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martedì 18 dicembre 2012


Paralizzata muove robot con pensiero

Grazie a due sensori impiantati in corteccia cerebrale - http://www.ansa.it

17 dicembre 2012Per la prima volta una persona tetraplegica, paralizzata dal collo in giu', e' riuscita a muovere un braccio robotico controllandolo con il proprio pensiero, grazie ad alcuni sensori impiantati nella corteccia cerebrale. Protagonista dell'esperimento Jan Scheuermann, una donna di 53 anni, e i ricercatori della facolta' di medicina dell'universita' di Pittsburgh, che hanno pubblicato il loro studio sulla rivista 'The Lancet'.

venerdì 26 ottobre 2012


Calcola, calcola dove finiremo? - 26 ottobre 2012, http://www.avvenire.it

L'uomo ha da sempre cercato di costruire macchine che gli fossero di ausilio nelle sue attività. Così come ha anche cercato di utilizzare la forza e le attitudini degli animali per i lavori più pesanti o difficili. Ha arato la terra sfruttando la forza di buoi per tirare l’aratro, ha inviato messaggi per mezzo di piccioni viaggiatori, ha utilizzato e utilizza cani per ricercare persone sepolte sotto le valanghe. Per lo svolgimento di attività più elaborate, come "far di conto" o prendere delle decisioni, l’uomo non ha potuto trovare nessun ausilio già pronto fuori di sé, nel mondo degli animali o nella realtà fisica. E allora ha sviluppato strumenti che lo potessero aiutare in queste attività.

Già molti secoli prima di Cristo l’uomo ha utilizzato l’abaco per sommare numeri. Poi, alla metà del 1600, il giovane Blaise Pascal ha costruito una macchina, la Pascalina, per sommare e sottrarre numeri. In tempi più recenti vari logici, matematici, fisici e ingegneri hanno lavorato, sia sul versante teorico e che su quello tecnologico, allo sviluppo di macchine (come computer, <+corsivo>decision support system<+tondo>, robot di vario genere) che potessero aiutare l’uomo nelle attività di calcolare, ragionare, prendere decisioni e, perfino, ideare teorie scientifiche.

Queste attività si possono classificare ponendole su tre livelli distinti. Il livello del «calcolare»: su questo livello c’è, per esempio, il fare le somme, le sottrazioni e le altre operazioni aritmetiche imparate a scuola. Il livello del «ragionare»: su questo livello c’è, per esempio, il dedurre proprietà nell’ambito di teorie formali e lo scegliere strategie vincenti nello svolgimento di giochi. Sono su questo livello la prova del teorema che la somma degli angoli interni di un triangolo è di 180 gradi e la scelta di strategie durante una partita di scacchi. Il livello del «pensare scientifico»: su questo livello c’è, per esempio, l’ideare nuove teorie matematiche o fisiche (come fece Einstein quando fissò gli assiomi della Teoria della Relatività) e l’indagare sui rapporti tra varie teorie e sui limiti dell’applicabilità delle teorie.

C’è anche un quarto livello dell’attività pensante. Su questo livello c’è il riflettere dell’uomo che si riconosce pensante e autocosciente, aderisce a una visione del mondo o a una verità di fede. Ma per ora non diremo nulla sulle attività a questo livello.

Per il primo livello, quello del «calcolare», esiste in genere un algoritmo (il software) che può essere eseguito da una macchina (l’hardware). Tale algoritmo termina sempre e dà il risultato desiderato, a patto che durante il calcolo non si verifichi alcun guasto. Questo è il livello a cui appartiene la macchina Pascalina: in essa la correttezza dei risultati delle operazioni viene assicurata dall’integrità degli ingranaggi. In effetti c’è una limitazione intrinseca al processo meccanico di calcolo dovuta alla «dimensione dei dati». Infatti, essendoci infiniti numeri, si ha che, scelto comunque un numero intero, esiste sempre un altro numero la cui rappresentazione necessita di una sequenza di cifre più lunga del numero scelto.

In altri termini, non è vero che le macchine di calcolo, anche le più potenti, sanno fare «tutte» le somme, e questo deriva dal semplice fatto che nelle macchine non si possono rappresentare «tutti» i numeri, essendo esse degli oggetti finiti, con un numero finito di stati. Questa limitazione si supera assumendo, e anche noi ora lo assumiamo, che esista una memoria infinita su cui si possa memorizzare un qualsiasi numero.
Al secondo livello, quello del «ragionare», l’algoritmo di deduzione (o di scelta delle strategie, nel caso dei giochi) può terminare o non terminare e questo dipende dalle caratteristiche della teoria formale (o del gioco) in esame.

In particolare, come messo in evidenza da Alan Turing con l’ideazione della Macchina Universale e la dimostrazione del Teorema della Fermata, ci sono teorie (e giochi) che sono «semidecidibili» e altre che non lo sono. La semidecidibilità assicura che se la proprietà da provare vale, allora l’algoritmo di deduzione termina, altrimenti, se la proprietà non vale, l’algoritmo può non terminare. Ciò significa che se passato un certo lasso di tempo la macchina non ha prodotto ancora alcun risultato, purtroppo non possiamo dedurre nulla circa la deducibilità o meno della proprietà da provare.

Le teorie semidecidibili individuano il limite della meccanizzabilità perché per ogni teoria semidecidibile non esiste nessuna Macchina di Turing (né qualsiasi altra macchina) che, data una proprietà, possa dedurre per la teoria in esame la validità o meno di quella proprietà.

Al terzo livello, quello del «pensare scientifico», la deduzione avviene in una teoria formale che, in generale, non è neppure semidecidibile. Ciò significa, per esempio, che la ideazione di una nuova teoria (matematica o fisica) a partire da vecchie teorie non è, in generale, meccanizzabile. Per tale ideazione si possono, sì, adottare tecniche basate sull’Intelligenza Artificiale, però poi, in generale, non si potrà determinare meccanicamente se la teoria ideata sia consistente o meno. Cioè, non sarà possibile determinare algoritmicamente se una falsità sia o no deducibile a partire dai suoi assiomi.

Ovviamente, se una falsità fosse deducibile, allora la teoria non sarebbe di alcun interesse. Non è meccanizzabile neppure la verifica del fatto che una data teoria sia o no adeguata a descrivere un insieme di fatti concettuali e/o di osservazioni sperimentali, se tale teoria è abbastanza complessa.

Si noti, infine, che quanto abbiamo affermato sulla decidibilità e sulla meccanizzabilità dell’attività pensante dell’uomo ha la validità di un teorema della matematica e non dipende, pertanto, dallo sviluppo tecnologico delle macchine di calcolo. Non dipende neppure dalle possibili assunzioni filosofiche circa la scienza e le macchine.

Alberto Pettorossi

martedì 18 settembre 2012


DIBATTITO/ Fanno più "danni" le banche o il pensiero debole? - Pietro Barcellona - martedì 18 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/


