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lunedì 14 gennaio 2013


Ma il matrimonio non va deformato - 14 gennaio 2013 - http://www.corriere.it

La questione del matrimonio gay è, nella sua essenzialità, molto semplice. Chi si batte perché i partner di una coppia gay ottengano la qualifica legale di «coniugi» o quella di «genitori» non riesce ad esibire convincenti ragioni sociali, ma solo ragioni di ordine simbolico (più o meno tutte riconducibili alla logica dell'affettività).

Ma il diritto non esiste per dare soddisfazioni simboliche ai cittadini. Garantiamo legalmente un titolo professionale (ad esempio quello di medico o di infermiere) per il rilievo sociale posseduto da questi professionisti. Non garantiamo legalmente, invece, il titolo di pittore o quello di romanziere, perché un brutto quadro o un pessimo romanzo non possono produrre i disastri che potrebbero produrre una diagnosi medica sbagliata o un'errata valutazione dell'idoneità statica di un edificio.

Come istituto giuridico (e gli assetti giuridici della società dovrebbero essere i soli a interessare i cittadini di una società pluralista) il matrimonio non ha finalità meritevoli di tutela di carattere simbolico, ma un'unica essenziale finalità sociale, quella di garantire l'ordine delle generazioni, istituzionalizzando tra l'uomo e la donna quelle relazioni pubbliche di particolare intensità e responsabilità che consentono la nascita della famiglia, come struttura di socializzazione primaria.

In quanto costitutivamente sterile, il rapporto omosessuale (come peraltro qualsiasi altra forma di rapporto affettivo o amicale) non ha alcun bisogno di un riconoscimento legale, o almeno non ha bisogno di un riconoscimento diverso da quello che l'ordinamento giuridico potrebbe, se volesse, offrire, ma solo sul piano patrimoniale, ad altre forme di convivenza «non sessuate» , che venissero ritenute meritevoli di attenzione sociale (come quelle tra fratelli conviventi o tra anziani genitori e un figlio).

Si obietterà: perché negare ai gay la realizzazione dei loro «desideri» coniugali? La loro, è stato detto efficacemente, è una «battaglia per la felicità». Soggettivamente, può senza dubbio esserlo; ma oggettivamente bisogna riconoscere che si tratta di una battaglia molto ingenua, perché, comunque essa vada a concludersi, non è dal diritto e dai suoi eventuali (e impropri) riconoscimenti simbolici che deriva la nostra felicità, ma dalla coerenza tra il bene, nella sua oggettività, e il nostro personale stile di vita.

Questa forma di felicità, l'unica davvero autentica, non è veicolata dal diritto e non è preclusa a nessuno, sia che possa sia che non possa sposarsi (come capita anche a tanti eterosessuali). Nel dibattito in merito al matrimonio gay, la vera posta in gioco non è il pur legittimo desiderio di felicità degli omosessuali che vogliono sposarsi, ma la deformazione oggettiva del matrimonio come istituto giuridico che è conseguenza inevitabile del riconoscimento del matrimonio tra omosessuali. Su questo punto e su questo soltanto dobbiamo discutere, senza cedere a suggestioni che hanno un notevole rilievo ideologico, ma una limitata forza argomentativa.

Francesco D'Agostino 

lunedì 11 giugno 2012


11 giugno 2012 - Famiglia e la mentalità predatoria dell'oggi - Ma la felicità si offre di Francesco D'Agostino, http://www.avvenire.it/

Vorrei commentare le giornate milanesi dedicate alla famiglia con alcune brevi meditazioni sulla felicità familiare. Spero che con questo inizio i lettori non si spaventino. Jacques Maritain diceva che a volte si può fare più filosofia assaporando una ciliegia tra i denti che non scrivendo ponderosi trattati. Mettendomi sulla sua scia, aggiungerei che una battuta, una facezia, una vignetta riescono a volte a farci percepire la realtà meglio di quanto non riescano a fare gli editoriali di illustri (!) accademici. Mi sto riferendo a una vignetta di Altan, apparsa su Repubblica del 4 giugno. Due personaggi, presumibilmente un bambino e una bambina (non per il loro aspetto, ma perché hanno in mano giocattoli) si scambiano due battute, che dovrebbero essere ironiche, ma che a me sono apparse tragiche. Il primo dice: «Abbiamo diritto a un po’ di felicità».

La seconda risponde con una domanda: «A chi gliela togliamo?». Sembra che il problema sia davvero tutto qui: a chi dobbiamo togliere quella parte di felicità che non possediamo, ma alla quale riteniamo di avere diritto? A chi ne ha troppa (ma come stabilire il "troppo" della felicità)? A chi non la merita (ma c’è qualcuno che non merita di essere felice)? Ai nemici (ma se poi si vendicano)? Agli amici (ma continueranno a essere amici di coloro che avranno tolto loro la felicità)? Ai genitori? (non c’è dubbio che i genitori sono in genere disponibilissimi a dare ai figli tutta la felicità di cui essi possano disporre... ma in genere non è quella dei genitori la felicità che desiderano i figli). È chiaro che in questo modo non si va molto lontano e che fin dall’inizio il discorso è viziato. C’è qualcosa di distorto, infatti, nell’idea di una felicità, che si può conquistare solo per sottrazione (e al limite per furto), togliendola cioè ad altri. La felicità, quando è vera, è un bene contagioso: chi è felice rende felici gli altri, senza portar loro via assolutamente nulla. Quanto più uno è autenticamente felice, tanto più è in grado di aumentare la felicità altrui. Se le cose stanno così, come dobbiamo interpretare allora la vignetta di Altan? Chi sono i suoi veri destinatari? Vuole colpire quei pochi egoisti, potenti e crudeli, che tolgono subdolamente la felicità al popolo e alle masse? O non colpisce piuttosto – e non so con quanta consapevolezza – l’egocentrismo che pervade l’animo degli uomini di oggi?

A me sembra che Altan descriva esattamente la realtà dell’individualismo contemporaneo, nel suo fondo più oscuro e meno confessabile, che non è esagerato definire predatorio. All’incremento della felicità dell’uno non potrebbe che corrispondere il decremento della felicità dell’altro. Mi arricchisco perché l’altro si impoverisce. Conquisto i miei spazi, perché riesco a sottrarli a chi me li contende. Vinco e celebro il mio trionfo perché i miei rivali perdono e vengono umiliati. Se la mia felicità è un "diritto", perché essa si realizzi è inevitabile che l’altro abbia il "dovere" di perdere la sua. Questo paradigma è talmente consolidato nel tempo in cui viviamo che è difficile perfino avvertire quanto sia pervasivo e distorto. Giunge la stagione delle vacanze e i figli abbandonano gli anziani genitori negli ospedali o in apposite residenze: hanno pur diritto a un po’ di felicità e a godersi le ferie! I figli costano e desiderano fratelli con cui giocare e accanto ai quali crescere; ma come è compatibile questa loro felicità con l’aspirazione dei loro (ipotetici) genitori a vivere una felice (e più agiata) vita di coppia? Meglio rinunciare a far figli. Tizio si disamora della famiglia, abbandona la moglie e cerca la sua felicità con un’altra donna, attivando nuovi legami familiari: ho pur diritto – egli sostiene – a un po’ di felicità (e poco conta se, per realizzarla, egli la toglie alla moglie e ai figli che abbandona, a volte condannandoli anche a ristrettezze economiche). È inevitabile a questo punto giungere all’esempio più crudo e oggi meno avvertito, quello delle donne che interrompono la gravidanza: pensano di aver diritto in tal modo a "un po’ di felicità" e non si rendono conto di togliere in tal modo ai loro figli, cui viene preclusa la possibilità di nascere, qualunque possibilità di essere a loro volta, anche se in piccolissima misura, felici. Non credo che nella sua vignetta Altan volesse alludere a tutto questo. Ma ci allude obiettivamente e tanto può bastare.

