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mercoledì 21 novembre 2012
martedì 23 ottobre 2012
LA FABBRICA DEL VELENO di Giovanni Valentini, La Repubblica, 23 OTTOBRE
2012 – http://www.dirittiglobali.it
E ADESSO? Che cosa diranno i signori dell’acciaio, i profeti dello
sviluppo a tutti i costi, i nemici dell’ambiente e della salute collettiva di
fronte all’agghiacciante rapporto dell’Istituto superiore di Sanità?
IL SENSO della decenza — se non
quello dell’etica — vorrebbe che riconoscessero i propri errori e si
assumessero le loro responsabilità. I dati diffusi pubblicamente dal ministro
Balduzzi non ammettono repliche. Non solo documentano il lugubre record della
mortalità a Taranto e in provincia rispetto al resto della Puglia. Ma
dimostrano in modo irrefutabile la correlazione fra i veleni emessi dallo
stabilimento dell’Ilva e l’incidenza dei tumori nella popolazione locale,
uomini, donne e bambini. Un disastro ambientale e sanitario che grida vendetta.
Ma basterebbe fare un po’ di giustizia, come i magistrati di Taranto stanno
cercando faticosamente di fare, almeno per fermare la catastrofe e impedire che
produca altri danni, altre vittime, altre morti. Ecco, adesso, la vera
emergenza.
Fin dall’inizio di questa
vicenda, aperta da una coraggiosa iniziativa giudiziaria, stiamo assistendo
invece a un indegno talk-show di polemiche, a un rimpallo di responsabilità,
insomma a uno scaricabarile tanto ipocrita quanto inaccettabile. E sul piano
personale spiace dirlo, in questa invereconda rappresentazione corale, si
distingue purtroppo il ministro dell’Ambiente: lo stesso che aveva esordito
evocando un impraticabile ritorno al nucleare e che ha continuato e continua a
dissimulare la gravità dei dati sul disastro di Taranto, quasi spacciandola per
una storia vecchia, risolta, superata. Salvo poi querelare il leader dei Verdi,
Angelo Bonelli, come se fosse colpevole di aver diffuso notizie false e
tendenziose invece di aver denunciato una drammatica realtà.
È sempre la maledizione della
diossina che, come a Seveso nel 1976, incombe su un’intera collettività: sugli
operai dell’Ilva, innanzitutto, ma anche sulle loro mogli e sui loro figli,
sulla popolazione di tutta una città e una provincia. Un pezzo di quel Mezzogiorno
condannato a un illusorio futuro di sviluppo, nel segno di
un’industrializzazione selvaggia. Ma che razza di progresso è mai quello che
compromette la salute della gente, che esige il prezzo di tante vite umane? Ora
il ministro Balduzzi ammette candidamente di essere rimasto «un pochino
sorpreso» e confida «la sensazione che a questo punto si debba fare di più».
Non bastano le malattie respiratorie e circolatorie, i tumori polmonari, quelli
al fegato, al colon, alla prostata o alla vescica, per convincere il governo
dei tecnici a intervenire con la massima rapidità e decisione? Si fa presto a
dire che «anche rimanere senza lavoro ha poi conseguenze sullo stato della
salute ». È troppo facile e comodo. Si ha quasi la “sensazione”, per usare il
linguaggio ministeriale, che sia un “pochino” demagogico. E comunque, oltre che
per gli operai di Taranto, il discorso dovrebbe valere per quelli dell’Alcoa,
per i tanti disoccupati, cassintegrati, prepensionati, esodati, giovani e donne
che, specie al Sud, cercano lavoro e non lo trovano.
L’alternativa, per l’Ilva e per
tutti i casi analoghi, in un Paese civile non può essere o la borsa o la vita.
L’acciaio o la salute. L’occupazione o l’avvelenamento. Quella fabbrica
infernale va messa al più presto in condizioni di sicurezza, magari utilizzando
gli stessi operai ai quali occorre garantire la continuità salariale. Chi
inquina, paga, si diceva una volta. E chi ha inquinato, deve pagare.