Leggendo i giornali e seguendo programmi di informazione politica sembra ormai pacifico che le prossime elezioni saranno - non solo in Italia - all’insegna della scelta drammatica tra difesa e rilancio dell’Europa o catastrofe nazional-populista. La proposta diffusa di un Monti bis è infatti, come Scalfari ha precisato, legata alla continuità della linea del governo Monti in tema di politica di bilancio e di lotta al debito pubblico.
Dico subito che ho aderito al movimento federalista europeo di Altiero Spinelli perché sono convinto che anche oggi solo un orizzonte europeo può dare ancora un senso al ruolo dell’Occidente nel sistema globale. Resto tuttavia assai perplesso dalle modalità e dai contenuti con cui si sta sviluppando la discussione sull’Europa nel nostro Paese e negli altri stati europei. Ho sempre fisso il ricordo al drammatico libro di Maria Zambrano quando molti decenni fa, poco dopo la seconda guerra mondiale, prefigurava una lenta agonia dell’Europa qualora si fosse arrestato tutto alla sfera economica e al mercato.
Perché un giovane italiano o spagnolo o tedesco dovrebbe oggi sentirsi motivato a lottare per l’unità dell’Europa se poi essa si presenta nella vita di tutti i giorni come andamento delle borse, sali e scendi dello spread, diffidenze dei governi e sostanziale immobilismo sui problemi più drammatici dell’occupazione e della tutela dei più deboli? È paradossale, ma oggi si difende un’Europa rappresentata da istituzioni neppure democratiche senza fare alcun vero appello alle profonde ragioni spirituali e culturali che possono spingere ciascuno di noi a sentirsi europeo pur senza contraddire la propria identità nazionale. Quella che si presenta agli occhi di tutti è un’Europa frigida, fatta solo di commissioni e di banche centrali senza alcuna cultura che animi davvero uno spirito europeo, capace di ridare identità ideale anche a chi oggi è costretto a fare l’esperienza della povertà e dei sacrifici.
Come tutti i giovani europei dopo la guerra, ho viaggiato in lungo e in largo e ricordo bene il clima di affettuoso cameratismo che si respirava negli alberghi della gioventù. Specialmente per chi seguiva la traiettoria dei paesi nordici - come capitava spesso in quel periodo - era davvero un momento di grande educazione spirituale incontrare lungo le rive del Reno giovani provenienti da tutte le parti d’Europa che cercavano di ragionare insieme sulle tragedie della guerra ancora recente e sulle tracce mostruose che i bombardamenti avevano lasciato sulle grandi città tedesche. Ricordo tuttora la visita di una Colonia ancora semidistrutta e del bellissimo duomo svuotato e come, di fronte a quelle macerie, i giovani di tutta Europa provavano a creare un linguaggio comune di pace e collaborazione.
Tra gli anni 60 e 70 i viaggi non erano organizzati dalle scuole e dalle università: i ragazzi viaggiavano autorganizzandosi con appuntamenti simbolici nei luoghi più significativi della scuola europea. I tentativi di comunicare si risolvevano spesso nel canto di canzoni popolari comuni a tutte le tradizioni. Persino Lili Marleen era diventata quasi una sigla degli incontri che spontaneamente avvenivano nei saloni degli alberghi della gioventù. Può sembrare paradossale ma dopo la guerra mondiale l’Europa come realtà spirituale e come incontro di culture e popoli diversi era una realtà pratica che dava vita ad un’enorme circolazione di gioventù con una grandissima voglia di incontrare e capire le ragioni degli altri.
Oggi non ho la stessa sensazione che i giovani italiani o spagnoli si sentano europei come negli anni 70, sebbene i loro spostamenti siano facilitati dai programmi universitari e dallo scambio fra le famiglie. I giovani che oggi vanno a Londra sono motivati essenzialmente dalla necessità di apprendere la lingua dominante e dall’acquisire un qualche titolo di studio che possa arricchire le loro competenze tecniche nella prospettiva di ritrovare un lavoro più qualificato in Italia. Al contrario, la vita giovanile dei movimenti dei partiti di massa, sia pure spesso motivati da un internazionalismo ideologico, favorivano un tempo grandi raduni di giovani pieni di speranze nel futuro che consideravano le frontiere doganali il residuato di una vecchia cultura autarchica. Certo, io ricordo il raduno dei giovani comunisti e l’entusiasmo che contagiava tutti nel cantare gli inni della rivoluzione, ma questi raduni giovanili erano comuni a tutte le diverse appartenenze politiche e religiose e davano la misura di una integrazione spirituale di cui oggi non ci sono più tracce.
Oggi la maggioranza dei popoli europei è afflitta da depressione e diffidenza verso ogni straniero e soltanto la ricchezza diventa il parametro del riconoscimento sociale di chiunque si trovi a circolare per l’Europa. Gli alberghi di lusso sono quasi tutti asetticamente americani; gli incontri hanno caratteri formali e accademici; nessun partito europeo e neppure i sindacati sono riusciti ad europeizzarsi. In passato c’è stato solo un momento − quando si è discusso della cosiddetta costituzione europea − in cui è stato posto al centro il problema delle radici culturali comuni, e ricordo bene che allora il riferimento alle radici cristiane fu rifiutato dai rappresentanti dei vari Paesi poiché ritenuto una contraddizione insostenibile per un’Europa che si voleva laica e illuminista. Da quel momento in poi non si è fatto alcun tentativo di costruire le condizioni comuni per una vera cultura europea che non fosse fondata soltanto sulle convenienze economiche.
L’Europa si è rattrappita, come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera, e non si riesce persino più a rintracciare una politica della sicurezza militare comune a tutti gli stati dell’Unione. Il Mediterraneo è scomparso dall’orizzonte politico e il rapporto fra l’Europa e la cosiddetta primavera araba è solo la prova di un persistere di egoismi nazionali e di pretese di dominio economico. La vicenda libica è stata il teatro di una ignobile competizione fra i diversi Stati europei che aspiravano al controllo del petrolio libico. Agli occhi della maggior parte degli europei l’Europa della troika e della commissione, nonostante gli sforzi di Mario Draghi, appare come un’istituzione lontana e priva di legittimazione che in virtù di poteri non dichiarati pubblicamente decide sulla vita degli Stati costretti a chiedere aiuto per non fallire.
Nei luoghi di studio e nelle università si è perso completamente il contatto profondo con le diverse componenti della cultura europea. La Francia di cui si parla nei nostri convegni e nei nostri incontri culturali è quella di Marc Augé, per citare solo un nome, in cui si descrive la decomposizione di ogni luogo sacro. La Germania è quella di Sloterdijk che rappresenta con le sfere di cristallo la complessità del mondo. Quel che viene dalle altre aree dell’Europa è, nella migliore delle ipotesi, la sociologia di Bauman o di Zizek. Nessuno dei festival culturali e filosofici, proposti in Italia o in Europa, affronta in modo compatto e approfondito uno dei filoni della cultura europea: il grande pensiero laico sviluppatosi in Francia lungo la storia di questi secoli; lo spirito religioso e anche il doloroso disincanto della tradizione tedesca; il coraggio della resistenza e della difesa dei propri caratteri popolari da parte dei cosiddetti Paesi dell’est.
Senza le radici cristiane, senza l’illuminismo francese, senza la grande cultura tedesca e senza la musica che è stata prodotta meravigliosamente dagli uomini più inquieti del centro Europa non c’è alcuna ragione per sentirsi europei. Reichlin e Scalfari sbagliano cercando di fondare la necessità dell’Europa sulla indubbia razionalità dell’integrazione economica, perché non colgono la necessità non soltanto della componente politica, ma dello spirito europeo come riscoperta di una comune tradizione che ci ha reso e ci rende diversi dal resto dell’occidente.
L’Europa si costruisce più negli agriturismi dove gli stranieri si incontrano con il nostro stile di vita e riescono a capirne i mostruosi difetti ma anche gli innumerevoli pregi; si costruisce sempre più nello scambio degli studenti fra università europee senza ostacoli burocratici e restrizioni incomprensibili. Frequentare per un anno una scuola non italiana è un piccolo mattone della costruzione europea. Se vogliamo mettere realmente l’Europa al centro del dibattito elettorale non dobbiamo soltanto limitarci a discutere delle restrizioni economiche, imposte a chiunque chieda l’aiuto europeo, ma dobbiamo creare le condizioni perché si formino aggregazioni politiche davvero europee; sindacati che superino la ristrettezza dei confini aziendali e sviluppino una politica comune del lavoro e dell’occupazione; rapporti interculturali e interreligiosi che rimettano al centro dell’esperienza comune anche la dimensione del sacro e del trascendente. La laicità deve consistere essenzialmente nell’apertura e nell’assenza di pregiudizi verso chi è portatore di altre esperienze e non già nell’imposizione tecnologica di un sapere asettico, privo di alcuno sfondo umano come orizzonte condiviso.
In tutte le epoche storiche in cui l’Europa, nonostante le guerre civili e le lacerazioni fra gli Stati, ha rappresentato un punto di riferimento per l’intero occidente, lo spirito europeo si è incarnato in grandi movimenti culturali come il Rinascimento italiano, l’Illuminismo francese e il romanticismo tedesco. L’Europa è stata la patria della storia e della memoria del pianeta e solo questa storia, per certi aspetti terribile, di guerre civili e di violenze inaudite ha realizzato alla fine il più originale meticciato del pianeta dove diverse tradizioni e diverse storie hanno creato un’esperienza di apertura e di accoglienza che nessun’altra civiltà ha conosciuto. La straordinaria capacità di integrare la singolarità di ogni vicenda e l’universalità della prospettiva umanistica è il cuore della tradizione europea che può motivare un nuovo slancio vitale verso il futuro.
Chi si candida a governare dopo Monti, se vuole tematizzare la centralità dell’Europa, deve riuscire a proporre nuove istituzioni per creare una vera comunicazione tra popoli diversi e una comune cultura della reciprocità e del riconoscimento. Un grande istituto di storia europea, un grande progetto per gli studenti, nuove sedi per il confronto politico fra le forze che lavorano nella prospettiva di un futuro diverso dall’attuale miseria economicistica che la Zambrano aveva così profeticamente previsto.


