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lunedì 9 settembre 2013

Inghilterra, San Paolo «fuorilegge» di Gianfranco Amato - 09-09-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Rob Hughes

San Paolo è sempre più fuori legge in Inghilterra, nonostante il fatto che a Londra ci sia una cattedrale a lui dedicata, che è pure la Chiesa madre della diocesi anglicana londinese. Lo sanno bene gli agguerriti e volenterosi avvocati del Christian Legal Center, a cui tocca difendere, con una sempre maggiore e preoccupante frequenza, i predicatori di strada che si ostinano a citare le parole dell’«omofobo» Apostolo delle Genti. 

E’ davvero preoccupante l’accanimento da caccia alle streghe con cui vengono colpiti gli street preacher. Dopo il caso di Tony Miano, arrestato a Wimbledon lo scorso luglio, è ora toccato a Miguel Hayworth, ventinovenne predicatore, fermato dalla polizia a Maidstone nel Kent. Il reato contestato è quello di aver citato brani tratti da due lettere di San Paolo. La prima è quella ai Romani, Cap.1 versetti 24-27: «Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento». 

Nella lingua originale usata da San Paolo, peraltro, risulta ancor più chiaro il senso sessualmente allusivo di quale fosse la degna ricompensa («τὴν ἀντιμισθίαν») che gli uomini omosessuali ricevono nel proprio corpo, a causa della loro depravazione («τῆς πλάνης αὐτῶν»). L’altro brano della lettera paolina contestata a Hayworth è tratto dalla prima epistola ai Corinti, Cap. 6, versetto 9: «Non sapete voi che gli ingiusti non erederanno il regno di Dio? Non v’illudete; né i fornicatori, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti». Questi ultimi nel testo originale greco vengono definiti dall’apostolo come «ἀρσενοκοῖται», termine dispregiativo e poco politically correct. Comunque, sul punto San Paolo è esplicito: «neque molles neque masculorum concubitores», con le loro «passiones ignominiae», vedranno la salvezza, essendo destinati alla dannazione eterna a causa della loro perversione. 

Troppo per gli standard della legislazione antiomofoba del Regno Unito.  Per questo, in virtù del famigerato art.5 del Public Order Act, Miguel Hayworth è finito in gattabuia. Ma non è ancora l’ultimo caso.

Il 6 settembre, infatti, è toccato a Rob Hughes, arrestato dalla polizia mentre predicava a Basildon, città della contea inglese dell’Essex meridionale. In questo caso sono stati contestati a Hughes commenti ingiuriosi, rivelatisi poi inesistenti. Ciò non ha impedito al malcapitato predicatore di restare rinchiuso per sette ore e mezzo (dalle 16.00 alle 23.30) nella camera di sicurezza della stazione di polizia di Basildon. E’ stato rilasciato grazie al provvidenziale intervento degli avvocati del Christian Legal Center, i quali sono riusciti a dimostrare la falsità delle accuse. Sembra davvero che per i cristiani del Regno Unito si sia rovesciato il principio di presunzione d’innocenza, per cui essi sono «presumed guilty until found to be innocent» (presunti colpevoli fino a prova contraria), come ha riferito lo stesso Hughes dopo il rilascio. L’avvocatessa Andrea Williams del Christian Legal Center ha parlato di un’allarmante frequenza dei casi di arresto dei predicatori che citano gli insegnamenti di San Paolo ritenuti omofobi.

Questo scenario che ad alcuni in Italia appare ancora surreale, rischia di diventare drammaticamente concreto anche da noi se si arrivasse ad estendere agli omosessuali gli effetti della Legge Mancino, la quale – com’è noto – condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali. 

Paragonare l’orientamento sessuale alla razza o all’origine etnica, ai fini di quella legge, significa impedire l’espressione di qualunque giudizio negativo nei confronti di una categoria di soggetti giuridicamente protetti. Esattamente come accade nei confronti dei neri o degli zingari. L’estensione della Legge Mancino agli omosessuali impedirebbe, tra l’altro, qualunque forma di opposizione al matrimonio tra persone dello stesso sesso, così come oggi è vietato a chiunque sostenere che un uomo bianco non possa sposare una donna nera, o che una coppia di africani non possa adottare un bambino bianco. L’estensione della Legge Mancino agli omosessuali impedirebbe, tra l’altro, l’affermazione che omosessualità e transessualità appartengono oggettivamente alla sfera etico-morale, e come tali possono quindi essere sottoposte ad un giudizio di riprovazione.

lunedì 22 novembre 2010

Il razzismo dell'aborto di Giuliano Guzzo del 22/11/2010, in Aborto, dal sito http://www.libertaepersona.org

Se c’è una cosa che nessuno può tollerare, in questi anni, è il razzismo. Pazienza se droga e alcool spopolano, se il gioco d’azzardo ci rovina e la pornografia ci imbarbarisce, ma guai – guai! - a chi assume qualsivoglia atteggiamento giudicato sospetto, a chi tentenna sull’uguaglianza, a chi osa dissociarsi dalla sinfonia mediatica sui diritti umani e sulla beneficienza. Son moniti, questi, che valgono per tutti, quadrupedi inclusi: qualche anno fa, in America, Dolpho, un pastore tedesco specializzato nell’individuazione di trafficanti di droga, è stato sospeso dal servizio perché – udite, udite – se la prendeva principalmente con spacciatori di colore mentre ai bianchi, a quanto pare, strizzava l’occhio. No comment.

