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venerdì 4 aprile 2014

Differenze sessuali nel cervello umano: "uguale" non significa "lo stesso" di Alberto e Riccardo Carrara, venerdì 4 aprile 2014, http://acarrara.blogspot.it/



Larry Cahill, Ph.D., professore di Neurobiologia e Comportamento presso il Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università della California (Irvine, USA), è l’autore dello studio intitolatoEqual ≠ The Same: Sex Differences in the Human Brain pubblicato suCerebrum la prestigiosa rivista mensile della DANA Foundation il 1° aprile 2014.

“Uguale” è diverso da “lo stesso”: le differenze sessuali nel cervello umano, è una preziosa sintesi sulle evidenze neuroscientifiche, particolarmente frutto dell’imaging cerebrale, che stanno confermando sempre più le differenze a livello cerebrale tra “cervello maschile” e “cervello femminile”.

Ricordiamo che Larry Cahill, è l’autore del recente commento Fundamental sex difference in human brain architecture, uscito su PNAS vol. 111, n. 2, 2014, pp. 577-578, all’articolo Sex differences in the structural connectome of the human brain pubblicato sullo stesso volume a firma di Ingalhalikar, M. et al. (PNAS, 2014; 111, 2, 823-828).

Lo studio su Cerebrum riprende in maniera più articolata la tesi già espressa dall’autore secondo cui “la ricerca biomedica in generale, e quella neuroscientifica in particolare, sono state fondate su una premessa falsa che è proprio quella che le differenze sessuali maschio/femmina (nell’animale) e uomo/donna (nell’essere umano), possano venir tranquillamente ignorate.

Così si esprimeva Cahill su PNAS (2014, vol. 111, n. 2, p. 577): “In PNAS, a report by Ingalhalikar et al. has the makings of a landmark paper. Here I would like to briefly suggest why. Biomedical research in general, and neuroscience in particular, has been built on a false assumption. I refer to the assumption that one may safely ignore potential sex influences, for essentially every domain outside sexual functions and sex-specific issues like prostate function, and still learn everything fundamental there is to learn”.

Per Cahill c’è un’accettazione sostanziale e diffusa, anche tra i neuroscienziati, di tale falsa premessa che fa si che nella pratica della ricerca, vengano prevalentemente impiegati modelli animali maschi: “Widespread acceptance of this false assumption among neuroscientists is the reason they still overwhelmingly use only males in their animal experiments while implying that their results will apply equally to females and why potential sex influences are still routinely ignored or dismissed even when both sexes are studied, as in many human subject and knockout mouse studies”(PNAS, 2014, vol. 111, n. 2, p. 577).

Questa è la tesi ripresa e sviluppata sullo studio Equal ≠ The Same: Sex Differences in the Human Brain pubblicato suCerebrum (portale della DANA Foundation) lo scorso 1° aprile 2014.

La precisazione o “nota iniziale dell’editore” è significativa e ne riassume il contenuto: “mentre gli sviluppi dell’imaging cerebrale confermano che l’uomo e la donna pensano secondo un modo loro proprio e che i loro cervelli sono diversi, la comunità biomedica impiega principalmente animali maschi quali modelli di esperimenti assumendo che le differenze sessuali a livello cerebrale non siano per nulla significative. Cerebrum di questo mese, sottolinea alcuni dei risultati e delle ricerche che rendono invalida tale premessa” (la traduzione è nostra e proviene dalla versione inglese ufficiale che afferma letteralmente: “Editor’s Note: While advances in brain imaging confirm that men and women think in their own way and that their brains are different, the biomedical community mainly uses male animals as testing subjects with the assumption that sex differences in the brain hardly matter. This month’s Cerebrum highlights some of the thinking and research that invalidates that assumption”).

Il campo delle differenze sessuali è sempre stato straripante di problemi e discussioni, poiché, se da un lato le differenze tra cervello maschile e femminile stanno emergendo sempre più grazie a nuovi studi neuroscientificila relazione tra queste e il comportamento è ancora da indagare ed è il più delle volte una correlazione stereotipata e che semplicemente porta avanti miti e congetture.

Per tale ragione, l’indagine in questa direzione deve essere approfondita e la ricerca neuroscientifica deve tenere conto di queste differenze nei diversi studi. Grazie a questa valutazione, ossia liberandosi della falsa premessa di cui parla L. Cahill, si potrebbero trovare nuove e interessanti ipotesi e soluzioni a disturbi neurologici, non solo alle problematiche riguardanti direttamente la sessualità.

Per fare un esempio, tenendo in considerazione queste differenze tra cervello maschile e femminile,Simon Baron-CohenFellow della British Academy,  attualmente professore di psicopatologia dello sviluppo presso l’Università di Cambridge e direttore dell’Autism Research Centre (ARC), ha presentato la controversa ipotesi dell’“extreme male brain” per spiegare l’autismo, idea ripresa in diverse riviste scientifiche dallo stesso autore (come negli articoli: The extreme male brain theory of autismTrends in Cognitive Science, 1 Jun 2002;Sex differencesin the brain: implications for explaining autismScience, 4 Nov 2005 e "Biological sex affects the neurobiology of autism"BRAIN, 27 Ago 2013). 

L’idea, ancora oggi presa in considerazione e analizzata (vedi l’articolo del 31 gennaio 2014 Sexuality and gender role in autism spectrum disorder: a casecontrol study su PLoS One), afferma che l’autismo possa essere una forma estrema del profilo cognitivo maschile.

La psicologa canadese Cordelia Fine, nata in Inghilterra, autrice dell’introduzione alla Britannica Guide to the Brain e del libro Delusion of Gender, fortemente criticato da diversi ricercatori e neuroscienziati e che di certo non ha aiutato, negli ultimi anni, la ricerca neuroscientifica applicata allo studio delle differenze di sesso, afferma: “La complessità del cervello ha reso un compito molto difficile l’interpretazione e la comprensione del significato di eventuali differenze di sesso”, e aggiungiamo noi, in linea con quanto affermato da Cahill:non per questo tali differenze devono essere ignorate, anzi devono diventare una vera sfida per ogni neuroscienziato.

