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lunedì 21 gennaio 2013


Caro Severino, la salvezza non viene dalla tecnica - http://www.lanuovabq.it
di Ettore Gotti Tedeschi
21-01-2013
Tecnoscienza

Leggo e rispetto il professor Emanuele Severino perché è intelligente, è stimolante e sempre agnosticamente garbato nelle sue considerazioni, e questo lui lo sa. Quel che non sa è che quando critica il cattolicesimo riesce persino a rafforzare i (miei) convincimenti e a confermare la (mia) fede e riconsolidare le (mie) certezze, che magari in quel momento stavano vacillando.  

Così è successo leggendo il suo articolo sul Corriere della Sera (“Buona politica in aiuto della scienza, ricetta per un capitalismo migliore”) di sabato 19 gennaio. Il professor Severino spiega (mi si perdoni l’interpretazione affrettata) che il tipo di benessere perseguito da un governo tecnico non è lo stesso auspicato dalla politica o dalla Chiesa cattolica, date le differenze di interpretazione di cosa è bene e cosa è l’uomo. Questo provoca un  tentativo di condizionamento verso il governo tecnico che genera un risultato ibrido, un mix tra scienza e politica, e religione naturalmente. Ma essendo la politica un'arte e non una scienza, ecco che il governo tecnico usa la scienza per far qualcosa di non scientifico. Poiché per il governo tecnico il benessere è frutto della logica capitalistica, che si serve della politica (di destra o di sinistra) e la governa e si serve della scienza per fare profitto, non provoca  benessere vero, ma solo l’incremento del  capitale. Così cerca di trasformare la scienza in profitto. Il tutto si complica grazie all’intervento della Chiesa cattolica che, secondo Severino, disconosce il profitto a vantaggio del bene comune. La Chiesa perciò cercando di influenzare il capitalismo a vantaggio del bene comune, anziché del profitto, crea una contrapposizione reciprocamente distruttiva tra capitalismo e Chiesa.

Questa è la ragione, se non sbaglio, per cui Severino ritiene che capitalismo, politica e Chiesa stessa, siano in crisi. Perché sono in contraddizione nel perseguimento del medesimo fine. Sempre per Severino la soluzione consiste nella scelta della politica di mettersi al servizio della tecnica, ispirata dalla scienza, per produrre vera potenza. Escludendo la religione dalla formula. Anche nel suo interessante ultimo libro “Capitalismo senza futuro”, il prof.Severino esalta la tecnica perché sfugge alla immaturità dell’uomo e perché prescinde dalla morale. La vera morale alla fine, per Severino, è nella tecnica perché permette all’uomo di “vivere in eterno”. Anche la politica dovrebbe fondarsi sulla tecnica, magari con veri governi tecnici. E naturalmente questa tecnica deve esser guidata dal filosofo che assicura appunto una “pax tecnica” con il filosofo gran sacerdote .

Quasi esattamente il contrario di quello che Giovanni Paolo II (nella Sollecitudo rei socialis) e Benedetto XVI (nella Caritas in Veritate) propongono quale riflessione, spiegando che il cattolicesimo non è contro la tecnica, anzi, è contro l’ignoranza nella capacità di utilizzarla. Spiegano infatti che l’uomo di questo secolo è cresciuto molto in capacità tecniche e poco in conoscenza e sapienza, scoprendosi così immaturo per gestire tanta tecnica, che pertanto può sfuggirgli di mano (come sta succedendo). Per tanto tempo la filosofia ha cercato alleanza con la scienza per combattere la religione. Poi la scienza scopre di poter esser cristiana , così ora la filosofia cerca forse un'alleanza con la tecnica?

Articolo e libro sono una dimostrazione che lo spirito critico del filosofo si potrebbe avvantaggiare con una sana discussione con un teologo esperto di “economia per l’uomo”, quali sono, ad esempio, monsignor Rino Fisichella o il cardinale Angelo Scola. Molto rapidamente rilevo alcuni punti dove il teologo potrebbe aiutare l’opinione del filosofo. La saggezza porta la Chiesa a considerare il profitto come un mezzo indispensabile di misura dell’efficienza e della competitività; ciò che conta è come questo profitto si crea e a cosa serve. Gli addendi in più nelle formule economiche ben conosciute dalla Chiesa sono “amore e carità”, ma la Chiesa sa bene che la ricchezza da distribuire ai più deboli deve esser prima creata, altrimenti si distribuirebbe povertà. Non si creda che la Chiesa non  conosca l’economia ed il capitalismo. Anzi, si può dire che il capitalismo è stato “inventato” dai cattolici qualche secolo prima della riforma protestante e le prime leggi economiche su domanda e offerta, sull’uso del capitale, sull'interesse e sulla creazione di ricchezza, sono state elaborate nel mondo cattolico da domenicani, francescani e gesuiti (si veda la scuola di Salamanca) cinquecento anni fa. 

Queste leggi sono diventate fondamento dell’economia moderna (scuola austriaca), realtà che lo stesso Shumpeter riconosce.  E’ poi evidente che la Chiesa non è affatto convinta che il capitalismo voglia la distruzione della società cristiana né la Chiesa vuole la fine del capitalismo. Ma dove lo ha letto? La Chiesa si preoccupa dell’uso del capitalismo, mezzo, e vuole uomini saggi che lo gestiscano per un fine. Se questo fine è l’uomo, il problema è attribuirgli una dignità specifica. E Severino sa bene che questo è il punto di disaccordo principale. Se i mezzi evocati da Severino, la politica e la scienza, devono esser orientati ad un uomo animale intelligente (frutto del caos o evoluzione di un bacillo) da soddisfare solo materialmente, il risultato è evidente, ed un filosofo della sua grandezza certamente può riconoscerlo. Questa valutazione  “animalistica” dell’uomo (unitamente a dottrine nichilistiche e ad errori socioeconomici incredibili quali il malthusianesimo) ha comportato lo sviluppo economico consumistico (e a debito) negli ultimi trent’anni che ha portato alla crisi attuale. Ciò deve portare a riconoscere che quando la tecno-scienza (senza un “fine” vero) influenza  le scelte economiche, influenza lo stesso comportamento del capitalismo e  può comportare disastri. E Papa Giovanni Paolo II lo aveva ben profetizzato nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis , quando spiega che la tecnica può sfuggire di mano all’uomo immaturo e non cosciente. E’ l’uomo pertanto che va ricostruito, piuttosto che strumenti scientifici o tecnici. Questi possono pure esser migliorati, ma se l’uomo non cambia userà male anche i nuovi strumenti.

Quando poi Severino lascia capire che la Chiesa cerca di influenzare la politica o la scienza, viene da pensare: magari lo facesse, opportunamente e con mezzi a lei adeguati, per obiettivi santi. L'impressione è invece che spesso sia la Chiesa il soggetto che si cerca di influenzare dall’esterno per farle dare imprimatur politici o scientifici. Per fortuna abbiamo avuto santi Papi e oggi un Santo Padre come Benedetto XVI. Sono certo che se il mondo avesse saputo ascoltare il magistero di grandi Papi  che hanno scritto encicliche tanto osannate ma poco comprese (come la Humanae Vitae e la Populorum Progressio di Paolo VI , la Centesimus annus e la Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, e la Caritas in Veritate di Benedetto XVI) , questa crisi non ci sarebbe stata, e se ci fosse stata sarebbe persino già stata risolta.

Nella Caritas in Veritate, primo capitolo, evocando due encicliche di PaoloVI (Humanae Vitae e Populorum Progressio) il Pontefice dà una spiegazione esemplare di cosa deve essere progresso, economia, capitalismo, profitto. Ma nella introduzione all’Enciclica fa ancora di più: una lezione sui fini e su come si raggiungono o meno, fa una lezione di filosofia sul nichilismo dominante, spiegando che il nichilismo produce la mancanza di valori che confondono i fini e rendono i mezzi improduttivi. La salvezza non è nella filosofia e la potenza non è nella tecnica, caro e stimato professor Severino. Grazie a Dio.

mercoledì 5 dicembre 2012


Il papa ribadisce il no alla tecnocrazia
di Massimo Introvigne - http://www.lanuovabq.it05-12-2012

GvXXII firma Pacem in Terris
È sfuggito a molti, ma nel discorso del 3 dicembre 2012 alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace Benedetto XVI è personalmente intervenuto per spiegare, precisare e in parte correggere un controverso documento di quel dicastero.
Si tratta del testo del 24 ottobre 2011 "Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorita? pubblica a competenza universale" che, a credere ai vaticanisti, aveva a suo tempo suscitato riserve nello stesso cardinale Tarcisio Bertone, dando origine alla disposizione che invitava da allora in poi tutti i dicasteri pontifici a sottoporre i loro documenti alla Segreteria di Stato prima della pubblicazione.
Il Pontefice - sia nell'enciclica Caritas in veritate sia in discorsi successivi - denuncia la tecnocrazia, il prevalere di tecnici che non rispondono né agli elettori né al bene comune ma fondano il loro potere sulla pretesa di un sapere superiore, come uno dei grandi pericoli del nostro tempo. I critici del documento del Pontificio Consiglio si sono chiesti se l'autorità mondiale - di cui quel testo parla con precisazioni perfino troppo numerose, mentre la stessa autorità era stata evocata nella Caritas in veritate in linea generale e senza dettagli - non rischi di risolversi nell'ennesimo potere tecnocratico anonimo, che decide sfuggendo a ogni controllo dei cittadini.

