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venerdì 8 giugno 2012


Recensione libraria: “Relativismo giuridico” di Galantini e Palmaro, 5 giugno 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

(di Cristina Siccardi) Joseph Ratzinger in L’elogio della coscienza. La verità interroga il cuore (Cantagalli, Siena 2009, pp.176, € 13,50) aveva spiegato che oggi il «fine dello Stato è raggiunto quando è assicurata la libertà di tutti»: è questa l’unica e grande ideologia sopravvissuta alle nefaste ideologie che si sono issate, quali giganti demoni, nell’Europa del Novecento; tale asserto ha un motore, nel pensiero «dell’io che si fa Dio» descritto nel Libro Sacro della Genesi, che ha causato il peccato originale.
A chiunque «piace sentirsi dire: io, Stato, ti governerò, ma voglio prometterti che con me resterai un uomo libero. E nessuno, viceversa, ama un potere costituito che si presenti dicendo: io sarò il tuo sovrano e tu dovrai obbedienza alla mia autorità. La grande diffusione del modello democratico nel mondo moderno si deve essenzialmente a questa promessa epocale, di tipo quasi metafisico: la promessa, cioè, di un sistema di potere nel quale il governato e il governante coincidono». Tale analisi è dottamente sviluppata nel libro di Luca Galantini e Mario Palmaro, Relativismo giuridico. La crisi del diritto positivo nello Stato moderno (Vita & Pensiero, Milano 2012,  pp. 129, € 14,00).

La democrazia, che a ventaglio apre i diritti alle libertà di ciascuno, è una visione sorta e maturata con la Rivoluzione francese. Ma qual è il reale concetto di libertà? Da qui partono le idee dei legislatori, idee, che, non avendo più aggancio alcuno con una verità, diventano soggettivistiche, connesse ad un relativismo che da larvato si è fatto sempre più (a mano a mano che la civiltà si è secolarizzata) esasperato, fino alla distruzione (aborto) degli individui che di quello Stato fanno già parte (visto che sono previste leggi per loro): i bambini non ancora nati.

Leggendo questo istruttivissimo saggio sorgono alla mente le pitture di Pieter Paul Rubens e di Francisco Goya, i quali dipinsero mirabilmente Saturno che divora i propri figli: il dio romano Saturno (Crono per i Greci), essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli gli avrebbe usurpato il posto, li divorava al momento stesso della loro nascita. Ebbene, i governi, improntati sulla laicità e la democrazia ormai incontrollate, stanno divorando le creature non sue, ma di Dio.

È sorta la sovranità illimitata della volontà personale. Ma non era così… e questa non è semplice nostalgia per il passato, ma reale constatazione storico-filosofica-giuridica-culturale. Tutto sta nella partenza. L’idea di Stato nasce dalla concezione che si ha della vita e della sua origine. Se si pone Dio al vertice di tutto ne conseguirà che la libertà riguarda gli attributi dell’Essere perfettissimo, che ha creato liberamente, «allora il reale risponde a un fine, ogni cosa ha un significato e una perfezione da realizzare» e anche l’uomo ha un fine a cui guardare, fine che è inscritto nella sua natura.

La legge morale è la via per raggiungere questo fine ed è norma obbligatoria, come vigono leggi obbligatorie in tutto il creato. L’uomo, però, a differenza delle altre creature, può violare (con il libero arbitrio) le norme morali, ovvero i Comandamenti di Dio, uccidendo, mentendo, rubando, tradendo, ingannando, truffando; ma tali atti rompono l’ordine, interno ed esterno, costituito. Quindi la libertà necessita di due elementi fondamentali: criteri e limiti, altrimenti è violenza.

Il concetto di verità è perlopiù scomparso dall’orizzonte della società democratica che ha preso la sociologia come misura di conoscenza di sé stessa, bandendo la filosofia: nessuna giustificazione ultima metafisica è più prevista per gli ordinamenti giuridici statuali. Il riferimento principe, oggi, è quello dell’integrazione sociale, in grado di sopperire al bisogno di credenze dogmatiche venute meno con il declino del ruolo pubblico della religione e della legge naturale. Da questi postulati sorge la cosiddetta «tirannia della maggioranza», come l’ha definita Tocqueville e il processo di dissoluzione progressiva della società tradizionale si è realizzata sul piano etico, religioso, dei costumi e del diritto.

Il pensiero classico, medievale e cristiano ha sempre sostenuto il primato dei doveri sui diritti. Il pensiero moderno ha capovolto questo rapporto, non ponendo più limiti alle proprie esigenze, trasformate sempre e comunque in diritti. Fallita l’utopia illuminista di una società di eguali, che cosa resta nelle società liberali «spoliticizzate», in un panorama che impone, contronatura, la globalizzazione del mondo?

Ecco che in una visione completamente nichilista è lasciato spazio di manovra soltanto all’immanentismo, ai principi economico-finanziari e al tecnicismo. Mentre all’uomo, privo di connotati metafisici, non resta che essere un atomo sociale, un puro accidente dell’universo, un essere presente “per caso”, non amato e neppure desiderato. Questo il risultato dell’estromissione del sacro dalla storia. Ecco perché ci vengono incontro, impetuosamente e impietosamente, Rubens e Goya con i loro inquietanti dipinti. (Cristina Siccardi)

domenica 1 aprile 2012


Laicità: l’errore di Paolo Flores d’Arcais di Luigi Baldi, dottore di ricerca in Filosofia, 1 aprile, 2012, http://www.uccronline.it

Di grande interesse risulta il dibattito suscitato da un intervento del Card. Angelo Scola (“La presunta laicità della politica”), pubblicato su “Repubblica” del 26/2/2012, stralcio di una conferenza tenuta nello stesso giorno nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, e dalla lettera di risposta del Prof. Paolo Flores d’Arcais, pubblicata sempre su “Repubblica” il 28/2/2012.

Scola parte dalla constatazione di una crisi comunicativa epocale, dovuta all’incapacità dei diversi codici universali secolarizzati di elaborare una piattaforma di valori comune agli uomini. E’ la sfiducia nella possibilità stessa di una domanda fondata su un logos, quindi, comunicabile e condivisibile da tutti gli uomini, in quanto dotati di ragione. La sfiducia nel logos si traduce inevitabilmente nella difficoltà di comunicare, negando il fondamento della democrazia, come ricerca dialogica del bene comune della polis. Se ogni opinione è vera ne consegue che la verità è un fatto privato: pubblico è solo lo spazio vuoto, il contenitore neutro. La democrazia si risolve, allora, in una procedura di garanzia del “rispetto delle regole” (innanzitutto quella della maggioranza), che implica la neutralità dello spazio pubblico, ovverosia l’azzeramento di qualunque pretesa di cercare il vero e il bene universale.

