivi i diritti (e i doveri) a partire da quelli più fondamentali, garantendo il rispetto dell’essere umano in ogni momento della sua esistenza. Da almeno trent’anni il progetto dei diritti umani risulta sottoposto a tensioni crescenti e a notevoli rischi per una divaricazione – all’inizio rimasta sottotraccia – tra interpretazione radical-libertaria e interpretazione dignitaria: la prima fa perno sui diritti di libertà del singolo, l’altra sulla dignità della persona. Il modo libertario di pensare i diritti, mentre nutre diffidenza verso tutto ciò che allude alla comunità, assegna una forte priorità a quelli individuali di libertà mentre sottostima gli altri diritti fondamentali. La visione dignitaria concede invece attenzione non solo alla libertà ma anche alla solidarietà e al fatto che le persone sono esseri relazionali.La Corte costituzionale tedesca in una decisione del 1954 sostenne: «L’immagine dell’uomo nella Legge fondamentale non è quella di un individuo isolato e sovrano. La tensione tra individuo e società [è risolta] a favore del coordinamento e dell’interdipendenza con la comunità senza alterare il valore intrinseco della persona». Nella tradizione libertaria dell’individuo autonomo spiccano non solo il primato dei diritti di libertà su ogni altro tipo di diritti, ma pure il ruolo sempre più forte giocato dalle nozioni di eguaglianza e di non-discriminazione, cui si ricorre per introdurre i cosiddetti «nuovi diritti».

Sotto il primo aspetto si deve rilevare che fondamentali diritti umani, quali il diritto alla vita e il diritto al lavoro, non sono in alcun caso titolabili come diritti di libertà, sicché il progetto e l’integrità dei diritti sono colpiti quando se ne proponga la riduzione suddetta. In secondo luogo assistiamo – in specie in Occidente ma poi anche con una diffusione planetaria ad opera di numerose agenzie internazionali – ad un ricorso sempre più indifferenziato ai criteri di uguaglianza e non­discriminazione, S come ha segnalato il cardinal Angelo Bagnasco al recente Forum del Progetto culturale. Essi vengono fatti valere non per paragonare quanto è simile, ma per introdurre un principio di indifferenza là dove invece la realtà stessa dice che differenze fondamentali ci sono. Valga l’esempio dell’unione omosessuale, che non ha titoli per essere considerata famiglia nonostante il tentativo diffuso di mescolare le carte sostenendo che l’eguaglianza sarebbe violata ed una discriminazione compiuta vietando all’unione omosessuale lo statuto di matrimonio e di famiglia. Si rimane interdetti quando gli stessi fautori dell’uguaglianza e della non­discriminazione in certi campi adottano i criteri opposti in altri campi. Si pensi alla diagnosi preimpianto effettuata sugli embrioni, in base alla quale alcuni sono assunti ed altri rifiutati: non siamo qui dinanzi a una flagrante violazione tanto dell’eguaglianza quanto della non­discriminazione? Il che induce a pensare che questi criteri siano adottati secondo le convenienze polemiche del momento e non come principi. Spesso si obietta che l’embrione scartato potrebbe essere portatore di difetti genetici: tuttavia il diritto alla vita non conosce gradi, e sta sopra il diritto alla salute. Veniamo al punto: l’impiego geometrico dei due suddetti criteri dimentica che la differenza non è sinonimo di diseguaglianza e di discriminazione, e che quest’ultima non ha solo un significato negativo. 