L'idea di un governo mondiale dell'economia nasce dall'enciclica Pacem in terris del beato Papa Giovanni XXIII (1881-1963) dell'11 aprile 1963, di cui - ha ricordato il Papa - fra qualche mese si celebrerà il cinquantenario. Benedetto XVI inquadra il tema partendo dall'idea che la dottrina sociale «è parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa», e va pure considerata «importante per la nuova evangelizzazione». La Pacem in terris, spiega il Pontefice, c'insegna che diventando cristiani accettiamo un'antropologia «contrassegnata dalla trascendenza, in senso sia orizzontale sia verticale. Dall’antropologia integrale, che deriva dalla Rivelazione e dall’esercizio della ragione naturale, dipendono la fondazione e il significato dei diritti e dei doveri umani». Questa nozione dellaPacem in terris è importante, perché si risolve in una riaffermazione del diritto naturale. «I diritti e i doveri, infatti, non hanno come unico ed esclusivo fondamento la coscienza sociale dei popoli, ma dipendono primariamente dalla legge morale naturale, inscritta da Dio nella coscienza di ogni persona, e quindi in ultima istanza dalla verità sull’uomo e sulla società».

Se non si cerca il fondamento dei diritti umani nel diritto naturale,prosegue Benedetto XVI, si rischiano insieme una deriva relativista e una tecnocratica. «Sebbene la difesa dei diritti abbia fatto grandi progressi nel nostro tempo, la cultura odierna, caratterizzata, tra l’altro, da un individualismo utilitarista e un economicismo tecnocratico, tende a svalutare la persona. Questa viene concepita come un essere "fluido", senza consistenza permanente.Nonostante sia immerso in una rete infinita di relazioni e di comunicazioni, l’uomo di oggi paradossalmente appare spesso un essere isolato, perché indifferente rispetto al rapporto costitutivo del suo essere, che è la radice di tutti gli altri rapporti, quello con Dio».

La tecnocrazia considera l'uomo «in chiave prevalentemente biologica o come "capitale umano", "risorsa", parte di un ingranaggio produttivo e finanziario che lo sovrasta». Si parla molto dei diritti della persona ma nel contempo, all'interno dell'orizzonte culturale tecnocratico, si affermano «nuove ideologie - come quella edonistica ed egoistica dei diritti sessuali e riproduttivi o quella di un capitalismo finanziario sregolato che prevarica sulla politica e destruttura l’economia reale -», le quali negano la trascendenza della persona umana.

La dottrina sociale della Chiesa deve dunque mirare oggi «a detronizzare gli idoli moderni, a sostituire l’individualismo, il consumismo materialista e la tecnocrazia, con la cultura della fraternità e della gratuità, dell’amore solidale».Solo in questo contesto si comprende l'idea di un'autorità mondiale della Pacem in terris. «Il beato Papa Giovanni XXIII - afferma Benedetto XVI -  ha motivato l’impegno per la costruzione di una comunità mondiale, con una corrispondente autorità, proprio muovendo dall’amore, e precisamente dall’amore per il bene comune della famiglia umana». Occorre leggere le parole esatte della Pacem in terris: «Esiste un rapporto intrinseco fra i contenuti storici del bene comune da una parte e la configurazione dei Poteri pubblici dall’altra. L’ordine morale, cioè, come esige l’autorità pubblica nella convivenza per l’attuazione del bene comune, di conseguenza esige pure che l’autorità a tale scopo sia efficiente» (n.71).

Con parole in cui si può vedere, se non una pubblica correzione, almeno una precisazione del documento del Pontificio Consiglio, Benedetto XVI afferma che «la Chiesa non ha certo il compito di suggerire, dal punto di vista giuridico e politico, la configurazione concreta di un tale ordinamento internazionale»: si limita a offrire uno spunto di riflessione generale. E «nella riflessione, comunque, è da tenere presente che non si dovrebbe immaginare un superpotere, concentrato nelle mani di pochi, che dominerebbe su tutti i popoli, sfruttando i più deboli, ma che qualunque autorità deve essere intesa, anzitutto, come forza morale, facoltà di influire secondo ragione (cfr Pacem in terris, 27), ossia come autorità partecipata, limitata per competenza e dal diritto».

Il «superpotere» sarebbe in effetti una nuova manifestazione della tecnocrazia, che la Chiesa non intende certamente favorire. Un'autorità internazionale limitata «dal diritto» nella sua «competenza» ad alcune materie, e intesa più come autorità «morale» che come governo, potrebbe invece aiutare a evitare derive pericolose che, specie in campo finanziario, sono alle radici della crisi attuale. Si può immaginare, per esempio, che - se fosse esistita - qualche anno fa avrebbe potuto autorevolmente mettere in guardia contro prodotti finanziari speculativi venduti sui mercati internazionali e privi di un vero rapporto con l'economia reale.

Con questo intervento del Papa, le polemiche sul documento del 24 ottobre 2011 potrebbero essere chiuse. Mentre non è chiusa la riflessione su chi davvero comanda nell'economia mondiale, e su quali autorità nazionali o internazionali potrebbero mettere argine alle pretese tecnocratiche: stando bene attente, però, a non crearne di nuove.
 

mercoledì 18 luglio 2012


L’irriducibilità dell’uomo alla macchina - I limiti insuperabili della tecnica e dell’algoritmo, contro le fantasie trans umanistiche – di Giorgio Masiero, fisico e docente universitario, 17 luglio, 2012, http://www.uccronline.it/

Ogni 4 anni, al Congresso Internazionale dei Matematici, è assegnata la medaglia Fields ai giovani ricercatori qualificatisi per le scoperte più rilevanti. Il premio è soprattutto onorifico, a meno che la scoperta non rientri tra i “7 problemi del Millennio” del Clay Institute: allora ai 15.000 dollari canadesi della medaglia Fields si aggiunge il premio Clay di 1.000.000 di dollari USA. L’ultimo congresso si è svolto nel 2010 a Hyderabad ed ha assegnato solo medaglie Fields; nel precedente di Madrid invece, al russo Grigori Perelman era toccato anche il premio Clay per la dimostrazione della congettura di Poincaré, una questione che resisteva da un secolo agli assalti della ragione. La descrizione del problema e degli altri 6 ancora irrisolti si può trovare nel sito del Clay. A sorpresa Perelman non si mosse dalla sua San Pietroburgo per ritirare i premi, limitandosi a dire agli esterrefatti cronisti: “Ho risolto il problema, tanto mi basta”. Mostrava così la gioia perfetta di chi, col solo uso della mente, in anni di riflessioni dedicate a coniugare l’intuizione all’inferenza in vista d’un obiettivo, era riuscito a scalare difficoltà logiche inimmaginabili.

I moderni computer, implementati dei software adeguati, possono per la loro velocità di calcolo risolvere problemi complessi, che richiederebbero tempi astronomici al calcolo umano, ma hanno gravi limiti. Quali sono? Da che cosa traiamo indicazioni sui loro ambiti? L’unico giudice dei limiti dell’algoritmo e del processore è la ragione umana! Forse un giorno saranno dimostrati tutti i problemi del Clay; o forse no: per alcuni la dimostrazione potrebbe essere preclusa ad ogni tecnica. I due teoremi d’incompletezza di Gödel (1931) impattano proprio la capacità dell’algoritmo di dimostrare proposizioni matematiche e di costruire teorie scientifiche coerenti. Stando al primo teorema esistono in aritmetica, e quindi in tutta la matematica (di cui l’aritmetica costituisce il nucleo) e in tutte le scienze naturali (di cui la matematica è il linguaggio), enunciati veri che non si possono dimostrare per via algoritmica. Non è una questione di completezza degli assiomi, né di capacità di memoria, né di velocità elaborativa: semplicemente non esiste la procedura! Un esempio di questione matematica indecidibile fu trovato una cinquantina d’anni fa, con uno spettacolare teorema che procurò all’americano Paul Cohen la medaglia Fields nel 1966: è l’ipotesi del continuo di Cantor. Una delle prime domande su cui conto di avere risposta nell’altro mondo la riguarda: esistono infiniti intermedi tra i numeri naturali ed i reali?

La presenza di limiti all’algoritmo, tuttavia, ci è anche utile in questo mondo. Tornando alla lista Clay, leggiamo tra i 6 problemi irrisolti la sigla P vs NP. Essa sta ad indicare una questione cruciale in molti problemi d’ottimizzazione industriale, per es. nel process scheduling. Un problema è classificato tra quelli P (polinomiali) se è risolvibile in tempi ragionevoli da un calcolatore, magari dotato di velocità del processore e di capacità della RAM superiori a quelle odierne; rientra invece tra quelli NP (non polinomiali) se può essere risolto soltanto in modo bruto attraverso l’immissione ed il controllo di tutte le combinazioni e se richiede allo scopo un dispendio di risorse superiori all’età e all’energia dell’Universo. Non pensare, caro lettore, che i problemi NP riguardino chissà quali situazioni astratte: prova, se ci riesci, a calcolare il tragitto più corto per visitare in un unico giro 10 amici, abitanti in 10 località sparse della tua regione; o quello per la distribuzione giornaliera di un centinaio di pacchi di uno spedizioniere locale. Insomma un problema NP, anche se risolubile in teoria (da una “macchina di Turing”), non lo è in pratica: è oltre il limite fisico della tecnica…, a meno che con qualche scorciatoia matematica non sia traducibile in un problema di tipo P. La sfida posta dal Clay consiste proprio in ciò: i problemi NP sono sempre riducibili a problemi P?

