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lunedì 23 marzo 2015

«W l'amore». Ecco il modello Emilia-Romagna per la rieducazione dei bambini al gender di Andrea Zambrano, 23-03-2015, http://www.lanuovabq.it/

Lezione a scuola

L'ideologia gender prosegue la sua marcia inarrestabile nella formazione di una nuova antropologia. E lo fa con i soldi pubblici e con il cavallo di Troia dello spauracchio delle malattie sessualmente trasmissibili. La paura di contrarre l'Aids è il concetto cardine attraverso il quale le scuole statali iniziano ad anticipare gender theory, omofobia, aborto e preservativo già dalle scuole medie, abbassando l'asticella dell'informazione sessuale dalle Superiori alle Medie. Peccato che anche in questo caso i genitori siano completamente impotenti. Anche perché a proporre una rivoluzione antropologica a suon di omofobia sono addirittura le Asl, che grazie all'autorevolezza scientifica di cui godono possono essere utilizzate dalle lobby gay per introdurre tra i banchi l'ideologia relativista secondo cui l'amore non è altro che un coacervo di sentimenti ed emozioni che vanno assecondati a seconda delle sensazioni.

È il caso dell'opuscolo “Viva l'amore”, un libretto che la Regione Emilia Romagna ha promosso all'interno del XV Programma per la prevenzione e la lotta all'Aids. E poco importa se nelle oltre 150 pagine del libretto in uso ai docenti e rivolto ai ragazzi, di Aids si parli in poche sole pagine. Tutto deve servire a portare acqua al mulino della gender strategy. Come?

Presentando i cambiamenti adolescenziali come assolutamente neutri. E sottoponendo i giovani alle sperimentazioni. Il tutto mentre Papa Francesco ribadisce che «con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio, gli orrori delle dittature li abbiamo visti nelle grandi dittature genocide del '900 e costringono i ragazzi a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico».

Qui non ci sono esperimenti scientifici a fare da corollario a idee genocide, ma teorie che la Scienza non ha mai fatto sue sulla natura dell'uomo che a seconda del contesto può sentirsi maschio o femmina. La sperimentazione parte dalla rossa Emilia, che gode di un blocco ideologico forte che va dalla politica, attraverso la Regione, la quale sceglie i vertici e quindi le indicazioni sanitarie alle scuole complici e distratte.

Attualmente le Asl coinvolte nel progetto e che hanno adottato l'opuscolo sono tre: Forlì, Reggio Emilia e Bologna. Presto si aggiungerà Modena. Ma durante il corrente anno scolastico 2014-2015 a “godere” dell'educazione sessuale di “Viva l'amore” sono circa 800 studenti delle Medie. E a Reggio è stato sperimentato alla Media Leonardo da Vinci mentre lo scorso anno è stata la volta della Media Fermi, che però non ha rinnovato il progetto non essendo rimasta soddisfatta. Qualche genitore ha protestato perché la sessualità viene presentata come un qualcosa di cui approfittare. L’iniziativa era stata presentata come gratuita a differenza delle altre proposte. Per forza, è stata finanziata coi soldi della Regione. Ed è anche per questo che il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca ha benedetto la nascita in diocesi del primo Osservatorio sul gender a scuola, gestito dal Forumfamiglie e dall'Age per monitorare e denunciare il pericolo di indottrinamento delle masse giovanili.

Alcuni genitori hanno informato la Nuova BQ. I loro nomi non sono pubblicabili perché identificherebbero i figli minori, costringendo i ragazzi ad essere nel mirino di ritorsioni e vendette. Quindi ci facciamo carico noi di questa protesta, denunciando un sistema che, se la sperimentazione dovesse avere buoni frutti (chissà con quali criteri verrà effettuata la valutazione?), potrebbe diffondersi già dal prossimo anno a macchia d'olio. Con un ulteriore dispendio di soldi pubblici, cioè nostri.

L'opuscolo è stato tradotto da un'equipe di professionisti delle Asl dall'originale edito nei Paesi Bassi Soa Aids Nederland e Rutgers Wpf ed è promosso dalla Regione Emilia Romagna dove tra i banchi della Maggioranza siedono anche parecchi cattolici in quota Pd.

La sessualità? «Esprime l'aspetto fondamentale dell'essere umano e comprende il sesso, le identità, l'orientamento sessuale e i ruoli di genere. Viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, scelte, convinzioni, atteggiamenti, valori, pratiche e relazioni». Che cosa manca? Il protagonista del titolo, cioè l'amore. Che evidentemente non è funzionale.

La masturbazione? «È uno dei modi per conoscere il proprio corpo e provare piacere». Completamente assenti le ricadute psicologiche in termini di autostima per i ragazzi mentre la mano che illustra il capitolo fa capire che l'obiettivo è quello di presentare una sessualità sganciata dalla relazione, un ripiegamento fine a se stesso, per il piacere. Come la Nutella, che però non crea problemi di autostima.

E se rimani incinta? Nessun problema, c'è l'aborto, si legge a pagina 131 dove è evidente che la vera malattia da cui ci si deve difendere non è l'Hiv, ma la gravidanza. 

Molto, moltissimo spazio è dedicato ai contraccettivi. Si scopre che il vantaggio della pillola è la sua comodità, mentre l'unico svantaggio è che «potresti dimenticarti di prenderla tutti i giorni», ovviamente tralasciando le conseguenze sul corpo della donna per l'uso prolungato della pillola. Poi ci sono l'anello e il cerotto, che ha come vantaggio il fatto che ci devi pensare solo una volta alla settimana, ma ahimè ha come controindicazione il fatto che sia antiestetico dato che «può essere visibile». 

Tralasciamo le pagine in cui si spiega come si infila un preservativo. Giova solo ricordare che il saggio educatore prevede che esso però possa rompersi. E allora che si fa? «In questo caso si può ricorrere alla pillola del giorno dopo, cioè ad un contraccettivo d'emergenza».

Inutile aggiungere che la gran parte delle pagine è rivolta all'orientamento sessuale. Che cosa c'entra con la lotta all'Aids promessa nell'incipit? Non si sa, però è chiaro che il libello sa bene che cosa vuole far capire ai bambini, i quali a quell'età di solito fanno a gara per avere la figurina di Tevez doppia per poterla scambiare con dieci giocatori del Genoa. «Spesso ci vuole un po' di tempo per capire se si è attratti dai ragazzi o dalle ragazze o da entrambi». Già, giusto il tempo che serve perché qualcuno si presenti in classe con “Viva l'amore”. E ancora: «Si calcola che la popolazione non eterosessuale nel mondo sia compresa tra il 5 e il 10%. Non in tutti i Paesi si può esprimere o vivere apertamente l'omosessualità». Primo messaggio politico al futuro elettore. Quand'ecco che zac! «In Italia non è possibile né il matrimonio né l'adozione per le coppie omosessuali». Secondo messaggio occulto. Il bambino capirà, non appena avrà staccato dalla cameretta il poster di Cr7.

Emerge un essere umano in balia di sé, succube delle emozioni e in preda ai pensieri estemporanei sganciati dal dato biologico. Un uomo in formazione al quale viene detto che l'amore non è altro che un «provare un sentimento forte per una persona e desiderare di stare sempre con lei», ben sapendo che il modo più trendy per farlo è la bisessualità presentata come variante assolutamente neutrale. 

La vita che nasce da una gravidanza? Un problema da evitare. E se qualcosa va storto? Ma quali genitori! Cercate un operatore esperto di cui fidarsi. L'amore come incontro nella diversità tra uomo e donna che sprigiona un potenziale generativo? Vintagerie del passato. Adesso ci sono gli stereotipi di genere, spiegati magistralmente a pagina 27: «Rappresentazioni di come dovrebbero essere i maschi e le femmine. Cosa non può fare una donna? Cosa non può fare un uomo? Cosa fa meglio una donna e cosa fa meglio un uomo?». Tutto questo adesso va abbattuto. Perché non è vero che le ragazze sono più brave a scuola, ma non capiscono la matematica. Però è vero, e dimostrateci il contrario se ci riuscite, che in sala parto l'uomo è sempre quell'essere inutile, che il più delle volte mette agitazione e ansia. Salvo poi piangere come un pulcino appena la vita si presenta visibile all'appuntamento.

Benvenuti nella nuova era della rieducazione forzata garantita dal protocollo sanitario e pagata coi nostri soldi.

martedì 16 settembre 2014

Mamma è femminile, papà è maschile. Perché è così di Roberto Marchesini 16-09-2014, http://www.lanuovabq.it

