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giovedì 7 febbraio 2013


TUNISIA/ Sbai: Belaid è stato ucciso dalle nostre bugie sulla "primavera araba " - giovedì 7 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

TUNISIA/ Sbai: Belaid è stato ucciso dalle nostre bugie sulla primavera araba

A qualcuno non piacerà sentirsi dire che una fatwa corrisponde ad una condanna a morte. Soprattutto se si è oppositori o contestatori di un regime o di un’élite repressiva e illiberale. Esserne colpiti, in Tunisia, in Egitto e magari nella nostra civile ma buonista Italia, corrisponde ad essere sempre a rischio di morte. Io so bene cosa significa e so sulla mia pelle che c’è voluta una sentenza di tribunale, Bologna 23 giugno 2009, per accertarlo e renderlo chiaro a tutti.

Chokri Belaid, spulciando a fondo nei video nel frattempo emersi sul web, ne aveva verosimilmente ricevuta una dai salafiti in Tunisia e oggi giace morto, freddato da un anonimo assassino appena uscito di casa. Quella condanna è giunta a compimento e la Tunisia brucia. Le sedi di Ennahda sono date alle fiamme e la protesta divampa per le strade; la polizia abbandona il centro e lascia i manifestanti liberi di dare la caccia ai membri di Ennahda, ritenuta responsabile della morte di Belaid. Le barricate per le strade, la rabbia senza freni di chi ha visto restringersi progressivamente i propri spazi di libertà. 

Siamo di fronte alla vera rivoluzione di libertà per la Tunisia, nel sangue di chi denuncia e muore. Belaid aveva tentato di opporsi al regime islamista pseudo-moderato e per questo aveva gridato forte lo scandalo di un governo che ha come base l’intimidazione, la violenza e la distruzione di ogni diritto. Verso le donne, gli intellettuali, i dissidenti e le minoranze. Belaid aveva detto quello che nessuno, nemmeno in Occidente, ha avuto il coraggio di dire: che l’islamismo è un pericolo e che la guerra civile è dietro l’angolo. Fatalmente, con la sua morte, non si è fatto altro che accelerare il processo di disintegrazione della società civile. La Tunisia è sull’orlo del baratro e in Occidente nessuno vuole accorgersene. La modalità di eliminazione fisica dell’avversario, tramite sequestro, assassinio, scomparsa improvvisa o tortura, è un classico del potere quando teme la destabilizzazione. Non sfugga che dopo l’assassinio di Belaid e l’infiammarsi delle piazze, la strategia della repressione sarà ancora più dura ed efficace.

Ho già scritto che so bene chi c’è dietro all’omicidio di Belaid e alla repressione a mano armata, ma ho confermato con altrettanta decisione e nettezza che non lo dirò. Non lo dirò perché la coscienza in Occidente si deve risvegliare e capire da sé cosa sta accadendo al di là del Mediterraneo. Non lo dirò perché so benissimo che i tunisini, in piazza contro la repressione, hanno ben compreso la mano di sangue che ha straziato di pallottole il corpo di Belaid. 
Di che libertà parla chi oggi in Europa piange lacrime di coccodrillo sulle spoglie dei veri moderati in Tunisia e in Egitto? Con quale incoscienza si richiama Al Qaeda a bombardare il Parlamento italiano, attirando su di noi l’occhio feroce di chi ha dilaniato l’Africa e il Nordafrica? I tunisini moderati, laici, liberali e soprattutto non estremisti, sono rimasti inesorabilmente soli e noi, qui, dove le bugie si mescolano fatalmente alla verità, siamo tutti colpevoli. Senza appello e senza avvocati che possano dire il contrario.

Belaid lo ha ucciso la nostra mancanza di lucidità e di informazione, lo hanno ucciso le nostre menzogne su quella maledetta primavera che ha distrutto riforme per i diritti vecchie ormai di cinquant’anni. Il giornalista Jamel Arfaoui ha detto senza mezzi termini, commentando l’assassinio di Belaid: “Arrivano flussi di armi dall’estero nelle mani di chi sostiene il governo”. Eppure, quando qui in Italia io interpellai il governo sulla destinazione ambigua dei fondi provenienti dal Golfo, mi venne risposto in maniera evasiva, dando una sensazione di desolante e irritante inadeguatezza. Quanti Belaid camminano inconsapevoli per le strade di Tunisi, ignari dell’algerizzazione del conflitto civile di fatto in corso? Tanti, troppi. E faranno presumibilmente tutti la stessa fine, massacrati da chi alle parole contrappone le pallottole. Vedendo sui media arabi le immagini della macchina di Belaid, su cui i colpi ancora sono visibili, torna alla mente il piombo che ha oscurato i cieli italiani solo una trentina di anni fa.

A Marzouki, che a Strasburgo ha parlato di Belaid come di “un amico di vecchia data il cui omicidio non pregiudica la rivoluzione in Tunisia”, vorrei far presente che assieme ai ministri dovrebbe essere anche lui a farsi da parte. Se non ha saputo tutelare nemmeno un amico, a patto che lo fosse, non vedo come possa tutelare un paese intero che di quella rivoluzione non ne vuole più sapere. Lui e tutta la sua compagine parlamentare è stata esautorata per formarne una tecnica entro 24 ore, con l'obbligo ai ministri attuali di non presentarsi alle prossime elezioni. Il governo di Ennahda è stato abbattuto. Una mossa che potrà calmare gli animi, ma che di certo non pone rimedio ad una rivoluzione mai nata. E che sta esigendo un tributo troppo grande per una Tunisia ormai sul baratro.

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lunedì 17 settembre 2012


LIBERTÀ RELIGIOSA CONTRO IL LAICISMO E IL FONDAMENTALISMO - Un commento sull'esortazione apostolica postsinodale "Ecclesia in Oriente" di Massimo Introvigne - 15/09/2012

ZI12091519 - 15/09/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-32599?l=italian

