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martedì 13 maggio 2014

Come stanno legalizzando la droga senza discutere di Alfredo Mantovano, 13-05-2014, http://www.lanuovabq.it/


Sequestro cocaCerignola (Foggia), 21 maggio 2004. P.L. viene trovato con un chilo e 620 grammi di cocaina: la perizia poi dirà per con esso si possono confezionare 5.500 dosi. Viene arrestato e nel novembre 2004 è condannato dal g.i.p. del tribunale di Foggia a otto anni di reclusione. La difesa fa appello e sostiene che la cocaina che lui deteneva era per uso personale, che l’aveva acquistata in Colombia, e che l’aveva portata con sé in Italia occultandola fra strumenti sanitari in uno zainetto: e dal passaporto risulta che effettivamente egli si è recato in Sud-America qualche mese prima. Nel settembre 2005 la corte di appello di Bari lo assolve con la formula che il fatto non costituisce reato; nella motivazione, dopo avere richiamato la giurisprudenza della Cassazione in materia, i giudici dell’impugnazione affermano che spettava all’accusa dimostrare un uso diverso da quello personale; che dal concetto di uso personale non può escludersi aver costituito una “scorta” per sé; che il criterio della quantità non è di per sé solo significativo di attività di spaccio; che P.L. non portava alcun bilancino, eccetera.

Sentenze di questo tipo erano pronunciate non infrequentemente fino al 2006: costituivano l’eco di un atteggiamento tollerante verso la droga, si inserivano nel solco della prima legge intervenuta nel settore, nel 1975, che a sua volta faceva da eco all’ideologia sessantottina; ovviamente concorrevano alla moltiplicazione dello spaccio e del consumo. Nel febbraio 2006 la musica cambia: col varo della legge Fini-Giovanardi per ogni sostanza stupefacente viene fissato un limite quantitativo (per la cocaina, 250 mg), al di sotto del quale si applicano soltanto sanzioni amministrative, ma oltre il quale scattano le sanzioni penali, se pure con criteri di gradualità e con misure alternative alla detenzione più ampie, correlate a percorsi di recupero. Grazie a quella legge, che contiene altre modifiche importanti, prima fra tutte la eliminazione dell’antiscientifica distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”, negli anni seguenti si sono registrati, a dispetto di tante falsificazioni mediatiche, risultati positivi in termini di dimezzamento dei morti per uso di stupefacenti, di decremento dei consumi, di aumento dei recuperi (ne abbiamo dato conto in precedenti interventi sulla Bussola).

Da qualche mese si stanno rideterminando le condizioni perché lo spartito musicale torni a essere quello di Woodstock, grazie al cocktail costituito dalla sentenza di febbraio della Corte costituzionale, dal decreto legge del Governo di marzo, e dalle aggiunte inserite dalla Camera ad aprile. Per la conversione in legge del decreto resta solo il passaggio dall’Aula del Senato, dove a partire da oggi l’esame del provvedimento sarà completato: per non far decadere il decreto, l’approvazione definitiva dovrà avvenire entro il 20 maggio. Sono quattro i profili che preoccupano di più nelle nuove norme:

Il ripristino della non punibilità quando vi è l’“uso personale”. Nella restaurata formulazione questa destinazione, oltre il limite di quantità, viene desunta da elementi come le “modalità di presentazione” della droga, il “confezionamento frazionato” o “altre circostanze dell’azione”: ciò fa rivivere la giurisprudenza mirabilmente rappresentata dalla sentenza della Corte di appello di Bari, che ricordavo prima. Sarà il caso di non porre ostacoli a chi fa il su e giù dalla Colombia, e non solo, portando con sé chili di polvere bianca;

La depenalizzazione di fatto dello spaccio, grazie a un emendamento proposto dal Governo e approvato dalla Camera, che fa scendere la sanzione per la cessione qualificata “di lieve entità” da un minimo di sei mesi a un massimo di quattro anno di reclusione (rispetto al minimo di un anno e al massimo di cinque prima in vigore). Il nuovo tetto massimo impedisce l’arresto obbligatorio di chi sia colto nell’atto di spacciare; il nuovo limite minimo permette, con le attenuanti generiche e con le diminuenti degli eventuali patteggiamento o rito abbreviato, di ridurre la pena anche a tre mesi, e quindi di convertirla in sanzione pecuniaria. Dunque: chi spaccia per strada rischia molto meno di essere arrestato e, se processato, se la cava pagando un ticket;

Il ripristino della distinzione fra droghe “pesanti” e “leggere”, su cui ci si è soffermati nelle settimane passate. Un emendamento del Ncd, visto con favore da un editoriale del Corriere della sera, avrebbe voluto distinguere fra droghe pesanti e leggere nell’ambito della stessa cannabis e dei suoi derivati, sulla base della percentuale di principio attivo di volta in volta riscontrato nella sostanza sequestrata: la cannabis oltre una percentuale fissa sarebbe “pesante”, al di sotto “leggera”. L’emendamento è stato però ritirato e sostituito da un ordine del giorno, approvato dalle Commissioni, che impegna il Governo a inserire una norma di questo tipo in un provvedimento futuro. Ciò conferma la consapevolezza che per lo meno questa disposizione è errata; ma non compete al Parlamento, quando esamina un testo di legge, modificarlo direttamente, senza delegare il Governo, se lo ritiene sbagliato?