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martedì 11 settembre 2012


Lettori al tempo dell’ebook Più veloci meno profondi - I neuroscienziati si interrogano su cosa succede nel nostro cervello con il passaggio dal libro, base dell’apprendimento da almeno sei secoli, alle nuove tecnologie digitali - MARCO BELPOLITI, LA STAMPA, 11 SETTEMBRE 2012, http://www.dirittiglobali.it/

Passando da sistemi di scrittura fondati sull’immagine grafica, come l’egizio, al sistema alfabetico, la lettura è diventata più agile, più veloce, e come sostengono alcuni studiosi, l’automatismo ha liberato il pensiero: ha più tempo, prima occupato nell’apprendimento Ma oggi con Kindle, iPad o altro, succede spesso che si fatichi a ricordare quello che si è letto
Cosa cambia nella lettura con le tavolette digitali? Kindle, iPad o altro, succede spesso che si fatichi a ricordare quello che si è letto. Il libro tradizionale è tridimensionale, come noi stessi, la tavoletta invece bidimensionale. Forse in qualche università americana ci sarà uno studioso che si sta già interrogando su i cambiamenti che la rivoluzione informatica degli ultimi vent’anni ha provocato e provocherà nella nostra attività di lettura. Di sicuro l’ha fatto di recente Maryanne Wolf in un libro molto interessante: Proust e il calamaro (Vita e Pensiero). Non siamo nati per leggere, scrive la neuroscienziata cognitivista della Tufts University. Il nostro cervello non è fatto per aiutarci ad apprendere a leggere, e anche a scrivere. Per farlo deve imparare a realizzare nuovi circuiti collegando regioni preesistenti, la cui programmazione e il cui programma genetico ha altri scopi: dal riconoscimento degli oggetti alla denominazione. Solo da poche migliaia di anni l’umanità legge; per farlo ha dovuto riciclare alcune zone del cervello con risultati notevoli. Ma è proprio grazie alla scrittura che il genere umano ha fatto notevoli passi in avanti, nonostante che molti secoli fa Socrate avesse messo in guardia i suoi contemporanei nel passaggio dall’oralità, fondata sulla memoria, alla scrittura sulle conseguenze nefaste di questo cambiamento.
Ora che stiamo per varcare o, meglio, abbiamo già varcato, la soglia verso una cultura sempre più fondata sull’immagine, sulla vista, condizionata da enormi flussi d’informazioni digitali, cosa ne sarà della lettura la cui specificità non è per nulla iscritta nel nostro patrimonio genetico, ma il risultato di un allenamento cominciato coi Sumeri e gli Egizi? Nel passaggio dal libro - la base della nostra cultura e dell’apprendimento da almeno sei secoli - all’ebook, al libro elettronico, cosa succederà? Continueremo a leggere? E come? Maryanne Wolf è una specialista della dislessia. Dislessico è suo figlio Ben, dislessici erano suo bisnonno, commerciante di successo, e probabilmente anche gli antenati del marito, e forse qualche difficoltà deve averla avuta lei stessa, un po’ come Oliver Sacks, che è diventato studioso dei deficit del cervello a causa di suoi problemi, come ha rivelato nell’ultimo libro, L’occhio della mente (Adelphi).
La studiosa americana spiega che, se non esistono specifici «geni della lettura», i dislessici non sarebbero persone con un deficit, bensì individui in cui il cervello propende per altre attività cognitive e di riconoscimento. Dal momento che i dislessici appaiano dotati di altre capacità - ad esempio, abilità di tipo spaziale che s’evidenziano nelle attività artistica -, nella società dell’immagine verso cui stiamo andando, queste persone probabilmente non soffriranno troppo. Un paradosso: prerogative del lato sinistro del cervello, che portano alla dislessia in società alfabetizzate, in altre, in cui prevale invece l’immagine, producono una spiccata superiorità. Ben, molto dotato nel disegno, chiede a sua madre: Sono più creativo perché uso l’emisfero destro più delle altre persone? Per questo i dislessici vengono al mondo con un cervello più creativo? La madre lì per lì non sa rispondergli. Il principio alfabetico, sostiene, consiste nell’intuizione che ogni parola della lingua parlata - appresa presto dai bambini - è composta di un numero finito di singoli suoni rappresentabili con un numero finito di lettere. Normalmente nelle società contemporanee, quelle occidentali, fondate sull’alfabeto latino, s’impara a leggere in 2000 giorni, là dove, nelle scuole dei Sumeri, occorrevano decenni, per via dell’alfabeto logografico.
A metà dello scorso decennio uno studioso di tecnologia Edward Tenner si è chiesto in un articolo sul New York Times se Google non stesse diffondendo una sorta di analfabetismo dell’informazione e il modo di apprendere che ne deriva non possa produrre conseguenze negative. Oggi possiamo rispondere che si legge e si scrive di più, ma in un modo diverso dal passato: per brevi segmenti, in modo rapido, impegnando sempre meno il corpo nell’atto della scrittura, i polpastrelli e non più le dita o la mano. Ciò che si modificato negli ultimi duemila anni è stato il fattore tempo. Passando da sistemi di scrittura fondati sull’immagine grafica, come l’egizio, al sistema alfabetico, la lettura è diventata più agile, più veloce, e come sostengono alcuni studiosi, l’automatismo ha liberato il pensiero: ha più tempo, prima occupato nell’apprendimento. Walter Ong, il gesuita collega di McLuhan sostiene in Oralità e scrittura (il Mulino), che la scrittura induce divisione e alienazione, ma anche una più salda unità, intensifica il senso dell’io e alimenta una interazione più consapevole tra gli individui, perciò alimenta la coscienza. Il contrario di quello che sosteneva Socrate.
Nelle conclusioni del suo studio sulla lettura Wolf si mostra cauta sul futuro. Tavolette o personal, i giovani lettori propendono sempre meno per un’analisi approfondita dei testi e per la ricerca di strati più profondi, come gli insegnanti riscontrano sempre più spesso, in ragione della immediatezza e dell’apparente completezza delle informazioni che appaiono oggi accessibili senza troppo sforzo. Armati di tablet e lavagne elettroniche, i nostri figli saranno destinati a una società di «decodificatori d’informazioni», oltre che di dislessici creativi? Proust e il calamaro non risponde. Settanta anni fa Walter Benjamin faceva la lode del copista, sostenendo che solo chi ricopia un testo scritto riesce ad afferrarne l’intimo significato, un po’ come chi va a piedi lungo una strada rispetto a chi la vede dall’alto da un aeroplano. E ora che viaggiamo su navi spaziali elettroniche cosa capiremo di ciò che leggiamo?

martedì 5 giugno 2012


Il pensiero anziano di Stefano Bartezzaghi - LA REPUBBLICA, 03 GIUGNO 2012, http://www.dirittiglobali.it/

A 80 anni fanno film o scrivono libri di successo. Ma non solo: sono anche protagonisti di romanzi e fiction tv. Ecco perché la produzione culturale si affida sempre di più ai grandi vecchi