Discriminare non è sempre qualcosa di cattivo, poiché è semplice atto di giustizia trattare in modo diverso cose diverse. Riconoscere le differenze non significa discriminare, mentre ricorrere ai criteri di eguaglianza e non­discriminazione D in maniera assoluta può giustificare qualsiasi esito, come quelli di cancellare le diversità di genere o di inventare «nuovi diritti» quali il diritto al figlio, o a disconoscerlo dopo averlo voluto con la fecondazione in vitro (parto anonimo).Definire discriminazione una qualsiasi differenza è dunque un falso egualitarismo in cui non esistono più volti, ma tutto è indistinto, amorfo, intercambiabile e funzionale. Cancellare le differenze reali non è inclusione ma confusione. Su questi processi influisce la globalizzazione che spesso significa omogeneizzare o negare differenze nel nome di nuovi universali quali mercato, tecnica, scienza, Stato. Questi omologano nel preciso senso di nutrire avversione verso differenze reali, che invece vanno salvaguardate perché ci sono e constano. Se non vogliamo compromettere con l’ermeneutica libertaria il progetto dei diritti umani, bisogna mantenere il punto sui due aspetti richiamati: non cedere ai falsi universali omogeneizzanti; operare per una comprensione post-liberale e post-libertaria dei diritti umani, fondata sul «principio persona». Il termine post-liberale, che non significa naturalmente ostilità verso la libertà, è sostanziato da tre nuclei: i diritti di libertà non devono avere sempre e dovunque il predominio; il bilanciamento tra diritti e doveri deve essere più rigoroso che nell’individualismo liberale; la libertà del singolo non può riplasmare le differenze fino a farle scomparire. 

IL CASO/ Per aiutare la laicità, l'Europa dà una mano ai fondamentalisti - http://www.ilsussidiario.net

Redazione
martedì 11 dicembre 2012
IL CASO/ Per aiutare la laicità, l'Europa dà una mano ai fondamentalisti

2,8 milioni di euro in arrivo dalla Commissione Europea per un programma ad hoc, dedicato al Marocco, per sostenere due istituzioni che avranno l'obiettivo di proteggere i diritti dell'uomo: il consiglio Nazionale dei diritti dell'uomo e la delegazione interministeriale dei diritti dell'uomo. Il governo di Rabat si è presa l'impegno, davanti all'Ue, di rafforzare lo stato di diritto. “Prima di promuovere qualsiasi azione che prevedono stanziamento di fondi da parte di organi politici- dice Saber Mounia, segretario della Confederazione Marocchini in Italia- occorrerebbe dare impulso e incoraggiare una maggiore emancipazione delle donne perchè in Marocco, la difesa dei diritti dell'uomo è molto legata alla questione femminile”.
Dunque, cosa occorrerebbe?
Ci vuole un autoderminazione delle donne che passa dall'emancipazione femminile con una vera uguaglianza fra uomo e donna. Tutto questo dipende da politiche di accompagnamento al lavoro che permettano un'introduzione reale della parte femminile nella società e, magari, la creazione di imprese. Purtroppo, però, le politiche mancano perchè l'Esecutivo che sta al Governo da un anno non ha fatto nulla per aiutare le donne che, proprio oggi, sono scesi in piazza perchè vengano riconosciuti i loro diritti.
Non ci sono rappresentanti femminili nell'attuale governo?
Sì, ne abbiamo solo una che non ha fatto nulla per i diritti delle donne perchè anche lei, come i suoi compagni di partito, segue una corrente che non permette un progresso in questo senso.
Quale corrente?