Nei prossimi giorni riassumeremo lo studio e continueremo a riflettere sulle implicazioni antropologiche e di neuroetica relative alla sessualità umana e alla sua dualità (uomo/donna) dalla prospettiva delle recenti evidenze scientifiche, in particolare, neuroscientifiche. 

Riccardo e Alberto Carrara
Gruppo di Ricerca in Neurobioetica

mercoledì 15 gennaio 2014

Spiegami le emozioni - 1, domenica 12 gennaio 2014, di Alberto Carrara, LC, http://acarrara.blogspot.it



Nel suo compendio divulgativo e sintetico dell’antropologia filosofica, Ramón Lucas Lucas, Ordinario di Antropologia filosofica e Bioetica presso l’Università Gregoriana di Roma, così definisce ciò che normalmente chiamiamo “emozioni”: l’emozione è un sentimento intenso che comporta una commozione organica e che procede sia dalla conoscenza e dalle tendenze di ordine sensitivo, come da quelle di ordine intellettivo. Nell’emozione si ha perciò un duplice aspetto:
·        Interno o sentimentale
·        Esterno o modificazione somatica (Spiegami la persona, ART, Roma 2012, p. 134).

Nelle pagine successive, l’autore procede a descrivere il meccanismo emotivo, gli effetti organici dell’emozione e il controllo delle stesse.

È interessante che l’analisi antropologica relativa alla nostra sfera emozionale venga oggigiorno supportata e integrata da studi neuroscientifici. In effetti, un recente articolo pubblicato online su PNAS (Proceedings of the National Accademy of Sciences) il 27 novembre 2013 (doi:10.1073/pnas.1321664111) da Lauri Nummenmaa, Enrico Glerean, Riitta Hari, e Jari K. Hietanen, si intitola proprio: Bodily maps of emotions.



Riporto l’abstract del lavoro scientifico in lingua inglese e lo commento.

Abstract
Emotions are often felt in the body, and somatosensory feedback has been proposed to trigger conscious emotional experiences. Here we reveal maps of bodily sensations associated with different emotions using a unique topographical self-report method. In five experiments, participants (n = 701) were shown two silhouettes of bodies alongside emotional words, stories, movies, or facial expressions. They were asked to color the bodily regions whose activity they felt increasing or decreasing while viewing each stimulus. Different emotions were consistently associated with statistically separable bodily sensation maps across experiments. These maps were concordant across West European and East Asian samples. Statistical classifiers distinguished emotion-specific activation maps accurately, confirming independence of topographies across emotions. We propose that emotions are represented in the somatosensory system as culturally universal categorical somatotopic maps. Perception of these emotion-triggered bodily changes may play a key role in generating consciously felt emotions.


Bisogna chiarire che la “mappa somatotopica” come viene definita dagli autori, è il risultato di una sorta di localizzazione somatica, corporea degli effetti organici prodotti e/o indotti dal processo emotivo sulla persona umana. Le reazioni viscerali, muscolari ed espressive non costituiscono soltanto aspetti “esterni” dell’emozione, ma ne sono componenti costitutive, come pure sottolinea Lucas Lucas (Spiegami la persona, p. 136).

“La maggior parte di queste reazioni fisiologiche sono movimenti riflessi, provocati direttamente dall’emozione stessa. L’emozione come tale, non rientra nell’ambito della volontà, in ogni caso, dipenderà dalla volontà e dagli abiti acquisiti il frenare o addirittura inibire le manifestazioni emotive attraverso il controllo delle conoscenze e delle tendenze che provocano l’emozione” (Spiegami la persona, p. 138).

Ecco allora che emerge quella circolarità tra percezione esterna e interna, conoscenza sensibile, conoscenza intellettiva, volontarietà, sentimenti, emozioni... che a livello antropologico rispecchia quella circolarità cerebro-centrica descritta dalle due teorie oggi dominanti: da una parte la visione del “Right-Left Brain” e quella del “Top-Bottom Brain”.


Ritengo che tali visioni neuro-centriche debbano venir integrate in una visione unitaria che rifletta la stessa unità antropologica della persona umana.

Articolo completo qui.

martedì 29 ottobre 2013

Storia della Neuroetica (6), di Alberto Carrara, LC, lunedì 28 ottobre 2013, http://acarrara.blogspot.it/




Per inquadrare al meglio in neurocentrismo contemporaneo, bisogna, a questo punto, considerare lo sviluppo spettacolare delle tecniche di neuroimaging, frutto di una visione interdisciplinare che alle scoperte mediche associa lo sviluppo tecnologico.

  

Come recentemente messo in luce da due ricercatori italiani sulle prestigiose riviste scientifiche The Journal of Neuroscience e Brain, la prima testimonianza in assoluto di quelle che attualmente conosciamo come tecniche di neuroimaging (come la risonanza magnetica funzionale, fRMN e la tomografia a emissione di positroni, PET), presenti negli ospedali di tutto il mondo, è da attribuire al medico e scienziato torinese Angelo Mosso (1846-1910), pioniere della neurologia e delle neuroscienze. Gli esperimenti originali e le invenzioni di Mosso, che possono venir definite The first neuroimaging ante litteram, seppur poco note, costituiscono la prima, sorprendente, dimostrazione di come l’attività cognitiva ed emotiva sia intimamente legata ad un aumentato flusso di sangue al cervello, che è maggiore all’aumentare della difficoltà del compito che si sta eseguendo. 



Mosso mise a punto una curiosa struttura, detta “bilancia per pesare le emozioni e l’attività cognitiva”, in grado di valutare la respirazione e la circolazione, con misure all’altezza del torace, delle mani e dei piedi del soggetto che veniva fatto coricare. Mosso, quindi, invitava il soggetto a rilassarsi per un’ora, periodo necessario affinché il sangue potesse raggiungere una posizione di “equilibrio” in tutto il corpo. Quando al soggetto coricato era mostrato un testo scritto, la bilancia pendeva dalla parte della testa in modo proporzionale alla difficoltà della lettura. Ecco l’evidenza e il fondamento delle moderne tecniche di neuroimaging.