© riproduzione riservata

lunedì 28 maggio 2012


CHI HA FAMIGLIA È PIÙ FELICE - Un importante riconoscimento alle ricerche su "Economia e Felicità" di Antonella Ferrucci

ZI12052705 - 27/05/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-30861?l=italian

ROMA, domenica, 27 maggio 2012 (ZENIT.org) - Economia e felicità, un tema che spesso ricorre sulle pagine di Economia di Comunione, un tema studiato da anni dal Dipartimento di Economia Politica dell'Università Milano Bicocca con ricerche specifiche e convegni sul tema a livello internazionale (http://www.edc-online.org/it/home/eventi-italia/2463-un-importante-riconoscimento-alle-ricerche-sueconomia-e-felicita-.html).
Tali ricerche sono state citate lo scorso 21 maggio dal Cardinal Angelo Bagnasco nell'ambito della sua prolusione alla 64esima Assemblea Generale della CEI di cui è presidente.
Nelle conclusioni, il Card.Bagnasco ha detto: "Interessante il dato emerso da una recente indagine promossa dall’Università Bicocca di Milano, secondo cui le persone che attribuiscono più importanza alla famiglia e alle relazioni che in essa si sviluppano sono in genere le più felici.
In Italia, nonostante difficoltà di vario genere, la famiglia tiene e si rivela, anche in questo frangente, il punto di tenuta affettiva, psicologica ed economica. Ma bisogna recuperare una cultura della famiglia; una cultura che fa del nostro Paese un esempio a cui guardare. C’è fame di famiglia perché essa è il motore della vita."
Per cercare di approfondire il tema abbiamo intervistato Pierluigi Porta, fondatore del Dipartimento e direttore della rivista internazionale Irec, e Luca Stanca, autore della ricerca con Luigino Bruni.
Prof. Porta, il Cardinal Bagnasco cita una ricerca sulla felicità svolta nella sua università. Può dirci di cosa si tratta e cosa dimostra tale  ricerca?
Il Card. Bagnasco cita un dato che emerge da molte ricerche in tema di valutazione soggettiva della felicità: ossia il fatto che le relazioni familiari costituiscono l'ambito relazionale che dà maggiore apporto a condizioni di vita soddisfacenti. Il dato si inserisce in una serie di ricerche empiriche a tutto campo sul rapporto tra felicità ed economia svolte anche dal nostro Dipartimento.
Come valuta il fatto che il cardinal Bagnasco abbia fatto riferimento a questa ricerca?
Credo che la valutazione offerta dalla prolusione di Bagnasco costituisca un riconoscimento significativo di un campo di ricerca nel quale il nostro Ateneo ha dato prova di eccellenza a livello milanese ma anche in campo internazionale.
Prof. Stanca, può spiegarci un po' più in dettaglio in cosa consiste questa ricerca?
In questa ricerca su Felicità e Famiglia abbiamo valutato tre dimensioni relative allo status dei soggetti: anzitutto lo status familiare (soggetti sposati o meno, con o senza figli) quindi i valori familiari (l'importanza data alla famiglia) ed infine le relazioni familiari (quanto tempo si trascorre con i propri familiari). Tutte e tre le dimensioni hanno avuto effetti positivi rispetto alla felicità dei soggetti, ma in particolare gli effetti più forti si sono riscontrati a proposito della dimensione dei valori familiari ed è a questo che si riferisce il Cardinal Bagnasco.
Quali variabili entravano in gioco in questa dimensione?
Qui le variabili erano 6: quanto è importante la famiglia per me? (dimensione soggettiva); quando è importante il ruolo della famiglia (dimensione sociale); che importanza ha il rispetto per i genitori? è giusto che una persona si sacrifichi per i propri figli? quando il divorzio è giustificabile? che importanza si attribuisce al matrimonio? In tutte queste variabili si notano effetti sulla felicità degli individui, ma in particolare l'effetto è molto forte per chi attribuisce importanza al ruolo della famiglia nella società: a parità di condizioni chi ritiene che il ruolo della famiglia nella società sia importante è mediamente più felice. Interessante rilevare che questi dati emergono sia da dati relativi all'intero pianeta (rilevati su 80 nazioni circa) che da dati specifici per l'Italia.
La famiglia è molto importante anzitutto per lei, visto che ha 5 figli di cui 2 gemelli...
Ebbene sì, lo dimostrano i fatti...

domenica 11 dicembre 2011


IDEE/ Barcellona: cosa c'entra il dolore con la democrazia? Di Pietro Barcellonavenerdì 9 dicembre 2011 - Disordini a Milano (Imagoeconomica) ApprofondisciIDEE/ Se la crisi fa ammalare il nostro desiderio, di M. NicolosiDIBATTITO/ Barcellona: perché un giovane si dovrebbe "indignare"?, http://www.ilsussidiario.net

