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martedì 3 settembre 2013

Gli psichiatri americani hanno una pillola per ogni “tristezza”. Anche per i bambini - settembre 2, 2013  - Rodolfo Casadei, http://www.tempi.it/


pillole

È morta vostra madre oppure l’amata vi ha lasciato e voi per quindici giorni avete fatto fatica a prendere sonno, vi si leggeva una profonda tristezza sul volto e siete dimagriti causa inappetenza? Sicuramente siete afflitti da una malattia mentale, una forma di depressione severa. Il vostro bambino di sette anni ha preso troppo dalla mamma, cioè è un iracondo insopportabile, che almeno tre volte alla settimana esagera coi capricci? Lo affligge certamente una patologia psichica: disturbo dirompente con disregolazione dell’umore; e se la definizione vi sembra troppo ampollosa, dite pure “collera estrema dell’infanzia”. Il nonno continua a fare casino con la posologia dei quattro medicinali che deve quotidianamente assumere, non riesce a stare più dietro a tutti gli adempimenti amministrativi e fiscali, bollette di gas, acqua, luce, Tarsu, Imu ecc.? Non è che si sta rincoglionendo con l’età: trattasi di disturbo neurocognitivo lieve. Vostra sorella è malata di cancro da parecchio tempo, chiama continuamente al capezzale quelli che stanno in casa con lei, si inventa a ogni momento sintomi nuovi di altre malattie oltre a quella che ha già? La diagnosi è pronta: disordine sintomo-somatico. Vostra moglie continua ad accumulare cianfrusaglie, la camera da letto sembra un mercatino dell’usato, ma lei non si sogna lontanamente di fare ordine? Non è che ce l’ha con voi, bensì è affetta da sillogomania. Non è una perversione sessuale, è la patologia mentale di chi ammassa cose vecchie e inutili di cui poi non riesce a liberarsi.

TUTTI MALATI MENTALI? Gratta gratta, siamo tutti malati mentali. È la conclusione implacabile che si trae dalla lettura (una penitenza per peccatori incalliti: sono quasi mille pagine scritte in inglese) del Dsm 5, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, redatto da 160 esperti messi insieme dall’Apa, l’Associazione psichiatrica americana. Quando uscì la prima edizione, nel 1952, le psicopatologie censite erano un centinaio. Nel 1968 erano salite a 182; nel 2000 avevano toccato quota 370. Per la quinta edizione, presentata a San Francisco nel maggio scorso, si temeva il peggio. In realtà la cifra assoluta quasi non è cambiata, ma solo perché alcune vecchie voci sono state accorpate. Per esempio la sindrome di Asperger è stata spostata sotto la più ampia e già esistente dizione di “disturbi dello spettro autistico”. Ma 15 nuove voci sono state inserite, fra esse le simpatiche diagnosi che abbiamo evocato in apertura. Il risultato, secondo lo psichiatra e psicanalista francese Patrick Landman promotore in Europa del comitato Stop Dsm 5, è che «se applicassi i criteri del Dsm 5, dovrei dire che il cento per cento dei miei pazienti sono malati mentali. In realtà, solo il 10 per cento di chi viene nel mio studio soffre di un disagio certo e accertabile. Col Dsm 5, non si può più essere normalmente tristi o angosciati, senza cadere nelle reti della psichiatria. La medicina tradizionale scopre le malattie, il Dsm le inventa».

Non è stato più gentile Allen Frances, lo psichiatra americano che aveva presieduto alla revisione del Dsm nel 2000. Nel suo libro Saving Normal, pubblicato come contributo al fuoco di sbarramento contro la stesura in corso del Dsm 5, l’autorevole clinico scrive che il nuovo manuale «etichetterà in modo erroneo persone che sono normali, promuoverà l’inflazione diagnostica e incoraggerà un uso inappropriato dei farmaci. Esso farà sì che milioni e milioni di persone attualmente considerate normali, siano diagnosticate con un disturbo mentale, e ricevano un trattamento e una stigmatizzazione di cui non hanno alcun bisogno». E soprattutto confermerà e conforterà la tendenza già dominante ad affrontare ogni disagio della persona con pillole e farmaci vari.

UN DISTURBO PER CIASCUNO. Il futuro di un mondo dominato dal Dsm 5 per Frances è un incubo dove ogni occasione e situazione prevede una pillola psicotropa, dove a ogni umano sentimento penoso corrisponde una diagnosi psichiatrica: il disturbo dirompente con disregolazione dell’umore trasformerà gli sbalzi umorali in una malattia mentale e incoraggerà un uso allargato di farmaci antipsicotici; il disturbo da deficit di attenzione e iperattività vedrà allargare la sua diagnosi dai bambini agli adulti e condurrà a un drammatico aumento di prescrizioni di stimolanti come l’Adderall e il Ritalin; l’inserimento delle reazioni psicologiche conseguenti alla perdita di una persona cara (morte o fine di un amore) nella diagnosi del disturbo di depressione severa porterà al rifiuto a tutti i livelli del lutto e dell’umana esperienza dell’afflizione. «L’industria farmaceutica», scrive Frances, «è dedita all’omologazione di ogni diversità psicologica, il cui esito sarà la creazione di una monocoltura umana». Parole poco diverse usa, di qua dall’Atlantico, Patrick Landman: «Non si può lasciare che il patologico invada tutta la sfera nel nostro vivere, ogni giorno. Il Dsm lo fa. Siamo al trionfo del sintomo e alla morte del soggetto con la sua storia personale e singolare. E siamo, di conseguenza, alla sovraprescrizione di farmaci. E quindi alla psichiatrizzazione rampante della società».

LE PRESCRIZIONI DI RITALIN. Cosa questo già significhi lo si capisce al volo quando si confrontano i dati sulle prescrizioni di Ritalin in ambito di psichiatria infantile in paesi dove il Dsm è un riferimento obbligato e in paesi dove non lo è, e quando si butta l’occhio ai bilanci dell’industria farmaceutica, capitolo sostanze psicotrope. La denuncia si può leggere nell’appello “Per farla finita con la dittatura del Dsm”, iniziativa nata in Francia due anni fa e da qualche tempo approdata in Italia: «(…) in Francia, quasi 20 mila bambini prendono il Ritalin, siamo ancora ben lontani dai 55 mila bambini inglesi e soprattutto dai 3 milioni di canadesi e dai 7 milioni interessati negli Usa. (…) Le medicine psicotrope rappresentano un mercato estremamente vantaggioso: negli Usa, nel 2004, gli antidepressivi hanno generato 20,3 miliardi di dollari di profitto, gli anti-allucinatori 14,4 miliardi». Il manifesto anti-Dsm sembra confondere i ricavi coi profitti e altre fonti indicano valori un po’ più bassi, ma il legame fra i contenuti del Dsm e il boom farmacologico è difficile da smentire: è, effettivamente, la conseguenza della sua impostazione. Vediamo perché.