Oggi, infatti, sappiamo che quando pensiamo o proviamo emozioni aumenta il flusso di sangue al cervello: Mosso fu il primo a dimostrarlo35.

Questi contributi, insieme agli ulteriori sviluppi dell’angiografia cerebrale degli anni ’30 ad opera del premio Nobel António Egas Moniz, e all’avvento della tecnica dell’elettroencefalografia, hanno prodotto un notevole e cruciale passo in avanti nella storia della medicina36.

L’avvento della TAC, tomografia assiale computerizzata, costituì il preludio ad una nuova ed avvincente epoca nello studio del cervello umano. Altre tecniche di importanza capitale nelle neuroscienze e nella neuroetica sono: la risonanza magnetica, in particolare, la risonanza magnetica funzionale, che permette di evidenziare i cambiamenti della distribuzione del flusso ematico cerebrale in individui sottoposti a compiti (tasks) sia di ordine sensoriale, come motorio a seconda dei diversi paradigmi cognitivi, emozionali o motivazionali. Queste tecnologie hanno letteralmente catapultato gli studi relativi al nostro organo cerebrale, sia in condizioni patologiche, come in situazioni normali. Questa tecnica funzionale, insieme alla tomografia ad emissione di positroni, la PET, e la magnetoencefalografia, hanno fatto sì che la ricerca con neuroimaging costituisca attualmente la frontiera più ambita e più sviluppata degli studi relativi al sistema nervoso37.

Tutta questa storia, riassunta per sommi capi in alcune delle sue tappe più salienti, ha contribuito agli eventi globali sopra menzionati: la decade del cervello (1990-200038) e quella della mente (2001-2011), l’anno delle neuroscienze (2012), etc.

Questo progresso neuroscientifico e le scoperte relative al funzionamento e l’applicazione nanotecnologica, sia nell’ambito diagnostico, come in quello terapeutico, sul cervello umano, hanno creato un panorama scientifico e mediatico peculiare nella storia del pensiero che diversi esperti non hanno esitato a ribattezzare come una vera e propria “neuromania”39. 

Accanto a questa è sorta e si sta promuovendo una neuro-cultura che mira a diffondere le scoperte e le nozioni relative alle neuroscienze. Oggi, lo sviluppo delle capacità tecnologiche rende possibile studiare in vivo e visualizzare le aree del nostro cervello osservandone, anche in tempo reale, la loro maggiore o minore attivazione nelle circostanze più svariate. Questo ha prodotto un vero e proprio fiume di studi scientifici in base alla fantasia e al genio di ciascun ricercatore.

Dal voler comprendere le basi neurofisiologiche di attività umane quali la memoria, il linguaggio, la vista, la personalità, etc., si è iniziato a studiare i tratti più caratteristici dell’umano: la coscienza e la libertà.

Tutta una neuro-cultura, volenti o nolenti, ci pervade, forse, senza che ce ne rendiamo conto: pubblicità, ad esempio, come quella che illustra dei pantaloni da uomo che conformano un cervello umano, oppure oggetti d’abbigliamento, borse, persino torte e cioccolatini a forma di encefalo umano.

… (continua lunedì prossimo)


35 Cf. S. Sandrone – M. Bacigaluppi, «Learning from Default Mode Network: The Predictive Value of Resting State in Traumatic Brain Injury», The Journal of Neuroscience 32 (6), 8th of February 2012, 1915-1971; http://acarrara.blogspot.com/2013/05/the-first-ante-litteram-neuroimaging.html.
36 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 31.
37 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 35-37.
38 Per un breve resocondo si possono leggere le seguenti pagine: Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 40-45.

39 Cf. Legrenzi, P. - Umiltá, C., Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo, Il Mulino, Bologna 2009.

martedì 22 ottobre 2013

Storia della Neuroetica (5) - http://acarrara.blogspot.it/2013/10/storia-della-neuroetica-5.html

Lunedì 21 ottobre 2013


Con l’inizio dell’età moderna (XVI° secolo), la scienza sperimentale, che si riflette nel campo medico attraverso la conoscenza sempre più precisa dell’anatomia e della fisiologia del corpo umano, si è vertiginosamente sviluppata fino ai nostri giorni. Lo sviluppo della medicina moderna è vincolato, in buona parte, dal cambio di paradigma che si produsse nella storia del pensiero: dando la priorità allo sviluppo delle ricerche sulla natura, entra in scena, con una forza propulsiva, il famoso metodo scientifico sperimentale. 

L’uomo del Rinascimento per eccellenza, Leonardo da Vinci, fu un autentico precursore nell’analisi anatomica cerebrale: fu, infatti, lui stesso il primo in utilizzare materiale solido, nello specifico, cera, per visualizzare la forma tridimensionale completa dei ventricoli cerebrali e, conseguentemente, fu il primo che osservò le relazioni che i ventricoli cerebrali instaurano con le altre strutture circostanti29.



Verso la metà del secolo XVII°, ha luogo un evento di capitale importanza: la formulazione, da parte del professore di anatomia dell’Università di Padova, Andrea Vesalius, di un principio medico chiave per il conseguente sviluppo delle neuroscienze. Per Vesalius la conoscenza dell’anatomia o della morfologia di una struttura cerebrale porta a comprenderne meglio la fisiologia. 


Fu però merito del medico inglese Thomas Willis (1621-1675), l’aver caratterizzato con precisione il sistema nervoso centrale (SNC). Il suo celebre trattato sull’anatomia cerebrale, Cerebri Anatome, pubblicato nel 1664, segna, a detta di numerosi esperti, l’origine delle moderne neuroscienze. Willis fu anche il primo scienziato che cercò di assegnare a precise aree cerebrali, determinate funzioni mentali30.

