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mercoledì 4 marzo 2015

Ci vorrebbe un marito (o una moglie). Ora lo dicono gli economisti, di Luciano Capone | 03 Marzo 2015 http://www.ilfoglio.it/

“Per le coppie che lo desiderano e per il paese il matrimonio è fondamentale. Il matrimonio genera famiglie e rafforza i legami sociali, produce ricchezza ed è quasi certamente l’istituzione che più promuove la nascita di figli”. Così dice l’appello per la “Marriage Opportunity”, che negli Stati Uniti raccoglie le adesioni trasversali di cristiani e non credenti, tradizionalisti e favorevoli alle nozze gay, sulla base di un approccio utilitaristico del matrimonio: sposarsi fa bene a sé stessi e alla società, produce ricchezza e benessere. “I beni prodotti dalla famiglia sono numerosi – scriveva nel 1973 nella sua “Teoria del matrimonio” il premio Nobel di Chicago Gary Becker, l’economista che per primo ha esteso l’analisi economica alle relazioni e ai fenomeni sociali – e includono la qualità dei cibi, la qualità e la quantità dei figli, il prestigio, la compagnia gradevole, l’amore, lo stato di salute. Di conseguenza, queste non possono essere identificate con il consumo o con gli output come sono tradizionalmente misurati: queste merci coprono una gamma molto più vasta delle attività e degli scopi umani”.

Recenti studi empirici mostrano altri benefici positivi del matrimonio. Ad esempio uno studio di Guner, Kulikova e Llull dell’Università autonoma di Barcellona mostra come il matrimonio faccia bene alla salute. Gli economisti hanno analizzato i dati degli americani tra i 20 e i 64 anni e hanno scoperto che esiste un divario nello stato di salute tra single e sposati che raggiunge il picco di 12 punti a favore delle persone che hanno contratto un matrimonio. Scremando i dati dalle condizioni di salute innate e dalle differenze di reddito, razza ed età, gli studiosi hanno notato che se al di sotto dei 39 anni questo gap è molto ridotto, è invece con l’aumentare dell’età che lo stato di salute delle persone sposate tende a essere notevolmente migliore dei single e la spiegazione è dovuta a quello che chiamano “effetto protettivo” del matrimonio: le persone si prendono più cura di sé stesse e del proprio partner. Ad esempio chi è sposato tende a smettere di fumare più dei single e la stragrande maggioranza dei single che smette di fumare lo fa dopo essersi sposato. L’effetto protettivo è poi evidente sul fronte della prevenzione. Le persone sposate sono molto più portate a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria e a effettuare controlli sanitari al colesterolo o alla prostata rispetto ai single.

Ma il matrimonio non fa solo bene alla salute, rende anche più felici. È la conclusione a cui giunge un altro recente studio di Grover e Helliwell per il National Bureau of Economic Research. Secondo le evidenze raccolte dai ricercatori le persone sposate sono più soddisfatte della propria vita degli scapoli e delle zitelle e inoltre, contrariamente a ciò che  si è generalmente portati a pensare, il benessere della vita matrimoniale persiste anche nel lungo termine. Ma, anche se il picco di benessere e felicità c’è immediatamente appena dopo sposati, il matrimonio serve di più negli anni successivi, quando tutti entrano in quel periodo grigio definito come “crisi di mezza età”. Il matrimonio fa bene sempre, ma diventa più importante quando le cose vanno male e c’è bisogno di un supporto. Ed è per questo che il matrimonio funziona meglio se il partner è anche un amico, l’effetto benefico è in media due volte maggiore per le coppie che sono anche “migliori amici”, che sommano l’amicizia all’amore. Insomma per vivere meglio, in salute e più felici ci vorrebbe un marito (o una moglie).

venerdì 26 settembre 2014

Pazze, pazze, pazze Regioni. I costi, le donazioni, l’anonimato. Ora come la mettiamo con l’eterologa?, Settembre 26, 2014 Redazione, http://www.tempi.it/


fecondazione-eterologaLa Conferenza delle Regioni fissa l’importo del ticket: dai 400 ai 600 euro a coppia. Ma lo Stato dovrà mettercene altri 14.000. Ma limitarsi al solo aspetto economico lascia nel limbo dell’incertezza (e del business) altre questioni.
Due articoli apparsi in questi giorni sulla stampa meritano di essere segnalati per la loro lucidità. Il primo è apparso oggi sulle pagine di Avvenire con la firma di Francesco Ognibene, il secondo ieri sul Corriere della sera e l’autore è Giovanni Belardelli. Il tema è il medesimo: la fecondazione eterologa, di cui si parla molto dopo la sentenza della Corte Costituzionale e l’iniziativa delle Regioni che, eccezion fatta per la Lombardia che non l’ha previsto, faranno pagare un ticket tra i 400 e i 600 euro.
Ieri la Conferenza delle Regioni ha raggiunto un accordo sul ticket che, come ha detto il presidente Sergio Chiamparino, si pagherà «per gli esami necessari ad accedere a queste prestazioni, secondo modalità con cui viene già erogata la fecondazione omologa». Cioè, appunto, una spesa che varia tra i 400 e i 600 euro. L’accordo è “politico” e non giuridico che significa che chi, come la Lombardia, ha deciso di non emettere il ticket, ma di far pagare per intero l’eterologa alle coppie che la richiedono, non incorre in alcuna sanzione. Da notare che tale accordo riguarda solo l’aspetto economico e non si è entrati nel merito di come andranno gestite le donazioni, l’anonimato, il “costo” dei gameti. Ognuno farà come vuole (già, come?) fino a che non interverrà una nuova legge dello Stato.