IL METODO DEL DSM. Il Dsm dichiara che il suo metodo per l’identificazione delle malattie mentali è “sindromico” e “ateoretico”. Paroloni che significano semplicemente che il manuale descrive insiemi di sintomi senza identificare le cause, e non dice nulla sulle cause perché su di esse non c’è unanimità nel mondo scientifico, bensì diverse teorie e approcci si contendono la spiegazione del disturbo. Quando noi ci troviamo di fronte a una malattia organica, per esempio una polmonite, siamo in grado di dire che essa è il risultato di una infezione prodotta da un virus o da batteri. Ma quando ci troviamo davanti a una malattia mentale, cioè a un disturbo del comportamento umano, vari tentativi di spiegazione appaiono in concorrenza fra di loro: alcuni tentano una spiegazione biologica nel campo delle neuroscienze, altri privilegiano la pista genetica, altri ancora cercano la causa psichica vera e propria. Il Dsm si dichiara al di sopra delle parti e si limita a descrivere i sintomi e a presentarli come sindromi: mentre una malattia è un insieme di sintomi che fanno capo a una causa definita, una sindrome è un insieme di sintomi che possono essere dovuti a cause diverse. Una sindrome, però, non si può curare come tale: se io non riesco più a respirare, un medico rileverà prima di tutto che sono affetto da una sindrome da insufficienza respiratoria, ma poi dovrà cercare di capire se si tratta di una polmonite, di una perforazione dei polmoni, di un problema cardiaco o di un avvelenamento, ecc.: ne va dell’appropriatezza della terapia che userà per guarirmi. Il paradosso delle malattie mentali così come sono presentate nel Dsm è il seguente: si pretende di curare delle sindromi, cioè si interviene sui sintomi a prescindere dalle cause. E come si fa a modificare dei sintomi di cui non si conosce la causa? A botte di psicofarmaci, ovviamente. Così siamo entrati in quella che Landman definisce l’«era della psichiatria clinica farmaco-indotta», nella quale «nuovi farmaci portano alla creazione di nuove diagnosi o alla modificazione di quelle esistenti». 

A SUON DI FARMACI. La neutralità teoretica del Dsm va a farsi benedire: le malattie mentali sono trattate a suon di farmaci, come si fa con le malattie organiche, quelle legate ai fattori biologici. La specificità psichica non è riconosciuta. La natura soggettiva e relazionale dei disturbi psichici, che la psicanalisi sin dalle sue origini ha affermato, non conta nulla quando si passa ai tentativi terapeutici. Come afferma Landman, «il pensiero unidirezionale del Dsm ha condotto a una crescente perdita di interesse verso il contesto sociale e psicologico della malattia mentale a favore dei suoi aspetti biologici e comportamentali. Ciò ha pure contribuito al fatto che le nuove generazioni di psichiatri e di psicologi sono state formate nel discredito nei confronti delle pratiche psicoterapeutiche e di reintegrazione sociale, che sono tuttavia una parte assolutamente essenziale della pratica psichiatrica quotidiana».
Tutto ciò risponde ovviamente agli interessi economico-finanziari della grande industria farmaceutica e di tutti coloro che da essi sono beneficiati. Ma non è questo, secondo alcuni, l’unico interesse costituito che sta dietro l’egemonia del paradigma medico-biologico che pervade, senza essere apertamente dichiarato, il Dsm.

CONCEZIONE POLITICA DELLA MALATTIA. «Con questo manuale ci ritroviamo in un contesto di concezione politica della malattia», afferma Mario Binasco, psicanalista di scuola lacaniana, docente presso l’Università Lateranense e firmatario di un appello contro il Dsm 5. «Se alle malattie mentali si riconoscesse il loro statuto propriamente psichico, soggettivo e relazionale, verrebbe meno quella maneggiabilità sociale della malattia che si è affermata dalla Rivoluzione francese in avanti. Le categorie del Dsm sottintendono una concezione gestionale, manageriale della società. Ci si prende cura della società, ma secondo il discorso della scienza e della tecnologia, che è un discorso di gestione globale della società che prescinde dalla soggettività degli esseri umani. È la tecnoscienza che sostituisce la soggettività. Ecco perché i farmaci capaci di incidere sui comportamenti diventano la cosa più importante: c’è un interesse politico al controllo farmaceutico dei comportamenti della società».

L’INFLUENZA NEL RESTO DEL MONDO. La situazione è grave a causa del fatto che il Dsm non è una faccenda prettamente americana, ma rappresenta di fatto il canovaccio del capitolo sulle malattie mentali dell’Icd (International Classification of Diseases), il manuale ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in materia di malattie, giunto alla decima revisione. D’altra parte è evidente che nel mondo globalizzato la potenza politica, economica, militare e scientifica degli Stati Uniti fa sì che ciò che si decide lì finisca poi per prendere piede almeno nelle parti del mondo più culturalmente affini, ovvero in Occidente.

Da qui il discreto fuoco di sbarramento che ha accompagnato la sua pubblicazione. Negli Usa la Società Americana di Psicologia ha raccolto 12 mila firme di suoi affiliati in calce a una lettera aperta che chiede di modificare l’impostazione del manuale. Nelle Americhe e in Europa sono sorti comitati e iniziative di protesta: Stop Dsm 5, Committee to Boycott the Dsm 5, The International Dsm 5 Response Committee e altri ancora. In Italia l’adesione alla campagna anti-Dsm è stata promossa quasi due anni fa da cinque psicanalisti: Mario Binasco, Mariela Castrillejo, Alessandra Guerra, Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos. «Nella sua introduzione il Dsm vuole essere ideologicamente ateoretico nella descrizione dei “disordini mentali” e per questo motivo ha eliminato qualsiasi riferimento alla psicanalisi e alla causalità psichica», hanno scritto in una lettera aperta. «Cosa comporta l’eliminazione di una qualsiasi causalità psichica? Eliminando la causalità psichica, il Dsm impone di riflesso la causalità organica. La causalità organica impone come terapia l’utilizzo massiccio e indiscriminato di psicofarmaci da parte degli “operatori”. La superficialità e la pretesa ateoretica di questo manuale, il predominio della “pseudoscientifica” causalità organica e psicofarmacologico, la medicalizzazione della sofferenza psichica, l’eliminazione programmatica della parola e della psicanalisi, sono solo alcuni elementi che rendono particolarmente pericoloso il Dsm per milioni di esseri umani».

venerdì 1 febbraio 2013


Per il nuovo Manuale dei disturbi mentali la pedofilia non è una patologia, ma un “disordine ” - febbraio 1, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/





 Uscirà nel maggio 2013, ma oramai le revisioni fatte al Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali, il Dsm V, non potrà subire troppi cambiamenti. E l’impostazione generale rimane quella di considerare patologia tutto ciò che è dramma umano e dolore. Al contrario, l’invulnerabilità è considerata sinonimo di sanità mentale.

