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lunedì 27 aprile 2015

Obiezione di coscienza: perché la attaccano, perché va difesa, 20 aprile 2015 | Giuliano Guzzo, www.libertaepersona.org


Hippocrates
E’ possibile riflettere sull’obiezione di coscienza – apprezzandone, se possibile, di più valore e significato – alla luce degli attacchi che oggi subisce? Direi che ragionare insieme, questo pomeriggio, a partire dalle pesanti critiche cui sono sottoposti oggi gli obiettori di coscienza – accusati con la loro condotta di ostacolare non solo in funzionamento del sistema sanitario, ma anche il libero esercizio di diritti altrui – più che possibile o opportuno, sia decisamente utile perché ci consente di affrontare e di riscoprire un argomento sotto un’angolatura nuova anche se non alternativa bensì, potremmo osservare, complementare a quelle – pur rilevanti – del diritto, della filosofia o della medicina stessa; è l’angolatura della cronaca, dell’attualità [1].

Partiamo allora dal contesto attuale con una domanda: perché tanto, sistematico accanimento contro gli obiettori di coscienza? Perché alcuni sono letteralmente terrorizzati dall’idea che all’ospedale X o all’ospedale Y il nuovo primario di ostetricia possa essere obiettore? Come mai il Presidente Obama ha sistematicamente, e non da oggi, nel proprio mirino le associazioni cattoliche per il solo fatto che non permettono l’aborto e condannano la contraccezione [2] mentre, da noi, delle Regioni son giunte ad approvare, spingendosi oltre il confine della legittimità, specifici decreti anti-obiettori e si segnalano, non da oggi, «ospedali che indicono concorsi riservandoli a medici non obiettori» [3]? La politica non ha forse, tanto più oggi, ben altre priorità? E, soprattutto, cosa compiono mai di così incivile e scandaloso i medici e i farmacisti che fanno appello ad un diritto, peraltro espressamente previsto dalle leggi, per sollevare tanta polemica? Sappiamo dalle relazioni ufficiali che – contrariamente a quanto spesso si sente – non c’è, almeno in Italia, eccessivo carico di lavoro per i ginecologi non obiettori [4]: la media nazionale è 1,4 IVG a settimana [5].

Misurarsi con questo primo interrogativo così attuale è dunque utile perché consente di comprendere come non sia tanto l’obiettore in quanto medico e professionista – né la diffusione di medici obiettori – a generare chissà quali inquietudini: è invece l’obiezione di coscienza, come gesto fortemente fondato su dei valori, ad infastidire.

Più precisamente, il rifiuto dell’obiettore è ritenuto inaccettabile perché che fa appello alla verità morale, perché dimostra cioè che, anche se non si direbbe, il relativismo etico [6] non ha vinto, che c’è ancora – nell’epoca narcotizzante del parzialmente accettabile o del parzialmente sconveniente, a seconda dei punti di vista – qualcosa di totalmente giusto per il quale c’è chi è pronto non soltanto a spendersi, ma pure a sottrarsi a doveri altrimenti inderogabili e fissati per legge; il Comitato Nazionale di Bioetica, nel luglio 2012, ha in proposito sottolineato che l’obiezione di coscienza è preziosa dal momento che, fra le altre cose, «preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali» [7]. Orbene, siffatta sopravvivenza «del carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali», che potremmo spingerci a definire “sopravvivenza della verità” – se così possiamo chiamarla – in quanto scritta nel cuore dell’uomo, per la cultura dominante, è già una prima ragione di forte ostilità. Una cultura che non crede alla verità e che fa di tutto per negarne l’esistenza si vede infatti concretamente contraddetta dell’obiezione di coscienza e da coloro che vi fanno ricorso rammentando l’esistenza di valori che l’ordinamento giuridico può appoggiare meno, proteggere o avversare, ma certamente né istituire né abrogare dal momento che «si radicano nella legge morale naturale» [8]. In questo senso ricordiamo che l’obiezione di coscienza presenta, in quanto tale, un carattere immodificabile che dà doppiamente fastidio, tanto più se è illegale divenendo più «genuina» e «dotata di maggior forza testimoniale» [9].
Ci nasconderemmo tuttavia dietro ad un dito se omettessimo di evidenziare come non tutte le possibili forme di obiezione di coscienza [10] risultino contrastate, e come ve ne siano anzi diverse – si pensi a quella al servizio militare o a quella legata alla sperimentazione sugli animali – che nessuno, tanto meno oggi, si permetterebbe di criticare; né si segnalo, in effetti, particolari iniziative politiche in questo senso. Questo è molto importante perché “ci dice” che non solo non è l’obiettore in sé a scandalizzare, ma non è neppure, a ben vedere, l’obiezione di coscienza intesa in senso lato a farlo, ma solo quella che osa il proibito: ricordare che sin dal concepimento si è a tutti gli effetti in presenza di un essere umano, unico e irripetibile, e che ucciderlo significherebbe fare il male. La nostra è una società che tollera ogni opinione ed ogni insulto, specie se presentato come satira, ma che non vuol più sentirsi dire quello che già Socrate, millenni fa, con grande chiarezza sosteneva: «Essi potrebbero bene uccidermi, mandarmi in esilio, privarmi dei diritti politici, reputando tali cose, i più grandi mali; ma io non li reputo tali. Per me male è fare quello che fa costui: tentare di uccidere ingiustamente un uomo» [11]. Per questo l’obiezione di coscienza prevista dalla Legge 194 sull’aborto (art.9), e pure – anche se molti, persino nel mondo cattolico, puntualmente lo dimenticano – dalla Legge 40 sulla fecondazione extracorporea (art. 16), è scomoda: perché ricorda a tutti quale davvero sia il più grande dei mali;
Siamo a questo punto nella condizione di comprendere, procedendo ulteriormente, la vera ragione per cui quanti non eseguono aborti né accettano di prestarvi alcuna cooperazione formale o cooperazione materiale [12] danno enormemente fastidio e per cui la cultura che controlla i media fa di tutto, con ostinazione potremmo dire quotidiana, per presentare gli obiettori di coscienza come dei professionisti poco seri, degli inadempienti, quasi dei vigliacchi: perché costoro, gli obiettori di coscienza, testimoniano ciascuno non solo un’idea di giustizia, ma un’idea decisamente forte di giustizia un’idea forte di giustizia – non negoziabile e che, come abbiamo in estrema sintesi ricordato, anticipa la leggi ed arriva ad ergersi perfino oltre l’ordinamento giuridico, qualora l’obiezione di coscienza non fosse consentita – e denunciano l’abisso del suo esatto contrario. Perché finché rimarrà anche un solo obiettore, uno soltanto, la coscienza collettiva non potrà assopirsi né convincersi, decretando così la vittoria del Pensiero Unico, del fatto che la soppressione di un figlio, a certe condizioni, sia il male minore o addirittura il suo bene, come l’abortismo più spudorato tutt’ora afferma. L’obiezione di coscienza è dunque molto più, per così dire, di un’opzione cattolica o di un semplice diritto esercitabile da alcuni cittadini: è garanzia affinché quello dei bimbi non nati o vittime dell’aborto – i «più poveri dei poveri» [13] li chiama Madre Teresa (1910-1997), che di poveri se ne intendeva – non sia dimenticato.
Ma l’obiezione di coscienza – per la sua forza ed il suo peso – è anche, ricollegandoci a quanto detto poc’anzi, un’occasione per riscoprire il valore e l’identità della coscienza.