I COSTI. Ognibene su Avvenire svela la prima ipocrisia dell’accordo che è stato, appunto, quello di limitarsi al “costo” del figlio, senza entrare nel merito di una materia che è «un ginepraio di monumentali interrogativi tra biologia, diritto e psicologia», lasciando tutto «nel limbo dell’incertezza».
Ma anche per quel che riguarda il “costo” del figlio, a voler guardare bene, i problemi ci sono. Infatti le Regioni hanno riconosciuto che per tali pratiche la spesa da sostenere è esorbitante. Per l’eterologa con seme da donatore in vitro si parla di 3.500 euro e per quella con ovociti provenienti da donatrici di 4.000 euro. «La tecnica delle fecondazione in provetta con gameti di altre persone garantisce una media approssimata del 25 per cento di successi, ovvero quattro cicli per ottenere un figlio. C’è chi sostiene che gli esiti positivi sarebbero di più, ma già così il calcolo pare in realtà generoso: per la fecondazione omologa – dati 2012 – il rapporto è di 93.634 tentativi e 11.974 “figli in braccio”, cioè un tasso di successi pari al 12,8 per cento. Ma pure assumendo per l’eterologa il rapporto di uno a quattro, il “costo” di un bambino è di circa 16 mila euro, nel caso – il più frequente – di ricorso a ovociti donati. A questa cifra va sottratto il ticket, tra 400 e 600 euro, secondo l’accordo di ieri: dunque una media di 2.000 euro per il totale di tutti e quattro i tentativi necessari per una riuscita (è chiaro che alcune coppie centreranno l’obiettivo subito, altre purtroppo mai)».
Scrive il giornalista di Avvenire: così facendo, per evitare la discriminazione «tra “sterili” e “fecondi” se ne introduce una molto più vistosa. La sterilità è infatti oggi solo una delle cause che impediscono agli italiani di procreare, e l’eterologa solo una delle soluzioni».
Ma se lo Stato ci deve mettere 14 mila euro per garantire un figlio ad ogni coppia, non sarebbe quindi giusto utilizzare quella stessa cifra per aiutare le coppie che volgiono avere figli ma non posso per motivi di origine economica? «Alle prime coppie sì e alle altre no? Non è forse questo diverso trattamento una forma di discriminazione tra tutti coloro che nutrono il medesimo desiderio di mettere al mondo un bambino, e hanno – per dirla con la Corte Costituzionale – lo stesso diritto “incoercibile” di avere figli?». E visto che l’eterologa è un percorso alternativo all’adozione «risulta platealmente iniquo il diverso trattamento delle coppie che davanti all’identica diagnosi scelgono la provetta con gameti donati (potendo contare sui suddetti 14 mila euro) e chi invece si inoltra nell’avventura dell’adozione senza un centesimo di sostegno pubblico e, anzi, dovendo dar fondo ai risparmi per spese di decine di migliaia di euro».

LA DONAZIONE. Il commento di Belardelli mette in rilievo un altro aspetto della questione: la cosiddetta «donazione». Che tale non è, come ci testimonia la stessa realtà che ci racconta che i cosiddetti donatori non esistono. La ragione è semplice: per “donare” i gameti occorre sottoporsi a stimolazioni ormonali, due iniezioni sottocutanee al giorno per dodici giorni, cinque ecografie, prelievi del sangue, anestesia generale e ricovero in day hospital. Ora, potrà anche accadere che qualcuno con un atto di generosità estremo di sottoponga a tutto ciò per “fare un regalo” a chi è sterile, ma come è facile intuire e come ci dice l’esperienza dei paesi esteri in cui c’è l’eterologa, sarà molto più diffusa la donazione “a pagamento” (con tutto ciò che comporta…).
«Il termine donazione – scrive Belardelli – è un espediente lessicale che utilizziamo per sfuggire alla contraddizione che, nell’uso di un gamete femminile estraneo alla coppia (per gli uomini, come è ovvio, le cose sono diverse), si produce tra due principi fondamentali della nostra cultura: da una parte la libertà individuale di chi cerca di avere un figlio, dall’altra il divieto di sfruttare un altro essere umano. Quest’ultimo non è altro che il divieto contenuto nell’imperativo kantiano “agisci in modo di trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine mai come mezzo”».

L’ANONIMATO. E che dire poi dell’anonimato del donatore? Qui, il problema è insolubile. Nelle linee guida delle Regioni si dice che «il nato non potrà conoscere l’identità del donatore». E si capisce perché: nessun donatore vuole in futuro avere a che fare – sia per ragioni psicologiche, sia per ragioni legali ed economiche – coi figli nati dai suoi gameti. Se non garantisci l’anonimato, la banale conseguenza sarà di non avere donatori. Solo che tale decisione confligge con il diritto del nato a sapere chi è il suo genitore biologico. «Non a caso – prosegue Belardelli – in altri Paesi quel divieto non esiste o – come in Gran Bretagna nel 2005 – è stato abolito (e alcuni esponenti del Pd hanno già presentato una proposta di legge in tal senso). La difficoltà di avere donatori e la questione dell’anonimato segnalano il fatto che la fecondazione eterologa è qualcosa di sostanzialmente diverso, e non soltanto una variante “tecnicamente differente”, rispetto alla fecondazione omologa. Ma di tutto questo poco si parla, anche per la difficoltà a sviluppare una discussione che superi le tradizionali divisioni tra destra e sinistra e tra laici e cattolici. Una discussione che sia in grado di affrontare anzitutto la questione fondamentale di fronte alla quale la fecondazione eterologa ci pone: tutto ciò che è tecnicamente possibile deve anche essere fatto? Dobbiamo lasciare che sia la tecnoscienza e non più l’etica a dirci ciò che è lecito e ciò che non lo è? Proprio il grande sviluppo, presente e futuro, delle biotecnologie è destinato a rendere questi interrogativi sempre più rilevanti e ineludibili».

venerdì 8 febbraio 2013


Coppie di tutto il mondo si affidano ad agenzie specializzate - Utero in affitto, negli Usa è un business fiorente  di Ettore Bianchi  - http://www.italiaoggi.it


Ci sono donne che, pur non volendo diventare madri, sono disposte ad affittare il loro utero per portare a termine una gravidanza per conto di chi non è in grado di farlo. È un mercato fiorente soprattutto negli Stati Uniti, dove sono attive parecchie società di intermediazione, con tanto di siti internet dove domanda e offerta si incontrano.

Dunque, ci si fa inseminare e alla fine dei nove mesi si restituisce il neonato al legittimo proprietario, la coppia sterile.


Una delle principali società attive oltreoceano è Csp, che ha più di 30 anni di esperienza, con 1.700 bambini in 45 nazioni e il 40% di clienti stranieri. Una delle responsabili spiega che circa metà è costituita da omosessuali. Indipendentemente dal paese d'origine, compresi quelli dove la procreazione assistita è vietata, Csp è sempre riuscita a far rientrare i piccoli a casa dei genitori.

Il procedimento comincia con un colloquio, attraverso Skype, tra la coppia e i rappresentanti di Csp. Non sono molte le donne che accettano sia di donare i gameti, sia di condurre la gravidanza. Perciò l'agenzia si appoggia ad altre realtà come Egg Donation. La maggior parte delle donatrici di gameti decide di restare anonima, mentre altre si mostrano su internet. C'è anche chi accetta di essere contattato una volta che il figlio sarà diventato adulto. Per essere selezionate bisogna avere un'età compresa fra 21 e 35 anni, essere in buona salute, intelligenti, accattivanti e responsabili. La donatrice riceve fra 5 mila e 10 mila dollari (3.700-7.400 euro) e l'agenzia una cifra simile.