L'ideologia di genere ha avuto, tra i pochi, il merito di focalizzare l'attenzione di alcuni osservatori sulla figura del padre e della madre, sul ruolo paterno e materno, e sulla loro importanza nella formazione dell'identità di genere. È importante, si osserva, che ci siano entrambi i genitori, il padre e la madre; ma è ancora più importante che, nei confronti del bambino, siano presenti il ruolo paterno e materno, al di là di chi li riveste: non è necessario che il ruolo paterno sia esercitato dal padre e quello materno dalla madre; un ruolo paterno può essere esercitato anche da altri uomini (uno zio, un nonno, un prete...) e addirittura da una donna (dalla madre, ad esempio nel caso della vedovanza). Questa affermazione è di solito corroborata da casi in cui un bambino orfano di padre è cresciuto senza alcun problema di identità di genere; oppure di ottime famiglie nelle quali il ruolo tradizionalmente paterno è stato svolto dalla madre e viceversa. Personalmente, credo che la questione sia semplicemente una riproposizione del dibattito sul genere. Si discute, infatti, del sesso dei genitori (padre e madre) e del loro ruolo di genere (ruolo paterno o materno). L'ideologia di genere sostiene che non esista alcun legame tra sesso e genere; e che il genere, essendo una pura costruzione sociale, deve (per qualche motivo mai chiarito) essere decostruito. Nel nostro caso abbiamo padri (di sesso maschile) che cambiano i pannolini (ruolo di genere materno) e madri (di sesso femminile) che hanno un ruolo normativo (ruolo di genere paterno); bambini che crescono senza qualcuno che svolga un ruolo paterno (necessario solo, dunque, per convenzione sociale); e casi in cui i ruoli genitoriali di genere sono state stravolte e i bambini non ne hanno avuto alcun danno (e che dovrebbero dimostrare come sia possibile decostruire tali ruoli). Proviamo dunque ad affrontare le domande poste dall'ideologia di genere, per poi applicarle alla relazione tra sesso dei genitori e i loro ruoli genitoriali di genere. Molti ritengono che le questioni relative al genere possano essere affrontate dal punto di vista scientifico. È senz'altro vero che la scienza (cioè l'utilizzo della misurazione come metodo di conoscenza) è un valido strumento per conoscere la realtà, ma non tutta la realtà può essere misurata (quindi conosciuta attraverso la scienza): l'uomo, ad esempio, nella sua profonda identità, non può essere misurato. Lo strumento che fino alla metà dell'Ottocento (cioè fino al Positivismo) è stato utilizzato con successo per conoscere l'uomo è la filosofia, in particolare l'antropologia. L'antropologia può aiutarci a dipanare le questioni poste dall'ideologia di genere? Personalmente credo di sì; credo, in particolare, che alcuni strumenti antropologici della filosofia aristotelico-tomista possano essere particolarmente utili per affrontare tali interrogativi. Nel IX libro della Metafisica, Aristotele sostiene che il movimento, il divenire, il mutamento consiste nel passaggio dallo stato di “potenza” a quello di “atto”. La potenza è la capacità di un ente di essere ciò che ancora non è; l'atto è, invece, la realizzazione di ciò che precedentemente era solamente in potenza. La “natura” è il principio, insito negli enti, che guida il divenire dallo stato di potenza a quello di atto. Il termine “natura”, dunque, non indica semplicemente ciò che esiste, la realtà; né può indicare generalmente ciò che fanno gli animali o i vegetali, semplicemente perché ogni specie ha una propria natura, ossia un proprio progetto, diverso da quello di altre specie. In termini correnti potremmo definire la natura come il “progetto” che guida lo sviluppo di ciò che esiste, la sua realizzazione. In che modo la dottrina del movimento di Aristotele riguarda l'ideologia di genere? Mentre l'identità sessuale (cioè l'essere maschio o femmina) è definita sin dal concepimento – il momento dal quale ogni cellula del corpo umano è caratterizzata dai cromosomi XX nella femmina e XY nel maschio -; l'identità di genere (cioè l'essere uomo o donna), invece, si acquista con lo sviluppo. Parafrasando la Bibbia si potrebbe dire che “maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27), ma uomo e donna si diventa. Potremmo quindi descrivere il sesso e il genere in termini aristotelici, definendo il sesso come “potenza” e il genere come “atto”, cioè la realizzazione di un progetto (la “natura”) presente fin dal concepimento ma che si realizza nel corso della vita. Il compimento della propria identità sessuale consiste quindi nell'acquisire pienamente l'identità di genere, ossia nel diventare pienamente uomini (se maschi) e donne (se femmine). Sorge spontanea, a questo punto, un'obiezione: esistono situazioni nelle quali le persone nascono maschi o femmine, ma non raggiungono la piena identità di uomini e di donne. Questo significa che queste persone non hanno un progetto che li conduce a diventare uomini e donne se concepiti maschi e femmine? Affrontiamo questa difficoltà con un esempio. Se noi andassimo al mercato e comprassimo una piantina di limone, lo faremmo perché fiduciosi che quella piantina darà dei limoni, ossia confideremmo nel fatto che la piantina di limone abbia una natura, un progetto che prevede la produzione di frutti, e nemmeno frutti qualsiasi (ad esempio angurie o ciliegie) ma proprio dei limoni. Può tuttavia accadere che, giunto il periodo appropriato, la piantina non fruttifichi: forse non ha ricevuto abbastanza acqua o luce, forse è stata assalita dai parassiti, forse era in una posizione non adeguata. Ciò non significa, ovviamente, che la natura della pianta non prevedesse la presenza di frutti, bensì che l'ambiente ha ostacolato lo sviluppo della piantina secondo la sua natura. Questo è, infatti, secondo la filosofia aristotelica, il ruolo dell'ambiente; quello di permettere od ostacolare lo sviluppo della natura delle cose. Tornando all'uomo, questo significa che esiste una natura che guida la realizzazione del progetto della persona; e che se una persona non riesce a sviluppare pienamente le sue potenzialità non significa che non ne avesse, ma solamente che l'ambiente e le esperienze che ha vissuto (la cultura) non glielo hanno permesso. Tutto ciò non deve far pensare che la cultura abbia solamente un ruolo negativo nello sviluppo dell'identità, come sosteneva Rousseau. È vero piuttosto il contrario: le relazioni sono lo strumento essenziale per la propria realizzazione, e l'uomo non può vivere senza relazioni. Aristotele, nel primo libro de La politica, definiva infatti l'uomo zòon politikòn, animale sociale; e san Tommaso, ne La politica dei principi cristiani, ribadisce che «agli uomini è necessario vivere in società». La necessità delle relazioni per la vita umana è testimoniata anche da un esperimento condotto da Federico II di Svevia e riportato nelle Cronache di fra Salimbene da Parma. Volendo l'imperatore scoprire quale fosse la lingua orginaria dell'uomo, fece rinchiudere dei neonati in una torre, ordinando che fossero nutriti e lavati, senza tuttavia parlargli, cullarli o cantare loro canzoni, ossia privandoli di alcun tipo di relazione; i bambini morirono tutti. Torniamo all'ideologia di genere. Essa sostiene l'assoluta indipendenza della parte biologica della sessualità (il sesso) da quella non-biologica (il genere). Per l'antropologia artistotelico-tomista ogni cosa esistente è un “sinolo” - ossia una unione – di materia e forma; nel caso dell'uomo la materia è il corpo e la forma è l'anima. L'anima e il corpo sono inscindibili, tanto che la separazione dell'anima dal corpo comporta la morte dell'uomo; e il loro rapporto non è una “somma”, quanto piuttosto un “prodotto”. Che differenza c'è tra la somma di anima e corpo e la loro unione? Più o meno la differenza che passa tra gli ingredienti per fare una torta e la torta. Quando noi abbiamo la somma degli ingredienti per fare una torta – ad esempio ammucchiati in un sacchetto per la spesa – essi sono separabili l'uno dall'altro, e ognuno mantiene le sue caratteristiche: le uova sono fragili, la farina svolazza se soffiata, il cioccolato si scioglie al calore. Una volta che noi abbiamo impastato e cotto la torta (ne abbiamo fatto dunque un sinolo) non ci è più possibile separare gli ingredienti, o togliere dalla torta la farina o le uova; e la torta ha caratteristiche diverse dalle caratteristiche dei singoli ingredienti che la compongono: non è fragile, non svolazza e non si scioglie. Questo è, secondo l'antropologia aristotelico-tomista, la relazione che lega anima e corpo nell'uomo: esse sono unite indissolubilmente. Per questo motivo è lecito, ed anche utile distinguere la componente biologica della sessualità da quella psicologica e relazionale; ma esse sono le due facce della stessa medaglia, inscindibili se non al prezzo di annientare l'uomo. Spero che quanto scritto finora abbia convinto il lettore che l'antropologia aristotelico-tomista può fornire gli strumenti che permettono non solo di capire con semplicità e lucidità l'ideologia di genere, ma anche di dare ad essa una risposta convincente ed efficace. Detto questo, come possiamo affrontare il dilemma iniziale? È necessario che il padre eserciti un ruolo paterno e la madre uno materno? Eppure talvolta accade, coma mai? Perché alcuni bambini non sono cresciuti in questa situazione e non hanno riportato dei problemi nello sviluppo dell'identità di genere? Diciamo (senza ripetere tutto) che essere padre è la potenza, esercitare un ruolo paterno l'atto, che la natura (il progetto) di un padre è quello di esercitare il ruolo paterno. La realizzazione del progetto è potenziale, non obbligatoria; quindi può accadere che un padre non eserciti un ruolo paterno, e che qualcun altro (uomo o donna) si sostituisca a lui in questo ruolo. Ciò non toglie che l'esercitare un ruolo paterno è legato all'essere padre, ne è lo sviluppo, ne costituisce la natura. Consideriamo adesso il bambino. Anch'esso ha una natura, cioè un progetto. Il fatto che una persona diversa dal padre abbia svolto per lui un ruolo paterno può essere un ostacolo alla realizzazione del suo progetto (sicuramente non è un vantaggio); ma può trovare nell'ambiente sociale altre risorse (cioè altre persone che, bene o male, ricoprano tale ruolo) che lo aiutino nella propria realizzazione. Riassumendo: essere padre ed esercitare un ruolo paterno non sono due cose avulse, ma la seconda è il compimento della prima; compimento potenziale, in quanto può darsi che un padre non possa o non riesca ad esercitare il suo ruolo naturale. In questo caso, il bambino può trovare un ruolo paterno in figure vicarie (che, per questo, sono sostituti della figura paterna, naturale interprete del ruolo educativo paterno.

lunedì 17 marzo 2014

Il gender, la società senza sesso e il compito di noi madri e padri. Alla riscoperta della bellezza del corpo, 17 marzo 2014 di Eugenia Scabini, www.tempi.it

Eugenia Scabini, autrice di questo articolo, è professoressa di Psicologia dei legami familiari presso la facoltà di Psicologia dell’Università cattolica di Milano, di cui è stata preside dal 1999 al 2011.

Vi ricordate il 12 maggio 2007, quella singolare manifestazione a Roma chiamata “Family day”? Al di là degli obiettivi, è stata anche, per chi vi ha partecipato, una grande festa di popolo, di vitalità delle famiglie. Sono passati non molti anni da quel giorno e il nostro mondo è occupato da tutt’altri scenari che hanno impegnato in dibattiti e manifestazioni, ma anche in precise scelte giuridiche e sociali, molti paesi europei tra cui la Francia e la Spagna: il matrimonio per le coppie omosessuali, con possibilità o meno di adozione dei figli, la sostituzione dei termini “padre” e “madre” con il più generico “genitore A” e “genitore B” o uno e due.

Tutto questo ci ha in parte sorpreso, a volte preoccupato, ma comunque nella maggioranza dei casi l’abbiamo vissuto un “po’ a distanza”, vuoi perché capitava altrove, vuoi perché urgenti e pressanti aspetti legati alla crisi economica ci avevano forse fatto sentire questi temi meno fondamentali per la vita delle famiglie, sottovalutandone la loro importanza ai fini di una vita squisitamente umana.