Per Scola, invece, la politica è «l’ambito in cui tutti i “diversi” debbono avere la possibilità di contribuire responsabilmente al bene comune della comunicazione», in quanto è «veramente pubblico, e perciò sanamente laico, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti, di mettersi nel gioco di una “narrazione reciproca». Flores d’Arcais obbietta che la laicità della polis si misura sull’assenza di ogni «riferimento religioso nello spazio pubblico»;, ovverosia in «quel processo permanente di formazione dell´opinione pubblica e deliberazione istituzionale, che mette capo alla promulgazione di una legge». Il fatto è che per Scola il senso religioso è un fatto pubblico per definizione e si radica in quell’esperienza di apertura trascendentale all’essere, che sta alla base anche della filosofia, dell’arte, della scienza, in una parola dell’uomo. L’uomo come persona è per natura “politico”, aperto alla relazione e alla condivisione con gli altri, quindi alla ricerca in comune del bene della polis. Il pubblico, da questo punto di vista, non è una zona franca rispetto alla realizzazione di questa dinamica umana, ma è, al contrario, proprio il luogo della sua attuazione, del farsi della sua storia: è un pieno, non un vuoto. Laicità, dunque, significa apertura alla ricchezza dell’umano, non chiusura in uno spazio autosufficiente e puro perché “bianco”. Il pubblico è laico nella misura in cui pone le condizioni affinchè l’uomo possa svilupparsi e attuare in pienezza le proprie potenzialità naturali di essere razionale e relazionale.

La religione, quindi, ha una dimensione pubblica perché il senso religioso costituisce storicamente il principio ispiratore della cultura umana in tutte le sue espressioni. Possono esistere stati atei ma non popoli senza una tradizione religiosa. Tenere conto della tradizione religiosa del suo popolo è cosa ben diversa per uno stato da imporre una religione ai cittadini o discriminare in virtù dell’appartenenza religiosa. Non si può obiettare che lo stato deve essere neutro, altrimenti discrimina necessariamente. Una neutralità di tal fatta è solo una finzione, che nasconde semplicemente il tentativo scorretto e surrettizio di sostituire la propria concezione a un’altra concorrente. Ciò che conta è il rispetto dei diritti inviolabili della persona umana, tra i quali c’è proprio la libertà da coercizioni nella ricerca della verità, cioè la libertà della volontà sulla base del giudizio della coscienza, specialmente in materia religiosa. Flores d’Arcais parte, invece, da una identificazione tra pubblico e privato, in cui il primo si identifica con una sua dimensione fondamentale ma parziale, cioè lo stato. In tale quadro tutti i soggetti diversi dallo stato perdono il carattere di “pubblico” e divengono automaticamente privati, legittimati a esistere per concessione dello stato, ma privati.

Proprio nel Cristianesimo, del resto, è l’origine del concetto di laicità («il mio regno non è di questo mondo», Gv 18, 36). La tentazione di arrivare alla Resurrezione senza passare attraverso la Croce è all’origine di ogni fondamentalismo religioso. L’alterità irriducibile di Dio rispetto al mondo impedisce di confondere il Regno di Dio con qualunque realizzazione umana, per quanto cristiana sia (“Gaudium et Spes” 39). Se Dio è trascendente e creatore, il potere non può essere divinizzato e la politica appartiene all’ambito delle realtà penultime, “cause seconde” (San Tommaso) o “fini infravalenti” (Maritain).  Qualunque concezione immanentistica che collochi la causa prima nel mondo, giungendo, perciò, a divinizzarlo, finisce, invece, per assolutizzare e divinizzare anche il potere politico. Ne sono esempi il totalitarismo, vera religione secolare, e lo stesso fondamentalismo religioso, che, al di là dell’apparente rivendicazione anti-moderna del primato di Dio sul “secolo”, assomiglia a una forma molto moderna di politicizzazione del religioso. Il cristiano si muove nell’ambito delle realtà penultime con la capacità di argomentazione fondata sulla propria natura di creatura razionale, consapevole che il senso del penultimo sta nelle realtà ultime. La Chiesa è competente su “come si va in cielo”, non certamente su “come va il cielo”: il fatto è che a volte chi è competente in quest’ultimo ambito pretende, sulla base del suo metodo di argomentazione, di parlare del primo. Essa, quindi, non può tacere quando le questioni tecniche coinvolgono problemi morali e toccano la verità rivelata su Dio e sull’uomo; né si vede perché dovrebbe farlo nel legittimo e “laico” confronto delle idee.

Non sono mancati tra i cristiani in diversi momenti storici cedimenti alla tentazione di scambiare il Regno di Cristo con il potere temporale e ciò può ancora accadere. E’, tuttavia, segno di profonda intolleranza e arroganza pretendere di imporre ai credenti di separare la propria fede dalla vita; sarebbe come pretendere da un ateo di separare il proprio ateismo dall’impegno pubblico. L’uomo non è fatto a moduli o a compartimenti stagni, in modo tale che se ne possa frantumare l’unità di vita, scindendo irrimediabilmente la vita privata da quella pubblica. In un contesto di trasformazioni ed emergenze epocali come il nostro è più che mai indispensabile il contributo di tutte le energie alla soluzione di problemi planetari e inediti. In tale quadro un’idea di separazione tra religione e vita pubblica, che cerchi di chiudere la fede nel privato delle coscienze appare molto limitante. Dalle parole del prof. Flores d’Arcais, invece, risulta con evidenza il timore che il contributo delle religioni alle determinazioni della vita pubblica possa portare all’imposizione di una certa concezione o modello di vita personale e sociale sugli altri. L’equivoco di fondo è dato dalla confusione tra verità e sua imposizione. Il Cristiano, proprio perché sa che il regno di Dio non è di questo mondo e che lo stile di Gesù Cristo non conosce forzature e imposizioni, non può imporre niente a nessuno: quando lo ha fatto e lo fa ha sbagliato e sbaglia, confondendo errore ed errante e dimenticando, altresì, che «omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»(San Tommaso).

Lo stesso Dottore Angelico, pur non usando i termini “laicità” e “laicismo”, afferma che la legge umana e legge morale naturale non si sovrappongono, per cui la prima non necessariamente proibisce tutto ciò che proibisce la seconda. Essa non può imporre la virtù perché, così facendo, imporrebbe un livello di tensione etica, che molti non sarebbero in grado di sostenere; per questo si limita a vietare soltanto i comportamenti più gravi, che mettono direttamente in pericolo la conservazione della comunità umana (per es. omicidi, furti e simili) (S.Th. I-II, 96, 2). La vera intolleranza sembra essere oggi quella di chi pretende, con le armi spuntate di una ragione cartesiano-spinoziana, di ergersi a giudice inflessibile e inappellabile dei contenuti della rivelazione cristiana, tanto da decretarne l’ostracismo dalla comunità civile. Il prof. Flores d’Arcais sottolinea che mai un credente può utilizzare Dio nel processo di formazione di una legge, per se stessa generale, cioè valida per tutti. Tale affermazione, però, presuppone una concezione della fede forse propria della riforma, certamente del fondamentalismo religioso o del “New Age”, irriducibilmente separata dalla cultura e non “fides quaerens intellectum”, secondo la tradizione cattolica. La fede cristiana è una delle fonti ispiratrici primarie della nostra cultura e questo vale anche per le categorie concettuali di coloro che la contestano: l’idea di laicità che professano, i diritti umani e la libertà di cui parlano, le università in cui molti insegnano, l’assistenza e gli ospedali dove anche loro si curano, i centri storici medioevali, le cattedrali e l’arte che anche loro, si spera, ammirano, la stessa Costituzione italiana vigente (relativamente al contributo, peraltro determinante, dei cattolici) sono tutti prodotti della cultura ispirata da una fede pensata e vissuta, come non può non essere la fede cristiana e che non avremmo se i credenti l’avessero riservata al privato.

