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martedì 23 aprile 2013


23 aprile 2013 - Quando Stati (e organizzazioni) dettano regole - Figli a comando - http://www.avvenire.it/


Contrordine, fratelli della rivoluzione islamica! «Niente più contraccettivi né misure di pianificazione familiare, dovete tornare a fare più figli». È il netto cambio di strategia deciso dal governo iraniano, che ha scelto di mobilitare 150mila medici per contattare le famiglie e "motivarle" ad avere più bambini. E in fretta, pure: cercando di «ridurre al di sotto dei due anni il periodo fra una gravidanza e l’altra». L’obiettivo infatti è esplicito e certamente ambizioso: arrivare in pochi decenni a raddoppiare la popolazione del Paese da 75 a 150 milioni di persone.

Il cambio di strategia è stato impresso su impulso della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che aveva chiesto di abolire le politiche di pianificazione familiare adottate dopo la forte crescita delle nascite seguita alla rivoluzione islamica del 1979. «Ma la scelta del figlio unico ha provocato molti problemi – ha spiegato Mohammad Ismail Motlagh, dirigente del ministero della Famiglia di Teheran –. E ora le coppie devono rivedere i loro metodi e cambiare i loro piani». 

Una scelta – questa dell’Iran, come quella speculare della Cina con l’imposizione (ora in discussione) del figlio unico o gli interventi di pianificazione familiare da parte di enti internazionali, anche legati all’Onu – che conferma come la leva demografica sia tuttora utilizzata dai poteri statali e sovranazionali anzitutto per conseguire obiettivi politici, prima che per favorire cambiamenti sociali a beneficio delle popolazioni. Dietro espressioni come "salute riproduttiva", utilizzate da organismi internazionali, si nasconde spesso in realtà non la giusta esigenza di tutelare la salute delle donne o di evitare il ricorso all’aborto, ma appunto la scelta politica-economica di imporre una pre-determinata (de)crescita demografica, non di rado legando ad essa obiettivi e interventi di sviluppo. 

Nei singoli Stati, poi, a seconda delle esigenze di bilancio, di pianificazione economica o, per altro verso, di strategie militari o espansionistiche, i governi non si fanno scrupolo di intervenire pesantemente nella sfera più intima di ogni coppia: ora imponendo di non procreare, anche a costo di spingere le donne ad abortire, ora invece facendo pressione perché si "diano figli alla Patria". 

È un tratto tipico delle dittature, del Novecento come di quelle contemporanee. In maniera meno esplicita, però, la tentazione percorre anche le nostre democrazie, nelle quali ad agire sono da un lato la presenza o l’assenza di politiche di sostegno alle famiglie, dall’altro i modelli culturali che finiscono per condizionare (e non poco) la scelta di avere figli. Fino alle nuove "frontiere" dischiuse oggi da quelle tecniche e quelle leggi che permettono e "legalizzano" una procreazione slegata dall’unione di una coppia donna-uomo.

Al fondo, nelle imposizioni dirette delle dittature come nelle indirette pressioni delle democrazie, sta non solo un’insopportabile violazione della libertà dei coniugi, ma soprattutto uno stravolgimento dell’umano nella sua essenza: la procreazione che nasce da un progetto di vita, infatti, non può mai essere ridotta a mera riproduzione, da accrescere o diminuire secondo convenienze economiche o politiche, come fosse una produzione industriale.

Francesco Riccardi

lunedì 18 marzo 2013


18 marzo 2013 - ASIA - Cina, il regime conferma:n oltre 336 milioni di aborti - http://www.avvenire.it

 

​Sarebbero oltre 336 milioni gli aborti eseguiti nella Repubblica popolare cinese dal 1971 a oggi, secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità del Paese asiatico. Il dato tiene conto delle sole interruzioni della gravidanza registrate attuate da medici e nella sostanza conferma i 400 milioni di cinesi «non nati» segnalato come un «successo» dell’applicazione della politica del figlio unico, ufficialmente applicata a partire dal 1979.
  
La voragine demografica che ha cancellato l’equivalente di quasi un terzo della popolazione cinese attuale, si conferma essere, quindi, conseguenza soprattutto di pratiche abortive. I dati diffusi ieri evidenziano anche che, nello stesso periodo, 196 milioni di uomini e donne cinesi sono stati sottoposti a sterilizzazione e che 403 milioni di donne sono ricorse alle spirali intrauterine per evitare la gravidanza. 

La legge che sanziona duramente le coppie ai quali la politica ufficiale non consentirebbe di avere più di un figlio, seppure con numerose eccezioni, è stata introdotta nel 1979, in coincidenza con l’inizio del processo di apertura dell’economia promosso da Deng Xioaping. Un intreccio di esigenze di gestione delle risorse e di pianificazione economica, di controllo della popolazione ha fatto da base dall’inizio a scelte demografiche che hanno creato innumerevoli drammi personali e familiari ma anche un enorme numero di abusi, di episodi di corruzione e un esteso traffico di neonati e bambini. 

Con decine di milioni di nascite “illegali” mai registrate per non incorrere nei rigori della legge che costituiscono un elemento potenzialmente destabilizzate per la società. Una situazione che rischia di sfuggire al controllo, in qualche modo ammessa dalle autorità domenica scorsa, quando nel contesto del ridimensionamento di ministeri e commissioni annunciato nel corso della sessione del 18° Congresso nazionale del popolo che oggi chiude i lavori a Pechino, è stato annunciato lo scioglimento della Commissione per la pianificazione familiare, accorpata nel ministero della Sanità. 

Un provvedimento che chiarisce come le autorità non smentiscano la loro politica ma per ragioni economiche (alti costi e sprechi nella gestione, innalzamento dell’età media della popolazione con prole sempre meno numerosa) va con ogni probabilità verso una riscrittura della legge con una graduale liberalizzazione recentemente anticipata dalla Fondazione (governativa) per la ricerca sullo sviluppo della Cina: due figli per coppia da subito in alcune provincie, per tutti nel 2015 e piena libertà di decidere della propria prole nel 2020. Una necessità che ha anche la caratteristica dell’urgenza, data la crescente impopolarità della legge del figlio unico.

Se è vero che, come sostiene il sociologo Ken Peng, la modifica sostanziale nella struttura della popolazione degli ultimi anni, ormai in maggioranza concentrata nelle città, con famiglie sempre più ridotte e matrimoni sempre più rari e in età avanzata, corsa al benessere e alto costo della vita ha portato la situazione cinese ad assomigliare «più a quella di un Paese sviluppato che a quella di un Paese in via di sviluppo», l’applicazione della legge e ancor più i suoi frequenti abusi stanno diventano un concreto fattore di rischio per la stabilità del sistema-Cina. Come peraltro denunciato anche da alti dirigenti del Partito comunista e dello Stato.

Stefano Vecchia

lunedì 4 marzo 2013


Salute e aborto in Uganda: le balle del Guttmacher Institute -  3 marzo, 2013 - http://www.uccronline.it

Sede Planned parenthood

Il governo americano continua incredibilmente a fidarsi delle relazioni sull’aborto del Guttmacher Institute, ovvero l’ente di ricerca di Planned Parenthood, cioè la catena più grande del mondo di cliniche abortiste. Inutile evidenziare l’enorme conflitto di interesse.

Nella sua ultima relazione il Guttmacher ha guarda caso raccomandato all’Uganda un maggior accesso all’aborto e alla contraccezione come modo per migliorare la salute delle donne e ridurre le gravidanze indesiderate. E’ la solita solfa abortista, nonostante sia ormai palesemente dimostrato che i Paesi in cui l’aborto è illegale godono di ottimi dati sulla mortalità materna e che la contraccezione non diminuisce affatto il tasso di interruzioni di gravidanza.

L’istituto abortivo ha stimato che poco più del 54% delle gravidanze in Uganda non sono intenzionali, e «il livello elevato di gravidanze indesiderate e il divario tra la reale e la desiderata fertilità  in Uganda può essere attribuito in gran parte all’insufficiente uso dei contraccettivi». Con il ragionamento del Guttmacher, un maggiore accesso ai contraccettivi in Uganda abbasserebbe il tasso di gravidanze indesiderate. Eppure gli Stati Uniti, che vantano un “bisogno insoddisfatto” di contraccezione del solo 6-7 per cento, hanno quasi la metà delle gravidanze come involontarie e tali gravidanze hanno più probabilità di finire in aborti negli Stati Uniti rispetto all’Uganda: il 47 per cento contro il 30 per cento.


grafico aborto


Le stime di mortalità materna legati all’aborto in Uganda sono variabili. Guttmacher cita fonti inedite di stima che arrivano al 26% e secondo lui sono dovute, guarda caso, all’aborto non sicuro. Tuttavia il dato è il doppio dei tassi diffusi dal Ministero ugandese nel loro annuale rapporto 2011-2012. Inoltre, mentre Guttmacher chiede un maggiore accesso ai contraccettivi e aborti, il Ministero della Salute ugandese ha definito le proprie priorità per la salute materna attribuendo il lento miglioramento della mortalità materna alla «mancanza di risorse umane [...], farmaci e materiali di consumo ed edifici e attrezzature adeguate».

