Visualizzazione post con etichetta autodeterminazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autodeterminazione. Mostra tutti i post

mercoledì 23 luglio 2014

Se l'aborto diventa un crimine a "intermittenza" di Lorenzo Schoepflin, 23-07-2014, http://www.lanuovabq.it

Un trentenne cittadino del Kansas, Scott Robert Bollig, il 9 settembre si troverà ad affrontare un processo per omicidio volontario. Il reato compiuto da Bollig, particolarmente crudele, merita di essere raccontato e commentato poiché suggerisce riflessioni di primaria importanza in merito all’aborto. L’uomo somministrò, infatti, con un sotterfugio – mescolando al pancake offerto alla propria fidanzata incinta di circa otto settimane – il mifepristone, la sostanza contenuta nella Ru486, la tristemente celebre pillola abortiva. La donna, la trentaseienne Naomi Abbott,  ebbe un aborto e, recatasi all’ospedale, fu sottoposta alle analisi del sangue che rivelarono la presenza di quello che Jerome Lejeune aveva ribattezzato pesticida umano.

Bollig aveva chiesto in precedenza alla fidanzata di interrompere la gravidanza, ma, di fronte al suo rifiuto, decise di procedere come detto, acquistando la pillola su internet. Venerdì scorso, dopo due giorni di audizioni preliminari, il giudice Glen Braun ha stabilito che ci sono prove sufficienti per iniziare il processo. Fin dallo scorso febbraio Bollig fu ascoltato sui fatti, ma, nonostante la sua confessione, il procedimento penale non aveva preso il via poiché la difesa aveva contestato la validità della deposizione dell’uomo, sostenendo che sarebbe stata ottenuta in situazioni poco chiare.

A prescindere dall’esito del processo – sarà molto interessante seguirne lo svolgimento – va registrato che un giudice ha deciso che interrompere una gravidanza senza il consenso della donna costituisce un capo d'imputazione per omicidio a carico di chi ha costretto la donna ad abortire. Il caso Bollig dunque non può essere liquidato come quello di un violento assassino, ma richiede di soffermarsi su alcuni aspetti della vicenda. Innanzitutto, va sottolineato come la pillola abortiva costituisca uno strumento di banalizzazione dell’aborto, come più volte evidenziato quando, ciclicamente e per diverse ragioni, la Ru486 diventa protagonista delle cronache italiane e internazionali.

La possibilità di acquistare la pillola online – come ha fatto Bollig – è un fatto di una gravità assoluta. Si conoscono bene le statistiche relative alle morti di donne causate dalla Ru486, ma quanto accaduto in Kansas svela un’ulteriore aspetto preoccupante del farmaco abortivo. Esso può essere utilizzato in modo estremamente semplice come mezzo di violenza sulla donna stessa, sulla quale diventa un gioco da ragazzi – un po’ di astuzia e tanta perfidia – praticare un aborto forzato. Nessuno potrà restituire alla signorina Abbott il figlio che Bollig le ha portato via con l’inganno, grazie ad una compressa. Ma, ecco, veniamo a colui che sempre è vittima innocente: il bimbo nel grembo materno.

La storia che arriva dagli Stati Uniti ci mostra una contraddizione che riguarda la natura dell’atto abortivo. Se infatti fosse stata la madre ad ingerire volontariamente la Ru486, interrompere quella gravidanza sarebbe stato un diritto intoccabile della donna, che avrebbe potuto disporre arbitrariamente della vita del nascituro. Dal momento che è stato invece il fidanzato a farla abortire, porre fine alla vita nascente diviene equiparabile ad un omicidio. In questo caso è dunque il diritto alla vita del bambino a prevalere. Siamo di fronte ad un esempio lampante di relativismo: lo stesso atto è diritto o delitto a seconda delle circostanze, il che implica che anche la natura del nascituro, persona o non persona, sia variabile con esse. E proprio l’intercambiabilità tra diritto e delitto costituisce la sconfitta del primo a favore del secondo.

Ovviamente tutto ciò è un assurdo – il bambino nel grembo materno è una persona e l’aborto è un omicidio – ma la piaga della volontà della donna che calpesta la libertà intangibile di nascere del figlio si manifesta in tutta la sua putrescenza. Tale aspetto purtroppo riguarda ogni provvedimento che introduce l’aborto legale. Con le diverse sfumature previste nei diversi Paesi (la Legge 194 italiana non fa certo eccezione), ciò che una legislazione abortista di fatto stabilisce è l’intermittenza del diritto alla vita, che cessa di essere principio non negoziabile per entrare nell’alveo di quei temi in balìa di un qualsiasi parlamento o organo giudiziario. Ma quel che è certo è che Bollig ha ucciso un bambino, indipendentemente dal consenso della madre, da un voto in un’aula o da quello che emergerà dal processo.

martedì 17 giugno 2014

Aria di eutanasia al Policlinico Gemelli di Tommaso Scandroglio, 17-06-2014, http://www.lanuovabq.it/


Il Policlinico Gemelli Nella prima puntata il prof. Mario Sabatelli, neurologo del Policlinico Gemelli di Roma e responsabile del centro SLA dello stesso policlinico, è intervistato dal Fatto Quotidiano sul caso di una malata di SLA che si è rifiutata di vedersi intubata. I medici si sono dunque astenuti dal praticarle la ventilazione artificiale. Sabatelli a tal proposito dichiara: «Trovo assurdo e violento che il destino di una persona che sta vivendo un dramma così particolare com’è di vivere con un tubo in gola, debba essere deciso da qualcuno seduto dietro a una scrivania. È violento, illogico, irrazionale, illegittimo. Per questo noi abbiamo già praticato la sospensione del trattamento – naturalmente col consenso informato - a pazienti sottoposti alla ventilazione non invasiva. E in un caso abbiamo avviato la procedura con un tracheotomizzato. Io non ho paura: stiamo facendo il bene dei pazienti». Alla giornalista che gli chiede se ha paura di finire incriminato come il dott. Mario Riccio, che aiutò Pier Giorgio Welby a morire, il professore risponde: «Riccio mi pare che sia stato prosciolto, qualcosa significherà». 

Seconda puntata che si svolge sulle pagine di Avvenire. Sabatelli chiarisce che è stato frainteso e le sue parole manipolate. Infatti specifica che se ci sono crisi respiratorie occorre intervenire con varie terapie, tra cui la tracheotomia. Essendo terapia può essere legittimamente rifiutata dal paziente stesso. Oltre al consenso (e ad altre due condizioni che qui per brevità non citiamo), il professore del Gemelli tiene a precisare che la ventilazione forzata per essere applicata deve soddisfare il criterio della proporzionalità. In altre parole ci deve essere una proporzione tra i mezzi terapeutici adoperati con relativi effetti collaterali e i benefici sperati. Il gioco deve valere la candela. 

Il criterio di proporzione per il medico romano deve essere deciso solo ed unicamente dal paziente stesso: “Io lo informo soltanto, non me la sento di consigliarlo”. Invece – secondo il Codice di deontologia medica all’art. 16 – il criterio deve essere in prima battuta oggettivo: la proporzione tra effetti negativi e benefici, nel caso concreto, deve essere valutata facendo affidamento alla letteratura scientifica e solo successivamente tenendo conto dei desiderata del paziente, desiderata che però necessariamente devono essere considerati (ad es. è solo il paziente che può darmi un responso il più preciso possibile sul dolore che sta provando). Rimane però il fatto che qualora anche una terapia ritenuta proporzionata al caso venisse rifiutata, il medico per legge dovrebbe comunque astenersi dal somministrarla.

Qualche considerazione a corollario di questa vicenda. Dunque una terapia prima di venire somministrata, secondo una erronea ma ormai consolidata interpretazione giurisprudenziale dell’art. 32 della Costituzione, può venire legittimamente rifiutata dal paziente. La ventilazione come  l’alimentazione e l’idratazione non sono terapie (non curano patologie), bensì mezzi di sostentamento vitale, e dunque di per se stesse non potrebbero essere rifiutate. Però dato che la loro somministrazione il più delle volte avviene tramite un intervento clinico (tracheotomia, Peg), questo intervento può essere rifiutato. Occorrerebbe quindi una leggina che specificasse che ventilazione, alimentazione e idratazione, al di là del mezzo di somministrazione, non sono sottoposte al vincolo del consenso del paziente.

Quindi una terapia prima di venire somministrata può essere rifiutata (se il paziente non è vigile si deve agire nel suo interesse e perciò si procede al trattamento se utile). Al contrario in costanza di terapia – il paziente è già intubato – quest’ultimo non può chiedere di interrompere la terapia perché l’intervento del medico per togliere il tubo qualificherebbe il reato di omicidio del consenziente. Quindi la legge ti dice: se vuoi puoi rifiutare anche le terapie salvavita, però non chiedere che qualcuno (il medico) ti dia una mano per toglierti la vita. Devi fare tutto da solo.

Dal piano giuridico passiamo a quello etico. Dato che la vita è un bene indisponibile, laddove ci sono cure salvavita occorrerebbe praticarle sempre anche se non c’è il consenso del paziente (affermazione questa che sappiamo irrita non poco la nostra indole iperlibertaria). A margine: le terapie salvavita sono sempre proporzionate. Anche il diritto – seppur come abbiamo visto esista il diritto al rifiuto delle cure – in un paio di casi procede in questa direzione (le antinomie non si contano nel nostro ordinamento giuridico). 