Anche Csp dice di scegliere le candidate in maniera molto selettiva: ogni mese arrivano 400 domande e soltanto una dozzina viene accettata. Il fatto è che le coppie pretendono di avere una gestante perfetta: giovane, alta, non troppo cicciottella, sposata con figli. Per evitare un discorso puramente mercenario, un requisito indispensabile è che esse siano economicamente indipendenti. Non viene prescelto neppure chi si rifiuta di abortire in caso di handicap del bambino o, per esempio, di gravidanza multipla. Dopo un incontro con uno psicologo, la coppia si sottopone a una visita medica. Quindi parte la procedura. Alla fine i genitori avranno sborsato fra 6 mila e 10 mila dollari per spese legali, soprattutto per la stesura del contratto fra le parti, e fra 15 mila e 25 mila dollari per ogni ciclo di fecondazione in vitro. La gestante riceve fra 25 mila e 35 mila dollari. In più, 8 mila dollari se nascono dei gemelli. Questo, spiegano da Csp, è un desiderio che sta a cuore ai gay, che a volte desiderano avere un bambino ciascuno.

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martedì 29 gennaio 2013


I VESCOVI E IL PAESE - Zamagni: «La bioeconomia una questione vitale» - Massimo Calvi - 29 gennaio 2013, http://www.avvenire.it/

L’etica della vita alla base dell’economia. È la «bioeconomia». Il termine, introdotto dal cardinale Agelo Bagnasco nella Prolusione al Consiglio permanente della Cei, richiama i concetti di «biopolitica», o anche di «biodiritto», che tanto spazio trovano oggi nei programmi politici di tanti schieramenti, in Italia come all’estero. Ma di bioeconomia è sempre più necessario parlare, alla luce di una crisi che si è manifestata innanzitutto come deriva di senso, nella prassi di sacrificare l’umano al «primato economicista». Ne è convinto l’economista Stefano Zamagni, d’accordo nel leggere che vi sia ormai un «sistema che va posto in discussione», un modello «da rivoluzionare» perché «ha mostrato l’assoluta inadeguatezza morale e pratica».

«Il cardinale Bagnasco ha il coraggio di uscire allo scoperto e di proporre un intervento di forte originalità – spiega Zamagni –. Perché dire che oltre alla biopolitica e al biodiritto si deve parlare anche di bioeconomia è gettare un sasso nello stagno. Una questione, per così dire, vitale. È dire cioè che non tutti i modelli di economia di mercato sono amici della persona umana. Certo, all’economia di mercato non c’è alternativa. Ma alcuni modelli sono più compatibili di altri con la Dottrina sociale della Chiesa.

Il cardinale rimarca il passaggio della Caritas in veritate in cui si afferma che «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica».
È il tema centrale. Affrontare la questione sociale vuole dire fissare l’attenzione sulle cause più profonde della crisi, e non solo sugli effetti. Bagnasco tira le orecchie a chi vuole far credere che, superata la fase critica della crisi, si potrà tornare a fare affari esattamente come prima. Ma è un’illusione, e va detto con forza. Se non si intacca l’assunto antropologico basato sul presupposto dell’individualismo e dell’auto-interesse, per cui il discorso economico regola se stesso, non si tocca l’origine vera di questa crisi.

Insomma non ci sarà ripresa fino a che le coscienze «respirano una cultura che esalta il successo e la ricchezza facile»?
Il punto è che se non vi è più un fine che non sia legato al desiderio individuale, all’interesse o al piacere del singolo, si arriva abbastanza facilmente a certe posizioni su vita, famiglia, matrimonio, aborto, eutanasia. O, appunto, economia. Su questi temi i cattolici, purtroppo, troppo spesso sono andati a rimorchio delle altre posizioni, mediando per ottenere in cambio qualche misura in più per aiutare i poveri o le famiglie. Ma si tratta di cerotti, di pezze, non della cura del male di cui soffre l’organismo. In questa fase il mondo cattolico deve avere il coraggio e la volontà di elaborare un pensiero che mostri gli errori della visione individualista e auto-interessata. Non basta affermare la legge naturale: è compito nostro riuscire a mostrare le ragioni per cui la legge naturale è superiore all’assunto individualista e auto interessato. Bagnasco ha centrato il cuore del problema.

Il modello economico deve cambiare, in quale direzione?
Si tratta di guardare a soluzioni che mettono al centro la persona non solo nel momento della distribuzione della ricchezza, ma anche nel modo in cui è prodotta. Oggi non basta più pagare la giusta mercede ai lavoratori o dare le ferie: il processo produttivo non deve essere umiliante per la persona e per la sua dignità. Il concetto di sviluppo umano integrale è legato a tre fattori: Pil, beni socio-relazionali, beni spirituali. Quello che vuol dire il cardinale Bagnasco è che per far crescere il prodotto interno lordo non si possono sacrificare le altre due componenti. In nome dell’economia, cioè, non è bene mettere slot-machine nelle scuole, oppure abolire le feste.

Dall’etica della vita si può arrivare a parlare di lavoro e consumi?
In una prospettiva nuova dobbiamo privilegiare un modello di sviluppo che consideri i beni relazionali, i servizi alla persona, i beni comuni. Il modello fondato solo sul consumo di beni privati è un sistema pernicioso, non può più reggere. Non possiamo mettere sullo stesso piano gli interessi economicistici con i valori non negoziabili. Non si può accettare il principio che ti dò più soldi, ma in cambio tu rinunci a realizzare il tuo potenziale di lavoro. Faccio un esempio più chiaro. Se si detassano i redditi delle donne, l’effetto è quello di aumentare il potere d’acquisto, ma anche di disincarnare la donna dalla famiglia. Ora, se la donna è madre non le interessa avere più soldi, ma più tempo. Il tema dell’armonizzazione dei tempi di lavoro con la vita familiare vale anche per i papà. Che senso ha aumentare le retribuzioni se poi l’organizzazione del lavoro ti impedisce di essere genitore?