Tuttavia, ora con una strategia meno frontale ma più sottilmente invasiva, si fanno avanti anche da noi proposte o iniziative come l’utilizzo a Milano dei moduli per l’iscrizione alla scuola con la generica definizione di “genitore” invece che di “padre” e “madre” o la pubblicazione della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, a firma di Unar e del dipartimento per le Pari opportunità. Quest’ultima va ben oltre la più che legittima denuncia del bullismo e dell’omofobia e, mettendo in scacco alcuni capisaldi della costruzione dell’identità personale e familiare, ha provocato più che legittime proteste soprattutto per quanto riguarda il fronte educativo, proteste che hanno poi portato a un blocco della iniziativa.

È quindi il momento che quel popolo festoso riprenda coscienza di sé e faccia sentire la sua voce, non tanto per vincere una battaglia che si presenta chiaramente ideologica, ma per fare riemergere quella che papa Benedetto ha indicato come «un’ecologia dell’uomo» che sia in grado di proteggerlo «contro la distruzione di se stesso», recuperando e vivificando i fondamentali dell’umano.

Ma quali sono i fondamentali dell’umano? Innanzitutto la persona che, con la sua inviolabile dignità umana e la sua libertà, è riferimento centrale della civiltà europea ed esplicitamente al centro della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Dire persona è ben diverso che dire individuo, entità astratta e sciolta dai legami, che pure ha determinato lo sviluppo del pensiero del Novecento. La persona, unica e irripetibile, è costitutivamente un “essere in relazione”: in breve, ciascuno di noi è un “generato” che rimanda costitutivamente ai “generanti”, entro una catena generazionale del dare-ricevere la vita imprescindibile per l’identità di ciascuno e, al tempo stesso, per l’identità della società in cui le persone si muovono.

Come ben dice papa Francesco nella Lumen Fidei: «La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto: in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande».

Un corpo vivente
Ma dire che la persona è “un essere in relazione” non è dire una cosa vaga e impalpabile, perché la persona è un corpo vivente. Vorrei porre l’accento sulla parola “corpo”, quel corpo che oggi è da una parte esaltato e dall’altra manipolato a piacimento e ridotto a un insieme di organi. Sappiamo invece dalla ricerca psicologica che, sin dalle prime fasi della vita, il corpo umano è attraversato da primordiali emozioni, stati mentali, capacità di interazioni e, fin dalla vita intrauterina, risponde ed è influenzato (soprattutto attraverso il corpo della madre) da ciò che lo circonda e dal mondo affettivo e relazionale della sua famiglia, che lo attende, pre-figurando il suo “posto”.

Il corpo umano è vivo, è vivente. Corpo vivente significa affermare che l’aspetto sorgivo dell’essere umano è costituito da un’unità biologica, psichica, spirituale e relazionale. La persona è, e come tale può pensarsi e agire, entro tale unità e in forza di essa. La vita umana, che la Chiesa ha sempre con grande forza difeso, è data dalla coscienza che essa è il bene per eccellenza senza del quale nulla potrebbe sussistere. Dire corpo vivente significa al tempo stesso dire “corpo sessuato”. L’essere sessuato investe tutta la persona umana e non è solo una differenza anatomica. L’umanità esiste al maschile e al femminile e una società vera è quella in cui le persone possono compiere l’imprescindibile itinerario di umanizzazione che le porta dal nascere maschio e femmina, al divenire uomo e donna.

In questo processo la famiglia ha un ruolo fondamentale: come dice il noto psicologo Urie Bronfenbrenner, «la famiglia rende umani gli esseri umani». E qui sta il fondamento dei diritti della famiglia che troviamo chiaramente espresso nella Carta dei diritti della famiglia di cui da poco abbiamo celebrato i 30 anni della sua pubblicazione (e che vale la pena rileggere). Qui, e non prima, si innesta l’itinerario in cui la cultura, a partire da questa originaria differenza (e non a prescinderne) offre la trama dei significati personali e sociali, essenziali nella costruzione dell’identità. In questa prospettiva il corpo, lungi dall’essere un limite di cui liberarsi – e attraverso interventi manipolatori, passare dall’essere maschio al diventare femmina e viceversa e alle ormai numerose varianti – è la risorsa primordiale e la sede della persona: io “sono” un corpo e non “ho” un corpo.

La dualità maschio femmina
Con felicissima espressione Giovanni Paolo II nelle famose “Catechesi del Mercoledì” così ribadisce l’unità di corpo e persona e la sua riconoscibilità nella relazione tra l’uomo e la donna. «Quando il primo uomo, alla vista della donna esclama: “È carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” (Gen, 2,23), afferma semplicemente l’identità umana di entrambi. Così esclamando, egli sembra dire: “Ecco un corpo che esprime la ‘persona’”» (Udienza generale 9 gennaio 1980).

Così viene figurato il mistero dell’essere umano, creato nella dualità di maschio e femmina e, quindi, radicato in una differenza, ma pure segnato da una comune appartenenza al genere umano. È quest’ultima che consente all’uomo e alla donna, al maschile e al femminile, di non essere abissalmente distanti, ma, nella relazione e tensione reciproca, parti indispensabili dell’intera umanità. L’altro consente a me stesso di riconoscermi, l’altro è la mia attrattiva e il mio destino. L’altro: l’altro genere, l’altra generazione, l’Altro, il Creatore di tutte le cose che ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza e l’ha creato maschio e femmina. Così ci dice l’antropologia del principio che ci pone dinnanzi all’umano come costituito da una “uguaglianza differenziata”.

Giovanni Paolo II, per esprimere questa condizione originaria ha coniato una espressione nuova, un neologismo. Ha parlato dell’uomo e della donna come «uni-dualità relazionale», che consente a ciascuno «di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante» (Lettera alle donne 8). La corporeità e l’essere situati nella differenza sessuale ci parla così dell’unità procreativa e del generare nella direzione del «dono arricchente e responsabilizzante» bene vitale e primario della famiglia e fonte della stessa sopravvivenza e sviluppo della società. Ma il compito affidato all’uni-dualità interpersonale non si ferma qui poiché l’uomo e la donna, con il loro comune e collaborativo contributo, devono portare a compimento il mondo e la storia.

«Il matrimonio e la procreazione in se stessa non determinano definitivamente il significato originario e fondamentale dell’essere corpo, né dell’essere, in quanto corpo, maschio e femmina», così ancora ci dice questo grande Papa (Udienza generale 9 gennaio 1980).

La comparsa dell’individuo
Certo non facile è mantenere insieme la comunanza senza svilirla nella omologazione e la differenza senza creare pericolose scissioni. Non facile mantenere viva la tensione tra il femminile e il maschile senza farla esplodere nel conflitto o rinchiuderla nel dominio e subordinazione dell’uno sull’altro. I cristiani non si fanno troppe illusioni al proposito perché sanno che c’è stata una turbativa all’origine (il peccato originale che Giovanni Paolo II peraltro equamente distribuisce tra l’uomo e la donna) e sanno perciò che l’armonia tra i generi ma anche tra le generazioni (le due differenze costitutive dell’umano) vanno sempre pazientemente ricostruite nella vita familiare e sociale e non senza grande sofferenza.

Così la realizzazione storica di questo riconoscimento di pari dignità della persona umana ha incontrato non poche difficoltà ed è ancora oggi ben lungi dall’essere rispettato. Ne hanno fatto le spese soprattutto le donne come del resto lo stesso Giovanni Paolo II profeticamente dalla Mulieris dignitatem (1988) alla Lettera alle donne (1995) e in altri numerosi interventi già oltre trent’anni fa denunciava, rilanciando in positivo la peculiarità indispensabile dell’apporto della donna alla vita umana e sociale, parlando di «genio femminile».

Dove sono oggi finiti questi fondamentali e la loro ricchezza e attrattiva? Sono finiti nella latenza, vivono come un patrimonio sommerso al quale così poco riusciamo ad attingere e a far diventare rilevante nella vita personale, familiare e sociale. Invece della persona compare l’individuo con il suo diritto di autodeterminazione e di scelta insindacabile anche quando tale scelta ha conseguenze dirette su un altro essere umano come tristemente accade quando si genera “affittando” un utero o si approva l’eutanasia per i minori come avvenuto di recente in Belgio.

Invece dell’unità corpo-persona assistiamo, come acutamente osservava la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel già una decina di anni fa, ad una depersonalizzazione del corpo da se stesso, ad una scissione tra io corporeo e io psichico. Il corpo vivente si frantuma, diventa un oggetto muto, si lascia meccanicamente e passivamente trascrivere dalla tecnologia che ne ha preso possesso, non senza guadagno commerciale. La frammentazione del corpo vivente produce schegge impazzite e contraddizioni palesi: edonismo del “fisico”, determinismo del genetico (persino della libertà e moralità) e al tempo stesso attribuzione di enorme potenza alla cultura che avrebbe la capacità di costruire e de-costruire la differenza sessuale.

Recuperare i fondamentali
Nelle teorie del gender di tipo radicalmente costruttivista, oggi di moda, la “differenza reciprocante” del femminile e del maschile collassa in una rappresentazione dell’essere umano come indistinto, indifferenziato, ibrido e si preconizza una società transgenere, postpadre e postmadre. E la questione non sta, come in genere si dibatte, sulla capacità delle coppie, magari dello stesso sesso, di saper ben allevare bambini ma sta nel mettere questi ultimi nella condizione di affacciarsi alla vita con un vuoto di origine. Il tema della generatività e del suo intrinseco riferimento all’origine è questione centrale sia da un punto di vista antropologico che psicologico, come abbiamo più volte evidenziato nella nostra “prospettiva relazionale-simbolica” di lettura del “famigliare”. In questa deriva, l’itinerario a ritroso che l’umanità oggi rischia di percorrere trascina al ribasso la persona dal riconoscimento, al misconoscimento, all’indifferenza, all’incuria.

Quale il nostro compito? Recuperare i fondamentali e metterli in azione. È oggi il tempo di una presenza attiva, vigile e propositiva degli adulti, delle madri e dei padri (ma sappiamo che possiamo e dobbiamo essere madri e padri anche dei figli altrui) perché nostra è la responsabilità verso le nuove generazioni. Esse devono potersi nutrire di quelle risorse materiali, simboliche e morali che fanno della vita una vita umana. E l’educazione è l’ambito primario di tale impegno perché l’educazione è un proseguimento della generazione come ci ha ben insegnato quel grande uomo e vero seguace di Cristo che è stato don Luigi Giussani. Lui ha svegliato dal torpore più di una generazione e con ciascuna di loro si è messo in moto appassionatamente facendo ritrovare entro la proposta-esperienza cristiana la risposta ai desideri profondi del cuore e un senso dell’agire vivace e concreto nella vita sociale.