Una corrente pro-religiosa che non fa altro che allontanare i suoi esponenti da politiche che possano promuovere i diritti umani.
Eppure l'Ue fa sapere che la nuova Costituzione marocchina prevede una serie di principi a garanzia del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Non è così?
La Costituzione è buona e il popolo l'ha votata quasi all'unanimità. I principi sono tutti validissimi e condivisibili ma è la pratica che manca. E' l'applicazione dei principi che per ora non è stato fatto. Se al Governo sono presenti ministri che appartengono ad una corrente filo-religiosa, la Costituzione serve a poco perchè i suoi dettami verranno interpretati a favore della Legge Islamica. E questo fa sì che non vengano neppure considerati certi temi fondamentali per i diritti umani, riconosciuti internazionalmente.
Quando lei parla di partito o Governo filo-religioso, intende fondamentalista?
Non direi fondamentalista ma basta dire filo-religioso per intendere che non è laico, aspetto fondamentale per un Esecutivo libero. La democrazia si basa su un organo di governo che sia in grado di separare la religione e il potere politico: in Marocco, questa distinzione non esiste e, ritengo, che questo empasse sia alla base di ogni preclusione ad alcuni diritti fondamentali.
Rispetto al Governo precedente, dunque, non sono stati fatti avanti nonostante tutto ciò che accaduto nel Paese?
Non lo saprei dire. So solo che l'unica persona che, prima e ora, sta cercando di creare un certo equilibrio è il Re che ha riempito e riempie falle vecchie e nuove, soprattutto, dal punto di vista sociale. E' lui a mettersi in prima linea in questo campo con la creazione di importanti progetti umanitari come la Fondazione Hassan II o la Fondazione per i bambini di strada o orfani. Anche sua moglie è molto attiva e si occupa dei malati terminali di tumore. In Marocco è la famiglia reale a prendersi cura del suo popolo e non il Governo che annovera fra i suoi componenti personaggi che non sono cresciuti nella politica ma nella religione ed è un rischio per il popolo.
Il cambiamento che speravate, quindi, non è avvenuto?
Seguendo le notizie che arrivano dal Marocco, ritengo che l'attuale Governo stia rischiando moltissimo. In un anno non ha mostrato alcun cambiamento. Anzi. Non mi stupirei se finisse come in Egitto.
Cosa auspicherebbe, in questo momento, per il suo paese?
Per primo, la laicità di stato che poi significherebbe una maggiore democrazia. Il Marocco è una nazione che basa parte della sua economia sul turismo e avere un governo religioso potrebbe penalizzare una voce importante di entrate. Il vecchio Esecutivo era formato da uomini che sapevano far girare l'economia, sebbene ci fossero personaggi corrotti, e che hanno fatto in dieci anni ciò che nessuno aveva ottenuto in quaranta. Quella corrente andava seguito. La Primavera Araba non ha colto la scia di ciò che ha fatto di buono il precedente governo e anzi, ha contribuito a rendere schiavo il paese dai religiosi che hanno fatto solo danni.
Pensa che la comunità europea debba intervenire per aiutare a migliorare la situazione?
Il Marocco conta 30 milioni di abitanti e di questi 12 milioni sono all'estero.L'Italia ospita 700mila marocchini, una presenza molto importante, che vive in condizioni disagiate: soprattutto le donne hanno bisogno di sentire che i diritti che vigono in Europa valgono anche per loro. Spesso sono rinchiuse i casa, non imparano la lingua, analfabete o subiscono violenza. Le donne marocchine in Italia hanno bisogno.
© Riproduzione riservata.