Il fatto è che spesso un’argomentazione razionale, se proposta da un credente, ancora più se ecclesiastico, è valutata in modo pregiudizialmente negativo, mentre egli è chiamato, proprio in virtù della propria fede, a “rendere ragione della speranza” (1Pt 3, 15). L’argomentazione, allora, non è e non può essere il “Dio lo vuole” o il “perché sì!”, ma la dignità dell’uomo, creato come imago dei, senza che questo significhi per il credente aver «già messo tra parentesi la sua fede e il suo vissuto religioso, … cioè già esiliato il suo Dio dalla sfera pubblica». E’ la scelta tra un’idea di famiglia come soggetto meritevole di tutela dal punto di vista pubblico, per la sua rilevanza in relazione all’educazione dell’uomo e del cittadino, oppure come soggetto privato, in cui è prioritaria la salvaguardia degli interessi degli individui che la compongono. Si deve intendere per famiglia una “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29 Cost.), cioè una formazione sociale “originaria”, proprio perchè precedente lo Stato e, perciò, dotata di diritti ad esso preesistenti, come avviene per i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 Cost.) oppure una qualunque comunità tra persone fondata sul sentimento reciproco e sul desiderio di stare insieme, come soggetto privato che prescinde da ogni distinzione di sesso? E’ l’opzione tra un’idea di uomo come individuo, dotato di diritti e interessi tendenzialmente illimitati perché fondati sulla sua costituzione biologica, in cui il desiderio e la volontà assumono valore normativo e la cui libertà significa assenza di legami e l’idea di uomo come persona, singolo irripetibile e originario, ma naturalmente relazionale  e sociale, la cui libertà è responsabilità verso l’altro, mai assoluta ma sempre relativa a un ordine di valori oggettivo, basato sulla dignità della persona umana. E’ la scelta tra il riconoscimento che a partire dal concepimento, con la formazione del corredo genetico, si è in presenza di un essere umano, che va trattato come persona e il primato della volontà individuale e collettiva, che sceglie di determinare convenzionalmente il momento dell’emergere di una vita umana degna di tutela. E’ l’opzione tra disponibilità e indisponibilità della vita umana. E’ di questo che si discute.

giovedì 10 novembre 2011


La fine della politica di Mario Palmaro, 10-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Berlusconi è in coma, le opposizioni non hanno la forza di staccargli la spina e di prenderne il posto, vecchi dinosauri democristiani ordiscono le solite trame per dare vita a un governo istituzionale di larghe intese, ovviamente “per il bene comune”. Di fronte a questo spettacolo un po’ squallido, l’uomo della strada che fa? Ridacchia. Perché quando la politica entra in crisi acuta, come in queste ore, nell’Italiano Medio scatta un sottile, inconfessabile compiacimento. Inguaribili individualisti, siamo infatti convinti che la politica sia un incidente, un peso morto, un guaio che appesantisce il nostro passo, un enorme parassita che succhia energia vitale al nostro lavoro quotidiano. Come darci torto? Se pensiamo tutto questo, vuol dire che la politica ce ne ha fornito i motivi e le prove in quantità industriale.


Faremmo bene però ad accorgerci che sotto i nostri occhi sta accadendo qualche cosa di nuovo, anzi d’antico: e cioè che questa volta la politica non è semplicemente in crisi, ma rischia di scomparire. Definitivamente. Per essere rimpiazzata da qualche cosa che potrebbe essere molto peggio.


Tutti presi dalla foga di sostenere la fazione che ci piace, o quella che ci dispiace di meno, noi italiani rischiamo di non vedere la cosa più importante: e cioè che è in atto un “golpe” incruento che rischia di assestare alla sovranità nazionale del Bel Paese un colpo mortale. Qui non è più questione di Berlusconi o di Bersani, di Casini o di Prodi. Il punto è un altro: e cioè che organismi privi di qualunque rappresentatività democratica come il Fondo Monetario Internazionale, come la Banca Centrale Europea, come l’Unione Europea, dettano ai singoli Paesi del Vecchio continente ciò che si deve o non si deve fare.


Non vogliamo nemmeno sfiorare il merito dei provvedimenti che in questo frangente ci sono stati imposti: può darsi che siano indispensabili e perfino utili al bene comune. Non ha importanza. Il nodo è un altro: e cioè che, una volta imboccata questa strada, la politica nazionale è morta. E al suo posto si avanza una cosa difficile da definire, che ha però un nome preciso: tecnocrazia.


E’ incredibile l’indifferenza che in queste ore avvolge una simile svolta epocale. E fa tristezza che a questo conformismo deferente si unisca in buona parte lo stesso mondo cattolico, che dovrebbe avere in sommo discredito ogni ipotesi di governo tecnocratico, magari pure “mondiale”.


Per decenni siamo stati seppelliti sotto tonnellate di retorica democratica, e abbiamo commesso l’errore di pensare che la democrazia fosse non solo un sistema di governo, ma un vero e proprio valore morale assoluto intrinseco, coincidente con l’apogeo della storia delle dottrine politiche. Il processo rivoluzionario cominciato con la Rivoluzione francese ha lavorato alacremente per diffondere il sistema democratico nel mondo, dileggiando tutte le forme di governo che lo hanno preceduto. Il suggestivo rapporto di equilibri creato dal sistema Impero-Chiesa-Comuni di epoca medievale; le monarchie di diritto divino; il grande Impero centrale asburgico: tutta roba vecchia e cattiva, rimpiazzata finalmente dal vento fresco e pulito della democrazia. La quale, gettata la maschera, si è confermata per quello che è: e cioè il peggior sistema di governo a parte tutti gli altri, come ebbe a dire una volta Winston Churchill.


Bene: dopo averci detto che senza democrazia non si può vivere, ecco che improvvisamente, con la nascita di una moneta unica europea, i governi nazionali vengono ridotti all’impotenza a uno a uno. Ecco che si materializza la profezia elaborata da Francesco Gentile, uno dei più originali filosofi del diritto contemporanei, morto nel novembre del 2009: la dottrina della “politica come inconveniente”. Di che cosa si tratta?