In un passaggio viene espresso «stupore» per l’incomprensione che ha colpito l’economia sociale e il Terzo settore. Cosa ne pensa?
L’Italia ha un modello di economia che va oltre il modello dicotomico basato solo sullo Stato e sul privato. Noi abbiamo anche la dimensione del "civile". Il problema è che alla sfera dell’economia civile non possono andare solo le briciole o la pubblica beneficenza: questo è un universo a cui va permesso di esprimere il suo vero potenziale, anche sotto il profilo economico. Scuole, ospedali, case di riposo, cooperative sociali. Considerare il civile come tappabuchi è un errore. Eppure fino a oggi l’economia civile di mercato è sempre stata trattata come una ruota di scorta. È tempo che lo Stato smetta di "concedere" e incominci invece a "riconoscere", accettando il principio di sussidiarietà, e avendo la capacità di spiegare in Europa la forza e il valore di un modello.


venerdì 25 gennaio 2013

Panorama - Mentre compri ti leggo nella mente di Daniela Mattalia



IL FUTURO DELLA CURA - «Stiamo preparando la sconfitta del cancro» 25 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it

           

«Ho scoperto di avere un cancro nel giugno 2011. Operato, lotto tra chemio, che mi devasta, e radio, che mi sconvolge». Fin qui l’ammissione di un paziente come tanti altri. Ma il dottor Giulio Bernardoni, dermatologo mantovano, va oltre e denuncia: «Sono adirato nei confronti di stampa e tv. La ricercatrice Roberta Benetti, dell’Università di Udine, ha fatto, nel 2010, una scoperta da premio Nobel, per curare il cancro con l’aiuto di molecole (miR-335) prodotte dal nostro stesso organismo, senza sottoporsi alle attuali devastanti terapie. Il lavoro è stato pubblicata sulla rivista statunitense Cancer Research». Ma allora, si chiede Bernardoni, perché «nessuno parla di questa scoperta?». Nel giro di due anni, «si disse allora, le case farmaceutiche avrebbero messo a punto un farmaco con relativo brevetto. Cosa è successo? Solo silenzio!». 

La conclusione dello specialista è amara e sconfortante: «Il cancro è diventato una pandemia. Se non si sconfiggono, con i media, le lobby che fanno guadagni immensi usando la chemio, non si troverà mai la cura per guarire senza uccidere l’anima e il corpo… chi parla è un medico che ha visto, in quest’ultimo anno e mezzo di cura, le peggiori porcherie». Quindi, la preghiera rivolta agli organi di informazione: «Pubblicate articoli in prima pagina su questo studio validissimo! Quello che oggi io patisco può toccare a chiunque, anche ai nostri figli!». In effetti, lo studio di cui parla Bernardoni (finanziato dall’Associazione italiana ricerca sul cancro, coordinato da Benetti e sviluppato con i colleghi dell’ateneo friulano e del Laboratorio nazionale del Consorzio interuniversitario per le Biotecnologie di Area Science Park) ha aperto la strada alla corretta individuazione della capacità di autoproteggersi dai tumori, attraverso la regolazione dei livelli delle piccole molecole microRna prodotte da tutte le cellule dell’organismo umano. La ricerca ha dimostrato per la prima volta che una delle microRna, la miR-335, è direttamente responsabile nel controllo della generazione e delle funzioni dell’oncosoppressore Rb, gene coinvolto nella protezione dello sviluppo dei tumori. I ricercatori, nel 2010, hanno spiegato che l’espressione della miR-335 influisce in modo diretto nel bilanciare il delicato equilibrio di protezione contro lo sviluppo tumorale, perché «intacca, attraverso l’indiretta influenza anche sull’oncosoppressore p53, gli effetti di due fondamentali proteine note per essere deregolate nella genesi dei tumori».

Le parole di Bernardoni hanno raggiunto anche la stessa dottoressa Benetti che, dal 2010, si guarda bene dall’alimentare toni trionfalistici smentendo «sensazionalismi giornalistici incontrollabili» che «in primis, non garantiscono il rispetto ai pazienti colpiti da queste terribile malattia». Ma a distanza di oltre due anni da quel traguardo, a che punto è la ricerca? «Abbiamo dato seguito alle scoperte del 2010 – spiega Benetti – indagando anche il ruolo del miR-335 nelle cellule staminali e pubblicando una recentissima relazione in cui troviamo, associato a questo miRna, un nuovo "percorso" che sembra anche attivo, al momento, soprattutto nei tumori di origine germinale. Speriamo davvero di continuare nella direzione giusta ma non siamo al punto di poter promettere nulla». Insomma, «in termini di applicabilità terapeutica, lo studio è ancora lontano dalla clinica e nessuno di noi ricercatori può affermare che potrà sostituire la chemioterapia». Anche perché i passi per valutare l’effettiva portata della scoperta del 2010 richiedono molto tempo e una sperimentazione, attualmente in atto, sui topi. «Un aspetto critico per i tumori – spiega Benetti – è al momento la loro classificazione e l’identificazione attraverso biomarcatori specifici dei casi a elevato rischio»; un requisito fondamentale, questo, «per poter migliorare le strategie di cura e per guidare le scelte terapeutiche. Il nostro lavoro cerca di fornire un contributo di base proprio in questo ambito. Stiamo cercando di chiarire l’importanza di determinati componenti molecolari, per capire (in ottica ambiziosa) se essi possano risultare associati all’andamento della malattia e, quindi, per poter fornire interessanti futuri bersagli terapeutici. Vogliamo dare speranza alla gente – è l’auspicio della ricercatrice originaria di Monfalcone – e per questo le forze di tutti noi ricercatori, di cui la mia è parte milionesima, sono sempre unite e stimolate, ma vogliamo anche evitare false illusioni».

Vito Salinaro

lunedì 10 dicembre 2012


Vendersi la vita di Lucio Luzzatto - 09 dicembre 2012 – http://www.ilsole24ore.com


