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lunedì 4 marzo 2013


Storia tragicomica di fecondazione assistita, madri single, donatori di sperma convertiti (e bambini ) - marzo 4, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it


È una storia tragicomica e si gioca tutta sull’asse Florida-Israele. Galit (nome fittizio) è una donna single di 39 anni che tre anni fa ha deciso di volere un figlio. Per questo, ha comprato lo sperma di un israeliano e ha concepito con la fecondazione assistita. Tre anni dopo, soddisfatta del risultato (alias la figlia), ha deciso di volere un altro bambino. Desiderando dare alla figlia un fratellino “naturale” dal punto di vista biologica, ha comprato dallo stesso israeliano altre cinque “porzioni” di sperma, pagandolo per conservarle in Israele. Al momento di andare a recuperarle per sottoporsi a un nuovo trattamento di fecondazione assistita, le arriva una chiamata inaspettata: «Il donatore ha cambiato idea, dopo essere diventato un religioso osservante non vuole più donare il suo sperma. Ovviamente, lei riavrà i suoi soldi».

SI VA IN TRIBUNALE. La donna si è recata subito in Israele e ha fatto causa all’uomo dopo essersi rivolta a un avvocato, perché «i miei sentimenti sono stati completamente ignorati. Tutto questa storia riguarda il mio futuro figlio. Se non potrò più avere bambini da quel donatore, mia figlia non potrà avere un fratellino biologico». Due settimane fa, l’Alta corte di giustizia israeliana ha dato torto a Galit, pur provando «simpatia» per i suoi sentimenti. Come si legge nella sentenza, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, «la priorità deve essere data al donatore e alla sua personale autonomia. È comprensibile che una persona cambi idea, dopo averci pensato, e non voglia che un bambino nasca dal suo sperma, perché non l’ha scelto e non ha scelto la madre».

«HO PIANIFICATO UNA FAMIGLIA». La donna ha ottenuto solo il misero risarcimento dei soldi spesi per la conservazione dello sperma dell’uomo e si è così lamentata: «Mi addolora che questo possa succedere ad altre donne. Un donatore di sperma non può cambiare idea. Io ho pianificato una famiglia e lui cambia idea, un bel giorno. Lui ha cambiato il suo stile di vita, ma chi pensa al mio? Che differenza gli fa avere un figlio in più?». La risposta dell’uomo è arrivata al processo tramite una lettera: «Tempo fa sono stato sposato e con l’aiuto di Dio ho avuto un bambino con mia moglie. Il male che ho fatto a mia moglie e a mio figlio è responsabilità mia. L’incertezza in cui loro vivono perché hanno parenti che non conoscono è terribile e io sono pentito di avere fatto questo alle persone che amo».

L’AUTONOMIA VS STATO EMOZIONALE. La Corte ha considerato però solo una cosa nel suo verdetto: non si può minare l’autonomia dell’uomo costringendolo a essere padre anche se non vuole. La donna però insiste: «Dovrebbero rispettare il mio desiderio, io sono una donna sola che ha cresciuto una figlia senza padre. E poi come potrei dire a mia figlia che il suo fratello è nato da un altro donatore di sperma? Spero che altri giudici considerino il mio stato emozionale e arrivino a un giudizio differente».

QUANTI DIRITTI. In questa storia intricata e complessa si è tenuto conto di tutto: dei sentimenti della donna, dei sentimenti del donatore di sperma, dei sentimenti della famiglia del donatore di sperma, dell’autonomia del donatore di sperma, del desiderio di avere un altro figlio della donna, del diritto della figlia della donna di avere un fratellino “naturale” dal punto di vista biologico e del problema dell’affidabilità della banca del seme israeliana. Solo del diritto del prodotto (alias il figlio) ad avere una famiglia normale non gliene frega niente a nessuno.
@LeoneGrotti

lunedì 4 febbraio 2013


PROCREAZIONE/ Gambino: un bambino ha diritto a conoscere il padre, non viceversa 
lunedì 4 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net

PROCREAZIONE/ Gambino: un bambino ha diritto a conoscere il padre, non viceversa

L’Alta Corte di Giustizia del Regno Unito ha stabilito che un donatore di sperma ha il diritto di avere incontri regolari con i suoi figli nati attraverso la fecondazione assistita. Due donatori gay, padri biologici dei figli partoriti da due donne lesbiche, hanno rivendicato dei diritti sull’educazione dei minorenni e si sono visti dare ragione. Ilsussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, professore ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma.

Ritiene che i donatori degli spermatozoi possano avere il diritto di incontrarsi regolarmente con i figli biologici?