La politica, pur con tutti i suoi orribili difetti, rappresenta il tentativo di discutere i problemi della polis e di trovare delle soluzioni per il bene della comunità. Perfino le tanto vituperate ideologie del ‘900 e i partiti che ne sono il prodotto rappresentano la forma storica di questa idea sostanzialmente umana di gestione della cosa pubblica. Che il sistema sia democratico o meno, il politico è comunque costretto dai fatti a confrontarsi con il popolo e a rendere conto al popolo: tanto è vero che nemmeno un dittatore può permettersi il lusso di governare a lungo senza consenso.


Ma la tecnocrazia è un’altra cosa: è potere esercitato da “esperti” e da elite non rappresentative, che decidono in modo totalmente autonomo rispetto al mondo reale degli uomini. Il passaggio dalla politica alla tecnocrazia è purtroppo, secondo Gentile, un esito scritto nella tragedia delle ideologie moderne – marxismo e liberalismo – nient’affatto opposte fra loro, ma complementari e progressive, essendo entrambe rivoluzionarie. Alla fine, lo sbocco è quello di consegnare il governo nelle mani di chi detiene il potere finanziario, di chi maneggia le leve dell’economia globalizzata. Ecco che la politica diventa un inconveniente, cioè un ostacolo da togliere di mezzo perché disturba il manovratore, agitando totem anacronistici come l’interesse nazionale, il bene comune, la volontà del popolo. E magari – perché no? – i principi non negoziabili.

Sembra molto difficile non scorgere, in quello che sta accadendo alla Spagna, alla Grecia, e ora all’Italia, il sigillo di questa operazione di “sgombero” della politica nazionale, a favore dei poteri finanziari. Forse la sciagura si sarebbe potuta evitare non accettando la trappola mortale dell’Euro, e tenendoci stretta la facoltà di battere la nostra cara vecchia Lira, come strumento di compensazione agli squilibri della finanza internazionale.  Ora il nuovo Presidente del Consiglio italiano, qualunque sarà il Premier dopo Berlusconi, sarà costretto a presentarsi in Europa come un peone messicano dei vecchi film hollywoodiani: pigiama bianco, sombrero in mano e sguardo basso.


In uno scenario del genere, c’è da chiedersi se abbia ancora senso organizzare una campagna elettorale, litigare nelle piazze e nelle tribune politiche, e andare a votare. Non più a Roma, ma altrove, si decidono le sorti del nostro Paese.


Siamo già in una tecnocrazia? Difficile dirlo. Certo è che il modo più sicuro per imboccare quella strada sarebbe il famoso “governo tecnico”.  Magari fra mille scodinzolii e sguardi di compiaciuta deferenza di fronte all’esperto di economia “super partes”, al tecnico apprezzato ad Harward; insomma, all’uomo della Provvidenza. Pardon: della Previdenza.

martedì 25 ottobre 2011

Se la primavera diventa inverno di Riccardo Cascioli, 25-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

I fondamentalisti musulmani hanno sempre considerato come primi nemici da abbattere, non i paesi occidentali, ma i regimi filo-occidentali e laici dei paesi islamici. “Regimi corrotti e nemici dell’islam”, hanno sempre detto. E anche paesi sostanzialmente integralisti, come l’Arabia Saudita, sono entrati nel mirino di qaedisti e compagni per l’alleanza politico-strategica con gli Stati Uniti, che ha avuto il suo culmine con la concessione di basi per la guerra all’Iraq.

E’ sempre bene tenere a mente questo particolare, soprattutto guardando alla piega che stanno prendendo gli eventi in questa regione. Sebbene a muovere le piazze e a dare il via alle manifestazioni siano state anche, e soprattutto, folle che si ribellavano a regimi corrotti e aspiravano alla libertà e alla democrazia, appare sempre più evidente che siano ora gli islamisti a prendere il controllo della situazione: i Fratelli Musulmani appaiono di gran lunga il partito più forte in Egitto, e le elezioni di novembre lo ratificheranno; al Cairo l’aria è già cambiata e a goderne maggiormente è nei territori palestinesi il partito di Hamas (che ricordiamolo è la branca locale dei Fratelli Musulmani); in Tunisia, a scrutinio non ancora terminato, il partito islamico è in netto vantaggio. A questo si deve aggiungere, soprattutto in chiave internazionale, l’irrigidimento della Turchia e il grosso punto interrogativo sul futuro dell’Iraq. Da ultimo la Libia, dove la dichiarazione di domenica del presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mahmoud Jibril, sul futuro della Libia basato sulla sharia (la legge islamica) ha dato la sgradevole sensazione che la guerra scellerata voluta da Francia e Gran Bretagna abbia avuto il risultato immediato di consegnare su un vassoio d’argento un altro paese all’islam militante.

Tra i vecchi regimi arabi scricchiolano poi soprattutto quello di Assad in Siria, con una repressione che continua con prezzi di vite umane sempre più insostenibili, e quello yemenita. E anche il regime saudita non gode di ottima salute.

Vale a dire che si sta pericolosamente realizzando il primo punto del programma islamista, oltretutto con il sostegno o con l’implicita approvazione dei governi occidentali che pure dieci anni fa si erano mossi proprio per scongiurare questo pericolo. Ad essere più preoccupante è la noncuranza e l’irrazionale ottimismo con cui i governi europei e americano guardano all’evolversi della situazione, come le dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri sulla situazione libica dimostrano. Si può legittimamente sperare che ci sia una evoluzione democratica, e cercare di agevolarla, ma tale speranza non può basarsi su illusioni o ignoranza dei fenomeni in corso.

Come dimostra in modo esauriente l’analisi della nostra Valentina Colombo in questa pagina, sharia e libertà religiosa sono inconciliabili. Laddove c’è la sharia là c’è la persecuzione delle minoranze religiose, cristiani in testa. Quando un governo o un partito annuncia che la legge islamica sarà il fondamento dello stato, dovrebbe scattare subito l’allarme. E’ inutile fare gli appelli o approvare mozioni e risoluzioni per condannare la persecuzione dei cristiani quando si è fatto di tutto per mandare le forze islamiste al governo. Quando è possibile, meglio pensarci prima.

venerdì 30 settembre 2011


IL PRIMATO DELL’AZIONE POLITICA SECONDO BENEDETTO XVI

di Ettore Malnati*

ZI11092909 - 29/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28151?l=italian