Ricordate i numeri primi? Sono quelli divisibili solo per 1 e per se stessi: 2, 3, 5, 7, 11,… Anche se sembra ripetersi indefinitamente la stranezza di trovare ogni tanto due primi attaccati, detti “gemelli” (…, 107, 109, …, 599, 601, …, 821, 823, …), avanzando si diradano in media sempre più, ma sono infiniti (teorema di Euclide, III sec. a.C.): ciò significa che ne esistono di grandi quanto si vuole, anche da mille o un milione di cifre. La scomposizione poi è l’operazione che fattorizza un numero non primo (“composto”) nei suoi fattori primi, per es. 60 = 2 × 2 × 3 × 5. Se il numero composto non è troppo grande, la scomposizione è facile: se è pari si divide per 2, poi si prova per 3, poi per 5, ecc. Quando il numero è molto grande si ricorre ai calcolatori. Oggi, con sofisticati algoritmi che utilizzano recenti scoperte matematiche sulla distribuzione dei numeri primi (alcune, bellissime, hanno procurato nel 2006 una medaglia Fields all’australiano Terence Tao), un normale pc ci può dire in tempi ragionevoli se un dato numero di qualche centinaio di cifre è primo o no, e ci può anche trovare un nuovo primo di tali dimensioni. Non esiste tuttavia nessun software per nessun computer (sia pure il super-computer di Standard & Poor, o il K computer di Kobe da 8 milioni di miliardi di istruzioni al secondo, né quello 1.000 volte più veloce di cui si disporrà tra 10 anni) che sappia scomporre in tempi fisici il prodotto di due numeri primi di alcune centinaia di cifre.

Questa almeno è la situazione allo stato delle nostre conoscenze matematiche, dove la scomposizione resiste come problema NP. Sui tempi ultramondani della fattorizzazione di grossi numeri si fonda gran parte della crittografia per la sicurezza di internet (scambio dati riservati, transazioni bancarie, privacy, reti di trasporto, infrastrutture energetiche, comandi militari, ecc.). Così, quasi per una legge del contrappasso, quella finitudine dell’algoritmo che in apparenza ne denota negativamente i tratti applicativi, si trasforma nella capacità di dare sicurezza alle transazioni mondiali. Una tecnica onnipotente implicherebbe software capaci di fattorizzare tutti i numeri e di scardinare ogni crittografia; quindi sicurezza nulla ed impossibilità di transazioni riservate via internet; quindi, in definitiva, l’annullamento di ogni utilità del web, ridotto a veicolo di spam. Invece una tecnologia performante limitata consente una sicurezza che seppur finita resta performante: una sicurezza accettabile, pur se labile come ogni cosa di questo mondo, minacciata sempre da un hacker che trovi, forse domani, forse tra qualche anno, la via per districare il problema NP della scomposizione e tradurlo in uno di tipo P.

Morale. Giorni fa, prima di ritirare l’auto dal parcheggio a pagamento, sono passato alla cassa automatica e, trovatomi senza spiccioli, ho usato la mia carta di credito con chip e pin “ultrasicura, di ultima generazione” (secondo lo slogan della banca emittente): inseritala nello slot dedicato, ho digitato il pin sulla tastiera ed atteso la restituzione della carta. Tardando questa ad uscire, ho premuto il tasto “Annulla operazione” e l’ho estratta manualmente. Apparso comunque il messaggio di “Transazione eseguita”, me ne sono uscito tranquillamente dal parcheggio. A tarda serata però, un sms mi avvertiva che un acquisto di 1.659 € era appena stato eseguito in un negozio di confine con la mia card. Me l’avevano clonata! Realizzai allora che a rallentarne l’uscita dallo slot era stato uno skimmer fraudolentemente applicatovi per clonare il badge… e che la zingarella aggirantesi intorno alla cassa, apparentemente impegnata a richiedere un obolo ai passanti, era lì allo scopo di controllare il campo e di carpire dal moto delle dita il pin ai malcapitati. Le carte di credito usano sì teoremi che le rendono, allo stato delle nostre conoscenze matematiche, inattaccabili dai calcolatori, ma c’è una peculiarità della ragione umana che coniuga le più moderne tecnologie con le più ataviche doti d’intuizione e destrezza: quest’arte può battere sempre ogni impossibilità di cui è prigioniera la macchina. “Datemi una definizione d’intelligenza ed io vi dimostrerò che i calcolatori possono essere intelligenti”, preconizzava troppo ottimisticamente il britannico Alan Turing, del quale abbiamo festeggiato il 23 giugno scorso il centenario della nascita. Ebbene, non è l’intuizione una componente tra le più importanti, se non la prima, dell’intelligenza umana? e l’algoritmo non è alternativo all’intuizione, nella definizione fondante della computer science che tu, Alan, ne hai dato nel tuo memorabile scritto del 1936? Ricordi, lettore, il Dustin Hoffman di Rain man? Il personaggio mostra meglio di ogni disquisizione che l’autismo, anche quando fa prodigi nel calcolo, non coincide con l’intelligenza. A questa distinzione si deve se nessun adepto dell’Intelligenza Artificiale sa (anche vagamente solo immaginare come) scrivere un programma che dimostri per es. la proprietà commutativa della moltiplicazione, senza ricorrere al quinto assioma di Peano.

martedì 10 gennaio 2012


Avvenire.it, 10/01/2012 - Biotecnologie, il terrificante Eldorado di Frankenstein?
  
Nel suo ultimo saggio (Passaggio d'epoca, Marietti), con la consueta lucidità Pietro Barcellona scrive: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Mi si perdoni la lunga citazione ma non si sarebbe potuto esprimere meglio quella che nel libro si osa definire, correttamente, «trasformazione antropologica dell'essere umano». L'analisi di Barcellona poi prosegue soffermandosi in particolare sia sul ruolo che il capitalismo si trova a giocare in questa nuova scena (ecco quella che già non è più solo una tetra profezia: il business del futuro, in effetti, non riguarderà tanto il mondo degli oggetti e neppure quello dei valori, quanto piuttosto il mondo della vita stessa: cellule, ovuli, organi, eccetera. Si sta così configurando all'orizzonte un magnifico e terrificante Eldorado costruito attorno a biotecnologie e a manipolazioni genetiche che non a caso vivono come un'ingerenza insopportabile e come una perdita di tempo, addirittura come una vera e propria violenza, l'introduzione di un qualsiasi principio, filosofico, morale, religioso, che tenti di mettere ordine in questo campo); sia su quel «matrimonio fra tecnica e scienza (che) è la nuova metafisica», la stessa che sostituisce a ogni finalismo umano il finalismo dell'evoluzione biologica: «La biotecnologia modifica alla radice il concetto di vita, mettendo nelle mani dell'essere umano [evidentemente, ritorna l'essenziale riferimento al capitalismo, non di ogni essere umano, ma solo di coloro che hanno i mezzi e le possibilità: già questa banale considerazione è sufficiente ad alimentare quel sospetto che solo dei militanti del non pensiero possono qualificare come una chiara manifestazione dell'"oscurantismo antiscientifico"] non solo un potere manipolativo, ma la possibilità stessa di creare ex novo un progetto vivente». Le intelligenze più lucide l'hanno riconosciuto da tempo: c'è qualcosa di molto più pericoloso del già pericoloso inquinamento ambientale, c'è qualcosa di molto più drammatico della già drammatica crisi economica, c'è qualcosa che può rivelarsi molto più distruttivo della già violentissime guerre che stravolgono il mondo, ed è proprio l'ormai possibile «produzione della vita per mezzo della tecnica». Si obietterà: ma tutte queste ricerche, tutte queste tecniche, possono aiutare a migliorare non solo la vita degli uomini, ma la vita in generale. Certo, ed è per questa ragione che l'Eldorado potrà essere magnifico, ma come non accorgersi ch'esso potrà anche rivelarsi come terrificante? Pertanto chi vorrà assumersi la responsabilità di non dare alcun ascolto all'insegnamento che proviene dalla storia umana? In effetti non è la prima volta che l'uomo sogna, per riprendere la felice espressione di Barcellona, di «sostituire la natura nei meccanismi del vivente», anche se forse è la prima volta che un simile sogno può essere tradotto in realtà; e ogni volta tale sostituzione ha generato mostri. Mi permetto a tale riguardo di consigliare un'attenta lettura o rilettura del Frankenstein di Mary Shelley (1818), un'opera che è come un controcanto, ed un terribile monito, al clamore che alcune importanti scoperte scientifiche dell'epoca avevano giustamente suscitato. Inoltre, se proprio si dovesse optare per una metafisica, come non riconoscere che l'ingegno dell'uomo è riuscito ad elaborare, nel corso della sua storia, qualcosa di molto più interessante, metafisiche molto più vitali di quella nata, per ritornare ancora una volta all'esperimento tra la morte e la vita narrato dalla Shelley, dal «matrimonio fra tecnica e scienza»? La scienza non si fermi e non sia fermata (d'altra parte chi potrebbe realisticamente farlo?), ma nel suo avanzare tumultuoso e fecondo essa sia così razionale da non dimenticare di dare ascolto al poeta, al filosofo, all'artista, all'uomo religioso. Da essi, infatti, le potrebbero venire indicazioni antiche e sorprendenti. A meno che non ci si voglia comportare come Frankenstein, che – è banale ricordarlo ma può essere utile farlo – non è il nome della «creatura» o del «mostro», ma del dottore che lo assembla. A questo scienziato senza ragione la «sua creatura» ad un certo punto con ragione chiede: «Come osi giocare così con la vita?». Per l'appunto.