La soppressione di fatto del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio. Alla Camera è stato approvato un emendamento che ne trasferisce le competenze all’Istituto superiore di sanità: nella imminente eliminazione delle strutture inutili, che sorte avrà un dipartimento così depotenziato? Eppure è una struttura che ha svolto un ruolo importante, di coordinamento dell’attività antidroga di larga parte dei ministeri: visto che nessuno in precedenza ne aveva messo in discussione l’esistenza, non è malizioso concludere che viene punito per avere il suo direttore illustrato al Parlamento, nel corso delle audizioni, i risultati positivi della Fini-Giovanardi e la non leggerezza della cannabis oggi in commercio. È al tempo stesso un messaggio grave rivolto verso chiunque svolga un ruolo di supporto tecnico al Governo o al Parlamento; il messaggio è che se si dicono cose vere, ma sgradite al manovratore, si persevera nell’errore e si elimina chi l’ha segnalato.

Sconcerta che quanto fin qui riassunto non abbia scoraggiato i fautori della demolizione della legge del 2006, né abbia motivato coloro da cui ci si sarebbe attesi una difesa più convinta di quelle norme. Sconcerta che dalla discussione parlamentare non sia emersa piena consapevolezza di tutti gli effetti devastanti che comporterà la nuova legge. Sconcerta che, a fronte dei passaggi prima illustrati, non ci si prenda la briga di confutarli, o di spiegare perché l’interpretazione critica che se ne fornisce sarebbe errata. Sconcerta, soprattutto, che non si colga il filo rosso ideologico post-sessantottino che lega insieme questa vicenda parlamentare con le nuove norme che si vorrebbero introdurre sulle unioni civili, sull’omofobia, sul divorzio sprint, e la ripristinata possibilità di fecondazione eterologa. Che prima di tutto arrivi in porto la riforma degli stupefacenti ha un senso logico e storico: il logo dello spinello libero, e di buona qualità, è il simbolo più adeguato per una Nazione che va in fumo.

mercoledì 27 febbraio 2013


DISCUSSIONI - La nostra cultura insegna la droga? 27 febbraio 2013 - http://www.avvenire.it/


«Oggi sarebbe forse in controtendenza un artista che non facesse uso di droghe». L’osservazione buttata lì quasi en passant da Alessia Bertolazzi, autrice di Sociologia della droga (Franco Angeli, 2008) dà il senso del tipo di cultura diffusa in cui ci si trova. Quel che appariva off limits solo pochi decenni fa, si è scavato una solida nicchia nel modo di vivere e di pensare. Silenziosamente. 

Ci siamo avvicinati a un "nuovo mondo" alla Aldous Huxley? L’uso delle droghe è entrato nel vivere quotidiano non solo di specifiche categorie quali, appunto, artisti o sportivi professionisti. «È anzitutto un problema di cultura» sostiene Antonio Maria Costa, che dal 2002 al 2010 è stato direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc). «Dal dopoguerra abbiamo attraversato tre grandi periodi. Negli anni ’50-’60 la droga era vista come una stravaganza di qualche rampollo di famiglie agiate, ed era stigmatizzata. Alla fine degli anni ’60, adottata da vari movimenti giovanili, si ammantò del profumo di rivolta sociale. Oggi è accettata nell’indifferenza di un relativismo che si è assolutizzato. La prendi? Non la prendi? Fa lo stesso...». Ma la droga uccide... «Meno del tabacco, in termini assoluti: approssimativamente 500 mila morti all’anno nel mondo, a fronte di circa 5 milioni uccisi dal tabacco. Ma in percentuale il discorso è diverso, perché circa il 30 per cento della popolazione fuma tabacco mentre solo il 2 per cento consuma droghe: è vero, la droga uccide. Ma l’idea diffusa è invece che la si possa consumare impunemente. Qui sta il pericolo».

«Contro il tabacco da anni sono in atto campagne di informazione che hanno generato una coscienza della dannosità, e questo si traduce in pressione psicologica verso i fumatori, per quanto il tabacco sia legale. Viceversa chi consuma droga non ha informazioni adeguate e non subisce pressioni sociali, per quanto sia illegale. A volte anzi le pressioni sono di segno opposto e capita che in discoteca si presenti come sfida: "mi drogo perché sono forte". Purtroppo è vero il contrario: nella maggioranza dei casi chi diventa tossicodipendente ha alle spalle problemi psicologici e familiari». Il che vale per tutte le droghe? «In chi si droga c’è sempre un groviglio di tensioni, timori, disillusioni. 

Ma, com’è noto, la cocaina è usata da chi insegue il successo. Oppiacei come l’eroina hanno funzione consolatoria e in Europa il loro consumo è diminuito nell’ultimo decennio, ma oggi, con la crisi è in ripresa. Dilagano le droghe sintetiche, ritenute pulite perché calibrate a seconda degli effetti desiderati, con un’offerta variegata e sempre nuova, di fronte alla quale il legislatore è sempre in ritardo. Quello della droga è un grosso affare. Vi sono implicati anche grossi laboratori farmaceutici». 

