Il fascino discreto della tecnocrazia di Marco Respinti, 11-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
In Italia si torna
improvvisamente a parlare di "governo dei tecnici". Apparentemente
sembra cosa innocua, persino buona.
I tecnici - pensiamo noi tutti
quidam de populo - sono per definizione coloro che possiedono il know how
necessario - quello che invece agli altri difetta - per destreggiarsi con
rapidità ed efficacia dentro gineprai troppo intricati. Per comune sentire, i
tecnici sono quelli che la sanno lunga, che sono bravi, che tolgono le castagne
dal fuoco, e che siccome non sono legati alle pastoie delle partigianerie
politiche stanno comunque al di sopra, dall’alto calando come numi portentosi
nella pienezza dei tempi e all’ora x per sistemare tutto prima che tutto
rovinosamente crolli. Sono loro i veri uomini di una provvidenza positiva e
positivista che non conosce ostacoli, ritardi o nemici. Più o meno come
Superman. La lingua del quale, però - l’inglese -, ai "tecnici"
strappa la maschera tipica e topica del supereroe mostrando - traduzione papale
papale - il volto dei technocrats.
I tecnocrati non sono infatti dei
semplici tecnici. Non sono l’idraulico, l’antennista e il tapparelliere della
società organizzata che, mano alla cassetta degli attrezzi, accomodano buchi,
cortocircuiti e guasti. Assomigliano piuttosto a sacerdoti, o almeno a vati,
forti di riti, liturgie e fedi. Sono come dei santoni, dei guaritori, dei guru,
e le loro virtù taumaturgiche sono tanto potenti e indispensabili che al loro
cospetto tutto il resto sparisce.
Prima a sparire è la democrazia,
quella che, secondo Winston Churchill, è il peggiore dei sistemi politici se si
eccettuano tutti gli altri, la quale ancora si regge su quella cose prosaica
che sono le elezioni.
Ora, in democrazia, il cittadino
- parafraso la grande storica francese del Medioevo e della borghesia moderna
Régine Pernoud (1909-1998) - è tale se fa almeno due cose (il resto è lasciato
alla discrezione personale): paga le tasse e vota. A causa di ciò, in
democrazia chi ottiene il maggior numero di voti vince e gli altri perdono, e
chi vince governa mentre gli altri dall’opposizione sorvegliano, controllano e
avanzano proposte alternative. La definizione stessa di democrazia non permette
mai il contrario: cioè che chi prende più voti di tutti venga dichiarato
perdente e che chi viene acclamato vincitore abbia preso meno voti degli altri,
insomma che chi perde governi e che chi vince guardi. Se ciò accadesse,
parleremmo subito tutti di democrazia ferita, violata, adulterata, sfregiata,
tradita, magari persino di dittatura.
Di suo la tecnocrazia - cioè il
governo dei tecnocrati che sono i tecnici al potere di tutto e di tutti, mezzi
che diventano scopi - è il colpo secco assestato al momento giusto per fermare
il loop elettorale - il voto che produce vincitori e vinti, governi e
opposizioni - onde farne senza. È l’antipolitica per eccellenza.
L'UTOPIA AL POTERE
La tecnocrazia, termine e idea -
ideologia -, nasce con il profeta del socialismo utopistico, il francese
Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825) che nel suo
Réorganisation de la société européenne (1814) si esprime con parole
(pre)positiviste: «Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che
una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono
tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si
applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che
conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è
stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i
propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non
c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo
che cessi questa infanzia della scienza».
Lungo questa via - battuta anche
dal "padre" del positivismo Auguste Comte (1798-1857) e sapientemente
denunciata da Augusto Del Noce
(1910-1989) - il primo passo - strumentale - è la tendenza ad affiancare
il potere politico per "consigliarlo" in modo "competente",
ma il secondo - finale - è quello di sostituire completamente la politica
avendola giudicata un mezzo ultimamente inefficiente.
Il criterio della valutazione
discrezionale tipico della politica - che al meglio impegna e implica parametri
di natura morale - viene così rimpiazzato da una semplice valutazione metrica,
fatta esclusivamente di quei calcoli e di quelle previsioni matematiche
improntate a mere logiche di efficienza che per ciò stesso si intendono neutre
sul piano etico.
Ma evidentemente non è vero. Non
è vero perché così non può essere. Nulla è completamente scevro da implicazioni
morali, e anche i mezzi più neutrali - cioè utilizzabili sia bene sia male -
nascono comunque in un certo modo, in un tal contesto, in luoghi e momenti
precisi, nonché da determinate menti e animi umani che criteri morali, quali
che siano, li hanno sempre. Nemmeno la scienza - gli esempi si sprecano - lo è,
anche se lo dovrebbe, o così ancora ci piace credere. Meno ancora la scienza
dei numeri quando applicata ai bilanci delle vite di persone e popoli interi, e
impiegata al posto della politica ma non meno politicamente.
Molte cose a questo proposito le
spiega assai bene lo statunitense James Burnham (1905-1987). Comunista
trotzkysta duro e puro che prima si laureò al Balliol College dell’Università
di Oxford (allievo di J.R.R. Tolkien e del grande padre gesuita Martin C.
D’Arcy) e assai più tardi si convertì al conservatorismo (qualcuno lo definisce
antesignano dei neocon), cattolico di nascita, lapso e poi riconvertito,
inventore della popolare espressione "Terza guerra mondiale" per
definire la Guerra fredda (1945-1989), insignito nel 1983 della Medaglia
presidenziale della libertà da Ronald W. Reagan (2011-2004), Burnham ha
pubblicato la propria opera più famosa nel 1941. In inglese s’intitolava The
Managerial Revolution e in italiano l’edizione più recente (Bollati
Boringhieri, Torino 1992) suona, in modo solo apparentemente ineccepibile sul
piano filologico, La Rivoluzione manageriale (manager andrebbe tradotto:
dirigenti? quadri?); ma è la prima, storica traduzione realizzata da Mondadori
nel 1946 a cogliere nel segno grazie a una felice licenza linguistica: La
rivoluzione dei tecnici.
