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giovedì 13 marzo 2014

Aborto e obiezione, dove sta il male di Renzo Puccetti, 13-03-2014, www.lanuovabq.it

Il caso della giovane donna che ha abortito al quinto mese di gravidanza dopo che al proprio figlio era stato diagnosticata la trasmissione di una malattia genetica di cui la madre è portatrice è stata utilizzata, e non nutrivamo alcun dubbio, come piattino per servire il trittico riproduttivo: sì alla fecondazione artificiale per tutti, l’aborto è un diritto, i medici obiettori sono dei perfidi opportunisti che dovrebbero essere radiati. Che gli interessati abbiano atteso quattro anni per sporgere denuncia è cosa strana, che però risulta più comprensibile leggendo la versione dell'Ospedale in cui si smentisce la ricostruzione dei fatti comunicata ai media con la solita impeccabile regia radicale. A titolo di esempio in conferenza è stato maliziosamente insinuato che la signora sia stata abbandonata a se stessa perché "era cambiato il turno, c'erano solo medici obiettori", ma l'azienda sanitaria ha ribattuto in una nota ufficiale che "dalla lettura dei documenti sanitari agli atti risulta che la signora è stata assistita, durante la degenza, da due medici non obiettori di coscienza che fanno parte dell’équipe istituzionalmente preposta alla IVG". A quanto pare dunque, carta canta, ma che vuoi che contino i fatti quando l'obiettivo è fare vincere l'ideologia?

Va da sé che il dolore dei protagonisti di storie di questo genere richieda grande rispetto, ma le circostanze di un evento, quantunque tragiche, non possono mai essere tali da trasformare la natura delle azioni: un male è un male. E un caso come questo, a prescindere dalla sua veridicità ad oggi tutta da appurare, offre lo spunto per una riflessione generale sui mali avvenuti e i mali auspicati. Il primo male è senz’altro quello dell’aborto che nel secondo trimestre è attuato per motivazioni eugenetiche in modo pressoché seriale attraverso protocolli di diagnosi prenatale sempre più sofisticati. L’infanticidio che a Roma era legalmente protetto dallo ius vitae ac necis assicurato al pater familias, oggi lo si garantisce in sicurezza e privacy alla mater foeti anticipandolo semplicemente di qualche mese grazie alle leggi abortiste di cui la 194 è espressione adamantina.

Un secondo aspetto è quello dell’assistenza alla donna che abortisce. A differenza dell’aborto chirurgico, la procedura farmacologica non si riduce ad un evento, ma si articola in varie tappe che insieme costituiscono il processo di aborto. È stato dichiarato in conferenza stampa che “la legge prevede che il medico possa rifiutarsi di iniziare la procedura, ma non di portarla a termine”. Errato, la legge all'articolo 9 esonera il personale obiettore da qualsiasi procedura ed attività volta a determinare proprio l'interruzione della gravidanza, cioè l'aborto, mentre obbliga lo stesso personale solo all'assistenza della donna prima e dopo la procedura. Non è scritto da nessuna parte che i medici obiettori debbano portare a termine, cioè a compimento, l'aborto, tranne nei casi, dice ancora la legge, in cui il loro personale intervento sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo". Poiché si spera che qualcuno sappia ancora leggere l’italiano ciò significa che l’obiezione di coscienza deve quindi recedere non in caso di pericolo per la salute, ma solo in caso di pericolo per la vita, un pericolo che deve essere non futuro, ma imminente. Se è quindi doveroso per qualsiasi medico, compreso il medico obiettore, assistere la donna che sta abortendo in tutti quegli aspetti che riguardano la sua persona, è altrettanto moralmente doveroso per il medico che voglia servire solo la missione della medicina, salvare vite umane, astenersi da ogni azione volta a indurre la morte del bambino. La somministrazione di analgesici a una donna che sta abortendo è assistenza che non pone problemi morali, mentre cosa moralmente illecita è invece effettuare il cosiddetto mini-parto, la tecnica con cui è attuato l’aborto del secondo trimestre. Se ad esempio il neonato esce dal canale del parto ancora vivo e la placenta è ancora adesa alla parete uterina, sarà il clampaggio del cordone ombelicale a slatentizzare l’insufficienza ventilatoria connessa all’immaturità polmonare del bambino ed in sostanza sarà stato quel medico a completare la filiera di morte avviata dal collega che ha prescritto le candelette di prostaglandine per indurre il mini-parto, a meno che questo non sia l’unico modo per avviare la rianimazione neonatale.

Si dice anche che si dovrebbe consentire l’accesso alla fecondazione artificiale e la diagnosi genetica pre-impianto per i casi come questo in cui c’è il rischio di trasmettere al figlio una malattia genetica ed essere poi “costretti” ad abortire. C’è qualcosa di stonato in tutto questo, "costretti"? È un'espressione che ha un che di spaventoso tanto è sintomatica di come la mentalità eugenetica che fu sconfitta nella sua spaventosa presentazione totalitaria, ha stravinto rivestendosi semplicemente degli abiti libertario e umanitario, laddove con questo termine si deve qui intendere lo stesso atteggiamento di falsa pietà, di preoccupante perversione della pietà, che in Evangelium vitae il beato Giovanni Paolo II attribuiva all’eutanasia (EV 66). Si dimentica infatti di dire che mediante la diagnosi genetica pre-impianto si replicano gli stessi atti della diagnosi prenatale semplicemente anticipandoli nel tempo: prelievo citologico, esame genetico, responso di vita o di morte; l’esito del referto per l’embrione appena prodotto così come per il bambino in utero è sempre lo stesso pollice rivolto in alto o in basso. Poiché il termine aborto etimologicamente significa "non nato", la diagnosi genetica pre-impianto è un aborto al microscopio al di fuori del corpo della donna, è cioè un micro-aborto ectobiotico eugenetico. È proprio l'infiltrazione pervasiva nel tessuto sociale di questa cultura eugenetica che rende la certificazione circa il grave rischio per la salute della donna necessario per abortire oltre il novantesimo giorno una sorta di atto dovuto. In un contesto dove si producono linee guida anche per stabilire la condotta nella sindrome influenzale, a 36 anni dall’entrata in vigore della 194 nessuno ha mai neppure tentato di elaborare protocolli per la valutazione omogenea del rischio psichico di queste donne. Se ve ne fosse bisogno ciò rappresenta un motivo in più per sospettare che al legislatore abortista la salute della donna serva solo come pretesto, uno spesso strato di belletto buonista per nascondere la putredine dell’arbitrio utilitarista o edonista.

Ancora un’ultima questione. Quello che in questo caso è stato denunciato come abbandono della donna causato dalla latitanza dei medici obiettori, quell’essersi trovata ad abortire in bagno da sola con l'unica assistenza del marito, è esattamente la stessa cosa che si verifica in modo sistematico per l’aborto del primo trimestre con la RU 486 in day hospital. Anche lì infatti, dopo la somministrazione del misoprostol, una prostaglandina, la donna abortisce in bagno tra contrazioni dolorosissime, conati di vomito e diarrea. Solo che in quel caso il caravanserraglio abortista non parla di abbandono, non parla di malasanità, di omissione di atti di ufficio, tutto questo come per magia diventa un provvedimento per il comfort e la privacy della donna, ovviamente assicurato dal "buon medico", quello che non obietta.

lunedì 14 ottobre 2013

E’ “buona” l’eugenetica contro i bambini Down? - 13 ottobre, 2013, di Benedetto Rocchi, Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze - http://www.uccronline.it/




Sindrome down



Chiara Lalli è una figura emergente nel dibattito sui problemi della bioetica in Italia. Il suo blog è uno dei più consultati dai giornalisti. I suoi libri, che in genere pretendono di presentare tesi “controverse”, vengono recensiti con entusiasmo dai principali quotidiani nazionali (è il caso del Corriere della Sera con “La verità, vi prego, sull’aborto” dove, con molta approssimazione scientifica si sostiene l’innocuità dell’aborto volontario per la psiche della donna); viene invitata da radio e televisioni quando si deve dibattere qualche punto alla frontiera della bioetica.

Così è successo ad esempio durante la trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” andata in onda su Radio Rai Tre il 31 gennaio 2013 (a questo indirizzo il podcast). La puntata era dedicata alla giornata internazionale per la Sindrome di Down. Tanta attenzione verso un tema di solito trascurato dai mezzi di comunicazione di massa, era causata da uno spiacevole episodio che si era guadagnato la ribalta dei notiziari proprio in quei giorni: il caso di un ragazzo affetto dalla sindrome, figlio di immigrati, ai quali era stata negata la cittadinanza italiana perché, nonostante tutti i requisiti previsti dalla legge fossero ottemperati, il giudice non aveva ritenuto presente la capacità di intendere e di volere.