In un articolo apparso sul domenicale del Sole 24 ore, intitolatoMorire di depressione, Gilberto Corbellini attacca con una inaudita virulenza il volume recentemente pubblicato di Aldo Bonomi ed Eugenio Borgna, i quali, in modo per certi versi paradossale, mettono in luce gli aspetti anche positivi dell’esperienza dolorosa della depressione. In sostanza Corbellini accusa i due autori di chiacchiere superstiziose e antiscientifiche che tendono a dare del dolore psichico una interpretazione non interamente riducibile ai meccanismi del funzionamento cerebrale acquisiti oramai dalle neuroscienze come prova inconfutabile del carattere organico di tutti i disturbi della psiche, compresa la depressione che oggi viene considerata il male del secolo.
L’articolo di Corbellini si colloca peraltro in un numero del domenicale nel quale si fa l’apologia dell’opera di Lucrezio, De Rerum natura che, anticipando la rivoluzione moderna, ha liberato gli uomini oppressi dalla superstizione religiosa offrendo per la prima volta nella storia umana una comprensione razionale dell’universo basata su leggi di natura: “atomi e vuoto consentono l’aggregazione e la dissoluzione dei corpi senza che gli dei possono in alcun modo interferire con i processi fisici”.
Sono convinto, e l’ho ribadito più volte, che nella situazione contemporanea è in atto un’offensiva materialistica, improntata al neonaturalismo delle neuroscienze, che tende a neutralizzare ogni dimensione spirituale e psichica dell’agire sociale umano, offrendo al pubblico inconsapevole una spiegazione “scientifica”, oggettiva e deresponsabilizzante di ogni evento umano che abbia a che vedere con la sofferenza, ma anche con la libertà di scegliere.
L’argomento è dunque di grande attualità e rilevanza pubblica giacché, per trarre subito le conseguenze immediate di una tale visione dell’essere umano come meccanismo biologico ed interamente fisico, è evidente che tutte le riflessioni sulla tragica crisi che sta attraversando l’Occidente possono ridursi al ritardo culturale che impedisce di riconoscere l’oggettività delle leggi economiche. La società degli atomi di Lucrezio è un mondo interamente riducibile a leggi di natura che possono essere acquisite cognitivamente da tutti e che distruggono ogni spazio politico per le decisioni e le scelte degli esseri umani e, allo stesso tempo, cancellano ogni spazio mentale all’interno del quale soltanto può essere immaginata una libertà e una responsabilità individuale rispetto ad alternative possibili. Tutte le cose di cui discutiamo e intorno alle quali cerchiamo di confrontarci non hanno alcun senso, giacché il governo della vita è oramai interamente affidato al sapere scientifico che promette di condurci alla felicità del paradiso terrestre epicureo. Che significato possono avere la democrazia collettiva e la libertà individuale se il funzionamento del mondo e della società è interamente iscritto in un codice fisico che può essere conosciuto attraverso il rapporto di causa ed effetto tra un evento e le sue conseguenze materiali? Siamo arrivati al punto in cui possiamo delegare ai neuroscienziati e agli esperti di tecnologie sociali il potere di governare le nostre vite e le nostre relazioni interpersonali?
Se si riflette in questi termini sulle questioni sollevate dalla divulgazione scientifica che la maggior parte degli organi di stampa, giornali e media, continua generosamente a propinarci, credo che venga rimosso totalmente uno dei temi decisivi per comprendere la condizione degli esseri umani sul pianeta: l’esperienza inevitabile del dolore psichico come caratteristica propria di chi non solo soffre, ma sa di soffrire e se ne chiede il perché. Come ha scritto Nogaro in un libro che chiude la riflessione di Cacciari sul dolore dell’altro, l’esperienza del dolore, e specialmente del dolore mentale, è costitutiva della specificità degli esseri umani ed è il più grande mistero col quale dobbiamo confrontarci.
Vittorino Andreoli, che probabilmente Corbellini iscriverebbe al circolo degli antimoderni superstiziosi, nel suo ultimo libro, dedicato allo psichiatra e al suo paziente, ha scritto con straordinaria chiarezza che si dà una distinzione radicale tra laspiegazione scientifica del dolore e la comprensione del dolore dell’altro, e ha sottolineato giustamente che mentre la spiegazione delle cause del dolore può soddisfare un’esigenza cognitiva, solo la comprensione del dolore mentale può consentire l’istaurarsi di una relazione affettiva che rende possibile l’accettazione della sofferenza attraverso la condivisione, e la stessa trasformazione del dolore in una risorsa per vincere la paura della morte e apprezzare le possibili gioie della vita.
Le stesse considerazioni finali di Corbellini sugli “effetti placebo” (cioè effetti di palliativi non efficaci farmacologicamente), dovuti alla mediazione del rapporto fra paziente e medico, sono clamorosamente in contraddizione con quanto egli stesso afferma sulla natura puramente neurofisiologica dei disturbi mentali. Cos’è infatti l’effetto placebo se non la conseguenza di una risonanza affettiva della cura che il medico offre in dono al suo paziente, come testimonianza della sua presenza come amico e compagno nella vicenda dolorosa? Un amico psichiatra mi faceva notare che nella sua esperienza clinica si era convinto che anche la proposta del farmaco al paziente che soffre può acquistare una funzione simbolica di nutrimento che fa risorgere nel paziente la relazione rassicurante con il seno materno. L’effetto placebo non ha infatti alcuna evidenza scientifica e, anche se sono riscontrabili reazioni neurofisiologiche, esse non vanno imputate al farmaco ma alla relazione interpersonale fra medico e paziente.
Eliminare dall’orizzonte umano il problema del dolore mentale e della decisiva rilevanza della relazione affettiva interpersonale fra il medico e il paziente cancella la storia della condizione umana come lotta collettiva contro il dolore e l’angoscia di morte e rende tutti irresponsabili di fronte al grande problema di come gli uomini hanno combattuto la solitudine attraverso l’amore e la fraternità.
 Il fatto che oggi la depressione sia al primo posto nelle graduatorie sulla sofferenza umana non rappresenta soltanto un progresso delle capacità diagnostiche fornite dalle classificazioni delle neuroscienze, ma un approfondirsi drammatico degli interrogativi di ciascuno di noi sul senso della vita in un contesto sociale che brutalizza ogni aspetto “sentimentale” dell’essere al mondo.
L’aumento allarmante delle manifestazioni di tipo depressivo dovrebbe indurci tutti insieme a domandarci perché nella nostra epoca gli uomini sperimentano una condizione di solitudine angosciante che non ha precedenti in altre epoche caratterizzate da disastri ambientali, pestilenze ed epidemie. Questo non significa affatto dire che si stava meglio quando si stava peggio perché nessuno vuole contestare gli effetti benefici della scoperta della penicillina o della chemioterapia, ma soltanto riaffermare che la dimensione propriamente umana della malattia e della sofferenza non ha niente a che vedere con la sua spiegazione scientifica.
Il dolore umano è il più grande mistero della nostra condizione perché lega indissolubilmente la storia di ciascuno al senso dello stare al mondo e della destinazione di tutti gli esseri umani di fronte alla inevitabile percezione della caducità e della mortalità di tutto ciò che noi siamo e di tutto ciò che ci sta di fronte. La condizione umana per questa specifica comprensione del dolore trascende il pragmatismo empirico del rimedio della cura e rimanda inevitabilmente alle questioni ultime a cui la filosofia e la religione hanno cercato di rispondere nel corso della storia. La domanda sulle cose ultime è intimamente connessa all’esperienza del dolore e al senso della vita rispetto all’angoscia di morte, e perciò pone l’uomo sempre di fronte ad un problema della comprensione di sé e degli altri che non si lascia ridurre a puri meccanismi meccanici e fisiologici di causa ed effetto. Se l’uomo contemporaneo è più esposto alla paura di non sapersi dare una ragione per vivere, e che spesso a causa di questa esperienza di sofferenza è colpito da malattie che riguardano anche il suo funzionamento fisiologico, è un problema che ha a che vedere anche con il modo di essere della nostra società.
C’è una elaborazione collettiva dell’esperienza di infelicità insopportabile e della gioia per la adesione affettiva al mondo esterno che pone ciascuno di noi in una specifica condizione storico-sociale. Rendersi conto di questo significa per esempio avere un atteggiamento diverso rispetto alla crisi che sta attraversando il mondo occidentale. La svalutazione del valore del lavoro umano, il deperimento dei luoghi di socializzazione tradizionale, la dissoluzione della famiglia, l’imperativo dell’efficienza economica, l’assunzione del denaro a misuratore dell’esistenza non sono accidenti secondari nella storia dell’umanità che riguardano soltanto la contingenza del momento presente, ma indicatori di una più complessa e articolata relazione tra ciascun individuo e il mondo storico sociale.
Gli esseri umani non sono soltanto biologia, ma non sono neppure soltanto società. Ciò che ciascuno sperimenta nella propria vita è un bisogno di relazione affettiva che trascende le circostanze contingenti per aprire sempre il nostro stare al mondo al confronto con l’ignoto e l’infinito.
Proprio per questa ragione la crisi che stiamo vivendo non è soltanto economica ma direttamente riferibile alla fragilità del nostro statuto antropologico. Il chi siamo e il dove andiamo non è un problema al quale le scienze positive potranno dare risposte. Ma è proprio la consapevolezza dell’assenza di risposte che produce l’apertura dell’essere umano verso un senso della vita che va ricercato e che, tuttavia, sempre sfugge ad ogni possesso immediato.

domenica 13 novembre 2011


Variazioni sulla distopia tra Leopardi e Houellebecq - Può la scienza, oltre che plasmare l'uomo, donargli la felicità? di Antonio De Lauri Published on l'Occidentale (http://www.loccidentale.it)

La rivoluzione scientifica ed industriale che, con la promessa di un dominio sempre più esteso dell’uomo sulla natura, aveva accompagnato il tema dell’utopia nel corso dell’Ottocento, da Fourier a Saint-Simon fino a Comte ed al positivismo, nel Novecento accompagna, nella letteratura, politica e non politica, ed anche nel cinema, il tema opposto della distopia, o utopia negativa o anti-utopia, il luogo, o il non-luogo, dove il “progresso” è finalmente realizzato ma dove l’uomo è infelice.

Si tratta del capovolgimento dell’immagine positiva e rassicurante della scienza e della crisi della stessa idea di “progresso”, non perche irrealizzabile, ma proprio perché realizzato, di cui si possono trovare i sintomi già in certe lezioni leopardiane. A quel “Fisico” entusiasta e pieno di sé che compare sulla scena delle Operette Morali contento di essersi guadagnato forse gloria eterna per aver scoperto “l’arte di vivere lungamente”, ed averne suggellate le formule in un suo nuovo libro, rispondeva il disingannato filosofo “Metafisico” che gli suggeriva di prendere una cassettina di piombo, di chiudervi dentro il suo libro, di sotterrala, e prima di morire lasciar detto il luogo dove andarla a dissotterrare in futuro, quando gli uomini avessero prima trovata “l'arte di vivere felicemente”. La scienza non serve alla felicità umana, così come tutto il progresso tecnologico-scientifico che essa dispiega massicciamente e che sempre più sembra spandere globalmente e uniformemente non risolve il problema della felicità. Ne era convinto Leopardi, che anche nella Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi già prefigurava anche il mondo del prossimo futuro abitato da macchine intelligenti, da robot capaci di sostituire l’uomo non solo nelle “cose materiali”, bensì pure nelle “spirituali”, convinto come era che “ormai non gli uomini ma le macchine trattano le cose umane e fanno le opere della vita” e che, nel medesimo tempo, gli uomini nell’“età delle macchine”, “procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i passati”.