martedì 20 dicembre 2011


IL CASO/ La follia di Pasolini e le profezie di Del Noce sul nuovo "fascismo" – di Massimo Borghesi, martedì 20 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

L’intervista, inedita, a Pier Paolo Pasolini, registrata il 30 ottobre 1975 a Stoccolma, che, anticipata venerdì da Repubblica, esce nel nuovo numero de L’Espresso, non aggiunge, certo, nulla di nuovo alla conoscenza dell’“ultimo” Pasolini, quello delle Lettere luterane e dei Scritti corsari. E, tuttavia, sia pure come conferma, rappresenta un documento prezioso dell’ultima fase dell’autore. Ne emerge lo straordinario diagnostico della “rivoluzione antropologica” in Italia, il teorico della scomparsa delle “lucciole”, del tramonto del mondo contadino, religioso, e delle forze popolari, cattoliche e comuniste, a favore di un mondo positivistico e tecnocratico, segnato dal primato dell’utile e dalla logica totalizzante dei consumi.
Come esito della rivoluzione industriale in Italia, afferma Pasolini nella sua intervista, “il Vaticano non ha più alle spalle questa enorme massa di contadini cattolici. Le chiese sono vuote, i seminari sono vuoti, se lei viene a Roma non vede più file di seminaristi che camminano per la città... E anche i marxisti sono stati cambiati antropologicamente dalla rivoluzione consumistica perché vivono in altro modo, in un’altra qualità di vita, in altri modelli culturali e sono stati cambiati anche sociologicamente”. Un cambiamento che mantiene le differenze economiche, tra borghesi ed operai, ma toglie quelle culturali. Che svuota di significato la destra neofascista – nessuno crede più a patria-famiglia-esercito – al pari della sinistra. Il risultato è il nuovo potere consumistico che Pasolini considera “un fascismo peggiore di quello classico, perché il clerico-fascismo in realtà non ha trasformato gli italiani, non è entrato dentro di loro. È stato totalitario ma non totalizzante”.
L’intervista pasoliniana, come si è detto, non aggiunge elementi nuovi a ciò che già conoscevamo. Nondimeno la sua analisi, che coglie perfettamente il mondo che viene, sorprende ancora per la sua solitudine: “Tutto quello che ho detto, l’ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: Quel pazzo di Pasolini”. Si tratta, in realtà, di una lucida follia che trova in Italia il suo precedente in un altro grande diagnostico: Augusto Del Noce. Il grande filosofo torinese già nel 1963, nel suo saggio Appunti sull’irreligione occidentale confluito poi ne Il problema dell’ateismo (1964), coglieva l’avvento della società tecnocratica con accenti decisamente pasoliniani.
In esso, sotto le suggestioni dell’amico Franco Rodano, Del Noce metteva a fuoco le caratteristiche della “società opulenta”. Questa, scriveva, “è una società che accetta tutte le negazioni del marxismo nei riguardi del pensiero contemplativo, della religione e della metafisica: che accetta quindi la riduzione marxista delle idee a strumento di produzione; ma che d’altra parte rifiuta del marxismo gli spetti rivoluzionari-messianici, quindi quel che di religioso rimane dell’idea rivoluzionaria. Sotto questo riguardo rappresenta veramente lo spirito borghese allo stato puro; lo spirito borghese che ha trionfato dei suoi due tradizionali avversari, la religione trascendente e lo spirito rivoluzionario. Si potrebbe arrivare a dire, e documentarlo coi testi del Manifesto: per una singolare eterogenesi dei fini il marxismo ha condotto lo spirito borghese a manifestarsi allo stato puro, ma una volta che ha raggiunto questo, si trova impotente a combatterlo. La società tecnologica segna l’abdicazione del marxismo nei confronti degli inventori dell’organizzazione razionale della società industriale, Saint-Simon e Comte”.
La tesi, assolutamente inedita nel delineare l’attuazione della società tecnocratica mediante la decomposizione del marxismo, doveva portare Del Noce all’incontro ideale con Pasolini. Così, nel 1975, riconosce che nessuno come Pasolini “ha inteso il carattere della contestazione e dei suoi strascichi: ‘Rivoluzione del sì’ a una nuova classe di ‘potere reale’, asservente il potere dei politici che nemmeno si sono accorti della sua realtà, emersa dopo il ’60. Nel senso che l’opera distruttiva che essa continua a compiere è rivolta a togliere gli ostacoli all’instaurazione di questa nuova élite, la più priva di ideali, e per ciò stesso la più oppressiva, di quante ci siano mai state nella storia. Nel riguardo di tale opera, la distinzione tra i giovani ‘neri’ e i giovani ‘rossi’ è del tutto secondaria, com’egli ha ben visto. Ma c’è di più. Ha anche inteso come questo ‘nuovo totalitarismo’ che si avanza rassomigli, più che al comunismo o al nazismo, a un fascismo diventato totalitario, o violentemente totalizzato sotto la maschera della permissività, come egli preferisce dire”.
Del Noce riconosceva, quindi, in Pasolini un diagnostico impagabile della nuova realtà che si andava delineando in Italia. Il suo limite era nel sociologismo, nel ridurre l’opposizione di cui parla a quella tra civiltà contadina e civiltà industriale in modo tale che la sua critica della società industriale appare come il sintomo di una nostalgia, la nostalgia del tempo delle lucciole, dei valori di un mondo arcaico travolto dalla rivoluzione industriale. Donde il suo decadentismo. “Pasolini – scrive Del Noce – mi appare dunque un ‘ribelle incompiuto’. Ha avuto il coraggio di opporsi a quell’orribile dittatura culturale che piuttosto che marxistica (perché certamente non è tale) o neoilluministica chiamerei neolibertina, nel senso che, benché si dia la figura dell’avanguardia, non fa che ripercorrere all’indietro il processo dall’illuminismo al pensiero libertino, cancellando i momenti nuovi e positivi che pur caratterizzano l’illuminismo. Ma perché non ha veramente criticato le ragioni per cui questo fenomeno ha potuto prodursi, è rimasto ancora, per usare un’espressione consueta, un ribelle entro il sistema. Con la conseguenza che le verità che afferma possono sembrare o dei voluti paradossi, o espressioni di un riemergere di un fondo di religione friulana, destinata a scomparire nei nuovi tempi”.
Per poter valorizzare tali verità occorreva separale dal decadentismo pasoliniano. In tal modo, come scriveva Del Noce nel 1985, diviene possibile riconoscere che “c’è un positivo a cui Pasolini giunge attraverso il marxismo, un positivo che deve però essere separato dal suo laicismo. Ed è infine interessante notare come egli incontri il pensiero cattolico a partire dal marxismo, come faccia rientrare la critica marxista nella critica cattolica alla società borghese”. Pasolini, non cattolico e di formazione laica, ritrovava, attraverso il marxismo, un suo cattolicesimo. A fronte del deserto antropologico rimaneva, nonostante tutto, la Chiesa a valorizzare quei valori popolari che il marxismo, sedotto dalla società tecnologica, non era più in grado di promuovere.


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sabato 12 novembre 2011


Le radici della crisi dell’Unione Europea (1991-2011) - http://www.fondazionelepanto.org

La crisi economica, sociale e politica che l’Unione Europea oggi vive è sotto gli occhi di tutti. Tra pochi giorni ricorrerà il ventesimo anniversario della firma del Trattato di Maastricht (firmato l’ 11 dicembre 1991) da cui l’Unione Europea ebbe origine. Il prof. Roberto de Mattei, allora presidente del Centro Culturale Lepanto, e oggi della Fondazione Lepanto, esprimeva, tra i primi in Europa, le sue critiche al Trattato di Maastricht in una lettera consegnata a Strasburgo, a tutti i parlamentari europei, l’11 maggio del 1992, alla vigilia del discorso della regina Elisabetta di Inghilterra al Parlamento Europeo. Lo stesso testo veniva fatto pervenire, ai parlamentari italiani riuniti in seduta congiunta in elezione del Presidente della Repubblica (il documento fu pubblicato integralmente in « Lepanto », nn. 122-123 (maggio-giugno 1992), pp. 3-11).

La lettura di questa analisi, che precedette di quasi 10 anni l’entrata in vigore dell’Euro, invita a riflettere sul nostro futuro.







Lettera ai Parlamentari europei del prof. Roberto de Mattei




Roma, 11 maggio 1992

Egregio onorevole,

a nome del Centro Culturale Lepanto, che ho l’onore di presiedere, vorrei sottoporre alla Sua attenzione alcune riflessioni a proposito di un importante dibattito che Ella e i suoi colleghi avete affrontato e dovrete ancora affrontare (l).

Mi riferisco al Trattato di Maastricht, stipulato l’11 dicembre 1991 nella cittadina olandese dai Capi di Stato e di Governo dei dodici Paesi della Comunità europea per avviare la nuova organizzazione internazionale denominata “Unione europea”.