Oggi si registra infatti, fra le altre cose, una certa difficoltà per quanto riguarda la definizione del concetto di coscienza. Una difficoltà dovuta certamente al generale caos che sembra dominare, fra agli altri, il terreno della cultura e quindi anche della bioetica, ma anche dal fatto – osservato fra gli altri, da Ratzinger [14] – che vi sono differenti concezioni su che cosa sia la coscienza; di queste tre, su tutte, risultano prevalenti:

Alcuni dicono che la sia coscienza l’espressione della soggettività; sarebbe l’individuo, cioè, a “fondare” l’obiezione di coscienza. Ma è una concezione limitata: cosa fonda il diritto individuale alla soggettività? Chi lo stabilisce? Il desiderio e il diritto individuale sembrano non bastare, per così dire, a fondare se stesso.
Altri dicono che la coscienza sia “la voce di Dio” nell’uomo: a parte il problema della fede, non da tutti condivisa, è una concezione problematica perché le azioni opposte – alcune buone, altre decisamente malvage – compiute dagli uomini dovrebbero portarci a credere che non tutti gli uomini hanno una coscienza o che Dio a volte parla altre tace: ma se tace, se in qualche modo si rende assente e lontano, ininfluente potremmo dire, che Dio sarebbe?
Altri ancora pensano che la coscienza sia in definitiva l’interiorizzazione dei valori altrui, una sorta cioè di «introiezione del super io sociale» [15]: ma se le cose stessero realmente in questi termini, allora la coscienza sarebbe qualcosa di cui liberarsi, una sorta di macroscopica ed intima ingerenza e forma di controllo. E questo non è possibile.
Più corretto, allora, appare considerare e pensare, alla stregua di vari pensatori – da Ratzinger [16] a Robert Spaemann [17] -, la coscienza come un organo. Un organo che tutti possiedono ma che può sbagliare, che deve essere quindi educato e fatto crescere, orientato verso la verità morale. In particolare Spaemann fa l’esempio della parola: perché parliamo? Perché abbiamo imparato dai nostri genitori i quali – è vero – ci hanno trasmesso una particolare lingua, la loro, ma non il linguaggio come capacità che, in quanto esseri umani, abbiamo scritta dentro di noi. La coscienza può allora essere paragonata al linguaggio: ad una capacità che abbiamo ma per esercitare la quale dobbiamo imparare. E credo che in questo gli obbiettori di coscienza, che orientano la loro coscienza verso il bene evitando di fare il male, siano degli ottimi insegnanti dell’orizzonte verso il quale la coscienza deve formarsi per parlare la lingua migliore. Per questo dobbiamo essere doppiamente grati agli obbiettori di coscienza perché, essendo testimoni della giustizia, risultano a pieno titolo insegnanti della verità e, soprattutto, educatori della coscienza; e di ciò la nostra società – e noi tutti – siamo profondamente riconoscenti.

«Un uomo – ha scritto Tolkien (1892-1973) – è allo stesso tempo un seme e, per certi versi, un giardiniere, nel bene e nel male» [18]. Grazie agli obiettori di coscienza per gli ottimi giardinieri che sono e continuano ad essere.

giulianoguzzo.com

(Intervento tenuto a Firenze venerdì 17 aprile 2015, ore 17:00, presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Polo di Scienze Sociali) in occasione del seminario “Obiezione di coscienza. Nulla da obiettare?”).

Note: [1] Parte delle considerazioni presenti in questa relazione sono già state pubblicate in. Guzzo G. Chi ha paura dell’obiettore?, «La Croce», 26/2/2015, p.3; [2] Frigerio B. Obama violenta l’obiezione di coscienza dei cattolici su aborto, condom e matrimonio gay, «Tempi.it»: 18/2/2012; [3] Polito P. (intervistato in) Venditti R. Le ragioni dell’obiezione di coscienza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, p.51; [4] «Il numero di non obiettori è congruo rispetto alle IVG effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG»: “Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/’78): 15 ottobre 2014; 1-50: p.7; [5] Ibidem, p.46; [6] Per relativismo etico s’intende, in estrema sintesi, quella una corrente di pensiero contemporaneo che sostiene l’equivalenza di concezioni etiche differenti fra loro così asserendo, di fatto, l’assenza della verità; ma lo stesso sostenere l’assenza di verità, a ben vedere, presuppone una concezione di che cosa sia vero e cosa non lo sia, autocontraddicendo così il proposito, tipico di una impostazione relativista, di evitare qualsivoglia formulazione definitiva: cfr. Vigna C. Relativismo ontologico e relativismo etico in Di Ceglie R. (a cura di), Pluralismo contro relativismo, Ares, Milano 2004, p. 135; [7] AAVV. Obiezione di coscienza e bioetica, «Comitato nazionale di bioetica»: 30.7.2012;1-39: p.4; [8] Mele V. – Morgani A.R. L’obiezione di coscienza sanitaria in generale in Sgreccia E. – Spagnolo A.G. – Di Pietro M. L. Bioetica. Manuale per i Diplomi Universitari della Sanità, Vita&Pensiero, Milano 2002, p. 241; [9] Lombardi Vallauri L. Bioetica, potere, diritto in AA.VV. Obiezione di coscienza sanitaria. Un dovere verso l’uomo [Atti del I Convegno nazionale, Torino, 26-27 Novembre 1983 – Fondamenti dell’obiezione ed esperienza] Fratelli Palombi Editori, Roma 1984, p. 39; [10] Possiamo in sintesi ricordare come, solo considerando l’ordinamento italiano, esistano: l’obiezione di coscienza al servizio militare; l’obiezione agli interventi di interruzione della gravidanza; l’obiezione legata alla sperimentazione su animali; l’obiezione del lavoratore «rifiutare per motivi di coscienza l’adempimento della prestazione alla quale è obbligato per contratto» (Invero, in senso contrario, nel senso, cioè, dell’inesistenza di un simile diritto, tra i rari pronunciati, v. Trib. Milano 12.1.1983. Il caso è tratto da Onida F. L’obiezione di coscienza nelle prestazioni lavorative in AA.VV. Rapporti di lavoro e fattore religioso, Jovene, Napoli 1988, p.227 e ss.); l’obiezione dei Testimoni di Geova che rifiutano emotrasfusioni; l’obiezione dell’Avvocato divorzista o del Giudice «della famiglia», che crede nell’indissolubilità del sacro vincolo matrimoniale; l’obiezione del farmacista contrario alle pillole abortive; l’obiezione di coscienza, prevista dalla legge 40, dinnanzi alla fecondazione artificiale; l’obiezione di coscienza con riferimento alle vaccinazioni obbligatorie; l’obiezione di carattere fiscale; la cd. “obiezione fiscale”; [11] Socrate in Platone, Apologia di Socrate, XVIII; [12] La “cooperazione formale” si verifica quando l’intenzione del soggetto cooperante è la medesima dell’agente principale; condividere lo stesso obiettivo non significa necessariamente desiderarlo. Un’infermiera che assiste un medico impegnato a compiere un atto eutanasico su di un paziente sta cooperando formalmente all’eutanasia stessa. La “cooperazione materiale” si verifica invece quando si coopera a un’azione malvagia senza condividere l’obiettivo dell’agente principale. Tuttavia, noi siamo moralmente responsabili non solo per ciò che intendiamo fare direttamente, ma anche per le conseguenze prevedibili delle nostre scelte; [13] Madre Teresa cit. in Liverani P.G. Dateli a me. Madre Teresa e l’impegno per la vita, Città Nuova, Roma 2003 p. 138; [14] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore, Cantagalli 2009, pp. 154-160; [15] Piana G. (2002) La coscienza nell’attuale contesto culturale, «Credere Oggi»; Vol.128(2):5-14: p.8; [16] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore. [17] Cfr. Spaemann R. Moralische Grundbegriffe, Beck, München 1982, p.81; [18] Tolkien J.R.R. La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.289.

venerdì 1 agosto 2014

Veronesi & C gli apostoli della necro-ideologia di Tommaso Scandroglio, 01-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Fare pressing. É questa una delle strategie vincenti che mette in campo il fronte pro-choice sui principi non negoziabili. Beppino Englaro ottenne il permesso di far morire di fame e di sete sua figlia da un giudice, dopo che sei suoi colleghi gli dissero di no. I Radicali, il giorno seguente  alla mazzata ricevuta dal referendum perso sulla legge 40, iniziarono a bussare alle porte dei tribunali di mezza Italia per vedere abrogata questa legge manu iudicis e ci sono riusciti. Poi un esempio fresco fresco. La Consulta apre all’eterologa e i sostenitori del figlio in provetta non si danno ai pazzi festeggiamenti ma si dicono: “Non basta. Ora vogliamo l’eterologa senza confini e guai se il Parlamento o il Governo vogliono mettere dei paletti”. Altro che strategia cattolica. Vi ricordate la famosa intervista rilasciata da un altissimo prelato all’indomani della vittoria referendaria sulla legge 40? Diceva più o meno così: abbiamo vinto sulla provetta ma non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello mettere in discussione la legge 194 sull’aborto.