C’è modo per contrastarla? «Con l’informazione. Anche i cannabinoidi sono dannosi alla salute, oltre a essere la porta di accesso ad allucinogeni più pesanti. In Svezia quasi il 90 per cento dei giovani lo sa e per questo li evita. In quel Paese hanno svolto ampie campagne informative: nel secondo dopoguerra furono vittimizzati dall’enorme afflusso di droghe psicotropiche avanzate dalle scorte usate dai militari (sia tedeschi, sia alleati) durante il conflitto per vincere la paura. 

E hanno voluto evitare nuove ondate di consumi di massa. In Italia la percentuale di giovani che conoscono il pericolo è, invece, molto bassa: non sorprende che l’assunzione di sostanze sia maggiore che in Svezia». «L’uso delle droghe si è normalizzato», constata la Bertolazzi che all’università di Bologna col gruppo coordinato da Costantino Cipolla da anni studia il problema nel nostro Paese. «È inteso in senso ricreativo. Un tempo la prendevano soprattutto i ragazzi, ora non c’è più differenza con le ragazze. Da rilevamenti nelle discoteche romagnole emerge che la ricerca dello sballo è sistematica: una volta la settimana. C’è l’idea che poi si torna alla vita normale. Ed è invalso il pluriconsumo: più sostanze contemporaneamente. Tra queste la ketamina: è meno cara della cocaina e stordisce, con un effetto simile alla morte. Non c’è coscienza della pericolosità. Campagne, poche e sporadiche, come quella "La droga ti spegne" non raggiungono l’obiettivo: con la cocaina uno può star sveglio due giorni di fila. 

E in Internet si trovano informazioni ingannevoli». Ma che concetto ha di sé chi ricorre alla droga, quale idea di essere umano è compatibile con lo "sballo"? «Mi sembra che il problema sia antico e riguardi il tentativo di rispondere all’inquietudine attraverso il godimento» sostiene Silvano Petrosino, docente all’Università Cattolica di Milano. «Noi abbiamo bisogni e piaceri. Abbiamo sete di felicità. Ma che cos’è questa? La società dei consumi ha una risposta chiara. Usa la tal crema e sarai bella come la grande attrice... È lo stesso principio dell’idolo d’oro che gli ebrei chiesero ad Aronne: qualcosa da vedere e da toccare. Il consumismo ci dà idoletti per il consumo quotidiano: sembra semplice. Il passo a un altro tipo di consumo è cospicuo, ma in fondo sullo stessa linea. 5 euro per una dose. E ci si illude si sentirsi bene».

Droghe come hashish e oppio erano estranee alla nostra civiltà. «L’Oriente, da dove vengono, non conosce l’eccesso, perché non pone l’individuo come primario, bensì l’armonia del tutto. L’Occidente ha nell’individuo il suo perno: ne deriva l’impulso al miglioramento, al progresso. Ma anche l’aggressività, la bramosia, l’eccesso. Lo si cerca nelle slot machine, come in altri tipi di godimento: ma la soddisfazione non è mai raggiunta. E da questa insoddisfazione nasce la distruttività. C’è una canzone di Zucchero che dice "ti farò morire... non avrai più desideri, solo piaceri". Il riferimento è al sesso. Il principio è lo stesso: il godimento. E poi? Subentra l’eccesso, l’aggressività. La morte». L’autodistruzione? «È la forma più alta di distruzione: l’individuo può accogliere o distruggere. E quest’ultima via, portata all’eccesso, si rivolge contro il soggetto stesso. Ma la grande carta dell’Occidente è il cristianesimo: il corpo è il tempio dello spirito. Non può essere riciclato alla ricerca del mero piacere effimero».

Leonardo Servadio

mercoledì 6 febbraio 2013


«Altro che sigarette. La droga trasforma le persone in larve: sdoganarla incentiva il regresso dell’uomo » - febbraio 5, 2013 Francesco Amicone - http://www.tempi.it/



 Settimana scorsa, la Corte suprema di Cassazione si è pronunciata a favore «dell’irrilevanza penale» del consumo di gruppo di sostanze stupefacenti. Le motivazioni non sono state ancora depositate. Per José Berdini , responsabile delle Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti gestite dalla Cooperativa Sociale PARS, i media non hanno perso tempo a trasformare la sentenza in un sostegno a una certa visione del futuro favorevole alla tossicodipendenza. «A essere cinica e odiosa non è tanto la sentenza, quanto l’idea di gruppo sottesa alla propaganda che ci sommerge ovunque», spiega a tempi.it.

Che effetto ha questa sentenza sulla tossicodipendenza?
Il messaggio che viene dato conta molto. Lo sdoganamento delle sostanze stupefacenti, ampiamente sostenuto dai media, incentiva le tossicodipendenze e il regresso delle persone. Questo tentativo di rappresentare una comunità narcotizzata come fosse un elemento del progresso sociale mette in discussione tutto il nostro lavoro nelle comunità di recupero e incentiva la tossicodipendenza.