Seguendo uno schema consolidato la trasmissione, dopo avere proposto alcuni contributi di persone che si occupano di persone affette dalla sindrome per professione o per esperienza personale (un avvocato di una associazione che si occupa dei diritti dei disabili, la mamma di un ragazzo con la sindrome di Down) ha sottoposto il tema ai rappresentanti di due concezioni della bioetica contrapposte tra loro: il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e appunto Chiara Lalli, presentata come “filosofa della scienza”.

Bisogna riconoscere al conduttore di essere stato buon giornalista, lanciando ai suoi ospiti una domanda alquanto spinosa. Il tema è stato introdotto, infatti, ricordando che in tempi di diagnosi prenatale e di diritto di aborto molti bambini affetti dalla sindrome non nascono più, proprio come temeva Jerome Lejeune, lo scopritore delle sue cause genetiche. In Italia si può stimare che ogni anno vengano abortiti più di mille bambini ogni anno per il semplice fatto di avere un cromosoma in più (i dati possono essere consultati qui). Tanto che nel 2004 è stato lanciato dal governo danese un piano che prevede l’accesso gratuito ai test prenatali per l’individuazione della sindrome e che in 25 anni dovrebbe rendere la Danimarca un paese “Down Free” (i primi effetti sono stati valutati da questo articolo pubblicato dal British Medical Journal). Un’iniziativa che ha fatto scalpore per la sua scoperta impostazione eugenetica: selezionare sistematicamente quali bambini “meritino” di venire al mondo e quali no.

Non è stato difficile per Marco Tarquinio porre a confronto il governo danese degli anni 2000 con il governo tedesco degli anni ’30 del ventesimo secolo. Quando è arrivato il suo turno, Chiara Lalli si è trovata in una situazione difficile: da un lato non poteva non sostenere con forza i diritti delle persone affette dalla sindrome di Down già nate; dall’altro, però, voleva difendere il diritto di sopprimere quelle non ancora nate. Non si è però persa d’animo, imbarcandosi in una argomentazione un po’ arzigogolata per mostrare la coerenza della sua posizione. Per chi non avesse voglia di risentire il file audio originale trascrivo qui sotto i principali passaggi del suo intervento prima di commentarli. Parlando della agghiacciante prospettiva di una Danimarca “Down Free” la “filosofa della scienza” ha sostenuto che “… bisognerebbe distinguere l’obbligo dal condizionamento culturale, da un invito, da un’idea. Insomma, ci sono molti livelli che si possono intravedere in una posizione del genere. Il punto fondamentale è che credo le singole scelte debbano sempre rimanere degli individui, individui già esistenti e quindi persone a tutti gli effetti su eventuali, possibili, potenziali, possiamo scegliere gli aggettivi che vogliamo, persone. Però ripeto, il nodo fondamentale è che se io come potenziale genitore decido di interrompere una gravidanza non implica questa mia scelta la mancanza di rispetto per determinate persone ma sto compiendo una scelta perché magari non sono in grado, non mi ritengo in grado di affrontare una situazione del genere. Quindi, in qualche modo, non è una lesione della dignità di altre persone, questo è un nodo fondamentale, è anche un po’ complicato da capire, però insomma … altrimenti è estremamente difficile non connotare una scelta di questo tipo come una scelta nazista, per usare un termine chiaro”.

Si può senz’altro concordare che sia “estremamente difficile non connotare come nazista” il piano del governo danese. Purtroppo le spiegazioni che, con un po’ di didattica degnazione (“è un po’ complicato da capire”) Chiara Lalli ha proposto ai radioascoltatori, non fanno superare affatto tale difficoltà. Vediamole in dettaglio.

Alla domanda se la Danimarca sia paragonabile con la Germania del Terzo Reich Chiara Lalli risponde di no proponendo due argomenti: a) il piano danese non è coercitivo (“distinguere l’obbligo dal condizionamento culturale da un invito, da un’idea”) mentre quello nazista lo era; b) i bambini non ancora nati sono solo persone “potenziali” mentre gli adulti che decidono della loro vita sono persone “a tutti gli effetti”. Si tratta di due tesi francamente deboli, che possono valere per tenere il punto in un dibattito radiofonico che si risolve in una decina di minuti ma che non reggono assolutamente ad una riflessione rigorosa.

Il punto a) è il più semplice da contestare. Il programma eugenetico nazista, dall’eliminazione dei disabili allo sterminio degli ebrei (perché sempre di eugenetica si trattava per i nazisti, basta leggere i testi della loro propaganda) è stato possibile perché nella società tedesca esisteva un sufficiente consenso su di esso. Per dimostrarlo qualche anno fa uno storico di Harvard, Daniel Goldhagen, ha pubblicato un saggio che è diventato un best seller mondiale intitolato “I volenterosi carnefici di Hitler”. Dunque il “condizionamento culturale” degli esecutori del programma era all’opera anche allora: le persone collaboravano spontaneamente, proprio come spontanea dovrebbe essere la scelta delle donne che decidessero di ascoltare l’”invito” lanciato dal governo danese ad eliminare tutti i bambini concepiti affetti dalla sindrome di Down. Dov’è dunque la differenza? Si potrebbe forse dire che in realtà la presenza di un regime totalitario rendeva molto più “costringente” la capacità di persuasione dei nazisti. Ma la filosofa della scienza Chiara Lalli saprà certamente che è stato John Stuart Mill (che certo non era un sostenitore del totalitarismo) a spiegare nel suo saggio “Sulla libertà” che il condizionamento culturale della maggioranza può essere tanto oppressivo quanto quello di un regime autoritario. In realtà, tutte le volte che viene riproposta questa distinzione tra eugenetica “coercitiva” (che sarebbe cattiva) e eugenetica “volontaria” (che invece sarebbe buona) per sdoganare nuovamente tale pseudo-scienza (succede sempre più spesso, non solo sul blog di Chiara Lalli ma anche su paludate riviste di filosofia), bisognerebbe ricordare che in entrambi i casi la vittima non viene ascoltata: per la persona eliminata l’eugenetica è sempre “coercitiva”.

E qui si comprende perché Chiara Lalli deve aggiungere il punto b) alla sua argomentazione affermando che i bambini con la sindrome di Down non ancora nati in realtà non sono “persone a tutti gli effetti” ma solo “persone potenziali”. Proprio per questo motivo non sarebbe necessario chiedere il loro parere per eliminarli. In questo caso l’eugenetica sarebbe buona perché le uniche “persone a tutti gli effetti” coinvolte, cioè gli adulti che dovrebbero decidere la loro eliminazione, prenderebbero tale decisione volontariamente. Per quanto l’argomentazione suoni decisamente capziosa è importante discutere esplicitamente la distinzione tra persone “potenziali” e persone “ a tutti gli effetti”. Chiara Lalli la enuncia come se fosse un fatto assodato, sul quale non c’è alcuna discussione, aderendo a una sorta di mantra che sempre più spesso si affaccia nel dibattito sui temi bioetici più scottanti (aborto, eutanasia, fecondazione artificiale). In realtà si tratta di un’affermazione di tipo filosofico e come tale può e deve essere sottoposta ad un vaglio critico, soprattutto quando viene utilizzata per giustificare le decisioni sulla vita o sulla morte di esseri umani.

Poichè dal punto di vista biologico il processo di sviluppo di un essere umano non conosce alcuna soluzione di continuità dal momento del concepimento fino alla morte, l’idea di “potenzialità” della persona deve necessariamente trovare un altro fondamento. Questo fondamento è l’autocoscienza. Sarebbe l’autocoscienza a rendere un essere umano “persona a tutti gli effetti”. In ultima analisi, quindi, sarebbe un particolare “funzionamento” del soggetto, la sua autocoscienza, che ne renderebbe l’esistenza “personale” e quindi di valore. Si tratta della versione moderna di un argomento filosofico con una lunga tradizione, i cui ascendenti nobili possono essere fatti risalire a Cartesio e Locke, basato sul dualismo corpo-anima, per quanto espresso nella sua moderna versione mente-corpo.

Nel nostro caso l’argomento si applica così: il bambino non ancora nato ha la potenzialità di diventare cosciente ma non lo è ancora, dunque è in qualche misura sottoposto alle scelte degli adulti che invece hanno già raggiunto lo stadio di autocoscienza (notate la particella usata da Chiara Lalli, che implica una subordinazione dei bambini rispetto agli adulti: le … scelte [delle] persone a tutti gli effetti su … potenziali …  persone). L’argomento è piuttosto debole: in base ad esso infatti si potrebbe giustificare una subordinazione dei diritti di una persona incosciente a causa di una anestesia o di uno svenimento, rispetto a quelli delle persone che la soccorrono. Anch’esse infatti sono in quel momento coscienti solo “in potenza”, proprio come il bambino non nato: eppure, come è ovvio, non ci sogneremmo affatto di non considerarle persone “a tutti gli effetti”. Anzi, è proprio il possibile risveglio della loro coscienza che normalmente viene invocato come ragione delle cure da prestare loro: tanto che viene viceversa suggerita l’eutanasia per le persone in “stato vegetativo permanente”, una espressione medica non corretta (l’esperienza clinica insegna che non si può dimostrare ex ante come definitivo alcuno stato vegetativo, tanto è vero che oggi si preferisce l’aggettivo persistente) usata per esprimere la convinzione che di quella persona ormai funzioni solo il corpo, mentre la mente sarebbe invece “morta”.