Ad esempio il tentato suicida che vuole buttarsi dal cornicione può essere legittimamente preso a forza e strappato dal cornicione dal poliziotto. In questo caso il tentato suicida non può chiedere la lesione di un suo diritto alla morte appellandosi alla violenza privata perché tale “diritto” non esiste. E dunque, se è legittimo imporre di vivere al tentato suicida, perché non è legittimo imporre di vivere al paziente? Altro caso. Ci sono ipotesi disciplinate dalla legge dove i Trattamenti Sanitari Obbligatori possono essere effettuati su persone capaci di intendere e volere: le vaccinazioni per evitare contagi ad esempio su persona adulta. In questi casi il trattamento è obbligatorio anche se il soggetto è dissenziente ed anche nel caso in cui non sia in pericolo di vita. E allora: posso costringere una persona a curarsi se la cura benefica l’intera società ed anche se la terapia non è salvavita, ma non posso costringerla se benefica solo lei e rischia di morire? La mia vita ha valore solo se ha valore per terzi?

mercoledì 4 giugno 2014

Dove vogliono arrivare le lobby pro eutanasia? Il caso svizzero del «suicidio a causa della vecchiaia», Giugno 3, 2014 Giuliano Guzzo, http://www.tempi.it/

eutanasia
Per questo è bene rimediare, rompere il muro del silenzio e raccontarle, certe storie. Perché è giusto che la gente sappia. Così da non berseli più, certi imbrogli.
Tratto dal blog di Giuliano Guzzo - Imboccata la strada dell’autodeterminazione assoluta, si può arrivare ovunque. Anche a battersi per il suicidio assistito degli anziani stanchi di vivere. Purtroppo succede veramente e non molto lontano da noi, nella vicina Svizzera, dove l’associazione Exit – che, con circa 70.000 associati, è fra le più grandi organizzazioni mondiali per l’eutanasia – riunitasi in Assemblea Generale ha votato per l’introduzione, nel proprio statuto, del «suicidio a causa della vecchiaia», assumendosi così l’impegno di dare battaglia anche su questo versante.
Non è ancora noto in quale modo  – hanno fatto sapere i vertici di Exit in un comunicato diramato nei giorni scorsi – ma probabilmente verranno organizzate conferenze e tavole rotonde con le quali verranno richieste, esercitando una convinta azione di «lobbying» (viene usata proprio questa parola), modifiche legislative che consentano quest’ulteriore passo in avanti in un Paese dove, com’è noto, la pratica eutanasica è disponibile sin dal lontano 1942. Anche se questo, contrariamente a quanti si potrebbe pensare, non sempre fa rima con effettiva tutela dell’autodeterminazione. Anzi.
Infatti, dei decessi di malati terminali – dice uno studio che ha preso in esame, fra gli altri, il caso della Svizzera – in ben sette casi su dieci la morte è preceduta da decisioni rilevanti da parte dei medici e non dei pazienti (Lancet 2003;Vol.362(9381):345-50). Non meno inquietante è lo scenario sul suicidio assistito, anch’esso previsto dalla legislazione elvetica, che (per ora) riguarda una maggioranza di persone malate di cancro, ma cui già ricorre una vasta percentuale, pari al 25% del totale, di soggetti “stanchi di vivere”, motivo – hanno scritto gli autori di uno studio – «sempre più comune per le persone che scelgono il suicidio assistito» (Inter J of Epidemiology 2014; 1–9).
Ed ora, non sazi di quanto già ottenuto, gli associati di Exit si preparano a dare battaglia pure per il «suicidio a causa della vecchiaia». Un’assurdità? Sì, anzi no, nient’affatto. Benché possa apparire estrema, la battaglia che Exit si propone di perseguire è infatti perfettamente coerente con un’impostazione culturale che assolutizza l’autodeterminazione individuale. In Italia, per non turbare l’opinione pubblica, si preferisce furbescamente circoscrivere il dibattito del cosiddetto “fine vita” a casi di malattia avanzata o disabilità gravissima, come quella che interessava Eluana Englaro (1970-2009).
Da noi nessuno oggi si sognerebbe non di battersi ma neppure di parlare del «suicidio a causa della vecchiaia» che vogliono introdurre in Svizzera, o dell’eutanasia per i minori malati in fase terminale disponibile in Belgio, a patto – almeno così affermano le regole approvate – che sia richiesta da loro stessi ed a condizione che uno psicologo abbia certificato la “capacità di giudizio” del minorenne richiedente. Giammai. In Italia quelle vecchie volpi dei radicali e dei loro sodali si ostinano a chiedere la libertà di morire vaneggiando di migliaia di casi di accanimento terapeutico. Ma è dove ora potrebbe andare la Svizzera che vogliono portarci.
Mirano a colpirci, anzi a stordirci a suon di “casi limite” parlando di malati che muoiono tra atroci sofferenze, prigionieri del loro corpo e degli ospedali dove vengono ospitati. Non ci raccontano però né della Svizzera, né del Belgio e neppure dei Paesi Bassi, dove le persone che scelgono l’eutanasia aumentano di anno in anno in modo esponenziale: dai 1923 casi del 2006 ai 3695 del 2011 ai 4188 del 2012, con un’impennata del 13% in un solo anno (Regionale toetsingscommissies eutanasie, Jaarverslag 2012;1-80:5). Delle derive assurde cui si arriva introducendo la “dolce morte” e le sue varianti, insomma, in Italia nessuno parla né vuole farlo.
Per questo è bene rimediare, rompere il muro del silenzio e raccontarle, certe storie. Perché è giusto che la gente sappia. Così da non berseli più, certi imbrogli. Così che quando in televisione o in radio si ascolterà l’ennesimo finto dibattito – con uno che si batte per il “diritto a morire” e l’altro ospite che argomenta in modo debole e approssimativo – si capirà al volo che è tutta una messinscena, o quasi. Così che se, augurandoci ovviamente non accada mai, un giorno anche in Italia arrivassero l’eutanasia, che già di suo è un crimine (non a caso il Codice penale parla di «omicidio del consenziente»), e le sue derive, nessuno possa dire che non sapeva.
@GiulianoGuzzo

giovedì 8 maggio 2014

Quando l'eutanasia non è nemmeno richiesta di Tommaso Scandroglio, 08-05-2014, http://www.lanuovabq.it/

OspedaleI favori non richiesti spesso sono sgraditi. Figuriamoci se per farti un favore ti ammazzano. Questa è la bella pensata della Società belga di terapia intensiva la quale, in documento dal titolo Piece of mind: end of life in the intensive care unit statement del febbraio scorso, propone l’eutanasia del paziente anche senza consenso di questi. L’idea nasce dal fatto che – secondo questi sedicenti dottori – sono poche le persone che chiedono di morire in Belgio, meno dell’1%, anche se sono ormai moribonde. Richiamando un loro precedente documento dichiarano che "non è solo accettabile, ma necessario interrompere il trattamento attivo in alcuni pazienti che arrivano, irreversibilmente, alla fine della loro vita". Perché dunque temporeggiare e non anticipare un evento che è inevitabile? Immemori che “quell’evento” è per noi tutti inevitabile, la Società in prima battuta chiarisce un criterio “etico” che deve guidare l’operato del discepolo di Ippocrate: “terapie che agiscono esclusivamente per prolungare artificialmente la vita non devono essere iniziate o devono essere interrotte”. A rigore tutte le terapie salvavita – chemioterapia, bypass cardiaci etc. – prolungano artificialmente la vita. Ma forse sono solo sottigliezze linguistiche.

Il documento prosegue evidenziando un fastidioso ostacolo che intralcia il lavoro degli specialisti dei reparti di terapia intensiva: “i pazienti in stato critico che muoiono in terapia intensiva di solito non sono in grado di chiedere l’eutanasia”. E poi indica la cura: “non si tratta di dare analgesici o sedativi per combattere il dolore o l’agitazione, o il cosiddetto ‘doppio effetto’ in cui gli analgesici somministrati per alleviare il dolore possono comportare l’effetto avverso di accelerare la morte. Qui è in discussione la somministrazione di sedativi con l’intenzione esplicita di abbreviare il processo di cure palliative terminali nei pazienti senza alcuna prospettiva di ripresa significativa” ed anche nel caso in cui il paziente non stia soffrendo perché tale pratica eutanasica “può effettivamente migliorare la qualità del morire” e dunque è pratica “non solo accettabile, ma in molti casi auspicabile”.

Non solo, ma i redattori del documento non si nascondono dietro ad un dito e affermano a chiare lettere che opporsi all’eutanasia non volontaria sarebbe davvero strano dato che in Belgio tali pratiche assassine sono all’ordine del giorno:  “è importante sottolineare che molte delle questioni qui discusse possono sembrare ovvie e altresì riflettono la prassi attuale”. Inoltre il documento spiega che spetta solo al medico spetta la parola finale sull’eutanasia non richiesta, seppur si debbano ascoltare i pareri di parenti e amici: “deve essere chiaro che la decisione finale viene presa dal team di assistenza e non dai parenti”. Infine “Il presente documento si applica ai bambini e agli adulti”. Più chiari di così – è proprio il caso di dirlo – si muore.

Questo lugubre parere della Società belga, pur nella sua lucida follia, è interessante almeno per tre motivi. Innanzitutto dalla qualità della vita siamo passati alla “qualità del morire”. Fino a ieri si chiedeva di morire perché la vita non era più degna di essere vissuta, ora si pensa di staccare un biglietto per un viaggio senza ritorno perché farsi ammazzare con un cocktail di sedativi è il modo migliore per tirare le cuoia. Lo scarto è impercettibile, ma significativo. La Società belga non getta nella fossa i suoi pazienti perché la vita in quelle condizioni è insopportabile, bensì per il motivo opposto: perché morire con l’ausilio della medicina è davvero bello. E’ l’elegia della morte in camice bianco.

In secondo luogo la trasmutazione della professione medica è ormai completa. Qualche anno fa l’eutanasia era il vessillo dell’autodeterminazione del paziente, lo strumento che ci avrebbe affrancato da quella medicina paternalistica che tanto ci faceva soffrire. Passato in Belgio come nei Paesi Bassi questo breve interregno dell’autonomia del malato dove lo specialista era stato ridotto sostanzialmente ad un erogatore di servizi su richiesta, eccoci che siamo ripiombati nell’era della medicina onnisciente che si sostituisce alla volontà del paziente. E dunque semaforo verde all’eutanasia non richiesta qualora –ad insindacabile giudizio del medico – questa venga prestata nel miglior interesse del paziente stesso (“principio di beneficialità” lo definiscono questi medici belgi). Dall’autodeterminazione nel morire all’eterodeterminazione: in diritto penale si chiama omicidio.