La Regione Marche ha appena adottato una delibera bipartisan che permette di usare sostanze cannabinoidi in caso di prescrizione medica.
Stupisce quanto clamore si faccia sui danni provocati dal fumo di sigaretta e quanto, viceversa, si sostenga la “salubrità” della marijuana. Eppure gli spinelli si fumano come le sigarette e “farsi” di droga danneggia irreversibilmente una persona e le sue capacità. Il suo uso porta con sé la promozione di una comunità che vive narcotizzandosi, che regredisce. La persona si trasforma in una larva. Il vero progresso umano si ottiene restituendo consapevolezza e speranza a chi le ha perdute proprio con la droga. Promuoverne l’uso va contro il progresso.

La sentenza, si legge nell’informativa pubblicata dalla Cassazione, prevederebbe l’impunibilità «sia nell’ipotesi di mandato d’acquisto che in quella di acquisto comune» di droga.
Non si capisce cosa si vuole affermare: che una persona può comprare impunemente due chili di cannabis e cocaina per “distribuirli” a decine di “amici”? Sarebbe un pronunciamento quanto meno assurdo.

venerdì 1 febbraio 2013


DROGA/ Cattarina: fa più danni il "buco" o la sentenza della Cassazione?
venerdì 1 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

DROGA/ Cattarina: fa più danni il buco o la sentenza della Cassazione?

Consumo di gruppo e consumo individuale sono sullo stesso piano e dunque entrambi i casi sono irrilevanti dal punto di vista penale. E' quanto ha comunicato la Cassazione intervenendo su un caso di consumo di gruppo che l'avvocato generale chiedeva fosse condannato, applicando così la legge Fini-Giovanardi. La decisione della Corte invece colpisce proprio la legge attuale sul consumo di droga: "è penalmente irrilevante la duplice ipotesi di mandato all'acquisto e di acquisto comune", si legge. Per Silvio Cattarina, contattato da ilsussidiario.net, da anni impegnato in comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti, la decisione della Cassazione è profondamente sbagliata: "Siamo davanti a una tendenza ormai acclamata che apre ad una normalizzazione dell'uso di sostanze stupefacenti che invece non dovrebbe esserci". Per Cattarina, "chi adotta queste sentenze lo fa perché ha bisogno di colpire con effetti speciali l'opinione pubblica".

La Cassazione ha definito ugualmente irrilevante l'uso individuale e quello di gruppo di sostanze stupefacenti.

Rimango sempre più interdetto e sbigottito da sentenze come questa, perché sempre di più aprono alla possibilità di una normalizzazione dell'uso di sostanze che invece non dovrebbe esserci.

Mandato all'acquisto e acquisto comune diventano la stessa cosa.

Ma l'uso di sostanze stupefacenti che sia individuale o di gruppo è sempre negativo e condannabile. Anzi, l'uso di gruppo dovrebbe essere una aggravante rispetto all'uso singolo.

Perché?

Perché una azione negativa che viene fatta con più persone è più grave. E' già grave drogarsi individualmente e privatamente; farlo in gruppo, con più persone, con una rilevanza e una enfasi sociale e pure pubblica, più dimostrativa, è certamente peggio, perché induce più persone all'uso di queste sostanze.

Una sentenza che sembra confermare una tendenza ormai in atto nella nostra società da parte di chi è responsabile dal punto di vista legislativo e penale.

Ma è una tendenza che non è giusta e non è utile, perché andremo sempre più verso un aumento dell'uso delle sostanze e sempre più inevitabilmente verso un danno maggiore che queste procurano. Andiamo verso una diseducazione, verso una deresponsabilizzazione sempre più grande soprattutto nei confronti dei giovani.

Lei ritiene che a questo punto la legge Fini-Giovanardi vada modificata?
Io ritengo che la lotta alla tossicodipendenza, all'uso delle sostanze stupefacenti debba essere sempre più ferma e precisa. Non so se bisogna intervenire sulla Fini-Giovanardi, so che non è giusto lasciare così i freni e allargare le maglie verso l'uso delle sostanze stupefacenti. Sempre più giovani vi cadranno dentro e il danno sarà sempre più grande. E' una diseducazione in atto, che provoca un torpore delle coscenze su questo tema che va crescendo.

E' però una mentalità che prende sempre più piede, che sembra portare a una legalizzazione delle droghe leggere. E' così?

Mi sembra che la tendenza sia questa, ma non è certo una tendenza buona e auspicabile. Chi adotta queste sentenze e questi provvedimenti lo fa perché ha bisogno di colpire con effetti speciali e "stupefacenti" l'opinione pubblica. Ma non ce ne sarebbe davvero bisogno, dato che la droga è già tanto libera per conto suo. Liberalizzare la droga più di quello che è già oggi non serve, è già facilmente reperibile e scorre a fiumi. Di renderla ancora più libera non se ne sente davvero il bisogno.