Al fine di renderlo più difendibile l’argomento della personalità “potenziale” viene spesso sviluppato introducendo una seconda condizione per l’esistenza della persona: l’esistenza di una capacità di giudizio e di un vissuto. Lo hanno fatto ad esempio Giubilini e Minerva, due bioeticisti italiani che su una delle più importanti riviste internazionali di etica medica hanno sostenuto la liceità morale dell’infanticidio, suscitando come è ovvio grande scalpore. Ho già mostrato in un articolo sulla stessa rivista alcune debolezze del loro ragionamento e i rischi sociali di una tale posizione bioetica. Vorrei però qui discutere la loro definizione di persona potenziale, in base alla quale arrivano a giudicare “sopprimibile” un neonato. Giubilini e Minerva affermano in sostanza che lo stato di incoscienza di un bambino non ancora nato o appena nato è diverso da quello che potrebbe temporaneamente vivere un adulto. Quest’ultimo infatti, avendo già un vissuto di cui ha memoria, al momento del risveglio sarà in grado di dare giudizi, e disporre del suo potenziale futuro e soffrire delle minacce alla sua esistenza. In realtà non è difficile mostrare che quella che sembra essere una condizione diversa è in realtà la stessa. Ammesso e non concesso che il bambino non ancora nato non abbia alcuna forma di coscienza (la scienza medica continua infatti a retrodatare tutta una serie di funzionamenti neurologici e di rapporti intensi di scambio con la madre fino a fasi sempre più precoci della gravidanza) è comunque tutta una questione di tempo: anche il bambino non ancora nato, se sarà lasciato vivere sufficientemente a lungo ad un certo punto potrà dare giudizi, disporre del suo futuro e soffrire delle minacce alla sua esistenza. Se accettassimo questa versione dell’argomento della coscienza, allora dovremmo postulare una gradualità dell’essere persona (e quindi dei diritti che ne derivano) via via che gli individui accumulano conoscenza e capacità di giudizio: è evidente infatti che un bambino di tre anni non ha la stessa capacità di un adulto di decidere del suo futuro o di valutare ciò che minaccia la sua vita; e lo stesso si potrebbe dire per distinguere tra adulti con differente grado di istruzione.

La verità è che l’argomento usato dai sostenitori dell’aborto o dell’infanticidio eugenetico andrebbe totalmente rovesciato. Infatti, almeno in un certo senso, siamo tutti persone potenziali. Come un bambino è un potenziale adulto, un adulto è un potenziale vecchio. Un adolescente che non ha ancora completato i suoi studi è un potenziale scienziato e allo stesso tempo un potenziale artista. Nessuno in realtà può realmente disporre del suo futuro ma solo accoglierlo con ciò che porta e richiede alla sua esistenza. Lo sviluppo dell’organismo neonato in organismo adulto è un processo altrettanto irresistibile e fuori dal controllo del soggetto di quello che porta un organismo adulto alla dissoluzione per una malattia degenerativa. Per non parlare dei legami che ci legano con il mondo che ci circonda: probabilmente a tutti, nel corso dell’esistenza, capiterà almeno una volta di esclamare ‘se avessi saputo prima!’; oppure di scoprire che quello che aveva ritenuto uno sbaglio si era rivelato come una preziosa opportunità verso qualcosa di imprevisto e positivo.

Ciò che connota l’essere persona è proprio il mettere continuamente in atto una potenzialità: un articolo un po’ difficile ma che illumina in modo affascinante questo punto è stato pubblicato on line da Damiano Bondi sul sito di mondodomani.org. Il vivere è un tendere verso qualcosa in ogni momento: è un processo in cui una inesauribile potenzialità continuamente si realizza. A partire dalla magnifica e misteriosa potenzialità contenuta nella prima cellula con identità biologica del tutto nuova che viene all’esistenza al momento del concepimento.

Se dunque siamo tutti persone potenziali allora più semplicemente siamo tutti persone (altri argomenti su questo punto possono essere trovati qui). La condizione esistenziale di un bambino affetto dalla sindrome di Down non è diversa da quella degli adulti che rivendicano un diritto di vita e di morte su di lui: semplicemente egli subisce la loro maggiore forza. Per questo Chiara Lalli si sbaglia. Per questo non esiste un’eugenetica “buona”. Per questo il programma eugenetico danese non differisce da quello nazista.

venerdì 11 ottobre 2013

L'amore ai tempi del DNA


Quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista

Roma, 05 Ottobre 2013 (Zenit.org) Annarita Petrino | 96 hits

La porta dell'universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia... quando l'analisi di un capello può decidere l'inizio o la fine di una storia d'amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?


Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l'alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell'amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l'amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all'attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una "mappa" abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L'amore ai tempi del DNA... quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l'istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non "rischiare". È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l'essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

(05 Ottobre 2013) © Innovative Media Inc.

giovedì 19 settembre 2013

Diagnosi prenatale genetica: la definizione in 3 punti


Per il Glossario di Bioetica, è la valutazione del numero e tipo dei cromosomi di un embrione o di un feto, che può essere «diretta» o «indiretta», e non è eticamente neutra 

Roma, 18 Settembre 2013 (Zenit.org ) Carlo Bellieni | 142 hits 

Diagnosi prenatale genetica: Valutazione del numero e tipo dei cromosomi di un embrione o di un feto, che può essere «diretta» (con un prelievo di tessuti fetali) o «indiretta» (ormoni materni, esame ecografico mirato), e non è eticamente neutra, dato che  il solo farla  mette nelle condizioni di aprire a scelte sulla vita o la morte fetale. 

Il realismo

La diagnosi prenatale genetica (DPG) è l’accertamento dello stato cromosomico del feto, cercando cioè malattie che al momento non hanno cura. Si può eseguire per via diretta analizzando le cellule fetali (amniocentesi o villocentesi ) o per via indiretta con ecografie mirate a cercare dei segni di anomalie genetiche oppure misurando i valori ormonali nel sangue della madre. Non si tratta della pura “diagnosi prenatale” che invece ha un intento curativo. Nella DPG ci troviamo a che fare con due soggetti: il figlio e la madre. Il feto su cui si fa la diagnosi è infatti un essere vivente; per questo ci troviamo di fronte ad un paradosso: si fa la diagnosi ad A - senza che lui/lei lo chieda - nell’interesse di B. E dato che si tratta di malattie che non possono essere curate, che se si scoprissero alla nascita non avrebbero un trattamento migliore che se scoperte quando è ancora possibile l’aborto, alcuni hanno supposto che la DPG è un indebito ingresso nella privacy genetica dell’individuo. Il rischio di morte fetale come “effetto collaterale" dell’amniocentesi è rilevante: : 5-10 ogni 1.000 amniocentesi . Certo, la donna può essere ansiosa in gravidanza e conoscere la condizione genetica del figlio può essere d’aiuto per ridurre l’ansia; ma la DGP può essere esito di un desiderio di controllo sul figlio, che va ben oltre il periodo prenatale; e può infine essere ordinata all’interruzione di gravidanza in caso di anomalia genetica. 

La ragione

C’è un pregiudizio in favore della donna o del bambino? Il desiderio di giustizia ci porta a considerare sia gli interessi della donna che quelli del bambino: entrambi devono essere considerati con attenzione e senza pregiudizi. Il desiderio di bellezza ci può portare a considerare erroneamente la bellezza come solo fattore estetico, ed erroneamente come assenza di anomalie: tanti ci mostrano che la diversità e la differenza sono ricchezza, anche quando richiedono fatica e cure. È comprensibile l’ansia della donna in una società che addirittura mette la bellezza estetica come sommo principio, che non dà aiuto sociale ed economico alla disabilità, che obbliga culturalmente nei fatti ad un esame genetico prenatale ; per questo nel caso di forte angoscia, si può comprendere che si esegua un accertamento genetico, ma è difficile una sua giustificazione come routine.

Quale cultura produce la diffusione della DPG come routine? Probabilmente una ansia diffusa nella popolazione: il figlio è ormai unico e non si accetta altro risultato dalla gravidanza che quello di una presunta "perfezione"; e il problema non risiede nel singolo o nella coppia, ma nella cultura generale che ha forgiato una generazione che sa accettare se stessi solo se rientra nei canoni estetici ed economici propagandati dai massmedia, per una mancanza di aiuto sociale e culturale a chi è malato; figurarsi come saprà accettare il figlio che non è conforme. Il paradosso è che, mentre l'idea del figlio "diverso" porta quasi tutti a premunirsi per saperlo prima della nascita, con un alto tasso di aborti di bambini con possibile disabilità, i genitori che hanno figli malati mostrano una capacità di sacrificio e di creatività eccezionali, nonostante l'abbandono in cui talvolta sono costretti.  