I CONTENUTI. Fra le patologie legate all’alimentazione, oltre all’anoressia o la bulimia, verranno inclusi tutti i “Binge eating disorder”, ossia “i disordini da abbuffata”, una definizione che comprenderebbe tutto ciò che un tempo era considerato semplice vizio o esagerazione. Anche la nuova definizione di pedofilia è ambigua. Prima considerata una patologia, ora è diventata un “disordine”. Sarà, infatti, ritenuta una malattia solo nel caso in cui provochi “disagio” a chi prova attrazione fisica verso i bambini o all’area sociale circostante al soggetto. Nel caso in cui la persona sia invece completamente anaffettiva, la sua tendenza non sarà da considerarsi patologica.
Anche il lutto diventa malattia. Il dolore provato per la perdita di un caro è considerato al pari della depressione.
Sono state respinte, e quindi non considerate patologie, il “disturbo di dipendenza sessuale” e l’“alienazione parentale”, sindrome che affligge molti figli di separati.

PERPLESSITA’. Su tali scelte sono molti gli esperti che esprimono dubbi. In Italia, fra i primi a commentare la notizia, lo psichiatra fiorentino Domenico Fargnoli, autore di diversi libri e saggi. Oltre alle conseguenze dell’abuso massiccio di psicofarmaci che il nuovo Dsm provocherà, a preoccupare lo psichiatra è l’assenza di legami fra il nuovo manuale e i dati scientifici. Scrive infatti: «Un gruppo di psichiatri si mette d’accordo su una lista di comportamenti atipici e sul fatto che costituiscano un disturbo mentale. La creazione di nuove categorie è allora una specie di gioco da salotto priva di qualunque validità scientifica». Così, continua, l’insensibilità diventa «l’assetto ideale della normalità», mentre è «una pulsione d’annullamento» che ostacola la relazione umana derivando da «un fallimento dei rapporti inter-umani».

@frigeriobenedet

martedì 18 dicembre 2012

La Repubblica Salute - Manuale dei disturbi mentali: nuova edizione, mille critiche di Francesco Crò



Borgna: «Strage di bambini? L’uomo sceglie il male con o senza armi. Ma può essere perdonato » -  http://www.tempi.it

dicembre 18, 2012 Benedetta Frigerio
«La grande tendenza che abbiamo è di non cogliere il significato dei fatti. Stiamo alla superficie delle cose, trovando motivazioni semplicistiche. Non ci chiediamo che cosa determina il male per non mettere in discussione il nostro essere e fare. Non abbiamo tempo né voglia di analizzarci interiormente. I fatti li guardiamo dall’esterno rimanendone al di fuori. Questo in fondo ci lascia indifferenti, non ci cambia. E così la stragi e gli eventi drammatici ci appaiono ancora più inutili e insensati. Mentre potremmo trarne spunto per convertirci e fare un passo verso il bene». Così Eugenio Borgna, primario emerito di psichiatria dell’Ospedale maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano, parla della strage nella scuola del Connecticut.
«Non possiamo più tollerare ciò, queste tragedie devono finire», così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto la risoluzione all’ennesima strage nel divieto al porto d’armi. Basta questa soluzione a frenare un male che si è fatto mostruoso?
Le armi non sono una causa, ma una concausa. Perché se io che non ho problemi psichici o voglio fare del male mi trovo di fianco un potenziale distruttivo farò dei danni molto maggiori rispetto a una situazione in cui non ce l’ho a disposizione. In questo caso il folle avrebbe potuto usare un’automobile, ad esempio, per investire i bambini ma non avrebbe potuto spezzare così tante vite.Cioè più mezzi distruttivi ci sono più la violenza trova un campo aperto per realizzarsi fino in fondo. Certo non è la mancanza di armi che può risolvere il problema. Le armi restano concausa e sono una conseguenza del male che l’uomo sceglie o si trova a fare. Un male da guardare e arginare con l’aiuto di qualcuno, ma ineliminabile totalmente dall’uomo.
È giusto distinguere tra gradi di male, tra quello che si commette normalmente e quello che vediamo nei casi delle grandi stragi di follia?Diverse ancora sono le stragi programmate lucidamente. Che legame c’è fra questi atti?Fra il male assoluto e le singole forme di male come le omissioni, i silenzi o le piccole cattiverie non c’è una relazione stretta. Il male assoluto a volte oltrepassa anche l’umana responsabilità, soprattutto quando si tratta di personalità deboli.Ma queste hanno la caratteristica di non cogliere più la differenza fra il bene e il male, perché spesso lo hanno subito da altri o si sono così abituate ad esso che diventano solidali con questo, pensando che tutti siamo compromessi. Perciò se non condanniamo anche la più piccola forma di male sin dal principio finiamo per abituarci ad esso e lasciamo che si ingigantisca. È come una valanga che nasce da un pugno di neve e si ingrossa se qualcuno non lo ferma.
Cosa può arrestare questo male? Forse non vogliamo guardarlo anche per paura che nessuno possa redimerlo e salvarci?C’è una tolleranza data dalla follia. Diverso è invece il male scelto e programmato come quello dei campi di sterminio o della moderna eugenetica che è inescusabile.
Eppure avremmo bisogno di vedere che è salvato anche quello peggiore.Qui può entrare in gioco solo il perdono di cui ha parlato anche il Papa nel messaggio ai familiari delle vittime. Il perdono che oltrepassa l’aspetto psicologico e la colpa. Il perdono nasce da Cristo, da una visione cristiana della vita, che va al di là delle legge umana. Le quale esige solo la corrispondenza stretta tra un fatto come il reato e la punizione a cui il reato va consegnato.Anche se i due livelli non si escludono. Fra Cristoforo che nei Promessi Sposi di Manzoni chiede il pane come segno del perdono per gli omicidi commessi oltrepassa il piano psicologico per collocarsi sul quello misterioso di un perdono che esula le categorie di giudizio umane.
Il Papa ha detto ai familiari delle vittime che il perdono è il potere che trionfa sulla violenza.Bisogna essere stati perdonati per perdonare. E bisogna chiedere di pentirsi per godere del perdono. Hitler e i suoi gerarchi non hanno mai immaginato che si potesse chiedere perdono per le stragi commesse. Il perdono eccede ogni misura umana ed è il contrario della giustificazione. Il perdono è capace di guardare a tutto il male dell’uomo senza giudicarlo per questo. Il perdono odia il male, non lo giustifica mai né lo minimizza, perciò bisogna distinguere sempre tra peccato e peccatore, chi perdona repelle il secondo perché ama il primo.
Una logica che rifiutiamo, eppure ne avremmo molto bisogno, soprattutto oggi.Oltre all’impegno, alla condanna del male e al suo riconoscimento serve un bene più grande per cambiare. Se penso ai miei pazienti che fanno e si fanno del male, spesso agiscono così perché lo hanno ricevuto e cambiano solo quando si introduce un bene più potente. Per questo l’ascolto, l’accoglienza, la carità sono tanto necessarie. E qual è la carità più grande? «Deus Caritas est», «Dio è carità», per questo ci serve mendicarLo, come insegna giustamente don Luigi Giussani.Ecco che l’errore diventa un’apertura del cuore che può anche fermare la realizzazione di atti altrimenti inarrestabili. Solo l’amore che non è semplice sentimento, ma aiuto e accompagnamento continuo, rallenta la contestazione: questo vale soprattutto per chi si fa del male.
Se guardassimo al nostro limite e al male senza attribuirlo solo ad altri, forse sarebbe la possibilità di ricercare un bene che può finalmente liberarci?Non riconoscere il male in noi per allontanarlo è peggio per tutti perché ci fa rimanere in esso, per questo il male sta nascosto o si fa percepire lontano, aiutato dall’orgoglio. Invece, riconoscere il male in noi, accettare di averlo fatto e chiedere aiuto ci apre a quella possibilità e necessità di bene di cui questa società, più che delle regole e del linciaggio, ha così bisogno. Per questo serve la grazia che è quella che si chiede al presidente della Repubblica per chi è condannato, ma che in senso più profondo possiamo ottenere solo dallo Spirito che ci muove fino a condurci ad atti di generosità che invece creano quella comunità di destino che c’è in ogni visione del mondo, ma che si realizza pienamente solo nel Dio fatto Uomo che ha conosciuto e salvato già tutto.