ROMA, giovedì, 29 settembre 2011 (ZENIT.org).- Giovedì 22 settembre Benedetto XVI, su invito del presidente del Bundestag, ha tenuto una “magistrale lezione” su tematiche fondamentali come il rapporto tra natura e coscienza, i doveri del politico, i fondamenti del diritto e il criterio di maggioranza nelle democrazie.
Un discorso chiaro e sapiente che il Papa fa al Parlamento del suo Paese, ma che vale per tutti coloro che, avendo scelto la politica, debbono perseguire e realizzare per i vari Popoli e per l’intera umanità il bene comune e il bene quindi della persona umana, nel rispetto e tutela di una ecologia che non può trascurare l’uomo.
Benedetto XVI inizia il suo discorso sui fondamenti del diritto da una citazione della Sacra Scrittura, e precisamente dal primo libro dei Re, in cui il giovane Salomone chiede a Dio, per poter saggiamente governare, che gli conceda “un cuore docile, perché sappia distinguere il bene dal male” (1 Re 3,9).
Da qui il Pontefice evince quale dovrebbe essere la preoccupazione di un politico: non certo la ricerca del successo e tanto meno del profitto materiale, bensì un impegno per la giustizia, dove “il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto”.
Ecco, allora, il dovere primario per chi fa politica: “servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia… in un momento storico in cui l’uomo… è in grado di distruggere il mondo… può manipolare se stesso… può creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini”.
Come distinguere il bene dal male in politica?
Come potrà il politico, si chiede Benedetto XVI, “distinguere ciò che è bene da ciò che è male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente”?
E’ sufficiente il criterio della maggioranza di fronte a situazioni e problematiche tanto importanti?
Papa Ratzinger si richiama con ciò a quei valori non negoziabili che non possono ricevere la loro veridicità e la bontà intrinseca da un consenso di maggioranza, ma lo hanno in sé. Così si serve il diritto e si combatte l’ingiustizia. Egli ricorda ai parlamentari del Bundestag di Berlino come nel recente passato, per liberarsi da regimi totalitari come il nazismo e il comunismo ci si è richiamati alla responsabilità personale per non adeguarsi ad un diritto vigente ingiusto. Vi sono momenti e situazioni che richiedono comportamenti – dice Ratzinger – come quelli dei “combattenti della resistenza che hanno agito contro i regimi”. Vi sono situazioni che richiedono ad un politico la sua responsabilità di coscienza nella salvaguardia della verità sull’uomo e quindi nella tutela dei diritti che ogni persona ha e di cui deve poter usufruire.

Il politico non può, senza tradire il suo specifico compito, andare contro questo. Se lo facesse priverebbe lo Stato del diritto, facendo sì che – come dice S. Agostino – “sarebbe difficile distinguere lo Stato da una grossa banda di briganti”.
Benedetto XVI ricorda che non è facile “riconoscere ciò che è giusto e servire così la giustizia nella legislazione”, e offre una lucida indicazione culturale e sapienziale dove fa memoria di come è nata la cultura giuridico-occidentale, “che è stata ed è tuttora di un’ importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità”.
Tre sono i poli di provenienza: Gerusalemme, Atene, Roma. “Il cristianesimo infatti, contrariamente ad altre religioni – dice Benedetto XVI – non ha mai imposto allo Stato o alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto… Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal II secolo avanti Cristo... (dove) si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale, sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano”.
Continua ancora il Papa: “Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei diritti Umani”.
Il diritto naturale
In tale contesto, Grozio ci offre la tesi del giusnaturalismo, cioè del concetto del diritto naturale che viene “oggi impropriamente considerato una dottrina cattolica, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico”.
Ciò che ha tentato di inficiare la validità del diritto naturale è stata la tesi di Hans Kelsen, secondo la quale tra essere e dover essere vi sarebbe un abisso insormontabile, in quanto si tratta di due ambiti diversissimi tra loro, e per questo non si può dedurre che dall’essere derivi un dovere.
La base di questa opinione è la concezione positivista di natura che non può, in quanto realtà meramente funzionale, creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto.
“La stessa cosa – dice Benedetto XVI – vale anche per la ragione positivista… Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggetto e cadono fuori dall’ambito della ragione… Dove vige il dominio della ragione positivista… le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco”.
Questo è il dramma culturale che deve essere affrontato da chi ha a cuore la dignità della persona umana e la salvaguardia del diritto nella giustizia.
E’ doveroso affrontare e risolvere il dualismo tra essere e dover essere, se si vuole dare senso e dignità ad un “diritto pregresso” e inalienabile senza venir meno a ciò che è giusto per la promozione della persona umana.
La legge di natura e il Dio creatore
E’ lo stesso Kelsen che già abbandonando nel 1965 il dualismo essere-dover essere aveva però affermato che “le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in esse queste norme”.
Da queste affermazioni di Kelsen Benedetto XVI pone questa domanda: “E’ veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione Creativa, un Creator Spiritus?”.
Lo spiraglio c’è ed è reale! Vi è dunque oltre l’uomo, realtà penultima, una Realtà ultima che è il Creatore. E’ proprio su questo postulato circa l’esistenza di un Dio creatore – dice Papa Ratzinger – che “sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità umana in ogni singola persona e la consapevolezza degli uomini per il loro agire”.
E’ doveroso che, soprattutto per coloro che si sono dedicati alla cosa pubblica e quindi a legiferare e ad agire per il bene della persona umana e della società degna dell’uomo, richiamarsi alla ragione Creatrice, cioè a Dio, e quindi legiferare nella tutela e promozione di ciò che è il vero bene dell’uomo, non attentando a quei valori non negoziabili che metterebbero a rischio ciò che deve essere promosso, difeso e tutelato.
Discorso importante che riporta Dio al posto che gli spetta non solo nel primato religioso, ma anche nel vivere pubblico di ogni popolo.

*Ettore Malnati è docente di Diritti dell'uomo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Trieste, dove ha insegnato anche Irenologia nel corso di laurea in Scienze Diplomatiche; è docente incaricato di Dottrina sociale della Chiesa presso la Facoltà teologica di Lugano; insegna antropologia teologica e trinitaria, sacramentaria ed escatologia presso lo Studio Interdiocesano del Friuli-Venenzia Giulia e in altri Istituti Superiori di Scienze religiose. Presidente dell'associazione culturale Studium Fidei di Trieste, dal 2000 è annoverato tra i membri della Russian Academy of Natural Sciences per la sua attività teologica ed ecumenica. È autore di numerose pubblicazioni.

IL CASO/ Perché Benedetto XVI è un "ambientalista" vero? - INT.  Alberto Indelicato, il sussidiario.net, venerdì 30 settembre 2011

«Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va». E poi: «L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente». Sono le parole che Benedetto XVI, durante il suo discorso al Bundestag, ha dedicato ai movimenti ecologisti sviluppatisi in Germania a partire dagli anni 70. Una citazione che ha sorpreso molti, nel bel mezzo di un discorso riservato al diritto e ai fondamenti della legge. Ilsussidiario.net ha cercato di capirne il senso con Alberto Indelicato, diplomatico, ultimo ambasciatore italiano nella Germania comunista.

Se la cultura europea, come ha detto il Papa al Bundestag, è nata dall’incontro di Gerusalemme, Atene e Roma, dove sono nati invece i verdi tedeschi?