Il sentimento

Il primo pensiero di tanti appena inizia una gravidanza, subito dopo la gioia della scoperta, è: «Lo teniamo?». E’ un segnale di allarme di un modo impaurito di pensare a noi stessi e alla vita; serve un percorso preordinato e virtuoso, che di fronte alla gravidanza prima educhi alla bellezza, e solo poi alla malattia: un percorso ansiolitico. Se poi proprio lo stato di ansia è grande, si accerti anche la presenza di eventuali malattie fetali genetiche come scelta fatta per venire incontro allo stato d'ansia; ma per chi considera sacra la vita, pensare di poter poi arrivare all'aborto è una contraddizione gravissima, dunque prima di entrare in un processo di accertamenti genetici bisogna pensarci bene.  

martedì 23 aprile 2013


Coinquilini per la vita - 2013-04-23 L’Osservatore Romano


Mano accanto alla mano dell’altro, cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza?  Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie (Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux. Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale.

E non è forse tutta l’attuale generazione una generazione di sopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Carlo Bellieni

venerdì 31 agosto 2012


Le contraddizioni della Corte Europea sulla legge 40, di Alfredo De Matteo, 30 agosto 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

Oltre alle bugie anche i compromessi sui temi etici hanno le gambe corte: la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso di una coppia fertile portatrice sana della fibrosi cistica cui era stato negata la possibilità di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni (un test genetico che si effettua su una cellula dell’embrione dopo tre giorni dalla fecondazione per verificare eventuali malattie genetiche), secondo quanto prescrive la legge 40/2004.

L’argomentazione addotta dai due coniugi romani riguarda la violazione dell’articolo della Convenzione dei diritti umani che garantisce il rispetto della vita privata e familiare della coppia, in quanto obbligati dalla legge a seguire la via del concepimento naturale e dell’eventuale aborto.  Un gioco da ragazzi per i giudici di Strasburgo rilevare la clamorosa incoerenza del sistema legislativo italiano, secondo cui non è possibile accedere alla tecnica della fecondazione assistita se la coppia che ne fa richiesta ha un’alta probabilità di trasmettere una malattia genetica alla prole, mentre le è consentito accedere alla cosiddetta interruzione volontaria della gravidanza qualora, a seguito di un’amniocentesi, venisse riscontrata una malattia genetica nell’embrione. In altre parole, per la legge italiana è ammessa l’uccisione di un essere umano innocente con l’aborto volontario, disciplinato dalla legge 194/1978, anche ad uno stadio molto avanzato del suo sviluppo intrauterino, mentre ciò non è consentito se questi ha poche ore di vita!

Tuttavia, occorre sottolineare come la Corte Europea tenda ad equiparare due tecniche, la diagnosi prenatale e la diagnosi preimpianto, in realtà diverse nelle finalità: mentre la prima non ha come sbocco inevitabile la distruzione del figlio malato (in realtà è utilissima per predisporre cure efficace sull’embrione anche dopo la gravidanza), la seconda sì. Dunque, il fatto che una coppia portatrice sana di una malattia genetica non possa accedere alla tecnica della fecondazione artificiale costituisce una, seppur minima, tutela dell’embrione malato altrimenti destinato a morte certa.

Inoltre, con tale sentenza, che di fatto mette al primo posto il diritto dei coniugi ad avere un figlio sano a scapito del diritto alla vita, la Corte smentisce un suo precedente pronunciamento datato 18 ottobre 2011 quando, chiamata a pronunciarsi sulla brevettabilità circa l’utilizzo degli embrioni umani a fini di industriali e di ricerca, sentenziò che «fin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, e quindi va ritenuto un essere umano, pur se è a uno stadio iniziale di sviluppo». Pertanto, le contraddizioni sono molte e non solo quelle insite nel disastroso panorama legislativo italiano in tema di aborto volontario e fecondazione assistita.

D’altra parte, nel tempo la legge 40 è stata più volte messa in discussione, malgrado nel 2005 venne confermata dalla volontà popolare con la schiacciante vittoria dell’astensionismo ad un referendum abrogativo, fino a quando, nel 2008, il ministro della Salute Livia Turco dell’allora governo Prodi modificò i connotati della legge riscrivendone le linee guide e allargandone ancora di più le già lacerate maglie normative. Sebbene la legge 40 sia ingiusta, incoerente e facilmente aggirabile, il nemico, che non accetta compromessi né gioca al ribasso al contrario dei suoi avversari, ha lavorato alacremente per abbatterla.

C’è da rilevare che mentre i giudici di Strasburgo e gli esponenti politici idolatri del laicismo spinto non fanno altro che compiere il loro (sporco) lavoro, ciò non si può dire per la parte del mondo cattolico e pro-life che ha voluto, sostenuto e difeso la legge 40 come se fosse una buona legge o, addirittura, una legge cattolica. 

In Germania l’eugenetica è già realtà: ecco le terrificanti cifre, Mauro Faverzani, 30 agosto 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

La notizia è stata data anche in Italia, ma sottotono e senza troppa enfasi: il consiglio regionale di Friburgo lo scorso 31 luglio ha liberalizzato il test sulla trisomia “Lifecodexx”, prodotto dalla ditta “GATC Biotech” di Costanza, rendendolo disponibile già dalla scorsa metà di agosto. Questo esame permetterebbe non solo di riconoscere i casi di mongolismo prima della nascita, bensì ancor più precocemente di quanto già avvenisse in passato ovvero tra la decima e la dodicesima settimana.

Pare che il margine di errore sia molto basso. E non presenterebbe rischi per la salute della donna. Ma sono i numeri ad inquadrare la tragedia, celata dietro questa notizia: secondo i dati diffusi dall’agenzia federale per l’Educazione Civica di Bonn, ogni anno in Germania l’85% delle donne gravide – circa 670 mila in valore assoluto – vorrebbe sapere se il proprio figlio sia sano o malato e, per farlo, ricorre agli esami prenatali. Inoltre, il 90% dei feti con trisomia viene eliminato con l’aborto. Non potrà mai vedere la luce.

Il costo del test “Lifecodexx”, peraltro, s’aggirerebbe attorno ai 1.200 euro, assicurando un fatturato annuo di oltre 800 milioni di euro. Da più parti si cerca di renderlo gratuito o quasi, caricandolo sui costi della Sanità pubblica, per assicurarvi il massimo accesso possibile. A guadagnarci non è soltanto l’azienda produttrice, ma anche l’indotto di cliniche e centri, ove vengono praticate tali analisi e quanto ad esse conseguente. Scienza e mercato insomma sembrano esser gli elementi determinanti le decisioni, al di là di qualsiasi valutazione di carattere etico: non importa se una scelta sia o meno morale, par darsi peso piuttosto al fatto che sia comoda, sicura ed indolore.

Per questo, ormai tra le aziende sembra essersi scatenata la corsa a chi riesca ad assicurare alle coppie questo tipo di previsioni il più celermente possibile e nel modo meno invasivo. Anziché investire capitali nella ricerca per guarire da determinate patologie, li si spende per strappare il “problema” alla radice, eliminando chi ne sia affetto: ciò corrisponde allo stravolgimento totale del concetto di salute.

Commenta l’agenzia tedesca “Kreuz.net” nel dare la notizia: «Anche la Sanità ed, in ultima analisi, lo Stato potranno risparmiare molti soldi, in quanto la selezione preventiva dei soggetti disabili eviterà loro tutte le spese successive». Un modo terrificante ed abominevole per “ridurre” i costi sociali, dunque. Questa è senza ombra di dubbio eugenetica pura: diritto di cittadinanza avrebbero solo quanti godano di ottima salute. Oggi questo discorso vale per la trisomia, domani potrebbe valere per qualsiasi altro tipo di malattia od anche – perché no? – per altezza, peso e tratti somatici. Da qui la sin troppo evidente conclusione di “Kreuz”: «Non ha senso denunciare i crimini commessi dai Nazionalsocialisti, se poi alla fine non si impara nulla dalla Storia». Un discorso, che non fa una piega. 

giovedì 14 giugno 2012


14 giugno 2012 - Caccia prenatale agli anomali - Per essere come si deve di Carlo Bellieni, http://www.avvenire.it

Gli esami per fare l’identikit genetico del feto umano aumentano di numero e di complessità anno dopo anno: c’è una vera industria, non solo farmaceutica ma culturale, che li moltiplica. Ora è il turno del test che dal sangue materno e dalla saliva del padre riesce a sequenziale il Dna del bambino non nato. Finora si era arrivati a leggere il Dna fetale dal sangue materno, ma limitatamente all’individuazione delle trisomie (in pratica la sindrome Down). Il nuovo test invece promette di leggere, pagina dopo pagina, tutto il Dna del feto; è stato messo a punto da un gruppo di studio dell’Università di Washington e ha avuto una grande eco sulla stampa; ci domandiamo quale impiego avrà nella pratica, dato che le stesse malattie potrebbero benissimo essere identificate alla nascita e non esiste un trattamento prenatale. Un proverbio inglese recita: "Per un uomo con un martello, ogni cosa sembra un chiodo" e se certamente ogni novità scientifica è in sé un successo, ce ne sono quelle che facilmente possono venire abusate, perché leggere il Dna fetale può facilmente essere utilizzato per fini eugenetici. Chi tratterrà dall’analizzare i segreti del Dna del figlio, quando i prezzi diventeranno accessibili a tutti?