ROMA, sabato, 15 settembre 2012 (ZENIT.org).- Lo scopo principale del viaggio di Benedetto XVI in Libano – uno scopo che purtroppo va perduto in molte cronache giornalistiche - è la presentazione della sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, che fa seguito all’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, celebrata in Vaticano dal 10 al 24 ottobre 2010. Si tratta, ha detto il Pontefice nel momento della solenne firma nella basilica di San Paolo ad Harissa, diun documento «destinato certamente alla Chiesa universale»1, ma che «riveste un’importanza particolare per l’intero Medio Oriente»2.
Il Papa ha voluto firmarla il 14 settembre 2012, nel giorno della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, la cui celebrazione è nata in Oriente nel 335, all’indomani della dedicazione della basilica della Resurrezione costruita sul Golgota e sul sepolcro di Nostro Signore dall’imperatore Costantino I (274-337), «che voi – ha detto Benedetto XVI ai cristiani libanesi – venerate come santo»3, e nei cui confronti ha usato toni in equivocamente positivi, quasi a fare giustizia di tante inutili polemiche. A proposito di Costantino, il Pontefice ha ricordato il 14 settembre che «fra un mese si celebrerà il 1700° anniversario dell’apparizione che gli fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante, mentre una voce gli diceva: “In questo segno, vincerai!”. Più tardi, Costantino firmò l’editto di Milano, e diede il proprio nome a Costantinopoli»4. L’esortazione apostolica Ecclesia in Oriente, secondo Benedetto XVI, può precisamente «essere letta ed interpretata alla luce della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, e più particolarmente alla luce del monogramma di Cristo, il X (chi) e il P (ro), le due prime lettere della parola Χριστός»5. Non si tratta di una semplice curiosità. «Una tale lettura conduce ad un’autentica riscoperta dell’identità del battezzato e della Chiesa, e costituisce al tempo stesso come un appello alla testimonianza nella e mediante la comunione. La comunione e la testimonianza cristiane non sono infatti fondate sul Mistero pasquale, sulla crocifissione, la morte e la risurrezione di Cristo?»6.
Il Sinodo del 2010 ha proposto a «tutta la Chiesa»7 di ascoltare dal Medio Oriente «il grido ansioso e percepire lo sguardo disperato di tanti uomini e donne che si trovano in situazioni umane e materiali ardue, che vivono forti tensioni nella paura e nell’inquietudine, e che vogliono seguire Cristo – Colui che dà senso alla loro esistenza – ma che ne sono spesso impediti»8. Per questo, spiega il Papa, «ho desiderato che la Prima Lettera di San Pietro sia la trama del documento»9. Perché, afferma Benedetto XVI, quando ci si trova in una condizione di crisi occorre tornare all’essenziale: «la sequela Christi, in un contesto difficile e talvolta doloroso, un contesto che potrebbe far nascere la tentazione di ignorare o dimenticare la Croce gloriosa»10. E invece occorre esortarsi a vicenda «a non avere paura, a rimanere nella verità e a coltivare la purezza della fede. Questo è il linguaggio della Croce gloriosa! Questa è la follia della Croce: quella di saper convertire le nostre sofferenze in grido d’amore verso Dio e di misericordia verso il prossimo; quella di saper anche trasformare degli esseri attaccati e feriti nella loro fede e nella loro identità, in vasi d’argilla pronti ad essere colmati dall’abbondanza dei doni divini più preziosi dell’oro»11.
Non si tratta affatto «di un linguaggio puramente allegorico, ma di un appello pressante a porre degli atti concreti che configurano sempre più a Cristo»12: «atti simili a quelli dell’imperatore Costantino che ha saputo testimoniare e far uscire i cristiani dalla discriminazione per permettere loro di vivere apertamente e liberamente la loro fede»13. E chi vive apertamente la fede del Battesimo diventa «un figlio della Luce, un essere illuminato da Dio, una lampada nuova nell’oscurità inquietante del mondo affinché dalle tenebre facciano risplendere la luce»14. Il documento, ha detto ancora il Papa, «vuole contribuire a spogliare la fede da ciò che la imbruttisce, da tutto ciò che può offuscare lo splendore della luce di Cristo»15, e a ripetere alle Chiese in Medio Oriente: «non temete, perché il Signore è veramente con voi fino alla fine del mondo! Non temete,perché la Chiesa universale vi accompagna con la sua vicinanza umana e spirituale!»16.
L’esortazione si divide in tre parti. La prima presenta il contesto in cui la Chiesa svolge la sua missione in Medio Oriente, in un momento in cui «questa terra benedetta e i popoli che vi abitano, sperimentano in maniera drammatica i travagli umani. Quanti morti, quante vite saccheggiate dall’accecamento umano, quante paure e umiliazioni! Sembrerebbe che non ci sia freno al crimine di Caino […]. Il peccato adamitico, consolidato dalla colpa di Caino, non cessa di produrre spine e cardi (cfr Gen 3, 18) ancora oggi. Come è triste vedere questa terra benedetta soffrire nei suoi figli che si sbranano tra loro con accanimento, e muoiono!»17. «Il Successore di Pietro, che io sono, non dimentica le tribolazioni e le sofferenze dei fedeli di Cristo e, soprattutto, di quelli che vivono in Medio Oriente. Il Papa è in modo speciale unito a loro spiritualmente. Ecco perché nel nome di Dio, domando ai responsabili politici e religiosi delle società, non solo di alleviare queste sofferenze, ma di eliminare le cause che le producono»18.
La Chiesa chiede dunque la pace. Ma è molto facile farsi della pace un’idea sbagliata. In realtà, «la pace non è solamente un patto o un trattato che favorisce una vita tranquilla, e la sua definizione non può essere ridotta alla semplice assenza di guerra. La pace significa secondo la sua etimologia ebraica: essere completo, essere intatto, compiere una cosa per ristabilire l’integrità. È lo stato dell’uomo che vive in armonia con Dio, con se stesso, col suo prossimo e con la natura. Prima di essere esteriore, la pace è interiore»19. «Il cristiano sa che la politica terrena della pace non sarà efficace se la giustizia in Dio e tra gli uomini non ne è l’autentica base, e se questa stessa giustizia non lotta contro il peccato che è all’origine della divisione»20.
Il primo contributo che la Chiesa dà alla ricerca della pace in Medio Oriente è costituito dall’ecumenismo e dal dialogo interreligioso. La situazione delle Chiese cristiane in Medio Oriente, particolarmente frammentata, fa certo nascere la nostalgia dell’unità. Ma «l’unità è un dono di Dio che nasce dallo Spirito e che occorre far crescere con una paziente perseveranza (cfr 1 Pt 3, 8-9). Noi sappiamo che è una tentazione, quando delle divisioni ci oppongono, fare appello al solo criterio umano»21. L’ecumenismo non nasce dal compromesso umano, ma dallo sguardo rivolto a Gesù Cristo. Se ne leggiamo i documenti secondo i criteri indicati da Magistero, ci accorgiamo che «il Concilio Vaticano II ha incoraggiato questo “ecumenismo spirituale” che è l’anima del vero ecumenismo»22.
L’ecumenismo promuove una maggiore comunione fra le Chiese e comunità cristiane. Ma «questa comunione non è certo una confusione»23. Più difficile in campo teologico ed ecclesiologico, dovrebbe partire da un impegno comune in campo morale. «Nella fedeltà alle origini della Chiesa e alle sue tradizioni viventi, è importante ugualmente pronunciarsi con una sola voce sulle grandi questioni morali a proposito della verità umana, della famiglia, della sessualità, della bioetica, della libertà, della giustizia e della pace»24. Quanto alla vita sacramentale comune, alla communicatio in sacris, questa «può essere raccomandabile in alcune circostanze favorevoli»25, ma solo «in base a norme precise e con l’approvazione delle autorità ecclesiastiche»26.