mercoledì 28 novembre 2012


28 novembre, 2012
L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International sta vivendo in questo periodo una profondissima crisi che minaccia la sua stessa esistenza. Il personale di Amnesty di tutto il mondo sta proclamando giornate di sciopero e il consiglio dei membri a Londra ha votatola sfiducia alla propria leadership, accusata di aver “perso di vista gli obiettivi” dell’organizzazione.
Amnesty ha anche deciso brutalmente di tagliare una ventina di dipendenti dei 700 esistenti, scatenando così una rivolta interna poiché accusata di non rispettare l’accordo sulle condizioni di licenziamento. Diversi responsabili internazionali si sono dimessi per protesta. Altre accuse sostengono che la dirigenza sacrifichi le battaglie per i diritti umani per costruire il marchio Amnesty, reclutando nuovi membri e raccogliendo più fondi.
Fino al 2007, come riportato da Independent , Amnesty ha portato avanti il suo operato con grande onore, tanto che la Chiesa cattolica era uno dei suoisostenitori più forti. Tuttavia il 25 marzo 2007, alla Conferenza di Edimburgo, 400 membri di AI hanno votato per «esercitare la depenalizzazione dell’aborto , e la promozione di programmi di sostegno dei servizi per il controllo della popolazione , tra cui la legalizzazione e il libero accesso all’aborto». Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha ritirato il sostegno finanziario e invitato i cattolici a «difendere il diritto alla vita del nascituro», da allora Amnesty si è trasformata in una lobby di pressione per la legalizzazione dell’aborto e la promozione del riconoscimento delle coppie omosessuali.
Ha promesso che «non svolgerà campagne generali in favore dell’aborto o di una sua generale legalizzazione»contraddicendosi ad ogni intervento in materia, quando ha puntualmente chiesto di legalizzare l’aborto per sostenere il presunto diritto della madre a sopprimere l’essere umano che ha chiamato alla vita dentro di sé (si vedano i casi di Nicaragua Perù , Messico , Polonia , ecc.).
Contrariamente alle sue dichiarazioni di neutralità, nel 2011 ha partecipato al Gay Pride di Belfast, contribuendo a dileggiare la Chiesa cattolica divulgando dal suo sito web immagini satiriche verso leader religiosi contrari al matrimonio omosessuale. Recentemente si è espressa contro «la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere nell’accesso al matrimonio civile», chiedendo «agli stati che riconoscano diritti anche alle famiglie di fatto e alle unioni formate all’estero sulla base delle leggi locali»facendo pressione perché anche in Italia venga riconosciuto il matrimonio gay.
Mentre Amnesty, dunque, si inventa un presunto “diritto ad abortire” e un presunto “diritto al matrimonio”, un importante leader sindacale ha descritto Amnesty International come «una delle organizzazioni più ingannevoli mai conosciute. AI non può essere un difensore dei diritti umani credibile o efficace se non rispetta i diritti dei suoi lavoratori».