Dunque siamo alle solite: dati male interpretati, considerazioni parziali e tanta ideologia.

martedì 19 febbraio 2013


Storia di Feng, vittima dell'aborto forzato di Lorenzo Schoepflin - 19-02-2013 - http://www.lanuovabq.it

Cina

    
Si chiama Feng Jianmei, il suo caso risale al giugno scorso, ma è tornato d’attualità perché la ragazza cinese pochi giorni fa ha deciso di parlare. 
Feng è una delle tante vittime della politica del figlio unico in Cina: fu costretta ad abortire al settimo mese di gravidanza, dopo essere stata prelevata dalla propria abitazione e picchiata.

Le foto orribili che circolano su internet la ritraggono riversa su quello che pare un letto d’ospedale, con accanto il figlio morto frutto dell’interruzione di gravidanza forzata. Le notizie circa le brutalità alle quali è stata sottoposta Feng Jianmei sono circolate fin da subito grazie ad associazioni che si dedicano alla tutela dei diritti umani, e delle donne in particolare, in Cina. Tra esse 64Tianwang e Women’s Rights Without Frontiers, che descrissero i particolari della vicenda: la donna, residente nella provincia di Shaanxi, fu bendata e portata via da ufficiali governativi operanti nell’ambito del controllo demografico, mentre il marito, Deng Jiyuan, si trovava al lavoro.

Di fronte al rifiuto della donna di pagare una multa a carico della propria famiglia per non aver rispettato la politica del figlio unico (quella di Feng era la seconda gravidanza), i funzionari decisero che quel bimbo non doveva vivere. Le fu iniettata una soluzione chimica nell’utero e due giorni dopo la donna dette alla luce il figlio nato morto. 
A distanza di otto mesi dall’accaduto, Feng Jianmei ha deciso di parlare della sua storia in un’intervista rilasciata a Dragon TV, i cui contenuti sono stati diffusi anche grazie all’impegno di All Girls Allowed, un’altra organizzazione molto impegnata nella lotta allo sterminio delle bimbe in Cina causato dalla politica del figlio unico.

Nell’intervista, la donna ha raccontato di aver cambiato città per evitare che ogni giorno riaffiorassero i ricordi dell’aborto, indelebili anche a causa di problemi di salute conseguenti alla fine traumatica della gravidanza. 
Feng è ancora in cura, prende medicine ogni giorno e in questi mesi si è dovuta sottoporre a molti controlli e persino a un intervento chirurgico. 
Inizialmente le autorità di Ankang, la città dove la donna risiedeva all’epoca dei fatti, avevano promesso di rimborsare i costi delle cure alla donna, ma al momento nessun passo è stato ancora fatto in tale direzione. Alcuni funzionari coinvolti nella vicenda sono stati licenziati, ma si tratta di una magra consolazione per Feng Jianmei, che a tal proposito ha dichiarato:

«Non c’è un vero vincitore in questo caso. Abbiamo perso la cosa principale. Abbiamo perso un bambino». 
Attualmente Feng e il marito vivono in città diverse e nell’intervista la giovane ha espresso la speranza che il suo calvario finisca per poter tornare presto a vivere assieme al suo sposo e iniziare una nuova vita.

Unanime fu la condanna della politica demografica cinese. Il Parlamento europeo, un mese dopo la violenza subita dalla giovane madre, approvò una risoluzione a proposito dello «scandalo» relativo all’aborto forzato in Cina. La risoluzione citava proprio la storia di Feng Jianmei, dalla quale si prendeva spunto per una ferma condanna di ogni misura coercitiva di controllo demografico, pur non perdendo l’occasione per ribadire l’importanza dell’accesso libero e consapevole a ogni mezzo di pianificazione familiare (che nell’accezione comunemente usata a livello di istituzioni europee e internazionali non significa altro che contraccezione e aborto volontario).

Della terribile vicenda si occuparono moltissimi quotidiani di tutto il mondo, dal New York Times al Wall Street Journal, dal Guardian al Daily Mail. Secondo la ricostruzione di quest’ultimo, alla donna fu fatto firmare un modulo di consenso all’interruzione di gravidanza mentre era ancora bendata. 
Seppur significative a livello politico, le scuse ufficiali manifestate dalle istituzioni cinesi nei confronti della donna dieci giorni dopo l’aborto forzato non possono certamente cancellare lo sdegno per il brutale trattamento riservato a Feng e neppure tranquillizzare l’opinione pubblica circa il futuro delle politiche demografiche in Cina.

Pochi giorni fa un altro episodio drammatico, dai contorni al momento non del tutto chiari, ha visto protagonisti ancora una volta dei funzionari incaricati di far rispettare la politica del figlio unico. Il 4 febbraio scorso undici di loro si sono recati a casa di Lian-Di Chen e della moglie per la riscossione della tassa che chi ha più di un figlio deve pagare. Probabilmente a causa dell’impossibilità della famiglia di pagare l’importo, padre, madre e tre figli sono stati prelevati dalla loro abitazione. Mentre si accingevano a seguire gli impiegati del governo, un’auto con a bordo alcuni di loro ha investito il figlio di tredici mesi di Lian-Di Chen, causandone la morte.

Nonostante abusi e incidenti come quelli raccontati, che mostrano tutto l’orrore quotidiano della Cina comunista, non sembrano esserci spiragli per un cambio di direzione. E’ stata ancora una volta l’associazione Women’s Rights Without Frontiers ad informare circa le affermazioni di Wang Xia, direttore della Commissione per la pianificazione familiare e la popolazione nazionale: il 14 gennaio scorso, Wang Xia ha dichiarato che l’obiettivo primario è quello di mantenere basso il tasso di nascite, continuando ad applicare la politica del figlio unico.

martedì 12 febbraio 2013


INDIA/ 103 donne sterilizzate come animali? L'unica risposta è l'amore di Madre Teresa - martedì 12 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net

INDIA/ 103 donne sterilizzate come animali? L'unica risposta è l'amore di Madre Teresa

Su Repubblica, tra l’asta al ribasso della riduzione delle tasse dei candidati politici e la notizia della neve in arrivo, è stata riportata questa notizia: “Un ospedale statale della regione del Bengala Occidentale è sotto accusa per aver praticato una sterilizzazione di massa su 103 donne, lasciate ancora sedate e senza alcuna assistenza all'aperto, molte direttamente in terra, per mancanza di spazio. I due medici che hanno effettuato tutti gli interventi in sole 24 ore avrebbero anche operato molte pazienti all'esterno dell'ospedale e non in sala operatoria. Il governo indiano incoraggia le giovani donne a farsi legare le tube di Falloppio per prevenire le nascite. Sull'episodio stanno indagando i magistrati e le associazioni per la tutela dei diritti umani". 

La notizia è confermata da un video di tre minuti che mostra effettivamente il tipico ospedale asiatico, con decine di giovani donne scaricate da barelle-biciclette e deposte per terra, all’ aperto nel piazzale antistante l’ospedale, apparentemente prive di coscienza, ancora addormentate dall’ anestetico, mentre i parenti accovacciati al suolo si danno da fare per risvegliarle con massaggi o carezze. Il tutto in un ritmo da catena di montaggio, una dopo l’ altra. In effetti, se dobbiamo fidarci dei dettagli della notizia, 103 donne operate da due medici fanno un tempo medio di circa 5 donne all’ora per medico, cioè circa 10 minuti per ogni donna, anestesia, disinfezione e cambio di lettino inclusi.

Mi rendo conto che sto ragionando come se si parlasse di viti o bulloni o di altri pezzi meccanici prodotti in catena di montaggio da una rumorosa fabbrica che non ferma mai la propria produzione. Indubbiamente, parlo da medico, i due ginecologi (spero che siano almeno tali) hanno una certa abilità, sicuramente una grande esperienza. Forse, date le condizioni del paese, si sono dedicati sempre ed esclusivamente a quella specifica attività di sterilizzazione delle donne mediante un piccolo taglio dell’addome (mini-laparotomia) e poi di legatura delle tube.

Certo in Africa ed in Asia il controllo demografico è una questione seria. La politica cinese del figlio unico è stata attuata con sistemi “sovietici”, ma anche le grandi organizzazioni internazionali, Unicef, Mary Stopes, Amref e giù giù sino alle piccole ong locali ed ai ministeri della Sanità di questi paesi controllano le nascite in tutti i modi, a volte forzando la volontà delle madri o potenziali tali.
Fiumi di euro o di dollari vengono investiti in programmi di family planning, birth-control, salute materno-infantile o lotta all’Aids con il solo scopo di sterilizzare, evitare, prevenire, chiudere, tagliare, rimuovere, bloccare. Spesso si ricorre in prima battuta anche all’aborto.

Ridurre il numero, insomma. Proprio il contrario della situazione di calo demografico del nostro Occidente, dove il clima sociale di individualismo e di eliminazione delle responsabilità è il “grande preservativo”. Più efficace e scientifico di ogni altra forma di contraccezione. Il caso del Bengala Occidentale dimostra che la mentalità che organizza e manovra tutto questo è disumana, il metodo da catena di montaggio chiarisce la concezione della persona che là vige. La donna è ridotta a quelle due tube da legare, ed il consenso da lei ottenuto, se c’è stato, sarà a dir poco condizionato, magari da soldi o da pressione sociale. La sua dignità è così misconosciuta e calpestata che non merita nemmeno una stanzetta con una branda; per il suo risveglio va bene la terra del piazzale. Oltretutto il rischio di una complicanza fatale in questo momento è molto elevato. Alla faccia della privacy, del consenso informato, della diffusione dei dati personali sensibili di cui firmiamo decine di fogli quando siamo ricoverati qui in Italia.