Oltre al dialogo ecumenico, che riguarda i cristiani, «la natura e la vocazione universale della Chiesa esigono che essa sia in dialogo con i membri delle altre religioni. Questo dialogo in Medio Oriente è basato sui legami spirituali e storici che uniscono i cristiani agli ebrei e ai musulmani. Questo dialogo, che non è principalmente dettato da considerazioni pragmatiche di ordine politico o sociale, poggia anzitutto su basi teologiche che interpellano la fede. Esse derivano dalle Sacre Scritture e sono chiaramente definite nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium,e nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra aetate»27del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Il Pontefice non tace la necessità, ma non si nasconde la difficoltà, del dialogo con le altre due grandi religioni presenti in Medio Oriente, l’ebraismo e l’islam. «Se l’ebraicità del “Nazareno” consente ai cristiani di assaporare con gioia il mondo della Promessa, introducendoli in modo decisivo nella fede del popolo eletto e unendoli ad esso, la persona e l’identità profonda dello stesso Gesù li separano, poiché i cristiani riconoscono in Lui il Messia, il Figlio di Dio»28. Benedetto XVI ribadisce la condanna dell’antisemitismo: «Inescusabili e altamente condannabili sono le persecuzioni insidiose o violente del passato!»29. Nota pure che, «nonostante queste tristi situazioni, gli apporti reciproci nel corso dei secoli sono stati così fecondi che hanno contribuito alla nascita e alla fioritura di una civiltà e di una cultura chiamata comunemente giudeo-cristiana. Come se questi due mondi che si dicono differenti o contrari per diversi motivi, avessero deciso di unirsi per offrire all’umanità un nobile legame. Questo legame che unisce, mentre li separa, giudei e cristiani, deve aprirli a una nuova responsabilità gli uni per gli altri, gli uni con gli altri»30.
Ancora più delicata è la questione del dialogo interreligioso con l’islam. Da una parte, Benedetto XVI prende le distanze dalle posizioni che considerano il dialogo con i musulmani impossibile e sempre inopportuno. «Fedele all’insegnamento del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica guarda i musulmani con stima, essi che rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, l’elemosina e il digiuno, che venerano Gesù come profeta senza riconoscerne tuttavia la divinità, e che onorano Maria, la sua madre verginale»31. E tuttavia il Papa sa che la storia della regione ha visto troppo spesso «giustificare, in nome della religione, pratiche di intolleranza, di discriminazione, di emarginazione e persino di persecuzione»32. La stessa storia, però, offre anche un modello di possibile dialogo. I cristiani della regione, «parte integrante del Medio Oriente, hanno sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto con l’ambiente che può servire come insegnamento. Si sono lasciati interpellare dalla religiosità dei musulmani, ed hanno proseguito, secondo i propri mezzi e nella misura del possibile, a vivere e promuovere i valori evangelici nella cultura circostante. Il risultato è una particolare simbiosi»33, che crea una situazione non priva di ambiguità e pericoli ma per altri versi a suo modo affascinante.
Certamente l’esortazione apostolica riafferma nei termini più decisi il diritto dei cristiani medio-orientali alla piena libertà religiosa e civile. «I cattolici del Medio Oriente, che in maggior parte sono cittadini nativi del loro paese, hanno il dovere e il diritto di partecipare pienamente alla vita della nazione, lavorando alla costruzione della loro patria. Devono godere di piena cittadinanza e non essere trattati come cittadini o credenti inferiori»34. La questione della libertà religiosa, che tanto sta a cuore a Benedetto XVI, assume però in Medio Oriente profili particolarmente delicati. Talora i musulmani affermano che quello alla libertà religiosa è un diritto intrinsecamente occidentale o cristiano, che non potrebbe trovare posto in un contesto islamico storicamente e strutturalmente diverso. Il Papa risponde che, certo, «i cristiani riservano particolare attenzione ai diritti fondamentali della persona umana. Affermare tuttavia che questi diritti non sono che diritti cristiani dell’uomo non è giusto. Sono semplicemente diritti connessi alla dignità di ogni persona umana e di ogni cittadino, a prescindere dalle origini, dalle convinzioni religiose e dalle scelte politiche»35. La libertà religiosa è un elemento di diritto naturale, che come tale s’impone a tutti gli uomini dotati di retta ragione a prescindere dalla loro affiliazione religiosa.
È anche sbagliato considerare la libertà religiosa solo una libertà fra tante altre. «La libertà religiosa è il culmine di tutte le libertà. È un diritto sacro e inalienabile»36. E la libertà religiosa non si riduce solo alla libertà di celebrare il culto chiusi nelle proprie chiese, secondo un equivoco frequente in certi ambienti musulmani del Medio Oriente. «Comporta sia la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto. Include la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza»37. Concretamente, «deve essere possibile professare e manifestare liberamente la propria religione e i suoi simboli, senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà personale»38. La costrizione in materia di religione, «che può assumere forme molteplici e insidiose sul piano personale e sociale, culturale, amministrativo e politico, è contraria alla volontà di Dio. Essa è una fonte di strumentalizzazione politico-religiosa, di discriminazione e di violenza che può condurre alla morte»39. A chi giustifica il terrorismo Benedetto XVI ricorda che «Dio vuole la vita, non la morte. Egli proibisce l’omicidio, anche quello dell’omicida»40.
Con un occhio forse rivolto anche a discussioni europee – tra cui quelle con la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991) –, Benedetto XVI spiega, riaffermando e insieme interpretando la dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Ecumenico Vaticano II, che nel contesto attuale non è più sufficiente parlare di tolleranza religiosa. «La tolleranza religiosa esiste in diversi paesi, ma essa non impegna molto perché rimane limitata nel suo raggio di azione. È necessario passare dalla tolleranza alla libertà religiosa»41. Rispondendo appunto alle critiche secondo cui passare dalla nozione di tolleranza religiosa a quella di libertà religiosa, com’è avvenuto con la dichiarazione Dignitatis Humanae, favorirebbe il relativismo, il Pontefice afferma che «questo passaggio non è una porta aperta al relativismo, come alcuni affermano. Questo passo da compiere non è una crepa aperta nella fede religiosa, ma una riconsiderazione del rapporto antropologico con la religione e con Dio. Non è una violazione delle verità fondanti della fede, perché, nonostante le divergenze umane e religiose, un raggio di verità illumina tutti gli uomini»42. Per comprendere perché sia così è necessario approfondire la riflessione sul rapporto fra la nozione filosofica e quella teologica di verità. «Sappiamo bene che la verità non esiste al di fuori di Dio come una cosa in sé. Sarebbe un idolo. La verità si può sviluppare soltanto nella relazione con l’altro che apre a Dio, il quale vuole esprimere la propria alterità attraverso e nei miei fratelli umani»43. E tuttavia «la verità può essere conosciuta e vissuta solo nella libertà, perciò all’altro non possiamo imporre la verità; solo nell’incontro di amore la verità si dischiude»44.
[La seconda parte verrà pubblicata domenica 16 settembre]
*
NOTE
1 Benedetto XVI, Visita alla Basilica di St. Paul ad Harissa e firma dell’Esortazione apostolica post-sinodale, del 14-9-2012.
2 Ibid.
3 Ibid.
4 Ibid.
5 Ibid.
6 Ibid.
7 Ibid.
8 Ibid.
9 Ibid.
10 Ibid.
11 Ibid.
12 Ibid.
13 Ibid.
14 Ibid.
15 Ibid.
16 Ibid.
17 Idem. Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Oriente, del 14-9-2012, n. 8.
18 Ibid., n. 96.
19 Ibid., n. 9.
20 Ibid., n. 10.
21 Ibid., n. 11.
22 Ibid.
23 Ibid., n. 12.
24 Ibid., n. 13.
25 Ibid., n. 16.
26 Ibid.
27 Ibid., n. 19.
28 Ibid., n. 20.
29 Ibid., n. 22.
30 Ibid.
31 Ibid., n. 23.
32 Ibid.
33 Ibid., n. 24.
34 Ibid., n. 25.
35 Ibid.
36 Ibid., n. 26.
37 Ibid.
38 Ibid.
39 Ibid.
40 Ibid.
41 Ibid., n. 27.
42 Ibid.
43 Ibid.
44 Ibid.