venerdì 14 settembre 2012


Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo: un'analisi di Cinzia Baccaglini, 13 settembre 2012, http://veritaevita.blogspot.it

Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che - dopo la richiesta di una coppia italiana portatrice sana di fibrosi cistica, chiedeva di poter effettuare una fecondazione extracorporea seguita da esame degli embrioni (diagnosi genetica preimpianto) e scartare quelli eventualmente affetti da malattia, dichiarando la legge 40 incoerente con la legge 194 e adducendo come motivazione l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo a cui la legislazione nazionale deve sottostare e dove viene enunciato il diritto ‘al rispetto della vita familiare entro cui lo Stato non può entrare se non per motivi di sicurezza nazionale’. Come sempre in materia di difesa alla vita nascente la menzogna si nasconde nei dettagli mescolando ragionamenti veri su premesse false. Andiamo con ordine. I ricorrenti, nel 2006, avevano già concepito un bambino con la fibrosi cistica. Nel 2010, in seguito ad un’altra gravidanza, avevano fatto la diagnosi prenatale scoprendo che il bambino era malato. Lo abortirono al secondo trimestre secondo la legge 194. Quindi non sono sterili o infertili e dovrebbero essere fuori dall’applicazione della 40 se non fosse per un allargamento delle linee guida dell’allora ministro L.Turco (2008) che introdusse la frasetta ‘anche per quelle con malattie sessualmente trasmissibili’, ovviamente si riferiva ad altro tipo di patologie….ma si sa il solito buco nella diga che poi…La coppia infatti scrive fra le motivazioni che non ha senso che le sia stato permesso l’aborto di un feto, ma non le si conceda l’eliminazione di un embrione. E’ questo l’affermazione cavalcata ovviamente perché essendo forte il dolore per l’aborto che al secondo mese è un parto pilotato, “l’umana pietà irrazionale” dice: “ meglio che questa diagnosi preimpianto la facciamo sull’embrione”, fuori dal grembo della madre e lo eliminiamo prima di inserirlo nel laboratorio dove è stato prodotto! (come se l’embrione non fosse già figlio di quella coppia e la sindrome post fecondazione avesse a che fare solo con quelli non attecchiti e non anche con quelli’fantasma’ per averli lasciati in laboratorio!) E’ già e quanti embrioni produciamo..fino a quello sano? E poi dopo che abbiamo tolto delle cellule per lui vitali nel suo stadio evolutivo e scopriamo che è malato? Ovvio lo buttiamo. La Corte Europea dà ragione alla coppia, ma è debole quando scrive che l’embrione non può essere considerato un bambino. Infatti, in questo punto ritroviamo la prima contraddizione della sentenza, che risulta incoerente con la giurisprudenza europea, dato che la Corte di Giustizia Europea ha ormai affermato che “sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. E qui arriva la Verità, da altri usata per altri scopi, perché sì purtroppo, la l. 40 è incoerente perché vieta la diagnosi preimpianto ma poi fa “salva” la l. 194 che prevede l’aborto sia per qualsivoglia ragione nel primo trimestre, anche per quelli sopravvissuti alle tecniche di impianto, che nel secondo trimestre (a parole “solo” per la tutela della salute, anche psichica, della donna ma di fatto a seguito di diagnosi prenatali sono tanti i bimbi eliminati perché malati), perché sì, purtroppo,le tecniche di fecondazione in vitro sono nate e sono state sviluppate con un’impronta eugenetica: gli embrioni possono essere prodotti e congelati in gran quantità (i “paletti” della l. 40 sono stati quasi tutti “abbattuti” o “bypassati” prima dalle linee guida e poi dalle sentenze dei giudici italiani) e essere trattati come cose e non come persone, perché sì, purtroppo esiste una “coerenza” di queste due ingiuste, inique, uccisive leggi: perché sì, purtroppo in Italia, da 34 anni applicando la 194 si fa eugenetica (uccidendo i bambini prima della nascita se sono malati o affetti da malformazioni). Ora tocca al ricorso del Governo Italiano e alla Grande Chambre.. A questo punto ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di dire che la tutela non dovrebbe valere solo per l’embrione ma anche per il feto: come non si accetta la diagnosi preimpianto a scopo eugenetico, non si dovrebbe accettare nemmeno la diagnosi prenatale che ha lo stesso fine? E quindi, questa volta sì, per coerenza, queste leggi bisognerebbe eliminarle entrambe perché figlie entrambe di quel ‘male minore’ che ci porta dritti dritti nelle braccia del Maligno Maggiore.