La domanda va ribaltata: hanno diritto i figli a conoscere la loro origine biologica? Certamente sì, in quanto nessuna legge dello Stato potrà mai estirpare il diritto inalienabile di conoscere la propria storia genetica, sociale e culturale. Quanto al genitore naturale che dona il seme, ci troviamo davanti ad una situazione di abbandono, ma poiché il materiale biologico, essendo all’origine della vita, non è una cosa o una merce qualsiasi, ecco che potranno darsi casi di bambini procreati con donatore esterno che vogliono conoscere le loro origini. Più complicato è, invece, ritenere che gli stessi diritti li abbia il padre-donatore nel caso in cui rinunzi deliberatamente ad esercitare responsabilmente la propria paternità.

Quali problemi presenta la rivendicazione di un diritto all’educazione sui figli nati attraverso fecondazione assistita da parte dei donatori di spermatozoi?

In punto di diritto – prescindendo per un momento dal caso che la coppia adottante sia omosessuale – è problematico prevedere un interesse all’educazione da parte di un soggetto che si è disinvoltamente spogliato dalla responsabilità della generazione, nascita e crescita del figlio e poi si ricordi che lo vuole istruire. Certamente si mina una situazione che nel frattempo può avere una dose di stabilità. Certo se la coppia fosse omosessuale, come nel caso avvenuto in Inghilterra, penso che il ripensamento del padre possa avere un significato diverso, dovendosi comunque avere di mira l’interesse del minore. E per quanto in Francia il Parlamento si ostini a ritenere che famiglia e matrimonio omosessuale siano la stessa cosa, così non è, se solo si deponessero i furori ideologici del momento.

Ritiene che il dibattito cui ha dato vita la sentenza inglese possa rivelare i rischi insiti nella fecondazione assistita?

Certamente la fecondazione artificiale, sradicando la generazione di un bambino dal suo alveo naturale, comporta il rischio di considerarlo – almeno nella sua fase embrionale – come se fosse una cosa, e, come tale, un’entità che può tranquillamente trasferirsi da un soggetto ad un altro. Ma stiamo parlando di un essere umano che non può avere meno diritti di altri, pena l’arretramento della nostra democrazia che sancisce l’eguaglianza senza distinzione sociale, culturale e, appunto, genetica. Inoltre, nel caso, emergono tutti i rischi della c.d. fecondazione eterologa, quella appunto con un donatore esterno alla coppia: il divieto italiano mira proprio ad evitare tutte le problematiche che stanno emergendo dalla vicenda inglese. Al centro della vicenda ci sono due donatori omosessuali e due donne lesbiche.

Quali aspetti fa emergere per quanto riguarda l’educazione dei figli da parte di genitori omosessuali?

Per quanto ci si sforzi a portare casi di genitori omosessuali e figli felici, è l’esperienza quotidiana a raccontarci quanto siano importanti, per l’educazione e la crescita dei figli, una figura maschile ed una figura femminile nelle loro differenze e complementarietà. Se poi si vuole smentire l’evidenza, lo si faccia pure, ma poiché i figli non sono cose, ci sarà sempre qualcuno – e oggi in Italia, ma anche Francia, sono la maggioranza dei cittadini - che si batterà per difendere questo principio di civiltà.

Quali differenze ci sarebbero se ad avanzare la stessa richiesta fosse stata la madre naturale di un figlio adottato da un’altra coppia?

Nel caso dell’adozione, c’è uno stato di abbandono del figlio che giudizialmente diviene adottabile eliminando ogni legame giuridico con la famiglia di origine, che evidentemente lo ha abbandonato. E’ in nome dell’interesse del minore che si crea una nuova famiglia cui spettano tutte le prerogative genitoriali.

Per l’avvocato inglese Kevin Skinner, “la possibilità che i donatori possano godere di questi diritti sarà una prospettiva spaventosa per molti genitori, sia gay ed etero”. E’ d’accordo con lui?

Se non vogliamo essere ipocriti va fatta una distinzione. Se i nuovi genitori sono etero, certamente il sopravvenire di un donatore “pentito” può rappresentare un problema per la serenità del minore e del nuovo nucleo; nel caso in cui i nuovi genitori fossero omosessuali, il ravvedimento del donatore potrebbe rappresentare la possibilità di completare con una figura maschile lo sviluppo della personalità del minore.