LIBERTÀ RELIGIOSA CONTRO IL LAICISMO E IL FONDAMENTALISMO (SECONDA PARTE) - Un commento sull'esortazione apostolica postsinodale "Ecclesia in Oriente" di Massimo Introvigne

ZI12091606 - 16/09/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-32612?l=italian

ROMA, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org).- Alla vera nozione di libertà religiosa, e al corretto rapporto fra religione e politica, si oppongono – come già si è accennato – da una parte il laicismo e dall’altra il fondamentalismo. «Come il resto del mondo, il Medio Oriente conosce due realtà opposte: la laicità, con le sue forme talvolta estreme, e il fondamentalismo violento che rivendica un’origine religiosa»45. Il problema è che spesso alcuni ambienti musulmani, rifiutando il laicismo – cioè l’inaccettabile e assoluta separazione fra religione e politica – finiscono per rifiutare anche la laicità, che è invece la corretta e necessaria distinzione fra queste due realtà, che evita la confusione tra loro che è tipica del fondamentalismo. «È con grande sospetto che alcuni responsabili politici e religiosi medio-orientali, di tutte le comunità, considerano la laicità come atea o immorale. È vero che la laicità può talvolta affermare, in maniera riduttiva, che la religione riguarda esclusivamente la sfera privata, come se non fosse che un culto individuale e domestico, situato fuori dalla vita, dall’etica, dalla relazione con l’altro. Nella sua forma estrema e ideologica, questa laicità, diventata secolarismo, nega al cittadino l’espressione pubblica della sua religione e pretende che solo lo Stato possa legiferare sulla sua forma pubblica»46. In verità, nota il Papa, «queste teorie sono antiche. Esse non sono più soltanto occidentali e non possono essere confuse con il cristianesimo»47. I musulmani hanno ragione di rifiutarle, ma questo rifiuto del laicismo non dovrebbe coinvolgere la laicità, che ha anche una sua forma sana e accettabile.
La spiegazione di che cosa si debba intendere per sana laicità, distinta e anzi opposta al laicismo, è particolarmente importante. «La sana laicità, al contrario, significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire la politica con gli apporti della religione, mantenendo la necessaria distanza, la chiara distinzione e l’indispensabile collaborazione tra le due. Nessuna società può svilupparsi in maniera sana senza affermare il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell’opposizione. Il rapporto appropriato si fonda, innanzitutto, sulla natura dell’uomo – dunque su una sana antropologia – e sul pieno rispetto dei suoi diritti inalienabili. La presa di coscienza di questo rapporto appropriato permette di comprendere che esiste una sorta di unità-distinzione che deve caratterizzare il rapporto tra lo spirituale (religioso) e il temporale (politico), perché ambedue sono chiamati, pur nella necessaria distinzione, a cooperare armoniosamente al bene comune. Una tale laicità sana garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e qualche volta poco conforme, o addirittura contraria, alle credenze religiose. Per questo la sana laicità (unità-distinzione) è necessaria, anzi indispensabile ad entrambe»48. Tra religione e politica non dovrebbe esserci né confusione né separazione, ma insieme unità e distinzione nella collaborazione. A causa delle peculiari circostanze del Medio Oriente, riconquistare questa verità non è facile. «La sfida costituita dalla relazione tra politica e religione può essere affrontata con pazienza e coraggio mediante una formazione umana e religiosa adeguata. Occorre richiamare continuamente il posto di Dio nella vita personale, familiare e civile, e il giusto posto dell’uomo nel disegno di Dio. E soprattutto, a tale scopo, occorre pregare di più»49.
Il rischio, naturalmente, non è costituito solo dal laicismo, C’è anche, all’estremo opposto, il fondamentalismo. «Le incertezze economico-politiche, l’abilità manipolatrice di certuni ed una comprensione insufficiente della religione, tra l’altro, costituiscono la base del fondamentalismo religioso. Quest’ultimo affligge tutte le comunità religiose, e rifiuta il vivere insieme secolare. Esso vuole prendere il potere, a volte con violenza, sulla coscienza di ciascuno e sulla religione per ragioni politiche»50. Cristiani, ebrei e musulmani dovrebbero lavorare insieme al fine «di sradicare questa minaccia che tocca indistintamente e mortalmente i credenti di tutte le religioni»51. «Utilizzare le parole rivelate, le Sacre Scritture o il nome di Dio, per giustificare i nostri interessi, le nostre politiche così facilmente accomodanti, o le nostre violenze, è un gravissimo errore»52.
Le conseguenze degli errori in tema di rapporto fra religione e politica non si limitano alla sfera teorica. Si manifestano in modo tragico, inducendo i cristiani della regione a emigrare, mentre nei Paesi più ricchi della zona affluiscono lavoratori immigrati, spesso a loro volta cristiani, i cui diritti alla libertà religiosa e alla dignità del lavoro spesso non sono rispettati. I cristiani, «per esperienza, sanno anche di essere vittime designate quando vi sono dei disordini. Dopo aver partecipato attivamente nel corso dei secoli alla costruzione delle rispettive nazioni e contribuito alla formazione della loro identità e alla loro prosperità, i cristiani sono numerosi a scegliere cieli più propizi, luoghi di pace in cui essi e le loro famiglie potranno vivere degnamente e in sicurezza, e spazi di libertà dove la loro fede potrà esprimersi senza che siano sottomessi a diverse costrizioni»53. Questa massiccia emigrazione dei cristiani dovrebbe essere ove possibile prevenuta, mentre nei Paesi dove si recano i cristiani medio-orientali dovrebbero essere oggetto di un adeguato accompagnamento pastorale, che ne rispetti le peculiarità.
Nello stesso tempo, il Medio Oriente conosce oggi «la presenza nei paesi ad economia forte della regione di lavoratori di ogni sorta provenienti dall’Africa, dall’Estremo Oriente e dal subcontinente indiano. Queste popolazioni costituite da uomini e donne spesso soli o da intere famiglie, affrontano una doppia precarietà. Sono stranieri nel paese dove lavorano, e sperimentano troppo spesso delle situazioni di discriminazione e d’ingiustizia»54. «Sfruttati senza potersi difendere, con contratti di lavoro più o meno limitati o legali, queste persone sono talvolta vittime di infrazioni delle leggi locali e delle convenzioni internazionali. D’altra parte, subiscono forti pressioni e gravi limitazioni religiose»55.
Se la prima parte dell’esortazione apostolica descrive il contesto sociale, politico e religioso del Medio Oriente – occasione per riflessioni che interessano tutta la Chiesa universale – la seconda e la terza entrano più direttamente nei problemi delle comunità cattoliche locali. Mi limito in questa sede a segnalarne alcuni. Anzitutto, com’è noto nei riti cattolici orientali vi sono – a differenza che nel rito latino – sacerdoti sposati, che sono a pieno titolo sacerdoti cattolici e coesistono con presbiteri che hanno scelto il celibato. Il Pontefice afferma che «il celibato sacerdotale è un dono inestimabile di Dio alla sua Chiesa, che occorre accogliere con riconoscenza, tanto in Oriente quanto in Occidente, poiché rappresenta un segno profetico sempre attuale. Ricordiamo, inoltre, il ministero dei presbiteri sposati che sono una componente antica delle tradizioni orientali. Vorrei rivolgere il mio incoraggiamento anche a questi presbiteri che, con le loro famiglie, sono chiamati alla santità nel fedele esercizio del loro ministero e nelle loro condizioni di vita a volte difficili. A tutti ribadisco che la bellezza della vostra vita sacerdotale susciterà senza dubbio nuove vocazioni che toccherà a voi coltivare»56.
La ricchissima storia del monachesimo medio-orientale dovrebbe a sua volta spingere tutti i cattolici, anche quelli che monaci non sono, a «meditare lungamente e con cura sui consigli evangelici: l’obbedienza, la castità e la povertà, per riscoprire oggi la loro bellezza, la forza della loro testimonianza e la loro dimensione pastorale. Non può esserci rigenerazione interna del fedele, della comunità credente e della Chiesa intera senza che ci sia un ritorno deciso e senza equivoci, ciascuno secondo la propria vocazione, verso il quaerere Deum, la ricerca di Dio che aiuta a definire e a vivere in verità il rapporto con Dio, col prossimo e con se stessi»57.
Altre indicazioni ribadiscono temi spesso affrontati da Benedetto XVI anche in contesti diversi da quello medio-orientale. Così, i laici sono invitati a «superare le divisioni e ogni interpretazione soggettivistica della vita cristiana. Fate attenzione a non separare questa – con i suoi valori e le sue esigenze – dalla vita in famiglia o nella società, nel lavoro, nella politica e nella cultura, perché tutti i vari campi della vita del laico rientrano nel disegno di Dio»58. Tra i campi d’impegno sociale e politico il Papa segnala la difesa della famiglia, in un contesto internazionale in cui «le proprietà essenziali del matrimonio sacramentale – unità e indissolubilità (cfr Mt 19, 6) – ed il modello cristiano della famiglia, della sessualità e dell’amore sono ai nostri giorni, se non contestati, almeno incompresi da certi fedeli. Vi è la tentazione di appropriarsi dei modelli contrari al Vangelo, veicolati da una certa cultura contemporanea, diffusa dappertutto nel mondo»59.
Speciale attenzione ha destato la parte dell’esortazione apostolica che, in un contesto segnato da discussioni sul tema specie all’interno del mondo musulmano, ribadisce la nozione cristiana dell’uguale dignità fra l’uomo e la donna. «Il primo racconto della creazione mostra l’uguaglianza ontologica tra l’uomo e la donna (cfr Gen 1, 27-29). Questa uguaglianza è ferita dalle conseguenze del peccato (cfr Gen 3, 16; Mt19, 4). Superare questa eredità, frutto del peccato, è un dovere per ogni essere umano, uomo o donna»60. «Vorrei assicurare a tutte le donne – prosegue Benedetto XVI – che la Chiesa cattolica, collocandosi nella fedeltà al disegno divino, promuove la dignità personale della donna e la sua uguaglianza con l’uomo, di fronte alle forme più varie di discriminazione alle quali è sottomessa per il semplice fatto di essere donna. Tali pratiche feriscono la vita di comunione e di testimonianza. Esse offendono gravemente non solo la donna, ma anche e soprattutto Dio, il Creatore»61.
Il Papa afferma che «i cristiani dei paesi della regione devono avere la possibilità di applicare nel campo matrimoniale e negli altri campi il loro diritto proprio, senza restrizione»62, cioè non devono essere sottoposti al diritto di famiglia islamico nei Paesi dove questo si confonde con la legge civile. È possibile tuttavia che anche nell’applicazione del diritto canonico cattolico ci siano talora problemi che derivano dal contesto culturale. Ecco allora la raccomandazione secondo cui «nelle vertenze giuridiche che, purtroppo, possono opporre l’uomo e la donna soprattutto in questioni di ordine matrimoniale, la voce della donna deve essere ascoltata e presa in considerazione con rispetto, al pari di quella dell’uomo, per far cessare certe ingiustizie»63. «La giustizia della Chiesa deve essere esemplare a tutti i suoi livelli e in tutti i campi che essa tocca. Bisogna assolutamente aver cura che le vertenze giuridiche relative a questioni matrimoniali non conducano all’apostasia»64.
La terza parte dell’esortazione fornisce indicazioni pastorali, catechistiche e liturgiche, che partono dall’accostamento alla Sacra Scrittura, raccomandando lo studio di un importante documento del Magistero dello stesso Benedetto XVI: «Nella prospettiva di un approccio ecclesiale alla Bibbia, una lettura, individuale e in gruppo, dell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini sarà di grande utilità»65. Dal contesto storico medio-orientale, il Papa trae un richiamo ai principi fondamentali illustrati nella stessa Verbum Domini. «Le scuole esegetiche di Alessandria, di Antiochia, di Edessa o di Nisibi hanno contribuito potentemente all’intelligenza e alla formulazione dogmatica del mistero cristiano nel IV e nel V secolo. La Chiesa intera ne è loro riconoscente. I sostenitori delle diverse correnti di interpretazione dei testi concordavano su alcuni principi tradizionali di esegesi, comunemente ammessi dalle Chiese d’Oriente e d’Occidente. Il più importante è credere che Gesù Cristo incarna l’unità intrinseca dei due Testamenti e di conseguenza l’unità del disegno salvifico di Dio nella storia (cfr Mt 5, 17)»66. «Viene poi la fedeltà ad una lettura tipologica della Bibbia, secondo la quale certi fatti dell’Antico Testamento sono una prefigurazione (tipo e figura) delle realtà della Nuova Alleanza in Gesù Cristo, chiave di lettura di tutta la Bibbia»67.
Sul piano pastorale, le Chiese del Medio Oriente aggiungono ai loro impegni quello di accogliere i milioni di pellegrini che vengono in Terrasanta. Si tratta di un pellegrinaggio cui la Chiesa non può rinunciare. «Improntato alla penitenza per la conversione e alla ricerca di Dio, ripercorrendo i passi storici di Cristo e degli Apostoli, il pellegrinaggio ai luoghi santi e apostolici può essere, se vissuto con fede e profondità, un’autentica sequela Christi. In un secondo tempo, dà anche ai fedeli la possibilità di impregnarsi maggiormente della ricchezza visiva della storia biblica che delinea davanti a loro i grandi momenti dell’economia della salvezza»68. A chi organizza pellegrinaggi Benedetto XVI fornisce anche un’ulteriore indicazione specifica: «Al pellegrinaggio biblico è opportuno anche associare il pellegrinaggio ai santuari dei martiri e dei santi, nei quali la Chiesa venera Cristo, fonte del loro martirio e della loro santità»69.
L’esortazione si chiude con due raccomandazioni consuete nel Magistero recente, relative all’Anno della fede e al Catechismo della Chiesa Cattolica. «L’Anno della fede che si situa nel contesto della nuova evangelizzazione sarà, se vissuto con intensa convinzione, un forte stimolo per promuovere una evangelizzazione delle Chiese della regione, e per consolidare la testimonianza cristiana»70. «Il Catechismo della Chiesa Cattolica è una base necessaria. Come ho già indicato, la sua lettura e il suo insegnamento devono essere incoraggiati, come anche un’iniziazione concreta alla Dottrina sociale della Chiesa»71.
[La prima parte è stata pubblicata ieri, sabato 15 settembre]
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NOTE
45 Ibid., n. 29.
46 Ibid.
47 Ibid.
48 Ibid.
49 Ibid.
50 Ibid., n. 30.
51 Ibid.
52 Ibid.
53 Ibid., n. 31.
54 Ibid., n. 33.
55 Ibid., n. 34.
56 Ibid., n. 48.
57 Ibid., n. 54.
58 Ibid., n. 56.
59 Ibid., n. 58.
60 Ibid., n. 60.
61 Ibid.
62 Ibid., n. 61.
63 Ibid.
64 Ibid.
65 Ibid., n. 70. Cfr. sul punto M. Introvigne - Pietro Cantoni, Esegesi biblica e Concilio Ecumenico Vaticano II. Una riflessione sull'esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Papa Benedetto XVI, in Cristianità, anno XXXVIII, n. 358, ottobre-dicembre 2010, pp. 19-33.
66 Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Oriente, cit., n. 70.
67 Ibid.
68 Ibid., n. 83.
69 Ibid.
70 Ibid., n. 88.
71 Ibid., n. 93.