Occorre una premessa. Quel riferimento che il Papa ha fatto ai movimenti ecologisti va inquadrato nel suo contesto. Benedetto XVI ha fatto un discorso «alto», di tipo più filosofico che strettamente politico. Qui c’è stato il riferimento all’identità europea e alle tradizioni che la costituiscono, quella ebraico-cristiana, greca e romana. Il riferimento all’ecologia non è estraneo a quelle eredità.

In che modo?

Ci arriviamo. A mio avviso però, per capirlo, occorre prima giungere alla coscienza. Mi permetta di fare un inciso. Molti forse non se ne sono accorti, ma Benedetto XVI ha citato la Sharia senza nominarla. Ha detto che il cristianesimo, a differenza di altre religioni, non detta norme giuridiche; invece la Sharia dice ai musulmani cosa devono fare e lo fa da un punto di vista strettamente giuridico, al pari di una legge. Ma in uno stato democratico, con buona pace dei ribelli libici, la legge la fa la maggioranza e non la Sharia...

Ma la maggioranza non è tutto.

Vero. Il Papa ammette che le leggi devono essere fatte dalla volontà popolare, ma c’è un pericolo: e se la volontà popolare è malvagia? Allora, il punto è la differenza tra una concezione nella quale il diritto è dettato dalla natura - lui dice dalla coscienza, e in definitiva dallo spirito divino che c’è nella coscienza degli uomini - e una visione positivista, in base alla quale è legge solo quella che sta scritta nei codici.

E gli ecologisti cosa c’entrano?

È una grande «rivelazione» della modernità il fatto che la natura va rispettata, proprio per la legge morale di cui parlava implicitamente il re Salomone (il «cuore che ascolta», organo del bene). Quindi la giustizia si applica dovunque, anche alla natura. Ma c’è forse qualcosa che agli ecologisti non piace: attenzione, dice il Papa, anche l’uomo ha un aspetto «naturale». Se gli ecologisti dicono, e a ragione, che occorre dare il giusto rilievo alla natura, alla natura esterna, lo stesso si deve fare - ammonisce Benedetto XVI - rispetto alla natura dell’uomo. Bene dunque rispettare ciò che è fuori di noi, ma c’è qualcosa che sta in noi che è dato, esattamente come ciò che è fuori di noi, e come tale va rispettato. E infatti il Papa ha detto: non ci creiamo da soli.

L’ambientalismo tedesco è stato determinante per la politica tedesca, ma in Italia non è stato così: la cultura ambientalista sembra relegata ad uno stato di minorità politica. È d’accordo? Come lo spiega?

È innanzitutto una questione di persone e poi di cultura. La classe politica verde italiana non ha mai elaborato una filosofia. Questo ha senz’altro inciso sul nostro ambientalismo. I nostri verdi sono sempre stati una sorta di appendice della sinistra, mentre i verdi tedeschi hanno un’origine più liberale. Lo dimostra storicamente la lotta contro il comunismo: infatti uno degli elementi che hanno scosso le basi fisiologiche del regime comunista tedesco-orientale è stato proprio l’ambientalismo. Nei paesi comunisti, e in particolare nella DDR, la corsa all’industrializzazione aveva portato ad un degrado della natura tale da alimentare un ambientalismo essenzialmente antitotalitario. Cosa che da noi non è avvenuta, perché l’ambientalismo nostrano si è radicato prima in funzione filo socialista e poi antiliberale. Mentre i verdi tedeschi sono contro l’energia atomica per ragioni puramente ambientaliste, quelli italiani sono nati dalla protesta creata artificiosamente dall’allora Unione sovietica contro l’energia atomica prima militare e poi civile.

Quanto potranno pesare i movimenti ecologisti e i partiti politici verdi nel futuro della Germania?

Molto, perché la delusione nei confronti dei partiti tradizionali è assai forte. Si è detto: “ma a Berlino hanno vinto i socialdemocratici...”, sì, ma questo è avvenuto per l’abbandono dei competitori, e infatti non hanno aumentato i propri voti se non dell’1 o del 2 per cento. Non la si può definire una vittoria. Ora la strada dei verdi è acquisire maggiore coscienza di sé e maggiore indipendenza. Hanno davanti a sé buone prospettive. In ogni caso, quanto in futuro la Linke possa diventare verde al Papa non interessa.

(Federico Ferraù)

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martedì 27 settembre 2011


PAPA/ Finnis (Notre Dame): la ragione di Benedetto ci fa uscire dal bunker - INT. John Finnis - martedì 27 settembre 2011

Il Papa, in Germania, di fronte al Parlamento tedesco, si è rivolto ai suoi concittadini ma, in realtà, stava parlando al mondo; ha messo, infatti, in guardia i politici che lo stavano ascoltando dalle seduzioni del potere, a tutti i livelli, ricordando loro come la forza slegata dal diritto si trasformi ben presto in violenza. Nell’esaminare le fonti del diritto della civiltà occidentale, ha specificato come il cristianesimo sia l’unica tra le grandi religioni a non aver imposto un contenuto giuridico facendolo discendere dalla rivelazione, ma abbia sempre contemplato come cardini fondamentali la natura e la ragione. Una ragione che gli eccessi del positivismo hanno impoverito, eliminando la trascendenza dal novero delle possibili spiegazioni del reale. Abbiamo chiesto a John Finnis un commento sull’intervento di Ratzinger.

Il Papa ha citato Agostino, che ha scritto: “Togli il diritto, e allora, cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” Ritiene sia un rischio ancora attuale, anche per i politici dei nostri giorni?

Il Papa ha posto questa frase in più contesti. All’inizio ha parlato della presa del potere da parte dei nazisti e dell’uso del potere per distruggere la legge e il diritto dentro e fuori la Germania, per poi minacciare il mondo intero. Ma la citazione illustra un rischio più ampio e duraturo, meno spettacolare ma reale e deleterio: la seduzione del successo, il successo politico, a scapito del diritto, il successo mediante la falsificazione di ciò che è giusto e lo scempio (su qualunque scala) della giustizia. Questa tentazione riguarda tutti i politici di ogni tempo. Inoltre, se poniamo il commento di Agostino nel contesto del libro quarto del De Civitate Dei, vediamo che il santo punta il dito sulla vera fonte della capacità pervasiva di corruzione della politica: la cupiditas. L’oggetto può essere (prendendo la elencazione di Agostino)  denaro, territorio, sadismo, sesso o semplicemente il potere per se stesso. Per trovare evidenze di questo ai nostri giorni, c’è solo da guardarsi intorno.

Dice ancora il Papa: “Nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità del’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento”. Questo è possibile in uno Stato democratico, in cui il potere è attribuito alla maggioranza?
Non è né evidente né certo che nelle moderne democrazie sia la maggioranza ad avere il potere. Si potrebbe sostenere che nelle nostre democrazie la maggioranza sia sostanzialmente senza potere. Ciò non significa affermare che il diritto di voto e di poter parlare liberamente di questioni politiche sia irrilevante, tutt’altro! Ma, comunque sia, rimane evidente che chi è in una posizione di responsabilità deve trovare personalmente i criteri autentici per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Così come gli elettori sono responsabili non solo quando votano, ma anche quando parlano con i giornalisti, i sondaggisti o l’un l’altro, e anch’essi devono cercare personalmente questi criteri autentici. Altrimenti, che la maggioranza abbia o meno “il potere”, la legge e il governo dello Stato sicuramente finiranno per corrompersi.