Fare pressing dunque, stare con il fiato sul collo dell’avversario. Un saggio di questa tattica ci viene da un articolo a firma di Umberto Veronesi sulla Stampa pubblicato qualche giorno fa che tocca temi quali il caso stamina, la fecondazione eterologa e l’eutanasia. Facciamo opera di carotaggio. L’illustre oncologo butta nell’inceneritore qualche quintalata di leggi e di tradizione giuridica quando dichiara dopo poche righe: “Io penso che non è con le leggi che si possono guarire le persone o tutelare la loro salute”. Affermazione scolpita nel marmo della scienza che fa un po’ a pugni ad esempio con le normative che riguardano i protocolli clinici, il consenso informato, la responsabilità civile e penale del medico, i controlli sui farmaci ad opera dell’Aifa che è ente pubblico e sugli alimenti e su chi confeziona o vende gli stessi, i trattamenti sanitari obbligatori, i fenomeni di epidemia e pandemia e relativi vaccini, gli standard di sicurezza sui luoghi di lavoro e nella circolazione stradale e quelli attinenti alla costruzione di edifici (compresi gli stessi ospedali), i criteri per accedere alla professione medica, la tutela della salubrità dell’ambiente. E ci fermiamo qui per non ammorbare l’attenzione del lettore.

Dunque per Veronesi le leggi si devono astenere dal disciplinare la materia “salute e cure”. E a cosa servono allora le norme dello Stato per uno come lui che fa il medico? “E’ con le leggi che si dovrebbe garantire la libertà di scelta – tiene a precisare il nostro – hanno sbagliato i legislatori a vietare la fecondazione eterologa ed ora sbaglia il Ministero della Salute a frenarla con le briglie delle mancate linee guida. […] Obbligare e proibire è inutile se nessun provvedimento tutela la libertà del medico di agire secondo scienza e coscienza da un lato e la libertà del cittadino di curarsi o non curarsi, dall’altro”. Insomma in ambito clinico la suprema lex dovrebbe essere quella del “vietato vietare” caro ai sessantottini. L’unica norma legittima sarebbe quella che dicesse a medico e paziente: “fate come credete”. Ergo de-legittimazione totale, deregulation senza se e senza ma, libertà no limits.

E’ quello a cui puntavano i Radicali nel referendum del 1981 in merito alla legge 194 che volevano venisse completamente abrogata. E’ in fondo lo spirito che anima l’art. 4 della stessa legge che entro il 90° giorno permette di abortire sempre e comunque.Veronesi in fondo vuole una regola per non avere regole. Poi il frontman del diritto a morire tira in ballo la proposta di iniziativa popolare sull’eutanasia lamentandosi che è ormai quasi un anno che è stata depositata: “Il Parlamento ignora la questioni che riguardano il diritto di decidere”. Aggiunge infine che la parola “eutanasia” è stata equivocata ed è quindi meglio sostituirla con “libera scelta”: “la parola ‘scelta’ è un punto cruciale perché mette il diritto di morire sullo stesso piano degli altri diritti delle persona universalmente riconosciuti”. Peccato che per il nostro ordinamento la vita è un bene indisponibile e che abbia già da parecchi decenni legiferato sul tema e dunque non abbia per nulla ignorato la materia (vedasi tra gli altri gli artt. 575, 579, 580 cp e 5 cc).

Dunque lo Stato italiano ha già fatto la sua scelta ed ha scelto la vita. Per questo motivo il “diritto” a morire nel Bel Paese non esiste proprio e anzi l’effetto morte è considerato un reato se procurato da terzi con o senza il consenso della futura salma. E in merito alla scelta e al diritto di decidere, unico aspetto secondo Veronesi che la legge dovrebbe tutelare in campo medico, spesso si evoca l’art. 32 della Costituzione che al secondo comma così recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Ma al di là delle interpretazioni fuorvianti che la giurisprudenza ha prodotto su questo articolo nelle ultime decadi, l’art. 32 non dice: “Hai il diritto di rifiutare le cure anche quelle salvavita”, bensì impone allo Stato di non mettere le mani sulle persone senza loro consenso. E’ uno stop imposto al medico, non un via libera per il cittadino all’eutanasia. Pare che sia la stessa cosa, ma così non è. Nella Costituzione sono elencati alcuni ben individuati principi valoriali positivi: diritto alla vita, alle cure, all’educazione, al lavoro, etc. Di certo non ci può essere il diritto alle cure ed anche il diritto al rifiuto delle cure. Il diritto alla vita e il “diritto” alla morte o alla malattia.

La Costituzione ha fatto una scelta tra i beni da tutelare giuridicamente e non ci può essere tutto e il contrario di tutto. L’art. 32, nato come gli altri articoli all’indomani delle barbarie della Seconda Guerra Mondiale tra cui le sperimentazioni sugli ebrei, cristiani, zingari, persone omosessuali e malati psichici, dice semplicemente che non si può sottoporre ad esperimenti chi non vuole. Ma queste argomentazioni per i fan della necro-ideologia sono presto ridotte a meri sofismi sotto lo schiacciasassi del pressing a tutto campo.

lunedì 5 maggio 2014

ELEZIONI EUROPEE 2014/ Il messaggio di mons. Luigi Negri in vista del voto: il testo integrale, http://www.ilsussidiario.net/

Carissimi figli e figlie dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio,
Foto: InfoPhoto
in vista delle elezioni del prossimo mese di maggio sento il dovere di indirizzarvi un breve ma fondamentale messaggio. Come Vescovo la mia prima inderogabile missione è l’annuncio del Vangelo quale via della libertà, della responsabilità e della salvezza. Nel Vangelo che vi debbo annunciare è contenuta anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, che costituisce il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato.

Si tratta dei “principi non negoziabili” che sono il patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno, ed in particolare costituiscono il criterio ineludibile per i giudizi e le scelte temporali e sociali del cristiano. Li elenco sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e quindi irriducibile ad ogni condizionamento sia di carattere personale che sociale; la sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale, indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: libertà religiosa, della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del Creato.

Ecco l’orizzonte immutabile di ogni giudizio, e del conseguente impegno del cristiano nella società, ma anche la chiave di valutazione delle persone, dei raggruppamenti partitici e dei rispettivi programmi, affinché si favorisca la promulgazione di leggi coerenti con le fondamentali esigenze della dignità umana. Di conseguenza la coscienza cristiana, rettamente formata, non permette di favorire l’attuazione di progetti contrari a tali principi. Ribadisco poi quanto già affermato nel Comunicato dei Vescovi dell’Emilia Romagna (in vista delle elezioni regionali del 2010): “Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici. Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28].
Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798)”. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente le indicazioni già date nello stesso documento: “Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire. Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica - per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli - dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione (…) Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele”.

La nostra città e provincia, così come l’intera nazione, stanno attraversando un momento difficile, come ho già ricordato più volte nei mie messaggi, e in particolare in quello di Pasqua*, per cui la consultazione elettorale sarà una occasione nella quale ogni fedele verrà invitato ad esercitare, mediante il voto, una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.

Benedico tutti di cuore.

© Riproduzione Riservata. 

giovedì 26 settembre 2013

Papa Francesco, don Giussani e i principi non negoziabili - Noi non abbiamo nessuna “fissa” morale, ma solo una priorità indiscutibile: la libertà di educazione - settembre 25, 2013 Assuntina Morresi - http://www.tempi.it/


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Uno dei passaggi più discussi dell’intervista a papa Francesco su Civiltà Cattolica è stato quello in cui il Pontefice ha spiegato la sua visione riguardo l’annuncio cristiano:

«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione. Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E’ da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». 
Un passaggio interpretato sostanzialmente come una correzione rispetto alle battaglie sui “principi non negoziabili”, non più centrali e prioritarie ma conseguenze dell’annuncio della Buona Novella, il tutto completato da un duro giudizio su una pastorale che non deve essere «ossessionata» da «una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza». Ne è seguito un plauso entusiasta nella gran parte dei media, insieme a imbarazzo e disagio da parte di tanti cattolici, increduli di fronte ad un apparente cambiamento di 180 gradi rispetto ai due pontificati precedenti.
Personalmente condivido appieno quanto detto da papa Francesco, perché le questioni di morale cristiana – giustamente una conseguenza dell’annuncio cristiano – NON vanno confuse con i principi non negoziabili, che sintetizzano la “questione antropologica” e precedono l’annuncio cristiano, e riguardano tutti, credenti e non, perché descrivono le fondamenta dell’umano.
Per chiunque abbia fatto esperienza alla scuola di don Luigi Giussani, come la sottoscritta, questa distinzione dovrebbe essere chiara.