Questo Trattato, che è stato formalmente sottoscritto il 7 febbraio 1992 e che, per entrare in vigore, dovrebbe essere ratificato dai rispettivi Parlamenti nazionali entro il 31 dicembre di quest’anno, sta suscitando un po’ ovunque crescenti dubbi e perplessità: unirà e rafforzerà veramente l’Europa, o la disgregherà, precipitandola nel caos? Lo scopo di questa lettera, è di contribuire ad una discussione su questo punto capitale.


Il sogno nichilista di distruzione dell’Europa

In questo 1992 che segna il 500° anniversario della scoperta e della civilizzazione dell’America da parte degli europei, la Civiltà europea e cristiana è sottoposta a un processo senza precedenti. L’Europa è accusata di aver imposto al mondo il suo modello di civiltà, in luogo di “aprirsi all’Altro”, “a ciò che non è, non è mai stato e non sarà mai l’Europa”(2); essa dovrebbe dunque rinnegare sé stessa per recuperare la “Alterità” che ha negato: i barbari, gli indios, i musulmani, sarebbero portatori di un “messaggio culturale” incompreso. L’Europa dovrebbe perciò rinunciare alla “ambizione secolare di centralità storica di cui Colombo è il simbolo”(3) per “decivilizzarsi” e sprofondare nel tribalismo.

Nella visione della storia, elaborata da questi “teorici del caos”, il fondamento dell’Europa sarebbe “la perdita dei fondamenti” (4), la sua caratteristica quella “di non essere identica a sé stessa” (5). Nessuna identità storica e culturale meriterebbe di sopravvivere perché nel mondo nulla esiste di stabile e di permanente e tutto è privo di ordine e di significato: il Nulla è l’unica realtà che si deve affermare nella storia e nella società: “Dobbiamo riconoscere il ruolo storicamente positivo del Nulla /…/ Siamo incitati a fondare la nostra cittadinanza europea in rapporto al nulla” (6).


La vera natura del Trattato di Maastricht

Queste tesi nichilistiche sull’Europa, esposte in riviste, libri e convegni, amplificate dai mass media e abbondantemente riecheggiate dagli uomini politici, non vanno ignorate né dimenticate nell’affrontare la discussione su un accordo politico così ambizioso come il Trattato di Maastricht.

Non si tratta di schierarsi genericamente pro o contro l’Europa, ma di affrontare il vero problema di fondo: a quale Europa ci richiamiamo? Qual è l’Europa prevista dal Trattato di Maastricht? I trattati politici e diplomatici non si riducono infatti a formule tecniche ma riflettono modelli politici, visioni del mondo e aspirazioni ideali.

Quali, in questo caso?


Non è solo un mercato unico…

Per l’uomo della strada, l’Unione europea si riduce al grande mercato senza frontiere, ossia all’unico “mercato interno” europeo realizzato attraverso la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

Quest’uomo comune europeo, che rifugge da discussioni e impegni profondi per vivere immerso nei problemi di ogni giorno, diffida dei politici, ma nutre ancora una certa fiducia verso il pragmatismo degli economisti; il fatto che l’Europa unita sia oggi patrocinata dai “tecnici” dell’economia, lo tranquillizza ed egli è tentato a vedere in essa la possibile soluzione dei gravi mali economici e sociali che affliggono ormai cronicamente tutte le nazioni occidentali.

In realtà, il primo equivoco di fondo da dissipare, è proprio quello di ritenere che la organizzazione internazionale prevista a Maastricht si limiti ad una unione economica, destinata ad assicurare maggiori vantaggi e benefici ai suoi membri.

Ciò è evidente fin nelle prime pagine del Trattato, dove, a sottolineare la novità, al tit. II, art. G A I si precisa che “l’espressione ‘Comunità economica europea’ è sostituita dall’espressione ‘Comunità europea’”.

Qual è il senso di questa precisazione? Quello di sottolineare il progressivo passaggio da un’unione meramente economica ad un’unione innanzitutto politica; l’unificazione economica è un mezzo, quella politica il fine.

… ma è un processo politico e culturale

La prima caratteristica del Trattato di Maastricht che balza agli occhi è la sua processualità. L’accordo prevede infatti, a partire dallo gennaio 1993, una serie di tappe diverse, rigorosamente concatenate e stabilisce il “carattere irreversibile” (7) della transizione all’ultima fase, entro il l° gennaio 1999.

Occorre spingere lo sguardo verso la mèta finale, perché è da essa che traggono significato le fasi precedenti. E se la fase iniziale è economica, l’ultima conclude un processo di profonda trasformazione politica dell’Europa. Qual è la natura di questa trasformazione? Ebbene, affermiamo senza timore di essere smentiti, pronti ad un aperto dibattito intellettuale su questo punto: il progetto di Maastricht non innesca un processo di unificazione europea, ma un processo di disgregazione degli Stati nazionali: e poiché l’Europa non può prescindere dagli Stati nazionali, che ne costituiscono l’ossatura, la liquidazione di questi Stati equivale alla distruzione dell’Europa condotta in nome dell’Europa stessa!

Verso il caos economico?

La prima fase del processo di unificazione di Maastricht prevede, a partire dallo gennaio 1993, la caduta delle frontiere politiche ed economiche all’interno della Comunità e la creazione di un grande mercato unico europeo. Ma quali saranno le conseguenze di questa vera e propria svolta economica del nostro continente?

Quasi tutte le nazioni europee producono merci di eccellente qualità, dai vini ai tessuti. Generalmente ogni nazione è la principale consumatrice dei propri prodotti; per evidenti ragioni economiche, ciò è favorito dalle misure di protezione doganale prese dai rispettivi governi. Se tali misure vengono soppresse, è inevitabile che la curiosità propria dell’uomo spinga i consumatori nazionali a sperimentare i prodotti provenienti da altre nazioni. Con la soppressione delle barriere doganali in tutta Europa, circoleranno e si consumeranno i prodotti economici di tutta Europa. In tal modo, nessuna industria manterrà la certezza di una base economica nel Paese in cui è impiantata e comincerà una disputa tra le industrie di ogni Paese, per mezzo della propaganda pubblicitaria, per conquistare nuovi mercati o per difendere quelli tradizionali. I formaggi francesi, la birra tedesca e la pasta italiana non sono solo prodotti commerciali, ma simboli di culture e di tradizioni diverse: la guerra economica, combattuta con gli strumenti della moderna tecnica pubblicitaria, tenderà a divenire psicologica e politica. Il mercato comune assomiglierà ad un campo di battaglia, piuttosto che a un centro di aggregazione.

I mercati più deboli saranno invasi da capitali, merci e servizi stranieri ben più competitivi. Sopravviveranno solo le imprese maggiori, capaci di darsi una dimensione multinazionale; alle piccole resterà l’alternativa di accorparsi alle grandi, in posizione subordinata, oppure di fallire.

Come abbiamo già previsto, commentando il “progetto Delors”, “ciò che rende ancora più preoccupante lo scenario è il fatto che questo cataclisma verrà imposto dall’alto, artificialmente e a brevissimo termine, sorprendendo i più deboli nell’impreparazione generale. E’ comunque facile prevedere che esploderà una concorrenza selvaggia che seminerà il caos nell’economia europea; nel Mercato Comune si combatterà una battaglia senza esclusione di colpi. L’Europa, priva dei punti di riferimento fin qui rappresentati dalle frontiere nazionali e dalle barriere doganali, potrebbe cadere vittima di un caos economico generalizzato e devastatore” (8).


L’esproprio della sovranità monetaria

Le tappe successive previste dal Trattato di Maastricht sono:

-          IIa fase (a partire dal 1° luglio 1994): Creazione di un Istituto Monetario Europeo (IME) costituito dalle Banche centrali dei Paesi membri, come passaggio intermedio per la successiva

-          IIIa fase (a partire dal 1997 e comunque entro il 1° gennaio 1999) che a sua volta prevede:

a) Costituzione di un Sistema europeo di banche centrali (SEBC), comprendente le singole Banche centrali nazionali e una Banca Centrale Europea (BCE), che diverrebbe il detentore e gestore esclusivo delle riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri (Tit. II, art. 105.2).

b) Creazione di una moneta unica puramente fiduciale, l’ECU (Tit. II, art. 3 A), destinata a sostituire le monete nazionali. La BCE costituirebbe l’unica istituzione abilitata ad esercitare una prerogativa tipica dello Stato, quale l’emissione di moneta.

In particolare, secondo il Trattato, non sono i governi e i parlamenti, ma è la Commissione, attraverso la Banca Centrale Europea, a stabilire gli indirizzi di massima per la politica economica dei singoli Stati nazionali (Tit. II, art. 103.2); la BCE è l’unica istituzione che può autorizzare l’emissione di banconote e stabilire la loro quantità (Tit. II, art. 105 A). Il Consiglio può addirittura infliggere sanzioni attraverso l’imposizione di ammende, l’imposizione di un deposito infruttifero invitando la Banca Europea degli Investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso quel paese (Tit. II, art. 104 C).

La perdita parte degli Stati europei della sovranità economica e monetaria significa in realtà la cessione di un elemento essenziale della sovranità politica. Si tratta di un punto che aveva ben compreso l’ex premier britannica Margaret Thatcher, la quale più di una volta ha esposto il concetto secondo cui “se si perde la sovranità monetaria e di bilancio, non è molta la sovranità che rimane” (9).