(Pietro Vernizzi)

martedì 23 ottobre 2012


IL DILEMMA DELL'IDENTITÀ DEL DONATORE

I pericoli dell'anonimato nella fecondazione medicalmente assistita

di padre John Flynn, LC
ZI12102211 - 22/10/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-33416?l=italian
ROMA, lunedì, 22 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Un tema su cui sta crescendo il dibattito è quello relativo al diritto di anonimato dei donatori di sperma.
Recentemente l’argomento è stato oggetto di discussioni, quando il governo dello stato australiano della Victoria ha dichiarato di volersi prendere tempo prima di decidere se i figli dei donatori avranno la possibilità di scoprire chi siano i loro genitori biologici.
Il comitato per la riforma della legge dello stato della Victoria ha inizialmente effettuato un’indagine sulla tematica, concludendo che i figli dovrebbero avere il diritto di conoscere l’identità dei donatori.
Naralle Grech, 30 anni, ha reagito alla decisione con sgomento. La donna ha riferito al quotidiano Age (12 ottobre 2012) che, dopo essere stata diagnosticata come malata terminale di cancro all’intestino, ha voluto poter mettere in guardia i suoi otto fratellastri.
Attualmente in Victoria coloro che sono nati a seguito di una donazione di sperma prima del 1 luglio 1988, non hanno diritto di avere informazioni sui loro donatori. Chi è nato tra il 1 luglio 1988 e il 31 dicembre 1997 può ottenere informazioni se il donatore lo consente. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1998, infine, ha libero accesso ad ogni informazione sui propri donatori.
“Se da un lato il Comitato riconosce che i donatori che hanno messo a disposizione i loro gameti prima del 1988, lo hanno fatto sulla base dell’anonimato, il Comitato ritiene anche che le persone concepite a seguito di donazione di sperma hanno il diritto di conoscere l’identità della persona che, per metà, ha contribuito alla loro definizione biologica”, ha affermato il presidente del Comitato, Clem Newton-Brown nel rapporto pubblicato il 28 marzo scorso.
“Il Comitato è convinto che tale diritto debba avere la precedenza, anche sui desideri dei donatori che intendono rimanere anonimi”, ha aggiunto Newton-Brown.
Ciononostante, in una dichiarazione presentata in Parlamento lo scorso 11 ottobre, il governo ha affermato che sono necessario altri sei mesi per ponderare la materia e cercare un’ulteriore soluzione.
Il “designer di bambini”
La decisione del governo arriva in un momento in cui in Australia è stata manifestata preoccupazione per l’uso della fecondazione medicalmente assistita. Susie O’Brien, opinionista del quotidiano di Melbourne, Herald Sun, in un editoriale dello scorso 7 ottobre, ha messo in guardia contro il trend del “designer di bambini”.
In alcuni recenti articoli, O’Brien ha affermato che ora i bambini possono essere concepiti usando il DNA di un padre, di una madre e di una terza persona, in modo da rimpiazzare il materiale genetico che possa risultare difettoso.
L’editorialista dell’Herald Sun ha anche osservato che oggi esiste un’applicazione che permette di sapere quali sono i tratti genetici che il bambino probabilmente erediterà.
“Un tempo un partner veniva scelto in base alla sua capacità di essere o meno un buon genitore - ha commentato -. Oggi, invece, siamo incoraggiati a sceglierlo in base a quello che sarà l’aspetto fisico dei nostri figli”, ha aggiunto O’ Brien.
Precedentemente, in un articolo pubblicato lo scorso 30 settembre sul quotidiano di SydneyDaily Telegraph, era stato sottolineato che ogni anno all’estero più di 500 bambini australiani nascono dalla fecondazione medicalmente assistita.
Ci sono coppie che pagano cifre comprese tra i 10.000 e i 50.000 dollari australiani a beneficio di donatrici di ovuli provenienti da paesi come la Spagna, il Sud Africa o gli Stati Uniti.
L’articolo sottolinea che molti dei donatori sono anonimi e che i bambini non avranno alcuna possibilità di conoscere l’identità della propria madre biologica.
“Molte persone concepite artificialmente, a cui è impedito di ottenere informazioni sui loro donatori, hanno sperimentato notevole angoscia ed afflizione”, afferma il rapporto del Comitato per la riforma della legge in Victoria.
“Ci sono informazioni negate sulla loro identità, che è un diritto che la maggior parte di noi dà per scontato. La loro possibilità di accedere a tali informazioni è ristretta per via di decisioni fatte da adulti (genitori, donatori e operatori sanitari), prima che fossero concepiti”.
Nel rapporto il comitato afferma che all’inizio dell’indagine i membri erano più inclini a ritenere che il desiderio del donatore di rimanere anonimo debba prevalere.
I diritti dei figli
“Dopo una considerazione più approfondita, tuttavia, e dopo aver ricevuto riscontri da varie parti interessate – persone concepite artificialmente, donatori, genitori, medici e psicologi – all’unanimità il Comitato ha raggiunto la conclusione che lo stato ha la responsabilità di permettere a tutte persone artificialmente concepite, una possibilità di accesso”, afferma il rapporto.
Nella sua presentazione dell’inchiesta, la Lega Cristiana Australiana ha detto di aver creduto che “il diritto della persona artificialmente concepita di conoscere il proprio donatore è un diritto fondamentale di notevole importanza”.
“Le origini genetiche di una persona sono una parte fondamentale nell’identità della persona stessa. Negare a qualcuno il diritto di sapere quali siano queste origini, significa negare loro la possibilità di scoprire una parte intrinseca di se stessa”, ha dichiarato la Lega.
Da parte sua, l’Associazione Famiglia Australiana ha riconosciuto il conflitto tra donatori che desiderano rimanere anonimi e il desiderio di sapere chi siano i loro genitori naturali da parte dei figli artificialmente concepiti.
Nella loro presentazione i rappresentanti di Famiglia Australiana hanno sollecitato che i diritti dei bambini debbano avere la precedenza, quando possibile. Troppo spesso, comunque, le decisioni in merito alla fecondazione medicalmente assistita dipendono dai desideri dei genitori, senza una considerazione adeguata dei bambini.
[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]