© Riproduzione Riservata.

venerdì 11 gennaio 2013


10 gennaio, 2013
Famiglia Sarà pure in crisi e in declino rispetto a qualche decennio fa; sarà pure – come sostengono alcuni – un modello di vita arcaico e superato, ma oltre a garantire stabilità affettiva fra i partner ed essere il luogo privilegiato per l’educazione e la crescita dei figli, la cara vecchia famiglia è anche alla base, più di qualsivoglia programma scolastico o di sensibilizzazione, della più efficace prevenzione del consumo di droghe fra i giovani. Una banalità, si potrebbe dire.
E invece no, perché i risultati di una recente ricerca pubblicata sul Journal of Drug Issues  non sono stati raggiunti confrontando “buone famiglie” con situazioni familiari più critiche, bensì raffrontando – sulla base di uno studio longitudinale con informazioni su oltre 10.000 studenti – il “capitale sociale familiare” , ossia come il legame tra genitori e figli (specie in termini di comunicazione e fiducia) col “capitale sociale scolastico”, ossia la capacità di una scuola di essere un ambiente positivo per crescita ed approfondimento.
Ebbene, esaminando separatamente l’uso di alcol e di marijuana, in entrambi i casi i ricercatori hanno rilevato come gli studenti con alti livelli di “capitale sociale familiare” e bassi livelli di “capitale sociale scolastico” abbiano meno probabilità di fumare o bere rispetto a quelli con alti livelli di “capitale sociale scolastico” ma bassi livelli di “capitale sociale familiare”. Secondo gli autori, nonostante l’elevato valore dei programmi scolastici contro l’uso di droghe, i genitori rivestono un ruolo decisivo nel plasmare le decisioni dei loro figli riguardanti il consumo di alcol e marijuana. I risultati di questo studio suggeriscono nuovi potenziali elementi da considerare nella progettazione di interventi di prevenzione.
Morale: una società ed uno Stato che, anziché ostacolarla o non considerarla, decidessero – rispetto agli strumenti economici e di politiche sociali a disposizione – di investire sulla famiglia e sulla sua stabilità, contribuirebbero non poco alla riduzione del consumo di stupefacenti e, conseguentemente, alla prevenzione di fenomeni criminali. Perché allora non aprire gli occhi e, accanto alle pur apprezzabili campagne di sensibilizzazione,  procedere in questa strada?

martedì 4 dicembre 2012


Azzardo: 800mila - i giocatori dipendenti - 4 dicembre 2012 - http://www.avvenire.it/

In Italia ci sono 800mila persone dipendenti dal gioco d'azzardo e quasi 2 milioni di giocatori a rischio. Quest'anno la raccolta dovrebbe toccare quota 103 miliardi di euro tra guadagni legali (88) e illegali (15), il 10% in più dell'anno scorso. Sono alcuni dei numeri del dossier 'Azzardopoli 2.0', curato dall'associazione Libera in occasione della presentazione al Senato della campagna «Mettiamoci in gioco».

Quella del gioco è la terza «impresa» italiana (ma sta per diventare la seconda), l'unica con un bilancio sempre in attivo: ogni italiano - neonati compresi - «brucia» 1.450 euro (1.890 considerando solo i maggiorenni) per sfidare la fortuna al videopoker, davanti alle slot, col gratta e vinci, e nelle sale scommesse.
L'Italia con queste cifre occupa il primo posto in Europa e il terzo tra i paesi che giocano di più al mondo ma dalle proiezioni dei primi dieci mesi dei quest'anno potrebbe arrampicarsi in pole position, con il contributo del comparto illegale, scavalcando Usa e Giappone. Il trend di crescita non ha pari: un "Gratta e vinci" su 5 tra quelli venduti al mondo è italiano e nessun mercato internazionale è assorbito con la stessa invadenza del nostro dalle videolottery (57%). Un giro vorticoso di soldi alimentato anche dalle 400mila slot machine, una macchinetta “mangiasoldi” ogni 150 abitanti: al 23 ottobre scorso i nulla osta rilasciati erano 415mila a fronte di 379mila apparecchi ufficialmente a regime. La Lombardia è la regione regina dei giochi pubblici, il Lazio quella con la maggiore spesa pro capite. Ma Pavia nel 2011 guidava il gruppo tra i capoluoghi di provincia con 2.123 euro di spesa pro capite, praticamente uno stipendio e mezzo di importo medio di una famiglia italiana.

E quando il gioco si fa duro, accusa Libera, le mafie iniziano a giocare: sono ben 49 i clan che gestiscono "i giochi delle mafie", da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la capitale. Al 'tavolo verdè siedono dai Casalesi di Bidognetti ai Mallardo, dai Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone: i clan non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere "il quattordicesimo concessionario 'occultò dei Monopoli di Stato. Un comparto, quello dei giochi d'azzardo, che sembra non risentire della crisi di cui soffre il Paese: cifre alla mano, offre lavoro a 120mila addetti, muove gli affari di 5mila aziende e mobilita il 4% del pil nazionale con il contributo di 36 milioni di italiani, fosse anche solo di quelli che si limitano a comprare il tradizionale tagliando della Lotteria Italia, peraltro in netto calo alla fine del 2011 (-15%). Nel 2011 con il fatturato legale dei giochi a 79,9 miliardi lo Stato ne incassava 8,8 (+24,3%). Ma a fine 2012 ne guadagnerà uno in meno dei dodici mesi precedenti, "tornando ai livelli di redditività di quattro anni prima", si legge nel dossier.

venerdì 3 agosto 2012


DIPENDENZE - Riccardi: provvedimenti urgenti contro il gioco,  3 agosto 2012, http://www.avvenire.it


La "Camera ha appena concluso un'approfondita analisi conoscitiva sul fenomeno del gioco d'azzardo e delle sue conseguenze sociali, indicando delle norme operative che sono in linea con quanto da me proposto nei mesi scorsi sulla regolamentazione della pubblicità e sulla necessità di tutelare i minori e le fasce più esposte. Credo che sia venuto finalmente il momento per le classi dirigenti di questo Paese di farsi carico della questione, anche con provvedimenti d'urgenza". Lo ha detto il mnistro Andrea Riccardi che ha la delega per le politiche della famiglia e per i giovani. 