venerdì 28 ottobre 2011


«Fondamentalismo e laicismo alle radici della violenza» di Massimo Introvigne, 27-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Al centro dell'evento di Assisi del 27 ottobre Benedetto XVI ha voluto porre un memorabile discorso, pronunciato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, che dà il senso dell'intero incontro.

A rigore ad Assisi non si è trattato di dialogo interreligioso, almeno nel senso che la parola aveva assunto fino a pochi anni fa. Non si è trattato di un confronto teologico fra le religioni alla ricerca di punti in comune. Secondo un'impostazione tipica di Benedetto XVI, l'incontro ha avuto il suo centro in una riflessione sulla violenza. Da dove vengono la violenza nelle sue varie forme e il terrorismo? E come combatterli? Una possibile risposta è che questi mali si possono combattere trovando un minimo comune denominatore fra le grandi religioni, una sorta di nucleo religioso universale, la cui ricerca espone però al rischio del sincretismo e del relativismo. Un certo dialogo interreligioso, anche cattolico, ha battuto per molti anni questa strada. Benedetto XVI ha scelto una strada del tutto diversa, quella dell'appello alla ragione e all'analisi razionale della storia, da cui possono emergere regole del gioco comuni per i credenti delle diverse religioni, e anche per i non credenti, posto che la ragione non è di per sé né cattolica, né musulmana né buddhista, ma è un patrimonio comune di tutti.