Robin Cook è considerato dal «New York Times» il maestro del medical thriller. È diventato famoso con i suoi libri di fantascienza biologica, come Il cromosoma 6, in cui immaginava che qualcuno fosse riuscito a inserire questo cromosoma umano, che contiene i geni della compatibilità tessutale, in scimmie bonobo, in modo che si potesse poi usarle come donatori di organi per trapianti in pazienti umani – il guaio imprevisto fu che queste scimmie stavano diventando quasi umane esse stesse. Ma negli ultimi anni Cook ha rivolto l'attenzione ai rapporti tra medicina e business, e lo fa in modo spietato. Un suo libro precedente riguardava il cosiddetto turismo medico: siccome troppi pazienti andavano in India per operazioni di protesi dell'anca che venivano a costare, viaggio compreso, molto meno che in Usa, un'organizzazione americana corrompe infermieri indiani per far morire i pazienti operati e discreditare così l'ospedale indiano.
Nell'ultimo libro appena pubblicato, Death benefit, Robin Cook va ancora più in là. Una società finanziaria, avendo assodato che secondo le leggi vigenti le assicurazioni sulla vita sono suscettibili di compravendita come qualsiasi altra proprietà, comincia ad acquistare polizze sulla vita, pagandole il 15% dell'importo dovuto alla morte dell'interessato. Il venditore, di solito una persona anziana con seri e dispendiosi problemi di salute, incassa una cifra di cui al momento ha molto bisogno, e viene sollevato dall'onere di pagare il premio annuo; alla sua morte però, il beneficiario non sarà più un suo erede, bensì la società, chiamata significativamente LifeDeals, o Affari di Vita. Naturalmente LifeDeals aveva eseguito diligenti calcoli attuariali che, in base alle curve dell'attesa di vita degli assicurati, le garantiranno profitti ingenti.
Non ci sarebbe thriller se non ci fosse un problema: che si chiama in questo caso Tobias Rothman, uno scienziato geniale che ha già avuto un premio Nobel per le sue scoperte sulla virulenza dei batteri, ma che ora alla Columbia University sviluppa una nuova linea di ricerca basata sulle cellule staminali pluripotenti indotte, usando le quali ha affrontato di petto la sfida dell'organogenesi: come fare un rene, o un cuore, o un pancreas a partire dalle cellule del paziente, per poter poi trapiantarlo nel paziente stesso saltando di colpo tutti i problemi di compatibilità immunologica: in altre parole, evitando a priori il rischio di rigetto. I capi di LifeDeals lo vengono a sapere, e fanno presto a calcolare che se le curve di sopravvivenza delle persone le cui polizze hanno acquistato si spostassero "verso destra" anche di pochi anni, invece di fare un grosso profitto andranno in rovina (ciò accadrebbe per esempio se tutti i diabetici vedessero la loro vita allungarsi a seguito di una specie di auto-trapianto di pancreas). I capi di LifeDeals decidono allora di non accontentarsi di mezze misure, e commissionano a caro prezzo alla mafia albanese di New York l'assassinio dello scienziato. Vengono usati i batteri del suo laboratorio, ma per maggior sicurezza a questi viene aggiunto il polonio radioattivo 210 (già noto, e non in fantascienza, perché usato a Londra nel caso di Alexander Livinenko). Rothman e il suo fido assistente soccombono in meno di due giorni, e il verdetto medico-legale è morte per tifo addominale iper-acuto contratto accidentalmente dalla Salmonella del laboratorio. È facile trovare esagerazioni nel libro di Robin Cook, soprattutto perché certamente non basta eliminare uno scienziato per fermare i progressi di quella che si chiama oggi medicina rigenerativa. Ma l'autore ha centrato in pieno due punti importanti di grande attualità. In primo luogo, gli sviluppi della biotecnologia hanno reso assai più stretti di prima i rapporti tra ricerca accademica e business: Rothman è appassionato della scienza quanto lo sono stati prima di lui altri scienziati per generazioni; ma diversamente da molti dei suoi predecessori non si dimentica di ottenere brevetti per tutti i passi avanti che fa. In secondo luogo, l'autore ha colto in pieno il potenziale esplosivo del combinare la biologia dello sviluppo (organogenesi) con l'ottenimento di cellule staminali pluripotenti dalle cellule tessutali di qualunque persona, attraverso un percorso a ritroso del differenziamento. La scala dei tempi del progresso biotecnologico è in fast forward, come è lecito in un romanzo: credo che nella realtà ci vorranno ancora parecchi anni prima di far crescere un rene o un pancreas nell'incubatore di un laboratorio. Ma il primo passo è stato fatto: in ematologia sapevamo da tempo che le cellule staminali ematopoietiche erano capaci di generare tutti i molti tipi di cellule che popolano il sangue; ora è dimostrato che da una stessa cellula staminale epatica derivano vari tipi di cellule che concorrono a formare il fegato; parimenti per il rene, e via dicendo. Produrre in vitro un organo ad personam è concettualmente fattibile.
Il resto è romanzo; la cui eroina è una studentessa di medicina socialmente tarpata da un passato difficile, ma intellettualmente brillante oltre che naturalmente bellissima, affezionata allo scienziato ora defunto. Attraverso il suo acume clinico e avventure rocambolesche riesce a capire tutto sulla natura omicida di quelle morti e ne incontra a suo rischio gli esecutori materiali: ma non ha idea di chi siano i mandanti. Quasi un segreto tra l'autore e i lettori: come un monito di quel che potrebbe succedere o forse già succede quando il big business prevale sulla scienza.

venerdì 7 dicembre 2012

La crisi esige nuovi orizzonti
di Gianfranco Fabi - http://www.lanuovabq.it07-12-2012
AnzianiC'è una domanda che risuona spesso quando in qualche dibattito partecipa un economista. “Quando usciremo dalla crisi?”. Le risposte di solito sono interlocutorie, nessuno ha più il coraggio di fare previsioni. Anche perché c'è un piccolo particolare di cui tener conto: la domanda è sbagliata. E' come chiedere a una nave di imboccare un'autostrada. Perché con il termine crisi si intende tradizionalmente un momento congiunturale, una flessione momentanea, un andamento negativo di un ciclo economico destinato prima o poi a riprendersi.Questa volta non è così.

Siamo ormai chiaramente di fronte ad un cambiamento strutturale,all'insostenibilità del precedente modello di valori economici, ad un mutamento sempre più sensibile dei rapporti tra economia e società.

Al primo posto un elemento che è alla base anche di tutti gli altri fattori di crisi: l'andamento demografico. L'ultimo rapporto sull'economia globale e l'Italia elaborato dal Centro Einaudi e curato da Mario Deaglio pone proprio “la dimensione demografica” in prima fila tra le sette debolezze dell'Europa. In secondo piano sono gli squilibri globali di tipo monetario, le posizioni ultraortodosse dei tedeschi, il vizio d'origine politico dell'euro, le scelte geo-economiche della Germania, un ipotetico complotto internazionale ed infine una dimensione “psicoanalitica” che è costituita essenzialmente dalle paure ancora una volta tedesche verso il debito e l'inflazione.