In trenta anni di appartenenza a Comunione e Liberazione, non ho mai sentito, da parte dei responsabili – don Giussani in primis – indicazioni sui precetti morali da seguire, come ad esempio la morale sessuale. Quando andavamo in vacanza con la comunità, da studenti, ovviamente insieme maschi e femmine, non ho mai sentito ammonimenti o indicazioni di tipo morale da parte di chi ci guidava. Non ce ne è mai stato bisogno: ogni gesto era sempre curatissimo, in tutti i suoi aspetti, dalla colazione alle passeggiate ai canti fino ai momenti liberi, e ci diceva che il Figlio di Dio si è fatto Uomo per salvarci, che Lo potevamo incontrare nella Chiesa, intesa come sacramenti e comunità.

Le questioni morali erano una conseguenza, venivano dopo, e non erano mai oggetto delle nostre catechesi (le “scuole di comunità”). L’unico accenno che ricordo con chiarezza fu a un incontro pubblico tenuto da Giancarlo Cesana: qualcuno gli obiettò che Testori, che noi leggevamo e stimavamo, era comunque un omosessuale, e Cesana rispose chiedendo: «Ma chi l’ha detto che io sono meno peccatore di lui perché lui è omosessuale?», e la cosa finì lì.
E il metodo educativo funzionava, perché nei fatti quella morale noi la seguivamo: per esempio quasi nessuno usava la pillola contraccettiva, e prima di sposarci imparavamo i metodi naturali.
Eppure un’ossessione don Giussani ce l’aveva: «Mandateci in giro nudi ma lasciateci la libertà di educare», è una frase che chiunque abbia frequentato anche sporadicamente Cl ha sentito dire. La libertà di educazione è stata da sempre una vera e propria “fissazione”, o meglio, una priorità indiscutibile: è la pre-condizione per l’esperienza cristiana, e al tempo stesso riguarda tutti, coinvolge tutti, perché ogni essere umano cresce e matura in un percorso educativo, che deve essere libero.
Non a caso, è uno dei tre principi non negoziabili, anche se don Giussani non lo ha mai definito formalmente in questi termini.
Le battaglie di Cl sulla libertà di educazione sono sempre state, almeno finora, prioritarie e distintive, condotte con tenacia, senza se e senza ma, perché la libertà di educazione è libertà per tutti, non si tratta di un’indicazione morale rivolta ai cristiani.

Lo stesso vale per gli altri due principi non negoziabili: la difesa della famiglia naturale basata sul matrimonio fra un uomo e una donna, e la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, non sono conseguenze del cristianesimo, ma principi costitutivi della natura umana. E la questione antropologica nasce quando, soprattutto per gli sviluppi della tecnoscienza, è la natura stessa degli esseri umani a essere messa in discussione.

Un esempio, per capirsi: il giudizio negativo sui comportamenti sessuali disordinati e promiscui riguarda la sfera morale, è una conseguenza dell’annuncio cristiano.
Ma negare che un bambino possa nascere solo da suo padre e sua madre e affermare che può essere figlio di due padri o due madri, non è un giudizio morale, ma una visione antropologica che prescinde dal dato naturale.
Non ci opponiamo al matrimonio omosessuale perché i rapporti omosessuali sono peccaminosi: se lo facessimo, confonderemmo i piani. Noi non vogliamo le nozze gay perché consentendo a due persone dello stesso sesso di accedere al matrimonio si nega il fatto che gli esseri umani nascano sessuati, cioè maschi e femmine, e che ad essere feconda è solo la differenza sessuale, e che questo sia un dato oggettivo, proprio della natura umana, e non il risultato di una scelta personale. Uomo o donna si nasce, non si diventa: prendere atto che si viene al mondo con un corpo sessuato non è un giudizio morale che discende dalla dottrina, ma un presupposto comune a tutti gli esseri umani.
I comportamenti sessuali appartengono alla sfera morale, e ha ragione Papa Francesco quando dice che l’annuncio cristiano non può avere come priorità, ad es., gli insegnamenti sulla contraccezione. Ma la possibilità che una coppia omosessuale possa adottare figli o accedere alla procreazione assistita, è innanzitutto una questione antropologica (che a sua volta ha conseguenze che certamente riguardano anche la morale e implicano giudizi morali).
In questo senso tutte le varianti della fecondazione assistita – dall’eterologa all’utero in affitto – sono intrinsecamente questioni innanzitutto antropologiche.
“Non abortire”, cioè “non uccidere”, è un insegnamento che appartiene alla sfera morale. L’aborto è una piaga del nostro tempo perché legalizzato, cioè legittimato, e condotto su larghissima scala, ma appartiene all’umanità dalla notte dei tempi, tanto da essere condannato fin dal giuramento di Ippocrate. Anche l’eutanasia è questione morale, il “non uccidere “ del fine vita. Ma quelle procedure che camuffano l’omicidio in un atto medico rendendolo invisibile socialmente (per esempio la pillola abortiva o la sospensione di alimentazione e idratazione artificiale) spostano questi aspetti nella sfera antropologica, anche perché tanti progressi della medicina hanno creato situazioni di frontiera che pongono problemi nuovi e complessi (ad es. i trapianti, lo stato vegetativo).
E se uccidere un embrione non è sostanzialmente diverso a seconda che sia fuori o dentro il grembo materno, sicuramente le manipolazioni in laboratorio e il frammentarsi delle figure genitoriali – madre genetica, gestante, madre sociale, contributo mitocondriale, padre biologico e sociale: è tecnicamente possibile avere fino a sei genitori, che aumentano addirittura di numero in certi casi di utero in affitto – fanno parte di un panorama antropologico nuovo, mai esistito nella storia dell’umanità.
Le parole di Papa Francesco sulle priorità pastorali riguardano le conseguenze morali del cristianesimo. La rivoluzione antropologica che sta avvenendo sotto i nostri occhi è altro, e sta disegnando una nuova natura degli esseri umani: individui sessualmente intercambiabili che possono scegliere di avere bambini in varie forme  asessuate di “riproduzione collaborativa”, cioè scomponendo e ricomponendo in laboratorio contributi genetici, biologici e sociali, operando una selezione genetica allo stato embrionale, prima del trasferimento in utero, a seconda delle condizioni di salute ritenute accettabili al momento. Rischia di scomparire l’idea stessa di famiglia e parentela, così come è sempre stata: padre, madre, fratello, sorella, cugina, nonna, zio, sono termini che non riescono più a descrivere i nuovi legami biologici e, al tempo stesso, le norme che regolano filiazione, parentele e cittadinanza cominciano a non essere più adeguate al nuovo quadro antropologico che si sta già delineando. Sullo sfondo, sempre più difficile rispondere alla domanda: chi sono io? Da dove vengo?
Lo stesso annuncio cristiano, in un quadro così profondamente mutato, non è più comprensibile, perché tutto il cristianesimo si basa sulla morale naturale, in particolare sull’analogia del rapporto fecondo tra un uomo e una donna. Proviamo a leggere le scritture, o anche a pregare sostituendo alle parole “padre”, “madre”, “fratello” i nuovi termini “rappresentante legale 1”, “genitore due”, “madre surrogata”, “madre sociale”, e via dicendo. Come spiegare che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio, che si è incarnato e è stato partorito dal grembo di donna?  E che Maria è la madre della Chiesa, e di tutti noi?
Se “il mio papà ha la gonna”, come recita il titolo del libro di testo consigliato dai sindacati francesi per le scuole, se è possibile che un bambino cresca senza padre o senza madre perché gli si spiega, mentendo, che è figlio di due femmine o di due maschi, come potrà quel bambino fare esperienza dell’avere un padre e una madre, o anche solo percepire l’idea stessa di padre o di madre? E come potrà a sua volta essere padre, e quella bambina diventare madre? Come si potrà recitare il Padre Nostro che sei nei cieli, se il padre può anche non esistere, nella vita di una persona? E come si potrà fare esperienza di amore materno come gratuità totale e per sempre, se le mamme naturali sono due, diverse dalla terza che ti ha cresciuto, e magari sono state pagate per contribuire a procrearti e non ti vogliono neppure conoscere? E che idea ci può essere di fratellanza, se le generazione è confusa e le origini incerte?
Non stiamo parlando di fantascienza, ma di una realtà che già viviamo, piaccia o meno.
Non si tratta di morale, in questi casi, ma di un quadro antropologico nuovo e sconvolgente, che va affrontato con consapevolezza, senza far confusione.

venerdì 28 giugno 2013

«Leggi contro natura, dove sono i laici cattolici?» di Stefano Fontana - 28-06-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Monsignor Giampaolo Crepaldi

    
Pubblichiamo l'intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che esce oggi sul settimanale diocesano Vita Nuova, in cui offre un giudizio sulla realtà presente del laicato cattolico e il suo impegno nel sociale e nel politico.