Quello che sta dietro a queste situazioni, sia in India che in Occidente scaturisce da un’ idea ridotta di persona, specialmente della donna e del bambino: un numero ed un dato da tenere sotto controllo e da pianificare secondo un criterio di utilità. Non conosco la ricetta magica di quel problema serio che è il controllo demografico, specie in queste aree ormai sovraffollate, ma sicuramente è necessario ripartire dalla coscienza della irripetibilità ed unicità della singola persona, in qualsivoglia situazione e condizione sia. Ripartire dal rispetto assoluto ed umile di quella grande ed intoccabile meraviglia e mistero che è la persona. Se lo diceva con la sua vita e le sue opere Madre Teresa di Calcutta che calpestava gli stessi piazzali e conosceva le stesse donne del Bengala Occidentale, vuole dire che non è utopia.

© Riproduzione Riservata.



mercoledì 5 dicembre 2012


Crisi e demografia, il declino dell'Europa - 5 dicembre 2012- http://www.avvenire.it

Ogni bambino nato in Italia nel 2011, circa 550mila bebè, è venuto alla luce gravato da un fardello di 3,5 milioni di debito pubblico. È una cifra impressionante quella del rapporto di Save the Children, la più alta in Europa, tre volte quella relativa ai bambini svedesi o spagnoli. E basterebbe da sola a dare l’idea di come il nostro Paese, per garantire rendite alle generazioni passate, abbia sacrificato il suo futuro. Quelli che erano diritti sono diventati in breve "diritti acquisiti" e poi "diritti consumati", in conclusione "diritti negati" ai più giovani. Il debito accumulato dalla generazione precedente si traduce infatti in carenza di risorse da destinare ai servizi per l’infanzia: dai nidi alla qualità delle scuole, dall’assistenza alle famiglie più povere alla possibilità di un fisco che aiuti i nuclei numerosi.
Il problema, tuttavia, non è solo italiano. Anzi. Nel nostro Paese il debito per neonato è salito negli ultimi 10 anni di ben 860mila euro a bambino, ma siccome la denatalità è un problema anche europeo, ci sono Paesi che stanno correndo ancora più di noi. E, a guardare l’evoluzione dei debiti per neonato nel Vecchio continente, si scopre che ad esempio questo è cresciuto di più in Grecia (1 milione e 600mila euro), Irlanda (1 milione e 500mila euro) e Germania (1milione e 460mila euro). Circa un milione in più di debito per ogni neonato è stato generato in dieci anni anche in Francia, Olanda, Irlanda e Lussemburgo.

Il motivo è il combinato tra il forte calo della natalità in Europa, continente che converge verso un triste tasso di fecondità di 1,6 figli a donna, e l’aumento dei debiti pubblici. Pochi bambini e tanti debiti è, a ben vedere, la formula del "declino perfetto". E il fatto che nelle prime tre posizioni vi sia la "virtuosa" Germania è un elemento preoccupante: quel virtuosismo probabilmente non è destinato a durare. L’economia tedesca sta marciando grazie alle esportazioni della sua industria, ma ha una popolazione che invecchia e consumi interni che non ripartono. E, con il forte aumento del debito che grava sui neonati, ci sono tutte le condizioni per temere presto lo scoppio di una nuova bolla.

Massimo Calvi

I figli: la risorsa che manca all'Italia - Più preziosi del petrolio - 5 dicembre 2012, http://www.avvenire.it

«Più preziosi del petrolio in esaurimento»: così saranno in Italia i bambini, nell’anno 2030. Lo dice Save the Children, la grande e laica organizzazione internazionale che sorveglia la situazione dell’infanzia nel mondo. Gli ultimi dati sulla evoluzione demografica, si legge nel rapporto sull’Italia, inducono a un ulteriore pessimismo. Nella congiuntura di crisi economica e arresto dei flussi migratori, la lieve crescita della natalità degli utimi anni si è arrestata; e nel 2011 sono stati 15 mila i nati in meno, rispetto al 2010. (Anche questo è un numero della crisi: quindicimila figli non nati. Figli magari desiderati, e negati; figli, forse, cancellati da madri che si sono dette: non ce la posso fare).
Ma il rapporto va oltre, e incrocia i dati disegnando un triste futuro. Nel 2030 ogni 100 persone che lavorano, ce ne saranno 63 inattive. Più avanti, andrà peggio. (In una situazione così quale welfare sarà realisticamente sostenibile, viene da chiedersi, quale assistenza sanitaria potrà essere garantita alla grande e crescente fascia di popolazione anziana?)

I lettori di Avvenire queste cose le sanno da tempo. L’allarme demografico è da anni denunciato dalla Chiesa italiana e da questo giornale. Tant’è che per molto tempo è apparso come una preoccupazione "cattolica" – come a dire, in certo pensiero mediaticamente dominante, una questione di retroguardia, non allineata alla modernità. (E fino a non molti anni fa addirittura in Italia parlare di incrementare la natalità suonava male, risvegliava impresentabili echi di politiche demografiche del ventennio fascista. Assurdo, ma l’ideologia è dura a morire). Ora che anche le Ong laiche convengono che il problema è serio, pare che quell’allarme fosse invece avanguardia. Amara soddisfazione, leggendo i grafici di quest’ultimo rapporto con le loro linee inesorabilmente calanti, malinconico ritratto di un tramonto collettivo.

Declino di natalità è declino di vita e di energie; ma anche di consumi, di lavoro, di ricchezza, di contributi che sostentino le pensioni dei vecchi. Uno «smottamento generazionale», dice il rapporto. E pare di vedere una società, la nostra, insediata su un terreno finora solido, e che invece, e neanche tanto lentamente, si sfalda. Save the children nel rapporto immagina, a esorcizzare questo declino, un patto generazionale, e riforme del welfare, e un’Italia del 2030 piena di nidi e asili, e di scuole che «dovranno funzionare come orologi svizzeri». Se non lo dicesse una seria e stimata Ong, diremmo: fantascienza.
Perché, allo stato delle cose, non si vede in Italia una vera coscienza politica dell’emergenza demografica. Né pare di scorgere la questione tra i temi portanti della campagna elettorale. Quasi che i figli fossero in realtà una questione solo e strettamente individuale; e averne e averne nell’ambiente migliore possibile (una famiglia fondata sul matrimonio tra madre e padre, e tendenzialmente stabile) o non averne affatto, fosse cosa socialmente irrilevante. Come se invece che un Paese fossimo ormai solo tanti individui, casualmente affiancati; e solidarietà e futuro, vocaboli desueti. O come se guadagnasse consenso anche da noi quel neo-pensiero che teorizza la bellezza e la libertà del non avere figli; e quell’interessata ma miope ottica di mercato che in Occidente da tempo vezzeggia i dink, ovvero double income no kids, le coppie con due stipendi e nessun figlio, eccellenti consumatori. Senonché anche i dink invecchiano, e si comincia ad avvertire che quei consumi non potranno essere mantenuti giacché mancano i figli, per sostenerli. L’amara evidenza che è difficile pensare a una "crescita" continua e inarrestabile, se le culle e le scuole si svuotano.
I bambini preziosi, fra pochi anni, «come il petrolio in esaurimento»? Servisse, questa immagine dura e concreta, a muovere un ampio e condiviso pensiero politico. Potrebbe anche essere un modo per ricominciare. Per guardare in avanti e non solo all’attimo presente; per progettare un futuro più umano. E per sperare insieme, e desiderare di continuare una storia, la nostra. Compito che pure spetterebbe a una politica tesa al bene comune, e vera.

Marina Corradi

venerdì 11 maggio 2012


L’avvocato cieco cinese sfidò la multinazionale dell’aborto - Ipocrisia occidentale: elogi a Chen e aiuti alla «pianificazione demografica» di Gianfranco Amato, 11 maggio 2012, http://www.avvenire.it

È passata alla storia l’immagine fotografica di quel ragazzo cinese, soprannominato Tank Man, che solo e indifeso, con una busta nella mano sinistra e la giacca nella mano destra, è riuscito a fermare una colonna di carri armati, durante la celebre protesta di piazza Tienanmen. Ventitré anni dopo quell’episodio, un altro cinese, Chen Guangcheng, è riuscito a mettere sotto scacco i rapporti diplomatici delle due più grandi potenze della Terra: gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese. Tutto ciò da solo, e per giunta in una condizione di disabilità.

Della vicenda Avvenire si è occupato con ampiezza nei giorni scorsi, mettendo in luce ciò su cui altri hanno invece sorvolato: Guangcheng, cieco dalla nascita, è un avvocato autodidatta affiliato ai chijiao lushi (letteralmente «avvocati a piedi nudi»), una rete di legali che si batte per i diritti dei deboli e degli indifesi nella Cina comunista, e in particolare contro la famigerata jihua shengyu, (letteralmente «politica del figlio unico»), sinonimo di sterilizzazione e aborto forzati, col corollario delle interruzioni di gravidanza selettive.