Non è un problema "solo" di aborto allora, ma anche di privacy genetica di cui le apposite authority dovrebbero occuparsi: con questi esami tutti oggi rischiano di nascere col segreto del loro genoma svelato, con rischi psicologici e sociali importantissimi. Questo, certo, se poi il Dna fetale ci piace e il feto poi nasce, perché l’altro risvolto è che ormai la società e la famiglia decide quale genoma "piace" ed elimina il bambino affetto o anche solo caratterizzato da quel che non piace; e non è nemmeno detto che il genoma non gradito sia solo quello delle malattie gravi (per le quali comunque dovrebbe sempre valere il diritto alla vita di chi le ha): quanto ci vuole a entrare nel panico anche per mutazioni minori, microdelezioni o trasposizioni cromosomiche che non hanno impatto sulla salute, ma che semplicemente "creano ansia" perché danno l’idea di qualcosa di non del tutto perfetto, in questo clima culturale che associa l’idea del figlio, con tutti gli accertamenti fatti in gravidanza, con quella di "perfezione"?

La storia ha radici profonde: prima del sequenziamento del Dna fetale e prima ancora della ricerca delle trisomie, nel sangue materno si era cercato discoprire il sesso del feto in epoca precoce. Se qualcuno sa a cosa serve sapere il sesso del feto a 8 settimane se non ad abortirlo – quando non è del sesso gradito – nei tempi permessi dalla legge, ce lo dica. Con buona pace poi delle femministe che ben sanno rispondere a questa domanda, e che ben sanno quale è il sesso più abortito in troppe parti del mondo. E la storia risale ancora a tentativi che nuovi non sono più da tempo: l’amniocentesi, che ormai in Italia è diffusissima, nonostante i suoi rischi; gli esami tipo triplo-test, che sono solo capaci di dare un risultato probabilistico e niente affatto sicuro, eppure sono a loro volta diffusissimi. Il problema è che tutte queste indagini preventive sembrano diventate routine, quasi un obbligo sociale. Tanti esami e tante combinazioni di test tutti mirati a ricercare il feto con anomalie genetiche. Tanta ricerca e tanto denaro destinato all’unico fine di scoprire se il feto è come si deve, e come si deve volere.

E diventa sempre più chiaro che tutto questo occhiuto indagare non è al servizio di una curiosità da genitori affettuosi.

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mercoledì 13 giugno 2012


12 giugno 2012 - Bioetica: nuove prospettive per la diagnosi - di Alfredo De Matteo, http://www.corrispondenzaromana.it

Un test non invasivo messo a punto dai ricercatori dell’università di Washington e illustrato sulla rivista “Science Translational Medicine” è la nuova frontiera della diagnosi prenatale che nel prossimo futuro dovrebbe rimpiazzare la tradizionale amniocentesi. Il Dna del bambino è stato mappato partendo dalle informazioni biologiche contenute in un campione di saliva del padre e dal sangue prelevato dalla madre alla 18esima settimana di gravidanza.

Il nuovo test oltre ad essere meno invasivo dell’amniocentesi consente di scoprire molte più alterazioni genetiche ed è in grado di individuare le mutazioni non ereditate dai genitori. «Questo lavoro ci fa pensare che presto avremo la possibilità di studiare l’intero genoma del feto alla ricerca di oltre tremila malattie legate a singoli geni grazie ad un unico test non invasivo», ha dichiarato un genetista dell’università di Washington (“Ansa”, 8 giugno 2012).

Il nuovo test diagnostico contribuirà a salvare vite umane o rappresenterà un ulteriore efficace strumento di morte capace di individuare gli individui “difettosi” da eliminare? Il progetto down syndrome free con cui il governo danese già da alcuni anni ha reso gratuito l’accesso alla diagnosi prenatale al fine di scovare e uccidere i bambini affetti dalla sindrome di down, è indicativo del rischio che la nuova scoperta scientifica, in se niente affatto negativa, venga usata come arma di distruzione di massa.

D’altra parte, la presenza di leggi contrarie alla vita e di una cultura pervasa dal relativismo morale e avvelenata dal dogma dell’autodeterminazione non lasciano sperare nulla di buono. (Alfredo De Matteo)

sabato 9 giugno 2012


ABORTO/ Uccide più la diagnosi prenatale o il perbenismo degli adulti? - INT. Carlo Bellieni, sabato 9 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Uno studio del ministero della Sanità inglese rivela dati choccanti. Il numero delle adolescenti, quindi minorenni, che praticano l'aborto a ripetizione è in continuo aumento. Nel 2010 le ragazzine sotto i 18 anni che lo hanno praticato sono state 38.269 (un dato fortunatamente in diminuzione rispetto all'anno precedente, quando erano state 40.067), ma il numero di quelle che lo hanno messo in atto più di una volta è aumentato del 5%. Due dati entrambi impressionanti: l'alto numero dei casi e il fatto che ben 5.300 ragazzine lo hanno praticato per due volte. Sono 485 invece quelle che sono ricorse all'aborto per tre volte nel corso della loro breve esistenza. Tutto questo a fronte di una campagna di prevenzione che nel Regno Unito arriva a toni martellanti, tanto che lo scorso Natale il governo della Regina aveva regalato a ogni famiglia con figli confezioni di pillole del giorno dopo. Senza contare la distribuzione anche gratuita di contraccettivi in tutte le scuole. Dati, dunque, che dimostrano il totale fallimento di queste iniziative. Per il professor Carlo Bellieni, contattato da IlSussidiario.net, "campagne di prevenzione di questo tipo sono destinate al fallimento per definizione, perché cercano di agire sul problema curandone solo il sintomo e non agiscono su quella che è oggi una mentalità eugenetica diffusissima in tutte le società occidentali". Quello che dovrebbe essere fatto invece, dice ancora Bellieni, "è avere la capacità di agire sulla cultura e quindi sull'educazione".

Professore, dati come questi sembrano indicare il totale fallimento delle campagne di prevenzione messe in atto da parte del governo inglese.

Il fatto è che quando si cerca di risolvere un problema curando solo i sintomi si fa sempre un grande disastro. E' come se uno volesse guarire una malattia che provoca bolle sulla pelle non curando la causa, cioè il batterio, ma facendo invece scolorire le bolle. Così sono queste campagne contro l'aborto, sono campagne fatte solo sul sintomo, e non risolvono per definizione niente.

Cosa andrebbe invece fatto?

Andrebbe fatto un lavoro che possa andare a colpire la mentalità eugenetica che c'è dietro, diffusa in tutta la società occidentale. E' questo il piano su cui si deve agire, ma è esattamente quello che non si fa: ci si limita a fare delle leggi, qualcuna migliore, qualcuna peggiore, ma non è lì il problema.

Vediamo allora di capire dove sta.

Manca prima di tutto la capacità di agire sulla cultura e quindi sull'educazione. Poi manca la capacità di prevenzione e in terzo luogo la capacità di conoscenza, tre livelli della questione gravi e importantissimi che sono alla base di qualunque campagna preventiva e che invece non vengono affrontate in questo campo. Ci si limita a fare una legge.

Quanto incide il messaggio che viene dalle famiglie moderne, in cui sembra che la libertà sessuale sia ormai un qualcosa di accettato e definito?

Bisogna individuare due livelli. Il primo è che spesso sono le mamme stesse che indicano l'aborto alle figlie come soluzione quando magari le figlie stesse non vorrebbero. E' dunque più un problema di perbenismo degli adulti che dell'istintività dei giovani. In secondo luogo è il problema della società che ha definito ormai dei ruoli precisi,  per cui vedere una ragazza che fa un figlio a 18 o 20 anni è una cosa inaccettabile. La società non lo permette e quindi indica in maniera pesante l'aborto come soluzione.

Il fatto che l'Inghilterra sia, benché nazione cristiana sulla carta, in realtà il Paese considerato più ateo dell'occidente ha un ruolo in questo quadro?
La carenza di educazione e una carenza di senso religioso sono sicuramente fatti che provocano questo danno di fondo, di cui l'aborto è un sintomo. Si deve tornare a fare una educazione vera basata su un senso religioso vero, perché i ragazzi vogliono questo, lo sentono e lo richiedono e in una società come la nostra, più cristiana a parole, non lo trovano lo stesso.

Come vede invece la situazione delle adolescenti italiane su questa problematica?

Vanno dette essenzialmente due cose. La prima è che c'è una diffusione quasi a tappeto della diagnostica prenatale, non quella che serve a curare, ma quella che serve per vedere se c'è una malattia genetica. Si ingenera nella mente delle ragazze l'idea che sia obbligatorio farla.