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?
Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.

Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?
Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che  richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.

Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?
Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.

Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?
Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.

Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.
Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.

Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?
Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.

Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…
Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione. 

Cosa l’ha maggiormente colpita nel libro?
Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”. 

Può fare un esempio?
Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?
Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.

Cosa significa questo? 
Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.

Nel libro di Alici c'è il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.
Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.

Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?
Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.

Da cosa dipende tutto ciò?
Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?
Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo. 

L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei? 
Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche. 

Allora a lei l’Azione Cattolica non va bene?
Io credo nell’Azione Cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici. 

In che modo?
Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...

giovedì 13 giugno 2013

IL CASO/ C’è chi vuole "truccare" l’obiezione di coscienza per fare più aborti - giovedì 13 giugno 2013 - http://www.ilsussidiario.net/


IL CASO/ C’è chi vuole truccare l’obiezione di coscienza per fare più aborti

Ieri il Parlamento ha discusso ben nove mozioni sull’obiezione di coscienza, una per ogni partito. Il Governo, concentrandosi pressoché esclusivamente sugli impegni proposti da ogni mozione, ha dato parere favorevole a tutte, applicando il concetto di obiezione sostenibile elaborato recentemente dal Comitato nazionale per la bioetica. Il CNB infatti ha sottolineato che l’obiezione di coscienza deve essere esercitata in maniera «sostenibile», nel rispetto dei principi di legalità e di certezza del diritto (art. 54 della Costituzione), oltre che dei diritti spettanti secondo la legge. Di fatto la maggioranza delle mozioni convergevano su questi due punti: rispetto del diritto individuale all’obiezione e applicazione della 194 nel suo complesso.

L’anomalia è stata quella del gruppo di Scelta civica che ha presentato due mozioni, una a prima firma Binetti e prevalentemente centrata sul diritto all’obiezione di coscienza come segno alto e forte di libertà personale e l’altra a prima firma Tinagli, più attenta a garantire l’interruzione di gravidanza nelle diverse forme attualmente possibili. Entrambe hanno avuto parere favorevole del Governo, ma l’Aula ha votato favorevolmente solo la mozione Tinagli. Questo fatto ha contribuito ad evidenziare tre aspetti molto concreti. Il primo riguarda lo spirito stesso con cui SEL ha introdotto il dibattito sull’obiezione di coscienza: non tanto per tutelare il diritto alla libertà di esprimere il proprio dissenso, quanto per garantire e facilitare il ricorso all’aborto. A questa interpretazione si sono attenute la maggioranza delle mozioni, sia pure con sfumature diverse. Si dice che la legge 194 prevede scelte individuali e responsabilità pubbliche e si aggiunge che l'obiezione di coscienza è un diritto della persona ma non della struttura, che avrebbe l'obbligo di garantire l'interruzione di gravidanza. Il diritto all'obiezione di coscienza riveste particolare importanza in relazione all'interruzione volontaria di gravidanza per le sue profonde ricadute sulla vita del soggetto abortito, sulle donne che abortiscono e sulla funzionalità del servizio sanitario nazionale. L’ultima relazione sullo stato di attuazione della legge parla di un 69,3 per cento di ginecologi che si dichiarano obiettori di coscienza.

L’elevato numero di Obiettori di coscienza viene spesso utilizzato come argomento per parlare di inapplicazione della legge 194, sostenendo che abbia effetti negativi sia per il funzionamento degli ospedali, sia per le donne che ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza. L'allungamento dei tempi di attesa creerebbe maggiori rischi per la loro salute e maggiori rischi professionali per i non obiettori, costretti loro malgrado ad una intensa, e non sempre ottimale, pratica clinica.

L’idea che si va affermando in alcuni ambienti è che il “diritto” della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata, e quello del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza dovrebbero convivere affinché nessun soggetto veda negata la propria libertà. In realtà mentre sussiste un diritto all’obiezione di coscienza, non sussiste affatto un diritto all’aborto, che non è né potrà mai essere un diritto! Per questo potrebbe perfino non stupire quel numero “esorbitante” di medici obiettori che esercitano un loro naturale diritto a cui nessuno può chiedere di rinunciare.

Lo scopo dichiarato della 194 non è quello di garantire il diritto di aborto, ma piuttosto quello di prevenire l'aborto. Nata per arginare la pratica degli aborti clandestini, dovrebbe attuare una seria politica di contrasto al ricorso indiscriminato all'aborto attraverso interventi di aiuto mirati alla tutela della donna e del nascituro. E’ l'interpretazione ripetutamente formulata dalla Corte costituzionale, che ritiene l'Ivg una risposta ad uno stato insuperabile di necessità e non esercizio di un diritto di scelta della donna. Coloro che chiedono di restringere il numero dei medici obiettori fanno confusione tra la possibilità di abortire legalmente e la circostanza che non tutti gli ospedali sono in grado di garantire il servizio. Questo non implica che il servizio sia negato alle donne! La Mozione Binetti ed altri, sottolineando come la stessa 194 tuteli pienamente il diritto all’obiezione di coscienza intendeva riconoscere il valore della vita e in tal senso sollecitare una piena applicazione della prevenzione dell’aborto, anche attraverso forti e concrete politiche sociali.

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martedì 28 maggio 2013

C'è anche la politica del silenzio di Stefano Fontana - 28-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Parlamento
    
Nell’editoriale di ieri il direttore parlava della Chiesa del silenzio. Credo che si possa parlare anche della politica del silenzio, almeno da parte cattolica. L’offensiva a favore della legalizzazione delle coppie omosessuali è molto forte, ma, tranne qualche eccezione, non si sente una parola che sia una da parte dei parlamentari cattolici. Ma facciamo un passo indietro.

Si pensava che il governo Letta non avrebbe creato molti problemi sul fronte dei principi non negoziabili. Dopo lo scampato pericolo di un governo Bersani con appoggio grillino e di una presidenza Rodotà, la soluzione trovata da Napolitano aveva ringalluzzito gli animi. Dopo il buio anche la luce di una candela sembra un sole. Un motivo per stare tranquilli era soprattutto il debole equilibrio su cui si reggeva (e si regge) il governo: vuoi che Letta si dia la zappa sui piedi aggiungendo anche il contenzioso sui motivi etici? Già di mine ne deva schivare più di una … Qualcuno era sicuro: Letta congelerà le questioni sensibili. 

Poi, però il ministro Idem ha cominciato a parlare di riconoscimento delle convivenze. Poi, però, Berlusconi ha nominato suo consulente per le questioni etiche e di solidarietà la Brambilla, che, diciamolo pure, su questi temi non è che rassicuri molto. Poi però i radicali hanno lanciato la raccolta di firme per l’eutanasia. Poi però Repubblica ha pubblicato quella famosa lettera del ragazzo omosessuale e Sandro Bondi, del Pdl, ha nuovamente espresso le idee della ringalluzzita ala liberale del partito. Poi domenica scorsa nessuno è andato alla grande manifestazione di Parigi di Manif pour Tous contro la legge sul “matrimonio per tutti”, a parte Eugenia Roccella, che ha anche parlato dal palco, e Luca Volonté, che però purtroppo non siede in Parlamento perché sacrificato ai tempi delle elezioni per far posto ai Casini. 

Insomma, nonostante Letta, o tacitamente consenziente Letta – non è dato sapere, perché finora il Presidente del Consiglio non si è pronunciato su questi argomenti -, l’offensiva per il riconoscimento delle convivenze (omosessuali) è partita alla grande. Le cose che ti colpiscono alle spalle sono le più dannose. Siccome la sorveglianza sul governo Letta a proposito di questi temi si è allentata, il pericolo aumenta. La prima legge che arriva in Parlamento rischia di essere approvata. Proprio perché non c’è nel programma di governo.

Una autentica mina vagante è costituita dalla “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” elaborato dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali a difesa delle differenze. Il Documento riguarda il triennio 2013-2015 e vuole coordinare e garantire l’applicazione a livello nazionale di norme internazionali contro la discriminazione. L’interpretazione delle norme internazionali e la lettura della situazione italiana, però, sono molto tendenziose e fanno presagire qualche colpo di mano. Questi colpi di mano possono prendere le sembianze di una legge contro l’omofobia.