martedì 9 ottobre 2012


LETTURE/ Borgna: la follia, quella "oscura" armonia che ci parla di Dio

martedì 9 ottobre 2012 - http://www.ilsussidiario.net/
Ha sottratto i folli al buio della loro apparente contraddizione, facendone quasi i maestri della nostra condizione umana. È in libreria l’ultimo lavoro di Eugenio Borgna, maestro della psichiatria italiana - non di tutta, non di quella che lui chiama psichiatria fredda, asettica, chiusa nelle angustie della ragione calcolante, ma di quella che parte da ciò che appare, da ciò che emerge dalla viva voce di quei protagonisti dall’interiorità oscura, stretta nella morsa di un dolore che chi sta «dall’altra parte» non può nemmeno immaginare. Ma che si può condividere, in un ideale abbraccio di vita, reso possibile da quel limite ultimo nel quale la fede cristiana, che Brogna non nasconde, vede la causa profonda, ma non definitiva, del male dell’uomo. «È il mio lavoro più complesso e difficile», dice Borgna de Di armonia risuona e di follia (Feltrinelli). 

Nel suo libro non si trovano casi clinici, ma «compagni di strada», uomini e donne di cui lei scandaglia e condivide il dramma della sofferenza. Come è arrivato a questo approccio?

Bernanos una volta ha scritto che la speranza più autentica nasce dalla disperazione. Anche le esperienze psicotiche che consideriamo, con un pregiudizio feroce, come radicalmente estranee alla nostra vita, partecipano della nostra condizione umana, fatta di dolori e di speranze ferite. Ma è solo accogliendo nella fede cristiana il mistero come senso definitivo dell’esistenza che sono riuscito ad andare al di là dei sintomi dell’esperienza psicotica. Possiamo capire fino in fondo l’altro solo se lo guardiamo con occhi bagnati di lacrime; segno commosso di una ipersensibilità a quella condizione finita che è propria di tutti gli uomini, e che nel caso di chi soffre è affetta da patologia.

L’opinione comune vede nel folle colui che è agli antipodi della razionalità. Lei, attraverso la sensibilità acutissima che trapela da innumerevoli testimonianze letterarie, mostra l’opposto.

La forza feroce del pregiudizio induce quasi sempre le persone a rispondere con parole crudeli, ingiuste, chiuse ad ogni intuizione del mistero che si trova in chi è annientato dal dolore. Ma il diapason dell’angoscia vibra in questi malati a profondità che ci sono sconosciute, e può accadere che la comune natura umana, vittima in essi di una sofferenza più intensa della nostra, faccia loro cogliere l’indicibile.

Di quale zona oscura sta parlando, professore?

Di una area immensa, che si dischiude al di là di tutto quello che la psichiatria in genere considera la forma unica con cui i disturbi psichici si manifestano. Di uno spazio difficilmente sondabile fatto di nostalgia, angoscia, sofferenza, smarrimento, disperazione, ricerca, che può sconfinare anche nella morte volontaria, o nell’esperienza del nulla di cui ci ha parlato, nel suo dramma, Etty Hillesum.

La follia è creatrice?

Sì. Questa tristezza e questa disperazione sono anche le medesime che ritroviamo spalancate su orizzonti di immaginazione, di creazione artistica o poetica che a noi comuni uomini sono preclusi. Così, nel profondo di esperienze psicotiche che vengono in genere considerate insensate, si nascondono slanci creativi che senza il genio non raggiungerebbero le altezze espressive che l’arte e la cultura ci attestano in modo indubitabile, d’accordo, ma che senza la malattia forse non sarebbero arrivate a quell’intensità e profondità emozionale che scaturiscono da un cuore ferito.

Qual è il più grande errore che può commettere la psichiatria, nel tempo in cui viviamo?

Quello di assegnare alla ragione calcolante, astratta, alla ragione delle apparenze, il solo modo per capire che cosa il paziente abbia, come questo paziente si deve curare o se esso deve essere abbandonato al suo destino.

A quale ragione occorre invece affidarsi?

L’altro modo di interpretare la sofferenza, la malattia, la cura è quello fenomenologico, basato sull’eredità di grandi pensatori come Guardini, Scheler, Husserl, Heidegger. Non mi fermo alle apparenze, ai comportamenti, ai sintomi ma li trascendo, cercando di capire, sulla loro base, quali siano i sentimenti, le emozioni, la vita interiore dell’altro. La vita interiore è il soggetto-oggetto di ogni psichiatria fenomenologica. Seguendo questo cammino che volge verso l’interiorità, cercherò di immedesimarmi − il termine è Einfühlung −, di «calarmi dentro» i veri sentimenti, le emozioni, gli slanci vitali, le speranze del malato.

Come può avvenire questo, senza distruggere quello spazio?

Se io nego a priori che nella follia ci possa essere anche un solo granello di sapienza e di saggezza, ovvero di umanità, è ovvio che mai riuscirò a calarmi dentro una vita in sofferenza. Ma per farlo devo mettere tra parentesi i giudizi istintivi che mi vengono da un’analisi superficiale, liberarmi da pregiudizi e ideologie. Così facendo riesco a capire infinitamente di più di tutto quello che puntualmente si perderebbe in un approccio fondato sulla ragione strumentale…

E quando il «miracolo della comprensione» avviene?

Comprendere cosa c’è nella vita interiore dell’altro vuol dire capire di più se stessi. Torno così alla sua domanda, e arrivo al fondamento dell’esplorazione di ogni interiorità: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. 

Cosa ci insegna la malattia, professore?