Nel 2005 ha persino osato organizzare una class action contro la città di Linyi, nella regione dello Shandong, a causa della scellerata politica demografica abortista del governo cinese, e contro ogni forma di «pianificazione familiare» forzata. Non si tratta proprio di battaglie politicamente corrette. Eppure Chen ha sempre ricevuto l’attenzione e il sostegno, tra gli altri, del British Foreign Secretary e del governo britannico.

Lo stesso governo che, però, foraggia con milioni di sterline l’associazione eugenetica Marie Stopes International, una multinazionale dell’aborto che, tra l’altro, ha una prestigiosa ed elegante sede a Pechino, presso il quartiere Chao Yuan, al n.172 della Bei Yuan Road, e vanta di avere come «major partner» strutture pubbliche cinesi, tra cui le Commissioni della pianificazione demografica dello Jiangsu, dello Xian, dello Henan, nonché il Centro distrettuale per il controllo delle malattie di Qingdao Shinan, l’Ufficio sanitario della città di Baoshan,

L’Ufficio provinciale per l’educazione e la prevenzione dell’Aids del Guangxi, e l’Ufficio provinciale per il problema dell’Hiv dello Yunnan. I programmi futuri di Marie Stopes International in Cina prevedono, tra l’altro, l’apertura di tre nuove cliniche nel Dongsuan e nello Zhengzhou, la consulenza alle cliniche gestite dalla Commissione della pianificazione demografica del Guizhou, e l’organizzazione di corsi di educazione sessuale nelle scuole per bambini di lavoratori immigrati nella città di Pechino.

È stato pure notato che nel maggio 2010, mentre il povero Chen languiva in prigione, il ministro cinese delle Politiche demografiche, Li Bin, è stato ricevuto con tutti gli onori negli uffici londinesi di Marie Stopes International, a riprova degli stretti rapporti di collaborazione e della stima reciproca.

Una piccola rivincita, però, Chen Guangcheng se l’è involontariamente presa contro l’organizzazione abortista britannica che porta orgogliosamente il nome di una delle più inquietanti figure nel campo dell’eugenetica del XX secolo, Marie Stopes, autrice di Radiant Motherhood (1920) in cui si invoca la sterilizzazione «dei soggetti totalmente inadeguati alla riproduzione», e The Control of Parenthood (1920), vero e proprio manifesto degli eugenisti, in cui si teorizza il concetto di «purificazione della razza».

Chen ha dimostrato agli eugenisti ispirati dalla Stopes che anche i «difettosi», quando non vengono eliminati, sono capaci di grandi battaglie, di sfidare i potenti della terra, e di vincere. E così facendo, l’umile e cieco avvocato cinese ha dimostrato di possedere una capacità di visione infinitamente superiore ai dieci decimi.

In realtà, il vero risultato dell’azione eclatante di Chen Guangcheng è aver messo in luce l’ipocrisia dell’Occidente che, per appiattimento sull’ideologia del family planning e amore del business, si limita a una blanda critica del genocidio perpetrato dal governo cinese. Quando non arriva a dare consigli, e concludere affari anche in questo campo.

lunedì 20 febbraio 2012


CONTROLLO DELLE NASCITE - Obama trucca le cifre contro i cattolici, di Marco Respinti, 20-02-2012 http://www.labussolaquotidiana.it/

La quasi totalità delle donne cattoliche americane si serve abitualmente di anticoncezionali. Perché allora tanto strepito se la riforma sanitaria voluta dal presidente Barack Obama impone l’obbligo alle assicurazioni (e per loro tramite a tutti i datori di lavoro, comprese le istituzioni religiose) di fornire gratuitamente ai lavoratori americani "servizi" "sicuri" di controllo delle nascite? Una delle principali linee di difesa adottate dalla Casa Bianca nello scontro senza precedenti che la sta opponendo alla Chiesa Cattolica è questa. Una statistica, insomma, contro un «assoluto morale», come lo definirebbe il filosofo australiano John Finnis.

Infatti, paradossalmente, anche se tutte le donne cattoliche del mondo violassero di fatto la verità della morale sessuale insegnata dalla dottrina cattolica e radicata nel diritto naturale, il principio non muterebbe. Né cambierebbe il dovere del magistero di continuare a insegnare e a difendere tale verità contro ogni assalto, così come il diritto della persona umana di sottrarsi alla sua violazione. La verità infatti, non è democratica; non dipende dalle maggioranze, dai discorsi, dalle opinioni.

Epperò, al lato pratico, la statistica messa in campo dalla Casa Bianca per calpestare la libertà dei cittadini che essa amministra, tassando la società - compreso chi dissente in piena coscienza e a norma di legge - onde disporre degli strumenti pratici che le consentono di farlo, è stringente. Difficile darle torto sul piano amministrativo.

UN FALSO CONCETTO DI BENE PUBBLICO

Se infatti si concede allo Stato il potere d’imporre il modo con cui la Sanità dev’essere garantita ai cittadini, quindi quello di reperire i fondi necessari alla sua copertura finanziaria, e se si concede ai cittadini di pensare che diventa norma sociale ciò che la loro maggioranza o persino tutti fanno prima e oltre ogni considerazione ulteriore, per esempio morale, è evidente che un "servizio" come la contraccezione, e persino l’aborto e la sterilizzazione, cui molti cittadini già accedono, magari spendendo "troppo", debba essere offerto dal "sistema" in modo "sicuro" ed "economico" grazie alla contribuzione di tutti. Infatti, il principio del "benessere" che tale misura implica risulta "evidentemente" superiore alle singole coscienze e quindi è giusto che tutti vi concorrano in proprio. Si può anche non prendere mai la metropolitana urbana a cui la tassazione statale ci obbliga a partecipare in denaro, o detestare il Festival di Sanremo per cui la televisione di Stato ci obbliga a pagare, ma che quelli siano "beni" di tutti, cui tutti debbono dunque provvedere anzitutto per principio perché "così è giusto", è un ragionamento che in Italia troviamo perfettamente normale. Stante la mentalità dominante - che accetta questo ragionamento "aperto" come un principio inderogabile -, oggi la gente è insomma mediamente propensa a subire certe imposizioni, anche se ne fruisce solo una parte della cittadinanza, perché le considera "bene" "pubblico". Ciò avviene normalmente già quando lo Stato "è neutro": figuriamoci in un caso eclatante come quello degli Stati Uniti di oggi, dove il governo non solo non è neutro, non solo possiede un’agenda propria da promuovere, ma pure questo fa con una pervicacia e un’arroganza mai viste.

La Chiesa Cattolica può cioè legittimamente, anche per i relativisti più assoluti, continuare a tuonare dottrinalmente contro la contraccezione e l’obbligo di fornirla gratuitamente a tutti; ma se la "maggioranza delle donne cattoliche" fa comunque uso di metodi per il controllo delle nascite che paga di tasca propria, di fronte al fatto che i servizi assicurativi sulla salute possono fornirli a costi più bassi poiché spalmati sulla collettività, è difficile pensare di avere motivi concreti, di public policy, per opporvisi. E la ragioni "metafisiche" cui, nella temperie culturale di oggi, si ha diritto solo nel foro assolutamente privato, valgono in pubblico quanto il proverbiale Speakers’ Corner di Hyde Park: dite ala vostra che ho detto la mia, e poi contraccezione gratuita sia.

L’alfiere dell’Amministrazione Obama in questa lotta contro la Chiesa, le comunità religiose e il diritto alla libertà religiosa sancito dalla Costituzione federale degli Stati Uniti è del resto il ministro della Salute Kathleen Sebelius, già governatrice del Kansas per due mandati, cattolica, collettrice di enormi donazioni in denaro provenienti dalla lobby abortista . Ma se le statistiche su cui la sua controchiesa fonda il proprio sofisma fossero inattendibili?

UN FALSO CALCOLO DI UTILITÀ PUBBLICA

Per sostenere il proprio progetto, la Casa Bianca sostiene oggi che il 98% delle donne cattoliche adoperi disinvoltamente e regolarmente i contraccettivi, e lo fa basandosi su uno studio realizzato dal Guttmacher Institute, cioè la divisione semiautonoma di ricerca della famigerata Planned Parenthood Federation of America (PPFA). Del resto - come ha sottolineato Jake Tapper, corrispondente dalla Casa Bianca della rete televisiva ABC News, e Jill Stanek rilanciato sul portale Life Site News -, tra i consiglieri che Obama si è scelto per imporre il controllo delle nascite attraverso le assicurazioni sanitarie figura pure Cecile Richards , amministratrice delegata della PPFA [nella foto].

Che proprio la più potente organizzazione abortista del mondo - forte anche di un ramificatissimo sistema globale di cliniche abortiste - sia la sola fonte attraverso cui l’Amministrazione Obama cerca di imporre persino ai cattolici l’obbligo di regalare la cultura di morte si evince da quanto scrive Cecilia Munoz, direttrice del Consiglio per gli affari interni della Casa Bianca, sul blog della Casa Bianca stessa. Ora, le affermazioni della Munoz - osserva Christine Dhanagom sul portale Life Site News, «sono state ripetute ad nauseam dalla stampa e dalle organizzazioni filoabortiste, nonché difese da un sito sinistreggiante qual è PolitiFact.org », ma né lei né PolitiFact.org dicono (né alcuno lo ha chiesto loro) da dove provengono quelle cifre di cui tutti si fidano acriticamente. Eppure sarebbe come servirsi esclusivamente di ciò che dicono i produttori di carne, ma senza mai citarli, per stabilire il paniere universale della spesa settimanale. E infatti in questa faccenda tutto è, per primo le statistiche, solo una «maledetta bugia ».