"Davanti a casi come quelle registrati a Firenze, dove sono state allestite delle slot machine dedicate a bambini - ha aggiunto il ministro - diventa sempre più urgente passare dalle parole ai fatti, mettendo un freno a eccessi e a pratiche inaccettabili".
Nel capoluogo toscano è polemica dopo che alcuni genitori hanno segnalato l'installazione di slot machine in uno dei luoghi più frequentati dai bambini della città, il padiglione "MondoBimbo" al Parterre. Si tratta di
macchinette dai nomi indicativi ("Gioca e Vinci", "Sfida la fortuna") che stonano in un posto in cui le famiglie portano i figli a saltare dai castelli gonfiabili, tuffarsi nella piscina di palline o festeggiare i compleanni. "Macchè azzardo - si è difesa la titolare di "MondoBimbo", Monica Botarelli - questi giochi non prevedono vincite in denaro e comunque sono autorizzati, abbiamo vinto il bando del Comune per l'occupazione di suolo pubblico come spettacolo viaggiante, e il permesso per il padiglione di intrattenimento con le attrezzature consentite dal ministero".
Protesta invedce la vicina parrocchia della Madonna della Tosse. "Dietro l'apparenza innocua - avverte don Giacomo Stinghi - invitano i piccoli a entrare in un giro seducente, da cui è poi difficile uscire". Don Stinghi annuncia che mobiliterà parrocchia e quartiere e non si fermerà finchè il Comune non farà rimuovere i giochi della discordia. Il vicesindaco Dario Nardella ha assicurato che farà subito una verifica.

mercoledì 21 marzo 2012


In Italia il primato mondiale di spesa pro capite. Gli imprenditori: tavolo di confronto - Sanità pubblica per i malati di gioco - Il ministro Balduzzi: una vera patologia. Riccardi: vietare gli spot. In Italia sono un milione; la metà, giovani e giovanissimi - Alessandra Arachi, 21 marzo 2012, http://www.corriere.it

(Errebi)
ROMA - Sembra una parola gentile: ludopatia. Invece è una tragedia. Vuol dire «dipendenza dal gioco d'azzardo»: in Italia si stima che siano circa un milione i giocatori patologici, e la metà sono addirittura giovani e giovanissimi. Slot machine, gratta e vinci, lotterie, scommesse sportive: con 500 euro di spesa pro capite il nostro Paese detiene un primato mondiale. Un primato di cui davvero non si può andare fieri. Così il governo decide di correre ai ripari, ed è pronto a prendere provvedimenti.
Per cominciare: un «decreto interdirigenziale», come ha garantito Renato Balduzzi, ministro della Salute, annunciando anche che il Servizio sanitario nazionale prenderà presto in carico i malati da gioco. Mentre Andrea Riccardi, ministro per l'Integrazione con delega alla Famiglia, ha chiesto il blocco totale e definitivo degli spot sui giochi d'azzardo.
Spiega il ministro Renato Balduzzi: «La ludopatia sarà inserita nell'aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) in modo da garantire il giusto percorso di prevenzione, cura e riabilitazione». Non ha dubbi il ministro della Salute: «La ludopatia va curata secondo le regole di una malattia. Occorre quindi rafforzare tutto il percorso di contrasto a questa malattia attraverso protocolli diagnostici-terapeutici, linee-guida e in generale tutto quello che si fa quando c'è una malattia. L'attenzione al problema è diventata finalmente generalizzata».
Si discuteva di ludopatia ieri in un convegno organizzato a Roma, a Palazzo Marini, intitolato: «A che gioco giochiamo? Un'oscura dipendenza» e il ministro Andrea Riccardi ha fatto sapere di aver chiesto direttamente al ministro dell'Economia di «inserire un articolo specifico nel decreto interdirezionale per evitare che singole patologie, curabili, diventino invece un vasto e drammatico costume sociale». Ma non solo.

Il ministro Riccardi ha rilanciato poi la sua crociata contro gli spot sui giochi d'azzardo: «Vogliamo vietare o, perlomeno limitarne la pubblicità» dice. E poi spiega: «Siamo in una fase di crisi economica e questo è un momento di grande vulnerabilità per i giovani, per coloro e per gli anziani con bassa pensione. Tante persone in ristrettezza possono scegliere di gettarsi nel gioco d'azzardo, raccogliendo il messaggio rassicurante che pesca proprio in questa fragilità profonda. Il nostro non vuole essere un falso moralismo, ma l'intenzione di riflettere su una patologia».