Dunque, da dove viene la violenza? All'epoca del primo incontro di Assisi, venticinque anni fa, ha detto il Papa, si poteva rispondere che la violenza veniva in gran parte dal comunismo e dalla divisione del mondo in due blocchi, con il rischio molto concreto di una guerra nucleare. «Allora la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. All’improvviso, gli enormi arsenali, che stavano dietro al muro, non avevano più alcun significato. Avevano perso la loro capacità di terrorizzare. La volontà dei popoli di essere liberi era più forte degli arsenali della violenza».

Perché cadde il comunismo nell'Europa Orientale? «La questione delle cause di tale rovesciamento è complessa e non può trovare una risposta in semplici formule. Ma accanto ai fattori economici e politici, la causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale.». Il Papa dunque ad Assisi ringrazia Dio per la caduta del comunismo di marca sovietica: un ringraziamento per un evento successivo al primo incontro di Assisi, e un ringraziamento doveroso che molti dimenticano di fare. «Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace. E bisogna aggiungere che in questo contesto si trattava non solamente, e forse neppure primariamente, della libertà di credere, ma anche di essa».

Contrariamente alle profezie su una presunta fine della storia dopo la caduta del comunismo sovietico, la violenza però non si è arrestata. «Ma che cosa è avvenuto in seguito? Purtroppo non possiamo dire che da allora la situazione sia caratterizzata da libertà e pace. Anche se la minaccia della grande guerra non è in vista, tuttavia il mondo, purtroppo, è pieno di discordia. Non è soltanto il fatto che qua e là ripetutamente si combattono guerre – la violenza come tale è potenzialmente sempre presente e caratterizza la condizione del nostro mondo. La libertà è un grande bene. Ma il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza. La discordia assume nuovi e spaventosi volti».

Se «cerchiamo di identificare un po’ più da vicino i nuovi volti della violenza e della discordia», ha detto il Pontefice, possiamo « individuare due differenti tipologie di nuove forme di violenza che sono diametralmente opposte nella loro motivazione e manifestano poi nei particolari molte varianti».

La prima violenza - che ha avuto il suo centro simbolico nell'11 settembre 2001 - viene dal fondamentalismo, da una distorsione della fede che nega la ragione. «Anzitutto c’è il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del "bene" perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza».

Naturalmente, il fatto che il fondamentalismo uccida in nome della religione è sfruttato da chi non ama le religioni in genere per attaccare tutte le loro forme, senza distinguere fra il fondamentalismo che mette la fede contro la ragione e forme religiose dove fede e ragione sono in armonia e in dialogo. «La critica della religione, a partire dall’illuminismo, ha ripetutamente sostenuto che la religione fosse causa di violenza e con ciò ha fomentato l’ostilità contro le religioni. Che qui la religione motivi di fatto la violenza è cosa che, in quanto persone religiose, ci deve preoccupare profondamente. In un modo più sottile, ma sempre crudele, vediamo la religione come causa di violenza anche là dove la violenza viene esercitata da difensori di una religione contro gli altri. I rappresentanti delle religioni convenuti nel 1986 ad Assisi intendevano dire – e noi lo ripetiamo con forza e grande fermezza: questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione».

Rispetto ad Assisi 1986 oggi le cose sono peggiorate. C'è un discorso antireligioso aggressivo che sembra dominante e usa il fondamentalismo come pretesto per quello che ritiene possa essere il colpo finale da portare contro la religione.  Questo discorso aggressivamente antireligioso «obietta: ma da dove sapete quale sia la vera natura della religione? La vostra pretesa non deriva forse dal fatto che tra voi la forza della religione si è spenta?». Né si può pensare ingenuamente di rispondere che questi problemi riguardano altre religioni ma non il cristianesimo, e che si potrebbe ottenere da chi propone il discorso antireligioso una sorta di trattamento preferenziale per i cristiani, ammettendo che la religione in genere è violenta e malvagia e il cristianesimo è una sorta di eccezione che conferma la regola. Illusione, perché il moderno discorso antireligioso è anticristiano nella sua essenza, ma anche perché «nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura».

Piuttosto, al discorso antireligioso va obiettato che nel secolo XX, e ancora oggi, non sono le religioni, neppure nella loro versione fondamentalista, a fare più  morti, ma le ideologie che odiano la religione. Il fondamentalismo che esalta la fede contro la ragione si è rivelato tossico, ma il laicismo che esalta la ragione contro la fede trasformandola così in razionalismo, è ancora più tossico, addirittura «senza misura». «Se una tipologia fondamentale di violenza viene oggi motivata religiosamente, ponendo con ciò le religioni di fronte alla questione circa la loro natura e costringendo tutti noi ad una purificazione, una seconda tipologia di violenza dall’aspetto multiforme ha una motivazione esattamente opposta: è la conseguenza dell’assenza di Dio, della sua negazione e della perdita di umanità che va di pari passo con ciò. I nemici della religione – come abbiamo detto – vedono in questa una fonte primaria di violenza nella storia dell’umanità e pretendono quindi la scomparsa della religione. Ma il "no" a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio».

Oggi dopo la caduta del comunismo c'è meno «ateismo prescritto dallo Stato» ma c'è una nuova forma di «"decadenza"dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso».

Ma c'è anche un altro fenomeno, che la Chiesa segue con grande interesse, il cosiddetto nuovo ateismo. «Accanto alle due realtà di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell’agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: "Non esiste alcun Dio". Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono "pellegrini della verità, pellegrini della pace". Pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri».

Che essi non riescano a trovare Dio «dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile».  Solo in questo senso, che esclude dunque ogni deriva relativistica, si può parlare di un impegno comune delle religioni, fondato sulle verità di ragione, sul diritto naturale e su una autocomprensione della categoria stessa di religione che escluda il fondamentalismo e così testimoni più efficacemente per la religione contro il laicismo. Il comunismo è caduto, ma la violenza rimane. Se le religioni - e anche il mondo dei non credenti in buona fede - non si danno regole comuni fondate sul buon uso di ragione la violenza non potrà che continuare. Per questo il Papa ha ritenuto necessario un nuovo evento di Assisi.

martedì 25 ottobre 2011

Se la primavera diventa inverno di Riccardo Cascioli, 25-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

I fondamentalisti musulmani hanno sempre considerato come primi nemici da abbattere, non i paesi occidentali, ma i regimi filo-occidentali e laici dei paesi islamici. “Regimi corrotti e nemici dell’islam”, hanno sempre detto. E anche paesi sostanzialmente integralisti, come l’Arabia Saudita, sono entrati nel mirino di qaedisti e compagni per l’alleanza politico-strategica con gli Stati Uniti, che ha avuto il suo culmine con la concessione di basi per la guerra all’Iraq.

E’ sempre bene tenere a mente questo particolare, soprattutto guardando alla piega che stanno prendendo gli eventi in questa regione. Sebbene a muovere le piazze e a dare il via alle manifestazioni siano state anche, e soprattutto, folle che si ribellavano a regimi corrotti e aspiravano alla libertà e alla democrazia, appare sempre più evidente che siano ora gli islamisti a prendere il controllo della situazione: i Fratelli Musulmani appaiono di gran lunga il partito più forte in Egitto, e le elezioni di novembre lo ratificheranno; al Cairo l’aria è già cambiata e a goderne maggiormente è nei territori palestinesi il partito di Hamas (che ricordiamolo è la branca locale dei Fratelli Musulmani); in Tunisia, a scrutinio non ancora terminato, il partito islamico è in netto vantaggio. A questo si deve aggiungere, soprattutto in chiave internazionale, l’irrigidimento della Turchia e il grosso punto interrogativo sul futuro dell’Iraq. Da ultimo la Libia, dove la dichiarazione di domenica del presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mahmoud Jibril, sul futuro della Libia basato sulla sharia (la legge islamica) ha dato la sgradevole sensazione che la guerra scellerata voluta da Francia e Gran Bretagna abbia avuto il risultato immediato di consegnare su un vassoio d’argento un altro paese all’islam militante.