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venerdì 30 marzo 2012
Ci vogliono geneticamente modificati di Tommaso Scandroglio, 30-03-2012,
http://www.labussolaquotidiana.it
Davvero troppa cultura a volte fa
male. Anzi, fa sicuramente male quando questa cultura è guasta. Una prova ci
viene da un articolo dal titolo Human Engineering and Climate Change pubblicato
di recente sulla rivista scientifica Ethics, Policy and Environment da tre
professori universitari: Matthew Liao docente di bioetica alla New York
University, il neuroscienziato Anders Sandberg e la filosofa Rebecca Roache
docenti presso la Future of Humanity Inst. dell’Università di Oxford. Insomma
tre cervelli non da poco, verrebbe da dire. Quali tesi hanno partorito cotali
menti? L’articolo propone soluzioni a dir poco eccentriche al problema
dell’inquinamento ambientale e dei consumi energetici.
Si parte dalla costatazione che
l’inquinamento è prodotto anche dagli allevamenti animali perché mucche, maiali
e pecore producono gas serra, mangiano vegetali e per aver pascolo si è
costretti a deforestare. Ora è chiaro che fino a quando la gente vorrà
consumare carne gli allevamenti continueranno a prosperare e di conserva ad
inquinare. Dunque ecco la soluzione: occorre indurre le persone a non mangiare
carne somministrando a queste ultime pillole che provochino avversione alle
proteine animali oppure modificando il sistema immunitario in modo tale da aver
nausea solo al pensiero di uno spiedino arrosto o di una salsiccia al vino
rosso.
Il secondo intervento a beneficio
dell’amato pianeta terra è ancora più drastico. Anche qui si parte da una
premessa corretta per poi approdare ad una conclusione bizzarra. La premessa è
questa: più una persona è grassa, anzi: grossa, più consuma. Il rimedio è
talmente semplice che a scriverlo il lettore si darà del cretino per non averci
pensato lui per primo: basta abbassare l’altezza delle persone. Più saremo
bassi meno volume occuperemo, meno consumeremo. I tre cervelloni iper-laureati
di cui sopra hanno infatti stimato che se le prossime generazioni doneranno
alla causa ambientalista un 15 cm della loro altezza, la massa corporea
diminuirà del 21% e di conseguenza i tassi metabolici – e dunque i consumi – di
un bel 15-18%. Per ridurre l’altezza le soluzioni passano dalla Fivet, a cure
ormonali, ad interventi sul genoma umano.
Poi l’articolo propone un’altra
soluzione per ridurre gli sprechi, degna della Marvel, la casa editrice che
pubblica Spiderman e Batman: occorre modificare la capacità visiva dell’uomo
affinchè possa vedere anche al buio come i gatti. Se modifichiamo la struttura
dell’occhio rendendolo capace di vedere anche nell’oscurità non dovremmo
accendere così tante luci alla sera. Gli “scienziati” sono assolutamente
espliciti sul punto: “Se ognuno avesse occhi di gatto, non sarebbe necessaria
tanta illuminazione e si potrebbe ridurre l’uso di energia globale
considerevolmente”. Il discorso non fa una piega.
E’ quanto mai evidente che le
soluzioni proposte fanno a pugni con il buon senso, ma, sotto altra
prospettiva, sono assolutamente coerenti con il dogma di carattere apodittico
che precede queste soluzioni e che mai bisogna contestare: si deve preservare
l’ambiente costi quel che costi. Se il prezzo da pagare è quello di non
mangiare carne, di assomigliare a dei nani e di strabuzzare gli occhi allora
l’umanità è obbligata a compiere questo sacrificio in onore della Dea Terra.
I rimedi inventati da questi tre
accademici allora non sono stravaganze di chi vuol mettersi in luce (o in
ridicolo), ma si inseriscono con ferrea logica in un piano ben strutturato
della ideologia ambientalista: prima la foca e poi l’uomo. Perciò le trovate
ecosostenibili dei tre proff. in questa prospettiva non sono panzane grandi
come una casa, effetti patologici di menti bizzarre, bensì inevitabili e
fisiologiche conseguenze di premesse errate.