Lo afferma Mollie Ziegler Hemingway, giornalista, collaboratrice di The Wall Street Journal e autrice di Losing Our Religion, una ricerca che, preparata originariamente nel 2004, sta costantemente aggiornando per la pubblicazione. Anzitutto, quel 98% di donne cattoliche citato scende subito all’87% poiché dal conto va escluso chi, all’indagine, ha risposto seccamente di non utilizzare «alcun metodo» contraccettivo. Del resto, quel misero 2% delle donne che, secondo lo studio del Guttmacher Institute, non adopera anticoncezionali dichiara di seguire i metodi di regolazione naturale della fertilità ammessi anche dalla Chiesa Cattolica.

Epperò il Guttmacher ha condotto la propria investigazione su un campione di donne selezionato appositamente tra quelle che, notoriamente o verosimilmente, già fanno uso di anticoncezionali. Non cioè, sulle donne cattoliche in genere. Lo mostra bene una recensione di Lydia McGrew, madre di famiglia e homeschooler, Ph.D. in Inglese dalla storica e "sudista" Vanderbilt University di Nashville, in Tennessee, autrice di saggi e di testi di filosofia analitica, nonché - con il marito Timothy J. McGrew, docente di Filosofia e già direttore di Facoltà alla Western Michigan University di Kalamazoo - del volume Internalism and Epistemology: The Architecture of Reason (Routledge, New York 2007), insomma una madre, una moglie e una filosofa che ha l’hobby, scrive , «del blogging in difesa di posizioni politiche conservatrici e démodé».

La McGrew documenta come le donne interrogate dal Guttmacher siano infatti quelle che "hanno motivi” per adoperare i contraccettivi: donne in età feconda e sessualmente attive a monte della "questione famiglia" dal cui novero sono state dunque a priori escluse quelle che di rapporti sessuali non ne hanno, quelle gravide, quelle che già hanno dato alla luce figli e quelle che invece un figlio lo stanno cercando. Perché le statistiche fatte bene mostrano che della stragrande maggioranza delle donne cattoliche fedeli all’insegnamento morale della Chiesa quelle non sposate non hanno rapporti sessuali e quelle invece sposate o sono incinte, o sono già madri di figli, o di figli sono alla ricerca o più semplicemente non cercano affatto di evitare la gravidanza.

Prima di stilare, e quindi di dar credito, a statistiche come quelle del Guttmacher occorre distinguere tra donna cattolica e donna cattolica: operazione triste, vero, ma non scordiamo che, proprio a proposito degli Stati Uniti, Papa Benedetto XVI ha già dovuto intervenire fermamente per stigmatizzare - vietando loro la comunione - gli uomini politici cattolici che apertamente sostengono l’aborto. Il problema, dunque, di quelle donne cattoliche che usano normalmente la contraccezione è a monte degli anticoncezionali stessi: per loro l’insegnamento della Chiesa Cattolica è irrilevante comunque, non solo in materia di morale sessuale. Sbandierarle dunque in pubblico come cartina tornasole per minare l’autorità delle critiche mosse dalla Chiesa alla riforma sanitaria della Casa Bianca è scorretto: l’opinione di quelle donne "cattoliche" per le quali la Chiesa non ha alcuna autorità è indistinguibile da quella di tutte le altre donne che, qualunque credo esse professino, dell’insegnamento della Chiesa Cattolica non sanno che farsene. E tutto il resto che, in quest’ambito, attenesse al peccato personale è cosa da confessionale, non da statistiche: il peccato non ha peraltro mai sconfessato la verità né l’obbligo di annunciarla.

UN FALSO PROBLEMA SBUGIARDATO IN PUBBLICO

Insomma, quella che il Guttmacher Institute sta usando, e di cui la Casa Bianca sta abusando, con gran concorso di media, per imporre ai cittadini un illecito culturale e politico, pagato dai contribuenti, è una statistica «fasulla». Ma pure irrilevante.

«Se si scoprisse che un certo gruppo di quaccheri ha il porto d’armi», scrive infatti la McGrew prendendo a esempio una denominazione cristiana nota per essere pacifista a oltranza, «non per questo tutti gli impiegati di una organizzazione espressamente quacchera avrebbero diritto all’iscrizione gratuita al poligono di tiro o a un benefit in munizioni dal proprio datore di lavoro».

Non è vero che le donne cattoliche americane pratichino normalmente la contraccezione contro l’insegnamento infallibile della Chiesa cui appartengono. Non è vero che la Chiesa Cattolica ha l’obbligo di garantire ai propri dipendenti ciò che ritiene immorale. Non è vero che essa, e con essa le altre Chiese o comunità religiose, siano fuorilegge se obbediscono a una legge superiore a quella positiva. È la Costituzione degli Stati Uniti stessa a sancirlo, quella legge fondamentale del Paese che Obama e la sua Amministrazione stanno calpestando.

Nel contenzione fra la Casa Bianca e la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti ha assolutamente ragione la seconda. Lo dicono le cifre messe bene in fila da - sembra Davide contro Golia, ma tutti ricordano chi in quello scontro aveva ragione e vinse - Mollie Ziegler Hemingway e Lydia McGrew. Due irriducibili luterane.

martedì 27 settembre 2011


Cina: 400 milioni di aborti in 30 anni di Marco Respinti, 27-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

In 30 anni la Cina ha eliminato 400 milioni di bambini ancora nel grembo materno. Per decisione ideologica e volontà politica, in tre decenni la Cina ha eliminato un numero di bimbi superiore (di parecchio) alla popolazione attuale degli Stati Uniti d’America. E a rivelarlo è un esponente dello stesso regime cinese.

È la famigerata "politica del figlio unico", quella con cui il regime comunista di Pechino impone per legge l’aborto di Stato alle coppie cinesi dopo la nascita del loro primogenito - alias unicogenito -, nonché pene severe, comprensive di multe e di qualche sganassone, per le famiglie che pensassero di fare le furbe, parenti e congiunti compresi.

La legge è stata istituita il 25 settembre 1980, ogni tanto Pechino getta un po’ di fumo negli occhi a proposito della sua vigenza, ma tutti sanno che nel Paese l’aborto obbligatorio costringe ancora le famiglie ad avere un figlio solo.

Da anni il demografo Steven W. Mosher, presidente del Population Research Institute, tenta di calcolarne il costo umano, ma è un conto arduo. Perché i dati demografici cinesi sono sempre piuttosto aleatori; perché quello da prendere in considerazione è un territorio immenso dove i tassi di natalità, mortalità e fertilità non si riescono sempre a misurare con il bilancino come altrove; e perché ogni e qualunque censimento passa comunque sotto la censura del regime, che classicamente interpella sul punto pure l’ufficio della propaganda.

Fino a oggi sono quindi restate le stime. Nel suo pluriennale lavoro - da certosino, da pietoso certosino incaricato di quantificare la mattanza - Mosher ha ipotizzato una cifra totale compresa fra i 350 e i 450 milioni di bambini morti a causa dei 10-15 milioni di aborti l'anno che da tre decenni il governo impone. E non si è sbagliato. Stime a parte, sono infatti ufficialmente 400 i milioni di bambini cinesi che Pechino dice mancare oggi all'appello a causa dell'applicazione della "politica del figlio unico": il che coincide, rigorizza e autorevolmente documenta le proiezioni condotte da Mosher sul costo umano dell'aborto di Stato cinese. Il dato, raccapricciante, proviene infatti dal regime stesso.

Rispondendo, recentemente, a una domanda precisa e diretta posta dal deputato pro-life repubblicano Timothy A. Huelskamp, Gao Qiang, per due anni segretario di partito (leggi "commissario politico") per il ministro della Salute cinese e persino suo vice (Chen Zhu, il titolare del dicastero, rappresenta infatti un’eccezione: non è membro del Partito Comunista Cinese e per questo né può assumere egli stesso anche la carica di segretario di partito, né può amministrare senza averne uno al fianco), ha "candidamente" confessato che la popolazione cinese di oggi conta 400 milioni di persone in meno di quante ne avrebbe se il governo non avesse adottato e imposto la politica detta "del figlio unico". Con puntiglio degno di miglior causa, Gao ha precisato che questa cifra è peraltro di molto superiore a quella della popolazione statunitense nel suo complesso, ovvero 312 milioni di persone, e lo ha affermato pubblicamente, ufficialmente, menandone vanto: «Che i veterani dell’apparato del Partito Comunista Cinese», osserva Mosher,  «continuino a sbandierare i "successi" ottenuti dal loro brutale sistema di controllo demografico nell’eliminare le persone rivela il disprezzo assoluto in cui essi considerano gli standard internazionali dei diritti umani. Dopo tutto, questi numeri sono stati raggiunti costringendo le giovani, alcune delle quali agli ultimi mesi di gravidanza, a subire l’aborto, cosa che i tribunali di Norimberga hanno stigmatizzato come crimine contro l’umanità».