Tra i vecchi regimi arabi scricchiolano poi soprattutto quello di Assad in Siria, con una repressione che continua con prezzi di vite umane sempre più insostenibili, e quello yemenita. E anche il regime saudita non gode di ottima salute.

Vale a dire che si sta pericolosamente realizzando il primo punto del programma islamista, oltretutto con il sostegno o con l’implicita approvazione dei governi occidentali che pure dieci anni fa si erano mossi proprio per scongiurare questo pericolo. Ad essere più preoccupante è la noncuranza e l’irrazionale ottimismo con cui i governi europei e americano guardano all’evolversi della situazione, come le dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri sulla situazione libica dimostrano. Si può legittimamente sperare che ci sia una evoluzione democratica, e cercare di agevolarla, ma tale speranza non può basarsi su illusioni o ignoranza dei fenomeni in corso.

Come dimostra in modo esauriente l’analisi della nostra Valentina Colombo in questa pagina, sharia e libertà religiosa sono inconciliabili. Laddove c’è la sharia là c’è la persecuzione delle minoranze religiose, cristiani in testa. Quando un governo o un partito annuncia che la legge islamica sarà il fondamento dello stato, dovrebbe scattare subito l’allarme. E’ inutile fare gli appelli o approvare mozioni e risoluzioni per condannare la persecuzione dei cristiani quando si è fatto di tutto per mandare le forze islamiste al governo. Quando è possibile, meglio pensarci prima.

lunedì 9 maggio 2011

Nepal, la fede in ostaggio degli estremisti indù di Danilo Quinto, 07-05-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it

Il parroco della cattedrale di Kathmandu all’inizio del mese di aprile, ha chiesto a tutti i cattolici di non introdurre borse e contenitori all’interno delle Chiese, dopo una serie di esplosioni contro auto pubbliche registrate nella regione del Terai (Nepal meridionale), costate un morto e oltre 50 feriti. Negli ultimi anni, in questa regione si è registrata una grande attività degli estremisti indù legati al Nepal Defence Army (Nda). Il gruppo è responsabile dell’attentato alla cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu -  il 23 maggio 2009, persero la vita tre cristiani e tredici rimasero feriti - degli attacchi alla sede del Congress Central Party  dell’11 agosto 2010 ed alla moschea di Birantnagar del 26 aprile 2010 ed è anche sospettato della morte di padre John Prakash, di origine indiana, rettore della scuola salesiana di Sirsya (Morang) - “primo martire della Chiesa nepalese” - ucciso nel luglio 2007 a Bandel, villaggio a 45 chilometri dalla città di Kolkata.

Il Rapporto di “Amnesty International” denuncia che nella Repubblica federale democratica del Nepal, si verificano centinaia di uccisioni e rapimenti da parte delle forze statali e dei gruppi armati e la polizia è ricorsa a un uso non necessario ed eccessivo della forza per disperdere manifestazioni politiche e di rivendicazione dei diritti, picchiando tra l'altro i manifestanti con lathis (lunghi bastoni di legno) e con i calci delle pistole. Sono stati riferiti casi di tortura e altri maltrattamenti di detenuti e uccisioni di persone sospettate di essere affiliate con gruppi armati, in "scontri" simulati. A parere di “Amnesty” sono rimasti disattesi gli impegni assunti dal Nepal con l'Accordo completo di pace del 2006 per l'affermazione dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Entrambe le parti impegnate nel conflitto terminato nel 2006, si resero responsabili della sparizione forzata di persone, sembra piu’ di 1.300. È proseguito il clima di impunità per i perpetratori di violazioni dei diritti umani durante il conflitto e nessun caso è stato portato davanti a un tribunale ordinario. Le autorità non hanno provveduto a dare attuazione ai mandati d'arresto disposti dai tribunali nei confronti di personale militare accusato di violazioni dei diritti umani, né hanno provveduto a risolvere il problema di oltre 2.500 ex bambini-soldato, rimasti dopo il conflitto nei cosiddetti “accantonamenti”.

Oltre un centinaio di gruppi sono rimasti operativi dopo il conflitto armato nella regione nepalese del Terai, rendendosi responsabili di violazioni dei diritti umani, come rapimenti di membri della comunità pahadi (collina) e attentati dinamitardi in luoghi pubblici. Come quelli che hanno subito le comunità cattoliche. La Nepal Defence Army, in particolare, combatte contro la secolarizzazione dello Stato e contro le aperture alle religioni di minoranza – i musulmani, concentrati nella regione del Terai e i cristiani, alle quali si aggiunge una piccola comunità ebraica, composta da 1.500 persone – rispetto alle fedi tradizionali: l’induismo e il buddismo.
Le violenze contro i cattolici aumentano tra il 2008 e il 2009, soprattutto ad opera dell’estremismo di matrice indù, divenuto più violento dopo la caduta della monarchia nel 2007 e dopo la riduzione allo stato civile di re Gyanendra.

Nei mesi seguenti l’omicidio di padre John Prakash, gli estremisti inviano minacce di morte a sacerdoti e membri della comunità cattolica, ordinando la chiusura di tutti gli istituti cattolici. Le intimidazioni colpiscono anche mons. Anthony Sharma, vicario apostolico del Nepal e alla fine di luglio il prelato scrive una lettera al Ministero degli Interni, dove chiede maggiore sicurezza per i cristiani da parte del governo, avvertendo sulla possibile chiusura delle scuole cattoliche del Paese. Il governo risponde inviando la polizia a guardia e protezione di chiese e istituti religiosi, ma l’iniziativa non ferma la violenza.

Il 23 maggio 2009, Sita Thapa Shrestha, ragazza di 27 anni e membro del Nepal Defence Army, fa esplodere una bomba all’interno della cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu. L’arresto dell’attentatrice avviene il 4 giugno 2009. Riferisce il rapporto di “Aiuto alla Chiesa che soffre” che durante l’interrogatorio della polizia, la donna giustificò l’attentato con “il profondo odio verso i cristiani e le religioni diverse da quella indù”. Il 6 settembre 2009 la polizia arresta nel distretto di Jhapa (est del Paese) Ram Prasad Mainali, mandante dell’attentato e leader dell’Nda. A tutt’oggi Mainali resta in carcere e alla fine del 2009 ha chiesto perdono a cattolici e musulmani per gli atti commessi.

Le violenze non hanno comunque fermato la crescita dei cattolici. Secondo mons. Anthony Sharma, gesuita e Vescovo del Nepal, ogni anno circa 300 persone si convertono al cattolicesimo. La comunità cristiana del Nepal conterebbe, in base ad alcune stime, due milioni di fedeli, ma l'unica cifra sicura è il numero di cattolici: circa 8.000, secondo i registri parrocchiali. La clausola 11 della Bozza preliminare della Commissione sui Diritti fondamentali e i Principi direttivi (CFRDP) dell'Assemblea costituente, nella quale non siede alcun rappresentante della comunità cristiana, recita così: "ogni persona avrà la libertà di professare, praticare e preservare la propria religione in conformità con la propria fede, o di astenersi da qualsiasi religione. A patto che nessuna persona sia autorizzata ad agire contrariamente alla salute pubblica, al contegno decente e alla moralità, abbandonandosi ad attività che mettano in pericolo la pace pubblica o convertendo una persona da una religione a un'altra, e nessuna persona agisca o si comporti in modo da violare la religione altrui”.