Davanti a tutto ciò non abbiamo sentito una parola da parte di Marazziti, per esempio, oppure di Gigli, oppure di Lombardo. Nessuna parola da parte dei numerosi parlamentari che avevano firmato, a seguito di Maurizio Lupi, la famosa dichiarazione di “cattolicità” apparsa su Il Giornale. Niente nemmeno dai cattolici al governo, come lo stesso Lupi o Mario Mauro. Hanno detto la loro Gasparri e Sacconi, molto attiva rimane la Roccella, ma nessuno che abbia messo uno stop, un altolà. Insomma, c’è anche una politica cattolica del silenzio. Non mi riferisco tanto ai cattolici nel Pd che, si sa, su questi temi non si esporranno politicamente perché glielo vieta la loro concezione della laicità. Mi riferisco ai parlamentari cattolici di Scelta Civica, del Pdl e di Fratelli d’Italia. 

Non so dire se l’Italia sia in grado di copiare la Francia, in caso di leggi contrarie alla famiglia. Molti dicono – ed io con loro – che oggi un Family Day è molto difficile a rifarsi. Però non è detto. La storia non si può prevedere. Nessuno avrebbe previsto la reazione oceanica dei francesi. Alla recente Marcia per la Vita del 12 maggio un certo popolo ha dato un segnale. Ora, sarebbe molto increscioso che i parlamentari cattolici e tutti coloro che fanno ancora riferimento a minimi principi di legge naturale fossero sorpassati dalla gente. 

Forse non è inutile far notare che quella del riconoscimento delle convivenze è la fessura per fare entrare una valanga. La letterina del ragazzo omosessuale apparsa su Repubblica era una di queste fessure. Oggi, riconoscimento delle convivenze significa riconoscimento delle coppie omosessuali. E questo va ben al di là della questioni dei diritti soggettivi. E’ l’apertura alla filiazione mediante acquisto di gameti e mediante l’utero in affitto. E’ la fine della procreazione, della famiglia e della filiazione come finora la civiltà le ha sempre conosciute. E’ la fessura per un altro mondo, per la fine del genere umano. La posta vale certamente un supplemento di attenzione politica da parte dei parlamentari cattolici.

venerdì 8 marzo 2013




Newsletter n.459 | 2013-03-07 - Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, Dottrina sociale della Chiesa


Principi non negoziabili che magicamente diventano negoziabili. A proposito di un saggio di Antonio Maria Baggio.

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Continuano le interpretazioni riduttive dei “principi non negoziabili”. Riduttive significa, alla fine, tali da poter giustificare tutte le scelte politiche e partitiche, cosa che, invece, i principi non negoziabili non permettono. Mi riferisco questa volta all’articolo di Antonio Maria Baggio dal titolo “I principi non negoziabili: verità e strumentalizzazioni”, pubblicato su “Nuova Umanità”, la rivista scientifica promossa dal Movimento dei Focolari.

Baggio ne parla assai bene dei principi non negoziabili, però anche li smorza finendo per concludere per una loro “negoziabilità”. Non negoziabili, invece, vuol proprio dire non negoziabili. Implicano un: “non posso!”.

Queste verità – egli dice - “non devono essere considerate come degli idoli intoccabili, ma vengono sempre comprese meglio nel corso della storia: ogni generazione di cittadini ha il dovere di interrogarsi intorno ai contenuti e alla formulazione di tali fondamenti” perché comprendere non è negoziare. Però poi conclude dicendo: “Il momento di negoziare, poi, verrà, come è necessario, nei luoghi istituzionalmente deputati a farlo, e si concluderà con una decisione presa a maggioranza”. Questa è la “saggezza della democrazia, che impone di prendere una decisione perché la società ne ha bisogno; e tutti accettano la decisione della maggioranza, proprio perché con essa non si pretende di aver stabilito una verità”.

Procediamo con calma. E’ vero che i grandi assoluti etici si apprendono nella storia. In quale altra dimensione viviamo se no? Però la coscienza morale dell’umanità arriva a comprendere delle verità etiche valide sempre e in ogni caso, quindi aventi un valore morale assoluto. Nella storia, anche per il decisivo apporto della Rivelazione, si apprende qualcosa che supera la storia.

La maggioranza democratica non stabilisce la verità. Questo anche Baggio lo riconosce. Poi però fonda proprio su questo il fatto che tutti devono accettare una decisione presa a maggioranza, escludendo perfino l’obiezione di coscienza. La democrazia viene qui assolutizzata, non perché essa pretenda di incarnare la verità ma, al contrario, perché non lo pretende: per questo le sue decisioni devono essere accettate da tutti. La democrazia non determina la verità, ma ha a che fare con la verità, che ne giudica le decisioni. Per questo il cattolico si ritirerà dalle istituzioni “deputate a negoziare” quando la negoziazione vertesse su cose non negoziabili, non a sua disposizione.

Ma i principi non negoziabili quali sono? Secondo Baggio essi sono quelli elencati dalla Nota Ratzinger del 2002. Concordo. Dice poi che devono essere presi tutti insieme, non ne esistono di primari o di secondari e devono essere adoperati con prudenza. Essi esprimono “l’intera visione dell’essere umano”, che è sempre difficile da mettere a fuoco, tanto è vero che esistono molti partiti, consapevoli ognuno della propria parzialità.

Andiamo ancora con calma. A mio avviso tra i primi tre principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione) e gli altri indicati da Ratzinger nel 2002 una differenza c’è. I primi tre hanno a che fare direttamente con la costruzione dell’umano e presentano degli assoluti negativi. In altri casi Benedetto XVI ha citato infatti solo questi tre. Prendiamo per esempio il principio non negoziabile della solidarietà nella sussidiarietà. Oppure quello della pace. Ci sono molti modi per realizzarli. Ma la soppressione del concepito pone davanti ad un aut-aut. Cosa c’è da negoziare? O dico di sì o dico di no. Del resto, gli altri dipendono dai primi tre, non si possono realizzare senza aver realizzato i primi tre.

E veniamo alla prudenza. La prudenza riguarda i mezzi, non i fini. Davanti all’uccisione del concepito mi potrebbe dire Baggio che tipo di prudenza, ossia di scelta dei mezzi, un cattolico dovrebbe applicare? Se il fine è assolutamente sbagliato, ossia se non è un fine, quali mezzi devo prudentemente valutare? I principi non negoziabili non pretendono di dirci tutto sulla persona umana, ma di dirci quegli aspetti senza dei quali non è persona umana e che noi siamo tenuti a rispettare assolutamente, sempre e in ogni circostanza. Se la panoramica completa dell’uomo non ci è data – almeno quaggiù -, questi ci sono dati in tutta la loro chiarezza e cogenza.

E’ vero che i partiti esprimo posizioni parziali sull’uomo. Ma proprio per questo c’è bisogno di illuminarne l’azione con qualcosa che parziale non è. Viceversa in politica tutto sarebbe parziale (e relativo). Della prudenza politica Baggio ha una strana visione: “Per i cattolici i principi non negoziabili sono chiari, molto più difficile è decidere come tradurli in leggi, in decisioni operative, in voto politico. Tanto è vero che i cattolici applicano in maniera molto differenziata il criterio di prudenza, scegliendo mezzi, cioè programmi politici e partiti, molto diversi”. Ma quest’ultima è imprudenza e non può essere presa a prova di saggezza. Mi chiedo: come fa un partito che abbia nel suo programma l’allargamento della legge 40 o il divorzio breve essere un mezzo per il raggiungimento del principio non negoziabile della difesa della vita e  della famiglia? Una prudenza politica piuttosto imprudente.

Però credo di aver capito cosa intende Baggio. Siccome i principi non negoziabili sono sei o sette, penso che per lui prudenza politica voglia dire di soppesarli e tenerli tutti insieme. Anche Baggio trasforma di fatto i principi in valori, atti ad essere soppesati al fine di trovare il mix adatto alla situazione, sempre in attesa, naturalmente, del verdetto della maggioranza che non può essere rifiutato perché rappresenta la “saggezza della democrazia”. Davanti ad un “abominevole delitto” quale è l’aborto, che mix vogliamo fare?  

A leggere riflessioni come queste di Baggio si capisce benissimo perché le recenti elezioni siano andate, quanto a comportamento dei cattolici, così come sono andate.