In terzo luogo il Belgio in campo bioetico si segnala perché gioca a carte scoperte.  Solo pochi mesi fa è stata introdotta l’eutanasia infantile (che per sua natura è facilmente praticabile senza consenso del piccolo paziente) ed ora si alza la posta: eutanasia imposta anche senza autorizzazione del malato e ascoltando il parere di parenti e amici con un solo orecchio. La novità non risiede solo nella mancanza di consenso del paziente, ma nel fatto che tale proposta, come quella della “dolce morte” infantile, non mira ad ulteriori obiettivi nascosti come ad esempio avviene qui in Italia. Tempo fa infatti si discuteva nel nostro Parlamento di varare una legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma era solo una testa di ponte per avere l’eutanasia. Cambiando tema, ma non cambiando musica, anche il Ddl Scalfarotto – per stessa ammissione del suo primo firmatario – non persegue tanto l’obiettivo di eliminare le discriminazioni a sfondo “omofobico”, bensì vuole sdoganare le “nozze” gay. In Belgio invece questa fase di mascheramento è ormai abbondantemente superata. Non si hanno peli sulla lingua e non si hanno remore a sostenere che l’eutanasia è cosa buona e dunque perché non elargirla a tutti, volenti o nolenti?  Non si usano più cavalli di Troia per vincere le battaglie, ma a viso aperto si chiede quello che si ritiene un diritto sacrosanto. Senza troppi infingimenti.

sabato 15 marzo 2014

Scordatevi l’eutanasia ai bambini. In Belgio già si invoca «l’eutanasia senza richiesta» (avete capito bene),15 marzo 2014 di Leone Grotti, www.tempi.it

In Belgio l’eutanasia per i bambini è stata approvata da pochissimo ma c’è già chi vuole «andare oltre» e legalizzare la cosiddetta «eutanasia non richiesta». In un articolo pubblicato sul belga Le Soir, Jean-Louis Vincent, capo del reparto di terapia intensiva all’ospedale Erasme ed ex presidente della Società belga di terapia intensiva, chiede una legge che «condanni l’accanimento terapeutico» e che quindi «autorizzi la pratica dell’eutanasia “non richiesta”».

EUTANASIA NON RICHIESTA. Si parla di accanimento terapeutico quando un medico si ostina a praticare sul paziente trattamenti sanitari sproporzionati rispetto all’obiettivo terapeutico, cioè il miglioramento della salute o la guarigione. Tutte le legislazioni nel mondo occidentale proibiscono esplicitamente l’accanimento terapeutico nel rispetto del benessere del paziente ma da qui a chiedere l’autorizzazione «dell’eutanasia non richiesta» il salto è enorme.
Proponendo di legalizzare l’uccisione di una persona senza che questa lo richieda, il professor Vincent avanza lo stesso argomento già usato agli albori della discussione sull’eutanasia ai minori: «L’eutanasia non richiesta», per quanto illegale, «è praticata più che regolarmente in Belgio» e quindi andrebbe adottata.

«ACCELERARE LA MORTE». Per essere chiari, non si tratta di cessare cure vitali a un paziente ma di «somministrare dosi importanti di calmanti per affrettare la morte di quelle persone la cui qualità della vita è diventata insufficiente. Questi malati non sono abbastanza coscienti per fare una richiesta esplicita [ma] sono in uno stato di sofferenza incontrollabile». Poiché quindi nel «contesto della terapia intensiva» un paziente non è in grado di chiedere l’eutanasia, dando per scontato che è proprio quello che desidera ci penserà il medico ad «accelerare la sua morte» .

«ACCORCIARE LE CURE PALLIATIVE». Secondo il dottore «dobbiamo spingerci più in là» e sottoscrive un documento redatto di recente dalla Società belga di terapia intensiva: «Bisogna discutere della somministrazione di agenti sedativi con l’intenzione diretta di accorciare il processo di cure palliative terminali a casa dei malati senza prospettive di miglioramento significative».
Ma c’è di più, perché «accorciare il processo di fine vita (…) può a volte essere appropriato anche se il paziente non è in una situazione di disagio, per migliorare la qualità del suo fine vita». Eutanasia non richiesta, quindi, potrebbe anche essere imposta a chi non soffre e soprattutto andrebbe a sostituire le cure palliative, vera alternativa all’eutanasia ma costosissima per la casse dello Stato.

ADDIO AUTODETERMINAZIONE. Quindi, conclude il professore, poiché «il primo obiettivo della medicina è restaurare o mantenere la salute, cioè il benessere dell’individuo, e non mantenerlo in vita a tutti i costi», bisogna organizzare «una discussione aperta e collegiale» per approvare l’eutanasia «in accordo con la famiglia, quando la qualità della vita del paziente è troppo mediocre e senza che il paziente in questione debba firmare alcun documento».
L’articolo di Vincent smonta definitivamente il mito dell’autodeterminazione come primo motivo per approvare l’eutanasia. Se questa proposta verrà approvata, infatti, nessuno potrà decidere di morire quando vuole ma la morte verrà imposta dal medico «in accordo con la famiglia». E se un paziente volesse vivere anche se la sua «qualità della vita è mediocre»? Non si saprà mai, perché nessuno l’avrà interpellato.

@LeoneGrotti

lunedì 21 ottobre 2013

«Mia madre non era malata ma l’hanno uccisa con l’eutanasia». In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio - Ottobre 21, 2013, Leone Grotti, http://www.tempi.it/

Foto: «Mia madre non era malata ma l'hanno uccisa con l'#eutanasia». 

In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio. L'abbiamo visto e qui ve lo raccontiamo
www.tempi.it/mia-madre-non-era-malata-ma-l-hanno-uccisa-con-l-eutanasia-in-un-film-la-verita-sugli-abusi-della-legge-in-belgio

Nel documentario di Pierre Barnérias medici e parenti delle vittime raccontano la realtà della “buona morte”. Che permette veri e propri «omicidi camuffati»
La mamma di Marcel Ceuleneur (nella foto con la nipote) non era in fase terminale, anzi, non era neanche malata, salvo gli acciacchi dell’età avanzata, e non soffriva di dolori insopportabili. Eppure «le hanno fatto l’eutanasia, anche se la sua situazione non soddisfaceva i criteri stabiliti dalla legge». Quello della madre di Marcel è solo uno dei tanti casi di eutanasia in Belgio, in costante crescita negli anni e legale dal 2002: se “appena” 235 persone vi hanno fatto ricorso nel 2003, nel 2011 sono diventate già 1.133.

LAVAGGIO DEL CERVELLO. Dopo le tante testimonianze raccolte da rapporti indipendenti sull’abuso dell’eutanasia nel paese, dove solo il 20 per cento dei casi viene dichiarato, è uscito da poco un documentario intitolato “Eutanasia, fino a dove?” (si può vedere qui, in francese) che raccoglie storie e testimonianze, come quella di Manuel, che documentano l’abuso della legge. Manuel è un sindacalista che non aveva mai avuto niente da ridire sulla “buona morte”, fino a quando non ci è passata sua mamma. «Io ero contrario all’eutanasia di mia mamma – racconta nel documentario realizzato dal giornalista Pierre Barnérias – il suo medico di fiducia era contrario, così come tutta la mia famiglia. Lei non aveva mai parlato di eutanasia, per giunta, se non dopo aver conosciuto un medico che le ha fatto il lavaggio del cervello e l’ha uccisa senza che ci fossero le precondizioni stabilite dalla legge. La verità è che dicono che vale solo in certi casi, ma poi succede tutt’altro».

CONTROLLORI NON CONTROLLANO. Secondo la legge solo un malato in fase terminale e senza speranze cliniche, attraverso ripetute domande scritte, dopo la valutazione di un secondo medico e di una équipe di infermieri può ottenere l’eutanasia. Ma secondo quanto dichiarato nel documentario dalla presidente della Commissione di controllo che deve assicurarsi che la legge non venga abusata, «noi riceviamo direttamente le dichiarazioni dei medici, che spesso sono compilate in modo incompleto. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di valutare il numero reale di casi di eutanasia praticati nel paese». La Commissione, infatti, valuta i rapporti inviati dai medici e non è in grado di fare controlli indipendenti.

ALTRO CHE AUTODETERMINAZIONE. Etienne Montero, docente alla facoltà di Diritto di Namur, capitale della Vallonia, conferma che «non si può controllare l’eutanasia, l’ha ammesso la stessa Commissione di controllo. È chiaro che un medico che va contro la legge non si denuncia da solo: o non riporta alla Commissione il caso di eutanasia o riempie male i moduli o li falsifica. Secondo uno studio recente, solamente in un caso di eutanasia su due è stato raccolto il consenso scritto dei pazienti. Questo è illegale. L’ideologia alla base di questa legge è il rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione, ma è evidente che viene contraddetto ogni giorno nei fatti».

«SAREMMO TUTTI ASSASSINI». Lo sanno bene gli stessi medici che praticano l’eutanasia. Il dottor Marc Cosyns, intervistato nel documentario, afferma: «La legge sull’eutanasia belga è molto simile a quella olandese. Ma non è così rigida, si può interpretare molto da caso a caso. Il problema più grande del Belgio è che ci sono dei pazienti dementi o malati mentali che non possono più esprimere il loro consenso. Per loro oggi è impossibile applicare l’eutanasia rispettando la legge e quando lo si fa, non si dichiara niente al governo. È chiaro che questa cosa è un po’ illegale, infatti bisogna cambiare il sistema perché attualmente potremmo essere tutti definiti dalla legge assassini. Noi invece facciamo solo quello che i pazienti ci chiedono».

IL RACCONTO DELL’INFERMIERA. Claire-Marie Le Huu, infermiera belga conferma in video la leggerezza con cui viene somministrata la “buona morte”: «Ho assistito a tanti casi di eutanasia somministrata in modo illegale. In uno dei primi, un anestesista una volta mi ha chiesto di aiutarlo con una persona che aveva chiesto di morire. Io mi sono rifiutata perché quell’uomo non soffriva assolutamente in maniera insopportabile e non c’erano i requisiti previsti dalla legge. L’ho detto ai miei capi, ma dalle loro risposte evasive ho capito che era una pratica consolidata. Quell’uomo alla fine è morto e come lui tanti altri. Spesso non c’è nessuna richiesta scritta: si chiede alle persone tre volte se vogliono l’eutanasia invece che le cure palliative, e la loro risposta orale è considerata sufficiente».

EUTANASIA PER L’EREDITÀ. Uno degli argomenti usato spesso contro l’eutanasia in Belgio è che può portare a veri e propri omicidi legalizzati, convincendo persone anziane e sole che la morte è la scelta migliore, facendole sentire un peso per la società e la famiglia. Una storia simile raccolta nel documentario viene racconta da Catherine (foto sopra), signora anziana che preferisce mantenere l’anonimato totale: «Dopo la morte di suo marito, mia sorella è rimasta sola. Era anziana, i suoi due figli medici la controllavano spesso e quando si sono accorti che un uomo andava sempre in casa sua per farle i lavori di casa, hanno avuto paura che lei dilapidasse tutti i risparmi che aveva. Per questo l’hanno convinta a fare l’eutanasia. Avevano tutti i moduli in ordine, tranne il fatto che mia sorella non era malata. Io poi non sono neanche stata informata della sua scelta. La verità è che i figli hanno deciso per lei e l’hanno fatto per avere la sua eredità. Una legge che permette queste cose è una mostruosità totale».