Numerosi cristiani di professione protestante si sono di recente impegnati in uno sciopero della fame per affermare il diritto di seppellire i loro morti nei pressi del tempio indù di Pashupatinath, nella periferia est di Kathmandu, uno dei più importanti dell'induismo, che sorge sulle rive del fiume sacro Bagmati.. Mentre in Nepal, secondo la tradizione induista, viene praticata la cremazione, alcune religioni minoritarie preferiscono l'inumazione, ma a causa di un "boom" edilizio, i terreni per la sepoltura si fanno sempre più rari nella capitale, un fenomeno che ha spinto alcuni gruppi, fra cui i cristiani e i Baha'i, a seppellire i loro morti nella foresta di Sleshmantak, nei pressi del tempio di Pashupatinath. Secondo i dati diffusi dalla Federazione cristiana, ci sono già 200 pietre tombali nell’area di Sleshmantak e i cristiani hanno pagato dai 6 ai 10 euro per ogni tomba (l’ha riferito “AsiaNews”).

Dopo le proteste della comunità indù, che considera sacra l'intera foresta, le autorità hanno proibito il 29 dicembre scorso le inumazioni a Sleshmantak e l'ente che gestisce il tempio - il Pashupati Area Development Trust (PADT) - ha cominciato a distuggere le prime tombe. In seguito alla protesta da parte delle minoranze religiose, fra cui il "Christian Advisory Committee for the New Constitution" (CACNC), il ministero della Cultura e degli Affari federali sembrava disposto ad autorizzare nuovamente le sepolture, ma poi è stato costretto a cambiare idea sulla scia delle reazioni dei gruppi indù radicali.

La crisi si è aggravata quando la polizia ha bloccato il funerale di un giovane membro della minoranza etnica Kiranti-Rai, che da lunghissimo tempo seppellisce i propri defunti nella foresta di Sleshmantak. In seguito alle manifestazioni di protesta dei Kiranti, il governo ha autorizzato nuovamente il 2 febbraio la sepoltura di Kiranti nella foresta ed ha annunciato la creazione di una commissione che dovrà risolvere la delicata questione delle sepolture dei defunti non indù. A sua volta, la United Christian Alliance of Nepal (UCAN) - un organismo ecumenico che raggruppa dieci denominazioni cristiane, fra le quali la Chiesa cattolica - ha pubblicato il 5 febbraio una dichiarazione chiedendo al nuovo governo di dedicare "tutta la sua attenzione alle comunità cristiane e alle persone che reclamano il diritto di poter seppellire i loro morti", sempre secondo l'EDA. In attesa di una soluzione, i cattolici di Kathmandu hanno cominciato già circa un anno fa a praticare a loro volta la cremazione. "Per risolvere questa situazione noi cattolici abbiamo iniziato a cremare i morti, mettendo una lapide commemorativa sulle pareti delle chiese", aveva annunciato il parroco della cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu, padre George Karapurackal (“AsiaNews”, 22 febbraio 2010). Questa soluzione provvisoria comporta però nuove forme di discriminazione, come ha ricordato mons. Sharma, perché sulle piattaforme sulle quali avvengono le cremazioni si fa una distinzione fra le caste e i cristiani sono trattati come persone di bassa casta.  Nel 2009 i cristiani protestanti hanno segnalato un incremento dell’attività dell’estremismo indù, lamentando continui casi di estorsione, minacce e violenze, coincise con gli attentati compiuti a danno della comunità cattolica. Oltre alle violenze, denunciano soprattutto una loro estromissione dalla vita sociale del Paese e restrizioni alle loro attività religiose.

Riferisce “Aiuto alla Chiesa che soffre” che Narayan Sharma, leader della chiesa protestante, afferma che fino a tre anni fa in Nepal c’era l’unica monarchia indù del mondo, dove i cristiani vivevano una discriminazione da parte dello Stato, erano ostracizzati dalla società e imprigionati se trovati in preghiera. “Ufficialmente – dice Sharma – il Paese è cambiato nel 2007, con il passaggio ad un regime democratico secolare: ma tre anni dopo, tutto era rimasto come prima. Tempo fa la nostra comunità ha comprato un pezzo di terra in una foresta, nel distretto di Gorkha (Nepal Occidentale) per avere un cimitero, ma quando la comunità locale ne è venuta a conoscenza, ci ha chiesto di restituire la terra, dicendoci che non volevano cadaveri tra loro perché attiravano gli spiriti maligni”.

Sharma afferma che per i cristiani l’unico modo di seppellire i morti è farlo vicino alle loro abitazioni e che per i cristiani è anche difficile costruire e mantenere i propri luoghi di culto: “Le chiese non possono essere registrate: di conseguenza non godono dell’assistenza dello Stato come i templi indù o le moschee islamiche. I templi hanno a disposizione tutta le terra che vogliono, hanno elettricità e acqua, anche le madrasse islamiche ricevono fondi dallo Stato e il governo fornisce sussidi per il pellegrinaggio annuale a la Mecca”.

I cristiani lamentano anche l’inadeguata rappresentanza all’interno delle Istituzioni politiche. Tra i 601 membri dell’Assemblea costituente non vi sono cristiani, anche se il governo ha il potere di nominare almeno un delegato per le minoranze prive di rappresentanza politica. “Nonostante i cristiani siano in Nepal da oltre 350 anni – afferma Sharma – sono come orfani. Non c’è nessuno che possa parlare per noi, e siamo discriminati oltre ogni immaginazione”.
Con la proclamazione dello Stato secolare si assiste ad un aumento delle violenze estremistiche indù anche contro la comunità islamica. Violenze, attentati e minacce si sono intensificate con le elezioni del 10 aprile 2008, proseguite anche nei mesi successivi.

Il 26 aprile 2008, a Birantnagar, il Nepal Defence Army (Nda) fa scoppiare una bomba nei pressi della locale moschea durante la preghiera del sabato sera. L’ordigno uccide due persone e ne ferisce altre due. Il 4 ottobre 2008 uno sconosciuto fa esplodere un potente ordigno davanti alla moschea di Morang, ferendo quattro persone.

Nel 2009 i musulmani hanno chiesto al governo maggiore sicurezza e la possibilità di avere spazio nella scrittura della nuova Costituzione. Essi sostengono la necessità di riconoscere una identità “separata” alla comunità islamica del Paese, in maggioranza nella regione meridionale del Terai, compresa l’applicazione della sharia.

Nel 2008 l’avvento al potere dei maoisti fa segnare in Nepal una diminuzione della storica influenza del governo indiano – da sempre punto d’appoggio per i tibetani - in favore di un avvicinamento del Paese al partito comunista cinese. Le restrizioni hanno inizio già nel marzo 2008, quando il governo maoista assicura a Pechino la volontà di impedire qualsiasi manifestazione anticinese per l’anniversario dell’invasione del Tibet (10 marzo 1959). In quei giorni, migliaia di tibetani scendono per le strade. La polizia arresta oltre 130 persone, picchiando e imprigionando anche chi manifesta in modo pacifico, suscitando la decisa protesta dei funzionari delle Nazioni Unite, di stanza nella capitale. La stessa scena si ripete nel 2009, con arresti e pestaggi arbitrari, mentre sul confine vengono arrestati oltre 140 tibetani che tentavano di passare nascostamente oltre confine.

A tutt’oggi, gli oltre 20mila profughi tibetani, da decenni in esilio in Nepal, lamentano l’incremento di discriminazioni e restrizioni anche nella vita quotidiana, inclusa l’interferenza della polizia nelle celebrazioni religiose, con conseguenti violenze e minacce. Le restrizioni coinvolgono anche le autorità locali che consentono lo svolgersi delle celebrazioni solo in luoghi privati e non in pubblico.