martedì 24 luglio 2012


Cina in rivolta per il figlio unico il caso -La regola dagli anni Ottanta ha «evitato» 400 milioni di bebè di Eleonora Barbieri, Mar, 24/07/2012 - http://www.ilgiornale.it/

È la battaglia per cui ha sempre combattuto Chen, l'avvocato cieco scappato negli Stati Uniti, il dissidente che ha messo in crisi (per pochissimo) le relazioni fra Cina e America. È la sua battaglia e ora c'è qualcun altro, in Cina, che la porta avanti, con petizioni e appelli. Alzando la voce: basta alla legge sul figlio unico. Cancelliamola. O almeno cambiamola in modo radicale. Per ragioni umane, ma non solo: perché, come spesso avviene a Pechino, oltre e dietro gli ideali c'è il business, e forse proprio questo potrebbe spingere le autorità a intervenire su una norma che da quando è entrata in vigore, all'inizio degli anni Ottanta, ha provocato critiche e sdegno, ma non è mai stata toccata.


Come tante altre leggi e disposizioni della Repubblica popolare, del resto.Le ragioni umane per abolire la legge sul figlio unico non sono solo quelle più ovvie, come il diritto ad avere un figlio, o due, o tre, indipendentemente dalle pianificazioni del governo. Ci sono anche gli abusi, mostruosi: donne sterilizzate forzatamente o costrette ad abortire anche al terzo trimestre, quando la stessa legge lo considera illegale (erano proprio queste le donne difese da Chen, poi a sua volta era perseguitato per la sua lotta scomoda). Le autorità locali non sottilizzano: sottopongono le donne a esperienze traumatizzanti, fanno morire i loro bambini ormai quasi pronti a nascere, perfino all'ottavo mese di gravidanza, perché il «controllo della popolazione», come è definito, è uno dei criteri secondo cui vengono valutati e promossi i funzionari delle varie province. Conta quanto far crescere l'economia locale, in certi casi perfino di più: basta sgarrare dall'obiettivo prefissato per essere ripresi, multati o anche licenziati; ma basta rispettare il target in modo eccellente, o magari migliorarlo, per ottenere plauso e riconoscimenti. Ma l'orrore degli aborti forzati, come quello di Feng Jianmei, con le foto del cadaverino del figlio di sette mesi fatte circolare su internet, alla fine ha scatenato la battaglia civile (degli esperti). È successo al forum della università di Pechino sul censimento del 2010, dove - come raccontava ieri Edward Wong sul New York Times - un gruppo di prof e consiglieri politici, indignati proprio dal caso di Feng Jianmei, ha criticato duramente la legge. Zhan Zhongle, professore dell'ateneo ha spedito una petizione firmata da studiosi e manager all'Assemblea nazionale del popolo, l'organo legislativo della Repubblica, chiedendo formalmente di cancellare la legge. Può sembrare poco, ma per la Cina una esposizione di questo genere, da parte di professori ed esperti politici, è già molto: e infatti anche i media e il web hanno iniziato ad affrontare l'argomento sempre più spesso ed esplicitamente.Ma il figlio unico preoccupa anche gli economisti. Perché la popolazione cinese è di un miliardo e 343 milioni, eppure sta invecchiando: suona paradossale ma anche lì c'è il problema della forza lavoro che si avvia a diventare troppo anziana (specialmente per i ritmi cinesi), mentre i giovani sono sempre di meno, in proporzione. Secondo le stime, entro il 2040 i cinesi sopra i sessant'anni saranno 411 milioni (dai 171 di oggi); mentre la popolazione attiva, fra i 20 e i 60 anni, scenderà da 817 a 696 milioni. E l'economia non può correre, se non ci sono giovani pronti e numerosi a spingerla. È un ragionamento che forse potrebbe fare presa su Pechino, insieme a un'altra considerazione: nelle province dove la legge è stata sospesa, come lo Shanxi, il numero di figli per coppia non è comunque aumentato: perché la popolazione tende a urbanizzarsi, il costo della vita ad aumentare, e le famiglie si limitano a uno, due figli al massimo.In alcune aree, per esempio quella rurale di Daji, due figli sono già consentiti. Ma tre no. In quel caso tocca pagare una multa salata: settemila e duecento dollari. Pan Chunyan e suo marito hanno dato di più: ottomila e settecento dollari Ma Yuyao, il funzionario locale per la pianificazione familiare. Pan ha spiegato al Nyt che non è bastato: gli uomini di Ma l'hanno sequestrata, tenuta segregata per quattro giorni e poi portata in ospedale, dove un'iniezione ha ucciso il bimbo che aveva nella pancia. Pan era all'ottavo mese. «Per me e mio marito è stato quasi come morire» ha detto. In risposta, gli ufficiali locali hanno iniziato a intimidire tutta la famiglia.

La legge sul figlio unico è entrata in vigore all'inizio degli anni Ottanta e secondo le stime, da allora, avrebbe «evitato» 400 milioni di nuovi nati. Nella sua formulazione iniziale proibiva alle donne di avere più di un figlio, con l'obiettivo di controllare le nascite nel popolosissimo paese. La Cina nel frattempo ha superato il miliardo e trecento milioni di individui, e la legge ha subìto alcune modifiche, per esempio consentendo una serie di eccezioni e, in alcune zone rurali, permettendo anche due figli a coppia. In caso contrario la multa è salata.


DEFINIRE IL DIRITTO ALL'OBIEZIONE DI COSCIENZA - Una mozione presentata alla Camera dei Deputati impegna il governo italiano

ZI12072304 - 23/07/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-31837?l=italian