GIUDICI IMPOTENTI. Se la signora non si è rivolta ai tribunali, Marcel (foto a fianco) ha provato a chiedere giustizia per sua mamma. «Primo ho scritto a due ministri della Giustizia, che mi hanno ignorato, poi ho chiesto alla commissione di controllo di indagare ma non hanno fatto nulla». Per questo si è rivolto ai tribunali, ma dopo quattro anni di procedure i giudici hanno rigettato la sua richiesta: la madre aveva espresso il suo consenso al “trattamento”. «È tutta una farsa – commenta sconsolato Marcel – i giudici non si metteranno mai contro un sistema consolidato. Per cambiare la situazione basterebbe che la Commissione di controllo facesse il suo lavoro: controllare l’eutanasia. Ma non lo fanno».

«LIBERTÀ DI MORIRE?». Pierre Barnérias, che si è avvalso dell’aiuto di due giornalisti per realizzare il documentario, ha lavorato per 23 anni per diversi televisioni francesi come France 2, France 3, TV5 Monde, TF1 e molte altre. Dopo aver realizzato il documentario l’ha proposto a tutte le televisioni belghe e francesi ma nessuna ha voluto mandarlo in onda. Per questo ha deciso di pubblicarlo lo stesso su internet: «Sono rimasto perplesso dal rifiuto delle televisioni di mandare in onda la mia inchiesta – afferma in un’intervista – Ci ho messo due anni, dal 2011 al 2013, e ho raccolto testimonianze incredibili, di veri e propri omicidi mascherati. Il mio obiettivo non era quello di bloccare la legge, ma solo di far riflettere sulla libertà di morire e sul potere incontrastato di cui godono i medici».

venerdì 30 agosto 2013

«L’eutanasia è spinta da un’autodeterminazione illusoria», 29 agosto, 2013, http://www.uccronline.it/

CHAassembly_MM_06-14-10_

Il dibattito pubblico sul fine vita fa certamente affiorare in superficie le domande sul senso della vita e della morte, sul valore della sofferenza. Per questo il centro culturale Crossroads ha organizzato un incontro a New York il 20 giugno scorso, con Daniel Sulmasy che è Kilbride Clinto Professor di Medicina ed Etica all’Università di Chicago e direttore associato del McClean Center for Clinical Medical Ethics.

Riportiamo alcune sue parole, davvero molto interessanti, dell’intervista a “Tracce” : «Il diritto di morire è uno dei diritti più bizzarri da rivendicare, perché è un po’ come reclamare il diritto del sole a sorgere: non abbiamo scelta, moriremo tutti in ogni caso. In realtà il dibattito è sorto dal desiderio di impedire che un paziente venisse tenuto in vita artificialmente per un tempo troppo lungo. Successivamente però si è trasformato nella richiesta del diritto di essere uccisi o di uccidersi. Fondamentalmente credo che questa sia cattiva medicina, cattiva morale e cattiva politica». Una una pretesa di libertà, contraddittoria perché «affermare che la giustificazione dell’eutanasia sia un diritto illimitato all’esercizio della libertà è incongruente, perché nell’atto di ucciderci distruggiamo le basi dell’argomentazione, ovvero il nostro stesso essere, e perciò la nostra libertà e capacità di agire nel mondo».

Mentre le associazioni mediche lo capiscono, «uno dei problemi principali è che l’opinione pubblica non si rende conto che questa pratica mina le basi stesse della medicina». Se il valore intrinseco è il valore che una persona ha in virtù del fatto che è un essere umano, e questa è la base di ogni morale e certamente della medicina, il valore attribuito è il valore che conferiamo a noi stessi o che gli altri attribuiscono a noi. Quest’ultimo «è all’origine dell’idea che un adulto con il pannolone sia, nel senso del valore attribuito, privo di dignità. La domanda però è: l’attacco che la malattia porta al valore attribuito di una persona riesce mai a distruggere completamente la sua dignità? Credo che la risposta debba essere no. Se un paziente è in coma e noi diciamo che ha perso la razionalità, e quindi il fondamento della propria dignità, e quindi il proprio valore, diciamo una cosa sbagliata. Quando diciamo che i medici possono uccidere un paziente, ancorché con il suo consenso, stiamo dicendo che esistono persone a proposito delle quali possiamo a buon diritto affermare che non hanno valore. E se è così, il fondamento etico della medicina viene minato irreparabilmente, insieme a quello di tutta la morale».

A volte le persone malate sono vittime anche di un’altra problematica: non essendoci «modo per diventare biologicamente immortali, messe di fronte a questa profonda realtà metafisica, alcune persone hanno una reazione istintiva, debole: poiché non posso sconfiggere la mia mortalità, la rivendico uccidendomi. Ma è solo un’illusione di controllo e di libertà, perché mette capo alla morte dell’individuo». L’eutanasia ha preso piede sopratutto in Europa settentrionale, «penso che il successo di questa mentalità dipenda dall’indebolimento dei valori religiosi e da un senso di autorità tipico di certe persone benestanti e istruite, convinte che il senso dell’essere umani sia nell’esercitare il controllo. Gran parte di loro non si rende conto che questa pretesa di controllo è in ultima analisi illusoria». Queste persone, al contrario di quelle meno benestanti, «si illudono di essere padrone del proprio corpo perché sono padrone di tante altre cose nel mondo che le circonda. Ma in ultima analisi si tratta di un’illusione, anche per l’Occidente industrializzato. Non esercitiamo alcuna autorità sui momenti fondamentali della nostra esistenza. Per quanti progressi possa compiere l’ingegneria genetica, non potremo mai scegliere i nostri genitori. Non potremo scegliere di nascere o di non nascere, o di non morire. Non possiamo imporre a qualcuno di amarci. Questa filosofia del controllo, che oggi sembra essere una forza predominante, non può spiegare la nascita, la morte e l’amore, perciò mi sembra un sistema filosofico piuttosto debole».

Non si può infine non osservare il piano inclinato inevitabile una volta che si apre lo spiraglio all’eutanasia: «Per vederne l’impatto reale, dobbiamo osservare i Paesi Bassi dove l’eutanasia era illegale ma non perseguita; poi è diventata legale, ma solo per chi era in grado di esprimersi e scegliere liberamente. Oggi, all’atto pratico, subiscono l’eutanasia anche persone che non sono in grado di intendere e di volere, perché la famiglia decide al posto loro: “La mamma non vorrebbe andare avanti così”. Di fatto, il 32 per cento delle morti per suicidio assistito sono non-volontarie. Quindi si è passati dal volontario al non-volontario, e inoltre ora si passa dagli anziani ai bambini». Tutto si basa «sull’assunto che la persona malata preferirebbe essere morta e che sia più pietoso ucciderla. Inoltre, l’eutanasia non riguarda più solo i malati terminali, come prevede la legge: viene praticata a persone depresse che non sono riuscite a curarsi, e si afferma che la loro depressione è terminale perché si suiciderebbero se il medico non praticasse loro l’iniezione letale». E ancora: «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?».
Medici, attacco alla libertà di coscienza di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 30-08-2013, http://www.lanuovabq.it/

Medico

C’è un detto che dice: “Se al peggio non c'è mai fine, al meglio non c'è neanche inizio”. Ed è questa l’impressione che si ha leggendo il codice di deontologia medica in via di preparazione, ora che finalmente lo si può leggere per intero sul sito del sindacato FIMMG di Roma a cui siamo grati per l’opera di trasparenza. 

Stupisce che di un tale testo, accreditato dell’approvazione unanime da parte dei medici, al momento che scriviamo continua a non esservi traccia sul portale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici che si è incaricato di stilare i 79 nuovi articoli che lo compongono. In effetti se ci era parso di sentire odore di bruciato leggendo dell’abolizione del termine “paziente”, ora che abbiamo aperto il forno di questa “Hell Kitchen” deontologica, ci siamo trovati davanti ad un codice davvero indigeribile. 

Sono così gravi e numerosi i cambiamenti apportati che dopo la prima lettura siamo rimasti di stucco. Possibile? Una cosa di questo genere dovrebbe essere vincolante? Ma chi l’ha scritto? Quando? Come hanno proceduto? Ancora è avvolto tutto nel mistero, anche se alcune notizie cominciano a filtrare. 

L’operazione più violenta messa in atto nell’attuale bozza è senza dubbio quella contro la libertà di coscienza del medico. Di fatto, se passa l’attuale codice, al medico a cui venga richiesta una prestazione che confligge con i propri convincimenti etici non restano che due alternative: o soccombere e fare quello che per lui è immorale, oppure essere deferito all’ordine rischiando la radiazione dall’albo professionale e non potere più esercitare la medicina. 

Lo ripetiamo in termini chiari e drammatici: questo è il più subdolo colpo sparato contro la libertà del medico. Tre sono i siluri che gli estensori della bozza hanno lanciato contro la clausola di coscienza. Nel codice ora in vigore il medico a cui venga richiesta una prestazione può rifiutarsi di compierla se essa viola il suo convincimento morale o scientifico. Nel nuovo codice invece si afferma che il rifiuto possa essere sollevato solo nel caso tale richiesta violi i convincimenti morali e scientifici. La sostituzione della congiunzione disgiuntiva con quella congiuntiva fa sì che laddove il trattamento richiesto abbia validità scientifica, il medico non possa più rifiutarsi sulla base del solo convincimento di coscienza. Si ha così un cambiamento rivoluzionario dell’atto medico: non più in scienza e coscienza, ma in scienza solamente, la coscienza è un optional.