Il secolo XIX° è, senza alcun dubbio, un periodo di straordinaria importanza per lo studio del cervello e entra a pieno titolo come il “secolo d’oro” delle neuroscienze. Tra le molte annotazioni, bisogna segnalare alcune caratteristiche di questa tappa verso il neurocentrismo contemporaneo: in primo luogo, gli studi anatomo-clinici sulle funzioni cerebrali; in quest’ambito, si ricordi la famosa disputa tra dottrine localizzazioniste e anti-localizzazioniste, a seguito delle evidenze del fisiologo Franz Joseph Gall (1758-1828) e del medico francese Marie Jean Pierre Flourens (1794-1867), rispettivamente. 

Gall era convinto che le funzioni mentali risiedessero in aree specifiche del cervello; per lui, ciò determinerebbe il comportamento della persona umana in maniera certa e calcolabile. Per Flourens, invece, dopo aver analizzato numerosi casi di ablazione di porzioni cerebrali in mammiferi (roditori, per la precisione), il danno conduttuale prodotto dalla lesione cerebrale non dipenderebbe dalla zona concreta che veniva estirpata, bensì dalla quantità della massa cerebale lesionata31.

Sappiamo che esistono alcuni dati sperimentali che dimostrano che lesioni di zone specifiche del cervello umano producono alterazioni della condotta. 


Tipico è l’esempio della lesione che coinvolse l’operaio americano Phineas Gage che il 13 settembre 1848, a seguito di un’esplosione, mentre stava lavorando alla costruzione di un tratto ferroviario, venne colpito da un’asta di metallo di circa un metro di lunghezza e tre centimetri di spessore, la quale gli attraversò il volto, penetrando dalla guancia sinistra e fuoriuscendogli dalla teca cranica. A seguito della lesione a livello della corteccia cerebrale prefrontale (PFC), e dopo essere sopravvissuto in maniera inspiegabile, Gage si recuperò, ma la sua personalità soffrì un notevole cambiamento32.

Sulla stessa linea, un altro esempio di capitale importanza per le neurosceinze, sono le scoperte del medico francese Paul Pierre Broca nel 1861 e del medico tedesco Karl Wernicke nel 1874. Broca identificò una zona della certeccia cerebrale che contiene il cosiddetto “centro della parola”, posizionato a livello della circonvoluzione frontale inferiore del lobo frontale che, nella maggior parte degli individui, è localizzata nell’emisfero cerebrale sinistro. 


Wernicke, dal canto suo, identificò, grazie a studi condotti in forma interdisciplinare, una seconda area cerebrale distinta da quella di Broca, grazie alle sue ricerche su un particolare tipo di afasia nella quale i pazienti potevano parlare, ma non capivano ciò che stavano proferendo33.


Un altro tratto caratteristico che preparò la tappa neurocentrica contemporanea consiste nella scoperta della cosiddetta teoria cellulare e negli studi attraverso tecniche istologiche del sistema nervoso da parte del medico e citologo italiano Camillo Golgi (1843-1926) e dello spagnolo Santiago Ramón y Cajal (1852-1934). 

Bisogna anche ricordare in questo panorama sintetico, l’avvento della cosiddetta psicofarmacologia, che si sviluppò a partire dall’introduzione, nel 1950, del primo farmaco utile nel trattamento della schizofrenia: la clorpromacina34.

..... (continua lunedì prossimo)


29 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 22.
30 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 23-25.
31 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 25-26.
32 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 26-27.
33 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 27-28.
34 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 29-32.

sabato 19 ottobre 2013

Storia della Neuroetica (4), martedì 15 ottobre 2013


di Alberto Carrara
Continua la Rubrica: Storia della Neuroetica. 

Il neuro-centrismo contemporaneo si spiega alla luce della storia stessa della medicina relativa al cervello e al sistema nervoso (tanto centrale, come periferico). Presento ora una breve sintesi sulla storia delle Neuroscienze19. Nell’antichità, il primo scritto conosciuto sul cervello umano pare abbia l’età di circa 3000 anni. Si trova in un papiro acquistato da Edwing Smith verso la fine del XIX° secolo. Se bisogna subito precisare che non si ha la certezza che sia l’originale, questo papiro è stato datato nel secolo XVII° a.C., anche se si ritiene essere una copia di un altro molto più antico proveniente dalla tradizione medica dell’architetto e medico egiziano Imhotep che visse approssimativamente negli anni 2690-2610 a.C. In questo frammento viene descritto, con diversi dettagli diagnostici, il trattamento e la prognosi di due pazienti con ferite craniche e al collo.
Viene fatta menzione della pratica della trapanazione cranica, poichè, secondo le credenze e usanze di quell’epoca, diversi problemi cerebrali erano dovuti all’accumulo di gas e di liquidi a livello cerebrale. Il papiro afferma che la maggior parte, anche se non tutti, dei pazienti, morivano dopo l’intervento; alcuni, sorprendentemente, diremo noi oggi, sopravvivevano per lungo tempo dopo la neurochirurgia20. Ecco il primo dato interessante per la storia della Neuroetica: «Gli Egiziani che praticavano trapanazioni craniche dovevano sicuramente intuire che modificazioni della materia all’interno della teca ossea producevano, almeno in alcuni casi, modificazioni nei comportamenti e nella personalità»21.