Ma restiamo alla dimensione demografica con i dati sintetici, ma estremamente significativi della Banca mondiale elaborati dal Centro Einaudi.Quello che appare con chiarezza in Europa è il sorpasso delle classi di età più anziane su quelle più giovani. Trent'anni fa un europeo ogni cinque aveva meno di 14 anni, lo scorso anno era un europeo ogni sette. E allo stesso modo se trent'anni fa gli anziani, oltre 65 anni, erano solo il 13,3%, lo scorso anno questa percentuale era salito al 17,6% superando nettamente gli under 14 fermi al 14,5%. Anche gli Stati Uniti hanno visto salire la quota degli anziani e diminuire quella dei giovani, ma ad un ritmo molto più lento anche se ugualmente preoccupante.

Per l'Italia i dati sono ancora più allarmanti. L'indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra i minori di 14 anni e i maggiori di 65 era a quota 61,7 nel 1981 ed è salito a 144,5 nel 2011 con una proiezione statistica di 207 nel 2030. La natalità in Italia è molto al di sotto del livello che sarebbe necessario per mantenere stabile la popolazione e rispetto agli anni del “baby boom” la nascite si sono praticamente dimezzate: erano state 929mila nel 1961, si sono fermate a 540 mila lo scorso anno e poco più di 100mila di queste sono avvenute da parte di almeno un genitore straniero.

Il fattore demografico non vuol dire solo riduzione dei consumi, minore domanda di nuove case, più limitata spinta agli investimenti, ma anche sul fronte opposto crescita delle spese previdenziali e sanitarie perché per fortuna si vive più a lungo e aumentano le possibilità di assistenza e di cura.

La crescita economica degli anni '80 e '90 aveva quasi permesso di nascondere questi problemi anche grazie alla facilità con cui i Paesi potevano indebitarsi per far fronte a questi squilibri. E in Europa l'introduzione dell'euro ha permesso un ulteriore decennio di tassi di interesse particolarmente bassi e quindi di forte possibilità di contrarre altri debiti.

Ma la crisi americana del 2008/2009 ha bruscamente interrotto i circuiti finanziari e ha portato a galla la debolezza strutturale dell'Europa. Ed eccoci di fronte ad una crisi che è di struttura perché sarà impossibile tornare al passato con tanti giovani e pochi vecchi e sarà necessario trovare un nuovo equilibrio tra tasse, consumi, spese previdenziali e investimenti produttivi.

La politica avrà nei prossimi anni una responsabilità molto grande, la responsabilità di costruire nuovi equilibri economici e sociali evitando che agiscano solo le forze del mercato, quelle che creano i nuovi equilibri attraverso l'inflazione, (la più ingiusta di tutte le tasse) o il fallimento in stile argentino.

venerdì 30 novembre 2012


LETTURE/ Tutto è lecito finché non fa male agli altri? - http://www.ilsussidiario.net/

Giovanni Maddalena
venerdì 30 novembre 2012
È lecito offrire soldi (3500 dollari negli Stati Uniti e 300 in India) a donne drogate per non mettere al mondo dei figli? È giusto dare un incentivo economico ai bambini delle elementari per ogni libro letto? Si può pagare un homeless per fare la coda al posto nostro e prendere i biglietti che la città di New York offre gratis per lo spettacolo shakespeariano a Central Park? C’è qualche problema nel fare del bagarinaggio sulla messa del Papa al Yankee Stadium? Una società può mettere una polizza assicurativa sulla vita dei suoi dipendenti – che ha formato e per cui ha speso dei soldi – a loro insaputa? Si può mettere in vendita il nome da dare al proprio figlio?
Sono alcune delle centinaia di questioni che compaiono nell’ultimo libro di Michael Sandel: “Quello che i soldi non possono comprare”.
Michael Sandel è da sempre un pensatore interessante. Dagli attacchi degli anni 70 alla concezione liberal-kantiana di un io indipendente dalla società fino al bestseller di tre anni fa Justice, il professore di Harvard ha il dono di far pensare attraverso casi semplici e concreti.
Nel caso qualcuno volesse delle risposte: esiste un Project Prevention che paga donne drogate per la sterilizzazione, l’amministrazione Obama ha promosso un programma per la lettura con incentivo in Texas, gli homeless in fila erano moltissimi, nonostante le proteste della Chiesa la messa papale poteva costare più di 200 dollari, Walmart ha guadagnato 300mila dollari dalla morte di un suo dipendente (mentre la famiglia non ha avuto niente), il nome in vendita – per 500mila dollari – non ha trovato acquirente.
Il ragionamento di Sandel è semplice: il mercato ha invaso sfere della società che non gli competevano. Si è passati da un’economia di mercato a una società di mercato. Partendo dall’assunto che la morale è una questione privata e non è materia di dibattito pubblico, abbiamo lasciato che il mercato invadesse quasi ogni area della vita e i tecnici del mercato sono così diventati gli unici veri arbitri della società. Ciò che Sandel propone ha in fondo la più classica matrice aristotelica. Il metodo di valutazione di un oggetto dipende dalla natura dell’oggetto. Se il mercato va bene per giudicare inflazione, disoccupazione, depressione non è detto che esso debba entrare a valutare amicizia, educazione, amore, vita e morte. L’economia ha un’applicazione limitata e non è la scienza che studia l’intera gamma delle interazioni umane. Lo scotto che si paga a non rispettare la natura degli oggetti e a piegarli alle regole di mercato, è che si ottiene l’effetto contrario: i beni si corrompono e la società diventa ingiusta.
Visivamente, Sandel identifica questa trasformazione della società con lo skybox(il palco riservato) degli stadi: lo skybox è una creazione della mercificazione dello sport che non è più stato considerato – senza dibattito – un valore sociale non soggetto al mercato. D’altro canto, la creazione dello skybox, con la distanza che genera fra spettatori ricchi e poveri, incrementa a ogni partita la possibilità che lo sport non sia un luogo comune e corrompe la concezione dello sport stesso che diventa occasione di sfoggiare uno status symbol più che di godere del gioco.
L’osservazione di per sé non è originale (oltre ad Aristotele, l’economista Hirsch l’aveva già avanzata nel 1976) ma richiama a pensare a quale sia la natura degli oggetti in questione. Il punto originale è invece il dire che, visto che la natura, anche solo funzionale, degli oggetti non è sempre (e non è più) chiara, occorre una società che favorisca un dibattito acceso su tale natura. La finta discrezione e neutralità liberale sulle scelte morali ha di fatto privato la società di uno spazio comune. Partita dall’idea che qualsiasi scelta morale vada bene purché non leda la libertà altrui, e quindi purché non entri nel sacro spazio pubblico, la società liberale si è ritrovata ad avere un solo signore dello spazio pubblico – il mercato – che alla fine ha invaso anche lo spazio delle scelte private.
L’osservazione è acuta. Lascia più perplessi, invece, il tono moralista e un po’ nostalgico di molti giudizi – lo sport ha davvero qualcosa di sacro che non può essere alterato da uno skybox? – che in fondo tradisce qualche pregiudizio di troppo e una certa incomprensione della radice della libertà umana che sta anche al fondo dello sfrenato liberismo denunciato. È la libertà in quanto capacità del bene e del possesso che è anche all’origine del mercato. È la stessa libertà che ci fa premere per qualcosa di migliore. Non si calmerà la spinta del mercato solo dicendo che il mondo sarebbe più giusto e buono se dialogassimo sulla natura degli oggetti. Il dialogo proposto da Sandel diventa un calmante razionale interessante solo per certe persone già convinte della validità di alcuni valori.
Occorrerebbe, invece, capire come quel dialogo risponderebbe di più all’esigenza di qualcosa di meglio e di buono. È la natura totalizzante della libertà – e quindi l’assolutezza della verità e del bene – che andrebbero tematizzate e affrontate.Ma questa natura totalizzante e questa assolutezza dei beni a cui la libertà tende (imperfettamente) sono ben più impopolari del dire che il mercato non è tutto.
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giovedì 29 novembre 2012