La seconda cosa?

La mancata autonomia dei ragazzi che vengono ancora tenuti come bambinetti poco intelligenti fino a trent'anni. Lasciamo stare famose dichiarazioni di ministri, però è un dato di fatto che l'età alla quale il ragazzo diventa adulto è molto più invecchiata e quindi la capacità di prendere responsabilità si è di molto allontanata.

Quanto incide l'aspetto della diagnostica prenatale? Oggi si tende a passare un modello di normalità definita a tavolino per quanto riguarda la nascita o meno di un figlio.

Esattamente. In una società in cui si nasce soltanto perché a decidere è l'esame della diagnostica prenatale, cioè se il risultato, fra virgolette, è buono, la psicologia dei giovani viene abituata a pensare che la vita deve essere vissuta solo se sei normale, e quindi se la gravidanza non arriva in una età "normale" o se il figlio non è normale la gravidanza non si accetta. D'altra parte invece è molto bello che si moltiplichino sulle televisioni giovanili trasmissioni che fanno vedere la bellezza della gravidanza delle ragazze adolescenti, trasmissioni che sono molto seguite. Programmi che fanno vedere che, al di là di una idea che viene passata dalla televisione generalista nella quale i giovani sono quelli che non vogliono fare famiglia, questo desiderio di famiglia e di figli è accettato come normale. E' un dato molto confortante.


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venerdì 23 marzo 2012


In Danimarca la guerra alla sindrome di Down a colpi di aborto, 21 marzo, 2012, http://www.uccronline.it/

«È chiaro che la Chiesa cattolica possa non essere d’accordo con l’eutanasia. Personalmente però ritengo che questa posizione non sia veramente umanitaria. La Chiesa (…) predica la pietà, ma in questo caso si rivela crudele poiché, secondo una valutazione puramente emotiva, richiede il perpetuarsi di una penosa sofferenza senza fine». Questo toccante intervento di tolleranza modernista, dinanzi al quale tutti gli abortisti anticattolici sorriderebbero soddisfatti, lo dobbiamo a Valentin Faltihauser, uno dei responsabili della morte di più di 250 mila persone per colpa delle malsane idee eugenetiche naziste: questa fu la sua difesa al processo di Norimberga. Le parole dello scienziato nazista sono le stesse che scorrono dagli “esperti” in qualsiasi show televisivo e nelle opinioni dell’uomo medio.
In Danimarca il governo ha intrapreso una propria guerra contro la Sindrome di Down tramite fitta propaganda e la pur notevole iniziativa di aver reso gratuita l’analisi prenatale del bambino. L’inquietante scopo finale però è quello di abortire ogni feto “imperfetto” fino all’estinzione totale della malattia entro il 2030. «Ora (in Danimarca, n.d.A.) si eliminano i bambini Down…» scrive Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics , «ma chi può determinare cosa sia l’imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo fa lo Stato che ora si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l’aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: se seguiamo la logica perfezionista pure i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti». Il rischio eugenetico non si è estinto con il razzismo del primo novecento, ma ha solo cambiato faccia, ricoprendosi di una patina individualistica e faustiana estremamente popolare.

Il Professor Giorgio Israel, docente ordinario di Matematica presso “La Sapienza”, così si è recentemente espresso a tal proposito: «Esiste da sempre il mito prometeico della perfezione [...], la convinzione che si possa vincere la malattia, ogni difetto e creare un’umanità perfetta c’è da tempo. Se il nazismo la saldava con un’ideologia razziale, oggi è diffuso invece il mito individualistico, per cui ognuno deve poter scegliere come deve essere fatto perfino suo figlio. Cambia la forma, ma alla base c’è sempre la stessa illusione: rifare ciò che sarebbe stato fatto male dalla natura». Il matematico rileva due problemi di questa ideologia: «il primo è il pangenetismo, l’idea secondo cui tutto è genetico, ogni aspetto negativo della persona è riconducibile ai geni. L’ambiente non c’è più, non contano i rapporti. Eppure una persona può essere perfetta, avere un cuore sanissimo e ammalarsi di cuore perché gli muore una persona cara. Non tutta la vita dell’uomo è inscritta nella genetica. Oggi invece, senza nessun presupposto razionale e scientifico, si crede così». Il secondo si riassume in questa domanda: «Chi decide quale vita è degna di essere vissuta? Chi dice che è meglio eliminare il feto piuttosto che far nascere un bambino Down? L’altro giorno ho visto una persona con una grave imperfezione: non aveva una gamba. Ma, proprio come Pistorius, correva con una protesi. Lui ha reagito, chi può decidere che quella non è una vita degna? Questo è un criterio nazista». Basterebbe ricordare la storia di  Lizzie Valasquez o quella delle gemelle  Abby e Brittany nate in un solo corpo.

Noi preferiamo lasciare a Dio (o, per i non credenti, alla Natura) il compito di decidere chi debba morire e chi debba vivere: l’unica speranza è che a tali più miti consigli tornino anche i vate dell’eugenetica contemporanea, prima che sia troppo tardi per tutti: anche per i loro figli.

mercoledì 21 marzo 2012


La Trisomia 21? E' un uomo di Raffaella Frullone, 21-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Nel 1972, in Francia, una prima proposta di legge, chiamata “proposta Peyret”, apre il dibattito sull’aborto. Secondo la legge del 1920, in quel momento ancora in vigore, le persone che praticano l’aborto sono perseguibili penalmente. La proposta di legge Peyret concerne esclusivamente i bambini che prima della nascita sono dichiarati già portatori di handicap. Perché lasciar vivere individui che saranno infelici e infelice renderanno anche la loro famiglia?

L’ironia della sorte prende a volte cammini dolorosi: due uomini hanno fatto ciascuno una scoperta fondamentale che, sperano, farà progredire la medicina e progettare seriamente la guarigione del malato. Uno è il professor Liley, originario della Nuova Zelanda, che inventa una tecnica di diagnosi prenatale. Spera che si potrà finalmente individuare e curare più precocemente i bambini malati. L’altro è mio padre che ha scoperto la causa della Trisomia 21 e cerca ogni mezzo per curare tale malattia. Anche lui è con vinto che bisogna curarla il più presto possibile, in utero.

I due uomini si conoscono e si stimano. Impotenti, assisteranno allo snaturamento delle loro scoperte. L’amniocentesi e il cariotipo apriranno in fatti la via scientifica per eliminare prima della nascita gli “indesiderabili”: le loro scoperte sono deviate dall’obiettivo iniziale. “Dossier sul lo schermo”, una trasmissione che al l’epoca aveva grande audience, solleva per la prima volta nel corso di un di battito televisivo il problema del l’aborto per i bambi ni che già prima di nascere presentano un qual che handicap. E in quel momento l’unico handicap riconoscibile prima della nascita è la trisomia.

I genitori vivono con apprensione, qua si fosse una caccia al trisomico: «Che ha fatto di male il mio ometto perché sopprimano quelli come lui?». Un giorno un ragazzo trisomico di dieci anni si presenta al lo studio. Piange ed è inconsolabile. La mamma spiega: «Ha vi sto con noi il dibattito di ieri sera». Il ragazzo getta le braccia al collo di papà e dice: «Voglio no ucciderci. Ci devi di fendere. Noi siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli».

Da quel giorno papà difenderà anima e corpo la causa dei nascituri.


A scrivere queste parole è Clara Gaymard Lejeune, figlia del genetista Jérôme (1926-1994),  per il quale il prossimo 11 aprile si concluderà la chiusura del processo diocesano della causa di beatificazione e canonizzazione.  Questo paragrafo, contenuto nel libro La vita è una sfida, edito in Italia da Cantagalli (pagine 164, prefazione di Carlo Casini) spiega come la scoperta da parte di Lejeune dell’origine cromosomica della Trisomia 21, responsabile della Sindrome di Down, sia indissolubilmente allacciata al dibattito sull’aborto, ancora oggi troppo spesso considerato l’anti terapia per eccellenza di una malattia che si preferisce non dover curare o affrontare.


Ad esempio si prenda la giornata di oggi: la prima giornata mondiale dedicata alle persone affette dalla Sindrome di Down, promossa dalle Nazioni Unite. Proprio l’Onu lo scorso dicembre ha istituito di celebrare una giornata in cui: “assicurare e promuovere la piena realizzazione dei diritti umani e delle fondamentali libertà per ogni persona con disabilità è un aspetto critico nel raggiungimento degli obiettivi concordati di sviluppo internazionale”.  Nella risoluzione si richiama alla necessità di “riconoscere la dignità, il valore e il significativo contributo delle persone con disabilità intellettive nel promuovere il benessere e la diversità della loro comunità, e l’importanza della loro autonomia individuale e indipendenza, includendo la libertà di poter fare le proprie scelte”, infine nel documento si incoraggiano gli stati membri “a prendere iniziative per promuovere la consapevolezza dentro la società, compreso in ambito familiare, a riguardo delle persone con sindrome di Down”.