Un secondo riferimento storico sull’importanza del cervello ci giunge dalla Grecia antica del secolo V° a.C. e si riferisce a ciò che oggi denominiamo la gran “teoria neurocentrica” di Alcmeone di Crotone (540-500 a.C.), uno dei primissimi pensatori che intuì e sottolineò l’importanza del cervello in relazione alle funzioni superiori dell’uomo. Con Alcmeone, Democrito (460-370 a.C.) apportò nuove idee che si riscontrano nel grande fondatore e “padre” della medicina, Ippocrate (460-370 a.C.) e in Platone (427-347 a.C.). Aristotele (384-322 a.C), diversamente dagli autori menzionati precedentemente, attribuiva un’importanza maggiore non al cervello, anche se lui stesso individuò quelli che oggi denominiamo ventricoli cerebrali22, ma al cuore. Bisogna, a questo punto, ricordare che nel 65 d.C., Scribonio Largo applicava sulla testa di pazienti affetti da emicrania, degli animaletti chiamati torpedini23. Queste, scaricando sul cuoio cappelluto delle piccole scariche elettriche, sortivano un effetto lenitivo e, nella maggior parte dei casi, terapeutico. Questa tecnica antica e naturale viene considerata oggi il fondamento della moderna neuro-tecnologia di stimolazione cerebrale profonda o DBS (deep brain stimulation).


Nel II° secolo d.C., il medico Galeno, realizzò importanti scoperte nell’ambito dello studio del sistema nervoso, tra le più rilevanti bisogna ricordare: il controllo della muscolatura da parte del midollo spinale; la presenza di nervi pari nelle strutture craniali; il controllo della voce da parte del cervello stesso e il fatto che il cervello controllasse i quattro umori che catalizzavano il funzionamento del nostro corpo e della nostra personalità somatica e psichica24. Anche Galeno, sulla scia di Scribonio, «raccomandava l’applicazione di anguille, in grado di trasmettere una scossa benefica nel combattere l’emicrania, di fatto la prima stimolazione elettrica cerebrale, seppure con mezzi naturali»25.
Per molto tempo, le descrizioni e i fondamenti morfofunzionali e anatomoclinici di Galeno vennero ritenuti validi e vennero accolti e recepiti pacificamente per più di dodici secoli26.

Nel periodo medioevale, lo sviluppo della medicina e della conoscenza dei meccanismi biologici risultò sproporzionatamente inferiore rispetto ad altre discipline, quali, ad esempio, la teologia e la filosofia. Nonostante ciò, bisogna ricordare la figura del medico e filosofo persiano Avicenna che ebbe un influsso su pensatori occidentali del calibro di Tommaso d’Aquino, Bonaventura e Duns Scoto27. Per questi filosofi, la tesi secondo cui il cervello è l’organo implicato nell’attività cognitiva e affettiva dell’essere umano in grado di spiegare la condotta animale, risultava assodata, qualcosa di pacificamente ammesso28.

… (continua la prossima settimana)


19 Per approfondire ulteriormente gli sviluppi storici della ricerca sul cervello, consiglio la lettura della sintesi che si trova al capitolo 1° di questo libro: Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 17-49.
20 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 19.
21 Cf. A. Lavazza, Che cosa è la neuroetica, in: A. Lavazza – G. Sartori (a cura di), Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio, Il Mulino, Bologna 2011, 19.
22 Cf. A. Lavazza, Che cosa è la neuroetica, in: A. Lavazza – G. Sartori (a cura di), Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio, Il Mulino, Bologna 2011, 19.
23 Cf. A. Lavazza, Che cosa è la neuroetica, in: A. Lavazza – G. Sartori (a cura di), Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio, Il Mulino, Bologna 2011, 19.
24 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 20.
25 Cf. A. Lavazza, Dalle neuroscienze alla neuroetica, in: L. Renna (a cura di), Neuroscienze e persona: interrogativi e percorsi etici, EDB, Bologna 2010, 75.
26 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 21.
27 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética..., 21.


28 Cf. J. M. Giménez Amaya – J. I. Murillo, «Mente y cerebro en la neurociencia contemporánea. Una aproximación a sue studio interdisciplinar», Scripta Theologica 39 (2007), 607-635.

mercoledì 9 ottobre 2013

Storia della Neuroetica (3)


lunedì 7 ottobre 2013


Continua la Rubrica del lunedì: Storia della Neuroetica.

Le domande relative al nostro cervello e al sistema nervoso in generale, hanno attraversato l’intera storia del pensiero, dalle origini e dagli albori delle prime civiltà organizzate e strutturate, sino ai nostri giorni dove si registrano i maggiori successi derivati dall’alleanza tra ricerca neuroscientifica e tecnologia. Se da una parte, filosofi e medici sin dagli antichi Egizi, passando per la Grecia classica, approdando alla prima decade del XXI° secolo, hanno speculato e formulato ogni ipotesi relativa a questo misterioso ed affascinante organo situato nella cavità cranica, dall’altra, gli anni ’90 del secolo scorso e la prima decade di questo Terzo Millennio ci presentano strabilianti risultati neuroscientifici in grado di suscitare problematiche filosofiche inquietanti e appassionanti, specialmente nel campo etico.

L’applicazione sempre più rapida all’uomo dei risultati neuroscientifici, frutto delle numerosissime ricerche che mirano a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, hanno suscitato nell’opinione pubblica sentimenti molto spesso opposti e antitetici: dai neuro-scettici e neuro-critici, passando ai neuro-fili o amanti delle neuroscienze. È questo il quadro in cui si è sviluppata ed è sorta, la Neuroetica, un nuovo ambito di ricerca e riflessione.

Negli ultimi anni, il termine “Neuroetica” si è imposto sempre più, specie in ambito anglosassone, per quanto concerne la sua diffusione e il suo contenuto proprio. La “Neuroetica” si era già diffusa, per lo meno quanto al concetto stesso, a livello globale. Sembra oggigiorno indiscusso il suo status di nuova e consistente disciplina.

Allora ci chiediamo: che cos’è la “Neuroetica”? di che cosa si occupa? Quali sono i suoi campi di ricerca? Da chi sorge questa denominazione? e quando? C’è una domanda spinosa da farsi: la “Neuroetica” è un ramo ulteriore, magari nuovo, della tradizionale Bioetica, oppure possiede un campo di ricerca e di riflessione proprio, particolare tale da distinguerla e da farle assumere uno statuto proprio di scienza medico-filosofica?