Ma, nel Novecento, con la distopia, siamo ben oltre queste intuizioni ottocentesche, oltre l’idea di una metamorfosi più che kafkiana dell’uomo in macchina, anche oltre la chapliniana rappresentazione della fagocitazione dell’uomo da parte degli ingranaggi della macchina/catena di montaggio di Tempi moderni e quindi dell’idea marxiana della “reificazione”, dell’umano che si fa cosale e dell’inversione del rapporto soggetto/oggetto. Non solo, nel cinema, seguendo il filone fantascientifico e catastrofista, il tema della dominazione della tecnica e delle macchine sull’uomo diventa maggiormente pregnante del genere distopico. E basterà ricordare solo l’atmosfera di due grandi film come 2001: Odissea nello Spazio e Blade runner: la scienza, i computer e le macchine governano qui la società degli uomini. La distopia rinvia l’immaginazione ai fantastici quanto terribili regimi totalitari del futuro, come quello costruito da George Orwell nel celebre romanzo 1984, od alle ipotetiche società ancora future e del tutto illiberali, gerarchizzate ed invivibili, come il mondo fra centinaia di migliaia di anni dei Morlocchi e degli Eloi della Macchina del tempo di Herbert George Wells, o come il mondo di Noi, il romanzo dello scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin. Sullo sfondo di questi universi da incubo sono la scienza e la tecnologia scientifica, capaci di imporre una dittatura di tipo nuovo, spesso indolore ma omnipervasiva. In Brave New World di Aldous Huxley il progresso tecnologico regola così i processi della riproduzione umana, gli individui iniziano la loro vita in laboratorio e attraverso la manipolazione biologica e genetica escono dalla Sala di Predestinazione Sociale per entrare come singoli elementi perfettamente integrati in una società rigidamente gerarchizzata.

Può la scienza trasformare l’uomo, mutarlo, riplasmarlo? La risposta affermativa sembrerebbe venire, dalla metà del Novecento sino ad oggi, dall’ingegneria sociale e comportamentista, con la scuola di Barrus Skinner per esempio. Ma la distopia sorgerà anche da qui. Il problema è affrontato da Anthony Burgess in A Clockwork Orange, e poi da Kubrick nel suo capolavoro cinematrografico: si può fabbricare forse proprio attraverso la scienza e la manipolazione scientifica l’uomo nuovo, l’uomo dell’utopia, l’uomo buono e felice, ma al prezzo di conculcargli la libertà. Alex, il protagonista violento di Arancia Meccanica, attraverso il bisturi ed un intervento chirurgico sul suo cervello sarà trasformato in un cittadino esemplare ed ogni pulsione di male sarà eliminata dalla sua natura, ma con ciò egli al contempo verrà privato del libero arbitrio, della possibilità stessa di poter scegliere... e di poter scegliere anche il male. Nel fondo oscuro di questo incubo distopico sembra portata ai parossismi l’antinomia già posta da Dostoevskij nella Leggenda del Grande Inquisitore, contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov, tra felicità e libertà, tra ordine e caos, tra pace e dolore.

Spogliata dalle vesti della fantascienza, nei romanzi di Michel Houellebecq la distopia sembra scaturire direttamente dal nostro tempo come proiezione di un domani ormai inevitabile e prossimo, od anzi già presente. Questo autore scomodo e contestato, per qualcuno enfant terrible della letteratura francese contemporanea, “autore importante, tradotto in tutto il mondo, poco amato dalla critica e soprattutto incompreso dal suo tempo” secondo una definizione che egli stesso dà di sé nel suo ultimo romanzo La carta e il territorio, ci offre un riassunto impietoso dello stato di salute globale dell’umanità del XXI secolo. Nei suoi libri ci sono i temi dello smarrimento della possibilità dell’amore, come tratto essenziale della nostra epoca, delle ipocrisie della libertà sessuale, dell’alienazione e dell’estraniamento dell’individuo contemporaneo, della crisi dei valori della civiltà occidentale e del suo inarrestabile tramonto. In Estensione del dominio della lotta lo sfondo è quello di un pianeta illuminato con i neon di uffici informatici ed alienanti e di ospedali psichiatrici, traboccante del cemento di città inumane dove “tutto è sporco, sudicio, mal tenuto, rovinato dalla costante onnipresenza di automobili, dal frastuono, dall’inquinamento”. Su questa tela di dispiega il rovesciamento dell’utopia della libertà nel suo contrario: la libertà economica come la libertà sessuale si sono trasformate alla fine del secondo millennio della nostra èra in una guerra di concorrenza e di competizione spietate ed inumane dove i “vinti” accumulano disoccupazione, miseria e solitudine. Ma lo scenario dei suoi romanzi è appunto quello di un mondo in cui la scienza ed i suoi trovati hanno riplasmato completamente la società degli uomini ed instaurato un totalitarismo tecnologico. Più e più volte i protagonisti dei suoi libri corrono a frugare nel libro della scienza per rimodellare il nostro mondo e perfino l’uomo e la vita. Nelle Particelle elementari un biologo molecolare scopre il modo di ottenere la clonazione umana nella speranza di da dare agli uomini una vita “perfetta”, liberandoli dalle prigioni della sessualità e dell’amore ed, insieme, dagli squilibri dalla vita emotiva e sentimentale.

Gli scienziati sono i nuovi profeti e sacerdoti che riusciranno a “instillare in un pubblico sempre più vasto l’idea che l’umanità, al punto in cui è arrivata, possa e debba controllare l’insieme dell’evoluzione del mondo, ed, in particolare, possa e debba controllare la propria evoluzione biologica”. Questo mondo disumano e disumanizzante dove sembra possibile costruire artificialmente l’essere umano appare già pienamente realizzato in un romanzo successivo, La possibilità di un’isola: “questi tubi contengono le sostanze chimiche necessarie alla fabbricazione di un essere vivente” ed in una “bolla trasparente nascerà il primo uomo concepito in maniera interamente artificiale; il primo autentico cyborg!”. I “Futuri”, gli uomini asessuati del domani, sono degli automi che vivono appiattiti in un mondo asettico, senza gioie, né dolori, né desideri. La clonazione è riuscita infine a donare agli individui la possibilità di una vita eterna, oltre la morte. “La barriera della morte non c’è più” annuncia uno scienziato risorto in un proprio clone davanti ad una folla immensa di fedeli, “la porta è stata varcata”. Come il Fisico di Leopardi gli scienziati di Houellebecq hanno trovato il modo di “vivere lungamente”, ed anzi di vincere la morte. Ma è appunto qui che la porta della distopia è varcata, perché è dal centro di questo universo inquietante che risorge il dubbio del filosofo metafisico circa la possibilità della scienza di rendere anche all’uomo la felicità.