Lo scorso lunedì, alle sette del mattino in punto, il sociologo anglo-polacco ZygmuntBauman faceva colazione in una sala di un albergo di Pistoia. Appariva in gran forma, canticchiava persino, a bocca chiusa, prima di attaccare yogurt e caffè. Pochi giorni prima aveva parlato di «Decodificare il mondo in cui viviamo» al Festival Biblico di Vicenza; poi aveva risposto alla domanda «La solidarietà ha un futuro?» agli antropologici Dialoghi sull´uomo pistoiesi (pubblico osannante) e quindi, sempre a Pistoia, ha tenuto per un´ora intera una conferenza stampa, davanti a (tre) giornalisti di testate locali. Bauman è nato nel 1925. Quando non gira per il mondo abita a Leeds, quando viaggia, vola con Ryanair, chiedendo solo il benefit dell´imbarco prioritario. Tuttora, a 87 anni, pubblica un paio di libri all´anno. E non si tratta di minestre riscaldate.
«Vecchio, io?». A chiederselo non era Travis Bickle allo specchio, ma Primo Levi, che, a differenza del famoso taxi driver, si affrettava a rispondere e anzi ad ammettere: «In assoluto, sì: lo dicono l´anagrafe, la presbiopia, le chiome grigie, i figli ormai adulti...». Era il 1982, e di anni Levi ne aveva sessantatré, età che oggi viene considerata "terza" solo da direttori del personale in uzzolo di prepensionamenti. Per chiunque altro, si è "nel pieno", e anzi oggi può capitare che un ottantenne faccia paternalistici buffetti a un sessantenne, mentre i quarantenni sono ancora alla gavetta e i trentenni al gavettone.
In sartoria i laticlavi sarebbero pronti da tempo, ma "per ora" gli ottantenni non ne vogliono sapere. Il regista francese Alain Resnais (89 anni) era in concorso a Cannes, dove ha vinto il film di Michael Haneke (70), sull´Amour fra due ottantenni. Paolo (81) e Vittorio (83) Taviani quest´anno hanno vinto Orso d´Oro e David: come miglior film e come migliori registi, non alla carriera. Longevità prettamente cinematografica, come per il portoghese Manoel de Oliveira (104) che ha diretto il suo ultimo film solo tre anni fa? No, perché il discorso riguarda anche il diplomatico franco-tedesco Stéphane Hessel (95), che tre anni fa ha esortato il mondo a indignarsi con un celebre pamphlet; o anche un amico e coautore di Hessel, il sociologo francese Edgar Morin (91). O il linguista e polemista americano Noam Chomsky (84) e i critici Harold Bloom (82) e George Steiner (83). Per non parlare di Oscar Niemeyer (105), che l´anno scorso ha inaugurato il centro culturale asturiano a lui intitolato e da lui progettato.
No, non è (o non è più) un mondo per gerontofobi. Persino il babau del Grande Vecchio (Bettino Craxi lo inventò per designare burattinai, gestori e manovratori di manine, manone, manopole, manipoli) è poi diventato Buono, e lo abbiamo mandato al Quirinale con Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, in una nazionale della terza e quarta età, vigile e carismatica (che ha avuto in Francesco Cossiga il suo Chinaglia).
Ogni discorso generazionale ha certo un fondo irriducibilmente idiota. Ma forse può fare eccezione il discorso che riguarda proprio la generazione degli odierni settantenni e ottantenni. È la più fortunata della storia post-edenica dell´umanità: troppo giovane per la Seconda guerra mondiale, intermedia nel conflitto generazionale del Sessantotto, troppo vecchia (e con diritti acquisitissimi) per subire le conseguenze delle successive crisi, è la generazione che si è presentata invece puntuale alla Dolce Vita, al Boom, alla liberazione sessuale (pre-Aids), al godimento no problem di ogni risorsa naturale, ambientale, economica. Al momento giusto, le hanno persino inventato il Viagra.
I fortunati vegliardi sembrano avvantaggiati anche nell´industria culturale. Sono sul mercato da più tempo e hanno un pubblico ben fidelizzato, essendo il mass-marketing basato su ripetizioni di stilemi e tormentoni. Ma ci deve essere dell´altro, una diversa disinvoltura. I più giovani, al loro confronto, spesso sembrano artisti a partita Iva o a progetto. Per intenderci basterà rimandare agli interventi del compianto Carlo Fruttero a Che tempo che fa. Sarà solo saggezza acquisita? Ricchezza del repertorio aneddotico? Penultime chance per testimonianze di prima mano su fatti remoti? O la squisita crudeltà del superstite, che non ha passato a caso né invano la feroce selezione del tempo?
Per demografia ci sono proprio più ottantenni in condizioni fisiche e cognitive ottimali. Tra gli artisti, Christopher Plummer (82) vince il primo Oscar, battendo Max von Sydow (83). Nel pubblico, settantenni e ottantenni hanno molto tempo libero, non hanno più mutui da pagare e (novità recentissima) non sono più tanto abitudinari e inclini ad accontentarsi di poco, come una volta. Costituiscono quindi un grande, gioioso target consumista a cui strizza l´occhio innanzitutto la tv. Maria De Filippi dedica parte di Uomini e donne a "tronisti" anziani, e vanno in onda serie tv come la britannica Downtown Abbey protagonista Maggie Smith (78) o l´americana Brothers & Sisters (tra i protagonisti, un omosessuale settantenne, che incontra il suo ex, interpretato da Richard Chamberlain, 76). Il cinema offre storie di coppie o combriccole mature (Another Year, di Mike Leigh; Marigold Hotel, di John Madden; l´atteso Hope Springs, con Meryl Streep). La letteratura, dominata in Italia dai bestseller senza età di Andrea Camilleri (87), inventa l´on the road degli ottuagenari con In viaggio contromano di Michael Zadoorian (Marcos y Marcos) e offre titoli come Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Bompiani) di Jonas Jonasson. Un senilismo che giova anche ai vecchietti di provincia dei fortunati gialli di Marco Malvaldi (Sellerio) o a quelli di periferia del Marco Presta di Un calcio in bocca fa miracoli (Einaudi).
L´invecchiamento demografico e il marketing non spiegano, però, tutto. Come Malcom Gladwell ha sottolineato (in Avventure nella mente degli altri, Mondadori) per noi il genio è il bambino Mozart ma spesso la realtà ci presenta casi di anciens prodiges. È stato proprio un economista David Galenson (University of Chicago) che con studi come Old masters and young geniuses ha distinto Pablo Picasso da Paul Cézanne: l´artista che sin da ragazzino trova senza cercare e il genio tardivo, sperimentatore e perfezionista, che passa decenni a cercare, prima di trovare.
L´attuale fioritura di un´arte e di un pensiero anziani pare però legata più strettamente al tema contemporaneo dell´assenza dei padri, che ci porta a dare massima fiducia ai nonni. Il loro pensiero ci pare più radicale, la loro voce ci pare più ferma, la loro identità ci pare meno compromessa, meno strizzata dai perimetri dei format, meno modellata dalle convenienze economiche, sociali e editoriali. Nei maggiori, non vediamo pose, conformismo o anticonformismo, ma adesione spontanea a moduli espressivi già sperimentati o nuovi, a seconda delle occasioni, senza intenzione calcolata. Questa è la vera novità: fingiamo di interessarci alla loro saggezza, ma quello che ci affascina è che per loro il percorso non coincide con una carriera. I vecchi ci dicono che i veri limiti con cui siamo a confronto sono dati nel linguaggio, nel corpo, nell´Altro e nella morte e che del resto ci si potrebbe anche preoccupare di meno. Saggezza o non saggezza, con l´ascoltarli ci costruiamo, con gratitudine, l´immagine di una libertà ancora possibile.

venerdì 30 marzo 2012


"Un casco che riesce a leggere il pensiero: aiuterà i malati di Sla" di NATASCIA MARCHI, http://www.lanazione.it/

Siena, 24 marzo 2012 - SPOSTARE un elicottero indossando un casco capace di leggere i movimenti. E’ «Brain control», la geniale idea di Liquidweb, start-up senese operante nel settore dell’Information and communication technologies, con esperienza particolare di tecnologia mobile. «Dopo un addestramento iniziale — spiega uno degli sviluppatori, Giorgio Scibilia — il caschetto impara, a seconda della persona che lo indossa, a riconoscere i segnali necessari per muovere l’oggetto interessato. Il nostro obiettivo è quello di utilizzarlo per scopi medici, come per i malati di Sla».

«L’elicottero è semplicemente un modo per misurare le reali possibilità del progetto — spiega Pasquale Fedele, fondatore di Liquidweb —. Abbiamo mappato la particolare attività elettrica che si sviluppa nel cervello, relativa in particolare ai movimenti e usiamo questi pensieri per controllare un tablet dove gira uno specifico software. In questo modo è possibile controllare tecnologie mediante il pensiero, dal mandare sms a controllare la tv. Sono cose basilari, ma per chi è imprigionato nel proprio corpo, come alcuni malati di Sla per esempio, possono cambiare la vita. Questi pazienti negli stadi più avanzati non sono neanche in grado di parlare, e quindi è necessario trovare un modo per aiutarli a comunicare. Quello che viene fatto nei centri ricerche per i pazienti è costruire dispositivi e ausili che sfruttino le capacità del paziente, ma essendo queste malattie progressive, andando invece direttamente a mappare alcuni pensieri, si può standardizzare la modalità di dialogo tra il paziente e i sistemi che si vuol controllare, permettendogli così anche agli stadi finali di beneficiarne».