L’esproprio della sovranità politica

L’autorevole voce della Bundesbank ha recentemente ricordato come creare con un atto di autorità una moneta unica europea può essere facile; ben più difficile è assicurare la stabilità monetaria in Europa: a ciò occorrono condizioni economiche, politiche e psicologiche complesse (10). Come immaginare una efficace unificazione economica e monetaria dell’Europa, se manca quella cornice giuridica e politica comune che sola può regolare problemi come quelli dell’immigrazione, della droga e della criminalità organizzata, e assicurare in tal mondo le condizioni necessarie alla stabilità economica e monetaria?

Per realizzare queste condizioni giuridiche e politiche, il Trattato prevede “il ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune” (Tit. II, art. G 3 H). Questa armonia politica e legislativa costituisce certamente in sé un bene a cui tendere, quando non violi il diritto naturale, ma non può essere imposta da un vertice burocratico, con il pretesto della necessità di far funzionare il mercato comune. Ciò significherebbe sottrarre agli Stati nazionali il loro diritto a governare la società civile. La sovranità è il contrassegno essenziale di uno Stato. Essa può essere definita come la suprema autorità che lo Stato deve avere, nell’ambito che gli è proprio, per raggiungere il suo fine, che è il bene pubblico dei cittadini (11), ossia la loro vita virtuosa in comune (12). Lo Stato può delegare alcune competenze, in base al principio di sussidiarietà, ma non può eliminare in radice la propria sovranità, come accadrebbe al termine del processo di unificazione di Maastricht. Ciò significherebbe la scomparsa degli Stati nazionali.


La mèta: megastato europeo e microstati regionali

Questo trasferimento di poteri e di competenze fin qui attribuite ai governi e ai parlamenti nazionali, avverrebbe secondo due linee direttive: da una parte verso le istituzioni sovranazionali, cioè verso il “megastato” europeo, dall’altra verso le realtà comunali e regionali, che tenderebbero a divenire veri e propri microstati. Su questa linea si pone l’istituzione di un “Comitato delle Regioni” (Tit. II, art. 198 A), destinato ad assistere il Consiglio e la Commissione, che costituirebbero il “supergoverno” del “megastato”.

Ciò, come ha spiegato il presidente della Commissione europea Jacques Delors parlando il 5 ottobre 1989 al Wissenschaftszentrum di Bonn, “nella sua essenza significa che i poteri del governo centrale sono divisi con quelli delle collettività territoriali pre-esistenti”.

Questo progetto realizza il piano esposto qualche anno fa dal socialista Peter Glotz, nel Manifesto della Sinistra europea nel quale auspicava “il superamento dello Stato nazionale in Europa” che “non dovrebbe avvenire soltanto attraverso una unificazione transnazionale, ma anche attraverso la regionalizzazione e il decentramento” (13) e si indicava “la creazione di una Unione europea” (14), come “prospettiva di lunga scadenza dell’unificazione europea”.

Si tratta della versione aggiornata della grande mèta della Sinistra che è sempre stata e resta l’anarchia, ossia il “mondo nuovo”, destinato a sorgere, per usare le parole di Bakunin, “sopra le rovine di tutte le Chiese e di tutti gli stati” (15). Per questo, afferma lo stesso Bakunin, “i socialisti rivoluzionari si organizzano in previsione della distruzione o, se si vuole una parola più gentile, in vista della liquidazione degli stati” (16) “affinché sulle loro rovine, possano sorgere libere unioni organizzate dal basso grazie alle libere federazioni dei comuni in provincie, delle provincie in nazioni, delle nazioni negli Stati uniti d’Europa” (17).

Una bomba ad orologeria: la cittadinanza europea

In questa prospettiva disgregatrice si situa un capitolo del Trattato di Maastricht che costituisce una vera e propria bomba ad orologeria nel cuore del nostro continente: la attribuzione di una “cittadinanza europea” a ogni cittadino dei diversi Stati nazionali in via di liquidazione.

Il problema della cittadinanza, nazionale od europea, non può essere affrontato senza tener conto dello scenario contemporaneo. Il fallimento del socialcomunismo ad Est e l’altrettanto colossale fallimento della decolonizzazione a Sud hanno aperto un flusso di massicce migrazioni verso l’Europa. Mancano statistiche pienamente attendibili sulla reale consistenza di questa immigrazione; quel che è certo è che si tratta di un fenomeno in aumento, che si accompagna a un preoccupante declino demografico del nostro continente. Non si tratta comunque di un problema secondario se, nel novembre 1991, i ministri di ventisette paesi europei hanno ritenuto necessario incontrarsi a Berlino per discuterlo.

Il Trattato istituisce una “cittadinanza dell’Unione europea” attribuita a “chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro” (Tit. II, art. 81). Tra gli Stati membri dell’Unione però, per quanto riguarda la concessione della cittadinanza agli immigrati di provenienza extra-comunitaria, non esiste attualmente omogeneità legislativa: esistono legislazioni più aperte ed altre più restrittive. Non è difficile immaginare che i flussi migratori si dirigerebbero verso gli Stati dove l’accesso alla cittadinanza fosse più facile, per poi spostarsi per via “intra-comunitaria”, verso quelli che hanno le frontiere “extra-comunitarie” meno elastiche.

Si dirà che questo è uno dei punti su cui è prioritario il riavvicinamento delle legislazioni nazionali previsto dal Trattato; ma se si è così certi che questo riavvicinamento non tarderà, perché non prevedere l’istituzione della cittadinanza dell’Unione solo dopo l’avvenuta uniformità legislativa tra gli Stati?

Gli immigrati alla conquista delle strutture politiche

Ogni cittadino dell’Unione, secondo l’art. 8 A 1 del Trattato, ha “il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”. La reale portata di questo articolo emerge alla luce di quello seguente, che attribuisce, ad “ogni cittadino dell’Unione residente in uno Stato membro di cui non è cittadino”, “il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali nello Stato membro in cui risiede, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato” (Tit. II, art. 8 B 1) ed “il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede” (Tit. II, art. 8 B 2) con modalità che verranno stabilite dal Consiglio Europeo rispettivamente entro il 31 dicembre 1994 ed il 31 dicembre 1993.

Queste le prevedibili conseguenze:

a) Il primo obiettivo del migrante extracomunitario sarà quello di ottenere la cittadinanza dell’Unione. Perciò, in assenza di una legislazione rigorosamente uniforme, egli sceglierà il Paese che consente un più facile accesso alla cittadinanza nazionale: questa, automaticamente, comporta la cittadinanza europea.

b) Una volta ottenuta la cittadinanza europea, il secondo passo, sarà quello di spostarsi, in base all’ assoluto diritto di circolazione, verso il luogo di residenza prescelto nel territorio dell’Unione, dove eserciterà i diritti politici.

c) Il diritto di elettorato attivo e passivo di cui fruirà nel luogo di residenza, permetterà al migrante di inserirsi nelle strutture politiche europee a livello locale e a livello sovranazionale, gli unici due livelli politici di rilievo, una volta dissolti gli Stati nazionali.


L’Islam egemone in Europa?

Non si può ignorare che una larga parte degli immigrati extracomunitari è di religione islamica, e che l’Islam non conosce la distinzione cristiana tra ordine naturale e ordine soprannaturale, tra sfera civile e sfera religiosa, ma fonde il sacro e il profano in un’unica prospettiva totalizzante (18).

Gli esponenti islamici in Europa già chiedono che la loro religione goda della stessa tutela che le legislazioni nazionali riconoscono ad altre comunità religiose; ciò significa: riconoscimento civile della poligamia, insegnamento islamico nelle scuole, esonero dal lavoro nelle festività maomettane, e così via.

Il giorno in cui milioni di islamici otterranno la cittadinanza dell’Unione europea è logico immaginare che essi si organizzeranno in un movimento politico, che presenterà i suoi candidati nelle elezioni comunali e nel Parlamento europeo.

Secondo il Trattato sono i partiti politici europei “ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione” (Tit. II, art. 138 A); un “Partito Islamico Europeo”, per la sua capillare diffusione in tutti i territori della Unione, per la sua forza di coesione, allo stesso tempo politica e religiosa, per i suoi mezzi finanziari e per i suoi collegamenti internazionali potrebbe diventare il partito leader del Parlamento europeo; ciò significherebbe l’egemonia politica dell’Islam in Europa, pacificamente conquistata, anzi pacificamente ceduta dagli stessi europei.

Sul piano comunale, inoltre, come escludere la possibilità della concentrazione di un massiccio gruppo di immigrati in qualche città o regione europea?

Chi potrebbe impedire a questi cittadini europei, che godono del diritto di circolazione, di soggiorno e di elettorato, di scegliere una delle città europee più ricche di storia o di significato, per farne una “isola islamica” ed elevarvi i loro minareti?

Per uscire dal caos: salvare gli Stati nazionali

Queste ipotesi si inquadrano in uno scenario inquietante.

L’economia occidentale, che come ha recentemente scritto il premio Nobel francese Maurice Allais, “poggia su una gigantesca piramide di debiti” (19), rivela ogni giorno di più la sua estrema vulnerabilità; problemi sociali come quelli della criminalità e della droga rivelano il profondo vuoto culturale e morale della nostra società; da Est una gigantesca spinta disgregatrice conseguente alla autodecomposizione del comunismo si allarga verso l’Occidente disseminando fermenti di dissoluzione; l’Islam proietta un’ombra preoccupante sull’Europa; il caos minaccia oggi il nostro continente come mai nella sua storia, dal tempo delle invasioni barbariche…E’ ragionevole, in questa situazione, proporsi la liquidazione degli Stati nazionali per avanzare verso un’Unione europea dai contorni così nebulosi e confusi? Gli Stati nazionali costituiscono attualmente l’unico fattore di ordine e di stabilità, nel processo di disgregazione che investe l’Europa, e pensare a dissolverli, proprio in questo momento, costituisce un suicidio politico che ricorda quello compiuto dalla monarchia e dalla nobiltà francese nel 1789.