ROMA, lunedì, 23 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo della mozione presentata il 24 maggio scorso alla Camera dalla deputata Laura Molteni “sul diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e infermieristico”.
***
Atto Camera  
Mozione 1-01049 presentata da LAURA MOLTENI testo di giovedì 24 maggio 2012, seduta n.638  
La Camera,  
premesso che:  
la Dichiarazione sui diritti del fanciullo approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1959 a New York, nel preambolo stabilisce che: «il fanciullo necessità di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita»;  
a livello comunitario, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, all'articolo 2, afferma: «il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge»;  
la Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, sottoscritta ad Oviedo nel 1997, delinea una sorta di costituzione europea in materia di diritto a nascere;  
la Carta europea dei diritti, adottata dal Consiglio europeo di Nizza il 7 dicembre 2000 e alla quale, con il recente Trattato di Lisbona, è stata attribuita la stessa efficacia giuridica delle norme dei Trattati, dopo aver affermato, all'articolo 1, l'inviolabilità della dignità umana, all'articolo 2 dispone: «ogni individuo ha il diritto alla vita»;  
il nostro ordinamento giuridico, prevedendo, ex articolo 10 della Costituzione l'obbligo di osservare i princìpi e i patti internazionali, attribuisce rilevanza costituzionale a quegli atti che tutelano il diritto alla vita fin dal concepimento;  
l'Assemblea parlamentare del Consiglio di Europa ha ribadito, recentemente, (raccomandazione n. 1763, approvata il 7 ottobre 2010) che nessuna persona, ospedale o istituzione sarà costretta, ritenuta responsabile o discriminata in alcun modo a causa di un rifiuto di eseguire, accogliere, assistere o sottoporre un paziente ad un aborto o eutanasia o qualsiasi altro atto che potrebbe causare la morte di un feto o embrione umano, per qualsiasi motivo;  
l'Assemblea parlamentare ha sottolineato la necessità di affermare il diritto all'obiezione di coscienza insieme con la responsabilità dello Stato per assicurare che i pazienti siano in grado di accedere a cure mediche lecite in modo tempestivo;  
l'Assemblea ha invitato il Consiglio d'Europa e gli Stati membri ad elaborare normative complete e chiare, che definiscano e regolino l'obiezione di coscienza in materia di servizi sanitari e medici, volte soprattutto a garantire il diritto all'obiezione di coscienza in relazione alla partecipazione alla procedura medica in questione e a far sì che i pazienti siano informati di ogni obiezione di coscienza in modo tempestivo e ricevano un trattamento appropriato, in particolare nei casi di emergenza;  
in materia di obiezione di coscienza si devono ricordare le indicazioni contenute: nel VI articolo dei principi di Nuremberg; nell'articolo 10, paragrafo 2, della carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; negli articoli 9 e 14 della convenzione europea dei diritti umani; nell'articolo 18 della convenzione internazionale dei diritti civili e politici;  
il Tar Puglia ha annullato con la sentenza n. 3477 del 2010 la delibera di giunta regionale e i relativi atti della Asl di Bari con cui venivano esclusi dalla presenza nei consultori ambulatoriali i medici obiettori di coscienza. Per i giudici amministrativi il provvedimento viola il principio costituzionale di eguaglianza, oltre che i principi posti a fondamento dell'obiezione di coscienza;  
pur ponendo l'accento sul valore storico che hanno rappresentato i consultori familiari per la nostra società, è doveroso a distanza di più 35 anni dall'approvazione della legge che ne prevedeva l'istituzione riconsiderarne il lavoro svolto e l'attuale ruolo nel nostro Paese. Infatti, alla luce anche dei notevoli cambiamenti sopravvenuti nell'attuale contesto socio-culturale, è necessario dare nuova linfa vitale a ciò che già era ben esplicitato nelle intenzioni del legislatore che nel 1975 aveva emanato la legge n. 405 (ovvero l'assistenza alla famiglia, l'educazione alla maternità e alla paternità responsabile, l'educazione per l'armonico sviluppo fisico e psichico dei figli e per la realizzazione della vita familiare), ma che nei fatti è stato residualmente attuato, complice anche la talora mera funzione burocratica dei consultori, ridotti, troppo spesso, a pura assistenza sanitaria, deboli di quella necessaria sensibilità e competenza su problematiche sociali per i quali furono istituiti. In questa ottica sarebbe opportuno considerare come forza attiva anche il ruolo dei medici obiettori di coscienza all'interno dei presidi socio sanitari dei consultori familiari, anche al fine di dare piena attuazione alla prima parte della legge n. 194 del 1978, attraverso la reale presa in carico della donna per aiutarla a superare le cause che la inducono alla scelta di interrompere la gravidanza,  
impegna il Governo  
a promuovere la piena attuazione dei princìpi di diritto delineati nella raccomandazione del Consiglio d'Europa, definendo il diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e infermieristico.  
(1-01049)  
«Laura Molteni, Fabi, Rondini, Fedriga, Fugatti, Torazzi, Maggioni, Vanalli, Simonetti, Allasia, Isidori, Consiglio, Negro, Bragantini, Callegari, Desiderati, Cavallotto, Paolini, Meroni, Polledri».

domenica 15 luglio 2012


Circoncisione e crocifisso, di Giuliano Ferrara, 14 luglio 2012, - http://www.ilfoglio.it


La faccenda dell’incisione del prepuzio e della legge positiva che tende a vietarla ci riguarda. Riguarda anche il battesimo cristiano, che la religione secolare politicamente corretta considera imposizione