Com’è altrettanto noto, inoltre, questa colossale tragedia ne contiene un’altra: quella dell’aborto selettivo - il cosiddetto "gendercidio" -, che sceglie accuratamente le proprie vittime colpendo sistematicamente le femmine ritenute meno produttive, foriere di altre nascite future, insomma una zavorra. Osserva Mosher che «[…] la Cina è un Paese dove le bimbe non nate vengono abortite selettivamente, dove per questa ragione i giovani non riescono più a trovare moglie e dove per ovviare alla situazione fiorisce il traffico di esseri umani che importa le donne dall’estero».

Per effetto della "politica del figlio unico", infatti, le famiglie cinesi che decidono di mettere al mondo l’unico erede consentito loro dallo Stato-partito di norma scelgono di avere un maschio. Le madri che invece danno alla luce delle femmine sono subito malviste dalla cultura tradizionale del Paese, vengono strapazzate a piacimento e possono pure venire ripudiate dal marito o disconosciute dai parenti. Del resto, qualora sfuggissero a quell’eugenetica selezione prenatale basata sul sesso che per loro ha in serbo solo la morte le bimbe cinesi verrebbero socialmente emarginate, eliminate mediante infanticidio, o vendute come bestie al migliore offerente. Quelle madri che, dopo di loro, accarezzassero poi l’idea di ritentare la gravidanza onde partorire l’agognato maschio si metterebbero automaticamente nei guai. Lo Stato-partito verbalizzerebbe infatti con multe salatissime, e quindi comminerebbe l’aborto, l’unica pena capitale subita da un innocente per un "reato" commesso da altri. A quel punto però quel lugubre salvacondotto che in realtà è un tragico cortocircuito molte madri lo avrebbero già scelto da sole. Insomma, da quelle parti l’aborto obbligatorio o te lo infligge lo Stato o fai tutto da te risparmiando tempo. Del resto la Cina è quel posto dove a sentenza capitale eseguita la famiglia dell’ucciso si vede persino fatturare il costo del proiettile utilizzato …

Per tenere desta l’attenzione mondiale, l’organizzazione All Girls Allowed (AGA) di Boston ha deciso di ricordare questi primati d’infamia creando un video educativo destinato a scuole, siti Internet e luoghi pubblici di ogni genere e specie. Si chiama 37 Seconds: il tempo minimo per rendersi conto di una catastrofe umanitaria per la quale nessuno sembra avere voglia di levare un dito che coincide pure con i milioni di bimbe cinesi abortite per selezione (cioè quelle eliminate proprio in quanto femmine, il che rappresenta evidentemente solo una parte delle bimbe uccise dall'aborto "generico" nel complesso), una cifra che - dice l’AGA - supera quella di tutti i genocidi riconosciuti come tali nel Novecento messi assieme.

Breve, immediato, altamente efficace, si può liberamente scaricare - con altri - dalla rete e altrettanto liberamente distribuire. Mette in scena un brutto film che non avremmo mai voluto vedere, ma che evidentemente ancora troppo pochi hanno invece visto.

lunedì 26 settembre 2011


«In Cina il corpo di una donna appartiene allo Stato» - L'associazione Women's Rights Without Frontiers ha rilasciato un rapporto sulla legge del figlio unico in Cina. Aborti e sterilizzazioni forzati, genitori malmenati o torturati, omicidi: il partito comunista cinese continua a mettere in pratica con la forza la legge che ha già impedito la nascita di 400 milioni di bambini Di Leone Grotti - http://www.tempi.it, 26 Set 2011

Aborti e sterilizzazioni forzati di donne, padri picchiati e malmenati, feti trattati come "immondizia medica". L'associazione Women's Rights Without Frontiers ha rilasciato un rapporto, che documenta nuovi casi avvenuti nel 2009, sulla politica del figlio unico che vige in Cina dagli anni '70. La legge che impedisce di avere più di un figlio, salvo rare eccezioni, ha bloccato la nascita di oltre 400 milioni di bambini, come comunica fiero il partito comunista cinese. La direttrice dell'associazione Reggie Littlejohn è stata ascoltata il 22 settembre dalla House Committee of Foreign Affairs negli Stati Uniti.

Tra le storie raccontate, c'è quella di una donna che ha subito un aborto forzato all'ottavo mese di gravidanza, un'altra, incinta di due gemelli, all'ottavo mese e mezzo. Altre ancora hanno dovuto subire l'inserimento di strumenti di contraccezione intrauterina e famiglie intere hanno ricevuto multe pesantissime, demolizione della casa e anche torture.

Sempre secondo il rapporto, a causa delle legge del figlio unico in Cina si è creato uno squilibrio fra maschi e femmine tale che 37 milioni di cinesi non riusciranno a trovare moglie. La causa diretta della legge, infatti, è l'uccisione e l'aborto soprattutto delle femmine, meno adatte al lavoro nei campi. Ma la carenza di donne ha anche portato a un traffico di bambine provenienti dai paesi vicini come Myanmar, Vietnam, Laos, Mongolia, Russia, Corea del Nord.

Il rapporto parla di sterilizzazioni forzate, casi in cui donne sono state rapite, svestite e sterilizzate a forza. Nella città di Puning (Guangdong) sono state arrestate 1300 persone per una campagna di sterilizzazione. Viene anche spiegata la pratica della “implicazione”, secondo cui si persegue non solo chiunque vada contro la legge del figlio unico, ma anche i parenti, che possono essere arrestati come avvenuto nel 2008 a una famiglia del Fujian. Tra i parenti, si sono verificati casi in cui anche il padre della donna è stato colpito. Nell’Henan, la polizia del family planning ha fracassato la testa a un genitore. Un altro caso, parla del fratello ucciso di una donna che voleva sfuggire alla sterilizzazione.

«In Cina – spiega Reggie Littlejohn, fondatrice del Women's Rights Without Frontiers – il corpo di una donna non appartiene a lei. Appartiene allo Stato. L’utero di una donna è la parte più intima del suo corpo, dal punto di vista fisico, emozionale e spirituale. Il Partito comunista cinese, agendo come “polizia dell’utero”, distrugge la vita al suo interno. E questo è un odioso crimine contro l’umanità».

lunedì 19 settembre 2011


Avvenire.it, 19 settembre 2011 – CINA - Bimbe in vendita – Stefano Vecchia


Periodicamente, tra le difficoltà di un’informazione strettamente controllata all’interno e attentamente filtrata verso l’estero, dall’immensa Cina trapelano storie su una realtà che ha ancora proporzioni immense e sfida allo stesso modo progresso e misure repressive.

La cessione dei piccoli cinesi, parte di un sistema informale e complesso di adozione, con le derivazioni di selezione di genere, schiavitù, sfruttamento sessuale e pratiche criminali, che su di essi a volte prosperano, è ancora una realtà nel paese che il comunismo maoista prima, lo sviluppo accelerato ora, faticano a trarre da un medioevo, sovente ancora radicato nella mentalità comune piuttosto che nell’esteriorità dei modi di vita.

L’emergere, l’ultimo in maniera significativa lo scorso maggio, di episodi di vendita, da parte dei funzionari governativi, di bambine alle adozioni internazionali, ha riacceso i riflettori su una pratica illegale ma giustificata dalla politica del figlio unico e dal timore di ritorsioni sulle famiglie. Un fenomeno limitato in quel caso alla provincia meridionale di Hunan, ma che dischiude le porte su una situazione che potrebbe avere dimensioni geografiche più estese.

Secondo la denuncia di un organo d’informazione locale, almeno 16 minori nati in violazione delle strette regole della pianificazione familiare sarebbero stati prelevati dalle famiglie, portati in orfanotrofi e poi avviati al mercato illegale delle adozioni internazionali. Una pratica iniziata nel 2005 e che avuto come epicentro la contea di Lunghui, presso la città di Shaoyang nella provincia meridionale di Hunan. Mille yuan (circa 110 euro) il compenso per il funzionario locale, responsabile per l’applicazione della legge sul figlio unico che gestiva la tratta, mentre il compenso per gli orfanotrofi che rendevano disponibili i minori per l’adozione all’estero era tra 3.000 e 5.000 dollari.
L’inchiesta ufficiale è aperta, ma difficilmente potrà arrivare a colpire lo strapotere dei funzionari locali, in aree lontane dal controllo efficace delle istituzioni. Qui, le necessità della parte più povera della popolazione e gli interessi di chi è chiamato a far rispettare la legge spesso coincidono nel dare adito ad abusi e pratiche di malaffare. Come testimonia Yuan Chaoren abitante di un villaggio colpito dalle "incursioni" dei pubblici funzionari: «Prima del 1997 ci punivano per avere mancato alla politica del figlio unico distruggendo le nostre case, dopo il 2000 hanno cominciato a confiscare i nostri figli». I funzionari negano e confermano invece di avere usato misure previste dalla legge, come pesanti multe.