La seconda bordata è ancora più subdola della prima. Mentre nel codice attuale il rifiuto di atti in conflitto con la coscienza del medico è sempre legittimo tranne nei soli casi in cui ciò sia “di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita”, nella bozza elaborata nel pensatoio oscuro viene eliminata qualsiasi connotazione di gravità ed urgenza; il medico non può rifiutarsi se ciò è “di nocumento per la salute della persona assistita”. Per capire la portata di questo cambiamento, si deve spiegare che nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non meramente l’assenza di malattia o infermità”. Ne deriva che affinché il medico sia deferito all’ordine dei medici e sanzionato basterà che il paziente dica: “Tu mi turbi!”. È facile immaginare in quali stanze si leverebbero calici di champagne al vedere i medici del pronto soccorso del Policlino Gemelli e della Casa Sollievo della Sofferenza costretti a prescrivere l’ultimo ritrovato microabortivo o a togliersi per sempre il loro camice bianco.



Terzo colpo: obbligo di indirizzo. Il medico non ha più solo l’obbligo di fornire ogni utile informazione e chiarimento, ma anche quello di assicurarsi che il paziente possa fruire di quella stessa pratica che egli ritiene immorale. In disprezzo delle più evidenti norme che regolano la teoria morale dell’azione, qui l’unica accoglienza è assicurata ad un amorale fisicismo farisaico che più o meno impone questo genere di obiezione: “No, signora, mi dispiace, io sono obiettore di coscienza, non faccio gli aborti, ma l’accompagno dal collega che la farà abortire”. Una comprensione ed un rispetto davvero “esemplari” di che cosa significhi libertà di coscienza. 

Se un Creonte deontologico falsamente pluralista intende davvero imporre un giogo di questo genere, allora non rimane che la via della pluralità deontologica e, se necessario, della pluralità ordinistica. Si tratta di una battaglia di uomini eretti in camici retti, una battaglia di libertà per continuare a guardare negli occhi il paziente e i colleghi dalla loro medesima altezza.

sabato 4 maggio 2013


Eutanasia. Una volta aiutare l’aspirante suicida significava tenerlo in vita, oggi aiutarlo a morire - maggio 3, 2013 Eugenia Roccella - http://www.tempi.it

la-scelta-di-piera-eutanasia

tratto dal blog di Eugenia Roccella – Quando oggi si parla, come fanno i radicali [che hanno lanciato la campagna per l'eutanasia legale con il video La scelta di Piera], di eutanasia, non si parla di un nuovo diritto, ma di un problema antichissimo, quello del suicidio.
Dobbiamo decidere come il singolo e la comunità si pongono davanti a qualcuno che, per qualunque motivo, vuole porre fine alla propria vita. Fino ad oggi, “aiutare” l’aspirante suicida voleva dire cercare di trattenerlo in vita, aiutarlo a sopravvivere alla propria sofferenza grazie alla solidarietà e al sostegno concreto.

Oggi rischia di voler dire aiutarlo a morire, magari in modo burocratico, sottoponendolo a un questionario, verificando che entri nella casistica prevista e porgendogli un bicchiere (che però deve bere da solo, per assumersene la responsabilità personale).

In questo modo passiamo da una società che cerca di farsi carico di ogni persona, ad una che si libera della responsabilità morale e materiale dell’altrui sofferenza, e si limita a porgere una bevanda di morte.

giovedì 11 aprile 2013


Eterologa, gli abbagli dei giudici "sponsor" di Alberto Cambino, Avvenire, 11 aprile 2013



I magistrati di Milano puntano su autodeterminazione della coppia, diritto alla salute e principio di uguaglianza per riformare la legge 40 che hanno rinviato alla Consulta. Ma così si forzano normative e assunti medici stravolgendo l'idea di famiglia

La Consulta dovrà decidere sulla legittimità del divieto di fecondazione eterologa. In particolare il Tribunale di Milano ritiene che il divieto si porrebbe in contrasto con il diritto all'autodeterminazione della coppia, in relazione alla procreazione e al diritto di fondare una famiglia; il principio di eguaglianza tra coppie, che sarebbero discriminate in base al grado di sterilità e infertilità; il diritto alla salute della coppia.

In ordine al primo profilo (autodeterminazione della coppia e vita privata familiare), intanto occorre stigmatizzare un uso distorto delle disposizioni della Convenzione europea. Infatti mentre la Convenzione distingue tra diritto alla vita privata e diritto alla vita familiare, l'ordinanza di Milano richiama un presunto «diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare», indebitamente compattando gli interessi della famiglia in un solo fatto tutto privatissimo. La famiglia, in altri termini, non è più una comunità dove si rispetta la dignità di ciascun componente, ma diventa ciò che «privatamente» si vuole che sia. Non è così però per l'articolo 29 della nostra Costituzione, che indica come famiglia quella fondata su due sole figure genitoriali, e non tre, come accadrebbe ove si ammettesse un padre civile, coniugato con la gestante dell'ovulo fecondato dal seme del padre naturale-donatore. E anche il richiamo dei giudici milanesi a un dato sociale in continua evoluzione non può travolgere il dato invalicabile dell'esclusiva competenza in materia di famiglia attribuito alle «leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio» (Cedu) e non alla sensibilità della giurisprudenza.

Quanto alla violazione del principio di non discriminazione in base al diverso grado di sterilità, certamente discriminazione ci sarebbe se esistesse davvero nel nostro ordinamento un diritto assoluto ad avere un figlio. Qui però ci troviamo davanti a un bisogno che se precluso per motivi di ordine genetico, e non per un impedimento di altri, non comporta «discriminazione». Anzi, ove si intendesse rimuovere tale impedimento attraverso una fecondazione eterologa avremmo allora sì una discriminazione ma nei confronti del nascituro che sarebbe leso nella sua integrità psico-fisica. Nessuna legge potrebbe, infatti, precludere al figlio, al pari di qualsiasi altra persona, di conoscere i dati sanitari, fisici e anagrafici del padre naturale e, dunque, le proprie origini, e quindi la paternità naturale. Tale rivelazione della doppia paternità si rivela devastante in quanto gli equilibri affettivi vengono inesorabilmente minati all'interno della famiglia in cui il figlio cresce (si pensi al forte squilibrio emotivo tra due coniugi, una genitrice biologica, l'altro no) e nei confronti del padre biologico, donatore del seme, con il quale è sostanzialmente reciso ogni legame affettivo pur essendo egli in vita e pur potendo un giorno essere chiamato in causa dal figlio. Perché creare una nuova generazione di figli «diseguali» in nome dell'autodeterminazione e della non discriminazione di una coppia che non può avere figli?

È anche il riferimento dei giudici milanesi ad una lesione al diritto alla salute appare quantomeno malposto. Intanto è facile osservare che non sarà certo una maternità provocata con il seme di un estraneo a rimuovere la sterilità del partner, che evidentemente rimarrà tale. Dunque non si comprende quale sarebbe il diritto alla salute «riparato».

È evidente che serpeggia nella concezione del Tribunale di Milano una visione della salute di tipo sociale, esistenziale. La sterilità è in realtà mancata realizzazione del desiderio di genitorialità che appunto con il ricorso all'eterologa si sanerebbe. Ma è questa una corretta concezione del diritto alla salute in termini costituzionali?

Infine, questo presunto rimedio al benessere della coppia può giustificare il rischio dello scivolamento inesorabile verso pratiche di selezione eugenetica? La fecondazione eterologa è infatti preceduta da esami sul codice genetico dei possibili donatori; il risultato di tali esami diventa nella prassi elemento determinante, così compiendosi un passo pericolosissimo verso la selezione del genere umano con categorie di persone a patrimonio genetico «selezionato» e, dunque più efficiente, e persone fecondate naturalmente con possibili difetti genetici. E certamente le assicurazioni private valuteranno tale circostanza.


mercoledì 27 marzo 2013


EUTANASIA PER I BAMBINI/ Il medico: così il Belgio legalizza la cultura della morte - mercoledì 27 marzo 2013 - http://www.ilsussidiario.net

EUTANASIA PER I BAMBINI/ Il medico: così il Belgio legalizza la cultura della morte

Dopo essere stata approvata oltre dieci anni fa, presto l'eutanasia in Belgio potrebbe essere consentita anche ai minorenni. Il Senato ha infatti riaperto i dibattiti volti a modificare la legge sulle richieste di eutanasia nel tentativo di ampliare tale possibilità anche ai minori di 15 anni e ai malati di Alzheimer. Su iniziativa di Philippe Mahoux, colui che nel 2002 firmò la legge con cui venne ufficialmente introdotta l'eutanasia, il Senato belga ha iniziato ad ascoltare alcuni esperti. Il paese oggi è in subbuglio e se - da una parte - gli studi di una ricercatrice dell'Università di Gand rivelano che circa il 50% dei decessi dei bambini al di sotto di un anno in Belgio è ricollegabile a una forma di eutanasia (attiva o passiva), si organizzano grandi marce per la vita da parte dei cristiani in tutto il paese. Noi ne abbiamo parlato con il dottor Renzo Puccetti, specialista in medicina Interna e socio fondatore dell’Associazione Scienza & Vita.

Come giudica quanto sta avvenendo in Belgio?

Il mio giudizio non potrebbe essere più negativo. Una volta infranto il principio della indisponibilità e inalienabilità della vita umana, ecco che inevitabilmente sopraggiungono molti altri tipi di violazione.

Cosa intende?

Prendiamo l'esempio dell'Olanda: iniziando con l'aborto, ben presto è stata legalizzata anche l’eutanasia, poi progressivamente allargata a sempre più casi. Inizialmente era infatti prevista solo per i pazienti in fase terminale, poi per quelli cronici, poi anche per quelli con malattie psichiche, fino ad arrivare addirittura all’eutanasia non volontaria. Infine ecco il Protocollo di Groningen che prevede l’eutanasia per i neonati affetti da patologie che, tra l’altro, sono perfettamente compatibili con la vita, come la spina bifida.

Anche il Belgio sta quindi percorrendo la stessa strada?

Proprio così. Dopo aver legalizzato l’eutanasia nel 2002, è come se il percorso fosse stato già scritto. Resta però il fatto che, dal punto di vista strettamente medico, l’eutanasia rappresenta semplicemente la volontà di eliminare un problema eliminandone il portatore: c’è una sorta di imprinting ideologico volto a definire la possibilità che si possa vivere una vita senza sofferenze. E’ proprio questo il motivo per cui l’eutanasia viene legalizzata.

Cosa ne pensa?