Comunione, non divisione
Ogni generazione comincia da capo ma è destinata al fallimento se suppone di cominciare da zero. Deve poter ritrovare nel patrimonio che le arriva, magari impoverito, la traccia di un cammino. Noi non siamo migliori dei nostri padri come cantavamo un tempo pensando invece di riuscirci. Ma possiamo riprenderci e risvegliarci partendo proprio dalla domanda che ci viene dai nostri figli, dalle nuove generazioni. Dobbiamo fare questo viaggio però insieme, madri e padri, fratelli di condizione e accomunati dalla stessa responsabilità. Il destino del femminile e del maschile è la comunione non la divisione e neppure la realizzazione solitaria. Questa generazione è sfidata nel corpo, come ogni giorno vediamo nella cronaca, e su questo punto si concentra la domanda di umanizzazione e la ricerca di identità.

Forse che per il cristiano il tema è secondario? Il corpo, cristianamente la carne, il corpo di Cristo, il corpo della Chiesa, la resurrezione dei corpi… Che cosa di più attraente di una proposta che fa trovare speranza, vita e pace nell’abbraccio con un Corpo pieno di luce che ci lega profondamente gli uni agli altri e ci rende amici e fratelli, piuttosto che un percorso errabondo alla ricerca di sé attraverso la spettacolarizzazione del proprio corpo o la peregrinazione da un corpo sessuato ad un altro?

Torniamo insieme all’origine. E l’unico modo per essere ancora generativi e per far sì che possano esserlo le nuove generazioni, col loro irripetibile volto.

domenica 12 gennaio 2014

«Il sesso selvaggio e il “gender” mirano a distruggere la famiglia e creare un nuovo ordine mondiale», 11 gennaio 2014 di Vito Punzi, www.tempi.it

 

La tedesca Gabriele Kuby, nata a Costanza nel 1944, è per formazione sociologa e autrice di saggi legati all’educazione e alla sessualità. Madre di tre ragazzi, si cimenta volentieri anche con la traduzione dall’inglese (per oltre vent’anni nell’ambito dell’esoterismo e della psicologia). A lungo impegnata nei movimenti studenteschi tedeschi sorti dal Sessantotto, Gabriele Kuby si è convertita ed è entrata nella Chiesa cattolica ricevendo il sacramento del battesimo il 12 gennaio 1997, festa del Battesimo di Gesù. Il suo primo libro (Mein Weg zu Maria – Von der Kraft lebendigen Glaubens, La mia strada verso Maria – Sulla forza della fede viva) è stato un best-seller.

Come pubblicista concentra il suo interesse sui vicoli ciechi intrapresi dalla società moderna, indicando la via d’uscita in una nuova coscienza dell’esperienza cristiana. L’unico suo libro pubblicato in Italia è Gender Revolution. Relativismo in azione (Cantagalli 2008) e rappresenta un grido d’allarme indirizzato a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: in ogni ambito del vivere pubblico va riconosciuta come fondamento della famiglia la differenza sessuale tra uomo e donna. A un anno fa risale il suo ultimo libro pubblicato in Germania, La rivoluzione sessuale globale. Distruzione della libertà in nome della libertà: «Era il 31 settembre del 2012 – ricorda Gabriele Kuby – quando ho avuto il privilegio di consegnare personalmente una copia del libro a Benedetto XVI, e per me è stato un grande incoraggiamento sentirgli dire “Ringraziamo Dio per quello che dice e scrive”».

Signora Kuby, partiamo dal suo ultimo libro denuncia: qual è il motivo che l’ha sollecitata a scrivere?
La constatazione che la liberalizzazione delle norme sessuali rappresenta la linea del fronte dell’odierna battaglia culturale. Io appartengo alla generazione del ’68 e a quel movimento ho partecipato attivamente. Dopo la mia conversione mi sono cadute le bende dagli occhi. Dopo il libro del 2006, dedicato alla rivoluzione del “gender”, ho continuato a raccogliere materiale e in seguito ho sentito la necessità di rappresentare l’evoluzione di questa ideologia, perché tutti percepiscono gli effetti del capovolgimento dei valori, come la distruzione della famiglia, ma sono in pochi a essere coscienti che dietro si cela una strategia delle élite di potere, dall’Onu all’Unione Europea, all’alta finanza.

Dunque qual è il messaggio che intendeva trasmettere?
La deregolamentazione delle norme sessuali conduce alla distruzione della cultura. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 dice che la famiglia è il nucleo della società e che essa ha bisogno, per esistere, di una regolamentazione morale. Con tutto ciò che aggredisce i bambini tramite i media, internet e l’educazione sessuale obbligatoria che viene insegnata nelle scuole, per loro è difficile diventare adulti maturi, cioè in grado di assumersi la responsabilità di essere madri e padri.

Perché nel sottotitolo del libro ha scelto di porre l’accento sulla libertà, o meglio sull’opera distruttiva che in suo nome si sta compiendo?
L’esaltazione filosofica dell’individualismo avvenuta al tempo dell’Illuminismo e le dittature impostesi nel XX secolo hanno portato a considerare come valore più importante la libertà, o meglio la libertà assoluta, che tuttavia nel nostro mondo, così condizionato com’è dai limiti, non esiste. La deregulation delle norme sessuali viene oggi spacciata all’essere umano come parte di quella libertà. Ma cosa succede in realtà quando l’impulso sessuale non è più sotto controllo? Che l’altro viene considerato semplicemente oggetto della propria soddisfazione sessuale. Il dato per cui nella nostra società una ragazza su quattro e un ragazzo su dieci subisce abusi sessuali mostra ciò che accade come conseguenza del fatto che non venga più insegnato l’autocontrollo. Il caos sociale che ne deriva sollecita un sempre maggiore controllo da parte dello Stato; che una situazione del genere conduca alla tirannia lo ha già indicato Platone nel suo Repubblica, 2.400 anni fa.

Perché nel libro si rifà spesso al romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1930?
È affascinante leggere oggi quell’opera profetica, nella quale gli uomini vengono prodotti in laboratorio e formati attraverso media e psicofarmaci per essere felici, i bambini si trastullano con il sesso alla pari degli adulti e tutto viene controllato da “Ford”, il “nostro Signore”. Originariamente Huxley aveva pensato che quella sua “fantasia” si sarebbe realizzata da lì a 600 anni, ma già nel 1949 quel futuro s’era ridotto a un centinaio di anni. Allora non era possibile tutto ciò che è consentito oggi (selezione prenatale, madre in affitto, manipolazione genetica, genitore 1 e genitore 2), ma Huxley era ben cosciente che la vera rivoluzione accade nel cuore e nella mente della persona.

Quali sono a suo parere i motivi della crisi della nostra civiltà?
Lo scarto decisivo c’è stato con la rivoluzione culturale sessantottina. Promossa da sazi studenti figli della borghesia, quella rivolta si fondava su tre impulsi: quei giovani si fecero ammaliare dalle teorie marxiste (nonostante il Muro di Berlino e i carri armati sovietici a Praga, contro la democrazia); in secondo luogo, c’è stato il femminismo radicale, che doveva liberare la donna dalla «schiavitù della maternità» (sono le parole usate da Simone de Beauvoir); il terzo impulso era quello della “liberazione sessuale”. Le parole d’ordine al proposito erano: quando la tua sessualità sarà “liberata”, cioè avrai abbattuto qualsiasi tipo di condizionamento morale, allora potrai costruire una società libera dall’oppressione. Quella generazione, la mia, fallito il tentativo di coinvolgere il “proletariato”, ha compiuto una vera e propria “marcia dentro le istituzioni”, tanto che, quello che ieri era un movimento d’opposizione, oggi rappresenta la politica ufficiale delle grandi organizzazioni internazionali, di molti governi nazionali, non solo di sinistra. E i media che determinano il mainstream seguono questa “agenda”.

Un altro riferimento interessante per le sue valutazioni è stato il libro della studiosa belga Marguerite A. Peeters, La globalizzazione della rivoluzione culturale occidentale…
Non interessante, fondamentale, perché mi ha aperto gli occhi. Da parte mia mi sono concentrata sul nocciolo di quella rivoluzione: la deregulation delle norme morali che regolano la sessualità. La rivoluzione sessuale globale viene promossa dalle élites al potere. Ho già detto di Onu e Unione Europea, ma con esse si deve intendere l’intera rete di impenetrabili sotto organizzazioni: di queste fanno parte gruppi industriali globalizzati, grandi fondazioni come Rockefeller e Guggenheim, persone molto ricche come Bill e Melinda Gates, Ted Turner e Warren Buffett, o grandi Ong come la International Planned Parenthood Federation e l’Unione Internazionale delle lesbiche e degli omosessuali (Ilga). Tutti questi soggetti lavorano nei livelli superiori della società avendo a disposizione enormi risorse economiche. E tutti hanno un interesse comune: ridurre la crescita della popolazione su questo pianeta. L’aborto, il controllo delle nascite tramite contraccettivi, la distruzione della famiglia: tutto questo serve lo scopo della creazione di un nuovo ordine mondiale.

Qual è dunque il ruolo del “Gender Mainstreaming” in questo contesto “rivoluzionario” globalizzato?
Il concetto di “Gender” presuppone che qualsiasi orientamento sessuale – eterosessuale, omosessuale, bisessuale e transessuale – sia equivalente e debba essere accettato dalla società. L’obiettivo è il superamento dell’“eterosessualità forzata” e la creazione di un uomo nuovo, cui lasciare la libertà di scelta e di godere della propria identità sessuale indipendentemente dal suo sesso biologico. Chiunque si contrapponga a ciò, singole persone o Stati, viene discriminato come “omofobo”. Si tratta di un attacco mondiale all’ordine della creazione e, così facendo, all’intera umanità. Esso distrugge il fondamento della famiglia e in questo modo consegna ai despoti di turno la persona che non riesce più a riconoscersi, se uomo o donna.