E la premessa errata è questa:
l’uomo è il cancro del pianeta da estirpare quanto prima. Il 18 Novembre 2009
l’Unfpa nel suo rapporto annuale sullo stato della popolazione mondiale
suggeriva che l’unica strada è quella della diminuzione delle nascite perché
sono gli uomini che producono la tanto temuta CO2. Il rapporto faceva eco ai
risultati di una ricerca del professor Thomas Wire della London School of
Economics, commissionata dall’Optimum Population Trust, pubblicata nell’agosto
del 2009. Questa indagine affermava che per ogni 7 dollari spesi in
contraccezione ci guadagniamo in ecologia: ben una tonnellata in meno di
anidride carbonica emessa nell’atmosfera grazie al fatto che i contraccettivi
impediscono la nascita di bebè produttori di CO2. Il rapporto del prof. Wire lo
faceva capire chiaramente sin dal titolo: “Meno emettitori, emissioni più
basse, costi minori”.
Sulla stessa falsa riga si è
mosso Rajendra Pachauri, il segretario dell’IPCC (Intergovernmental Panel on
Climate Change), che aprì nel dicembre del 2009 i lavori del Vertice di
Copenhagen sui cambiamenti climatici. Pachauri suggerì di aumentare le tasse
sugli aerei, dato che da soli emettono il 2-3% di CO2 di tutto il pianeta, e di
eliminare le bottiglie di acqua da frigo dai ristoranti.
Ancor più fantasioso il progetto
proposto dall’Ong peruviana Glaciares e vincitore sempre nel 2009 del concorso
“100 idee per salvare il pianeta” indetto dalla Banca Mondiale: dipingere di
vernice bianca le montagne del Perù. Il bianco riflette il calore e in tal modo
i ghiacciai non si scioglieranno e così preserveremo una risorsa preziosa
dell’ecosistema.
In terra nostrana come non
ricordare poi l’uscita di Fulco Pratesi, presidente del WWF Italia, che nel
2007 suggerì di lavarsi poco per risparmiare acqua: "Un solo bagno il
sabato mattina consente di risparmiare molta acqua, senza pregiudicare
l’odorato dei vicini. Un rapido esame della biancheria consente di giudicare
quale capo debba essere cambiato. Le camicie, meglio non bianche e non strette
da cravatte, mi possono durare anche tre giorni. Le mutande durano anche
qualcosa in più dei tre giorni. La canottiera resiste da un sabato all’altro.
Quanto alle calze, d’inverno possono aspettare tre giorni”. E così scoprimmo
che il sudiciume è a basso impatto ambientale.
Gli esempi a voler continuare - è
proprio il caso di dirlo – si sprecherebbero e andrebbero come abbiamo visto
dalla geo-ingegneria, che vuole modificare-preservare l’ambiente,
all’ingegneria umana che vuole invece impedire che nuovi esseri umani vengano
alla luce con la contraccezione o con l’aborto oppure addirittura vuole
modificare il suo DNA perché sia ecosostenibile. L’uomo è dunque l’unico essere
vivente da non preservare.
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martedì 22 novembre 2011
L'ideologia verde eticamente corretta di Fabio Spina, 22-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Sulla base del principio “chi
inquina paga” il sostentamento dell’energie rinnovabili è “caricato” sulla
bolletta dell’energia che paghiamo, la logica è semplice: se usi la corrente
inquini e quindi devi pagare. Su questo tipi di principi ecologici l’Europa
“non negozia”, non importa se produci e crei benessere per l’intera società,
non importa che uso fai dell’energia, non importa se tale aumento dei costi
rende inevitabile la delocalizzazione. Per questo sulla bolletta potete leggere
la componente A3 destinata ad incentivare “fonti rinnovabili ed assimilate”.