Il neurocentrismo e la neuromania
Per poter comprendere l’origine, la definizione e lo sviluppo della Neuroetica, bisogna innanzitutto considerare il contesto socio-culturale in cui sorse. Per delineare questo contesto, si devono prendere in considerazione due premesse che incorniciano la nostra tematica. La prima premessa può venir sintetizzata parafrasando il brillante testo di Michael S. Gazzaniga Human, quel che ci rende unici12 estrapolandone il termine “neurocentrismo”13, mentre la seconda è stata “battezzata” da alcuni autori “neuromania”14.
Stiamo vivendo in un contesto contemporaneo che può essere ben definito: neurocentrico. Esso è il risultato di un lungo processo storico di sviluppo della prassi medica dagli antichi Egizi, fino alle odierne neuro-nano-tecnologie. Per renderci conto di ciò possiamo ricordare alcuni pilastri storici tra i più recenti. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush aveva sancito la famosa “Decade del Cervello” (1990-2000) alla quale seguì la “Decade della Mente” (2001-2011) e, più recentemente, il governo spagnolo proclamò l’anno 2012, “Anno della Neuroscienza”. Per non parlare della recentissima iniziativa del presidente Obama che, il 2 aprile 2013 alla Casa Bianca ha lanciato il Progetto “BRAINInitiative”, lo stanziamento di 100 milioni di dollari allo scopo di “spingere” e stimolare la ricerca neuroscientifica sul cervello e la mente per trovare nuove terapie e prevenire i numerosi disordini che coinvolgono il cervello: dall’Alzheimer, alla schizzofrenia, dall’epilessia, all’autismo e ai traumi cerebro-vascolari15.

Questi sono solo alcuni brevissimi cenni delle migliaia di iniziative che, in tutto il mondo, coinvolgono la ricerca e la riflessione sul cervello umano. L’istituzione che più promuove una “cultura sul cervello” è l’americana TheDANA Foundation16.

Il professor Collins, uno dei promotori del Progetto Genoma Umano, ha utilizzato l’analogia, con questa colossale rivoluzione dell’umanità, traslandola alla ricerca neuroscientifica: allo stesso modo in cui i grandi colossi pubblici e privati ci avvicinarono sempre più al grande mistero della vita (al genoma umano) e, ciò che prima veniva considerato un enigma, ora è un qualcosa di accessibile, così gli sviluppi tecnologici nell’ambito delle immagini di risonanza magnetica funzionale, per esempio, ci stanno avvicinando sempre di più al grande enigma della mente umana17.

Bene hanno riassunto questo quadro due autori italiani quando affermano: «Il neurocentrismo che in questi anni ha dominato e domina (1990-2000 decennio del cervello; 2001-2011 decennio della mente) la cultura biomedica è stato all’origine di nuove informazioni e conoscenze sulla struttura e sul funzionamento del sistema nervoso centrale (neuroimaging), ha aperto interessanti prospettive terapeutiche in campo neurologico per diverse patologie (neuromodulazione farmacologica e neurostimolazione elettrica), ma ha anche determinato la comparsa di inquietanti interrogativi etici relativi alla possibilità di manipolare il cervello e la mente»18.
… (continua lunedì prossimo)

12 Cf. M. S. Gazzaniga, Human. Quel che ci rende unici, Cortina, Milano 2009.
13 Cf. V. A. Sironi – M. Di Francesco, Introduzione. Dal neurocentrismo alla neuroetica, in: V. A. Sironi – M. Di Francesco (a cura di), Neuroetica. La nuova sfida delle neuroscienze, Laterza, Bari 2011, 3.
14 Cf. P. Legrenzi - C. Umiltá, Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo, Il Mulino, Bologna 2009.
15 http://acarrara.blogspot.com/2013/04/the-brain-initiative-i.html; per vedere il piano del progetto: http://www.whitehouse.gov/infographics/brain-initiative
16 https://www.dana.org/
17 Cf. F. S. Collins, ¿Cómo habla Dios?: la evidencia científica de la fe, Temas de Hoy, Madrid, 2007.
18 Cf. V. A. Sironi – M. Di Francesco, Introduzione. Dal neurocentrismo..., 3. 

venerdì 4 ottobre 2013

Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia: L'esperienza del "Trascendente" (2) - http://acarrara.blogspot.it/



...... (continua dalla scorsa settimana, 2° parte: L’esperienza del Trascendente alla luce della psicoterapia, pubblicato sul portale UCCR)

di Alberto Carrara*, Alberto Passerini** e Alessandra Pandolfi***

* biotecnologo e neurobioeticista, Ateneo Regina Apostolorum (Roma), Gruppo di Neurobioetica (GdN)
** Psichiatra, Psicoterapueta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)
*** Anestesista, Psicoterapeuta, S.I.S.P.I. – Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)


«Trascendente ed Esperienze Immaginative1: Il Trascendente in psicoterapia

Considerare l’idea che l’Uomo ha dell’esistenza della divinità alla stregua di un pensiero magico o animistico, come si legge in alcuni scritti, significa, al di là di qualsiasi credenza religiosa, atea o agnostica, ignorare una parte dell’Essere nei suoi bisogni fondamentali; oltre a quelli di amare, essere amato ed essere riconosciuto nei propri significati: il trascendente (Toller, Passerini, 2007).


Quasi un secolo di studio e di pratica della Psicoterapia con l’Esperienza Immaginativa (Rêve-Eveillé, Procedura Immaginativa) (Passerini, 2009) ha dimostrato che, oltre al vissuto corporeo e a quello psichico, esiste una dimensione superiore attinente allo spirito, accessibile a tutti anche se non tutti vi prendono soventemente contatto (Passerini, 2012). 