Nel suo ultimo libro attacca duramente la pornografia e chi la tollera.
Sì, perché la pornografia è una droga e come tale crea dipendenza. Una droga che distrugge la capacità di amare e di assumere la responsabilità di essere padre e madre. Inoltre costituisce un piano inclinato sul quale è facile scivolare verso quell’abisso della criminalità sessuale che finisce col coinvolgere anche i bambini e i giovanissimi. A proposito della Germania, esistono dati allarmanti: il 20 per cento dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni “consumano” quotidianamente pornografia, il 42 per cento almeno una volta alla settimana. Che persone potranno formarsi in queste condizioni? Ed è difficile farsi una ragione del motivo per cui l’Unione Europea si dimostra essere così aggressiva contro il fumo ma non fa nulla per impedire l’imbruttimento provocato dalla pornografia.

In questa situazione di “rivoluzione sessuale globale”, qual è il compito dei cristiani?
Si tratta ovviamente di un tema che riguarda ciascuno di noi. Ci piaccia o meno, dobbiamo anzitutto mettere ordine nella nostra vita sessuale, così che la vocazione umana sia all’altezza del vero amore, l’amore che dona la felicità. Se non è così non è possibile neppure trovare le motivazioni per affrontare una battaglia del genere, che è per la dignità dell’uomo, per la famiglia, per i nostri figli, per il futuro.

giovedì 3 ottobre 2013

Francia, via all’anno dell’uguaglianza a scuola. «Incitano i bambini di sei anni a scegliere l’orientamento sessuale » - ottobre 3, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it



La Francia ha deciso che l’anno scolastico appena cominciato sarà «l’anno della mobilitazione per l’uguaglianza». Per questo motivo il governo socialista di Francois Hollande ha messo in piedi diverse misure che vanno dal programma “ABCD dell’uguaglianza” alle elementari, alla «lotta contro l’omofobia» nei licei. Il tutto con l’obiettivo finale, come spiega il sito del Ministero per gli affari sociali, di «decostruire gli stereotipi di genere».
ABCD UGUAGLIANZA. L’anno dell’uguaglianza prevede innanzitutto che in 600 classi di 275 scuole elementari prenda il via quest’anno il programma ”ABCD dell’uguaglianza”, che dovrebbe poi essere esteso a tutte le scuole l’anno prossimo. L’obiettivo è «educare alla cultura dell’uguaglianza fra i sessi» fin dall’età di sei anni per «eliminare pregiudizi e stereotipi che possono essere alla base di discriminazioni». In questo senso, come ricordato dal ministro dell’Educazione Vincent Peillon, bisogna fare particolare attenzione «alle violenze commesse a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere».


scuola-francia-genere-libriLA NUOVA GONNA DI BILL. Per questo il principale sindacato degli insegnanti delle elementari (SNUIPP-FSU) ha consigliato ai professori di non utilizzare libri che «veicolano stereotipi di genere» ma quelli che «escono dai sentieri già battuti e dai cliché bambini/bambine proponendo ai piccoli di riflettere sulla loro identità sessuale». In particolare, sono consigliati quattro titoli: “Ho due papà che si amano” (foto a fianco), “Papà porta la gonna“, “Signora Zazie (ha il pistolino?) e “La nuova gonna di Bill”.
SALUTE SESSUALE. «Il rispetto e l’uguaglianza» tra i sessi saranno obiettivi educativi anche nei licei. In particolare il ministro Peillon, nella lettera a tutti i rettori del 4 gennaio scorso, consiglia di diffondere «con la più grande energia» la campagna di comunicazione di “ligne azur”. “Linea azzurra” è «un servizio anonimo di aiuto a distanza per tutte le persone che si interrogano sulla salute sessuale (orientamento/attrattiva, identità e pratiche)».

LINEA AZZURRA. “Linea azzurra” ricorda sul suo sito che «l’eterosessualità non è la sola via» e invita tutti, per conoscersi meglio e definire il proprio orientamento, a fare un questionario a risposta multipla : «Sono nato “maschio/femmina/intersex”; sono stato registrato di “sesso maschile/femminile”; mi sento “uomo/donna/trans”; vengo percepito “maschio/femmina/androgino/altro”; ho relazioni sessuali con “maschi/femmine/entrambi/nessuno”; le mie pratiche sessuali sono “masturbazione/sesso orale/sesso anale/penetrazione vaginale/altro/nessuno”; io mi definisco “uomo/donna/omosessuale/bisessuale/eterosessuale/transessuale/insultato/non mi definisco affatto/altro”; mi si definisce “uomo/donna/omosessuale/bisessuale/eterosessuale/transessuale/insultato/non mi definisco affatto/altro”».

«GENITORI ATTENZIONE». Anche per questi motivi nella città di Pau sono stati distribuiti questi volantini davanti alle scuole: «Genitori! Attenzione! La scuola vuole incitare i vostri bambini di sei anni a scegliere il loro futuro orientamento sessuale: maschio, femmina, neutro, altro». Il governo si è arrabbiato, dal momento che il programma ”ABCD dell’uguaglianza” non parla mai esplicitamente di “gender”, anche se i suoi obiettivi sono dichiarati. Ecco perché la Manif pour tous, per vigilare sulle scuole e sugli insegnamenti offerti al loro interno, ha istituito comitati di vigilanza composti dai genitori «affinché ciascuno possa agire nella sua scuola per difendere i bambini». La Manif chiede anche di «comunicare tutti gli abusi che avvengono in scuole e asili: noi li denunceremo pubblicamente».

@LeoneGrotti  

Belgio, donna cambia sesso ma soffre perché si sente un «mostro»: approvata la richiesta di eutanasia - ottobre 2, 2013 Redazione - http://www.tempi.it/


Verhelst-eutanasia-belgio

Cambiare sesso a 42 anni le aveva procurato una «sofferenza psicologica insopportabile». Così i medici belgi hanno accettato la richiesta di Nancy Verhelst, diventata Nathan, di ricorrere all’eutanasia a pochi mesi dall’operazione chirurgica di costruzione del pene.
IL CAMBIO DI SESSO. «Ero la ragazza che nessuno voleva», ha spiegato Verhelst al giornale fiammingo Het Laatste Nieuws prima della sua morte. Quando era piccola «i miei fratelli erano coccolati, io invece ho ottenuto come camera da letto un ripostiglio sopra il garage. “Se solo tu fossi stata un ragazzo”, si lamentava mia madre». Questo avrebbe spinto Nancy a fare una terapia ormonale a 42 anni, seguita da una mastectomia e da un’operazione di chirurgia per la “costruzione di un pene”.

NON VOGLIO ESSERE UN MOSTRO. «Nessuna di queste operazioni è andata come volevo», ha insistito Verhelst. «Ero pronta a festeggiare la mia nuova nascita», «ma quando ho guardato allo specchio, ero disgustata. Il mio petto non corrispondeva alle mie aspettative e il mio nuovo pene ha avuto sintomi di rigetto. Non voglio essere un mostro», ha concluso.

SOFFERENZA INSOPPORTABILE. Il supervisore dell’eutanasia della donna belga, il medico Wim Distelmans, ha dichiarato che «la scelta di Nathan Verhelst non ha nulla a che fare con la fatica della vita. Ci sono altri fattori che indicavano che era in una situazione incurabile, con sofferenze insopportabili». Una sofferenza insopportabile che porta all’eutanasia, sostiene il medico, «può essere sia fisica che psicologica. Si trattava di un caso che soddisfa perfettamente le condizioni richieste dalla legge». Prima che la sua eutanasia fosse approvata, Verhelst ha avuto sei mesi di consulenza psicologica, ha raccontato il medico.

ABUSI DELLA LEGGE. Quello di Verhelst è solo l’ennesimo caso di eutanasia a far discutere il Belgio e a dimostrare che la legge è stata allargata in modo tale che tutti possono accedervi, non solo chi è affetto da malattie incurabili. Il concetto di “sofferenza insopportabile”, infatti, è stato ritenuto soggettivo. Ora il Parlamento sta valutando di estendere la “dolce morte” anche ai bambini, nonostante sia stato dimostrato che la legge viene abusata in continuazione. Inoltre, nel 2012 il paese ha registrato un numero record di casi: 1.432, in crescita del 25 per cento rispetto all’anno precedente.

Manuel, il bambino di sei anni che per l’Argentina è diventato una femmina: Lulu - ottobre 3, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/

Foto: Manuel, il bambino di sei anni che per l'Argentina è diventato una femmina: Lulu 

www.tempi.it/manuel-bambino-sei-anni-argentina-e-diventato-una-femmina-lulu

Il piccolo Manuel è diventato Lulu a soli 6 anni. È la storia di un bambino argentino per il quale la madre, Gabrielam, ha ottenuto il cambiamento di sesso nei documenti, solo perché «gli piacciono le mie gonne e i capelli lunghi».
Inizialmente, ha raccontato la donna, quegli atteggiamenti le apparivano «solo un gioco». Ma poi Gabrielam, mamma di due gemelli, divorziata e costretta a crescere i suoi figli sola, ha raccontato di quando «ho visto su National Geographic un programma sulle femmine transessuali americane. Fu in quel momento che capii che lui era una femmina trans». Fu così che decise di scrivere al governatore della provincia di Buenos Aires e alla presidente dell’Argentina Cristina Kirchner.
Lo scorso dicembre la richiesta è stata negata per via dell’età del piccolo. Ma ora il ministero nazionale dell’Infanzia ha risposto, con riferimenti generici ai trattati internazionali sui diritti dei bambini, dicendo che Manuel ha «la progressiva capacità» di dare il suo consenso. Così il governatore ha deciso di concedere i nuovi documenti al piccolo. Per la prima volta, è stato ottenuto il cambiamento di identità di un minorenne, facilmente e senza ingaggiare alcuna battaglia legale.
César Cigliutii, leader della Comunità omosessuale argentina (Ahc) che ha supportato la madre, ha parlato di centinaia di persone come Lulu a cui da piccoli non è stato riservato lo stesso trattamento e che ora avrebbero «una vita terribile».