Stefano Fontana 

sabato 16 febbraio 2013


Quei «no» detti dalla Chiesa sono in realtà tutti «sì» alla dignità della persona umana - Già nel discorso di Ratisbona troviamo l’invito ad allargare il nostro concetto di ragione, capace di misurarsi anche su ciò che non è quantificabile né misurabile, come la natura umana -  DI GIACOMO SAMEK LODOVICI – Avvenire, 16 febbraio 2013 


Dato che non basterebbe un’imponente monografia per riferire gli innumerevoli interventi di Benedetto XVI in ambito bioetico, senza la minima pretesa di esaustività cerchiamo solo di cogliere alcuni (non tutti) punti nodali di questo aspetto del suo magistero. Anzitutto, va chiarita una questione che spesso pregiudica qualsiasi discorso bioetico: è necessario «un allargamento del nostro concetto di ragione». Lo spiega il magistrale discorso di Ratisbona, che esprime ammirazione per i risultati della scienza, ma sottolinea altresì come la realtà non si esaurisca nella materia e la ragione sia capace di cimentarsi anche su ciò che non è quantificabile e misurabile, per esempio sulla natura umana, sulla libertà, sulla dignità dell’uomo, e di conseguenza sull’inviolabilità di ogni vita umana innocente. Ora, come dice la Caritas in Veritate, il «campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio». In modo originale, questa enciclica argomenta inoltre che «il tema del rispetto per la vita (...) non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli». Per esempio perché «se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono». Per contro, «non può avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata». In generale è cruciale chiarire che «i "no" che la Chiesa pronuncia nelle sue indicazioni morali, e sui quali talvolta si ferma in modo unilaterale l’attenzione dell’opinione pubblica, sono in realtà dei grandi "sì" alla dignità della persona umana, alla sua vita». Ora, «il dovere del rispetto per la dignità di ogni essere umano (...) comporta come conseguenza che della persona non si possa disporre a piacimento», perciò «la Chiesa si fa paladina dei diritti fondamentali di ogni persona» e «il rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase stabilisce un punto fermo di decisiva importanza». Al contrario, «per quanto concerne il diritto alla vita, è doveroso denunciare lo scempio che di essa si fa nella nostra società», dovuto alle «morti silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia (...). L’aborto e la sperimentazione sugli embrioni costituiscono la diretta negazione dell’atteggiamento di accoglienza verso l’altro che è indispensabile per instaurare durevoli rapporti di pace». Più volte Benedetto XVI ha proclamato che «ogni vita umana, in quanto tale, merita ed esige di essere sempre difesa e promossa», e «il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale», e la tutela della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e della libertà di educazione, «non sono negoziabili»: sono criteri gravemente doverosi e cruciali nel fare le leggi e nei momenti elettorali di scelta tra un partito, un candidato e un altro. Quanto all’eutanasia, il Papa ha spesso ricordato che essa «è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo. La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto "dolce", ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». Più volte chinatosi con grandissimo affetto a consolare i malati e i sofferenti, il Papa ha detto loro: «Nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio (...). Voi siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!». 

La centralità di amore, verità e valori non negoziabili - Avvenire, 16 febbraio 2013


sabato 9 febbraio 2013


Contro una legislazione subdola - Francesco D'Agostino, presidente dei Giuristi Cattolici, aderisce a "Uno di noi". Denuncia il cinismo di chi reputa la debolezza nella vita prenatale o malata indegna di essere vissuta. - 08/02/2013 - http://www.famigliacristiana.it/



Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto all’Università Tor Vergata di Roma, ha aderito alla campagna Uno di noi in qualità di Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (UGCI).   

- Che cosa l’ha spinta ad aderire alla campagna? 
«Una doppia ragione. Prima di tutto, la volontà di ribadire che la vita è il principio di ogni altro principio. Un giurista cattolico non può non condividere quest’idea, poiché la difesa della vita in ogni sua fase è uno dei principi costitutivi del diritto naturale. In secondo luogo, è interessante lo strumento, di alto valore democratico, scelto dai promotori della campagna. Forse per la prima volta nell’Unione Europea, si fa ricorso alla possibilità introdotta il 1 aprile 2012, che incoraggia l’iniziativa dal basso dei cittadini. Se saranno raccolte un milione di firme in almeno sette Stati, il Parlamento e il Consiglio dei Ministri europei saranno chiamati ad esprimersi nel merito dell’appello “Uno di noi”. In tal caso, potremmo verificare se, in una logica di convergenza di valori europei, esistono dei valori bioetici e morali condivisi sulla difesa della vita».  

- Qual è il legame tra la sua adesione e la professione di giurista? 
«Il voler contrastare la diffusione di una legislazione subdola. Negli Stati europei, si stanno moltiplicando normative che costituiscono un attentato alla vita umana. Si minaccia la vita non in maniera frontale, come avviene con la pena di morte, ma in modo indiretto. È il caso recentissimo dell’introduzione in Germania della possibilità di diagnosi prenatale e preimpiantatoria degli embrioni. In via teorica, è uno strumento di conoscenza, mentre nella pratica ne consegue la distruzione degli embrioni. Oppure, è il caso delle normative sul divieto di accanimento terapeutico: un principio legittimo, condiviso da tutti i giuristi e formulato addirittura da Pio XII, si sta trasformando nell’abbandono terapeutico e in forme di eutanasia passiva».   

- Da un punto di vista giuridico, quali sono le posizioni in campo? 
«La nostra è monistica, unitaria, cioè vede la vita umana portatrice di dignità assoluta dal concepimento alla morte naturale. Non è un caso di fanatismo assoluto: tornando al divieto di accanimento terapeutico, concordiamo che la vita all’ultimo stadio possa spegnersi senza virulenze tecnologiche da parte dei medici. Pensiamo si debba rispettare la vita come valore intrinseco e, al contempo, indicare alla medicina le modalità più adeguate dal punto di vista bioetico. La posizione opposta, invece, è dualistica per due motivi. Da un lato, divide radicalmente la vita tra pre e post parto, con la prima considerata molto meno degna di tutela. Dall’altro, distingue tra vita malata e sana, arrivando a considerare le malattie senza speranza di guarigione talmente invalidanti da togliere dignità alla vita del malato. Da qui, l’apertura all’eutanasia».   

- È una battaglia in difesa dei più deboli? 
«Sì, ci sono situazioni di gravissima fragilità, come la vita prenatale e la vita malata, che sono affrontate in maniera cinica, cioè la stessa debolezza di queste vite ne dimostrerebbe la carente dignità. La marginalizzazione dei deboli, che nessuno proclama apertamente ma è fortemente operante, è un rischio mortale per la civiltà occidentale. Ad esempio, accanto al maggior rispetto dei diritti dei disabili, ovviamente positivo, si fa strada l’idea che meno bambini handicappati nasceranno, più si progredirà verso una presunta civilizzazione. Dobbiamo tornare a riflettere sulla fragilità intrinseca di tutte le vite umane, anche di chi è sanissimo. Nell’assoluta fragilità dell’embrione, possiamo vedere la “biografia” dell’uomo, segnata dalla debolezza, dalla precarietà e dalla mortalità: difendere questa fragilità e i più deboli tra i deboli è il modo più semplice per combattere la violenza».  

Stefano Pasta

«In politica, con un'identità cattolica forte» di Riccardo Cascioli - 09-02-2013 - http://www.lanuovabq.it

Monsignor Luigi Negri
    

«Una fede che non diventa ‘principi non negoziabili’, che non detta una visione della realtà secondo le indicazioni del Papa, non è una fede cattolica». Monsignor Luigi Negri, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio, diocesi in cui farà il suo ingresso il prossimo 3 marzo, taglia corto su quella selva di distinguo, precisazioni, rivendicazioni che caratterizzano gli interventi dei cattolici impegnati in politica in queste settimane di campagna elettorale. Che peraltro, cattolici e non, ci consegna una realtà politica poco entusiasmante: «Oggi al benessere del popolo, in maniera esplicita, non pensa nessuno», chiosa Negri. 