Massimo Passamonti, presidente di «Sistema gioco Italia» che aderisce a Confindustria, ha polemizzato con l'organizzazione del convegno, che ha escluso dal dibattito gli addetti ai lavori.
Ha spiegato Passamonti: «Ritengo errato nella forma e nella sostanza l'aver deciso di non invitare gli operatori del settore a un'occasione di dibattito pubblico e istituzionale di così grande rilievo». E poi ha aggiunto: «Sono state ignorate circa 5 mila e 800 imprese, 140 mila punti vendita, oltre 100 mila addetti, ovvero una vero e proprio settore industriale. Ma risulta ancor più sorprendente l'assenza nel panel dei relatori AAMS, l'autorità demandata dallo Stato a regolamentare il settore dei giochi. A nome di tutta la Federazione rilancio la proposta di un tavolo di confronto con tutte le autorità».

martedì 6 marzo 2012


I poveri illusi dalla cocaina di Mario Iannaccone, 06-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

Che la cocaina non sia più la droga da performance esclusiva delle classi alte, dei ricchi professionisti o della gente di spettacolo non è notizia di oggi. Una recente inchiesta di Repubblica (febbraio 2012) informa, come fosse una novità, che ora si “dopano” di cocaina anche artigiani, infermieri, magazzinieri, camionisti o medici.

La cocaina è la droga da performance più assunta del mondo da almeno trent’anni. I medici sono stati i primi – come dimostrano i casi di Sigmund Freud o William Halsted – ma da tempo si registra un aumento dei consumatori in categorie più umili. Dagli anni Ottanta, solidi studi epidemiologici dimostrano che la cocaina è entrata nel consumo di lavoratori e professionisti di tutte le categorie, dal magistrato all’operaio specializzato. La variabile capace di cambiare la platea di consumo nel breve periodo è il costo medio della dose da mezzo grammo. Quando i costi della “striscia” aumentano temporaneamente per effetto del contrasto di polizia, dei sequestri, dello smantellamento delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico, i consumatori ripiegano su sostanze dagli effetti simili alla cocaina come le anfetamine.

Negli ultimi dieci anni l’estensione dell’uso abituale e non occasionale della cocaina si è estesa ulteriormente alle categorie “più umili”, un tempo esenti da questo consumo. Lo psichiatra Roberto Bertolli autore (con Fulvio Ravera) del libro Un fiume di coca dichiara che “dopo i camionisti e i cottimisti, l’ultima novità sono gli artigiani: idraulici, elettricisti, imbianchini” e persino operai della Fiat. Questo si spiega in due modi: da un lato l’offerta capillare della droga nei luoghi di svago (soprattutto discoteche), dall’altro la stabilizzazione del prezzo verso il basso dopo brevi impennate verso l’alto. Nello studio finanziato dall’ONU, The Transatlantic Cocaine Market, si rileva che il consumo di cocaina negli ultimi dieci anni in Europa è raddoppiato e che è in gran parte di origine colombiana. Un raddoppio si spiega non tanto con l’aumento delle categorie implicate nel consumo ma, ancor più tragicamente, con l’aumento del numero totale dei consumatori in ogni singola categoria.

Il successo delle operazioni di polizia, che varia di anno in anno, non ha eliminato la quantità totale di droga disponibile sui mercati europei. I trafficanti trovano sempre nuovi modi per importarla dai paesi produttori (principalmente Colombia, Perù e Bolivia) attraverso gli aeroporti e i porti marittimi così i costanti sequestri di tonnellate di cocaina pura non riescono a diminuire significativamente l’offerta della droga. Ciò significa che (come già per eroina e l’ecstasy) l’opera di contrasto non potrà mai sradicare alla radice il problema. I trafficanti cambiano accessi e sistemi di occultamento. Bisognerebbe controllare miliardi di tonnellate di merci in entrata in Europa per contrastare davvero l’importanzione della cocaina. Cosa impossibile.

I neurologi avvertono che il consumo di cocaina regala l’illusione di innocuità per circa un anno, poi arrivano i danni neurologici: cambiamento della personalità, sviluppo di problemi psichiatrici e malattie mentali. Durante i primi tempi si potrà aumentare anche la resistenza sul lavoro ma presto la droga presenta il conto. Oltre ai danni neurologici, la cocaina provoca emicranie croniche, danni al sistema circolatorio e al fegato, ictus e arresti cardiaci; essa porta (lo fa ogni giorno) a situazioni cliniche tragiche ed irreversibili. Finché esisteranno consumatori convinti di passare indenni attraverso questa dipendenza, la lotta alla cocaina sarà sempre perdente.

L’unica, vera, soluzione, oltre alle necessarie azioni di contrasto e investigazione, restano le campagne informative capaci non tanto di “sensibilizzare” (non basta più) quanto di impaurire, per far comprendere le devastazioni della cocaina. Recentemente ha fatto molto discutere una campagna australiana contro il fumo i cui testimonial sono persone la cui bocca è stata devastata dal cancro orale. Terribile a vedersi. Anni fa fece scalpore una campagna contro la guida pericolosa nella quale si mostravano le foto vere degli incidenti e i volti dei bambini e dei giovani uccisi in quelle sciagure. Questa modalità di comunicazione diretta e scioccante è continuata con risultati incoraggianti. Esse non piacciono a molti perché turbano, sembrano poco civili ma ottengono effetti clamorosi per mutare certi comportamenti.