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità politeiste, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”. Cosa pensa di questa affermazione del Papa?

Che è vera e importante. Ma è un’osservazione di carattere storico, e non è così importante come l’affermazione fatta precedentemente che, “diversamente da altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato… Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”. Questa più ampia e profonda affermazione non riguarda semplicemente la storia, ma anche il presente, dove c’è poco politeismo che possa preoccupare il pubblico tedesco o europeo, ma c’è almeno una “grande religione” che propone una “legge rivelata” allo Stato e alla società, una legge che per certi importanti aspetti è contro la ragione e la natura (e, naturalmente, non è in realtà rivelata).

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere.” Qual è la rilevanza politica di questi due concetti fondamentali?
Come dice la frase del Papa, i due concetti fondamentali sono natura e ragione. La natura che è qui in gioco primariamente (pur non esclusivamente) è la natura umana, e la ragione primariamente (pur non esclusivamente) in gioco è la ragione pratica, i cui giudizi noi chiamiamo coscienza. Come insegna correttamente San Tommaso, è attraverso l’originale comprensione delle forme fondamentali del bene umano che dà la ragione pratica che arriviamo a una comprensione adeguata della nostra natura umana, delle sue possibilità e della sua realizzazione per quanto possibile attraverso scelte moralmente giuste. Senza questa comprensione originaria dei fini umani, ci ritroviamo nel bunker (per usare la metafora del Papa, così coraggiosamente esposta a Berlino, nei pressi del bunker più famigerato della storia) della ragione “positivista” – per esempio, la concezione di ragione proposta da David Hume: una ragione che non può essere che schiava delle passioni, poiché non può comprendere nessun obiettivo umano come veramente intelligente, ragionevole e in linea con il compimento della natura umana. È da una corretta comprensione dei fini umani che deriva una corretta comprensione della bontà e della necessità di una società politica (e dei suoi organi per assicurare la giustizia) come indispensabile aiuto sussidiario alle persone, alle famiglie e alle associazioni civili nella loro realizzazione del fiorire umano.

“Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti”. È questa la vera causa della confusione che spesso caratterizza il dibattito politico?

Il Papa non dice che il positivismo è la sola causa di confusione, e neanche che ne sia la causa più immediata. Ritengo piuttosto che voglia dire che le incomprensioni positivistiche della ragione bloccano le intuizioni che “le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto” potrebbero altrimenti fornire. Naturalmente, come Aristotele dice alla fine della sua Etica, una cosa è mettere a disposizione delle persone le fonti per la conoscenza, tutt’altra questione è che le persone ascoltino, accettino e applichino queste fonti. Anche in assenza degli errori filosofici del positivismo (e delle razionalizzazioni positiviste del male), ci potrebbero essere molte fonti di confusione. Una sana conoscenza di per sé non sconfigge il vizio, né afferma la virtù, neppure la virtù intellettuale della prudenza, della persona, della famiglia o della politica.

“Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Cosa pensa di questa idea di libertà?
Non so esattamente quale linea di pensiero il Papa abbia implicitamente voluto qui seguire o suggerire. Ma vorrei dire che la vera libertà umana (come San Tommaso dice all’inizio della sua grande trattazione sulla moralità) è la libertà di un’immagine di Dio. Uno che ha la libertà di scelta e l’esercita secondo un bene che è veramente soddisfacente, soddisfacente per le persone e per le amicizie e le società più vaste nelle quali trovano cosi grande parte della loro realizzazione.
Come dice Agostino subito prima del passo citato dal Papa, e qui il Santo continua la tradizione filosofica iniziata da Platone e portata avanti da Aristotele, la vita di una persona che cede alla cupiditas è una vita di asservimento all’ansia, all’insicurezza, a brame insaziabili, e via dicendo. Su questa strada, non vi è nessuna vera libertà. Né vi è attraverso nessuna “autodeterminazione esistenzialista” con cui uno potrebbe provare a ricreare se stesso, quasi come un padrone nietzschiano, libero dai vincoli dell’uguaglianza e giustizia umana. Forse, il pensiero del Papa in queste frasi può essere anche collegato al fatto che ogni manipolazione della natura umana, per esempio mediante modifiche genetiche non terapeutiche, rende il prodotto della manipolazione schiavo del manipolatore, anche se quest’ultimo fosse motivato da buone intenzioni.


(Pietro Vernizzi)


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lunedì 26 settembre 2011


PAPA/ Augusto Barbera: ci insegna che c'è una ragione più grande della libertà - INT. Augusto Barbera - lunedì 26 settembre 2011, il sussidiario.net

«Il discorso di Papa Benedetto XVI al Parlamento tedesco ha il pregio di ripartire dal valore del diritto naturale, che è legato all’idea di ragione e al "sentimento profondo" dei popoli, ed è quindi qualcosa di più radicato rispetto alla legge come espressione della maggioranza del momento». Lo afferma Augusto Barbera, professore di Diritto costituzionale nell’Università di Bologna, intervistato da Ilsussidiario.net sull’intervento del Papa nel corso della sua visita in Germania.
Per Barbera l’idea di diritto del Papa non può essere disgiunta dalla sua concezione della libertà, che si esprime «attraverso la responsabilità e il rapporto con gli altri e che quindi, a differenza dell’autodeterminazione assoluta, è l’unica a non portare a un esito autodistruttivo». Per il Papa, «nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta».

In uno Stato democratico, quali limiti è possibile porre al potere della maggioranza?

Negli Stati moderni, il principio di maggioranza incontra dei limiti nelle regole costituzionali fissate dalla Carta fondamentale, e che devono essere regole condivise da maggioranza e opposizione. Questo non toglie però che la tecnica decisionale basata sul principio di maggioranza è l’essenza stessa della democrazia. Questo è un valore imprescindibile, ed è indispensabile che la minoranza accetti la decisione della maggioranza. Ma d’altra parte è anche giusta una critica al principio di maggioranza, come quella formulata dal Papa, se questa significa che devono esserci alcuni valori condivisi, in nome dei quali è possibile opporsi alla stessa maggioranza del momento. E che questi valori devono essere espressi nella Costituzione.

Sempre Benedetto XVI afferma che “per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso”. Che cosa intende dire?