Sarà allora da questo nero incubo di un mondo perfettamente razionale e meccanico che rinascerà, nella Possibilità di un’isola, una nuova promessa utopica di poter far ritorno alla libertà, alla vita ma anche alla morte, alla sofferenza ed infine all’amore, vero luogo dove si realizza l’uomo e la felicità, alla “possibilità di un’isola in mezzo al tempo, in cui tutto è facile, in cui tutto è dato nell’attimo”.

sabato 5 novembre 2011


L’Istat misurerà il benessere salute, sicurezza e ambiente per affiancare il vecchio Pil - Data di pubblicazione: 05.11.2011 di Grion, Luisa - Tentativi di superare l'insostenibile totem del PIL aggiungendo i misuratori della felicità. Poi chi decide? la Repubblica, 5 novembre 2011

ROMA - Non di solo Pil vive un Paese. Per capire se la sua gente sta bene o male, se le prospettive e la qualità della vita sono buone il prodotto interno lordo non basta. Ormai se ne parla da anni - già nel ‘68 Bob Kennedy scrisse che il Pil «misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta» - ora è tempo di trovare un’alternativa e di affiancare all’indice sulla ricchezza e la produzione altre percentuali, altri numeri.

Per l’Italia ci stanno pensando il Cnel e l’Istat che hanno appena individuato dodici nuovi «canali» da percorrere per stabilire come stiamo e verso che tipo di società andiamo. Le prime sette voci sono mutuate da quelle fissate, un paio d’anni fa, dalla Commissione Stiglitz, voluta dal premier Sarkozy per calcolare nel nuovo modo le performance della Francia e il suo progresso sociale. Si parla di ambiente, salute, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e tempi della vita, relazioni sociali e sicurezza. A questi sette capitoli Cnel e Istat, dopo consultazioni con le parti sociali, hanno aggiunto altri cinque caratteri: benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, politica e istituzioni.

L’obiettivo è chiaro: inserire il «giudizio» sul Paese in un quadro più complesso, tanto più in una fase in cui il Pil è destinato, nel migliore dei casi, a non crescere più come una volta e a rivelare tutte le lacune di una valutazione unica. La griglia è pronta, ma non è definitiva: i due istituti invitano infatti esperti, rappresentanti della società civile e singoli cittadini a esprimere valutazioni e consigli rispondendo ad un questionario ad hoc e partecipando ad un blog cui si accede dal sito www. misuredelbenessere. it, già in funzione. Poi, a marzo si trarranno le conseguenze del dibattito on line e degli incontri sul territorio e s’individueranno definitivamente gli elementi adatti a valutare il «benessere equo e solidale» dell’Italia. Quindi si procederà alla costruzione degli indici, che saranno pronti fra un anno, ad ottobre, in tempo per essere inseriti nel quarto rapporto voluto dall’Ocse su questi temi. Allora sapremo come sta l’Italia, al di là del Pil, e potremo confrontare la nostra salute con quella degli altri paesi.

La partita, infatti, non è solo nostra, visto che con questi temi si sono già misurati altri governi, a partire dal premier Cameron e dal «questionario sulla felicità» recentemente inviato agli inglesi. «Noi eravamo in ritardo, ma abbiamo ampiamente recuperato dando alla definizione del benessere parametri concreti e strutturati» ha detto il presidente dell’Istat Enrico Giovannini.Di fatto l’importanza attribuita ai dodici tempi individuati è stata confermata anche da uno studio elaborato dall’istituto di statistica su cosa, secondo gli italiani, determina il benessere di una società. Il campione di 45 mila persone ha messo al primo posto la salute, la possibilità di assicurare un futuro ai figli e di avere un lavoro dignitoso. «Risposte sulle quali si è riscontrata una straordinaria omogeneità al di là delle fasce d’età, del sesso o dalla provenienza territoriale» commenta Giovannini «il che vuol dire che c’è nel Paese c’è lo spazio per costruire un futuro partendo dalla definizione del benessere che vogliamo. E’ un messaggio per la politica, deve farla riflettere».

L’indicatore del benessere è tutt’altro che un gioco: in Paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda, dove il percorso è più avanzato, le nuove leggi che il governo vuole varare vengono valutate anche in base all’impatto che determineranno sugli indicatori del benessere. E’ una rivoluzione che Cnel e Istat si augurano pure in l’Italia, anche perché ridarebbe penso alla politica in crisi e fornirebbe una possibile via d’uscita al Paese in stallo.

mercoledì 2 novembre 2011

 INDICE DI FELICITA’/ L'esperto: la GB è già un passo avanti. Ma manca qualcosa… - INT. Luca Pesenti, mercoledì 2 novembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Il Pil non è sufficiente per definire il livello di benessere o il progresso di uno Stato. Una verità nota da tempo, condivisa da sociologi ed economisti; ma che, finora, non ha ancora trovato reale applicazione. Ad oggi, infatti, il primo Paese ad avere fatto un passo concreto in avanti in questa direzione è il Regno Unito. L’indice della felicità, non a caso, è da sempre uno dei cavalli di battaglia del premier David Cameron. Che lo scorso novembre aveva dato mandato all’istituto di statistica inglese di stilare una serie di domande da sottoporre ai cittadini per prendere in considazione nuove categorie. «Se questo sondaggio serve a mettere a fuoco degli indicatori che si aggiungano ad altri di tipo quantitativo, può avere un senso; se, invece, si basa prevalentemente su indicatori di tipo soggettivo, invece, no», è l’opinione di Luca Pesenti, docente di programmazione del welfare locale all'Università Cattolica di Milano interpellato da ilSussidiario.net. Le domande, in effetti, non sembrano suffragate da precisi criteri scientifici. Si chiede di indicare il livello di soddisfazione su una serie di fattori come il rapporto col proprio coniuge, il proprio lavoro, il rapporto coi vicini, la sicurezza del proprio quartiere, e il proprio livello di istruzione. «Il pil – spiega Pesenti - viene utilizzato come indice per determinare la crescita o la recessione di un Paese. Si tratta di un indicatore molto serio, in grado di orientare fortemente i mercati e la psicologia dell’opinione pubblica. Sintetizza lo stato di benessere di un Paese». Tuttavia, è ben lungi dall’essere esaustivo «L’idea di andare alla ricerca di qualcosa di diverso dipende dal fatto che si limita ad una mera dimensione economica. Basti pensare alla Cina, dove è evidente come il Pil, nonostante l’enorme crescita, non rispecchi il benessere dei cittadini». Secondo Pesenti, «se si vuole individuare una misura alternativa che riesca a dire se una popolazione stia meglio o peggio rispetto all’anno precedente occorrono, in ogni caso, dei valori oggettivi e quantitativi, come il tasso di scolarizzazione, la speranza di vita, l’indicatore di povertà, il tasso di risparmio, il livello di disoccupazione, la percentuale di divorzi».

Il questionario del governo inglese, quindi, non va bene. «In tal senso – aggiunge -, oltre ad essere soggettive e qualitative  sono caratterizzate da una tale genericità che non si capisce quale effetto possano sortire». Non significa che il lavoro svolto sia da buttare via. «Quantomeno, con Cameron, siamo al primo tentativo compiuto di tenere conto del progresso di un Paese non in termini esclusivamente economici».


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sabato 15 ottobre 2011


L'attesa tremante di una felicità eterna di Giovanni Fighera, 15-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Quello di Ada Negri (1870-1945) rappresenta un «caso letterario», proprio come quello di Svevo, ma dagli esiti assolutamente antitetici. Se il triestino, scrittore sconosciuto fino a pochi anni prima della morte (1928), entrerà nel novero dei grandi scrittori europei del Novecento, la poetessa trovò la fama fin da giovane e cadde nel Secondo dopoguerra nella dimenticanza e smemoratezza della critica. Le sue poesie non solo non si studiano a scuola, ma neppure compaiono sulle antologie, segno di una immeritata censura che colpì una delle poche poetesse del nostro panorama letterario.