Nella risoluzione non c’è alcun cenno al tema dell’aborto eppure quando si parla di Sindrome di Down non si può non considerare che oggi in Italia 1 bimbo nato su mille all’anno è  affetto dalla Trisomia 21, un dato che appare neutro, ma acquista significato se letto nel contesto in cui lo propone, uno tra tanti, l’Indagine sulla qualità delle persone down stilata nel 2007 dal Comune di Roma: “Al concepimento l’incidenza della Trisomia 21 risulta identica in tutte le popolazioni del mondo e si comporta come una costante biologica naturale: in tutti i paesi dove le tecniche anticoncezionali, la diagnosi prenatale e l’interruzione di gravidanza non sono ancora attuate, nasce circa un bambino Down ogni 650 nati vivi, come succedeva anche in Italia fino agli anni Settanta”. Come a dire che le tecniche anticoncezionali, la diagnosi prenatale e l’interruzione di gravidanza sono segno di progresso e civiltà. Come se si prendesse ad esempio la Danimarca, che secondo uno studio pubblicato lo scorso anno ha visto un crollo vertiginoso dei nascituri affetti da sindrome di Down e prevede (auspica?) che entro il 2030 non ne nascerà più nessuno.

Scrive a tal proposito Jean Marie Le Mene, presidente della Fondazione Jérôme Lejeune: “La paura, che ci pone in una situazione di aggressività, suscita naturalmente una reazione di difesa. Di fronte all’handicap mentale di origine genetica rappresentata dalla trisomia 21, la società ha pensato di doversi difendere praticando l’esclusione in utero dei bambini colpiti. I recenti sviluppi delle tecniche di procreazione medicalmente assistita permettono ora di considerare l’esclusione in vitro dei bambini affetti. Nei due casi, la società cerca tuttavia di dissimulare la sua paura dietro alle buone domande e alle cattive risposte” […]

“Come fare affinché tutti i bambini nascano sani? A questa domanda legittima, la Diagnostica Prenatale non propone una risposta ma la seguente diversione: per sopprimere l’handicap, sopprimono l’handicappato, con l’eutanasia fetale. Fin da allora, la messa in opera del DPN non può condurre che ad una inversione completa delle priorità. Invece di cercare di capire l’handicap per arrivare a guarire il bambino, si sopprime il bambino con il rischio di continuare ad ignorare tutto dell’handicap. Si punta tutto sulla diagnostica e nulla sulle terapie, con la volontà deliberata di restare in una mortale ignoranza. Il caso di depistaggio della trisomia 21 è la figura simbolica.” […]


“La diagnostica pre-impianto pretende di dare un’alternativa all’alternativa precedente. Come evitare l’eutanasia fetale dei bambini handicappati? Tra parentesi, questa domanda mostra bene che l’esito proposto alla fine del DPN non era soddisfacente poiché tenta di sfuggirci. E’ perché, la soluzione proposta dalla DPI per evitare di uccidere in utero i bambini handicappati è di concepire in vitro solo dei bambini sani. Al posto di estrarre, uccidendo, un bambino non desiderato dal ventre di sua madre, l’idea consiste nell’impiantare solo bambini desiderati. Ancora una volta, si è in presenza di una diversione poiché evidentemente, la soluzione non è quella buona. L’inversione che ne risulta mostra che non è più la medicina che assiste la procreazione ma la procreazione che assiste la medicina. L’arte medica non migliora in niente. L’uovo fecondato è selezionato in una specie di covata o è semplicemente la legge dei numeri che va a fare la qualità. Poiché il ciclo della donna sarà stato stimolato, con tutti i rischi che ciò comporta e che non sono sempre riconosciuti, ci saranno parecchi ovociti prelevati, fecondati in vitro e dunque un numero sufficiente di embrioni. Tra i quali si potrà effettuare la selezione dei migliori, l’eliminazione dei meno buoni e la conservazione dei “soprannumerari”. In altri termini, l’aborto del feto in utero è sostituito, con la DPI, l’aborto dell’embrione in vitro, in condizioni in apparenza meno dolorose ma in realtà molto più perverse".

Ecco perché nella prima giornata dedicata alla Sindrome di Down è giusto dare una priorità ai loro diritti, non ci sarà nessuno da tutelare il 21 marzo del 2100 se oggi si nega loro il diritto di nascere in nome di un presunto diritto della mamma di eliminare un figlio imperfetto. Non ci sarà nessuna giornata per le persone affette da Sindrome di Down se non si ribadisce il sì incondizionato alla vita.


Allora, instancabilmente, bisogna ripetere quello che ci ricorda Le Mene:

La trisomia 21? E’ un uomo.
Si deve verificare la sua conformità prima della nascita?
Non c’è niente da fare per curarlo?
Il feto non è che un ammasso di cellule?
L’aborto non uccide nessuno?
Fabbrichiamo un embrione?
Congeliamolo se è riuscito?
Diamolo alla vivisezione se è fallito?

Un uomo è un uomo, è un uomo!

sabato 17 marzo 2012


Avvenire.it, 15 marzo 2012 – èVita - Alle persone Down negato il diritto di nascere

Il prossimo mercoledì, 21 marzo, sarà la prima Giornata mondiale dedicata alle persone con sindrome di Down sponsorizzata dalle Nazioni Unite. La risoluzione che ha istituito questo appuntamento – che verrà celebrato anche al Palazzo di Vetro di New York – è stata proposta dal Brasile e poi approvata dall’assemblea generale dell’Onu lo scorso dicembre. È stato l’esito di un’opera di sensibilizzazione e di pressing durata anni – è dal 2006 che la giornata si celebra in vari Paesi – a opera di «Down Syndrome International», un’organizzazione con diramazioni in vari Paesi e sede in Inghilterra. Un grande successo, indubbiamente, e un’iniziativa più che meritoria che va nel senso – come spiega la charity britannica – «di aumentare la consapevolezza e la comprensione di una condizione che riguarda approssimativamente un nato ogni 800».
E tuttavia non mancano le ombre, o meglio, le patenti incongruenze nell’iniziativa targata Onu. Perché il vero pericolo per una persona con sindrome di Down oggi ha un nome molto semplice: aborto. Quell’aborto che proprio le Nazioni Unite da decenni cercano di depenalizzare e quindi di favorire in una miriade di forme e con molteplici sponsorizzazioni. Difatti, nei comunicati che spiegano il senso della Giornata di mercoledì prossimo del tema-aborto non c’è traccia. Un silenzio inquietante, e in fondo assurdo: è necessario mobilitarsi per i diritti delle persone Down, per il loro inserimento sociale, contro i pregiudizi e le discriminazioni, ma solo non appena queste vengono al mondo; finché sono nel grembo materno è invece legittimo fare di loro più o meno ciò che si vuole. Incluso eliminarle.
Ha fatto recentemente scalpore la notizia rilanciata da Avvenire riguardo alla Danimarca, dove, secondo uno studio, negli ultimi anni si è avuto un crollo di nascite di bambini Down, con la previsione che entro il 2030 non ce ne sarà più nessuno. Ma le minacce nei confronti dei nascituri Down si addensano un po’ ovunque, specie per l’affinamento della diagnostica prenatale associata a una cultura del "bimbo sano" e dei "diritti" dei genitori ad avere un figlio "su misura".

Negli Stati Uniti lo scorso autunno è stato lanciato «Maternit21», un test prenatale in grado di evidenziare l’eventuale trisomia 21 del nascituro non più nel modo invasivo dell’amniocentesi o dei villi coriali, ma con il semplice esame del sangue della madre. Un test che ha suscitato polemiche accese per il pericolo di veder aumentare ulteriormente il ricorso al cosiddetto "aborto terapeutico" per la sindrome di Down. Del resto, in diversi Paesi anche la giurisprudenza sembra voler dare una mano a questa tendenza.

Per limitarsi a un caso fresco, due settimane fa a una coppia dell’Oregon (Usa) è stato riconosciuto un risarcimento di ben 2,9 milioni di dollari. La Corte ha dato ragione a Deborah e Ariel Levy che avevano sporto denuncia perché nella diagnosi prenatale cui la donna si era sottoposta il medico non aveva rilevato la trisomia 21 della piccola Kalanit. I due hanno detto di essere stati distrutti dalla scoperta della malformazione congenita della figlia, e che, se ne fossero stati al corrente prima, l’avrebbero abortita.