All’interno del “laboratorio” della pratica clinica si possono cogliere della sequenze immaginative a contenuto “transpersonale”, “mistico”, caratterizzate da vissuti di “fuori dal tempo e dalla fisicità”, “pace interiore”, “estasi”. Si tratta di una “coscienza di ordine trascendentale, che sfugge a qualsiasi analisi e a qualsiasi linguaggio espressivo adeguato” (Fabre, 1981), di un “sentimento oceanico”, come lo definisce Roman Rolland nelle sue ricerche sulla mistica, un “silenzio nell’oscurità perfetta” con sentimenti di fusione e di comunione con il mondo (Desoille, 2010 [1973]). 

Queste ultime caratteristiche possono palesare una parentela con alcuni vissuti arcaici di indifferenziazione tra sé e l’esistente ma ciò che distingue questa esperienza umana dal pensiero arcaico e/o infantile è stato ben evidenziato dagli studi di Fabre (1981) e De Martin (1986). Mentre, là dove il pensiero infantile raffigura il soprannaturale in un essere superiore non soggetto alle leggi della fisica (Vallortigara, Girotto, 2013), che si può considerare null’altro che una tappa dello sviluppo cognitivo e psico-affettivo ben descritto negli studi di Piaget (1983), esiste invece un punto d’incontro tra Trascendente ed Arcaico proprio dove questi due stati condividono il vissuto di “fusione”. Ma ci sono delle differenze: nella regressione all’Arcaico c’è una regressione anche nel cognitivo, si altera la logica causale, la razionalità, si disorganizza il pensiero, si dissolvono i confini dell’Io; diversamente nel contatto con il Trascendente ci sono sentimenti di presenza, di lucidità creativa (Desoille, 2010) (Passerini, 2009), (Rocca, Stendoro, 1993) e di finalismo (Ales Bello, 2010).

Il superamento di una soglia
Sempre dal “laboratorio” empirico dell’attività clinica, si è potuto riscontrare che il raggiungimento di stati “elevati” di coscienza, in genere, è preceduto dal superamento di una soglia, da un cambiamento interiore che permette all’Io di ritrovare un’unità (originaria), dalla quale sprigiona una comprensione lucida, creativa e riflessiva. La soglia di cui si sta parlando si identifica spesso in un’azione non ordinaria come una nascita simbolica o un’esperienza iniziatica, che si possono riconoscere grazie all’apparire di particolari simbolismi: l’attraversamento di un varco, il passaggio di una porta monumentale, l’attraversamento di uno specchio, la scala a spirale, un passaggio di stato attraverso l’addormentamento, la scomparsa di una maschera ed altri (Romey, 1982). Ed avviene sempre attraverso il superamento di una prova.

I vissuti di pre-morienza
La possibilità di saggiare l’esperienza del Trascendente appartiene all'essere umano che può vivere questo stato in momenti diversi della propria esistenza. 

Una delle più recenti acquisizioni è quella dei vissuti trascendentali extracorporei, legati alle testimonianze di persone che, trovatesi in punto di morte, grazie alle moderne tecniche rianimatorie, vengono salvate e, al proprio risveglio, raccontano di aver sperimentato nuove dimensioni, in genere a forte contenuto emozionale e di grande bellezza (Owen et al., 1990) (Van Lommel et al., 2001). Vissuti di pre-morienza (Near Death Experience) vengono descritti anche da pazienti sottoposti ad anestesia generale, soprattutto per interventi chirurgici in cui il muscolo cardiaco viene fermato artificialmente per un certo periodo di tempo (Spitelli et al., 2002). In questo caso non sempre i vissuti extra-corporei sono rasserenanti ma possono avere anche connotati angosciosi. Questa condizione è di particolare interesse “sperimentale” poiché si può dire che il paziente cardio-chirurgico, in relazione alle modalità dell’intervento, sperimenti “in vita” la propria morte: egli sa che il suo cuore si fermerà per poi ricominciare a battere dopo l’intervento; frequenti sono in letteratura (Blacher, 1983) così come nella nostra esperienza (Passerini, 1987) i vissuti di rinascita, di resurrezione e di pre-morienza. Infatti si tratta di un intervallo di tempo di vera e propria “sospensione della vita” e verosimilmente sarebbe banale liquidarne i vissuti come semplice angoscia di morte o meccanismi di adattamento. Sono stati riportati vissuti in cui l’anima va a ricongiungersi con i propri cari defunti, di incontro con Dio o con antenati morti, come esperienza piacevole o rassicurante e percepiti come condizione intermedia tra la vita terrena ed extra-terrena, vissuti d’immortalità, indipendentemente dalle convinzioni religiose del soggetto, visioni di “fuori dal corpo”. Non estraneo a queste esperienze è il significato simbolico nonché fisiologico dell’organo “cuore”, che in molte culture anche tra loro lontane, rappresenta il “centro dell’essere”, la “divinità dentro l’Uomo”, che è il primo organo che inizia a funzionare alla nascita e l’ultimo a smettere con la morte.

Affermare se i vissuti di “pre-morte” si riferiscano ad esperienze al di fuori del proprio essere e senza alcuna connessione con le funzioni cerebrali, che durante un arresto cardiaco si interrompono, o se si tratti di qualche complessa funzione encefalica che si attiva proprio in concomitanza dell'evento potenzialmente mortale esula dallo scopo di questo scritto. Vogliamo tuttavia rilevare come i vissuti riportati dai sopravvissuti appartengano alla sfera del Trascendente.

Esiste ormai una letteratura scientifica e divulgativa piuttosto ampia sull'argomento, che continua ad arricchirsi di nuove testimonianze. Il primo fondamentale punto è quello che ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età, razza, cultura, religione e grado di istruzione è in grado di vivere e ricordare con chiarezza tali esperienze. Un altro punto interessante è che il percorso in una differente dimensione ha delle tappe che sono presenti in quasi tutte le descrizioni come il passaggio in un tunnel, l'incontro con una luce mistica, gli incontri descritti sopra, la ricapitolazione della propria vita, l'accesso ad una conoscenza speciale, l'incontro con un confine o barriera e il ritorno nel corpo volontario o involontario (Long et al., 2010). Tutti coloro che raccontano la propria esperienza parlano di sensi acuiti, capacità di comprensione straordinaria rispetto a quella della vita normale, possibilità di apprendere per via telepatica. La maggior parte delle persone che riferisce di questa esperienza la giudica indescrivibile a parole considerando il vocabolario della propria lingua privo di vocaboli adatti a dare un'idea esatta della essenza delle proprie sensazioni (Parnia, Fenwick, 2002). E qui è sorprendente la similitudine con l’incontenibilità delle emozioni trascendentali riscontrate in psicoterapia. Un tema ricorrente in coloro che “ritornano” alla vita terrena è quello del sentimento di amore e di pace che pervade ogni situazione vissuta.