A soli ventidue anni (1892) Ada Negri già pubblicava la sua prima raccolta Fatalità per Treves, una delle maggiori case editrici dell’epoca. L’anno precedente era uscita la prima raccolta del trentaseienne Pascoli (Myricae). Sofia Bisi Albini parlò di «poesia impressionistica» al riguardo dei componimenti della Negri recensendo la sua raccolta su Il Corriere della Sera, mentre già nel 1894 le veniva assegnato il premio Giannina Milly, primo di tanti riconoscimenti. L’anno successivo usciva la seconda raccolta, Tempeste. Una vita intensa e dai toni profondamente drammatici caratterizza questi anni: il matrimonio, la nascita di un primo figlio e, poi, di Vittoria che morirà a solo un mese (1900), la morte del fratello (1903). Seguiranno la raccolta Maternità (1904), la separazione dal marito, la sua attività umanitaria, altre sillogi di poesie, di racconti, il romanzo autobiografico. Il premio Mussolini (1931) non è che il preludio all’apoteosi: la medaglia d’oro del Ministero dell’educazione (1938) e la nomina ad accademica d’Italia (1940), prima ed unica donna ad ottenere un simile riconoscimento.

La natura umana è desiderio di compimento e di risposta alla domanda di felicità e di amore. Per questo la vita è attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine, attesa di qualcosa che, non costruito e non progettato da noi, irrompa e sopraggiunga dall’esterno. La poesia di Ada Negri vive di questa consapevolezza e si traduce spesso nell’attesa di un amore pieno. Nel componimento «A colui che non è venuto» la poetessa scrive: «Io t’aspettavo fin dal giorno in cui/di fiorire m’accorsi all’improvviso,/ primula di marzo. E venne uno, con viso/dolce. Ma io mi dissi: «Non è lui».//Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia/m’apportarono gli anni. Anche l’amore./Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore/aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia://ed io mi persi a capofitto, giù,/col desiderio folle d’annientarmi/tra forti braccia che potean spezzarmi/come la creta. – Ma non eri tu. –». La poetessa si sente nata per questo sconosciuto e ignoto amante. Lo sconforto per l’unione impossibile («Non venisti, non vieni, non t’attendo/ più. Domani morrò. La vita ha fretta») non riesce a spegnere la fiamma e la segreta speranza che un giorno l’amore sarà totale: «Ma forse/ di là, nell’ombra ove uno spirito tocca/l’altro in silenzio, io troverò la bocca/ che solo in sogno la mia bocca morse».

Questo desiderio di infinito, di pienezza, di senso, di capire dove stiamo andando, questo abisso di vita, di pienezza, di non accontentarsi è la vera statura dell’uomo. La poesia appartiene alla raccolta Esilio (1914). La poetessa si è appena separata dal marito e dall’anno successivo si dedicherà in maniera indefessa all’assistenza ai feriti di guerra della Prima guerra mondiale. Vent’anni più tardi, nella raccolta Il dono (1935), nella poesia che dà il nome all’intera silloge, Ada Negri manifesta la stessa attesa: «Il dono eccelso che di giorno in giorno/ e d’anno in anno da te attesi, o vita/ (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza/ anche il pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: ad ogni giorno che tramonta io dico: “Sarà domani”».

La giovinezza è un atteggiamento del cuore, non un dato anagrafico. Ci sono cuori che vivono pieni di domanda e di attesa e altri che, già a vent’anni, non si aspettano più nulla. Ada Negri è testimone che la facoltà di sorprendersi è l’atteggiamento proprio della giovinezza che può permanere nel cuore, anche quando l’età avanza. La giovinezza è, infatti, una dimensione dello spirito. La poetessa lo esprime molto bene in «Mia giovinezza», appartenente a Fons amoris (1939-1943). Ada Negri scrive, rivolgendosi alla gioventù: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella».

Questa giovinezza, non più accompagnata dall’appariscenza esteriore, è divenuta più consapevole e si è fortificata nel dolore, più capace di riconoscenza e di gratitudine, piena di speranza, fiduciosa e tesa a ciò che non inganna e non passa: «Ami, e non pensi esser amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore./ Anno per anno, entro di te, mutasti/ volto e sostanza. Ogni dolor più salda/ ti rese: ad ogni traccia del passaggio/ dei giorni, una tua linfa occulta e verde/ opponesti a riparo. Or guardi al Lume/ che non inganna: nel suo specchio miri/ la durabile vita. E sei rimasta/ come un’età che non ha nome: umana/ fra le umane miserie, e pur vivente/ di Dio soltanto e solo in Lui felice.// O giovinezza senza tempo, o sempre/ rinnovata speranza, io ti commetto/ a color che verranno: - infin che in terra/ torni a fiorir la primavera, e in cielo/ nascano le stelle quand’è spento il sole». In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di una persona che sia interessata al reale, cioè che sia pienamente coinvolta nella vita.

Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Nella poesia di Ada Negri questa tensione si tramuta, spesso, in preghiera: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie/ moribonde che vedo oggi nel sole/ tremar dell’olmo sul più alto ramo./ Tremano, sì, ma non di pena: è tanto/ limpido il sole, e dolce il distaccarsi/ dal ramo per congiungersi alla terra» (da «Pensiero d’autunno» appartenente alla raccolta Vespertina del 1930).

Quello della foglia è un movimento delicato di ritorno a casa. Il tramonto della vita è l’avvicinarsi al Mistero che la poetessa ama con tutto il cuore tanto che confessa in «Atto d’amore» (Il dono 1935): «Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio/ nel quale credo, Dio che sei la vita/ vivente, e quella già vissuta e quella/ ch’è da viver più oltre».

lunedì 10 ottobre 2011


«La nostra vita felice con un figlio down» - Mamma Stefania: impatto duro, ma ora siamo una famiglia normale di Ester Palma, 10 ottobre 2011, Corriere della Sera

ROMA - «Io? Sì, sono una persona felice. E anche mio figlio credo che lo sia. Ma non sono così ipocrita da negare di avercela col mondo, ogni tanto. Però poi passa, certo che passa».
Stefania Bernardini è la mamma di Valerio, ragazzo down di 25 anni. Col marito Roberto, formano quella che ci tengono a definire una famiglia «normale»: «Non ci siamo mai negati niente, viaggi, feste, amici. E Valerio è sempre stato con noi. Anzi, gli amici, sia nostri che suoi, sono stati fondamentali per definire la nostra serenità di oggi. Discriminazioni, esclusioni? Mai. Non c'è stata neanche una volta che mio figlio sia stato scansato o maltrattato. E quando leggo sul giornale di casi di disabili umiliati e allontanati, mi chiedo sempre se siamo stati fortunati o se invece abbiamo saputo scegliere le situazioni e le persone giuste».

Domenica 9 ottobre tutti e tre hanno partecipato alla Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down, celebrata in 200 piazze italiane. Da anni Stefania è molto impegnata con l'Aipd, l'associazione italiana delle persone down. Aiuta anche gli altri genitori a imparare a vivere con un figlio che è certamente differente da come lo si era immaginato.

Della sua vita con Valerio, Stefania infatti ricorda con dolore solo il primo anno: «L'impatto è stato duro. Non avevo fatto l'amniocentesi, ero giovane e a quei tempi era un esame pericoloso per il bambino. Ma le ecografie erano perfette, e io non avevo mai pensato che mio figlio potesse avere dei problemi. Il mio ginecologo non ha avuto il coraggio di dirmelo in sala parto, ne parlò soltanto con mio marito. E poi, un mese dopo, un'altra mazzata: Valerio doveva essere operato al cuore. L'intervento lo abbiamo fatto che aveva dieci mesi, ma è andato benissimo. E poi è cresciuto normalmente».

Alle elementari («un periodo stupendo», ricorda la mamma) Valerio ha avuto un'insegnante di sostegno bravissima, non altrettanto bene è andata alle medie. Ma è riuscito a fare l'esame di licenza. Poi i genitori hanno preferito iscriverlo ad un centro specializzato semiresidenziale: dalle 8,30 alle 14,30 Valerio fa giardinaggio, musica, pittura (col suo gruppo ha partecipato alla creazione dei murales della Casa del jazz e della sede della Comunità di Sant'Egidio, a Roma), ceramica. E tanto sport: «Lui adora la vela, nuota benissimo, e da qualche anno ha scoperto il bowling - racconta la mamma -. Si allena con l'Associazione sportiva Lazio, fra ragazzi disabili e normodotati. E l'anno scorso è stato campione italiano della sua categoria». Proprio lo sport è stato il tema della Giornata di ieri: «Fare sport da disabili è una doppia sfida - spiegano all'associazione -. Con se stessi e contro i pregiudizi».