SANITÀ La ricetta americana di Monti 

Fonte: Felice Piersanti, il manifesto | 29 Novembre 2012
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Il Presidente del Consiglio ha espresso le sue preoccupazioni circa le prospettive di aumento della spesa sanitaria nei prossimi anni e ha affermato che si deve pensare a «finanziamenti alternativi». Ma che cosa sono i finanziamenti alternativi? Sono le assicurazioni private, cioè il sistema americano. In altre parole, dai sistemi europei di sanità pubblica dovremmo avviarci verso un sistema misto, un po' europeo, un po' americano. 
Ma il sistema americano, basato sulle assicurazioni private pagate dai cittadini, è pessimo e giustamente in via di trasformazione. 
E' costoso (due-tre volte quello europeo), è meno efficace, perché la durata media della vita è più bassa rispetto a quella europea e sono peggiori le statistiche di funzionalità (mortalità infantile, mortalità neonatale, etc.); é ingiusto, perché i ricchi pagano direttamente le migliori prestazioni, mentre circa 50 milioni di cittadini sono privi di assistenza. Solo con la riforma Obama, nel 2013-2014 questa vergogna sarà eliminata. Ma il paradosso consiste nel fatto che lo Stato deve comunque intervenire con i propri finanziamenti per l'assistenza agli ultra sessantacinquenni (Medicare), perché senza finanziamenti statali le assicurazioni non assicurano gli anziani, e per l'assistenza ai poveri (Medicaid). Con questi due programmi spende quasi quanto in Italia si spende per l'assistenza sanitaria a tutti i cittadini.
Ha senso in queste condizioni parlare di finanziamenti alternativi? Le risorse sono poche e la proposta di Monti è quella di ricorrere, sia pure parzialmente, a un sistema notoriamente più costoso. Non è un progetto serio, ma non è casuale: risponde a una ideologia immobile, tolemaica, che pone i mercati invece della Terra al centro del mondo, non accetta discussioni, non si confronta con la complessa realtà.
L'intervento di Monti era stato preceduto da segnali premonitori. Il mese scorso, sul Corriere della sera, un autorevole consulente del governo, Giavazzi, sostenendo che non siamo in condizioni di garantire l'assistenza sanitaria a tutti, ha proposto di limitarla ai più poveri, facendo pagare direttamente le prestazioni al ceto medio. Il rinnovamento di Giavazzi consisteva dunque nel tornare al medico condotto per i poveri. Il ministro della sanità, invece, che pure conosce benissimo il nostro Servizio sanitario nazionale, avanza una proposta bizzarra, che si sta trasformando in legge: i cittadini meno poveri dovranno pagare di tasca propria i primi trecento euro di spese sanitarie di un anno e solo per le spese successive interverrà il Servizio sanitario nazionale. In tal modo, chi è in buona salute non avrà nessun problema, mentre chi non lo è pagherà un supplemento di tasse di trecento euro l'anno, una sorta di multa per la colpa di essere malato.
Sono tutti iniziali tentativi di mettere in discussione il principio fondamentale del Servizio sanitario nazionale: ognuno paga con le tasse in proporzione delle proprie entrate e riceve l'assistenza secondo le sue necessità. E non si tratta di questioni di scarsa entità, si tratta di attentati al diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione, in un quadro generale che tende a cambiare il segno della Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Ma il problema della dinamica ascendente della spesa sanitaria per i prossimi anni è un problema reale. Pur razionalizzando ed eliminando sprechi e corruzione, la spesa sanitaria tenderà inevitabilmente a crescere: è una conseguenza del miglioramento della sanità e delle condizioni di vita che ha determinato, e ancor più determinerà in futuro, un vertiginoso aumento del numero degli anziani. Si tratta di un cambiamento epocale della demografia della nostra società, che non c'è modo di contrastare a meno che non s'imponga l'eutanasia obbligatoria degli utraottantenni. 
Un governo serio dovrebbe affrontare serenamente il problema, meglio se a livello europeo, studiando dove reperire i fondi necessari - ad esempio diminuendo radicalmente le spese militari, introducendo una patrimoniale progressiva, tassando le rendite, etc., senza mettere in discussione il servizio sanitario nazionale, in una prospettiva di medio e lungo termine. A breve termine, tuttavia, piuttosto che ridurre il finanziamento, allo scopo di rendere più economica la sanità si possono individuare alcuni problemi da risolvere: l'intreccio pubblico-privato, le grandi multinazionali farmaceutiche e della diagnostica non correttamente controllate, la diabolica lottizzazione clientelare delle Asl, la corruzione imperversante che qualche regione talvolta alimenta. Resta poi il problema di fondo: quello dell'appropriatezza delle prestazioni che, in presenza di una forte spinta privata all'utilizzo di prestazioni anche inutili e perfino dannose, dovrebbe essere fondamentale. Ma questo presuppone che si ponga l'accento su un grande sviluppo culturale e che si mettano al centro della sanità gli operatori più qualificati invece dei direttori generali lottizzati.