Romano Guardini è arrivato a chiedersi se tra una vita sana in senso completo, o screziata dalla malattia, a volte non troviamo valori più alti proprio in quest’ultima, che fa sgorgare in noi motivi di riflessione, di contemplazione, di comprensione che non sarebbero possibili altrimenti. Anche la malattia è un dono.

Lei chiude il suo libro con una riflessione sulla «comunità di destino» che avviene tra chi cura e chi è curato. Che cosa intende?

È un’immagine non mia, ma bellissima. Non c’è incontro realmente umano se non avviene in noi un cambiamento; a maggior ragione, non c’è vero incontro terapeutico che non cambi chi cura insieme a chi è curato. Più entrambi riescono a porsi su simmetrici orizzonti di senso, più la cura assume il suo pieno significato. Se ascolto, se non giudico, se riesco a creare una comunione e se chi sta male avverte che dall’altra parte non c’è una persona estranea alla sua angoscia, ma un uomo che sa vivere sia pure in maniera diversa i suoi problemi, ecco, già questa è terapia, già questo è il fondamento − appunto − di una comunità di destino. Essa si realizza quando medico e paziente si avvertano legati innanzitutto da un comune orizzonte, di dolore ma anche di salvezza. 

Ha usato espressioni sempre più forti: dopo «destino», «salvezza». Perché?

Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ultimo fondamento che consente di guardare l’altro da un punto di vista che mai consentirà di venir meno al rispetto di una dignità, e di una libertà, assediate dal male.

(Federico Ferraù)

© Riproduzione riservata.

mercoledì 11 aprile 2012


Breivik e quella linea sottile tra sanità mentale e pazzia - Dichiarato imputabile l'uomo della strage di Oslo di Andrea Lavazza, http://www.avvenire.it

C'è una questione culturale importante e profonda dietro la decisione di dichiarare o meno sano di mente Anders Behring Breivik, il giovane norvegese che il 22 luglio dello scorso anno uccise 77 persone in un duplice attacco a Oslo. La commissione medica che lo ha analizzato per la seconda volta lo ha riconosciuto capace di intendere e di volere. Quindi, processabile per i delitti che ha commesso.

Una prima perizia condotta alcuni mesi fa aveva invece prodotto una diagnosi di schizofrenia paranoide. Gli psichiatri avevano ricostruito «l’universo delirante che governa i pensieri e le azioni» dell’imputato, condizione per la sua non imputabilità. Ma lo stesso Breivik, attraverso i suoi legali, contestò con forza le conclusioni. Il paradosso può avere una duplice motivazione. Da una parte, l’assassino voleva forse vedere affermata la propria ideologia come motivazione razionale, sebbene illegale, e non come semplice “pazzia”, venendo riconosciuto quale interlocutore, anche politico, dal sistema penale invece che soggetto estraneo alla società e alle sue leggi.

Dall’altra, un trentaduenne potrebbe avere interesse ad essere qualificato come criminale punibile perché in Norvegia un verdetto di infermità può confinare a vita in un manicomio criminale (grazie anche a una legge scritta in questi mesi quasi ad hoc), mentre la condanna massima non supera i 21 anni di carcere. In ogni caso, la prospettiva di non punibilità provocò forti proteste nell’opinione pubblica e indusse la corte a disporre una seconda perizia. Che ieri ha dato l’esito opposto.

Di fronte a un caso simile, le nostre sensazioni immediate e le intuizioni non ponderate possono risultare a volte una guida fuorviante. Infatti, chi ritiene che il terribile crimine di Breivik meriti una punizione adeguata, non giudicherà sufficiente la pena massima prevista dall’ordinamento norvegese. D’altro canto, una valutazione di infermità mentale avrebbe prodotto una restrizione indefinita della sua libertà per motivi di sicurezza (un malato pericoloso socialmente), ma lo avrebbe di fatto esentato dalle sue responsabilità, senza la sanzione pubblica di una condanna dopo un pubblico processo (un pazzo non sa quello che compie e, al massimo, va compatito). Il punto è se chi commette delitti così efferati ed esecrabili possa ritenersi davvero "sano di mente".

Oggi molti studiosi della psiche e del cervello lo negano. Le naturali tendenze prosociali degli esseri umani – si sostiene – possono risultare distorte al punto da torturare e massacrare propri simili soltanto a causa di qualche patologia (cancellando in qualche modo l’idea di "male" e di "cattiveria"). Ma dove va tracciata la linea? Ha fatto molto discutere, ad esempio, il caso di Robert Henry Moormann, giustiziato in Arizona il 29 febbraio scorso. Arrestato per molestie, durante un permesso accoltellò e fece a pezzi l’anziana madre.

I suoi legali affermarono che era ritardato mentalmente, ma secondo una sentenza della Corte Suprema americana del 2002 una tale diagnosi vale in ambito penale se il soggetto non raggiunge quoziente di intelligenza pari o superiore 70. E Moormann aveva totalizzato un punteggio maggiore. Si era fermata a 72 Teresa Lewis, uccisa con un’iniezione letale in Virginia il 24 settembre dell’anno scorso per aver organizzato l’omicidio del marito e del figliastro. Una quota sufficiente per i giudici, malgrado la mobilitazione nazionale di molte esponenti della società civile a favore di un gesto di clemenza verso una persona palesemente disabile psichicamente.

Nessuno si commuoverà per Breivik. Ci sembrano troppo ben pianificati i suoi attentati, troppo elaborate le sue motivazioni, pur aberranti. Ma, come avevano affermato i primi periti, un delirio pare governare le sue azioni e dal punto di vista medico ciò equivale a "mancanza" di comprensione dei propri atti paragonabile a quella di una persona ritardata. Semplificando, se ci fidiamo delle nuove scienze cognitive parecchi criminali non dovrebbero essere processati. Ma tanti riterranno che così si venga meno all’idea di giustizia che chiede di punire i colpevoli. Il senso di umanità, però, ci dice che non è equo infierire su chi non si può considerare responsabile di ciò che fa. A farci propendere da una parte o dall’altra sono spesso le situazioni e le apparenze. Non possiamo tuttavia venire meno neppure al principio basilare di trattare casi simili in modo simile. Per questo la vicenda Breivik è una cartina di tornasole di questioni che diventeranno sempre più centrali e controverse.

martedì 3 aprile 2012

Psicosi - Riconoscerla entro i 5 anni per evitare i danni più gravi




Balduzzi: “Entro il 2013 chiuderemo gli Opg” ,”Entro un anno gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi o riconvertiti”, http://www.lafragolanapoli.it/

Ancora un anno, poi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari “dovranno essere chiusi o riconvertiti: credo che esistano i tempi per il rispetto della norma che è stata fatta”.