Che cosa ci dice la storia della circoncisione? In Germania, ch’è patria del Deutschjudentum, cioè di una vasta cultura religiosa e pratica civile che sfociò nell’integrazione illuminata degli ebrei e poi nel loro annientamento, purtroppo due facce della stessa medaglia, l’attivismo giudiziale ha sentenziato, nella città di Colonia, che è una violazione di diritto (umano) il ricorso tradizionale all’incisione del prepuzio in periodo perinatale. Il governo federale ha preso le distanze dalla sentenza, che ha validità territorialmente limitata, e ha assicurato misure di legge per ripristinare la validità legale del rituale di iniziazione che da millenni caratterizza la tradizione ebraica e la sua trasmissione familiare. Anche in Finlandia, nazione matrice di un severo atteggiamento politicamente corretto, in nome del diritto umano all’integrità del corpo e alla scelta individuale di coscienza, ci si è trovati davanti alla stessa situazione, sempre per via togata. Dure proteste del rabbinato tedesco e della comunità, o di quel che ne resta.

La faccenda riguarda tutti. I diritti umani sono una nuova religione secolare fondata sulla sofistica democratica per cui l’uomo è misura di tutte le cose, un uomo disincarnato, universalisticamente astratto in quanto titolare di diritto positivo al proprio sé, cosa ben diversa dal riconoscimento dell’autonomia della persona e dal diritto naturale. E infuria come è ovvio che sia una nuova guerra di religione. Non è molto diverso dalla questione del crocifisso, questa immagine che rende penoso l’andare a scuola o il recarsi in un ufficio pubblico per alcuni alfieri dell’allegria del vivere liberi da riferimenti confessionali, in una inattaccabile sfera di ragione e di umanità slegata da ogni peso del passato e da ogni legame familiare, scritturale, tradizionale. Il crocifisso è simbolo di amore e di nuova alleanza, e cade dai muri a velocità supersonica anno dopo anno, ma la circoncisione è una pratica legalistica, oltre che un banale e inoffensivo intervento chirurgico, destinata a salvare l’identità elettiva di un popolo che ha passato i suoi guai.

La libertà religiosa e la sopravvivenza della tradizione giudaico-cristiana, del rispetto per il dovere e diritto educativo della famiglia biparentale generatrice, sono concetti che si tengono. Il battesimo dei piccoli è sul piano spirituale una violazione altrettanto grave della circoncisione, se il metro di misura è quello della libertà di coscienza dell’età adulta, bene che la religione secolare considera altrettanto prezioso dell’integrità corporale (sulla quale pesa un di più di igienismo corretto, il sacro terrore di un presunto dolore corporale). E al fondo sta la affermazione di un primato di legittimità della protezione statale contro la famiglia, questo vecchio arnese che in ogni modo si tenta di scardinare in nome di superiori valori di indottrinamento egualitario, in una visione che oppone la dimensione pubblica a quella privata come superiore pegno di tutela di stato. Se la religione è un fatto personale, se non ha una funzione nello spazio pubblico occidentale, pur rigorosamente distinta dalla autentica laicità della cittadinanza universale negata nell’islam, allora circoncisione e battesimo sono violazioni della norma di diritto eguale, sono dichiarazioni spirituali o legali di appartenenza che rendono le religioni incompatibili, nella loro diversità, nel loro sviluppo e significato storico e metastorico, con la grande e universale religione finale della società egualitaria fondata sulle norme positive.

E’ un bel pasticcio. Gli ebrei, con la loro circoncisione, non sono una tendenza culturale etnicizzante, non sono costume o abitudine tribale (come nel caso dell’infibulazione femminile), sono la radice diretta della fede cristiana e, nell’intreccio con il paganesimo greco, l’origine remota del mondo d’occidente, di cui testimoniano in vario modo, e non solo nella funzione di vittime elette della storia, la persistente, misteriosa vitalità. Il positivismo giuridico, la dottrina pura del diritto normativo del grande e controverso giurista austriaco Hans Kelsen, base dell’attivismo giudiziale che porta a simili conseguenze, non vuole alcunché fuori dalla legge. Ma fuori dalla legge c’è il tutto della tradizione e della storia e della fede come chiesa, che la giustifica e le impedisce di essere non già universalistica ma totalitaria.

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