PRECEDENTE DRAMMATICO. La vicenda di Manuel somiglia molto a quella di Bruce, anche lui gemello di una altro bambino, che fu trasformato in Brenda perché ferito ai genitali. I suoi genitori scelsero di prendere la stessa strada di Gabrielam, sempre dopo aver visto un programma tv in cui il cambiamento di sesso era presentato come un passo indolore.
Purtroppo Bruce ha condotto un’esistenza infelice fino a dichiarare prima di uccidersi: «Dicono alle persone che sarà un successo, io sono la prova vivente che non è vero. Se non prendete la mia parola come vangelo chi ascolterete? Volete che qualcuno si spari un colpo in testa?».

@frigeriobenedet  

venerdì 23 agosto 2013

Fallisce l’educazione sessuale inglese: crescono infezioni - 22 agosto, 2013 - http://www.uccronline.it/

Educazione sessuale

Educazione sessualeIl Regno Unito ha alcune delle più aggressive e precoci educazioni sessuali di qualsiasi Paese occidentale, con corsi fin dalla scuola primaria. Eppure tutto questo sforzo non ha alcun effetto, anzi!

Il tasso di aborto rimane alto tanto che colui che lo ha legalizzato nel 1967, Lord David Steel, si è recentemente pentito: «Questo è un problema crescente e assolutamente indesiderabile. Non era questo l’obiettivo della mia riforma, non volevo che l’aborto diventasse un sistema contraccettivo». Gli ha risposto Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico: «Se nel 1967 davvero non pensava che sarebbe finita così, allora è davvero ingenuo».

Ma un altro gravissimo problema, come ha recentemente rilevato dalla “Public Health England” (PHE), è che le infezioni sessualmente trasmissibili (IST) sono alle stelle tra i giovani, in particolare per quanto riguarda la clamidia. Quasi mezzo milione di persone sono state diagnosticate affette da malattie sessualmente trasmissibili nel 2012, un aumento del cinque per cento rispetto al 2011, con tassi maggiori per le persone di età inferiore ai 25 anni, ovvero le più soggette agli invasivi corsi di educazione sessuale. Clamidia ma anche gonorrea, aumentata del 21 per cento.

Guardando per un momento fuori dal Regno Unito occorre anche sottolineare che le persone omosessuali rimangono il gruppo sociale più a rischio di infezioni sessuali: il Vancouver Coastal Health (VCH) e il British Columbia Centre for Disease Control (BCCDC) hanno pubblicato un rapporto avvisando che le infezioni da sifilide negli uomini omosessuali e bisessuali sono salite alle stelle con i livelli più alti degli ultimi 30 anni nella zona di Vancouver. Si parla di “proporzioni epidemiche”, in tutta la nazione si è registrato un aumento del 870% di sifilide negli omosessuali tra il 1999 e il 2008. Uno studio su Lancet ha invece rilevato che la maggior parte dei rapporti omosessuali è un significativo fattore di rischio per il cancro.

Tornando ai problemi dell’Inghilterra, la dott.ssa Gwenda Hughes ha affermato comunque che «il continuo investimento in programmi per aumentare la consapevolezza sanitaria-sessuale è di vitale importanza». Eppure sarebbe opportuno far notare che in Italia, che oltretutto ha 10 milioni di abitanti in più, non ci sono mai stati tassi di infezioni sessuali così consistenti ma nemmeno ci sono corsi di educazione sessuale nelle scuole.

Come sempre la Chiesa ha ragione. L’Osservatore Romano nell’agosto scorso ha pubblicato un articolo su questa tematica molto criticato dai media e su cui c’è stata tanta ironia sui social network. Eppure  diceva la verità, una verità scomoda che nessun altro ha avuto il coraggio di dire: «Non si capisce come mai le istituzioni pubbliche occidentali continuino a nutrire una fiducia magica nell’efficacia dell’educazione sessuale. Dopo anni di corsi, naturalmente centrati sui metodi contraccettivi, abbiamo visto come in molti Paesi – l’esempio più noto è il Regno Unito – i ragazzi continuino ad avere rapporti sessuali precoci senza alcuna protezione, e si moltiplichino le gravidanze fra le adolescenti e gli aborti. Ormai è chiaro che non basta assolutamente spiegare loro come possono usare i contraccettivi, e dove trovarli facilmente, per evitare queste tragedie, ma che il problema è più a monte, nell’educazione e quindi nella famiglia. In fondo l’Italia – dove non esiste educazione sessuale scolastica obbligatoria – è uno dei Paesi che se la cava meglio da questo punto di vista: qui i giovani rischiano di meno malattie e gravidanze precoci».

Questo avviene, continua l’editoriale firmato da Lucetta Scaraffia, «per merito della famiglia, del controllo affettuoso dei genitori sui figli adolescenti, del fatto che i ragazzi non sono abbandonati a se stessi con una scatoletta di anticoncezionali come unica difesa dalle loro passioni e dai loro errori. E, in parte, è merito anche della Chiesa cattolica, che continua a insegnare che i rapporti sessuali sono molto più di una ginnastica piacevole da praticare senza freni senza correre rischi. La Chiesa considera infatti la vita sessuale degli esseri umani come una delle prove più significative della loro maturità umana e spirituale, una prova da affrontare con preparazione e serietà, cioè da collegare a scelte di vita fondamentali come il matrimonio, e quindi alla fondazione di una famiglia in cui la procreazione costituisce uno dei fini principali. La Chiesa insegna rispetto per il proprio corpo, che significa dare importanza e peso agli atti che si compiono con esso, a non considerarli solo possibilità di divertimento o di appagamento narcisistico: e questo è proprio il contrario di quanto dicono i suoi critici. I cattolici quindi non possono accettare che la vita sessuale venga considerata materia di insegnamento come un’attività qualsiasi, la quale presenta dei pericoli che sarebbe meglio evitare; come ben si sa, poi, i giovani sono spesso attratti dai pericoli, e si impegnano a evitarli solo se vengono educati alle ragioni profonde di un diverso comportamento morale».

La redazione



giovedì 8 agosto 2013

"Omofobi" 2.0: scatta l'associazione a delinquere di Tommaso Scandroglio - 08-08-2013  - http://www.lanuovabq.it/

Blogger pericolosi

Parli male dei gay in rete? Finirai dentro per associazione a delinquere. Quando passerà la proposta di legge Scalfarotto questa ipotesi potrebbe diventare realtà. A confermarcelo è una sentenza della Cassazione depositata il 31 luglio scorso che ha condannato per associazione a delinquere un gestore di un blog perché diffondeva idee razziste. 

Si legge nella sentenza: “Ben può essere affermato il principio che costituisce un’associazione a delinquere finalizzata all’incitamento ed alla violenza per motivi razziali, etnici e religiosi [legge Mancino], anche una struttura quale quella evidenziata agli atti, la quale utilizzava la gestione del blog per tenere i contatti tra gli aderenti, fare proselitismo, anche mediante diffusione di documenti e testi inneggianti al razzismo, programmare azioni dimostrative o violente, raccogliere elargizioni economiche a favore del forum, censire episodi o persone (‘traditori’ e ‘delinquenti italiani’, perché avevano operato a favore dell’uguaglianza e dell’integrazione degli immigrati)”.

Come è noto la proposta di legge dell’on. Scalfarotto vuole estendere le sanzioni contenute nella legge Mancino che riguardano “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” anche alle condotte discriminatorie per motivi attinenti all’orientamento sessuale. Quindi in futuro un sito internet che proporrà una raccolta firme contro i “matrimoni” gay, che darà notizie sull’attivismo omosessuale con approccio critico, che raccoglierà fondi per il proprio sostentamento, che organizzerà marce o conferenze, non solo verrà chiuso ma vedrà il suo responsabile e i suoi collaboratori finire in galera. Siamo all’omofobia 2.0.

Qualcuno potrebbe domandarsi: possibile che un sito che diffonda idee critiche sull’omosessualità possa un domani venire qualificato come “associazione a delinquere”? Gli ermellini a questo proposito precisano: “Il minimum organizzatorio necessario a integrare l’associazione a delinquere nelle diverse sfaccettature analizzate dalla giurisprudenza si modula in maniera specifica per le realtà associative cosiddette ‘in rete’ le quali utilizzano le nuove tecnologie, privilegiando l’uso dei blog, chat o virtual communities in internet, non potendosi per tali strutture ricercare quella fisicità di contatti tra i partecipi, tipica dell’associazione a delinquere di tipo, per così dire classico”. Insomma se fai rete tra più persone e queste condividono le tue finalità “criminali” è sufficiente per la Cassazione per configurare il reato di associazione per delinquere. Tra l’altro nella legge Mancino è già previsto e punito il fatto di associarsi al fine di incitare alla discriminazione per finalità razziali, etniche etc. Però i giudici di Roma hanno preferito il ben più grave reato di associazione per delinquere rispetto a quello indicato dalla legge Mancino. E questo forse toccherà anche a quanti in internet, con un semplice blog, difenderanno ad esempio il matrimonio tra un uomo e una donna.

Nel caso esaminato in Cassazione l’imputato – da cui ovviamente ci dissociamo per le idee espresse - ha tentato di far leva sulla libertà di pensiero e di associazione, ma i giudici hanno risposto che la libertà viene meno quando è usata per fomentare discriminazione. Dunque in merito alla proposta dell’on. Scalfarotto anche se passassero gli emendamenti che prevedono garanzie per la libertà di pensiero e di religione, queste modifiche alla legge rischiano di valere come carta straccia in tribunale.

Il futuro allora è ancora più nero di quello previsto. Altro che aggravante per reati di omofobia: tutti coloro che manifesteranno riserve ad esempio su un gay pride saranno trattati come la Banda della Magliana.

Si obietterà: per essere colpiti dall’aggravante di omofobia occorrerà provare che le parole scritte in rete o su un giornale sono state vergate con un intento discriminatorio. Purtroppo, invece, basterà parlare male dell’omosessualità perché in automatico possano scattare le manette. Fa testo la sentenza 30525 sempre della Cassazione del luglio scorso dove alla condotta di lesioni di terzi (Tizio ha picchiato due magrebini e li ha insultati) è stata aggiunta l’aggravante Mancino per finalità d’odio razziale con questa motivazione: "Una volta oggettivatasi la finalità di un consapevole comportamento esteriore non è necessaria alcuna indagine" sulla "mozione soggettiva" di chi si è comportato in tal modo. Qualora Tizio "scelga consapevolmente modalità fondate sul disprezzo razziale, deve ritenersi che lo stesso persegua la finalità che caratterizza l'aggravante in questione a prescindere dal movente che ha innescato la condotta e che può essere anche di tutt'altra natura. In definitiva l'aggravante sussiste quando risulti che il reato sia stato oggettivamente strumentalizzato all'odio o alla discriminazione razziale ". Quindi "al di là dell'intrinseco carattere ingiurioso che le medesime frasi assumono, denota l'orientamento razziale dell'aggressione (e ovviamente della connessa ingiuria), rivelando l'inequivoca volontà di discriminare la vittima del reato in ragione della sua identità razziale". 