E-ilmensile – A dirlo è stato il ministro della Salute, Renato Balduzzi a Firenze, durante un convegno realizzato da Legautonomie.“E’ stato stabilito un crono-programma – ha proseguito il ministro -, e proprio in questi giorni andrà all’accordo in conferenza Stato-Regioni il decreto ministeriale sui requisiti delle strutture. Io credo che sia coraggiosa la scelta di porre un termine a questi momenti non di grande dignità del nostro paese a queste strutture fortemente problematiche – ha aggiunto il ministro – e credo che riusciremo a vincere questa scommessa. Certamente ci vuole da parte di alcune regioni una grande collaborazione, ma penso che ci siano le condizioni per rispettare i tempi della norma”.

L’OPG è, tecnicamente, una Istituzione dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, più realisticamente una sorta di discarica sociale.
E’ formato da una serie di reparti, in tutto 8, molto simili tra loro, in ognuno dei quali ci sono delle celle, una sala mensa e un cortile interno per le passeggiate.
Alle finestre le sbarre.
Dietro quelle sbarre si trovano gli esseri probabilmente più emarginati della nostra società, i “loro” più diversi, non solo “matti ” ma anche criminali!
Quelle persone di cui tutti si sono ricordati solo dopo che la canzone di Cristicchi è riuscita a vincere l’ultimo festival di San Remo. Quelle persone che invece avrebbero molte cose da dire e far sapere al resto della gente se solo qualcuno ascoltasse.


Ma in questi casi ascoltare è difficile, non a causa della malattia mentale, ma a causa del fatto che queste persone sono colpevoli di un reato, qualunque esso sia, il che li rende agli occhi della gente meno malati e più criminali.
Tutto ciò è certamente comprensibile, soprattutto considerando il punto di vista delle vittime di tali reati, ma non giustifica la pena che queste persone devono scontare. Cercherò di spiegarmi meglio senza entrare troppo nel dettaglio.
Per i cosiddetti “folli rei”, ovvero coloro che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e volere e sono giudicati “pericolosi socialmente”, il giudice può stabilire un internamento minimo di 2, 5 o 10 anni a seconda dei casi, ma la legge non stabilisce un massimo.
Insomma si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce.

Passato il periodo di tempo stabilito (2, 5 o 10 anni), l’internato viene sottoposto ad una ulteriore visita psichiatrica che deve stabilire se la sua pericolosità sia scemata o meno.
Laddove tale perizia stabilisca la scemata pericolosità sociale, il condannato potrebbe essere libero, ma in realtà ancora non lo è perché c’è un’altra condizione fondamentale per la sua liberazione: avere una famiglia o un luogo di cura che si faccia carico di lui e della sua salute.
Questa condizione per molti internati diventa una condanna all’ergastolo: le famiglie molto spesso li rifiutano perché considerano una vergogna la malattia e ancor di più il crimine, o perché non hanno i mezzi per poterli assistere; le istituzioni sanitarie e quelle locali non sembrano avere risorse sufficienti, spazi, personale.
Così, sebbene una persona abbia raggiunto un grado di autonomia e consapevolezza che gli renderebbe possibile tornare alla sua vita “normale”, deve rimanere in OPG.

Questo è uno dei motivi per cui, all’inizio di questo articolo ho definito l’O.P.G. una sorta di discarica sociale.
Non solo. Anche le attività trattamentali, intese come l’insieme delle attività ricreative, socializzanti, psicologiche e lavorative, che dovrebbero essere il momento fondamentale dell’internamento, nonostante l’impegno dei volontari, rivestono un ruolo spesso secondario. I finanziamenti stanziati dai governi sono purtroppo insufficienti per organizzare attività, avere materiale etc.
I soldi previsti dalla legge sono pochi anche per provvedere alla sussistenza degli internati: si pensi che per il cibo di un internato la legge prevede un budget giornaliero minore di quello di un carcerato, come se ad un internato, data la sua condizione, bastasse un minor numero di calorie e principi nutritivi.
Se si considera inoltre che la funzione principale dell’OPG dovrebbe essere, oltre che la cura, quella di riabilitare e rieducare gli internati per poterli reinserire nella società “normale”, non si spiega perché in un istituto come quello di Aversa si trovino solo 3 educatori su 330 internati circa.


Ma il fatto a mio avviso più sconvolgente e paradossale è che all’interno di un Ospedale Psichiatrico giudiziario non esista la presenza continua e permanente nell’arco delle 24 ore di uno psichiatra. Gli psichiatri che lavorano presso l’OPG lo fanno spesso come secondo lavoro, nel senso che sottraggono delle ore ai propri studi privati per fare le visite richieste dall’Istituto.
Succede allora in casi estremi quello che è stato descritto durante un incontro con uno psicologo: nei casi in cui si rende necessario, il medico di guardia può decidere che un internato venga immobilizzato con la forza sul letto di contenimento, ma solo lo psichiatra può decidere di farlo slegare. Così, ad esempio, se questo avviene il venerdì, l’internato dovrà aspettare fino al lunedì per essere liberato, allorché ci sarà uno psichiatra che potrà deciderlo.
Tutto ciò è a dir poco vergognoso.

Il letto di contenimento è stato peraltro molto utilizzato fino ad un recente passato, ma probabilmente in molte realtà tutt’oggi si abusa di questo metodo, soprattutto a causa dell’impreparazione del personale che andava ad operare in OPG: gli infermieri, i poliziotti penitenziari, i medici, non seguono dei percorsi formativi specifici per fare questo tipo di lavoro. Vengono in un certo senso “sbattuti” li, senza essere preparati a questo tipo di realtà che non ha niente a che vedere con un “normale” ospedale o un “normale” carcere.
Oggi, ad Aversa, grazie agli sforzi di alcuni, primo fra tutti il direttore dell’OPG A. Ferraro, sono stati messi in atto dei percorsi formativi rivolti al personale infermieristico e alla polizia penitenziaria, grazie ai quali si cerca di limitare l’utilizzo di mezzi coercitivi come quello sopra indicato insegnando tecniche alternative di contenimento; ma ciò non basta.


La rivalutazione della funzione del personale all’interno di questa istituzione, è una questione che non andrebbe sottovalutata soprattutto in ambito politico, come invece succede, ma piuttosto risolta perché è il primo passo per poter realmente costruire un percorso significativo di recupero.
Il primo importante passo per arrivare a questo consiste nel fare in modo che la società si accorga di queste persone, affronti queste problematiche più apertamente (non solo con programmi televisivi in seconda serata) e se ne faccia carico.
E che di conseguenza anche le Istituzioni se ne interessino, che sappiano ascoltare, rispondere a questi bisogni urlati da centinaia di persone e sappiano investire le giuste energie e le adeguate risorse nell’ambito della cura e del recupero, poiché credo sinceramente che laddove la cura non funziona e il recupero non avviene, tutta la società e il suo sistema di giustizia falliscono.

martedì 7 febbraio 2012


Evitare che i Malati Diventino Assassini di Vittorino Andreoli - Corriere della Sera, 07 Febbraio 2012