E’ illusorio pensare di porre dei confini alla sofferenza, perché parliamo di qualcosa di soggettivo che può essere esistenziale o causata da una grave malattia. Vorrei ricordare il caso di un uomo che in Olanda ottenne l’eutanasia semplicemente perché, arrivato a un’età avanzata e senza alcuna patologia, non trovava più un motivo per vivere. Sempre in Olanda, inoltre, sono già state eseguite eutanasie su pazienti affetti da malattie mentali e malattie neurologiche, come il morbo di Alzheimer.

Quello che si sta cercando di fare anche in Belgio... 

Certo, ma questo è decisamente contraddittorio rispetto a chi propone l’eutanasia come strumento dell’autodeterminazione. Citando dati recenti, uno studio del 2011 ha evidenziato che l’84% dell’eutanasia in Belgio viene effettuata nella regione fiamminga.

Cosa significa?

Che esiste un evidente problema culturale, perché non è possibile che quasi tutte le malattie terminali siano registrate proprio in quella parte del Paese. Un altro studio del 2010, invece, mette in evidenza che, sempre in Belgio, 1 eutanasia su 3 viene eseguita senza il consenso del paziente. E' proprio su questi numeri che si infrange il “mito” dell’autodeterminazione.

(Claudio Perlini)

© Riproduzione Riservata. 


lunedì 21 gennaio 2013


L'Irlanda respinge l'attacco alla vita
di Lorenzo Schoepflin - http://www.lanuovabq.it
21-01-2013
Eutanasia in Irlanda

Suicidio assistito legale? No, grazie. E’ questo l’orientamento manifestato dai tre giudici dell’Alta Corte irlandese, chiamati a esprimersi sul caso della signora Marie Fleming, costretta alla seggiola a rotelle dalla sclerosi multipla, diagnosticatale nel 1986. Da allora, il progressivo peggioramento della malattia ha fatto sì che oggi la donna si trovi in una condizione di grave disabilità, afflitta da forti dolori e difficoltà a deglutire. Una situazione che la signora Fleming non sopporta e che l’ha spinta a ricorrere contro la legge che in Irlanda punisce coloro che collaborano al suicidio di una persona, per permettere al suo compagno, Tom Curran, di aiutarla a morire.

Il signor Curran è, da febbraio 2011, il punto di riferimento europeo per la nota associazione Exit International, capeggiata dal cosiddetto “Dottor morte australiano”, Philip Nitschke, e che fa dell’impegno a favore di eutanasia e suicidio assistito una missione a livello planetario. 
Riguardo a Curran, nella sua breve scheda di presentazione sul sito di Exit, si fa riferimento a una «ragione molto personale» che ispira il suo attivismo. Una ragione per la quale si dice pronto ad andare in carcere. 
Già nel 2010, in un’intervista all’Irish Mail, l’uomo si era detto disposto a perdere la propria libertà pur di aiutare Marie a morire. Una determinazione espressa anche adesso, durante il programma “Momenti di verità”, mandato in onda dall’emittente televisiva pubblica RTE.

Una ferma volontà che si scontra dunque con la sentenza della Corte, i cui contenuti sono trapelati su molti organi di informazione d’oltremanica. 
Secondo i giudici, l’impossibilità di uccidersi senza che chi collabora al suicidio venga incriminato non costituisce una violazione dell’autonomia personale e dell’uguaglianza dei diritti. Al contrario, sempre secondo la Corte, è proprio il bando di ogni forma di suicidio assistito ad essere una forma di tutela per le persone più vulnerabili: anche immaginando ogni possibile cautela e garanzia, con rigorosi criteri di accesso al suicidio assistito, un rischio reale sarebbe quello che persone appartenenti a categorie deboli (anziani, disabili, poveri, soli), una volta legalizzatolo, si possano sentire un peso per la società e chiedere dunque di morire.

La Corte ha inoltre affermato che spetta al Pubblico ministero il compito di scegliere caso per caso se formulare un’accusa contro chi collabora concretamente al suicidio di una persona, ma non quello di emanare delle linee guida che possano fungere da criteri generali da applicare in ogni circostanza. 
Nessuno spiraglio, a quanto pare: ogni diluizione del bando totale del suicidio assistito, ha affermato il giudice presidente della Corte Nicholas Kearns, sarebbe l’apertura del vaso di Pandora.

Il caso, comunque, non è chiuso: Marie Fleming ha già presentato ricorso alla Corte Suprema. L’Irlanda, quindi, si trova tra le mani l’ennesima patata bollente relativamente alla tutela della vita umana. Se la vicenda Fleming riguarda il tramonto dell’esistenza umana, da un punto di vista della vita nascente l’Irlanda è sotto assedio, sia interno che esterno, a causa della legge molto restrittiva che regolamenta l’interruzione di gravidanza.

La vicenda di Savita Halappanavar, a novembre scorso, ha catalizzato l’attenzione mediatica per settimane. La trentunenne indiana sarebbe morta a causa del rifiuto dei medici di praticarle un aborto nonostante delle complicazioni durante la gestazione: il condizionale, però, è d’obbligo. Nei giorni seguenti alla notizia del decesso di Savita, di cui le associazioni abortiste erano venute a conoscenza prima che la notizia venisse resa pubblica dai media, si sono tenute manifestazioni che chiedevano la legalizzazione dell’aborto in Irlanda. Ma, proprio sulla sequenza degli eventi che hanno portato alla morte di Savita e sul modo in cui molti media li hanno raccontati, sussistono ancora molti dubbi.

Una delle reporter che più da vicino aveva seguito la vicenda, Kitty Holland, pochi giorni dopo ammise che non era così sicuro che davvero la donna indiana avesse chiesto di abortire. 
Il caso Halappanavar ha scosso l’Irlanda proprio nei giorni in cui il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto era acceso a causa dell’imminente pubblicazione di un report governativo in cui si prendevano in considerazione, proponendo delle soluzioni adeguate, le osservazioni che a livello europeo erano state fatte alla legislazione irlandese. 
In particolare, fu la Corte europea dei diritti umani, nel 2010, a esprimersi sul ricorso presentato contro il governo dell’Irlanda da tre donne espatriate per abortire (il caso ABC vs. Ireland), decretando che per una delle tre sussistevano effettivamente troppi dubbi circa la possibilità o meno di abortire in base alla legge attualmente vigente in Irlanda.

Sul report si è espressa in modo molto critico la Conferenza episcopale irlandese, mettendo in evidenza come tre delle quattro proposte della commissione di esperti che ha elaborato il testo contengano espliciti riferimenti all’aborto. 
Il Primo ministro Enda Kenny ha recentemente dichiarato che non è all’ordine del giorno la legalizzazione dell’aborto su richiesta, ma che si sta discutendo solo degli aspetti della legge che devono essere chiariti a tutela del personale medico che si trovi coinvolto in casi come quello di Savita. 
Dichiarazioni che non tranquillizzano i prolife irlandesi: sabato, a Dublino, si è tenuta la manifestazione «Uniti per la Vita», che vuol essere un monito contro l’eventuale modifica della legge in senso permissivo. Il testo della nuova legge è atteso per Pasqua. 
Si annunciano mesi caldissimi per l’Irlanda prolife, nella morsa tra aborto e suicidio assistito.

martedì 17 luglio 2012


GRAN BRETAGNA - Londra, anoressica vuole lasciarsi morire - Ma il giudice dispone la nutrizione forzata, Avvenire, 16 giugno 2012

Un giudice dell'Alta Corte d'Inghilterra ha disposto la nutrizione forzata per una donna di 32 anni malata di una grave forma di anoressia, che da un anno rifiuta cibi solidi ed è fermamente decisa a lasciarsi morire. La giovane, una studentessa di Medicina del Galles chiamata con l'iniziale E., già due volte lo scorso anno ha firmato dei moduli in cui chiedeva di non essere sottoposta ad alcun trattamento che la tenesse in vita. Il caso è finito in tribunale quando il mese scorso la donna, ridotta a un passo dalla morte, continuava a rifiutare di essere alimentata. "Va nutrita a forza", sostiene ora il giudice Peter Jackson della Court of Protection. "Un giorno - afferma - questa donna potrebbe scoprire di essere una persona speciale, la cui vita vale la pena di essere vissuta".
Parole forti, sufficienti a scatenare polemiche, anche politiche. Si tratta infatti di un caso delicato e insolito
all'interno del dibattito bioetico. Per ammissione dello stesso giudice, è la prima volta che si affronta una vicenda in cui il trattamento vitale potrebbe non essere nel "migliore interesse" di un paziente "pienamente consapevole" delle proprie condizioni.

Jackson ammette di trovarsi di fronte al caso più difficile della sua carriera. Anche se sottoposta ad alimentazione forzata, per E. le possibilità di salvarsi non supererebbero il 20%, a fronte di terapie invasive che fra l'altro dovrebbero durare almeno un anno. Tuttavia bisogna considerare che "viviamo una volta sola - osserva il giudice motivando la propria decisione - Veniamo al mondo una sola volta e una sola volta moriamo. E quella tra la vita è la morte è la più grande differenza che conosciamo".

E. ha alle spalle una lunga storia di sofferenza - riporta il quotidiano Telegraph - che comincia all'età di 4 anni con abusi sessuali proseguiti fino agli 11 anni all'insaputa dei genitori. A 12-13 anni la ragazza è entrata nel tunnel della bulimia, iniziando a mangiare in modo compulsivo per poi indursi il vomito. Contemporaneamente ha cominciato ad abusare di alcolici. A 15 anni è entrata in cura da un esperto di disturbi alimentari dell'adolescenza. Nonostante tutto non ha perso l'ambizione di diventare un medico e ha iniziato a studiare per laurearsi. Ma dopo una delusione d'amore ha ricominciato a bere, ha lasciato l'università e dal 2006 al 2011 ha trascorso più della metà della sua vita passando da un centro all'altro specializzato in disturbi dell'alimentazione e dipendenza dall'alcol.
Un'odissea segnata dal dolore, che le ha tolto la voglia di vivere. Tramite il suo avvocato, la donna ha spiegato al giudice che la sua esistenza era diventata "puro tormento", che aveva fallito tutti gli sforzi per uscirne e che ora desiderava soltanto "morire in pace". Secondo il giudice Jackson, però, un giorno E. potrebbe cambiare idea e capire che "la vita val la pena di essere vissuta".