Proviamo a tradurre con un esempio: al di là del fatto che un articolo di giornale o un commento critico in un forum su un gay pride sia scientificamente fondato, equilibrato, al di là del fatto che nello stesso si dica che non si vuole discriminare nessuno, se parla male dell’omosessualità e viene considerato lesivo del buon nome di terzi è anche sicuramente discriminatorio nei fatti perché connotato da “un sentimento immediatamente percepibile come connaturato alla esclusione di condizioni di parità”. Dire che l’omosessualità è contro natura ad esempio significherà in automatico, al di là delle intenzioni personali, una “esclusione di condizioni di parità” a danno delle persone omosessuali. Dunque configurerà una condotta discriminatoria e di conseguenza si applicherà l’aggravante di specie. 

Detto in termini ancora più semplici: la condotta diffamatoria implicherà sempre l’aggravante omofoba anche se non eri mosso da intenzioni discriminatorie “quando risulti che il reato sia stato oggettivamente strumentalizzato all'odio o alla discriminazione razziale” ci dicono i giudici. Naturalmente il fatto che i giudizi espressi su un sito o una testata giornalistica erano volti oggettivamente a discriminare le persone omosessuali sarà deciso soggettivamente dai giudici.

lunedì 10 giugno 2013

Non si nasce gay, e altre cose che pochi sanno di Giovanni Vasallo, 7 giugno 2013 - http://www.documentazione.info/


Uno delle certezze che sostengono le lobby LGBT è che l’omosessualità è una condizione genetica. In realtà recenti studi su coppie di gemelli dimostrano che l’attrazione per persone dello stesso sesso non dipende dal codice genetico ma è qualcosa dovuta a esperienze successive alla nascita. 

Il Dott. Neil Whitehead, ricercatore scientifico per il governo della Nuova Zelanda, per le Nazioni Unite e la International Atomic Energy Agency, fa il punto della situazione : i gemelli identici hanno lo stesso codice genetico, sono allevati in condizioni prenatali identiche, perciò se l’omosessualità fosse causata da fattori genetici o condizioni prenatali e uno dei due fosse gay, anche l’altro gemello dovrebbe esserlo. Ma gli studi scientifici rivelano che le cose vanno diversamente. “Se uno dei due gemelli prova attrazione per persone dello stesso sesso le possibilità che l’altro gemello l’abbia sono solo dell’11% per gli maschi e il 14% per le femmine”. 

Visto che i gemelli identici sono sempre geneticamente identici, l’omosessualità non può essere dovuta a fattori genetici. “Nessuno nasce gay”, conclude Whitehead. Ciò che produce l’omosessualità, perciò, deve essere dovuto a fattori post nascita, come ad esempio le differenti reazioni personali a eventi o circostanze che hanno un diverso impatto sui due gemelli.
Il primo studio approfondito su gemelli identici è stato effettuato in Australia nel 1991, seguito da un altro negli Stati Uniti nel 1997. Nel 2002 Bearman e Brueckner hanno pubblicato uno studio  effettuato su 5.552 coppie di gemelli degli Stati Uniti. L’attrazione per persone dello stesso sesso (Same-sex attraction) tra gemelli identici era comune solo al 7,7% per i maschi e al 5,3% per le femmine.

Nella stessa ricerca si parla dei cambiamenti di orientamento sessuale. E i due autori osservano che la maggior parte di questi cambiamenti, non terapeutici ma accaduti “naturally” durante la vita, sono rivolti verso un’esclusiva eterosessualità (il 3% della popolazione eterosessuale sostiene di essere stata in passato anche bisessuale o omosessuale). Il numero delle persone che hanno cambiato il loro orientamento sessuale verso un’esclusiva eterosessualità è più alto dell’attuale numero di bisessuali e omosessuali messi insieme. In altre parole “Gli ex gay superano per numero gli attuali gay”.

Il matrimonio non interessa ai gay

A proposito della battaglia per ottenere i matrimoni tra omosessuali, Mercatornet ha segnalato un episodio interessante sulla concezione che hanno alcuni gay del matrimonio.
Durante il Sydney Writers Festival del 2012, infatti, in un incontro pubblico è stato rivolta a quattro scrittori gay questa domanda: «Perché sposarsi quando si poteva essere felici?». Erano tutti d’accordo sul fatto che i gay non vogliano sposarsi, dato che i gay non aspirano alla rispettabilità borghese. La risposta più interessante è venuta dalla giornalista e attivista Masha Gessen, sposata con una partner lesbica in Massachusetts da cui in seguito ha divorziato, ora ha tre bambini che hanno cinque diversi genitori. Nella sua risposta (per ascoltare le parole nel video clicca qui) la Gessen afferma che vorrebbe vedere abolita l’istituzione del matrimonio, e perciò è necessario mentire quando si promuovono i matrimoni gay: «Anche uno stupido capirebbe che l’istituzione del matrimonio non dovrebbe esistere… [applausi del pubblico] La lotta per il matrimonio gay comporta in generale mentire su quello che faremo con il matrimonio una volta che lo otterremo, perché mentiamo dicendo che l’istituzione del matrimonio non cambierà: sì questa è una falsità»

Cosa dice chi è stato allevato da una coppia gay  

Tempi ha riportato alcuni stralci della testimonianza di Robert Oscar Lopez, professore presso la California State University, che lo scorso 12 marzo ha raccontato davanti al Parlamento del Minnesota. Lopez, cresciuto dalla madre lesbica con la sua compagna, nel suo racconto (che è possibile leggere integralmente qui ) sottolinea alcuni aspetti che fanno riflettere, soprattutto perché vissuti sulla propria pelle:

Il disagio che ha comportato vivere senza una figura maschile di riferimento e quindi le difficoltà a creare stabili rapporti di amicizia sia con le ragazze che con ragazzi.
Una volta giunto all’Università la comunità gay gli aveva detto che necessariamente era destinato a essere gay, mentre lui si sentiva ancora a disagio. 
Non ha mai trovato, specialmente nel mondo gay che ha frequentato per tanti anni, qualcuno che affrontasse sul serio le sue difficoltà, perché veniva malvisto chi metteva in dubbio la sua omosessualità.
Gli adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso nel contattarlo gli chiedono di dare voce alle loro preoccupazioni: pur amando i propri cari spesso “provano rabbia verso i loro “genitori” per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori”
La comunità gay, dentro la quale ha trascorso 40 anni della sua vita, spesso trasmette odio e recriminazione, parlando talvolta male delle coppie eterosessuali per giustificare le adozioni.

giovedì 30 maggio 2013

Il processo Kameneff e la rivoluzione sessuale - 29 maggio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Léonide Kameneff

Nel 2006 è stato realizzato il più autorevole studio sulla pedofilia da parte di sacerdoti cattolici condotto da un team di ricercatori del John Jay College of Criminal Justice di New York, la cui conclusione è stata questa: la pedofilia di alcuni preti non è dovuta né al celibato né all’omosessualità, bensì al clima culturale libertario e permissivo degli anni successivi al 1968. 

Sul finire di questo inverno, senza molti clamori, le maggiori testate giornalistiche (vedi articolo sul Corriere del 13 marzo ) hanno riferito della sentenza di condanna nei confronti dello psicologo infantile Léonide Kameneff a ben 12 anni di carcere per violenza sessuale, tentata violenza e aggressioni sessuali verso minori. Crimini consumati nello spazio temporale di un ventennio in associazione con altre persone. La sentenza di condanna è stata emessa dalla Corte di Assise di Parigi al termine di un processo drammaticodurato tre settimane nel quale il noto psicologo ha provato a “diminuire” la portata delle sue azioni giustificandole nell’ambito del più generale clima permissivo proprio di una certa cultura post-68. Ancora una volta più ombre che luci sui protagonisti dei rivoluzionari anni 70 del trascorso secolo, quando la rivendicazione di nuovi stili di vita improntati ad una ritrovata libertà e il contestuale rifiuto di quelli già esistenti sembravano precludere ad una nuova era.

Per chi non conoscesse il pensiero e l’opera di Kameneff, precisiamo subito che questo psicologo si è fatto promotore e paladino a suo tempo di un metodo scolastico che coinvolgeva decine di bambini e adolescenti francesi impegnati nell’apprendimento di diverse materie su velieri che solcavano i mari per un anno o più. Chiaramente, giova ribadirlo, ci troviamo di fronte ad una delle più classiche utopie degli anni 70: tantissimi adolescenti dai 10 ai 15 anni sono stati affidati a Kameneff e al suo staff da parte dei loro genitori convinti della bontà di un metodo educativo che fosse alternativo e più adatto a quello in voga nelle anguste scuole borghesi del tempo.

Ma la verità emersa in sede processuale è molto più scabrosa di quanto si possa immaginare in quanto Kameneff e i suoi assistenti plagiavano e abusavano dei bambini che erano stati loro affidati. Quegli stessi bambini, oggi adulti tra i 33 e i 46 anni, che hanno raccontato in tribunale come il loro “educatore” usava entrare nei loro letti, di notte, dicendo loro «Se ti faccio stare bene, è perché non ti faccio niente di male». E i bambini, in molti casi neppure entrati nella pubertà, non osavano deludere il loro maestro di vita e benefattore-orco. Kameneff nel corso del processo ha provato a rievocare queste turpi vicende inquadrandole nell’atmosfera permissiva di quegli anni, quando la pedofilia non era diventata un’emergenza sociale e mediatica e il clima culturale dell’epoca incoraggiava, semmai, a rispettare e assecondare la sessualità dei bambini.