Un progetto brillante che ha visto anche importanti riconoscimenti, da Italia degli Innovatori a Smau di Milano, alla ricerca dei finanziamenti necessario per essere sviluppato ulteriormente. «Se ci trasferissimo all’estero avremmo già i contatti per gli investitori — continua Pasquale Fedele —, perché difficilmente si investe su realtà molto distanti. Abbiamo ancora dei compiti da fare a casa, prima di metterlo sul mercato, ma noi vorremmo farli a a Siena». Forse non sarà un caso se la stessa genialità e creatività riscontrata negli sviluppatori di Liquidweb, tutti laureati alla facoltà di ingegneria di Siena, le abbiamo riscontrate anche in ViDiTrust, spin-off dell’Università senese. L’azienda, nata nel 2010, propone tecnologie di anticontraffazione sviluppate attraverso l’impiego di tecniche di elaborazione digitale. L’azienda ha da poco brevettato il sistema vIDify, progettato per rendere unico e riconoscibile qualsiasi prodotto stampato, fornendo così uno strumento per la lotta alla contraffazione. «L’idea ha una certa analogia — spiega Giacomo Cancelli, di ViDiTrust —, con il marchio univoco che ogni pistola lascia sul bossolo, e per il quale è possibile associarlo al mezzo da cui è stato sparato. Anche una stampante lascia sempre un’impronta digitale, presente ma invisibile all’occhio umano. Noi la analizziamo, e poi generiamo un timbro intelligente che contiene informazioni specifiche. Il timbro viene quindi applicato al prodotto, che viene così immesso sul mercato con una sorta di carta d’identità». Grazie a ViDify se un’etichetta, per esempio, va in stampa nella tipografia autorizzata allora è autentica, altrimenti saremo di fronte ad un falso. Grazie al sistema vIDify nessuno è in grado di falsificare il timbro intelligente e l’utente finale potrà avere la sicurezza di comprare prodotti autentici e di qualità. «Abbiamo poi sviluppato un applicativo per smartphone — continua Giacomo Cancelli —, per acquisire il timbro. Un nostro servizio va ad analizzare il timbro e decide se l’oggetto è autentico o meno. L’applicativo è free, quindi scaricabile da chiunque, noi vendiamo il brand alle aziende interessate». Quella dei ricercatori di ViDiTrust diventa quindi una risposta concreta, al grande problema della pirateria internazione, e perlopiù a «basso costo», assicura Giacomo Cancelli, «il sistema, infatti, è facilmente integrabile in tutti i tipi di processi aziendali perchè non richiede nessuna modifica alla catena di produzione». 

venerdì 2 marzo 2012


Sla: un'interfaccia cervello-pc per tradurre il pensiero in azioni, di red., 01/03/2012, http://salute24.ilsole24ore.com

Accendere e spegnere la luce, aprire la porta, formulare parole e frasi, ma solo con il pensiero: da un progetto di Febo Cincotti, ricercatore della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma - finanziato da Fondazione AriSLA per la ricerca sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), con il contributo di AISLA, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica - è nato il prototipo di interfaccia cervello-computer che permette di comunicare attraverso gli impulsi del cervello ai pazienti “locked in”, cioè in uno stato avanzato della disabilità in cui non si è in grado di muovere neppure gli occhi.
 

Il prototipo - Il prototipo, tutto italiano, si chiama Brindisys e, rispetto ad altri modelli precedenti, complessi da utilizzare, ingombranti e che richiedono costante supporto tecnico, è un dispositivo completamente non invasivo, di facile utilizzo, che permette anche ai pazienti in uno stato avanzato della malattia di mantenere una possibilità di comunicazione. Dotato di un elaboratore miniaturizzato simile a quelli usati all’interno dei riproduttori DVD, Brindisys riconosce l’intenzione dell’utente dall’esame del suo segnale elettroencefalografico, senza l’utilizzo di un computer potente. "Il progetto è nato con l’obiettivo di realizzare un sistema di ausilio che includa un’interfaccia cervello-computer semplice, incorporata in un apparecchio indipendente senza bisogno di un personal computer – spiega Febo Cincotti -. Altri dispositivi analoghi sono stati ideati nel corso degli anni, ma nessuno è stato pensato per rispondere alle esigenze dei malati di SLA, che variano col progredire della malattia. Fin dall’inizio del progetto il nostro obiettivo è stato identificare i loro bisogni specifici, e coinvolgerli nella validazione del sistema per confermarci che stiamo procedendo nella direzione giusta. È importante sottolineare che si tratta di un progetto di ricerca sperimentale e bisognerà attendere prima che possa essere disponibile per un reale utilizzo”.

Come funziona - Brindisys è composto da una cuffia, che viene indossata dal paziente, dotata di elettrodi che servono a rilevare i comandi solamente immaginati attraverso i potenziali elettrici prodotti dal cervello. Tali segnali vengono “letti” da un dispositivo poco più grande del palmo di una mano che li traduce in comandi e li trasmette a un semplice tablet da cui parte l’esecuzione dell’azione. Si va dalla riproduzione vocale di una frase pre-impostata, alla formulazione lettera per lettera di frasi nuove fino a comandare azioni vere e proprie quali accendere la televisione, cambiare canali, aprire la porta, spegnere la luce. La “traduzione del pensiero” avviene in circa 10 secondi. "Uno degli obiettivi istituzionali della Fondazione AriSLA è sostenere la ricerca volta a migliorare le condizioni di vita dei pazienti anche attraverso lo sviluppo di nuove tecnologie – commenta Renato Pocaterra, segretario generale della Fondazione AriSLA – Il progetto Brindisys è stato finanziato proprio con questo intento, perché, dopo essere stato sottoposto a un processo di selezione di peer review, è stato valutato dal comitato scientifico internazionale tra le proposte più innovative e interessanti sul fronte degli ausili per la comunicazione dei pazienti di SLA. Oggi che il prototipo è stato realizzato – conclude Pocaterra – siamo soddisfatti di aver creduto in questo progetto e siamo in attesa di conoscere i risultati dei test sui pazienti per la sua messa a punto finale".




MEDICINA GLI ESPERIMENTI DELLA FONDAZIONE SANTA LUCIA - Dal cervello al pc - Un tablet traduce i pensieri in azioni - Nuovo sistema per i malati di Sla Spegnere la luce Un decodificatore permette, ad esempio, di spegnere la luce di Adriana Bazzi, abazzi@corriere.it, 2 marzo 2012, http://www.corriere.it/

MILANO - Tradurre il pensiero in azione nel giro di una decina di secondi: ci riesce un originale sistema di interfaccia cervello-computer, studiato alla Fondazione Santa Lucia di Roma per i malati di sclerosi laterale amiotrofica (Sla).
Il prototipo si chiama Brindisys e, rispetto ai modelli precedenti (per esempio quelli che utilizzano chip impiantati nel cervello), non è invasivo ed è completo: è formato da una cuffia, che rileva i segnali inviati dalla corteccia cerebrale, e da un dispositivo che li traduce in comandi e li trasmette a un tablet. Da quest'ultimo parte, poi, l'input per l'esecuzione dell'azione.


«Non si tratta di lettura del pensiero - commenta Febo Cincotti, ricercatore della Fondazione Santa Lucia e responsabile del team di ricerca - ma di un sistema che interpreta la volontà del paziente e gli dà la possibilità di scelta. Poniamo, per esempio, che voglia spegnere la luce. Ecco allora che, sul tablet, compaiono una lampadina spenta e una accesa e un pallino che passa da una all'altra. Quando il pallino è sulla lampadina spenta, cioè indica l'azione che il paziente desidera, il cervello automaticamente genera un certo tipo di impulso (si chiama potenziale P300) che viene rilevato, interpretato (da un elaboratore miniaturizzato) e dà il via all'azione».
Questi esperimenti sono condotti nell'ambito di un progetto di ricerca (il sistema Brindisys non è attualmente disponibile per i pazienti), finanziato dalla Fondazione AriSla, con il contributo dell'Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica, e richiedono una casa domotica, attrezzata cioè per eseguire automaticamente i comandi inviati dal tablet.