"Ci sconvolge dover difendere il diritto di nostra figlia a morire - affermano invece i genitori - La amiamo moltissimo, ma comprendiamo che ora il nostro compito dovrebbe essere aiutarla a lottare il suo interesse. E al momento, il meglio per lei ci sembra conquistare il diritto di seguire la strada che a scelto, libera da condizionamenti e senza il terrore di essere alimentata a forza. Sentiamo che ha sofferto troppo. Ha perso ogni speranza di raggiungere i traguardi che si era prefissata", dicono mamma e papà.

La decisione del giudice divide società e politica. "Ha preso una decisione saggia e coraggiosa", sostiene Peter Saunders, direttore della campagna pro-vita Care Not Killing. "È una sentenza molto controversa", ritiene invece Evan Harris, ex parlamentare liberal democratico e membro del comitato etico della British Medical Association: "La nutrizione forzata comporterebbe immobilizzazione e sedazione, implicazioni molto pesanti per un paziente che riufiuta ogni cura, e in più senza la certezza di un successo. Si imporrebbe tutto questo a una persona che ha tutti gli strumenti per rifiutarlo".


© riproduzione riservata

sabato 16 giugno 2012


16 giugno 2012 - Il dibattito sui «diritti» nel Pd e non solo - Princìpi e conseguenze di Francesco D'Agostino, http://www.avvenire.it/

C'è un nuovo documento biopolitico del quale tener conto, con le sue luci e le sue ombre. È il testo che, giovedì scorso, il Comitato dei Diritti del Partito democratico ha definito e offerto al pubblico dibattito. Si tratta di un testo interessante, stimolante e – lo diciamo in senso non polemico – provocante (tant’è che il dibattito, prima di tutto nello stesso Pd, non ha mancato di innescarsi persino con toni accesi). Un preambolo che si mostra diverso per "clima" e tono rispetto a parole d’ordine e slogan di ben altra natura circolati con preoccupante insistenza in casa Pd fin quasi a ieri... Per prima cosa, fa piacere poter annotare che sarebbe difficile a molti, pur collocati su posizioni politiche differenti, dissentire dai suoi snodi fondamentali: il riconoscimento della laicità (positiva, diremmo noi) e della non sacralità dello Stato, quello del diritto alla cura come esigibile da ogni individuo, l’affermazione della centralità della persona umana, la critica alle intrusioni del mercato nell’ambito dei diritti, la visione della pluralità culturale e dell’identità religiosa come un valore e non come una minaccia, la lotta contro ogni discriminazione da accompagnarsi doverosamente a un pieno riconoscimento delle legittime differenze, l’impegno per un reale pluralismo nel sistema mass-mediatico, il forte richiamo ai gravi ritardi che contrassegnano le azioni sociali volte a contenere ogni forma di violenza su donne, malati, persone omosessuali, detenuti… Si potrebbe continuare a lungo, rimarcando il carattere utile e analitico del documento, che dimostra come non sia impossibile imboccare la via che conduce – come all’epoca della Costituente – a rinsaldare un’etica pubblica condivisa, fondata sul riconoscimento, sulla tutela e sulla promozione dei valori imprescindibili e dei diritti umani che ne discendono.
Tutto bene, dunque? O è possibile aggiungere qualcosa di importante a questo testo? Sì. Perché su alcuni punti cruciali il documento appare generico. Probabilmente, questo non è l’effetto di una sua carente elaborazione (che potrebbe essere risolta con un ulteriore sforzo redazionale), ma di un’indecisione profonda che ha caratterizzato e ancora caratterizza il partito a cui appartengono coloro che l’hanno scritto. Se da una parte, infatti, appare evidente che in questo documento, intenzionalmente, non si dà spazio a una lettura "libertaria" dei diritti umani, è però altresì evidente che in alcuni, pochi, ma essenziali punti quell’orizzonte "libertario" torna inesorabilmente a emergere. Ecco alcuni esempi, quelli che appaiono più rilevanti e che si condensano essenzialmente in tre.
Primo esempio. Il documento ribadisce come dovere assoluto quello del rispetto della vita umana e dell’integrità della persona; cita con compiacimento la Direttiva europea che esclude gli embrioni umani da ogni utilizzazione a fini industriali e commerciali. Nello stesso tempo evita di pronunciarsi su quelle pratiche di procreazione assistita che comportano di necessità selezione eugenetica o distruzione intenzionale di embrioni. L’offesa al corpo, sostiene poi il documento, non è solo violazione di uno spazio fisico, ma anche e soprattutto «rottura dell’unità del soggetto umano con se stesso». Non si potrebbe dir meglio. Ma non è anche «rottura dell’unità del soggetto umano con se stesso» il far nascere bambini da procreazione eterologa, moltiplicando le loro figure genitoriali?
Secondo esempio. Il documento riconosce che va assicurato il diritto e il dovere del medico di non praticare l’eutanasia, pur se sollecitata dal paziente. Però nello stesso tempo sostiene che l’ultima parola «sull’intrapresa dei trattamenti e sulla loro prosecuzione è di chi li sopporta». L’espressione è giuridicamente corretta, ma bioeticamente astratta: a cosa ci si riferisce esattamente quando si parla di «ultima parola»? Alle espressioni, spesso incoerenti, di un malato terminale, o in stato di depressione o di abbandono? Mai, come in questo caso, un estremo rigore concettuale ed espressivo sarebbe necessario.
Terzo esempio: il riconoscimento delle unioni omosessuali. Il Documento cita la nota sentenza della Corte Costituzionale (138/2010) che auspica che il legislatore proceda al riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali «con i connessi diritti e doveri».

E' però elusivo sul punto centrale della questione, pur richiamato dalla Corte, quello della rigorosa distinzione tra il matrimonio eterosessuale (che gode di una sua specifica tutela costituzionale ex articolo 29 della Costituzione) e qualsiasi altra forma di «vita di coppia», la cui tutela va riportata alle ben più generiche indicazioni degli articoli 2 e 3 della nostra Carta fondamentale. Non basta auspicare un approfondito bilanciamento degli articoli appena citati per fornire al lettore un’idea chiara su come il problema possa essere risolto. Bisogna sciogliere il nodo e dichiarare – anche su queste pagine di giornale è già stato suggerito più volte, dal 2006 sino ad appena pochi giorni fa – che i rapporti di coppia tra omosessuali possono avere una loro tutela giuridica, non però perché simili, ma perché diversi da quelli eterosessuali. Altrimenti, perché insistere (come si fa nel Documento al § 4.4.) sulla necessità di «distinte piattaforme dei diritti» (diritti dell’eguaglianza e diritti della differenza), in una società che si vuole «aperta e inclusiva»? Sarebbe opportuno, con grande onestà intellettuale, riconoscere che la pressione per una nuova normativa para-matrimoniale (o matrimoniale tout court) non nasce da una pretesa «evoluzione sociale», ma da pressioni ideologiche libertarie, vivaci, potenti, di limitato rilievo sociologico, ma potenzialmente eversive di delicatissimi equilibri sociali. Perché, prima di dare per scontato un intervento legislativo in materia, non aprire finalmente una franca e chiarificatrice riflessione su questo punto anche dentro il Pd?


© riproduzione riservata

martedì 15 maggio 2012


«Mamma lasciami morire» La scelta di un bimbo malato, articolo di martedì 15 maggio 2012, http://www.ilgiornale.it

«Senza una nuova operazione, probabilmente non ci sarà più un altro compleanno», gli hanno dovuto spiegare i genitori. Ryan li ha guardati e si è messo a piangere. Disperato ha iniziato a gridare. Arrabbiato e furioso. «Quando gli ho detto che il tumore era cresciuto si è messo a urlare ripetendo: te l'ho detto, mamma, non voglio più fare niente. Ho finito, finito con queste cose. Mi fanno solo male». Ryan ha così chiesto che le sue cure venissero interrotte per sempre. Perch´ non ne può più di questo tormento. Preferisce giocare, e dimenticarsi l'odore degli ospedali. È la sua scelta, coraggio o disperazione che sia. Sua mamma, Kimberly Morris-Karp, oggi sembra più serena. Sono passati un paio di mesi dalla decisione del bambino e lei sembra come anestetizzata davanti a questa scelta disumana. Snaturata per una mamma. Ryan e il suo volto paffutello e gli occhi dolci, pensi che così non vale perchè è impossibile essere bambini con un peso simile addosso. È giusto lasciare che un bambino di solo nove anni decida della sua vita e interrompa le cure? Vuole godersi gli ultimi mesi della vita, assieme alla famiglia.
«Mio figlio mi ha spiegato che vuole finire i suoi giorni facendo le cose che ama fare. Ne abbiamo discusso in famiglia e ci ha informato che non voleva più assumere medicinali n´ subire altre operazioni perch´ era tutto troppo doloroso», ha spiegato Kimberly. «Ryan vuole finire i suoi giorni divertendosi. Gli abbiamo organizzato una vacanza al mare, dove ha nuotato come desiderava da tempo. E ora stiamo cercando di realizzare tutti i suoi sogni», ha aggiunto la madre. La vicenda di Ryan ha colpito migliaia di persone e mobilitato un gruppo di studenti di Clarkston (nel nord del Michigan) dove vive il ragazzo. Questi ultimi hanno diffuso su Twitter la sua storia, suscitando un'ondata «mondiale si simpatia», come ha riferito la madre. «Mai mi sarei aspettata di ricevere tanto appoggio».
Il giudizio della gente a questo punto, sarebbe stato insopportabile. Il senso di colpa, la paura di non fare la scelta giusta, quel pensiero al buio, che resta sospeso giù, in fondo al cuore, che forse un altro, ennesimo intervento avrebbe risolto, sparigliato le carte irragionevoli e sfortunate del suo destino. Kimberly è una mamma con coraggio. Che difficile deve essere stato lasciare che un figlio ancora bambino scelga da uomo, che alla fine, dopo le urla e i pianti dica: no. Ora basta. Adesso decido io e scelgo di vivere. A modo mio, con i miei giocattoli, insieme agli amici, facendo finta di essere un bambino come tutti gli altri: sani, che quando si buttano a terra e piangono non lo fanno perchè hanno capito che dovranno morire, ma magari lo fanno solo per un capriccio, la televisione spenta prima che finiscano i cartoni animati, un gelato negato prima di cena. Il 24 maggio compirà 10 anni. Auguri Ryan.