Un dato da rimarcare è che l’incontro con persone defunte sconosciute possa portare a posteriori ad un riconoscimento come parenti morti prima della propria nascita e di cui non si conosceva l'esistenza. Un esempio interessante è quello di un bambino che, in un'esperienza del genere, incontrò un altro bambino che riconobbe come suo fratello. Al risveglio ne parlò con la famiglia che rimase esterrefatta in quanto effettivamente c'era stato un fratello, morto prima della sua nascita, e di cui il protagonista non sapeva nulla poiché nessuno ne aveva mai parlato (Long et al., 2010).

Conclusioni
Nella nostra cultura post-moderna c'è un'estrema necessità di applicare e vivere la “prudenza”, intesa come la retta ragione che bisogna, e bisognerebbe, impiegare al formulare conclusioni, specie se queste hanno per oggetto elementi esistenziali considerevoli come l'esperienza umana del “Trascendente”. Non è indifferente, infatti, credere che è il nostro cervello, e non noi stessi, ciò che agisce, colui che ragiona, colui che prende le decisioni, colui che “ci” fa prendere consapevolezza di essere coscienti, di entrare in contatto con una realtà Altra, etc. 

Queste credenze, troppo spesso sbandierate da certuni persino in convegni scientifici seri, oltre a venir smentite dalle più recenti acquisizioni in campo neuroscientifico (basti considerare la nuova branca della “neuro-connettomica”, oppure quella della plasticità e rigenerazione cerebrale, etc.), risultano ormai obsolete e “ingenue”, dinnanzi al diffondersi di teorie radicali di stampo “esternalista” sul mentale (M. C. Amoretti, 2011) che non riducono tutto ai neuroni o al solo cervello, ma prendono in considerazione la realtà integrata della persona umana, unità-duale tra componenti fisiche e bio-psichiche (e spirituali), che sempre più trovano riscontri nelle evidenze neuroscientifiche, cliniche e psicodinamiche (A. Nöe, 2010; W. Glannon, 2011). 

Le sottili distinzioni da tener presente sono ben riassunte dalla filosofa italiana Angela Ales Bello quando, scrivendo sul tema della coscienza umana, afferma: «È possibile ribaltare la collocazione della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] secondo la quale essa è “epifenomeno” del cervello... a patto che si sottolinei la complessità e la stratificazione dell'essere umano, che conduce non ad un rigido dualismo» (alla René Descartes, all'italiana: Renato Cartesio), «ma ad una dualità, all'interno della quale è presente un aspetto psichico-spirituale autonomo» (P. L. Fornari, 2012). La stessa filosofa, intervistata per l'uscita del volume di oltre 900 pagine da lei curato insieme a Patrizia Manganaro sul tema della coscienza tra fenomenologia, psico-patologia e neuroscienze (A. Ales Bello, P. Manganaro, 2012), sottolinea importanti distinzioni da tener presente nell'odierno dibattito neuroetico: «l'intrinseca autoreferenzialità del pensiero e l'accesso cosciente agli stimoli esterni potrebbero “incarnare” la differenza tra la consapevolezza di se e dell'ambiente circostante. Il termine “incarnare” è particolarmente significativo. Infatti, affermare che la coscienza [l'esperienza umana del “Trascendente”] ha una base nell'attività cerebrale conduce al riduzionismo, invece sostenere che il cervello nella condizione temporale è il luogo della coscienza [dell'esperienza umana del “Trascendente”] è cosa ben diversa» (P. L. Fornari, 2012).



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Amoretti M. C., La mente fuori dal corpo, Franco Angeli, Milano 2011; questa è un'opera sintetica sui diversi esternalismi in relazione al mentale di estrema importanza per averne un panorama completo e approfondito. Gli esternalismi sono posizioni eterogenee che considerano che la mente umana si estenda, almeno in parte, oltre i confini fisici, non soltanto della nostra cerebralità, bensì anche della nostra corporalità.
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1 La definizione “Esperienza Immaginativa” (E.I.) in senso stretto è la traduzione italiana più recente del Rêve-Eveillé (R.E.) ideato da Robert Desoille negli Anni Venti; si svolge in una seduta che ha una durata massima di 50’, durante la quale viene proposto al paziente, sdraiato sulla chaise-longue, dopo un idoneo rilassamento spontaneo, di immaginare una narrazione di fantasia a partire da una immagine iniziale (Stimolo Percettivo – S.P.) suggerita dall’analista. Si raccomanda al paziente di essere quanto più possibile spontaneo e partecipe durante la narrazione, che il soggetto comunicherà ad alta voce e sarà trascritta dal terapeuta; il materiale simbolico, attuale o regressivo, così ricavato verrà esaminato assieme, nelle sedute successive, per decodificarne il significato. Studi recenti sviluppati dalle neuroscienze, sull’immaginazione, sulla percezione, sui neuroni-specchio, sulla memoria e sull’oblio, contribuiscono alla spiegazione neurofisiologica dell’Esperienza Immaginativa (Passerini 2009). La relazione, che fa da cornice ma anche da motore della cura, si iscrive nella teoria dell’Incontro (Callieri 1984) comprendendo in questa definizione anche il Movimento Transferale e Contro-transferale riconoscibili, in questa metodologia, all’interno dell’Esperienza Immaginativa.