Non a caso, sui velieri da lui approntati si viveva nudi. «Ma bisogna calarsi (sic!) nel contesto, tutti stavano nudi sulle barche all’epoca, adulti e bambini», ha detto Kameneff, autore, tra le altre cose, di un libro-manifesto La scuola senza lavagna dove afferma che «il bambino ha gli stessi diritti e doveri degli adulti, tra i quali quello di vivere la sua sessualità come preferisce». Alla fine di questa squallida storia di violenza ed abusi, la sola riflessione che possiamo fare la prendiamo dalla motivazione della sentenza, nella parte in cui si afferma che: «L’imputato si è reso responsabile di un condizionamento simile a quello di una setta nei confronti di bambini particolarmente vulnerabili, una forma di dominio psicologico usato per soddisfare le sue pulsioni sessuali». Nessuna attenuante dunque per «un’epoca che si pretende permissiva», semmai condanna per un uomo caratterizzato da «una sessualità deviata e profondamente traumatica per le vittime».

lunedì 18 marzo 2013


I rischi dell'ideologia del gender 
La verità dell'amore umano e l'ideologia del genere in un documento dei Vescovi spagnoli 


Roma, 17 Marzo 2013 (Zenit.org ) Chiara Mantovani | 223 hits 

La Conferenza episcopale spagnola, a conclusione della sua Assemblea plenaria dell’aprile 2012, ha pubblicato un documento dal titolo: “La verità dell’amore umano. Orientamenti sull’amore coniugale, l’ideologia del genere e la legislazione familiare”.

Pur rimarcando i segnali di speranza che sempre possono essere individuati, il Documento non nasconde le ombre che aleggiano sulla società; «aborti, divorzi, lo sfruttamento dei deboli e dei poveri, in particolare i bambini e le donne, gli anticoncezionali e le sterilizzazioni, i rapporti prematrimoniali, il degrado delle relazioni interpersonali, la prostituzione, la violenza nell’ambito familiare, la dipendenza da pornografia, droghe, alcol, gioco d'azzardo e internet».

I Vescovi spiegano la complementarietà uomo e donna: «Maschio e femmina li creò» (Gen. 1, 27), non sono le belle parole di una letteratura religiosa da superare. «La creazione dell’essere umano nella dualità dei sessi» fa risaltare «il significato assiologico della sessualità: l'uomo è per la donna e lei è per l'uomo, e i genitori per i figli. La differenza sessuale è indicativa della complementarietà reciproca e orientata alla comunicazione: per sentire, esprimere e vivere l'amore umano, aprendosi ad una maggiore pienezza».

L'amore umano - “Una sola carne” (Gen. 2, 24) - ha una originalità e tratti che lo distinguono da altre forme di amore. Il matrimonio tra un uomo e una donna costruisce una comunità di vita e di amore; è irriducibilmente pienamente umano, totale, fedele ed esclusivo, fecondo e aperto alla vita; sostanzialmente dono; e dunque “per sempre”.

E’ in questo contesto che i Vescovi spagnoli affrontano il tema della ideologia del gender. Viene affrontato con linguaggio preciso il cuore del problema dell’ideologia del gender, non tralasciandone la genesi storica e le implicazioni sociologiche. L’influenza del pensiero femminista, soprattutto di matrice marxista, la visione della sessualità come imposizione culturale e il rifiuto del carattere naturale e la progressiva de-costruzione della famiglia e del matrimonio, anche a causa delle teorie freudiane, sono riconosciute nelle loro radici filosofiche e culturali.

Così che queste idee hanno potuto lentamente imporsi nel pensiero inavvertito, nell’humus culturale delle nostre società e “scoppiare” clamorosamente nelle concatenazioni: contraccezione e aborto (il sesso senza la procreazione), sessualità senza matrimonio (senza il legame della fedeltà e del dono totale), il figlio senza sesso e senza matrimonio (fecondazione artificiale, omologa o eterologa, massima espressione del prevalere della tecnè sul senso del fare).

«Da ultimo, come anticipato dalla cultura unisex e dal femminismo radicale, la separazione della sessualità dalla persona: non più maschio e femmina, il sesso sarebbe un dato anatomico senza rilevanza antropologica. In questo modo il corpo non parlerebbe più della persona, della complementarietà sessuale che esprime la vocazione alla donazione reciproca, la vocazione all’amore. Così, ciascuno potrebbe definirsi sessualmente secondo il proprio desiderio».

La descrizione dell’ideologia del genere e della sua diffusione consentono ai Vescovi spagnoli, in quanto Pastori, di esprimere una seria critica alla educazione, e in particolare a quella della e alla sessualità; tollerata e spesso incentivata dalle autorità cui è affidata la responsabilità del bene comune, è la convinzione di base che la salute riproduttiva è la libertà di aborto e la sessualità umana un dato culturale e non una dimensione costitutiva della persona.

Nell’analisi i Vescovi si spingono anche ad analizzare ciò che c’è al di là della "ideologia di genere". La teoria del gender è addirittura oltrepassata dal “queer”, una totale destrutturazione della corporeità umana, un nuovo “umano”, rappresentato dalla frattura dei dualismi marito-moglie, maschile-femminile, una umanità senza riproduzione sessuale, senza paternità, senza maternità, fondata sulla scienza della biomedicina, della biotecnologia e dell’ingegneria genetica, fino alla negazione della natura e al trans-umanesimo.

Prospettive, in definitiva, dis-umane, in cui cadrebbe anche la differenza uomo-animale, totalmente materialista, incapace di riconoscere alcun riferimento a Dio.

Le cattive idee – osservano i Vescovi - hanno sempre bisogno di appoggio nella mentalità diffusa e nella legislazione: «La mancanza di un sostegno sufficiente per il matrimonio e la famiglia, che vediamo nella nostra società, è dovuta in gran parte alla presenza di queste ideologie nella politica familiare.

Appare in diverse iniziative legislative che sono state fatte negli ultimi anni. Fatta eccezione per qualche sostegno finanziario a breve termine, non solo sono stati ignorati il matrimonio e la famiglia, ma sono stati "penalizzati" cessando di considerarli pilastri di una costruzione sociale».

«Il primo e indispensabile passo per uscire dalle conseguenze dell’ideologia di genere, così contraria alla dignità delle persone, è la testimonianza di un vero amore umano, vissuto in una sessualità integrata. Un compito che, seppure proprio e personale di ogni membro della società, lo è in modo unico e particolare per i matrimoni e le famiglie. Perché sono, soprattutto, quelli che, con la testimonianza della loro vita, li rendono credibili a coloro che contemplano la bellezza dell'amore e vivono insieme. Non si dimentichi mai che in ogni cuore umano si annida sempre il desiderio per il bene e la verità».

Per ogni approfondimento: http://www.vanthuanobservatory.org/

martedì 12 marzo 2013


“Asessuale” è il nuovo “genere” che minaccia la vita - marzo 12, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it

homunculus

Di calo del desiderio si sente parlare da tempo. Ma se prima si manifestava in una riduzione di questo a istintività o appagamenti parziali ora si racconta anche della sua scomparsa. Infatti si passa dalla dipendenza dal sesso, dal gioco e dal cibo, ad esempio, alla indipendenza totale da questi (repressione dell’istinto sessuale, depressione, anoressia). Così alla libertà sessuale, alla omosessualità e alla bisessualità si affianca un nuovo termine: l’“asessualità”.
DATI E SITI. I primi dati ufficiali, che minacciano la vita e per cui nel 2050 ci saranno più persone sopra gli 80 anni che sotto i 15, sono giapponesi dove un ragazzo su tre, dai 16 ai 19 anni, ha dichiarato di non avere interessi sessuali, con il 60 per cento delle donne coetanee che condividono la stessa indifferenza. Ma, come raccontato dalla Stampa ieri, il fenomeno è anche italiano e se qualcuno ne teorizza la normalità. A confermarlo il sito www.asexuality.org di cui esiste la versione italiana www.asessuali.it. Si legge sul sito: «Noi vogliamo che l’asessualità sia riconosciuta come un’altra forma di sessualità, un orientamento. Non come una malattia o qualcosa di cui la gente dovrebbe vergognarsi». L’asessuale sarebbe da aggiungere al termine omosessuale, bisessuale, transessuale, dunque alla fila di termini e comportamenti che oggi si vogliono come normali e dati. Le dichiarazioni citate vengono infatti dalla “World Pride”, la prima conferenza non accademica sull’asessualità, che si è tenuta a Londra l’8 luglio 2012, grazie a cui «il movimento sta guadagnando terreno».

CHI SONO? Ma chi sono gli asessuali? «Sono persone anche chiamate “asex” che non provano attrazione sessuale verso nessuno», si legge. Poi, senza citare le fonti, si parla di uno studio effettuato nel 2004 da cui emergerebbe che circa l’1 per cento della popolazione è asessuale, «ovvero circa 70 milioni di persone». Si parla fieramente di outing, «soprattutto dopo la creazione, nel 2001, del primo sito per asessuali, e in seguito dei successivi». Dalla compulsione del desiderio, soddisfatto da qualcosa che non riempie mai, si passa dunque all’atarassia come ideale, favorita anche dalla mentalità che va diffondendosi anche fra chi detta le agende cliniche e accademiche.
«È stata una lezione di Psicologia sociale all’Università a far scoprire l’esistenza degli asessuali a Klizia, 32enne romana impiegata nel settore finanziario», esemplificava l’articolo della Stampa. Dal sito si traggono una serie di testimonianze sulla medesima scia: «Ho scoperto di essere asessuale quando avevo 24 anni: al termine di un fidanzamento mi sono chiesta perché sentissi questo distacco dal sesso. Mi sono decisa a fare un po’ di ricerche in Internet, e ho capito che non c’è nulla di sbagliato o di disfunzionale in me, non sono malata o repressa, e ci sono migliaia e migliaia di persone che provano ciò che provo io». Invece che a chiedere aiuto si è dunque indotti a ritenere che sia tutto normale.

DALLA CARNE ALLO SPIRITO. Dalla carne e dal materialismo si passa così all’astrazione e allo spiritualismo. «Benché non m’interessasse – spiega Klizia – a 17 anni ho voluto avere rapporti con il mio fidanzato di allora, per capire quale era la differenza tra pulsione e attrazione sessuale. A 24 anni poi, rendendomi disponibile a un rapporto sessuale, speravo di far funzionare meglio una storia con un ragazzo. Non è servito a molto, perché abbiamo capito in fretta che il problema della nostra relazione era altrove. Ora ho un compagno da sei anni, viviamo insieme ed è asessuale. Siamo compagni di vita e ci amiamo come sappiamo e vogliamo amarci: in modo platonico».

@frigeriobenedet