Cinque cose (non dette) sulla sanità I veri conti e quei dubbi sul modello Usa 

Fonte: Massimo Mucchetti, Corriere della Sera | 29 Novembre 2012
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Dopo i tagli dei letti antieconomici (-30%) le uscite per i ricoveri in pronto soccorso calate del 40 %

Mario Monti avverte che i sistemi sanitari, compreso quello italiano, potrebbero non essere più sostenibili nel tempo dalla fiscalità generale.Secondo il premier, non basterà eliminare sprechi, inefficienze e corruzione, ma ci vorranno anche altre forme di finanziamento che l'economista Fabio Pammolli ha coerentemente individuato nei fondi privati sanitari. Il tema non è nuovo, ma l'alta cattedra dal quale viene riproposto promette di renderlo materia dell'azione di governo. Per questo merita un approfondimento, che schematizzerò in 5 punti.
1) In Italia la salute è un diritto di cittadinanza. Certo, è anche materia di iniziativa economica, ma solo in seconda battuta. Il diritto alla salute coinvolge le ansie e le speranze più profonde delle persone nel momento di maggior debolezza, la malattia. Il premier ha posto un problema reale, ma lo ha fatto in termini ancora generici. Sarebbe augurabile che lo stesso premier o il ministro della Salute entrassero nel merito, per non aggiungere nuove ansie alle vecchie.
2) La spesa sanitaria non è un totem. Il Paese deve decidere se essa debba assorbire sempre la stessa percentuale del Prodotto interno lordo o se non possa crescere un po', certo in modo controllato, seguendo i cambiamenti indotti dall'aumento della vita media. Una famiglia giovane non consuma gli stessi beni e servizi di una famiglia di giovani e vecchi. Sta a noi scegliere se, a parità di risorse, vengono prima l'assistenza ai genitori anziani e alle giovani mamme o lo «smartphone» e la «trophy bag». Sono i valori a determinare l'economia o è l'economia a determinare i valori? La quota pubblica della spesa sanitaria, dicono le statistiche correnti, passerà dal 7,3% del Pil all'8,2% nel 2060. Meno dell'1% in più tra 38 anni. Proiettare a così lungo termine la spesa sanitaria pubblica è un esercizio fattibile. Farlo anche con il Pil è azzardato.Invidio gli aruspici che gettano il cuore oltre gli ostacoli della logica e della storia. Ma li prenderei con le pinze. E intanto partirei dai dati verificati.
3) Al netto degli orrendi scandali e degli insopportabili sprechi che allignano perfino in Lombardia, il sistema sanitario nazionale italiano non è il colabrodo che gli scandalizzati di mestiere dipingono. Costoro, talvolta senza accorgersene, portano acqua al mulino del sistema finanziario e delle burocrazie sindacali, che già fiutano un nuovo affare corporativo sull'assai discutibile modello dei fondi pensione. Dalla tabella che abbiamo ricostruito sui dati Ocse, risulta che l'Italia è il Paese dove la tutela della salute assorbe la minor spesa globale sia pro capite sia in relazione al Pil. E questo accade con un peso della mano pubblica di dimensione europea. Gli Usa, che rappresentano il modello alternativo, basato sulla prevalenza delle assicurazioni, è infinitamente meno efficiente e meno efficace, come rivelano i dati sulla vita media e la mortalità infantile, assai meno buoni negli Usa.
4) Il premier potrebbe andar fiero di quanto è stato fatto prima di lui. Non si parte da zero. In Italia, la spesa per ricoveri e pronto soccorso è scesa al 40% del totale grazie all'eliminazione del 30% dei posti letto antieconomici. La Germania, per dire, è molto indietro sulla strada dell'efficienza sanitaria. Prima di parlare di affari con Generali, Unipol, Allianz e Intesa Sanpaolo, i big delle polizze, il governo farebbe bene a fare il suo mestiere. Che consiste, anzitutto, nel modernizzare il servizio sanitario nazionale partendo dalle esigenze della «clientela». Se il 40% degli assistiti soffre di malattie croniche che assorbono l'80% delle risorse, andranno comunque modificati i servizi prima di pensare a come finanziarli. O vogliamo imitare certe aziende che prima fanno finanza e poi, non si sa quando, lavorano ai nuovi modelli di automobile?
5) Certo, alla fine, i soldi servono. Ma la soluzione sono davvero i fondi sanitari americaneggianti? Oggi nulla vieta di stipulare polizze sanitarie integrative. I fautori dei fondi vorrebbero che queste o altre forme condivise con i sindacati avessero sgravi fiscali tali da favorirne la diffusione. L'idea presenta quattro difficoltà. A) Dal punto di vista della finanza pubblica, la soluzione pare teoricamente neutrale: con i fondi, la maggior spesa sanitaria sarebbe sì a carico delle persone e non dello Stato, e tuttavia il bilancio pubblico, in seguito agli sgravi, perderebbe la relativa entrata fiscale. B) Anche dal punto di vista delle persone nel loro complesso l'effetto fondi sarebbe neutrale: non avrebbero maggiori imposte e contributi, ma dovrebbero accollarsi i premi della polizza. Dal punto di vista dei singoli, invece, verrebbe meno l'effetto solidaristico del servizio sanitario nazionale, perché i ricchi avrebbero una bella polizza (in molti già ce l'hanno) e i poveri ne avrebbero una misera (e non sarebbero i sindacati a migliorarla). C) L'intervento dei fondi avrebbe un senso se, dagli stessi 100 euro, fossero capaci di estrarre maggiori cure rispetto al servizio sanitario nazionale. Purtroppo, l'esperienza smentisce questo assunto. Oltre alla tabella, ricorderemo che i costi amministrativi della sanità pubblica italiana sono pari al 6%, mentre la sanità mista americana viaggia sul 15%. D) L'intervento dei fondi avrebbe di nuovo un senso se, investendo i denari degli assicurati, potessero ricavare maggiori risorse per la cura delle persone. Niente garantisce che così sia. Sul piano del rigore, se la sanità pubblica ha i suoi Daccò, le assicurazioni hanno i loro Ligresti. Una bella lotta. Sul piano finanziario, le performance medie dei fondi, come si evince dai rapporti di Mediobanca, sono deludenti. Senza contare il trasferimento all'estero di un'ulteriore quota di risparmio nazionale che i gestori immancabilmente attuerebbero per proteggersi dai rischi Paese.
Morale: se l'intervento di Mario Monti intende costringere una classe politica riluttante a organizzare meglio il prelievo, articolandolo su base regionale, dunque più vicina ai centri di spesa, e per scopi precisi, per esempio l'assistenza ai non autosufficienti o le cure odontoiatriche, va senz'altro sostenuto; se invece sottintende l'importazione del modello americano, allora sarà meglio dichiararlo apertis verbis e farsi misurare alle urne. La scelta del modello sociale, di cui il welfare sanitario è una colonna portante, interroga la democrazia, non la tecnica.