Burnham fu tra quelli che
registrarono in presa diretta il passaggio dalla tecnocrazia sognata di
Saint-Simon ai tecnocrati in cattedra dell’ora presente. Iniziò tutto negli
anni 1930, quando "tecnocrazia" indicava il progressivo estendersi -
per alcuni un sogno, per altri un incubo - del potere degli "addetti ai
lavori" in società politiche - quelle occidentali - sempre più in crisi:
nel Nuovo Mondo imperava il New Deal (1933-1937), in Europa le grane irrisolte
della Prima guerra mondiale (1914-1918) già inesorabilmente portavano alla
Seconda (1939-1945). Si trattò dapprima di tecnici industriali, capaci
anzitutto di far girare la produzione, poi però sostituiti dai loro dirigenti
aziendali, e questo di mano in mano che l’ingrandirsi dei complessi industriali
e delle corporation indeboliva la proprietà di intraprese più piccole o di
singoli, affiancandosi a uno Stato sempre più invasivo.
Le necessità della Guerre fredda
sancirono dunque l’ingresso dei dirigenti nei comparti statali, dalla
produzione alla difesa, dall’educazione all’ambiente. Per agire efficacemente,
i dirigenti aziendali si misero a contare sull’aiuto pratico di propri missi
dominici, i funzionari e gli impiegati statali. Il paragone non è una boutade.
In inglese clerk, "funzionario di sportello", è la traslazione del
clericus medioevale - sempre clerk - che, laicizzato e secolarizzato (ne
parlano Samuel T. Coleridge [1772-1834] e alla sua scuola T. S. Eliot
[1888-1965]), è divenuto il membro di una élite resasi disponibile al gran tradimento
culturale denunziato da Julien Benda (1867-1956) con La trahison des clercs
(1927) e da Thomas Molnar (1921-2010) in The Decline of the Intellectual
(1961). Quei funzionari, organizzati, altro non configurano se non quel
"potere degli uffici" che chiamiamo burocrazia - stigmatizza a dovere
in Burocrazia (trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro]) di Ludwig
von Mises (1881-1973) - e di cui conosciamo l’immenso potere di elastica
viscosità: frenante oppure oliante, sempre a seconda del bisogno tecnocratico.
Per capirci, un esempio classico
e paradigmatico del modus tecnocratico è quello del liberal Robert S. McNamara
(1916-2009), prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della
Difesa degli Stati Uniti con i presidenti liberal John F. Kennedy (1917-1963) e
Lyndon B. Johnson (1908-1973), infine presidente della Banca Mondiale dal 1968
al 1981.
CERTI CAMBI DI FRONTE
Per la tecnocrazia - che a
livello popolare vede riflesso il proprio giro mentale in parole jolly quali
per esempio "casta" - il nemico da battere è insomma la democrazia.
Essa, infatti, la democrazia, dà
fastidio: rallenta, si torce, avanza per svicolare indietro, progredisce e
torna sui propri passi, si consulta, ascolta pareri, muta propositi, fa i conti
(se serve anche due volte), non prevarica.
La democrazia è cioè il segno
evidente dell’attività politica, la quale è il luogo del possibile e del
confronto. Come il mercato. Si tratta e si contratta onde spuntare condizioni
migliori e prezzi vantaggiosi. Ma per chi gira sempre con il libro delle
soluzioni nel taschino, per chi si picca di dare lezioni a tutti, per chi sa
persino raddrizzare le gambe ai tavoli vittoriani tutto questo è mera perdita
di tempo.
Per i tecnocrati la democrazia e
la politica restano come dei "corpi intermedi" che, frapponendosi fra
gli illuminati finalmente insediati al potere e la grezza realtà da dirozzare
affinché produca in fretta, rallentano la marcia sistematutto del Grande
Fratello.
Parole preziose le verga a questo
proposito Papa Benedetto XVI che, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), al
capitolo sesto, interamente dedicato all’argomento, osserva: «l’assolutismo
della tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega
con la semplice materia» (n. 77). Infatti, se «la tecnica è l’aspetto oggettivo
dell'agire umano, la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento
soggettivo: l'uomo che opera», «per questo motivo la tecnica non è mai solo
tecnica» (n. 69): esprime sempre anche aspirazioni, tensioni dell’animo,
orientamenti culturali. Oggi, in particolare, «il processo di globalizzazione
potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere
ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un
a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità».
(n. 70). A questo punto, «lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea
dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo
sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per
questo che la tecnica assume un volto ambiguo» (n. 70). E «questa visione rende
oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il
fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità,
lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non
consiste primariamente nel fare» (n. 70).
Di fronte alla repentina svolta
dell’intero spettro politico italiano (le eccezioni sono esattamente tali),
tanto repentina da parere imposta da un potere sul serio forte, il cittadino
democratico italiano, in specie e per di più se cattolico, quello abituato a
pagare le tasse e a votare, resta con un palmo di naso e con una domanda: se
non rispondono più a un mandato popolare scaturito dalle elezioni, a chi
rispondo i tecnocrati? E se il voto è l’unico criterio che in democrazia conta,
è democratica la tecnocrazia? Si accettano solo risposte tecnicamente esatte.
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