I Levy hanno tra l’altro due figli. E chissà cosa penseranno – si è chiesto Steven Ertelt dell’agenzia Lifenews – quando sapranno che i loro genitori hanno voluto arrivare in tribunale, dichiarando pubblicamente che avrebbero soppresso la vita della loro sorellina per un difetto genetico, risarciti con una montagna di denaro. Quel che forse si può e si deve dire, tornando al 21 marzo, è che una giornata per i diritti delle persone Down, per avere davvero un senso, deve essere un momento per riflettere anche su questa deriva eugenetica, ben più crudele di ogni discriminazione sociale.

giovedì 8 marzo 2012


Mancano all'appello oltre 100 milioni di donne di Danilo Quinto, 08-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

I metodi per raggiungere lo scopo possono essere vari. Nella gola della neonata, si può inserire del tabacco o dei grani di riso o degli impasti ottenuti mescolando insieme acqua e cereali o un panno bagnato o un cuscino. Poi, si annega la neonata in un secchio d'acqua o la si seppellisce in un vaso di terracotta, successivamente sigillato, dove può resistere fino a due ore prima di soffocare. A volte vengono anche impiegati veleni e pesticidi che provocano il decesso attraverso convulsioni ed emorragie.


E’ l’infanticidio femminile, praticato da secoli ed ancora oggi diffuso, anche se sostituito, in molti Paesi del mondo, grazie alla moderna tecnologia, con la pratica dell’aborto selettivo. “una tecnologia di tipo reazionario”, scrisse il Premio Nobel Amartya Sen vent’anni fa.

Una tecnologia che è diventata anche un business. Secondo il Wall Street Journal del 21 aprile 2007, alcune società hanno venduto talmente tanti apparecchi ecografici, che in India è possibile fare diagnosi ecografiche persino nei piccoli paesi che sono ancora privi di acqua potabile o di strade decenti. Il costo è di circa 8 dollari (5,6 euro) a ecografia, l’equivalente di una paga settimanale. La General Electric vende circa 15 modelli diversi, il cui costo varia da 100.000 dollari  per gli apparecchi più sofisticati a colori, a 7.500 dollari per quelli in bianco e nero. In India esistono più di 30.000 cliniche, registrate presso il Governo, che fanno diagnosi ecografiche. Si fa presto a fare i conti.

Attualmente, sebbene la legge lo abbia vietato nel 1994, il test per l'identificazione del sesso del feto, eseguito con varie tecniche, è ampiamente disponibile anche nelle aree rurali più remote. L'amniocentesi, che resta ancora oggi il metodo più diffuso, è praticata in migliaia di ospedali, cliniche e ambulatori, sebbene spesso tali luoghi non siano altro che strutture improvvisate prive perfino delle attrezzature mediche essenziali.


Accanto all'amniocentesi, si trova l'ecografia che grazie alla sua maneggevolezza, alla semplicità di attuazione e al basso costo si sta rapidamente diffondendo anche se, rivelando il sesso del feto attraverso l'immagine, è utilizzabile solamente ad uno stadio avanzato della gravidanza, portando ad aborti tardivi e rischiosi. Malgrado ciò, poiché in India l'aborto è praticabile a discrezione del medico fino alla ventesima settimana, l'ecografia viene comunque utilizzata a questo scopo.


Da quando, nel 1979, è stata aperta la prima clinica specializzata, la scienza medica e la tecnologia moderna sono state abusate in tutti i modi possibili per soddisfare le richieste sociali che impongono ad ogni donna di partorire almeno un figlio maschio. Prima che la legge lo rendesse illegale le cliniche, gli ospedali e tutti coloro che erano disposti ad eseguire il famigerato test si lanciarono in un'aggressiva campagna pubblicitaria che tramite poster, volantini, mediatori e qualunque altro mezzo possibile, propagandavano il servizio a prezzi stracciati. Ma fu l'ecografia a segnare il momento di svolta, offrendo la possibilità anche alle donne residenti nelle zone rurali più remote di accedere al test grazie ad automezzi itineranti attrezzati allo scopo.


Il divieto di servirsi di qualunque tipo di tecnica per l'identificazione del sesso del nascituro, imposto dallo stato indiano, non ha ostacolato l'attività. Dalla sua promulgazione nessuno è stato condannato per aver infranto la legge (Mudur, 1999) né tra i medici, che rivelano il risultato solo oralmente e senza lasciare tracce, né tra le pazienti che se mai intendessero farlo, senza una prova scritta, non avrebbero alcuna possibilità di intentare una causa.


L'aborto selettivo è largamente diffuso in tutti gli stati del Nord dell'India, dove la preferenza per il figlio maschio si esprime con punte particolarmente preoccupanti in Punjab, in Haryana e in Uttar Pradesh. Generalmente coesiste con l'infanticidio femminile, anche se negli stati più prosperi, dove le strutture mediche e la tecnologia per l'identificazione del sesso del feto sono maggiormente diffuse, come l'Haryana e il Punjab, ha quasi totalmente sostituito l'infanticidio. In questi due stati è molto comune che una donna si sottoponga ripetutamente ai test e all'aborto finché non ha raggiunto il numero di figli maschi desiderati, nonostante questo metta in serio pericolo la sua salute.


Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione fissa a 950:1.000 il normale rapporto della natalità maschio/femmina. Nel Punjab, le femmine sono scese addirittura a 793 ogni 1.000 maschi. Percentuali simili in Gujarat e Haryana, i due stati più ricchi della federazione.

In base alle stime eseguite dalle Nazioni Unite, solamente in India sarebbero oltre 50 milioni le donne “mancanti”. Altri dati, dicono oltre 60 milioni.


La Cina è un altro Paese in cui la proporzione tra i sessi è fortemente squilibrata a causa dell’aborto selettivo di embrioni femminili. La popolazione maschile cinese supera quella femminile di 37 milioni di unità. E’ lo squilibrio più alto del mondo. Un esempio significativo del devastante fenomeno è il caso della città orientale di Lianyungang. Nella città, nella provincia orientale dello Jiangsu, ci sono soltanto cinque bambine ogni otto bambini. Stando a quanto denunciato in un "dossier" dell'"Associazione cinese per la Pianificazione Familiare", sull'isola meridionale di Hainan i neonati maschi sono ormai 136 contro appena cento dell'altro sesso. A livello nazionale il rapporto è di 119 a cento, ben al di sopra della media internazionale che è di 107 a cento.


Ma Cina e India non sono i soli Paesi dove si pratica l’aborto selettivo. La “guerra globale contro le bambine”, come l’ha definita in un suo saggio l’esperto Nicholas Eberstadt, che è direttore della cattedra Henry Wendt di Economia Politica all’American Enterprise Institute, riguarda anche l’Europa, l’America e i Paesi islamici.

In natura, il rapporto alla nascita varia normalmente dai 103 maschi per 100 femmine ai 105 per 100 (solo in rarissimi casi arriva a 106 maschi per 100 femmine).

Uno studio dell’US Census Bureau del 2003, mostrava un’impennata nel rapporto tra maschi e femmine nelle ex repubbliche sovietiche di Azerbaijan, Armenia e Georgia, dove tra il 1989 e il 2001 si è passati dai 106 maschi a una cifra che va dai 115 ai 120 per 100 femmine. Già alla fine degli anni ’90 c’erano diversi Paesi europei che presentavano un rapporto superiore ai 107 maschi per 100 femmine: Bulgaria, Estonia, Grecia, Lussemburgo, Macedonia, Serbia-Montenegro, Cipro.
Anche il mondo islamico presenta diversi Paesi con un rapporto sbilanciato: Egitto, Libia, Tunisia, e poi Qatar, Kirghizistan, Pakistan, Malaysia. In America Latina, Cuba, El Salvador, Venezuela. Un caso particolare è quello degli Stati Uniti, dove negli ultimi decenni si nota un cambiamento all’interno della comunità etnica asiatica: da una media di circa 103/100 ai 108/100. Mentre, la comunità giapponese è passata 99,7 a 108,9 maschi per 100 femmine.

Nel suo saggio, Eberstadt sottolinea altre statistiche. La prima riguarda le preferenze delle madri sul secondo figlio: in Pakistan, ad esempio, è di 10 a uno per il figlio mascio; nello Yemen è di 2 a 1, nei territori palestinesi di 3 a 1. L’altro dato riguarda l’indice di mortalità infantile: in molti Paesi si riscontra nei bambini al di sotto dei quattro anni una maggiore mortalità femminile rispetto a quella maschile. Si tratta degli stessi Paesi che presentano uno squilibrio nel rapporto alla nascita.


Sono dati che confermano che a livello globale, negli ultimi decenni, si è prodotta quella “guerra contro le bambine”, favorita dalla diffusione delle pratiche abortive e di selezione del nascituro o di sterilizzazione delle donne, spesso finanziate dai programmi delle Agenzie delle Nazioni Unite e dagli stessi Governi, spaventati da una “bomba demografica” che in realtà non esiste.

Risultato? Centosessantatré milioni di donne - altre stime parlano di un numero ancora più grande -che sono mancate negli ultimi trent’anni: abortite, fatte fuori subito dopo essere nate, destinate alla morte perché non curate in tenerissima età.


L’eugenetica moderna - di questo si tratta - non ha nulla da invidiare a quella della prima metà del secolo scorso. Anzi, forse è ancora più feroce, certamente più attrezzata tecnologicamente, più persuasiva. Più colpevole, perché consapevole delle aberrazioni praticate da quella del Novecento.