Quest’anno il 49% dei costi
saranno destinati al fotovoltaico, mentre il 37% serviranno a coprire il
riacquisto dei certificati verdi invenduti. Ogni certificato verde corrisponde
a una quantità di emissioni di CO2 risparmiate con la produzione di energia da
fonti rinnovabili e funzionano un po' come una compravendita di titoli. In
questo periodo il prezzo delle quote di emissione è in forte flessione quindi
ci sono acquisizioni per non far scendere troppo i prezzi (vedi “A.A.A. offresi
quote emissione. Sconto 70% a causa previsione errata”). Nel 2011, secondo
l’Autorità dell’Energia, industriali e privati dovrebbero versare 4,8 miliardi
di euro per promuovere le energie rinnovabili, per arrivare nel solo 2020 ad
una forchetta tra 10 e 12 miliardi di euro.
L’ideologia verde europea sta
colpendo duramente le nostre imprese, loro debbono pagare di più proprio perché
producono emettendo, sono loro che, oltre a pagare le già alte imposte e tasse,
debbono finanziare anche la “green economy” seguendo un’illusione che ha già
guidato la Grecia fino a poco tempo fa (vedi “Grecia: un esempio di decrescita
infelice, energie rinnovabili e biodiversità” ). La mezzadria, patto in cui il
mezzadro era obbligato a dare metà di quanto prodotto al proprietario del
podere e degli attrezzi, è vietata per legge essendo ritenuta un residuo di
sopraffazione medioevale. Invece pagare oltre il 50% di tasse ed imposte varie
allo Stato è ritenuto normale tanto che sotto altre forme, solo a chi già
produce, gli si chiede di pagare per fornire un ulteriore cospicuo contributo
alla “green economy” senza tener conto del reddito.
Il paradosso finale è che tali
aziende non sono poi sentite come “aziende etiche” pur contribuendo al bene
comune, ma nell’opinione comune sembrano esserlo solo quelle che seguono i
dettami ad esempio del WWF. Fino a pochi anni fa non aveva senso definire
un’impresa etica, senza dir nulla era sottointeso che il management aveva la
responsabilità che corrispondeva a rispettare tutte le norme del diritto e
morali. Finché un’impresa era gestita con questi criteri e non era dimostrato
che danneggiava qualcuno, si sapeva che produceva anche un bene per la
collettività tutta in quanto su questa si avevano ricadute come la creazione di
posti di lavoro, benessere, versamento delle tasse, creazione di una cultura
positiva, etc. Fra le aziende “in regola”, allora, non era possibile effettuare
una graduatoria, dividerle tra buone o cattive, etiche e non, perché era sottointeso
che erano tutte “etiche” e da sostenere.
Da un po’ di anni invece c’è un
continuo nascere di fondi etici, finanza etica, banche etiche, etc., che si
arrogano il diritto di giudicare i buoni ed i cattivi, le aziende da far
finanziare preferibilmente perché “verdi” e quelle da “lasciar morire”. Si può
così verificare che un’azienda di agricoltura biologica che produce incentivata
ed a costi alti per l’elite in cerca di prodotti tipici sia “percepita” come
“buona”, invece l’azienda di agricoltura tradizionale che offre cibo a basso
costo alla collettività, offre lavoro, paga le tasse che servono per pagare gli
incentivi all’agricoltura biologica, paga la componente A3 in bolletta, ricada
tra le “aziende non etiche” con tutti i disagi che ne conseguono, pur
rispettando tutte le norme.
Provocatoriamente possiamo
provare ad “attualizzare”, rendendolo “politicamente corretto” ed europeo, uno
dei brani più famosi della Bibbia in un’epoca in cui preoccupa più l’anidride
carbonica che l’aborto e l’eutanasia: Mosè scende lentamente dal Monte Sinai,
tavole in mano, ed annuncia al popolo riunito ad aspettarlo: “Ho una buona ed
una cattiva notizia”. Quella buona è che sono riuscito a farlo scendere a
dieci. Quella cattiva è che non ha sostituito il “non uccidere” con il ridurre
l’emissioni di anidride carbonica”.
venerdì 23 settembre 2011
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