Con una popolazione che si prevede arriverà a 1,65 miliardi entro il 2033, la Repubblica popolare cinese continua a mantenere la sua politica demografica utile a limitare la pressione demografica su risorse e territorio, tuttavia fatica a riconoscere e ad affrontare le conseguenze "collaterali" di questa politica.

L’applicazione della politica demografica è soprattutto locale e per questo ci sono ampie differenze nell’uso della legge. A confronto con regole ancestrali: la scelta del figlio maschio, "necessario" per garantire il possesso della terra alla famiglia; ma anche il culto degli antenati e una serie di regole sociali. Nelle famiglie è ottimale avere un solo maschio, al massimo un maschio e una femmina – pratica ammessa in diverse aree – ma non due figlie. Una delle lacune della legge "sul figlio unico" è non tener conto del fatto che legalmente solo i maschi possono avere la terra del governo e passarla ai propri eredi maschi. Una situazione che, soprattutto nelle aree rurali e montane, insieme alla povertà spinge alla vendita dei figli e alla pratica dell’adozione illegale, in parte, ma non sempre, gestita da vere e proprie organizzazioni che controllano le risorse di una determinata area, compresa la cessione di bambini. Sono i loro emissari a ricercare porta a porta le donne gravide e consentire loro di capire, con lo strumento ecografico, se il feto è maschio o femmina al fine di un eventuale aborto selettivo. Aborto che è sì libero, ma anche costoso per un povero della campagna cinese. Ecco quindi che si decide per l’adozione del nascituro. Al termine della gravidanza, il mediatore si ripresenta, prende il bambino e lo affida a qualcuno perché lo porti alla famiglia adottiva, a volte in una borsa da viaggio.

Inutile ignorare che l’antica Cina ha le sue tradizioni, le sue regole e i suoi metodi... Un paese millenario, dove da sempre le femmine sono considerate un fardello oppure merce di scambio a fronte delle necessità di gente troppo povera. A questo si aggiunge che la pratica dell’adozione ha insieme il beneficio di alleggerire le famiglie di bocche da sfamare e di fornire di figli (più raramente di figlie), comunque di eredi, famiglie sterili.

Ad aggravare questo stato di cose si aggiunge inevitabilmente la diffusione di una mentalità consumistica, che la legge filtra a malapena nelle aree più remote. Ovunque, inoltre, denaro o favori sanno tacitare più di una coscienza.


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martedì 13 settembre 2011


La demografia cambia la soglia della pensione - FONTE: GIOVANNI STRINGA - CORRIERE DELLA SERA, 13 SETTEMBRE 2011 - In Italia il record degli anni dopo il lavoro: 27,3 per le donne, 22,7 per gli uomini

Gli inglesi andranno in pensione a 67 anni già nel prossimo decennio, invece che a partire dal 2030: lo ha detto ieri il ministro britannico della previdenza Iain Duncan Smith. A Berlino, dove già l'età pensionabile sta gradualmente salendo da 65 a 67 anni, sul tavolo c'è l'ipotesi — secondo il settimanale «Focus» — di alzare ancora l'asticella a 69 anni. Parigi alla fine dell'anno scorso ha deciso di passare da 60 a 62 anni, e da 65 a 67 per l'età pensionabile «a tasso pieno». Nella stessa direzione anche l'Italia, dove salirà a 65 anni anche l'età di pensionamento per le donne, e per tutti e due i sessi si allungano comunque i tempi. E, soprattutto, continueranno ad allungarsi. Perché — al di là delle «finestre» che arrivano dopo un anno/un anno e mezzo e delle «quote» che salgono — ogni tre anni la giustamente agognata età pensionabile sarà adeguata alla speranza di vita. A cominciare da tre mesi in più dal 2013. Poi ci sarà il «ritocco», ancora da determinare, del 2016. Quindi nel 2019. E via dicendo.
Saranno revisioni molto probabilmente verso l'alto, visto che la speranza di vita è passata da circa 74 anni per gli uomini e 80 per le donne nei primi anni 90 a 78,4 e 84 anni, secondo la Relazione sullo stato sanitario del Paese, presentata pochi mesi fa al ministero della Salute. E le aspettative di vita dovrebbero crescere ancora. «Se le tendenze degli ultimi anni continueranno, sia pur leggermente attenuate, si può pensare di arrivare a 86 anni per le donne e 82 per gli uomini intorno al 2025», racconta Gianpiero Dalla Zuanna, demografo dell'Università di Padova.
Ma perché sono soprattutto le aspettative di vita a giocare un ruolo così importante nel dibattito sulle pensioni e sulla tenuta contabile del sistema previdenziale? Perché, secondo le statistiche dell'Ocse — l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che raccoglie i principali Paesi dell'Occidente — gli italiani sono quelli che hanno la «vita pensionistica» più lunga: 27,3 anni per le donne (imbattute) e 22,7 anni per gli uomini (superati solo dalla non invidiabile Grecia). In termini di calendario «puro» si tratta di 27 anni e quattro mesi per le donne e di 22 anni, 8 mesi e 12 giorni per gli uomini. Il confronto è con i 26 anni e mezzo delle francesi e i 21,8 anni dei loro concittadini, per restare ai vertici della classifica. O, per scendere verso il fondo della lista, con i 20,7 anni delle tedesche e i 17 anni dei loro mariti, fratelli o compagni. Che ora, nonostante conti pubblici considerati inossidabili, e nonostante — appunto — una vita da pensionato più breve di tanti altri, stanno passando da 65 a 67 anni e forse a 69.
Il calcolo Ocse è naturalmente una stima che si basa sulle aspettative di vita, oltre che sulle caratteristiche dei vari sistemi pensionistici. E i numeri fanno riferimento al 2010, prima di molte riforme, quindi sono destinati a cambiare in futuro. Così come è destinata a crescere anche l'aspettativa di vita.
Ma, previsioni a parte, anche nelle classifiche sui fatti la situazione non cambia molto. Prendiamo il «ranking» dell'Ocse sull'età media al momento dell'uscita dal mondo del lavoro: 61,1 anni gli italiani e 58,7 le italiane. Contro una media Ocse di 63,9 anni per gli uomini e 62,4 anni per le donne. Più «fortunati» di noi, tra i grandi Paesi europei, ci sono solo i francesi, con un'età di addio al lavoro e di ingresso in pensione di 59,1 anni (gli uomini, le donne invece ricevono il primo assegno previdenziale a 59,7 anni).
Stime e medie a parte, è chiaro che agli «eccessi» di ieri corrisponderanno dei «sacrifici» domani. Pensioni più lontane e più sottili. Non come quelle fortunate impiegate pubbliche con figli che, tra il 1973 e il 1992, sono andate in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi (mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni). Allora le pensioni si davano anche ai trentenni, con assegni quasi pari alla retribuzione. Oggi, invece, non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro stabile.