L’Europa al bivio: suicidio o rinascita cristiana

Egregio onorevole, l’Europa si trova oggi di fronte a un bivio storico.

La ratifica del Trattato di Maastricht innescherebbe un processo di rapida liquidazione degli Stati nazionali; ma ciò significherebbe la disgregazione dell’Europa, che precipiterebbe nell’anarchia e nel tribalismo. Si tratta di un vero e proprio itinerario suicida, coerentemente rivendicato dai teorici della Nuova Sinistra.

D’altra parte, il rifiuto del processo disgregativo di Maastricht costituisce un passo necessario per la rinascita dell’Europa.

Se la parola Europa evoca oggi memorie e speranze è perché essa è già una realtà: una realtà che non viene “inventata” a Maastricht nel 1991, ma che è nata a Roma nella notte di Natale dell’anno 800, con il Sacro Impero di Carlo Magno, e, prima ancora, a Subiaco e a Montecassino, da dove si irradiò la riforma religiosa di san Benedetto da Norcia (20).

Parafrasando le parole di san Pio X nella celebre lettera apostolica Notre Charge Apostolique (21) e quelle di Leone XIII nell’altrettanto celebre enciclica Immortale Dei (22), potremmo dire che l’Europa “non è da inventare”, ma “è esistita ed esiste tuttora”, è la Civiltà cristiana, un tempo unita, pur nella diversità delle sue nazioni, e nella peculiarità dei suoi costumi e delle sue tradizioni, da un’unica filosofia di vita: quella del Vangelo. “L’Europa – conferma Giovanni Paolo II – è cristiana nelle sue stesse radici /…/ Nelle diverse culture delle Nazioni europee, sia in Oriente sia in Occidente /…/ scorre una sola comune linfa attinta ad un’unica fonte” (23). La difesa della nostra Civiltà, occidentale e cristiana, passa attraverso la difesa di queste nazioni e di queste tradizioni. N ella varietà degli Stati nazionali europei si esprime infatti la ricchezza culturale dell’Europa e la sua identità storica e morale.

Il processo rivoluzionario che da oltre cinque secoli ha investito la Civiltà cristiana (24) rappresenta una negazione radicale di questa Europa, della sua identità e della sua storia: l’esito ultimo e coerente di questo processo è il nichilismo anarchico e tribale della Nuova Sinistra.

Un trattato intoccabile?

Il Trattato di Maastricht non è “intoccabile”, così come il processo di unificazione europea in corso non può e non deve essere considerato come un processo “irreversibile”. Già oggi del resto non lo è per la Gran Bretagna e per la Danimarca, che si sono riservate il diritto di non passare alla “terza fase”.

Ci sembra importante sottolinearlo: se c’è un mito oggi in frantumi, è quello della “irreversibilità storica”, cioè di una presunta linearità degli avvenimenti di cui solo a qualche “avanguardia” è dato cogliere il senso. Quando un socialista parla di “irreversibilità storica”, il pensiero corre immediatamente alla interminabile serie di profezie fallite che hanno caratterizzato la storia della sinistra europea negli ultimi due secoli; ma i socialisti, eredi degli Illuministi e di Hegel, continuano a presentarsi come i pervicaci interpreti del “senso della storia”. Quando si parlava di unificazione tedesca, Willy Brandt profetizzava che non sarebbe avvenuta prima della fine del secolo (25); oggi che si parla di unificazione europea, Mitterrand profetizza che entro la fine del secolo inevitabilmente avverrà. Il fondamento di queste profezie è sempre il medesimo: il nulla. L’unica seria previsione che si può fare in questo scorcio di secolo è quella della fine delle false profezie socialiste e del trionfo, questo sì irreversibile, della verità; è in nome di questa verità che ci rivolgiamo a Lei, per chiederLe di intervenire, in una sede così autorevole e significativa quale è il Parlamento europeo, per combattere lo spirito e la lettera del Trattato di Maastricht.

E’ davanti all’opinione pubblica europea che chiediamo la Sua collaborazione, e Le offriamo la nostra, nella ferma convinzione che oggi tutte le forze debbano unirsi nella difesa degli Stati nazionali, dell’Europa e della Civiltà cristiana, così gravemente minacciate dal nichilismo e dal caos, e nella altrettanto ferma certezza che non vi è altra forza su cui fondare questa battaglia, al di fuori di Colui, senza il quale nulla possiamo (Gv. 15, 5), ma con il cui aiuto tutto è possibile (Fil. 4, 13), anche la resurrezione di una gloriosa Civiltà, quale fu e sarà, nel secolo XXI, l’Europa.

Roberto de Mattei



Note

1 Le perplessità dei Parlamentari europei sono evidenti dal Processo Verbale della seduta del 7 aprile, in PE 160.902.

2 Jacques Derrida, Oggi l’Europa, tr. it., Garzanti, Milano 1991, p. 51.

3 Jean Chesnaux, Triomphalisme européen, déchirure planétaire, in Le Monde diplomatique, décembre 1991, p. 24.

4 Edgar Morin, Pensare l’Europa, tr. it. Feltrinelli, Milano 1990, p. 53.

5 J. Derrida, Oggi l’Europa, cit., p. 14.

6 E. Morin, Pensare l’Europa, cit., p. 134.

7 Cfr. il Protocollo sulla transizione alla terza fase dell’Unione economica e monetaria, allegato al Trattato.

8 Roberto de Mattei, 1900-2000, Due sogni si succedono, La Costruzione – La Distruzione, Fiducia, Roma 1990, p. 44.

9 Corriere della Sera, 25 giugno 1990; ma cfr. sopratutto il Discorso di Bruges del 20 settembre 1988.

10 Die Zeit, 7 febbraio 1992; vedi anche Zeitschrift fiir das gesamte Kreditwesen, 15 febbraio 1992.

11 Aristotele, Politica, IV, c. 5,1326 b, 22-30.

12 San Tommaso d’Aquino, De Regimine principum, I, 15.

13 Peter Glotz, Manifesto per una nuova Sinistra europea, tr. it., Feltrinelli, Milano 1986, p. 85.

14 Ivi, pp. 85-86.

15 Mikail Bakunin, La Comune e lo Stato, tr. it. Samonà e Savelli, Roma 1972, p. 55.

16 Ivi, pp. 55-56.

17 Cit. in George Woodcock, L’anarchia, tr. it. Feltrinelli, Milano 1980, p. 142.

18 Cfr. ad esempio, Alessandro Bausani, L’Islam, Garzanti, Milano 1987, pp. 11, 37.

19 Maurice Allais, L’ Europe et les Etats-Unis après Maastricht: questions et réponses, in Le Figaro, 6 febbraio 1992.

20 Il 2 ottobre 1964 a Montecassino Paolo VI proclamava San Benedetto di Norcia Patrono d’Europa. Giovanni Paolo II, con la Lettera Apostolica Egregiae Virtutis del 31 dicembre 1980 (in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma, vol. III, 2 (1980), pp. 1833-1836) ha proclamato compatroni d’Europa, accanto a san Benedetto, i santi Cirillo e Metodio, apostoli dei popoli slavi.

21 San Pio X, Lettera apostolica Notre Charge Apostolique, del 25 marzo 1910 in Acta Apostolicae Sedis, vol. 2 (1910), p. 612.

22 Cfr. Leone XIII, Enciclica Immortale Dei del 1 novembre 1885, in Acta Sanctae Sedis, vol. XVIII, p. 169.

23 Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Euntes in mundum del 25 gennaio 1988, in Insegnamenti, cit., vol. XI, 1 (1988), p. 220.

24 Cfr. l’opera capitale del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it. Cristianità, Piacenza 1977.

25 Der Spiegel, 23, 1989, p. 148.

venerdì 11 novembre 2011


Il fascino discreto della tecnocrazia di Marco Respinti, 11-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

In Italia si torna improvvisamente a parlare di "governo dei tecnici". Apparentemente sembra cosa innocua, persino buona.

I tecnici - pensiamo noi tutti quidam de populo - sono per definizione coloro che possiedono il know how necessario - quello che invece agli altri difetta - per destreggiarsi con rapidità ed efficacia dentro gineprai troppo intricati. Per comune sentire, i tecnici sono quelli che la sanno lunga, che sono bravi, che tolgono le castagne dal fuoco, e che siccome non sono legati alle pastoie delle partigianerie politiche stanno comunque al di sopra, dall’alto calando come numi portentosi nella pienezza dei tempi e all’ora x per sistemare tutto prima che tutto rovinosamente crolli. Sono loro i veri uomini di una provvidenza positiva e positivista che non conosce ostacoli, ritardi o nemici. Più o meno come Superman. La lingua del quale, però - l’inglese -, ai "tecnici" strappa la maschera tipica e topica del supereroe mostrando - traduzione papale papale - il volto dei technocrats.