Il bioeticista Nicholas Tonti-Filippini offre argomenti contro l’eutanasia - Una breve recensione del suo nuovo libro - 12 maggio, 2012, http://www.uccronline.it/

Il prof. Nicholas Tonti-Filippini, Decano Associato e Preside di Bioetica all’Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia di Melbourne, già eticista presso il primo ospedale d’Australia, ha pubblicato un libro molto interessante, “Caring for People Who are Sick or Dying“ (Connor Court Publishing 2012) in cui offre un’ottima sintesi delle proprie esperienze professionali, ma anche come ex-malato terminale, avendo avuto a lungo a che fare con numerose malattie croniche.

Argomenta da subito, si legge su Zenit.it che ne ha recensito l’opera, su un gran numero di questioni generali riguardo alla relazione tra pazienti e sistema sanitario, rimanendo nell’ambito della tradizione cattolica. Spiega che l’assistenza come oggi è intesa, ebbe origine nel Medioevo ed è incentrata sull’idea che gli esseri umani sono “infermieri” del loro corpo e di esso responsabili. Ovviamente è una visione in contrasto a quella maggioritaria di oggi, dove la vita ha senso/dignità solo se è utile o efficiente. Interessante il discorso fatto nell’ambito delle cure straordinarie, dove si ribadisce che le procedure mediche eccessivamente gravose o sproporzionate al risultato ottenuto possono (devono) essere interrotte. Il rifiuto all’accanimento terapeutico non ha  però nulla a che vedere con il suicidio, e nemmeno contraddice la naturale inclinazione a preservare la vita. Viene affrontato anche la casistica della rianimazione, che non dovrebbe essere applicata sempre. E’ un’operazione molto invasiva, poco utile in caso di malattia grave. Spesso è deleteria, in quanto in persone anziane può frequentemente rompere le costole. Il criterio per decidere cosa fare, secondo l’autore, è valutare lo stato mentale del paziente, l’eventualità che sia in possesso di informazioni mediche rilevanti e poi il giudizio del medico del paziente.

Tonti-Filippini affronta ovviamente anche la tematica dell’eutanasia, qualcosa di diverso dalla sospensione di un trattamento inutile. I sostenitori dicono che si dovrebbe rispettare l’autonomia della persona (quando si parla di conservazione della vita non esiste però nessuna autodeterminazione, si veda ad esempio l’infortunistica stradale). Ma togliere la vita a qualcuno, significa sottrarre ogni opportunità di autonomia nel futuro. Immanuel Kant, a questo proposito, affermava che il suicidio era sbagliato poiché significava trattare qualcuno come un oggetto o un mezzo, piuttosto che come un fine. Come anche il suicidio assistito, inoltre, questa pratica contraddice il ruolo principale del medico, cioè la conservazione della vita e della salute. Non per nulla, dichiara Tonti-Filippini, pressoché tutte le organizzazioni mediche nazionali nei paesi di lingua inglese hanno inequivocabilmente rigettato la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito come contrari all’etica dell’assistenza medica.

Un’altra “leggenda nera” sul fine vita, sostiene che la sacralità della vita umana sia un credo religioso, non applicabile in una società laica. In realtà, argomenta il bioeticista australiano, l’inviolabilità della vita umana non è soltanto una nozione religiosa, ma è riconosciuta dai diritti umani a livello internazionale. Ad esempio, quando si ha a che fare con persone che vivono in uno stato di incoscienza, il rispetto per le loro vite rimane intatto, poiché esso non è basato sulle funzioni vitali che esprimono ma su ciò che sono. L’eutanasia non previene nemmeno forme di abuso, lo dimostrano proprio i paesi in cui è depenalizzata dove è evidente il cosiddetto “pendio scivoloso”. In questi Paesi, inoltre, è sensibile una certa forma di pressione su malati, anziani e disabili, i quali inevitabilmente vengono spinti a una certa decisione per non dover essere un peso per i propri familiari.

venerdì 27 aprile 2012


L'Accademia dei Lincei è miope sul biotestamento di Giovanna Arcuri, 27-04-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

L’Accademia dei Lincei si chiama così perché gli scienziati che ne fanno parte dovrebbero scrutare i misteri dell’uomo e della natura con la vista acuta di una lince. Ma pare che sul tema dell’eutanasia tale vista si sia un poco appannata.

Di recente presso la prestigiosa Accademia si è svolto un convegno dal titolo “Testamento biologico e libertà di coscienza”. Se andiamo ad analizzare alcuni passaggi delle relazioni dei docenti intervenuti sorgono alcune perplessità e obiezioni.


Il giurista Pietro Rescigno, organizzatore del convegno, così appunta: “il mio orientamento è in senso liberale, dunque di consentire al paziente di esprimere, in termini di dignità, quello che è il suo autonomo sentire”. Di per sé l’affermazione non fa una piega. Salvo che non si voglia assolutizzare questo assunto. Non tutti i “nostri autonomi sentire” sono in accordo con la nostra dignità. Rispettare il valore intrinseco di una persona non significa rispettare sempre tutto ciò che chiede. Se uno pretendesse di ammazzare e rubare questo suo desiderio prima di ledere terzi, lederebbe la sua stessa dignità di uomo, perché appunto non è degno dell’uomo voler uccidere e rubare. E così anche la scelta di togliersi la vita contrasta con la dignità della persona, perché entra in conflitto con l’inclinazione alla vita che sgorga dalla natura umana. E’ un po’ come se si volesse distruggere un bellissimo quadro di Renoir che si possedesse: sarebbe un atto indegno del valore del quadro stesso, contrasterebbe con la preziosità del dipinto che invece esige rispetto e tutela. La volontà di morte non è quindi da assecondare, perché in contrasto con il valore altissimo della persona umana.


Ma mettiamo sotto la lente di ingrandimento anche alcuni passaggi dell’intervento di Paolo Zatti, ordinario di Diritto privato presso Università di Padova: “Chi decide oggi non è la persona, ma la medicina e le sue ambizioni. Per avvicinarsi a una pratica e a un diritto della dignità del morire ci deve essere come condizione il rispetto della morte, come momento, come conclusione della vita. La morte non è ancora sconfitta e il compito che si assegna all'umanità, alla medicina, è di contrastarla con ogni mezzo e senza demordere, conquistando anche piccoli lembi di vita, riducendo ostinatamente di anni, mesi, giorni o ore la zona dell’impotenza della medicina. La persona “spesso diventa il terreno di una contesa senza quartiere tra tecnologia e natura”. Infine sottolinea alcuni errori tipici di chi impedisce alla natura il suo naturale corso: “Quello di oscurare la differenza tra lasciar accadere e provocare; il non avvedersi che la morte è ormai sempre più non un fatto della natura, ma una decisione medica e il non vedere che senza un diritto di lasciar morire si monta un'infernale trappola in cui vengono reclusi insieme medico e paziente”.

Alcune osservazioni molto sintetiche. Compito della medicina è quello, se possibile, di guarire e sempre di curare, cioè di prendersi cura del paziente al di là dell’esito fausto o infausto delle terapie. Il rispetto dovuto dalla medicina è dunque a favore della vita non della morte, come invece pare ci voglia suggerire Zatti. Appare quindi evidente che scopo del medico non è quello di lasciare che la natura faccia il suo corso: se una persona ha un tumore, per le leggi di natura dovrebbe morire, ma questo non comporta che dobbiamo abbandonare il malato al suo destino perché così vuole madre natura. In questo senso – per riprendere la distinzione fatta da Zatti – il lasciar accadere (che per il docente è condotta moralmente lecita) si identifica nel provocare: se Tizio si tuffa in mare e non sa nuotare ed io con il suo consenso non gli presto soccorso, il mio atto omissivo concorrerà alla sua morte. Il lasciar morire è causa del morire: leggi eutanasia omissiva.


Inoltre la differenza tra “naturale uguale sempre buono” e “artificiale uguale sempre cattivo” è erronea. E’ evidente che l’intervento del medico per curare i pazienti costituisce sempre un atto artificiale, come buona parte degli atti che compie l’uomo, ma non per questo motivo è un atto malvagio.


In terzo luogo nelle parole di Zatti si gioca ambiguamente sul concetto di accanimento terapeutico. Sui temi cosiddetti di fine vita abbiamo accanimento terapeutico allorchè, in presenza di uno stato terminale della malattia, c’è una sproporzione tra mezzi utilizzati e risultato sperato. I criteri e gli indici per verificare tale sproporzione sono dei più vari: il tipo di cure, il quadro clinico del paziente, la sua risposta al dolore, il costo delle cure, etc. Il tutto deve essere messo in relazione con lo sperabile incremento di tempo vitale. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico è legittimo rifiuto di cure inutili a vivere. Tenuto fermo però, come già detto, il requisito di essere in presenza di un paziente terminale: la parabola di vita si sta naturalmente completando. Al di fuori di tale circostanza occorre sempre far di tutto per strappare l’uomo alla morte, che non appare quindi come evento immediatamente inevitabile, ma solo possibile.


In merito poi al “diritto al morire” nel nostro ordinamento giuridico questo diritto non esiste. Se esistesse un “diritto alla morte”, il poliziotto che strappa a forza dal cornicione l’aspirante suicida incorrerebbe nel reato di violenza privata, che appunto sanziona chi impedisce ad un terzo di assumere una condotta legittima. Se esistesse il “diritto a morire” dovremmo abrogare l’art. 579 del Codice Penale che punisce l’omicidio del consenziente e l’art. 580 cp che considera reato l’aiuto al suicidio: se fosse un diritto cercare la morte perché punire chi collabora in quest’azione?


Qualcuno a questo punto potrebbe tirare in ballo l’art. 32 della Costituzione che permetterebbe di rifiutare qualsiasi trattamento medico, anche quelli salvavita. Ma l’art. 32 della Costituzione non legittima il rifiuto delle cure da parte del paziente anche nel caso in cui questo rifiuto portasse alla morte, ma – cosa ben diversa -  impone un alt al potere coattivo dello Stato nell’obbligare una persona a curarsi. Non esiste un diritto al rifiuto di cure salvavita, ma solo una facoltà di fatto non certo benedetta dalla legge. La legge tollera il suicidio perpetrato anche attraverso il rifiuto delle cure (fattispecie tra l’altro rarissima e presente perlopiù solo nella mente di stravaganti giuristi) e di certo non assegna a questa scelta lo status di diritto costituzionalmente garantito. Nella costituzione ci sono solo principi valoriali positivi: esiste il diritto alle cure, non il diritto alle non cure, cioè alla malattia e addirittura all’esito più infausto di queste, cioè la morte.