«Per Valerio lo sport è stato importante. Lo ha aiutato ad aprirsi, lui che è sempre stato un po' chiuso di carattere, come suo padre, del resto», spiega Stefania, che ha da poco lasciato il suo lavoro, mentre suo marito, dipendente Eni, è prossimo alla pensione. «L'unica cosa che mi fa paura è il futuro - aggiunge -. Ma quello che dico sempre agli altri genitori dell'associazione, è che in questo momento il futuro è nero per tutti, non solo per noi». Stefania e suo marito si sono organizzati: vorrebbero che Valerio restasse a vivere nella casa in cui è nato, magari con altri ragazzi come lui. E hanno preso un altro piccolo appartamento, perché abbia una piccola rendita. «Ho imparato che dobbiamo pensarci soprattutto noi a nostro figlio. Che non possiamo dare niente per scontato. Quello che per gli altri genitori è normale, per noi è una conquista. Un esempio? La prima volta che Valerio ha preso la metropolitana da solo, beh, è stato uno dei giorni più belli della mia vita».

lunedì 3 ottobre 2011


"QUI SI GUARISCE CON LA FELICITÀ" di Giubilei Franco Stampa di lunedì 3 ottobre 2011

Non fosse che ogni anno vengono a curarsi quassù centinaia di ragazzini colpiti da malattie molto gravi, l'aria che si respira al Dynamo Camp sembrerebbe quella spensierata di un centro vacanze americano. Colli boscosi e verdissimi, mezzi elettrici silenziosi, pareti attrezzate per l'arrampicata, piscina, teatro, una grande sala mensa e persino una Web radio: un clima di festa continua. A Limestre dal 2007 c'è la prima filiale dell'organizzazio-ne fondata da Paul Newman: un complesso modernissimo ricavato in un vecchio stabilimento del gruppo Kme, dove si pratica la terapia ricreativa a bambini e adolescenti affetti da tumori e disturbi neurologici.
Soprattutto quando si parla di ragazzi, malattia significa reparti d'ospedale asettici, camerette di casa attrezzate come cliniche, separazione dal mondo dei sani. Qui il concetto è del tutto capovolto: sono i sani che, una volta a contatto col pianeta Dynamo, fanno a gara per tornare e condividere le loro esperienze di fuori coi piccoli in cura. L'ambiente è così idilliaco che anche un'espressione come «fabbrica della felicità», usata nella presentazione del Camp, risulta lontana dalla retorica. Da questi incontri sbocciano cose magnifiche come la Art Gallery, frutto del lavoro comune fra artisti quotati e bambini, le cui opere fanno bellissima mostra di sé in una sede che nulla ha da invidiare a una galleria vera e propria. Pittori italiani mettono a disposizione gratis tempo e talento (negli Usa si fanno In un'oasi naturale Il Dynamo Camp di Limestre, in provincia di Pistoia, è un campo di terapia ricreativa, destinato a bambini affetti da patologie gravi e croniche. È l'unica struttura italiana che fa parte di «Hole in the Wall», un progetto creato nel 1988 dall'attore statunitense Paul Newman (scomparso nel 2008) e che comprende altri dieci centri analoghi nel mondo. L'idea di base è molto americana, con iniziativa e fondi privati e conduzione manageriale. Lo scopo del Camp è permettere ai piccoli pazienti (dai 7 ai 17 anni) di ritrovare fiducia e allegria e poter affrontare al meglio le terapie o la convalescenza, ma nel programma sono previste anche attività che coinvolgono genitori e fratelli dei ragazzi. Il tutto con un occhio di riguardo per l'ambiente: Dynamo Camp si trova infatti all'interno di un'oasi affiliata al Wwf, un'area naturale di 900 ettari gestita secondo criteri di sostenibilità. pagare, ndr) per realizzare rappresentazioni grafiche, immagini, installazioni e sculture che vengono poi rivendute a cifre di mercato, per finanziare ulteriormente il progetto. Ispirandosi al cinema, Andrea Mastrovito ha creato grandi pannelli con le sagome dei protagonisti disegnate col nastro, mentre Chris Gilmour ha usato il cartone riciclato per farne una bicicletta, una batteria e una cinepresa e Remo Salvadori ha lavorato coi bambini sul cerchio, in maniera più astratta. Ogni artista coinvolto ha contagiato col proprio stile l'opera dei suoi giovanissimi allievi. Partito quattro anni fa con la benedizione dello stesso Newman, che venne di persona a tenere a battesimo la struttura, Dynamo Camp è cresciuto rapidamente, dai 60 bimbi degli inizi a 218, poi 500, fino agli oltre 800 di quest'anno. Piccoli pazienti provenienti da Italia e Germania e dai Paesi del bacino mediterraneo. Proprio oggi ne arriveranno 80 da Giordania, Iraq ed Emirati Arabi: per i loro accompagnatori sarà l'occasione di imparare il metodo e poterlo praticare a loro volta quando saranno tornati in patria. Vincenzo Manes, ispiratore e fondatore del Dynamo Camp di Lime-stre, può ben dirsi soddisfatto dell'andamento di una realtà che pare destinata a crescere ancora. Il valore economico attuale della struttura è di 15 milioni di euro. E il Camp continua ad ospitare eventi di rilievo, come il convegno dell'Unesco sui diritti umani internazionali, che ha riunito i rappresentanti di 80 Paesi. Cresce il prestigio del Dynamo, insieme ai suoi piccoli ospiti, spinti qui in numero sempre maggiore dal passaparola sulla fabbrica della felicità. Le storie Tafil, 16 anni «Aspetto un trapianto ma voglio tornare a fare il volontario» Tafil ha 16 anni e viene dall'Albania. I suoi genitori sono arrivati in Italia per trovare una cura efficace per il tumore di cui soffre e si sono imbattuti nel Dynamo Camp. Oggi il loro ragazzo può parlare della sua malattia con la saggezza di un adulto: *Non cambierei la mia vita perché questa è la realtà e va presa per quella che è. Vorrei venire al camp a fare il volontario, per aiutare i bambini a capire che bisogna superare la paura e diventare più forti, più grandi, più buoni». Tafil ha già affrontato due trapianti di midollo e probabilmente dovrà sottoporsi a un terzo intervento. Intanto sorride mentre spiega che «la vita è una cosa molto preziosa, non bisogna lasciarsi andare». E l'unico della sua famiglia a conoscere l'italiano: tocca sempre a lui parlare coi medici del suo male e fare poi da tramite coni genitori. Che spesso occorre tranquillizzare, cercando di addolcire la crudezza di certe informazioni. [F.GIu.] *** Carolina, 20 anni I ragazzi Down «Ora che sto bene «Per i nostri piccoli sono pronta a restituire amici noi siamo come tutti i sorrisi ricevuti» fratelli maggiori» 9 Carolina, 20 anni, di Ivrea, in quarta elementare cominciò a sentirsi molto stanca, svogliata, con un po' di febbre addosso. «Una sera arrivò una telefonata e mi ricoverarono a Torino. Non era influenza, ma leucemia. Mi sono resa conto col tempo che dovevo farcela io. Non ho mai avuto paura di morire, ma altri ne hanno avuta per me». In ospedale stringe un rapporto speciale con un medico, che diventa un amico: con lui si confida. Oggi è completamente guarita ed è tornata al camp come volontaria, dopo esserci venuta da paziente: «Ho visto questi bambini con occhi diversi, ho voluto aiutarli anche in segno di ringraziamento per quello che avevo ricevuto io. Vorrei fare il medico e portare più sorrisi possibili». E uno dei segreti del Dynamo Camp: chi è stato assistito sente poi il bisogno di tornare e restituire in qualche modo quanto gli è stato dato. Una catena di Sant'Antonio al contrario, che invece della sfortuna trasmette tutt'altro. [F.GIU.J 9 Dall'incontro fra due forme di disabilità può nascere aiuto, assistenza, cura efficace. Lo dimostra il gruppo dell'associazione livornese II Mulino: sono ragazzi affetti da sindrome di Down, che vengono al Camp a fare i volontari e seguono i bambini con patologie neurologiche. «Sono questi bimbi - racconta uno di loro - la ragione per cui sono a Limestre. Provo a dargli una mano, li porto in giro con la sedia a rotelle e cerco soprattutto di farli ridere: ho scoperto che ne hanno bisogno, ma anche tanta voglia». «Siamo praticamente diventati dei fratelli maggiori - dice un altro ragazzo Down, giovanissimo anche lui - e stiamo dietro ai più piccoli. Sono come la linfa degli alberi, sono come oro, bisogna trattarli bene. Loro sono come noi e noi siamo come loro, è anche per questo che si affezionano a noi come a dei fratelli». Non è difficile credergli: il filmato che hanno realizzato al camp si può vedere su Internet e racconta di questi ragazzi ridenti e del loro grande cuore per i fratelli malati.