Il sistema Brindisys, completo di cuffia e decodificatore dei segnali del cervello, è indicato per i malati che hanno perso completamente le capacità motorie (la Sla, infatti, è una malattia che comporta una progressiva paralisi dei muscoli, da cui deriva anche l'incapacità di parlare, ma lascia intatte le funzioni cognitive) e non riescono nemmeno a muovere gli occhi.
Prima di arrivare alle fasi più gravi della malattia, il paziente, che ancora può usare le mani, ma non si muove e non articola più le parole, può cominciare a utilizzare il tablet per aprire o chiudere una porta, per esempio, o per dialogare con una persona. In questo secondo caso, digita una frase sul tablet e un sintetizzatore vocale le trasformerà in parole o frasi.
«L'ideale - continua Cincotti - sarebbe fornire questi sistemi di ausilio al paziente fin dall'inizio della malattia, in modo che si abitui progressivamente a usarli». Gli strumenti oggi disponibili sul mercato, per aiutare i malati a comunicare, sono numerosi, ma si tratta di apparecchi che vengono controllati da mouse e joystick o che funzionano in modalità touch screen. Soltanto i più avanzati si basano sul movimento oculare.
Nessuno di questi, però, è in grado di rispondere a tutti gli stadi di disabilità che il paziente attraversa con il progredire della malattia e tutti hanno bisogno di una minima capacità di movimento. Il prototipo Brindisys permette, invece, di comunicare con la «forza del pensiero».



giovedì 27 ottobre 2011


26/10/2011 - UNO DEI PROTAGONISTI DEL FESTIVAL DELLA SCIENZA DI GENOVA:"RAPPRESENTO UN SIMBOLO DELL’'NTEGRAZIONE UOMO-MACCHINA" - "Mi presento, sono un cyborg" - Michael Chorost, programmatore informatico "L’impianto cocleare lascerà il posto a sonde nanotech per leggere nel pensiero degli altri" - La testimonianza di chi ha superato la sordità grazie a un computer di Elisa Frisaldi, http://www3.lastampa.it

Prima sente il suono e poi ne comprende il significato. E’ il doppio passaggio a cui deve abituarsi chi, dopo aver perso l'udito, ricorre all'impianto cocleare. È ciò che è accaduto all'americano Michael Chorost, programmatore informatico, ricercatore e autore dei saggi sui rapporti uomo-macchina «Rebuilt» e «World Wide Mind», che perde del tutto l'udito il 7 luglio di 10 anni fa, mentre è alla guida di una macchina a noleggio per le strade di Reno, nel Nevada.

Nato già con un udito debole, Michael aveva sempre portato apparecchi acustici che, amplificando i suoni, riuscivano a fargli sentire alcuni frammenti delle frasi pronunciate dagli altri. Poi, per ricostruire il senso del discorso, gli era essenziale aiutarsi con la lettura del labiale. Ma è l’impianto cocleare che gli cambia la vita come spiegherà oggi pomeriggio al Festival della Scienza di Genova -. A differenza degli apparecchi acustici, infatti, la sua funzione è inviare meccanicamente tutti i suoni al cervello, i quali, però, restano privi di significato, se l’individuo non impara ad ascoltarli e ad associarli alle parole che già conosce.

Ogni impianto è costituito da una parte esterna e una interna: l’elaboratore del linguaggio, dietro l'orecchio, ha un microfono che capta i suoni, li trasforma in segnali digitali e li invia a una bobina che fa da tramite con la sezione interna. Superando la barriera della cute, la bobina trasmette i segnali digitali a un ricevitore che li trasforma in segnali elettrici e li invia, attraverso un filo porta-elettrodi, alle fibre del nervo acustico nella coclea. I segnali generati da questa stimolazione arrivano quindi ai centri uditivi del cervello, dove vengono riconosciuti come suoni.

Dottor Chorost, che cosa si prova ad affidare il proprio udito a un computer?
«Non avevo alternative. Volevo uscire dall'isolamento. La difficoltà di adattarsi a un impianto cocleare è paragonabile allo sforzo che facciamo da piccoli per imparare la nostra prima lingua o, in seguito, per conoscere una lingua straniera. Per diverso tempo non capisci nulla, le parole che si affollano la testa sono suoni privi di senso. Solo dopo un anno la mia capacità uditiva era paragonabile a quella di quando usavo l'apparecchio acustico. La famiglia e i miei amici sono stati un supporto fondamentale: hanno rispettato con pazienza i miei tempi di recupero».

In che senso si sente un cyborg?
«Dal momento in cui il primo impianto di coclea è entrato in funzione, il mio corpo è cambiato in modo irreversibile. Ero l'esempio vivente della possibile integrazione uomo-macchina. Mi sono dovuto abituare all' apparecchio esterno che, grazie a un magnete, aderisce alla testa, e al fatto che ogni cosa suonava in modo diverso rispetto a prima. Ma l'impianto non ha modificato la mia personalità, la percezione che ho di me stesso. Ero e rimango Michael, l'uomo che adora le lasagne e il suo gatto, Elvis, che odia gli insegnanti noiosi e che allora, come poi è accaduto, sperava di innamorarsi».

Come ha imparato a decodificare gli impulsi che gli elettrodi trasmettono al suo nervo acustico?
«Con gli audiolibri per bambini: ascoltavo la lettura dei racconti e contemporaneamente seguivo il testo. Così, un po' alla volta, ho imparato ad associare i suoni che sentivo alle parole di cui già conoscevo il significato. Anche parlare con gli altri è stato un esercizio di grande aiuto. Dovevo familiarizzare il più possibile con i nuovi suoni e imparare a spostare l'attenzione dalle labbra del mio interlocutore ai suoi occhi. Un vero sprone a vincere la mia timidezza».

E’ passato un quarantennio dai primi impianti di coclea. Quanto è stata perfezionata la tecnica chirurgica?
«I progressi sono stati notevoli. Basti pensare che l'installazione del mio primo impianto ha richiesto un'ora e mezza mentre, a distanza di soli quattro anni, il secondo intervento si è concluso dopo 41 minuti. Oggi questa tecnica chirurgica è diventata di routine, ma ho notato che negli ultimi anni i progressi sono rallentati. I motivi possono essere diversi, tra cui i costi necessari a migliorare la resa degli apparecchi già in uso e il fatto che il settore è nelle mani di una sola società. Ma non escludo che impianti cocleari basati sulle potenzialità degli impulsi elettrici abbiano raggiunto il loro massimo sviluppo e sia quindi arrivato il momento di spingersi oltre».

Ha qualche idea?
«Tra le tecnologie più promettenti, già in fase di sperimentazione sui roditori, si parla di optogenetica e nanotecnologie. L'optogenetica, una nuova branca della scienza che combina ottica e genetica, ricorre a raggi laser in grado di attivare e disattivare i singoli neuroni in base alla lunghezza d'onda della luce emessa. In alternativa, una serie di nanosonde potrebbero risalire i capillari dalla periferia del corpo fino al cervello e da lì regolare lo scambio di informazioni tra neuroni. A ogni modo credo dovremo attendere alcuni decenni prima che nuove tecnologie prendano il posto degli impianti cocleari».

In «World Wide Mind» lei immagina un futuro in cui le tecnologie ci metteranno in contatto con le emozioni altrui. Può spiegare?
«Credo che potremo avere la possibilità di conoscere in tempo reale ciò che un amico o i nostri colleghi vedono e sentono. Sarà la risposta della scienza al desiderio di relazioni più profonde e al tentativo di raggiungere livelli d'intelligenza superiori. Così, per esempio, un gruppo di poliziotti impegnati in un’operazione potrà coordinarsi a distanza».

Non ha paura di scenari così estremi?
«Il mio scopo è stimolare gli altri a pensare come la tecnologia può favorire modalità d'interazione più umane. Resto convinto del fatto che, per quanto sofisticata, nessuna tecnologia potrà insegnarci a comunicare, ad ascoltare con attenzione o a entrare in empatia. Questo è un compito che, per fortuna, spetta solo a noi».

mercoledì 12 ottobre 2011


L’arto bionico che si muove con il pensiero scritto da: Simone Fanti in Cure - Fonte Correre della Sera