I tecnocrati non sono infatti dei semplici tecnici. Non sono l’idraulico, l’antennista e il tapparelliere della società organizzata che, mano alla cassetta degli attrezzi, accomodano buchi, cortocircuiti e guasti. Assomigliano piuttosto a sacerdoti, o almeno a vati, forti di riti, liturgie e fedi. Sono come dei santoni, dei guaritori, dei guru, e le loro virtù taumaturgiche sono tanto potenti e indispensabili che al loro cospetto tutto il resto sparisce.

Prima a sparire è la democrazia, quella che, secondo Winston Churchill, è il peggiore dei sistemi politici se si eccettuano tutti gli altri, la quale ancora si regge su quella cose prosaica che sono le elezioni.

Ora, in democrazia, il cittadino - parafraso la grande storica francese del Medioevo e della borghesia moderna Régine Pernoud (1909-1998) - è tale se fa almeno due cose (il resto è lasciato alla discrezione personale): paga le tasse e vota. A causa di ciò, in democrazia chi ottiene il maggior numero di voti vince e gli altri perdono, e chi vince governa mentre gli altri dall’opposizione sorvegliano, controllano e avanzano proposte alternative. La definizione stessa di democrazia non permette mai il contrario: cioè che chi prende più voti di tutti venga dichiarato perdente e che chi viene acclamato vincitore abbia preso meno voti degli altri, insomma che chi perde governi e che chi vince guardi. Se ciò accadesse, parleremmo subito tutti di democrazia ferita, violata, adulterata, sfregiata, tradita, magari persino di dittatura.

Di suo la tecnocrazia - cioè il governo dei tecnocrati che sono i tecnici al potere di tutto e di tutti, mezzi che diventano scopi - è il colpo secco assestato al momento giusto per fermare il loop elettorale - il voto che produce vincitori e vinti, governi e opposizioni - onde farne senza. È l’antipolitica per eccellenza.



L'UTOPIA AL POTERE
La tecnocrazia, termine e idea - ideologia -, nasce con il profeta del socialismo utopistico, il francese Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825) che nel suo Réorganisation de la société européenne (1814) si esprime con parole (pre)positiviste: «Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo che cessi questa infanzia della scienza».

Lungo questa via - battuta anche dal "padre" del positivismo Auguste Comte (1798-1857) e sapientemente denunciata da Augusto Del Noce  (1910-1989) - il primo passo - strumentale - è la tendenza ad affiancare il potere politico per "consigliarlo" in modo "competente", ma il secondo - finale - è quello di sostituire completamente la politica avendola giudicata un mezzo ultimamente inefficiente.

Il criterio della valutazione discrezionale tipico della politica - che al meglio impegna e implica parametri di natura morale - viene così rimpiazzato da una semplice valutazione metrica, fatta esclusivamente di quei calcoli e di quelle previsioni matematiche improntate a mere logiche di efficienza che per ciò stesso si intendono neutre sul piano etico.

Ma evidentemente non è vero. Non è vero perché così non può essere. Nulla è completamente scevro da implicazioni morali, e anche i mezzi più neutrali - cioè utilizzabili sia bene sia male - nascono comunque in un certo modo, in un tal contesto, in luoghi e momenti precisi, nonché da determinate menti e animi umani che criteri morali, quali che siano, li hanno sempre. Nemmeno la scienza - gli esempi si sprecano - lo è, anche se lo dovrebbe, o così ancora ci piace credere. Meno ancora la scienza dei numeri quando applicata ai bilanci delle vite di persone e popoli interi, e impiegata al posto della politica ma non meno politicamente.

Molte cose a questo proposito le spiega assai bene lo statunitense James Burnham (1905-1987). Comunista trotzkysta duro e puro che prima si laureò al Balliol College dell’Università di Oxford (allievo di J.R.R. Tolkien e del grande padre gesuita Martin C. D’Arcy) e assai più tardi si convertì al conservatorismo (qualcuno lo definisce antesignano dei neocon), cattolico di nascita, lapso e poi riconvertito, inventore della popolare espressione "Terza guerra mondiale" per definire la Guerra fredda (1945-1989), insignito nel 1983 della Medaglia presidenziale della libertà da Ronald W. Reagan (2011-2004), Burnham ha pubblicato la propria opera più famosa nel 1941. In inglese s’intitolava The Managerial Revolution e in italiano l’edizione più recente (Bollati Boringhieri, Torino 1992) suona, in modo solo apparentemente ineccepibile sul piano filologico, La Rivoluzione manageriale (manager andrebbe tradotto: dirigenti? quadri?); ma è la prima, storica traduzione realizzata da Mondadori nel 1946 a cogliere nel segno grazie a una felice licenza linguistica: La rivoluzione dei tecnici.

Burnham fu tra quelli che registrarono in presa diretta il passaggio dalla tecnocrazia sognata di Saint-Simon ai tecnocrati in cattedra dell’ora presente. Iniziò tutto negli anni 1930, quando "tecnocrazia" indicava il progressivo estendersi - per alcuni un sogno, per altri un incubo - del potere degli "addetti ai lavori" in società politiche - quelle occidentali - sempre più in crisi: nel Nuovo Mondo imperava il New Deal (1933-1937), in Europa le grane irrisolte della Prima guerra mondiale (1914-1918) già inesorabilmente portavano alla Seconda (1939-1945). Si trattò dapprima di tecnici industriali, capaci anzitutto di far girare la produzione, poi però sostituiti dai loro dirigenti aziendali, e questo di mano in mano che l’ingrandirsi dei complessi industriali e delle corporation indeboliva la proprietà di intraprese più piccole o di singoli, affiancandosi a uno Stato sempre più invasivo.

Le necessità della Guerre fredda sancirono dunque l’ingresso dei dirigenti nei comparti statali, dalla produzione alla difesa, dall’educazione all’ambiente. Per agire efficacemente, i dirigenti aziendali si misero a contare sull’aiuto pratico di propri missi dominici, i funzionari e gli impiegati statali. Il paragone non è una boutade. In inglese clerk, "funzionario di sportello", è la traslazione del clericus medioevale - sempre clerk - che, laicizzato e secolarizzato (ne parlano Samuel T. Coleridge [1772-1834] e alla sua scuola T. S. Eliot [1888-1965]), è divenuto il membro di una élite resasi disponibile al gran tradimento culturale denunziato da Julien Benda (1867-1956) con La trahison des clercs (1927) e da Thomas Molnar (1921-2010) in The Decline of the Intellectual (1961). Quei funzionari, organizzati, altro non configurano se non quel "potere degli uffici" che chiamiamo burocrazia - stigmatizza a dovere in Burocrazia (trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro]) di Ludwig von Mises (1881-1973) - e di cui conosciamo l’immenso potere di elastica viscosità: frenante oppure oliante, sempre a seconda del bisogno tecnocratico.

Per capirci, un esempio classico e paradigmatico del modus tecnocratico è quello del liberal Robert S. McNamara (1916-2009), prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della Difesa degli Stati Uniti con i presidenti liberal John F. Kennedy (1917-1963) e Lyndon B. Johnson (1908-1973), infine presidente della Banca Mondiale dal 1968 al 1981.



CERTI CAMBI DI FRONTE
Per la tecnocrazia - che a livello popolare vede riflesso il proprio giro mentale in parole jolly quali per esempio "casta" - il nemico da battere è insomma la democrazia.
Essa, infatti, la democrazia, dà fastidio: rallenta, si torce, avanza per svicolare indietro, progredisce e torna sui propri passi, si consulta, ascolta pareri, muta propositi, fa i conti (se serve anche due volte), non prevarica.

La democrazia è cioè il segno evidente dell’attività politica, la quale è il luogo del possibile e del confronto. Come il mercato. Si tratta e si contratta onde spuntare condizioni migliori e prezzi vantaggiosi. Ma per chi gira sempre con il libro delle soluzioni nel taschino, per chi si picca di dare lezioni a tutti, per chi sa persino raddrizzare le gambe ai tavoli vittoriani tutto questo è mera perdita di tempo.

Per i tecnocrati la democrazia e la politica restano come dei "corpi intermedi" che, frapponendosi fra gli illuminati finalmente insediati al potere e la grezza realtà da dirozzare affinché produca in fretta, rallentano la marcia sistematutto del Grande Fratello.

Parole preziose le verga a questo proposito Papa Benedetto XVI che, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), al capitolo sesto, interamente dedicato all’argomento, osserva: «l’assolutismo della tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (n. 77). Infatti, se «la tecnica è l’aspetto oggettivo dell'agire umano, la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento soggettivo: l'uomo che opera», «per questo motivo la tecnica non è mai solo tecnica» (n. 69): esprime sempre anche aspirazioni, tensioni dell’animo, orientamenti culturali. Oggi, in particolare, «il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità». (n. 70). A questo punto, «lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo» (n. 70). E «questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare» (n. 70).

Di fronte alla repentina svolta dell’intero spettro politico italiano (le eccezioni sono esattamente tali), tanto repentina da parere imposta da un potere sul serio forte, il cittadino democratico italiano, in specie e per di più se cattolico, quello abituato a pagare le tasse e a votare, resta con un palmo di naso e con una domanda: se non rispondono più a un mandato popolare scaturito dalle elezioni, a chi rispondo i tecnocrati? E se il voto è l’unico criterio che in democrazia conta, è democratica la tecnocrazia? Si accettano solo risposte tecnicamente esatte.