martedì 7 giugno 2011

Italiani depressi, ci vuole un abbraccio che salva di Angelo Busetto, 07-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Il mondo alla rovescia. Ho appena letto su un giornale locale che in una certa zona della spiaggia di Jesolo la nuova presenza dei nudi naturisti «renderà possibile un recupero ambientale di tutta quest’area ma anche etico». Vedi dove va a cacciarsi l’etica. Per questo si fa così tanta fatica a vederla in giro.

Cosa cerca la gente? Un rapporto del Censis nel dicembre dell’anno scorso denunciava negli italiani la crisi del desiderio: il desiderio si è rattrappito e vola basso. Tanto basso - incalza l’ultimo rapporto del Censis reso noto nei giorni scorsi - che si arriva a desiderare tutto. La trasgressione diventa regola. Violenza, compromesso, sessualità "disinibita" sembrano essere le strade maestre per l’affermazione di sé e la conquista della felicità. Così rileva anche il Censis, che descrive inoltre gli italiani come sempre più dipendenti da antidepressivi.

Dove portano queste strade? Nella mia piccola città di provincia, alle tante persone anziane che stazionano nei tavolini dei bar dalla mattina alla sera, si aggiungono per l’ora di pranzo e cena piccole folle di giovani o meno  giovani con calici di vin bianco in mano. Lo spritz elimina lo stress? Per qualche minuto le facce appaiono sorridenti, ma è sempre più raro incontrare gente realmente contenta. Quando cammino in strada salutando a destra e a manca, gli occhi vanno a sbattere su persone dall’espressione svagata, rassegnata, abituata; già stanche di vivere e tristi, dalla mattina alla sera. A volte ci si trattiene per una domanda, un’informazione, un complimento. Per favore non chiedetemi:  "Tutto bene?", l’espressione che sta ormai alla pari con il famigerato "piuttosto che".

Come è possibile dire che va tutto bene, al di là della salute evidentemente florida? Ho appena fatto un giro di malati in casa: fra gente oppressa dalla pesantezza della vecchiaia ho visto persone serene e affidate. Guardando a destra e a manca case e finestre, rammento chi abita e vedo volti e drammi, sentimenti e domande; a volte mi si scopre un vermicaio di problemi; altre volte mi si svela un piccolo paradiso.

Che cosa fa la differenza? Conosco persone malate di cancro, appesantite dal fardello delle terapie, eppure liete. Quando qualcuno mi consegna i suoi giorni del presente, quelli del passato, e magari anche del futuro, non ho da offrire alcuna soluzione al problema, ma posso indicare una Presenza che accompagna. Un rosario, una preghiera litanica, un atto di fiducia. I problemi della vita o si affidano, o si tenta di schiacciarli sotto i piedi, o forse di cacciarli dalla finestra. I più giovani e addestrati si inventano una seconda vita, una vita parallela dove provano a darsi un’altra identità, più disponibile al sogno della felicità.

Si può fingersi felici perfino davanti a se stessi. Ci si impegna a diventare cinici e fatalisti; si vendono filosofie orientali pronte all’uso. Ci si fa scudo con la pilloletta che toglie l’ansia. Ma non c’è altra via alla pace del cuore se non la fiducia in qualcuno che ci sia padre, fino a mostrarci il Padre che sta nei cieli e il Figlio che cammina con noi sulla terra e lo Spirito che abita il profondo dell’anima. Questo è il contenuto dell’amicizia cristiana, dove non ci si porta l’un l’altro, ma ci si mette insieme per farsi portare. Alla fine sperimentiamo di essere così deboli, da accorgerci che solo la misericordia salva.

Nemmeno l’impossibile rettitudine o una coerenza piena di pretese. Ma un abbraccio che perdona e, perdonando, fa guardare la vita come possibilità nuova, compito nuovamente assegnato, un passo più deciso verso il Padre. Ricordate il dipinto del bambino che si proietta a camminare lanciandosi incontro al padre che lo attende in fondo al giardino? Diciamolo anche alle persone descritte nel rapporto del Censis: solo un abbraccio ci salva.

La misura (falsa) della felicità


sabato 28 maggio 2011

«Time» e la Chimica dell' Ottimismo se la Felicità diventa una Scienza di Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 27 maggio 2011

Lo scrittore francese Georges Bernanos (che per di più era un fervente cattolico) diceva che l' ottimismo «è una falsa speranza a uso dei vili e degli imbecilli». Ora una copertina di Time ne fa un oggetto della scienza: «La scienza dell' ottimismo, un tempo disprezzata come una provincia sospetta di retorica, sta aprendo una nuova finestra sul funzionamento della coscienza umana». In realtà, il nostro cervello non sarebbe solo modellato proustianamente sul tempo passato e sulla memoria, ma sulle aspettative per l' avvenire. Dunque se riusciamo ad attivare quella piccola area cerebrale che stimola il pensiero positivo verso il futuro, allora siamo a cavallo: la scienza ci salverà da ogni sorta di depressione, malinconia, prostrazione e raggiungeremo un livello di speranza che ci permetterà di tirare avanti senza cadere nei buchi neri che ci riserva quotidianamente la vita. «Studi recenti - dice l' articolo di Tali Sharot - dimostrano che un malato di cancro pessimista ha più probabilità di morire entro otto mesi rispetto a uno ottimista». Gli scienziati ci avevano già rassicurati, qualche anno fa, sulla non coincidenza tra denaro e benessere psichico: i soldi non danno la felicità, del resto, lo dicevano già le nostre nonne. Gli americani e i giapponesi non vivono più contenti degli africani: anzi, il consumo non produce altro che insoddisfazione. Il quoziente intellettivo, l' educazione, la cultura non procurano effetti diversi. L' età? Tantomeno. Quanti sono i ventenni infelici? Non certo meno dei settantenni. Il lavoro sicuro? La fama? Neppure per sogno. E allora? Allora forse, come suggerisce uno scienziato forse più ragionevole anche se altrettanto prestigioso, Jonathan Haidt, sarebbe meglio abbassare l' asticella e accontentarsi di un equo benessere: che non può abitare solo nel cervello, ma nelle relazioni con gli altri, con il mondo, oltre che con le proprie attività e aspirazioni. Un equilibrio che certamente la nostra società (quella del capitalismo cinico, con i suoi dislivelli scandalosi, e della pubblicità che promette senza mantenere) non favorisce. E poi, se avesse ragione il grande scrittore Kurt Vonnegut nel sostenere (lo ricordava Goffredo Fofi in una recente intervista) che i maggiori ottimisti del Novecento sono stati Hitler e Stalin?