Occorrerebbe anche in Italia una vera campagna mediatica deterrente, che facesse leva non semplicemente sul paternalistico “non drogarti”, perché non basta più. Bisogna riprodurre situazioni reali, tragedie, malattie causate dall’uso continuo della cocaina. Qualcosa che spaventi, che stimoli l’istinto di sopravvivenza. Non è più tempo di delicatezze. È tempo di verità.

mercoledì 16 febbraio 2011

Giovani e alcol, un binomio mortale di Danilo Quinto, 16-02-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Sono stimate in 205 milioni le persone che nel mondo fanno uso di sostanze psicoattive. Tra queste, l’alcol occupa un posto di preminenza - insieme al tabacco – ed il rischio rispetto al suo uso è molto più alto tra i giovani e i giovanissimi rispetto alla altre fasce d’età.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ogni anno più di due milioni di persone muoiono per problemi correlati all’alcol, che in Europa causa la morte di 195.000 persone per incidenti stradali, omicidi, suicidi, cirrosi epatica, patologie neuropsichiatriche e depressione, cancro. E’ attribuibile all’alcol – il cui uso determina, in base alla stima che fa la Commissione europea, centinaia di miliardi di euro all’anno di costi socio-sanitari - il 25% della mortalità giovanile tra i maschi e il 10% tra le femmine.

In questo contesto globale, vanno letti – per quanto riguarda l’Italia - gli ultimi dati di una ricerca realizzata dall'istituto Doxa e commissionata dall'Osservatorio Permanente sui Giovani e l'Alcool, che definisce a rischio il 23% dei giovani consumatori, i quali, in media, iniziano a bere birra e vino tra 14 e i 15 anni, le altre sostanze alcoliche a 16 anni. Otto italiani su dieci consumano alcol, il 90% dei maschi e il 70% delle femmine. In Italia - dove il limite legale di alcolemia per chi guida è stato portato, in attuazione della legge 125/2001, dallo 0,8 allo 0,5 per mille, ancora insufficienti, a parere di molti esperti per garantire la sicurezza – la mortalità per incidente stradale viene stimata come correlata all’uso di alcol per una quota compresa tra il 30% e il 50% del totale degli incidenti.

Il tasso di mortalità per incidente stradale, pari a 95 morti ogni milione di abitanti, è quasi doppio rispetto a quello di paesi come Gran Bretagna, Olanda e Svezia , dove il tasso è pari a 50 morti per milione di abitanti. I conducenti della fascia di età tra i 25 e i 29 anni e tra i 30-34 anni sono quelli più colpiti dagli incidenti stradali e la mortalità è molto elevata anche fra i conducenti di 21-24 anni. I giovani tra i 20 e i 24 anni sono la classe di età più interessata dal consumo settimanale di alcolici fuori pasto, immediatamente seguiti da quelli tra i 25 e i 29 anni, ma il fenomeno riguarda in maniera rilevante anche i giovani tra i 18 e i 19 anni. Il fenomeno della diffusione dell’abuso giovanile è ben rappresentato anche dalla percentuale di giovani alcol-dipendenti in carico presso i servizi socio-sanitari. Come emerge dai dati rilevati dal Ministero della Salute, nel 2005 i minori di 20 anni rappresentano lo 0,7% dell’utenza e i giovani fra i 20 e i 29 anni ne rappresentano l’11%.

L’abuso di alcol - che negli ultimi anni ha conosciuto un incremento micidiale di pericolosità – è determinato da due fattori principali: la crisi educativa e culturale, che ha svilito, nella società del benessere e dei consumi irrefrenabili, l’importanza di uno stile di vita sobrio; la mancanza di politiche coerenti di molti Governi e della stessa Unione europea, che si limitano, nei loro documenti, a fare solo enunciazioni, del tutto inutili per affrontare concretamente il problema e porre un argine, anche di regole e di norme severe, rispetto al dilagare di tutte le forme di dipendenza.

La società occidentale è riuscita anche nell’intento d’inquinare, in termini di stili dita proposti, i paesi in via di sviluppo, dove vengono esportate le nostre dipendenze e, tra queste, l’abuso di alcol è tra le piu’ significative. Basta osservare quel che sta accadendo in molti paesi africani. Anche per assecondare, inconsapevolmente, ci mancherebbe, gli interessi economici delle aziende produttrici di alcol, non viene contrastata seriamente quella “cultura dello sballo” che tra i giovani si diffonde sempre più e che “impone”, come dimostrano tutte le indagini statistiche, che all’uso dell’alcol si associno altre dipendenze: l’ecstasi, le sostanze inalanti, la cocaina, gli psicofarmaci.

Parafrasando Gaber, è una specie di “libertà obbligatoria”, quella che viene promossa - un antiproibizionismo becero e dilagante, in realtà - priva di strumenti di protezione, come la famiglia, che un tempo rivestiva il suo ruolo essenziale di controllo. Così, non si fa che legittimare l’abuso del bere e si abbandona il dovere di tutelare, in termini di sicurezza e di bene comune, i soggetti piu’ deboli e indifesi.