Ma non c’è spazio per recriminazioni o per lo scoraggiamento, solo la consapevolezza che c’è un grande lavoro da fare per educare i cattolici a vivere la propria fede in modo integrale, che abbracci ogni aspetto della realtà, incluso l’ambito socio-politico. E’ ciò che ha fatto nella diocesi di San Marino-Montefeltro, è ciò che farà nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «Non posso non sostenere i cristiani delle mie Chiese – afferma – nel cammino per arrivare ad assumersi una piena responsabilità della vita sociale e politica del paese, così come è obiettivamente imposto da una autentica esperienza di fede. La fede deve arrivare senza soluzione di continuità alla visione organica della vita personale e sociale e ad individuare linee e strumenti perché questa impostazione possa essere giocata nel contesto vivo della società»

Monsignor Negri, la scorsa settimana anche il cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha insistito sui valori fondamentali alla base dell’impegno politico.
Si deve essere molto grati sia al magistero di Benedetto XVI sia alla prolusione del cardinal Bagnasco che hanno riproposto in modo esemplare il punto di partenza e insieme il criterio di affronto delle questioni socio-politiche. Il criterio di affronto è in quelli che il papa Benedetto XVI ha chiamato i princìpi non negoziabili, che costituiscono una sintesi elementare della dottrina sociale della Chiesa che è a disposizione di tutti i cristiani. Anzi, che deve essere in qualche modo la risorsa fondamentale di ogni cristiano che vuol essere cristiano nel mondo. Quindi i valori della persona, della vita, della famiglia, dell’educazione, della cultura, della libertà di coscienza. Valori che anche soltanto la disattesa di uno di questi o la riduzione di uno di questi comporta una minaccia: non innanzitutto alla presenza cristiana, ma una minaccia alla possibilità di una autentica e libera vita sociale. Quindi alla possibilità di una autentica democrazia.

Eppure qualcuno, anche in ambito cattolico, sostiene che i princìpi non negoziabili siano un'ideologia, siano divisivi, una barriera all’incontro, alla possibilità di lavorare con gli altri.

Sciocchezze. Tutto può diventare ideologia se non è una esperienza di vita. Quando io ho cominciato a vivere insieme a don Giussani l’esperienza straordinaria del movimento nella sua prima fase, quella di Gioventù Studentesca (GS), per la fede che vivevamo nelle nostre comunità di ambiente abbiamo sentito immediatamente che quella esperienza di vita diventava difesa della libertà di educazione e di scuola, perché la nostra fede esigeva che la persona potesse educarsi secondo le proprie opzioni di fondo, e che le strutture scolastiche dovessero essere al servizio non di una ideologia più o meno dominante ma dei bisogni reali di educazione dei giovani. Una fede che non diventa principi non negoziabili non è una fede cattolica, una fede che non detta una visione della realtà secondo le scansioni del Papa non è una fede cattolica. La fede cattolica è una fede incarnata e gli ambiti della incarnazione sono gli ambiti della vita normale, come Gesù Cristo è diventato un uomo normale: essendo Figlio di Dio è diventato un uomo normale.

Allora, quanto più i principi non negoziabili sono vissuti come la coscienza sociale elementare della fede, tanto più diventano il criterio con cui si valutano persone e situazioni, e si affrontano delle questioni sociali secondo l’ottica di una possibilità di confronto, di dialogo, al limite di collaborazione. Perché le scelte socio-politiche possano essere il frutto di intese operative che sono tanto più obiettive e positive quanto più sono l’espressione dell’identità. Il Papa al Sinodo dei vescovi, cui ho avuto l’onore di partecipare, ha ripetuto più volte che il dialogo è l’espressione di una identità forte.

Lei parla di identità forte, ma per molti cattolici questo significa chiusura agli altri, scontro culturale.

E’ il contrario: occorre che i cristiani italiani prendano coscienza di essere un’identità forte non nel senso esclusivo, come è una qualsiasi altra identità ideologica, ma nel senso comprensivo: ovvero l’identità cristiana è forte nella misura in cui si pone come tale: allora si apre al confronto, al dialogo, alla collaborazione. 

Comunque, una volta definiti i criteri restano tutti i problemi da affrontare.

Infatti non si può evitare di entrare ancor più nel merito, ed è compito della Chiesa farlo. Tocca alla comunità cristiana l’individuazione dei nodi problematici. Non le soluzioni, perché queste sono esperienza e  responsabilità dei laici - cristiani e non - ma l’individuazione dei fattori, delle sfide che non possono sfuggire. 

Quali nodi problematici lei vede nell'attuale situazione italiana?

Ne individuo almeno tre. Il primo riguarda la povertà crescente degli italiani. Non si può negare che oggi il nostro paese viva in un clima di povertà ormai assolutamente evidente, e che per certi aspetti sembra irrisolvibile. E’ una povertà gravissima che la maggior parte del nostro paese sembra impreparato ad affrontare, che esigerà certamente radicali cambiamenti di comportamento di vita. Quindi più che analizzare di chi è stata la colpa degli ultimi di 10-20-30 anni si tratta di rendersi conto che questa povertà è un dato che non può essere evitato in una seria valutazione dei problemi socio-politici del nostro paese. Non può essere quindi che la povertà scompaia meccanicamente per il cambiamento o la razionalizzazione degli strumenti economici o fiscali. Il problema della povertà implica che la vita politica individui nel principio di solidarietà uno dei principi fondamentali. Si deve prendere coscienza che questa povertà ha bisogno di un approfondimento della nostra identità umana e una apertura del cammino di responsabilità morali di sacrificio, che è necessario per uscire da questa crisi. Altrimenti pensiamo che il problema della vita socio-politica sia un problema tecnologico. Ma il Papa nella Caritas in Veritate ci ha insegnato che l’ultima forma di ideologia che si sta reinsinuando è proprio l’assolutizzazione della realtà tecnologica che diventa appunto tecnocrazia e che idenbtifica il bene comune con il realizzarsi di alcuni obiettivi tecnologici. Don Giussani mi ha insegnato 50 anni fa che non esiste bene comune che non preveda o non ospiti il benessere del popolo. Oggi al benessere del popolo non pensa nessuno, in maniera esplicita non pensa nessuno.

Bene, primo nodo è la povertà. E il secondo?

Viviamo in una situazione gravissima dal punto di vista della democrazia. C’è una fragilità enorme di certe istituzioni e una sostanziale onnipotenza di altre, con una permanente tensione che si è espressa anche con una vera e propria lotta fra ordini e poteri dello stato, contraddicendo la Costituzione in maniera esplicita e direi addirittura con una ostentazione. Come esempio basti vedere l’implicazione della magistratura in politica, fino alla presentazione di alcuni magistrati come candidati.

Terzo nodo problematico...

La vita sociale soprattutto negli aspetti legati alla realtà politica, vive una situazione generale di immoralismo, affermato e vissuto come una cosa ovvia. Sembra che sia stupido non approfittare delle situazioni di privilegio economico e di benefici sociali che sono surrettiziamente garantiti dal ruolo istituzionale. E’ stato detto opportunamente da un uomo politico in questi giorni che lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena è molto più grave del grande crac della Banca Romana che alla fine del XIX secolo portò l’Italia al rischio della bancarotta. Ma quella vecchia Italietta ebbe un coraggio che l’Italia di oggi non ha: fu mandato a casa il governo, interamente. Il governo non era presieduto da chissà chi, era presieduto da Giovanni Giolitti: dopo un anno di governo se ne tornò a casa e per tornare in politica dovette lasciar passare dieci anni. 
Qui c’è una immoralità, anzi meglio chiamarlo un immoralismo, perché vuol dire una immoralità affermata e vissuta senza un minimo di problema morale. Questa è l’espressione della debolezza della cultura del nostro paese, e quindi delle classi dirigenti. E’ pur necessario che venga fatto qualcosa perché venga posto come priorità l’impegno culturale, e da questo scaturisca la vocazione e l’impegno politico che, come dice giustamente Benedetto XVI, è una forma eminente di carità. Ma dove sta oggi una classe politica cattolica o laica consapevole che vive la politica come forma elevata non diciamo di carità – che va bene per i cristiani - – ma di impegno, per il bene della vita degli uomini? 

Io credo che un cristiano che si prepara a fare il cammino che va dalla fede alle opere non possa non trovarsi di fronte questi problemi, per i quali – alla luce dei principi non negoziabili -  deve avere una ipotesi a grandi linee risolutiva. Sarà alla luce dei principi non negoziabili e di queste ipotesi conclusive che sceglierà le formazioni politiche e gli uomini affidabili, per quanto il richiamo agli uomini affidabili suoni abbastanza equivoco e astratto in una competizione elettorale come quella attuale che impedisce al cittadino anche un minimo di scelta dei suoi rappresentanti.

Nelle ultime settimane si è scatenata in diversi paesi europei un’offensiva per il riconoscimento dei matrimoni gay. E anche in settori autorevoli della Chiesa ci sono delle aperture in contrasto con quanto indica il Magistero. Lei cosa ne pensa?

Basta leggere quanto è scritto sulla Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato nel 2002:
«Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (…) Analogamente devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani».
Mi sembra non ci sia nulla da aggiungere perché questa è una formulazione definitiva.