Ha il braccio meccanico con il pensiero: è accaduto in Pennsylvania, dove Tim Hemmes, tetraplegico dal 2004, grazie a un chip impiantato nella corteccia motoria è riuscito ad accarezzare la mano della fidanzata. Il chip ha decodificato le onde cerebrali, traducendole in impulsi.
La protesi biomeccanica che sostituiva il braccio dell’eroe di Guerre Stellari Luke Skywalker ha avuto nella realtà numerosi tentativi di imitazione, come ad esempio quello messo a punto anni fa dalla Brown University di Providence che ha sviluppato la NMP (neuromotor protesis, cioè protesi neuromotoria) usata per pazienti paralizzati che funziona grazie all’impianto di alcuni microelettrodi nella corteccia cerebrale motoria primaria, dove originano i movimenti. Gli elettrodi interfacciavano questa zona con un computer che, decodificando gli stimoli cerebrali, li traducevano in impulsi per l’arto robotizzato.
Per quanto le innovazioni tecnologiche abbiano reso queste protesi sempre più perfezionate, tutte sono sempre state gravate da un fondamentale problema: gli arti robotizzati possono essere mossi e ormai consentono di afferrare un oggetto, ma non ci fanno sentire cosa stiamo afferrando. Finora era stato infatti risolto solo il puro problema motorio, ma non quello sensitivo, un’informazione fondamentale per ogni movimento e che ci fa calibrare automaticamente la forza a seconda della resistenza che incontriamo permettendoci ad esempio di sollevare un bicchiere di carta diversamente da come ne solleviamo uno di vetro, anche senza guardare cosa stiamo facendo.
La vista infatti resta l’unica informazione utile a controllare il movimento di una bioprotesi ed è, in fondo, la stessa informazione che utilizziamo giocando a un video game dove ci muoviamo nella sua realtà virtuale osservandola da uno schermo.

lunedì 10 ottobre 2011


Il computer si emoziona e pensa il grande business del chip cognitivo di PAOLA JADELUCA, 10 ottobre 2011, http://www.repubblica.it

Un droghiere di New York sistema i prodotti sugli scaffali: indossa dei guanti, che sembrano dei comuni guanti igienici, in realtà sono dei pc indossabili che attraverso sensori incorporati consentono di monitorare l’aspetto, il colore, l’odore, la consistenza e la temperatura di ogni confezione per individuare i cibi guasti o contaminati. Nello stesso momento, all’altra parte del globo, sulle rive dello Yangtze, in Cina, un sistema di computer controlla l’approvvigionamento idrico delle diga delle Tre gole, registrando temperatura, pressione, altezza d’onda, acustica e marea, pronto a emettere allarmi se l’insieme delle informazioni fa scattare la paura che possa verificarsi uno tsunami.
Uno scenario avveniristico ma non fantascientifico: è in questa direzione che si stanno infatti muovendo gli esperimenti legati alla realizzazione dell’Internet delle cose, ovvero una rete infinita gettata sul globo che così si accinge a diventare un computer planetario. Un computer fatto da piccoli sensori disseminati nell’ambiente, incorporati negli oggetti della vita quotidiana, che rimandano segnali attraverso terminali oggi in uso, table, pc portatili, smartphone, e poi via satellite fino a creare un network intelligente sospeso nell’etere.
Tutto questo è reso possibile dalla nuova generazione di computer, i computer cognitivi, che ben poco ormai hanno a che fare con il computer tradizionalmente inteso. Il computer cognitivo è pur sempre una macchina, non contiene elementi biologici che costitui iscono la base della mente umana ma ha un motore rivoluzionario i chip di calcolo neuropsinaptico, ricreano i fenomeni tra i neuroni basati su potenziali d’azione e le sinapsi nei sistemi biologici, attraverso algoritmi e circuiti digitali di silicio. Hanno, insomma, un nucleo "pensante", si tenta in poche parole di emulare il cervello umano nelle sue funzioni specifiche: ovvero la capacità di interagire con l’esterno, di apprendere dall’esterno, di sviluppare nuova intelligenza. Cosa più facile a dirsi che a farsi.
La complessità del cervello umano è ineguagliabile. Negli anni 50, agli albori della Scienza dell’intelligenza artificiale, il paradigma era completamente ribaltato: allora si pensava che il computer fosse più perfetto del cervello umano. Poi, nel corso del tempo si è capito che una macchina ma anche un uomo opportunamente programmata può arrivare a parlare perfettamente cinese, senza capire un’acca di quello che dice ed ascolta. Programmi, appunto, puri segni svuotati di ogni significato come scrive John R. Searle in Menti, Cervelli e Programmi, che nel 1980 è stato una pietra miliare nella cosiddetta seconda rivoluzione cognitiva.
Oggi la cibernetica ha preso tutta un’altra strada. Negli stabilimenti Ibm di Fishkill, per esempio, sono stati realizzati chip sperimentali di nuova generazione, oggi in fase di test nei Laboratori di Yorktown Heights e San Jose progettati per emulare la capacità di percezione, azione e cognizione del cervello umano. Big Blue e i partner accademici hanno ricevuto un finanziamento di 21 milioni dollari dalla Darpa, Defense Advanced Reserarch Projects Agency per la fase 2 del progetto SyNapse. L’obiettivo è quello di creare un sistema in grado non solo di analizzare immediatamente le informazioni complesse ma di funzioni più complesse, come navigazione, memoria associativa, riconoscimento, classificazione.
La mente umana ha ripreso il suo ruolo centrale, è il modello. E’ questa la nuova frontiera hitech che vede uniti i big dell’industria come le università più prestigiose, dal Senseable lab del Mit fino ad Harvard. E in questo scenario profondamente mutato, i computer, le macchine, si estendono nello sforzo estremo di somigliare all’uomo: vogliono percepire, sentire, parlare, persino imparare.
Il caso emblematico è quello di Watson, ultimo nato della famiglia Ibm: computer dalla potenza di elaborazione impressionante, che a Jeopardy!, il gioco a quiz più famoso degli Usa, è stato in grado di intendere le domande e di rispondere in modo pertinente. Watson ha vinto, una vittoria emblematica, che è servita solo a saggiare i risultati raggiunti dalla ricerca. L’obiettivo, infatti, non è giocare, ma operare come estensione dell’uomo per moltiplicare le capacità di gestione delle conoscenze in qualsiasi campo: aziendale, dell’amministrazione pubblica, della sicurezza, della vita educativa.
Sul numero del 17 maggio di Technology Review, rivista online del Mit di Boston, si dà notizia di un esperimento condotto dall’Ecole Politytechnique Fédérale di Losanna, finalizzato a provare l’esistenza dell’altruismo dal punto di vista evoluzionistico. Per farlo Laurent Keller, biologo, e Markus Waibel, cyberingegnere, hanno realizzato dei robot di pochi centimetri resi indipendenti da due rotelle, dotati di un "sistema nervoso" basato su una serie di sensori e una videocamera. La loro intelligenza si basa su un genoma digitale. Il risultato? Nel giro di 500 generazioni questi robot riescono a creare una mappa sociale.
Come la specie umana, anche i computer possono migliorare nel corso del tempo. Una svolta non solo teorica, ma con impatti sul piano industriale e sociale. L’équipe svizzera, infatti, attraverso questo esperimento ha costruito un algoritmo finalizzato alla costruzione di macchinari per il soccorso civile e altre attività di pronto intervento basate sul Gps il sistema di localizzazione satellitare geospaziale nell’ambito di un progetto finanziato dall’Unione europea.

mercoledì 2 febbraio 2011

La mente, il cervello e la deriva nichilista - Se la morale è un fatto di neuroni di Giorgio Israel  (©L'Osservatore Romano - 3 febbraio 2011)