Eppure, nonostante questa lotta ferrea e planetaria alla discriminazione, si registra quotidianamente la massima indifferenza verso quella che, piaccia o meno, è la più diffusa pratica razzista contemporanea: l’aborto. E a farne le spese, ancora una volta, sono anzitutto le categorie sociali storicamente più penalizzate: le persone di colore, i disabili e le donne.

I primi - avete capito bene - sono i negri, esattamente come ai tempi della tratta degli schiavi. A dirlo non è la teoria di qualche pro-life, bensì una ricerca – ripresa anche dal New York Times, testata certo non tacciabile di sudditanza cattolica, e condotta dal National Center for Chronic Disease Prevention and Health Promotion tra il 1996 ed il 2006 - che ha messo in luce come in America il 40% degli aborti procurati sia a carico di donne di colore. Piccolo particolare: negli Stati Uniti le persone di colore non sono nemmeno il 15% della popolazione.  Non serve quindi essere giganti della matematica per capire quanto l’aborto stia decimando la popolazione di colore americana. Ma i vari enti internazionali preposti alla difesa delle minoranze – e potremmo, spazio permettendo, citarne a centinaia -, stranamente, non aprono bocca. Neanche – che ne so – una conferenza, due righe di comunicato stampa, un sms: niente. Silenzio di tomba.

Stesso discorso per i bambini Down – altra categoria protetta, a dar retta ai guardiani dei diritti umani: non nascono più, stanno statisticamente scomparendo. E non per l’inverno demografico - che pure rappresenta un problema enorme – ma perché vengono eliminati serialmente con l’aborto. E quando nascono, quasi sempre, è per errore, perché la sindrome non era stata diagnosticata. Il caso più lampante, in Europa, è forse quello britannico: nel 1990 in Inghilterra e Galles le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, nel 2008 avevano toccato quota 1.843 (+70%). Una bella impennata. Nonostante ciò le nascite di bambini Down non solo non risultano - come ci si aspetterebbe - essere aumentate, ma son addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743. Questo perché la percentuale di coppie che ricorre all'aborto dopo aver appreso di attendere un figlio Down, in Inghilterra, è pari al 92%. Ma anche per questo orrore, dal fronte dei diritti umani, non vola una mosca.

L’ultimo ma non meno importante pubblico vittima dell’aborto è quello femminile. In Asia, ormai lo sanno tutti, le donne stanno sparendo. E’ un dramma così devastante che ultimamente – miracolo! - ha attirato le attenzioni del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Che ha dichiarato: “La violenza contro le donne è una questione che non può attendere. Attraverso la pratica della selezione sessuale prenatale, un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita”. I numeri complessivi della strage li ha ribaditi giusto l’altro giorno il demografo Phillip Longman della New America Foundation: lo squilibrio dei sessi generato dall’aborto di massa, nella sola Cina, ha fatto sì che ci sia un 16% di maschi in più; per non parlare dell’India. Nessuna società, assicura Longman, ha mai sperimentato la velocità di invecchiamento e lo squilibrio di genere evidente oggi in Asia. Persino l’Onu – ed è tutto dire - se ne sta accorgendo. Chi su questo tace, inspiegabilmente, è l’ormai attempato fronte femminista: e i famosi diritti delle donne? Mistero.

 Devono essersi presi una vacanza. Per concludere, occorre comunque precisare come l’aborto non sia razzista solo perché, come abbiamo visto, propizia l'estinzione della popolazione di colore, di quella disabile e di quella femminile. Certo, tutto ciò, se possibile, ne mette ancor più in evidenza la potenza omicida. Ma la pratica abortiva, di per sé, è intrinsecamente razzista per una ragione molto più semplice: perché elimina il nascituro, ossia colui che per antonomasia non ha la possibilità di difendersi, di dire la propria, di ribellarsi al destino che altri – i suoi genitori, noi, la società – potrebbero scegliergli.

E’ questo, su tutti, il dramma più grande. Quello sul quale ciascuno di noi, a suo modo, dovrebbe riflettere. Siamo anche liberi, ovviamente, di far finta di nulla; di continuare la nostra vita sereni, di occuparci d’altro e sperare che tutto si risolva da sé. In questo caso saremmo però costretti, quanto meno per decenza, a piantarla con la condanna del razzismo. Perché rischieremmo di essere assai ridicoli.