La società chiede che i malati siano curati e non che divengano assassini, semplicemente perché malati. E soprattutto la società chiede che non si mettano in libertà persone pericolose che, uscite dal sistema penitenziario subito reiterino il reato e creino vittime. È un caso che ci interroga quello di Milano, ed è un dolore enorme vedere che la psichiatria, non curando adeguatamente, "produce" danno sociale. Ho passato molto del mio tempo nelle carceri e nei manicomi criminali e ora sogno finalmente di entrare, senza dovermi vergognare, in Istituti qualificati per fare della psichiatria scientifica, per applicare il sapere della indagine criminologica che significa sempre anche chiudere gli sproloqui vani dei cosiddetti psichiatri o criminologi da tribunale.
La legge che oggi si discute alla Camera dei deputati e che chiude i manicomi giudiziari si colloca in questo ambito. Sapere che dal 31marzo 2013 non risulteranno più dentro la storia della psichiatria italiana — sempre che i deputati la approvino come ha fatto già il Senato e senza modifiche — è una buona notizia per me psichiatra e per i 1.400 ospiti che vi sono rinchiusi. Perché questa è una legge che impedirà di riempire la cronaca di fallimenti psichiatrici.
Non vedo questo giorno come il prolungamento di quello del maggio del 1978 quando il Parlamento chiuse i manicomi " civili". Sapevo allora che la psichiatria può vivere senza manicomi , ma non senza predisporre delle misure alternative, più umane innanzitutto, ma soprattutto più efficienti e più rispondenti ai bisogni dei pazienti e alla sicurezza della società, e queste non vennero promulgate. Erano allora prevalse esigenze ideologiche, non la scienza.
La legge sulla chiusura dei Manicomi giudiziari non si limita a chiudere, ma ad aprire delle piccole strutture in ogni Regione con carattere non più custodialistico, ma curativo. Che si tratti di luogo di detenzione lo dimostra l'uso non solo della chiusura dei pazienti dentro un ambiente «carcerario», ma il fatto che molti ricoverati vengono «legati». Il passaggio dalla contenzione alla terapia è stato per molti anni il sogno di noi psichiatri e continuerà a esserlo finché questa «violenza terapeutica» non sarà totalmente cancellata.
Questa legge prevede dei luoghi regionali che stando al numero di degenti occuperanno mediamente 50-70 persone. Permettendo di sostituire le cinque strutture attuali per uomini e l'unica per le donne. Le strutture saranno curative e per esserlo devono giungere a una diagnosi e dunque utilizzare tutto il sapere medico e psichiatrico per farlo. Un risultato importante, se solo si pensa che adesso questi malati vengono «valutati» in tribunale, dove la psichiatria è addirittura vergognosa, poiché sovente mostra di adattarsi alle parti e non di attenersi ai criteri scientifici. Gli ospiti delle strutture che stanno per essere chiuse sono soggetti che hanno compiuto un reato punibile penalmente, ma per il quale nasce, nel corso del procedimento giudiziario, il dubbio che si tratti di malati di mente che, nella formula giuridica, significa «totalmente o parzialmente incapaci di intendere e/o di volere». Casi che se curati avrebbero evitato quel comportamento, e se curati adeguatamente potrebbero almeno non ripeterlo. E qui si pone la questione della pericolosità. Noi sappiamo che la malattia di mente non incorpora necessariamente la pericolosità sociale: questo principio è stato sancito dalla legge 180/1978 ed è un grande risultato, ma sarebbe un errore affermare che il disturbo mentale non è mai pericoloso. In certe malattie (poche) la pericolosità è un sintomo che dunque si lega al disturbo mentale, e sarebbe gravissimo dimenticarsene o volerlo negare ideologicamente. Pertanto la procedura penale deve considerare la pericolosità e deve poter inviare la persona sotto giudizio in un luogo in cui far valutare attentamente e scientificamente questa ipotesi. Come accade già nel mondo più avanzato, negli Stati Uniti per fare un esempio.

sabato 31 dicembre 2011


Importante studio: «l’aborto aumenta dell’81% il rischio di malattie mentali», 30 dicembre, 2011, http://www.uccronline.it

Sulle conseguenze mentali e fisiche dell’aborto indotto è in corso una vera e propria battaglia a suon di ricerche scientifiche, come accade per tutte le tematiche politicamente rilevanti. Tuttavia ci sono, come sempre, studi e posizioni guidate da ideologia e politica e studi di alta qualità e correttezza metodologica.

Un esempio calzante di tutto questo lo si è verificato nel 2006, dopo la pubblicazione di un importante studio sul Journal of Child Psychology and Psychiatry dove è stato rilevato che le donne sotto i 25 anni che avevano avuto un aborto indotto presentavano un alto tasso di rischio di avere problemi di salute mentale (42%) tra cui depressione, ansia, comportamenti suicidi e disturbi da abuso di alcool (50%) e sostanze illecite (67%) rispetto a coloro che non erano mai state in gravidanza (21%) e di coloro che avevano proseguito la gravidanza (35%). L’American Psychological Association, schierata politicamente come sempre, ha subito scritto un comunicato dicendo:  «l’APA nel 1969 ha adottato la posizione che l’aborto dovrebbe essere un diritto civile. Per i sostenitori pro-choice gli effetti sulla salute mentale non sono rilevanti per il contesto giuridico di argomenti per limitare l’accesso all’aborto». Il Dr Fergusson, psicologo ed epidemiologo (dichiaratamente “non credente” e “pro-choice”), ha a sua volta risposto su diversi quotidiani dicendo: «avremmo potuto non trovare quello che abbiamo trovato, ma lo abbiamo trovato e non si può essere intellettualmente onesti e pubblicare solo i risultati che ti piacciono [...]. Sarebbe stato “scientificamente irresponsabile” non pubblicare i risultati solo perché sono così critici». Ha poi aggiunto che il lavoro è stato rifiutato da un certo numero di riviste, «è molto insolito per noi. Normalmente il lavoro viene accettato al primo tentativo», ha concluso ironizzando anche sulle pressioni e critiche ideologiche che gli sono piovute addosso. Un’esperienza molto simile a quella accaduta al biostatistico Alessandro Giuliani in campo biologico. Evidentemente non c’è davvero libertà di ricerca.

Indipendentemente dai comunicati dell’Apa (guidata dai soliti 200 soci, come ha spiegato l’ex presidente Cummings) nel 2008 uno studio sistematico pubblicato su Contraception (rivista americana considerata abbastanza schierata in versione pro-choice) ha valutato tutti gli articoli incentrati sulla potenziale associazione tra aborto e salute mentale pubblicati tra il 1 gennaio 1989 e 1 agosto 2008. E’ risultato evidente che gli studi di scarsa qualità e metodologia più difettosa erano quelli che negavano l’esistenza di un legame (mentre quelli di alta qualità hanno scoperto una connessione tra aborto e peggiore salute mentale).  Sempre nel 2008 il British Journal of Psychiatry ha pubblicato uno studio longitudinale durato 30 anni dal quale è emerso che le donne che avevano avuto aborti presentavano tassi di disturbi mentali del 30% in più. 