Nella Monadologia Leibniz propone una confutazione della tesi che il pensiero sia generato dal cervello con la seguente metafora. Si immagini di essere ridotti alle dimensioni di un insetto piccolissimo rispetto al cervello o, equivalentemente, che il cervello sia un grandissimo locale rispetto al quale la nostra persona risulti molto piccola. Potremmo allora entrare nel cervello come in un gigantesco mulino meccanico. Potremmo esaminarne in dettaglio il funzionamento, studiarne gli ingranaggi, le ruote dentate, i movimenti. È evidente, osserva Leibniz, che per quanti sforzi si facciano non potremmo mai "vedere" un'idea, un pensiero, una sensazione. Insomma, il cervello, in quanto oggetto fisico, apparirebbe come una macchina, quanto si vuole complessa, ma i cui elementi costitutivi sono oggetti materiali e non pensieri o idee, che appartengono a una diversa sfera del reale.
Questo genere di obiezioni è stato riproposto molte volte nel pensiero filosofico. Facendo riferimento a immagini tecnologiche più avanzate rispetto a quella che vede come prototipo della macchina l'orologio, Henri Bergson ha parlato del cervello come una sorta di "ufficio telefonico centrale" che di per sé non aggiunge nulla a quel che riceve e che non ha nulla di un apparato atto a fabbricare rappresentazioni. Nel suo "L'uomo neuronale", il neurobiologo Jean-Pierre Changeux ha confutato Bergson menzionando esperienze che dimostrano il parallelismo tra il movimento di un oggetto e la sua percezione mentale. Egli cita un'esperienza in cui un soggetto è posto di fronte a due oggetti che si ottengono l'uno dall'altro per rotazione e deve segnalare il momento in cui percepisce trattarsi dello stesso oggetto: si constata che il tempo necessario a tale percezione è proporzionale al tempo della rotazione. Ma questo - come analoghi esperimenti - dimostrano soltanto che nel cervello accade qualcosa che è materialmente correlato al processo percettivo, e questo nessuno si sognerebbe di negarlo. In realtà, la confutazione di Changeux, basata sul parallelismo di processi di movimento, avvalora la tesi di Bergson che il cervello sia un centro di azione motoria, che ha per funzione principale il ricevere stimoli e trasmetterli mediante processi motori. Bergson avrebbe potuto rispondere a Changeux alla maniera con cui Galileo replicò a Simplicio: "Vedete adunque quale sia la forza del vero, che mentre voi cercate di atterrarlo, i vostri medesimi assalti lo sollevano e l'avvalorano". E oltretutto qui si parla di rappresentazioni di oggetti materiali e non di idee astratte - dell'idea di sfera o dell'idea di bellezza o di Dio. L'osservazione che le rappresentazioni visive mobilitano soprattutto i neuroni dell'emisfero destro mentre le idee più astratte quelle dell'emisfero sinistro, così come le correlazioni tra attività mentali e irrorazione sanguigna stabilite dagli esperimenti di risonanza magnetica, non soltanto sono molto generiche, ma non dicono nulla circa l'origine e le modalità di fabbricazione dei pensieri.
Per quanto ci si affanni a confutare la metafora di Leibniz e quelle analoghe, il risultato è un insuccesso. Per lo più a essa si oppone che, se fossimo ridotti alle proporzioni di minuscoli insetti, non vedremmo il cervello come un mulino meccanico, ma come un sistema biologico neuronale e i pensieri apparirebbero come ciò che viene prodotto e trasmesso da neuroni e sinapsi. Insomma, vedremmo la vera sostanza fisica del mentale e la mente sparirebbe nel cervello. Ma questa non è una confutazione, bensì l'affermazione di una credenza, una professione di fede in un'ontologia materialista.
Proviamo noi a sviluppare e rafforzare questa "confutazione" con riferimento a macchine più moderne, per convincerci meglio della sua inconsistenza. A prima vista, l'informatica contemporanea fornisce un'immagine vivida di come le idee si producano e si trasmettano mediante processi fisici. Scrivo questo articolo su un computer che codifica i miei pensieri e li incide su un oggetto materiale. Lo spedisco alla redazione del giornale. Le idee corrono come impulsi elettrici su cavi e addirittura nell'aria. È affascinante pensare che le onde elettromagnetiche trasportino nello spazio concetti astratti. Questi pervengono a un altro computer che li decodifica traducendo il "materiale" inviato in un insieme di lettere e parole che la redazione potrà leggere. Non è forse questa una rappresentazione efficace e trasparente dei processi neuronali? Certamente sì, anche se questi ultimi si svolgono con modalità diverse da quelle informatiche, perché la maggiore complessità del processo non toglie nulla al fatto che esso ha una natura strettamente materiale, fisico-chimica. Ma è possibile dire che tale processo "produce" e "trasporta" concetti? Qui dobbiamo fermarci. Forse può apparire evidente che li trasporti, ma la questione è più complessa, perché il trasporto richiede un'operazione decisiva: la traduzione delle parole in un codice che consenta la trasmissione materiale e che dovrà essere in possesso di chi le riceve affinché siano per lui intellegibili. Questo codice è disponibile sia per chi invia sia per chi riceve il messaggio, perché è così che nei fatti è stato progettato il processo informatico. Ma qual è il codice con cui tradurre i processi neuronali? Nessuno ha la minima idea di come si possa tradurre una reazione fisico-chimica o una trasmissione elettrica in un linguaggio che esprima l'"idea". In fin dei conti, non esiste neppure una vaga idea di come ciò possa farsi. Se davvero fossimo in presenza di pensieri in codice bisognerebbe interpellare "chi" - Dio o il caso? - ha creato il sistema di traduzione delle idee astratte in processi neuronali, così come ha fatto l'uomo per i processi informatici; o scoprirne il segreto. Sarebbe un compito impossibile perché presupporrebbe quello che neppure in fisica si sa fare, e cioè descrivere in modo esatto il comportamento di ogni singola particella del cervello.
Ma ancora qui siamo agli aspetti meramente esteriori della questione, al processo di "trasmissione". Se si passa alla questione della "produzione" dei concetti la faccenda si complica. Qui entra in gioco l'esistenza della persona che ha scritto l'articolo (e di chi lo legge). Senza l'autore dell'articolo e le "idee" che egli ha "pensato" non c'è assolutamente nulla. Ma tali idee e il loro senso sono assolutamente indipendenti e antecedenti al processo della loro trasmissione ed elaborazione materiale nello spazio. Nel modello informatico considerato non c'è produzione di alcuna idea. Esattamente come nel mulino di Leibniz, è impossibile scorgervi alcuna idea, a meno che non ci si collochi "fuori" e cioè nel mondo di chi quelle idee ha prodotto.
Insomma, siamo ridotti all'antica teoria dell'homunculus. Per concepire un cervello che pensa occorre immaginare un altro soggetto a esso interno che sia l'autore dei pensieri che il cervello si limita a manipolare e trasmettere. Se si mira a una spiegazione puramente materiale il processo regredisce all'infinito. Ecco perché, come ebbe a dire Paul Ricoeur - nel libro-dialogo con Changeux La natura e la regola - la formula "il cervello pensa" è insostenibile e assomiglia a un ossimoro. Changeux, per quanto materialista, fu costretto ad ammettere: "Evito di impiegare simili formule".
Ma allora siamo costretti ad ammettere che, per quanti progressi si siano fatti nella conoscenza di ciò che accade nel cervello quando pensiamo - e sono progressi grandi, importanti e benvenuti - quanto alla dimostrazione della tesi metafisica circa il carattere materiale del pensiero siamo al punto di partenza. E vi è ogni motivo per ritenere che vi si resti per sempre. Difatti, è irragionevole pretendere che dalla scienza si possano ricavare teoremi metafisici, nella fattispecie la verità del materialismo. È meglio accettare la realtà come si offre nella sua evidenza. E l'evidenza della mente non è minore di quella della materia. Per dirla con Bergson: "L'esistenza di cui siamo più certi e che conosciamo meglio è incontestabilmente la nostra, perché di tutti gli altri oggetti abbiamo nozioni esteriori e superficiali, mentre percepiamo noi stessi interiormente, profondamente". Meglio sarebbe quindi accettare e sviluppare, nella loro ricchezza, le riflessioni delle scienze umane, rispetto a ciò che di modestissimo offrono i tentativi di dissolverle in capitoli delle neuroscienze, aggiungendo il prefisso "neuro": neuro-filosofia, neuro-etica, neuro-economia, neuro-estetica, neuro-teologia.
Occorrerebbe essere consapevoli che qui si gioca una delle poste più cruciali nel confronto con il relativismo e il nichilismo dilaganti. Difatti, cosa resta del valore oggettivo e universale della morale in una neuro-morale che la riduce a una particolare conformazione cerebrale? Nulla. I principi morali o etici sarebbero mero prodotto dell'evoluzione e, come tali, soggetti al processo evolutivo, o addirittura manipolabili dall'uomo nelle forme da questi ritenute più opportune. Se l'idea di un Dio trascendente fosse prodotto di conformazioni neuronali, essa sarebbe un evento casuale e sopprimibile, come peraltro sostengono alcuni neuroscienziati. Naturalmente se ciò fosse vero, e dimostrato come tale, vi sarebbe poco da dire. Ma non lo è, lungi da ciò, si tratta di tesi inconsistenti. Così accettarle è solo la manifestazione di una dannosa soggezione nei confronti di uno scientismo che agisce come cavallo di Troia del nichilismo. Tantomeno bisogna farsi intimidire dalle veementi accuse di un certo pensiero postmoderno nei confronti dell'"essenzialismo" della cultura occidentale, accusata di avere introdotto, con la difesa dei valori "assoluti", forme di "razzismo" e di discriminazione. Anche tale soggezione è da dismettere, perché nessun errore può cancellare il fatto che la cultura cosiddetta "essenzialista" ha posto le basi morali di una società basata sul rispetto della persona.