lunedì 5 settembre 2011

IL MERCATO E I RISCHI DI UN MONDO DENATALIZZATO



ZI11090401 - 04/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-27818?l=italian
di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 4 settembre 2011 (ZENIT.org).- Uno studio del National Center for Health Statistics (NCHS, Data BriefNumber 68, August 2011 Childbearing Differences Among Three Generations of U.S. Women) riporta allarmato i dati del calo demografico USA rispetto agli anni ’60 e le conseguenze sociali negative: dato inaspettato, in un mondo che viene terrorizzato dai media sul rischio della sovrappopolazione. Anche recenti indagini ISTAT mostrano che il 26% delle donne italiane vorrebbe 3 figli o più e finisce con averne meno della metà. Non è la prima volta nella storia che diminuisce il tasso di fertilità: già all’inizio del secolo scorso negli USA, in concomitanza con la crisi economica si era vissuto un fatto simile; ma è la prima volta che non aver figli è vissuto senza apparente rimpianto, ma come un “must” sociale. Lo dimostra il fatto che la denatalità è iniziata negli USA ben prima dell’attuale crisi, secondo il rapporto suddetto, e che l’età media per fare il primo figlio che è ormai fissata dai 30 in su per ricchi e per poveri; e lo dimostra lo sguardo di sospetto che segue sia le famiglie numerose, sia chi fa figli a 20 anni. Il Wall Street Journal del 4 agosto sottolinea che anche le stime di una parziale frenata al calo demografico fatte dall’ONU possono non essere veritiere e il mondo essere a rischio denatalità, proprio il fenomeno opposto a quello di un’impossibile sovrappopolazione verso cui viene surrettiziamente creato il panico.
Il 10 settembre viene celebrata la giornata internazionale per la salute sessuale, e sarebbe un sogno forse eccessivo che i partecipanti si domandassero se i veri diritti riproduttivi sono più tutelati dall’inventare mille analisi prenatali genetiche e mille forme di abortire, oppure dal creare mille modi per aiutare le donne nel loro desiderio violato di maternità? Certa cultura è passata, infatti, dal reclamare il family planning, ad una politica culturale della denatalità, senza domandare il permesso, ma con una semplice manovra di imposizione culturale: non a caso alle bambine viene pubblicizzata lingerie sexy e bandito ogni modello materno, tanto che ormai non chiedono più un fratello, ma il gattino. Nessun rimpianto per i tempi in cui i desideri femminili erano messi in secondo piano, intendiamoci, o per l’idea di figli numerosi come segno di potenza personale o dello Stato; ma non ci dicano che la denatalità è un progresso. Triste è vedere che oggi è lecito pensare di aver diritto al figlio solo quando questo diritto coincide col vantaggio economico di chi aiuta tecnicamente la procreazione, tra cui il triste fenomeno delle madri in affitto che dilaga in Cina – su “ordinazione” dei ricchi americani – cui inaspettatamente anche la stampa decisamente laica (v il Fatto Quotidiano del 26 agosto) si ribella.
Il figlio tardivo e quindi unico intacca la salute sessuale: la gravidanza tardiva, associata ad un maggior numero di malformazioni, prematurità e rischi di danno cerebrale, certo non mitigati dalla fecondazione in vitro (Fetal diagnosis and therapy, gennaio 2011), che finisce per essere un rischio ulteriore dato che illude che comunque la medicina possa mettere un riparo alle “madri ritardatarie”. E intacca la salute sociale: significa non avere più fratelli, o cugini, cioè essere preda della TV babysitter e compagna di giochi, significa diventare un investimento per i genitori che ormai concepiscono il figlio solo come “perfetto”, prima di nascere e poi quando va a scuola, pena il rifiuto o il senso profondo di delusione di un “progetto” non riuscito.
Cosa ci salverà dalle bio-rapine che ci trasformano in organismi geneticamente modificati, perché modificano il cuore del nostro orologio biologico? Forse un’ecologia che sottragga il sesso al mercato. Già, perché l’industria distrugge i meccanismi naturali di comunicazione di messaggi sessuali come i feromoni, per poi ricrearne in laboratorio a scopo commerciale. E trasforma tutto in merce, accettando come cittadini solo chi è un “bravo consumatore”: per questo offre cittadinanza solo ai nascituri degni di entrare nella società dell’autonomia e del consumo.
Il mercato è il grande arbitro della nostra salute sessuale, in uno stravolgimento epocale che genera alla fine anche problemi di invecchiamento sociale mai visti prima. Ma certi mondi culturali e certe industrie del consumo hanno i loro vantaggi da un mondo denatalizzato, e il loro peso per far associare l’idea di “figlio” con quella di “ostacolo” si fa sentire: basta guardare certe pubblicità televisive, in cui esplicitamente si mostra un possibile figlio come un intoppo a consumare quello che viene venduto.
Il denaro comunque conta, questo è certo; eppure nessuno pone mano al problema economico per uscire dal buco nero della denatalità, perché sono gli stessi giovani a non farne una priorità: sono stati derubati culturalmente ed economicamente del loro bisogno di crescere e far famiglia al momento giusto, e hanno ricevuto in cambio l’assicurazione fasulla di una vita serena sulle spalle di mamma e papà. Qualcuno in malafede li ha convinti che il mondo è destinato solo a “chi sa consumare” e non costruire; e loro si sono rassegnati. Appaiono addirittura orgogliosi di questa tragica epurazione; ma non sanno che i volti delle attrici, che invidiano perché “vivono alla grande” e si “regalano” un figlio solo dopo i quaranta, sono solo il volto suadente dell’arida legge del mercato.



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*Carlo Bellieni è membro del Comitato di Bioetica della Società Italiana di Pediatria.

mercoledì 24 agosto 2011


Donne sterilizzate, un'agghiacciante "normalità" di Danilo Quinto, 24-08-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it

La proposta di legge del Ministero del Lavoro della Slovacchia, «definita a favore delle comunità svantaggiate» - stimate in 700, pari ad oltre 200mila persone - ha al suo centro il programma di sterilizzazione, in questo caso volontaria, delle donne, in particolare quelle appartenenti all’etnia rom. La notizia è comparsa sui giornali di tutto il mondo ed è stata definita scioccante.

In realtà, come hanno documentato negli anni passati fonti autorevoli - l’Associated Press, per esempio - sono dozzine i casi di sterilizzazioni avvenute tra il 1979 e il 2001 nell’allora Repubblica Ceca, «senza che vi fosse stato consenso formale ed esplicito», quindi in modo forzato e molte donne romni hanno portato i loro casi in tribunale, senza peraltro vedere riconosciuti i loro diritti.

Ma la cosa ancora più grave - in questo clima di ipocrisia dominante - è costituita dal fatto che nessuno ha sottolineato quanto l’iniziativa odierna del governo slovacco s’inserisca in un contesto scandaloso a livello internazionale, dove la sterilizzazione delle donne - uno degli esempi più terribili dell’eugenetica del terzo millennio - è stata usata e viene ancora usata come strumento di controllo della natalità, soprattutto nei paesi poveri del mondo.

Non c’è bisogno di richiamarsi al nazismo o prima ancora ai ventiquattro Stati americani, a partire dall’Indiana, che negli anni ’20 introdussero leggi ad hoc o alla Svezia, dove si è praticata la sterilizzazione fino agli anni ’70, o a parti consistenti del territorio del Canada.

Durante gli anni ’90, in Perù, fu praticata una sterilizzazione di massa nei confronti delle donne indigene, in base al cosiddetto "Programma Nazionale di Salute Riproduttiva". Sembra che tale campagna fosse stata finanziata dall'Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID), tramite un contratto concesso all'Association for Voluntary Surgical Contraception (AVSC). Le donne, minacciate da funzionari o costrette a cedere al ricatto per ottenere cibo e medicinali, furono sottoposte a interventi chirurgici. Molte morirono. Un’indagine  indicò che tra il 1995 e il 2000, 331.600 donne furono sterilizzate contro la propria volontà, a causa di una politica eugenista e in nome di un Piano di salute pubblica, il cui vero obiettivo era quello di ridurre il numero di nascite tra i settori più poveri, cioè tra le popolazioni indigene delle zone più disagiate del Paese.

Nel 2000, alcuni dottori uzbeki raccontarono all'Institute for War and Peace Reporting che esisteva un decreto riservato del Ministero della Salute, che ordinava la riduzione del tasso di natalità nelle aree rurali del Paese, suggerendo di praticare isterectomie e di applicare spirali alle donne subito dopo il parto.

In India, sono milioni e milioni le donne sottoposte a sterilizzazione nel Tamil Nadu, sotto l’egida di un programma di "pianificazione familiare", promosso dal governo indiano. Con un tasso di incremento demografico annuo pari all’1,40%, l’India registra attualmente una crescita demografica costante, tuttavia notevolmente inferiore ai picchi raggiunti tra gli anni Cinquanta e Settanta che portarono a drastiche misure di pianificazione familiare, tra cui impopolari campagne di sterilizzazione.

Secondo stime del 1995, le ultime a disposizione, 160 milioni di donne in età riproduttiva hanno fatto ricorso alla legatura delle tube. Di queste, centotrentotto milioni vivono in paesi in via di sviluppo ed è difficile credere che questa pratica di massa, in queste realtà del mondo, sia stata frutto di una libera scelta da parte delle donne. È stata, piuttosto, la conseguenza, di scientifici piani di controllo delle nascite e di aperte violazioni dei diritti umani.

La cosa ancora più grave è costituita dal fatto che queste violazioni - perpetrate per almeno tre decenni - sono state pianificate e perfino finanziate da organismi internazionali legati al sistema delle Nazioni Unite. Per esempio, l'International Planned Parenthood Federation, il Population Council - fondato dal finanziere John D. Rockfeller III e dal presidente della Società Eugenetica Americana Frederick Osborn -, che hanno come scopo il calo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo. Anche l’UNICEF, per molti anni, si è mossa in questa direzione.

Pure l’Unione Europea ha concorso a questo disegno, che evidentemente non è stato mai dichiarato nella sua nettezza. Prendiamo, ad esempio, la relazione del 2003 sui diritti umani nel mondo, presentata al Parlamento europeo, dove si legge: «Dal 1994 la Commissione è diventata uno dei maggiori partner nell’affrontare le esigenze di salute riproduttiva nei paesi in via di sviluppo, nel quadro degli obiettivi concordati alla Conferenza internazionale dell’ONU sulla popolazione e lo sviluppo svoltasi al Cairo dieci anni fa. Nel periodo compreso tra tale conferenza e il 2001 abbiamo stanziato oltre 655 milioni di euro per assistenza esterna esplicitamente destinata alla pianificazione familiare, alla salute riproduttiva, alla maternità sicura, all’HIV/AIDS e alla politica e alla gestione demografiche».

Il contesto teorico di queste politiche, rispondenti alle logiche dei cosiddetti "diritti riproduttivi" - la definizione che le Nazioni Unite hanno usato per definire i "nuovi diritti umani" - è stato rappresentato dai movimenti internazionali neomalthusiani ed eugenisti. I primi considerano la crescita della popolazione come una diretta minaccia al benessere dell’Occidente, al suo accesso privilegiato alle risorse fondamentali. I secondi spingono per un processo di selezione e miglioramento genetico delle popolazioni, e ritengono che i poveri, i deboli, i malati, i disabili, non debbano riprodursi.

Questa è la logica all’interno della quale può e deve essere letta la proposta di legge che si discute oggi in Slovacchia ed è anche la logica che ha prodotto una realtà dove l’umano - come l’abbiamo conosciuto - è stato dolosamente e forse irrimediabilmente compromesso, in nome di teorie aberranti e di poteri che le hanno usate per consolidare se stessi e i loro interessi.