Quattro mesi fa sempre la stessa rivista ha presentato un nuovo studio, ad oggi la più grande stima quantitativa dei rischi per la salute mentale associati all’aborto disponibili nella letteratura mondiale. Il campione della metanalisi ha compreso 22 studi e 877.181 partecipanti.  Il risultato è perentorio: le donne che hanno subito un aborto presentano un rischio maggiore dell’81% di avere problemi di salute mentale, e quasi il 10% di incidenza di problemi di salute mentale ha dimostrato di essere direttamente attribuibile all’aborto. I ricercatori si augurano che queste informazioni vengano fornite alle donne in procinto di abortire. La ricerca ha così confermato decine e decine di studi precedenti, in gran parte presentati in questa pagina.

giovedì 1 dicembre 2011


Il male esiste anche a Oslo di Giacomo Samek Lodovici, 01-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Anders Behring Breivik, l’autore degli enormi massacri di Oslo e Utoya che il 22 luglio ha ucciso 77 persone, ferito altre 151 e sconvolto un intero paese è stato considerato incapace di intendere e di volere da una perizia psichiatrica. Molto probabilmente eviterà il carcere e trascorrerà il resto della sua vita in un manicomio.


Ora, noi ovviamente non possiamo in alcun modo giudicare sulla correttezza della perizia psichiatrica che probabilmente è ineccepibile. Del resto, già per uno specialista il compito di sondare nel cuore, nella mente, in generale nell’interiorità di un uomo, è assai arduo, perché l’intimo di ogni uomo sfugge in larga misura agli altri e, in una certa misura sfugge persino al soggetto che agisce (con buona pace delle antropologie cartesiane e simil cartesiane che affermano l’autotrasparenza dell’io): solo Dio lo può scrutare. Agostino diceva (anche in questo senso) che Dio è “intimior intimo meo”, più intimo a me stesso.


Senza dunque volerci affatto pronunciare sulla sanità mentale di Breivik, rileviamo però che notizie di questo genere hanno diversi effetti.


Da un lato possono terrorizzare le persone. Infatti, viene da pensare che alcuni pazzi sono mine vaganti, non sono innocui e possono fare stragi immense, soprattutto considerata la potenza micidiale delle armi odierne, e purtroppo essi sono imprevedibili.


D’altro canto, la derubricazione della strage di Breivik a fenomeno di follia ha anche l’effetto di anestetizzare la domanda sul male, sulla malvagità, sugli abissi di perversità che il cuore dell’uomo può raggiungere.


Questa anestetizzazione è un processo che ha molte tappe. Per fare solo due esempi, uno remoto e un altro recente, i manichei attribuivano gli atti umani malvagi ad una divinità maligna, mentre Rousseau li ha ricondotti alla società corruttrice.

In queste due concezioni, ed in altre che si potrebbero citare, è comune la deresponsabilizzazione del soggetto, la negazione della libertà umana e, in definitiva, la rimozione del male. Infatti, se l’uomo non agisce liberamente bensì è agito da altri (da una divinità malvagia, dalla società, dalla follia, ecc.), allora egli non sceglie e, se non sceglie, il male morale non esiste, perché si può imputare un’azione a qualcuno solo se egli la compie consapevolmente e volontariamente. Un evento, sia pur molto negativo, prodotto da un animale, da una pianta o da un sasso non può essere considerato un male morale.


Ora, oggigiorno il senso del male è assai annacquato e di conseguenza anche il senso di colpa: tutte le azioni, in fondo, vengono considerate buone purché siano espressione dello spontaneismo individuale, purché il soggetto «si senta autentico». Va quasi tutto bene «se mi sento di fare così». Quasi tutto, tranne certe azioni considerate (ancora oggi) manifestamente atroci, perlomeno dai più: pedofilia, assassinio, stragi, ecc.

Senonché, quando avviene un delitto efferato, sui media non sono rari i commenti degli esperti di turno che si affrettano a dire che il reo non era veramente libero e responsabile, che bisogna scusarlo, ecc.

Anche il format dei talk show contribuisce a questo processo di deresponsabilizzazione: l’idea che si possa e si debba sempre discutere di tutto alla lunga produce la legittimazione anche delle tesi più aberranti e configura, a ben vedere, un’apologia di reato.


Invece, almeno questi delitti atroci dovrebbero scuotere le nostre coscienze dal loro torpore e farci sbattere drammaticamente la testa contro il dato di fatto dell’esistenza del male morale e perciò dovrebbero farci alacremente cercare di prevenirlo. Dovrebbero perlomeno incentivarci a prevenire le nostre azioni malvagie mediante l’autocoltivazione della nostra anima (e per far ciò i credenti possono ricorrere anche ai sacramenti), assecondando l’imperituro monito già formulato da Socrate. Infatti, se le uccisioni di Breivik sono state incolpevoli, noi invece potremmo arrivare a compiere volontariamente cose atroci e potremmo farlo consapevolmente. Immediatamente no, ma progressivamente sì, cioè se ripetiamo degli atti malvagi, anche poco malvagi all’inizio, se non custodiamo noi stessi e se lasciamo allignare e sedimentare cumulativamente nel nostro io delle predisposizioni malvagie, le quali incominciano ad infiltrarsi e poi lo infestano.


Infatti, come dice già Aristotele, «a seconda di come ci comportiamo […] diveniamo gli uni giusti gli altri ingiusti; […] Lo stesso avviene per i desideri e le ire: alcuni diventano temperanti e miti, altri intemperanti e iracondi, per il fatto che nelle medesime situazioni gli uni si comportano in un modo, gli altri in un altro. E dunque, in una parola, le disposizioni morali derivano dalle azioni». Così, a volte gli uomini arrivano a compiere cose mostruose cogliendone la malvagità, a volte invece senza poterne più cogliere la malvagità, ma, in questi casi, il loro stato di ignoranza è colpevole. È stato il compimento di tanti atti malvagi, cominciando magari da quelli di lieve entità (gutta cavat lapidem), ciò che ha progressivamente soffocato la consapevolezza e la coscienza morale.

lunedì 7 novembre 2011


Il cervello e' governato da 12 'hub'

Aree iperconnesse che fanno filtro e forse sono sede coscienza

03 novembre, 20:55
Il cervello e' governato da 12 'hub'(ANSA) - ROMA, 03 NOV - Il nostro cervello e' governato da 12 centraline o 'hub' in cui potrebbe risiedere la coscienza.

Malfunzionamenti anche di uno solo di questi 'hub' potrebbero essere alla base di malattie come la schizofrenia. Si tratta di 12 aree caratterizzate da molti collegamenti nervosi, sia tra loro che col resto del cervello, com'e' spiegato sul magazine britannico New Scientist che riporta lo studio di Martijn van den Heuvel dell'Universita' di Utrecht e Olaf Sporns della Indiana University a Bloomington.