Ritengo che questa frase sia una valorizzazione del contributo dell’Illuminismo, che il Papa aveva già compiuto nel corso del suo dialogo con Habermas. In quell’occasione Ratzinger aveva affermato che l’Illuminismo è stato un passaggio importante per l’umanità e aveva rivendicato al pensiero cristiano anche quel seme che ha portato poi a questi risultati. Benedetto XVI ha ragione, perché è stato proprio il Cristianesimo che nel corso nei secoli ha separato la legge dal precetto religioso, a differenza di quanto invece avviene tuttora nell’Islam o nell’Ebraismo ortodosso. La ritengo una conquista importantissima. Non è un caso che a formularla in modo così netto sia appunto Ratzinger, il Papa che ha cambiato il rapporto della Chiesa con la tradizione illuministica e liberale. E che dunque ha valorizzato quei teologi cristiani in cui si incontrano i principi democratico-liberali e la dottrina cattolica, la cui sintesi ha poi trovato la sua massima espressione nella Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II.

Il Papa nel suo discorso rivendica l’importanza del diritto naturale …
Anche questo è un punto che ritengo molto importante. Nella posizione di Ratzinger, il diritto naturale diventa un complesso di principi che ispirano le leggi giuste, e non invece delle regole in grado di controllare tutti i singoli aspetti della vita. In Benedetto XVI il rispetto della vita, il valore della proprietà, il modo con cui si trattano i lavoratori non dipendono da una precettistica, ma da una ragione comune a tutti gli uomini e che in quanto tale è accessibile a ciascuno. Il Papa sottolinea così che il diritto naturale presuppone che natura e ragione si compenetrino tra di loro, in quanto la natura stessa è razionale. C’è un punto del suo dialogo con Habermas, in cui Benedetto XVI si spinge ancora più avanti arrivando a sostenere che un’evoluzione dell’umanità porta anche il diritto naturale a evolversi.

Sempre Ratzinger, afferma che “dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco”. Condivide questa critica?

Il Papa qui vuole affermare che al di sopra di ogni legge deve esserci il diritto. E questa distinzione implica una critica al positivismo classico, che invece considera la legge come la fonte suprema del diritto.

E qual è la differenza tra legge e diritto?

Il diritto è radicato nella ragione umana e nel sentimento profondo dei popoli. La legge al contrario può essere il frutto di una maggioranza che sbaglia. Questa affermazione non toglie valore alle conquiste della democrazia, ma sottolinea che esiste pur sempre un livello più radicato rispetto alle leggi che sono espressione della maggioranza.

Il Papa definisce la libertà come la conseguenza del fatto che l’uomo non si è creato da sé. Che cosa ne pensa di questa formulazione?
Per Benedetto XVI l’uomo è persona in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio. In quanto tale, ha una dignità intrinseca di cui è portatore e che è l’essenza stessa della sua libertà. La Costituzione italiana si fonda precisamente sul principio formulato dal Papa. Anche se oggi alcune letture della nostra Carta fondamentale vanno nella direzione opposta, per affermare l’assoluta libertà di autodeterminazione della persona. Per alcuni la libertà della persona implica necessariamente il principio della disponibilità della vita e dell’autodisponibilità dell’uomo, cioè la facoltà da parte degli individui di disporre a piacimento del proprio essere.

Quale delle due interpretazioni è più adeguata al diritto naturale?

Ciò che distingue il diritto naturale è il fatto di essere conforme alla ragione umana. In questo senso la libertà non può essere letta che come responsabilità e autodeterminazione che si realizza anche attraverso gli altri. Questa lettura corrisponde di più alla ragione perché, al contrario dell’autodeterminazione intesa in senso assoluto, non conduce l’uomo a un esito autodistruttivo.

(Pietro Vernizzi)

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giovedì 4 novembre 2010

Avvenire.it, 4 novembre 2010 - La depenalizzazione di aborto ed eutanasia come tradimento - La democrazia si invera solo nell’oggettività del bene perseguito di Giacomo Samek Lodovici
Nel suo discorso di giovedì scorso ad alcuni vescovi brasiliani, il Papa ha toccato il tema del rapporto tra democrazia, aborto ed eutanasia: «Quando i progetti politici contemplano […] la decriminalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia, l’ideale democratico – che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana – è tradito nei suoi fondamenti». Il Papa ha cioè criticato la riduzione della democrazia a mero meccanismo di regolazione degli interessi che delibera solo secondo il rispetto di alcune procedure, specialmente quella del rispetto della volontà della maggioranza.

Così, senza farvi riferimento esplicito, Benedetto XVI ha richiamato la necessità di ancorare la legge civile alla legge naturale (ovviamente pensata in modo corretto e non in certe sue indifendibili teorizzazioni), cioè quell’insieme di principi etici immutabili che non dipendono da alcuna dottrina religiosa (anche se vi possono trovare sintonia), perché sono accessibili con la ragione.
Riecheggiando l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II (ma senza bisogno di essere credenti per convenire con le sue tesi, che sono già laicamente valide) si può in effetti notare che la democrazia, come sistema in cui si decide a maggioranza, non può essere mitizzata fino a considerarla un bene assoluto e un antidoto al male. Essa è un modo di regolare i rapporti tra gli uomini e, come tale, uno strumento, non la fonte del bene. La sua moralità non è automatica, bensì scaturisce dalla qualità morale dei fini-beni che persegue e dei mezzi di cui si serve per perseguirli.

Ma se questi fini-beni non sono oggettivi e perciò protetti dalla legge naturale, bensì decisi di volta in volta dalla maggioranza, l’ordinamento democratico risulta essere un mero meccanismo di regolazione empirica dei diversi interessi. Ora, tale regolazione è senza dubbio apprezzabile ai fini della pace sociale; ma senza un riferimento morale oggettivo e previo a qualsivoglia decisione della maggioranza, se non esistono alcuni beni-valori non negoziabili (per esempio la dignità inviolabile dell’essere umano che, per esempio, non dev’essere manipolato) il rischio è quello di una mera apparenza di democrazia. Infatti, anche nei sistemi politici partecipativi la soddisfazione degli interessi, di fatto, avviene spesso a vantaggio dei più forti, cioè quei soggetti che sono maggiormente capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche l’opinione pubblica e la formazione del consenso. Quando si produce tale situazione, la democrazia diventa solo apparente: in realtà quelli che comandano e decidono sono pochi, in realtà è in vigore un’oligarchia.

Una democrazia senza riferimenti valoriali oggettivi può anche cadere nel «dispotismo della maggioranza», icasticamente messo in luce dal filosofo Tocqueville: se una democrazia decide solo secondo il principio (importante ma insufficiente) per cui è giusto ciò che viene scelto dalla maggioranza, quest’ultima può decidere di sterminare il singolo e/o la minoranza senza che la si possa biasimare. E se il principio fondamentale di una democrazia afferma che ogni singolo uomo è uguale agli altri, deve contare quanto gli altri e non deve essere discriminato, la depenalizzazione di aborto ed eutanasia costituisce un tradimento gravissimo di questo principio, perché discrimina e addirittura uccide i più deboli e più indifesi: infatti, come ha detto il Papa, «chi è più inerme di un nascituro o di un malato in stato vegetativo o terminale?».