mercoledì 5 settembre 2012


Spagna, donazione ovuli, è boom. «Ci ho pagato tre mesi di affitto» , settembre 5, 2012, Chiara Sirianni, http://www.tempi.it/

Requisiti: età compresa tra i 18 e i 35 anni, nessuna storia personale o familiare di gravi malattie ereditarie, nessuna storia di patologia ginecologica, non essere portatori di malattie sessualmente trasmissibili. C’è un numero verde tramite il quale contattare per telefono la clinica, e prendere un appuntamento. A quel punto, a voce, si riceveranno altre informazioni sull’intero processo di donazione degli ovuli. In Spagna la donazione è regolata dalla legge, che garantisce la tutela dei donatori, su base volontaria, “altruista” e anonima. L’unica ricompensa, ufficialmente, è la soddisfazione personale («avrete la sensazione di essere utili e solidali con coppie bisognose», si legge sul sito di una clinica di Alicante). Tra il donatore e il centro autorizzato si stipula un contratto, e alla donazione («sempre senza scopo di lucro») segue un risarcimento monetario «solo per compensare il disagio strettamente fisico e le spese di viaggio che possono derivare». Qualsiasi attività promozionale è vietata, per rispettare «la natura altruistica» del gesto. Ma chi si sottoporrebbe a un’operazione così invasiva gratuitamente? Di fatto si è creato un vero e proprio mercato, una tendenza che la crisi sembra aver esasperato.

È il caso di una ragazza, studentessa a Madrid, che a patto di rimanere anonima racconta a tempi.it la sua storia, simile a altre centinaia. Un anno fa, la nostra interlocutrice ha letto un avviso appeso nella bacheca della sua università, quella degli annunci: a fianco alla proposte di stanze ammobiliate e alle vendite e alle dispense di sociologia spunta una scritta in corsivo, che invita morbidamente alla donazione riportando un numero telefonico. «Si è svolto tutto molto rapidamente – dice a tempi.it –, non si tratta di un trattamento doloroso. In cambio ho avuto un rimborso di 800 euro, che mi è stato consegnato il giorno stesso del prelievo. Ci ho pagato l’affitto per tre mesi».

COME DONARE IL SANGUE. Una visita ginecologica e un trattamento ormonale giornaliero («una punturina sottocutanea»). Ovviamente, i controlli: «Un giorno sì e un giorno no, a seconda degli orari più comodi per la donatrice. Io passavo dopo l’ultima lezione in università. L’aspirazione degli ovuli dura una mezz’ora, sotto anestesia. Senza ricovero, è tutto fatto in ambulatorio». Esperienza da rifare? «Forse. Dipende da tanti fattori. C’è un tetto massimo di sei donazioni, per legge. Ovviamente è pericoloso superare il limite di sei interventi. Va detto che il nostro tasso di disoccupazione è del 25 per cento». Perché donare i propri ovuli? «Mi sono sempre pagata gli studi con lavori di vario genere, la mia non è pigrizia, ma difficoltà tripla nel trovare un entrata fissa. Per cui ho preso in considerazione un’opzione che tempo fa avrei trovato assurda».

La legge spagnola sulla fecondazione assistita prevede un rimborso per le spese di viaggio e di lavoro, e per il disagio fisico apportato. Specificando che la donazione non può mai avere carattere commerciale. «In effetti gli annunci sono mascherati da campagna di sensibilizzazione. Tutti mettono l’accento sull’aspetto altruistico della cosa. Un po’ come avviene per la donazione del sangue. Ti trattano come se stessi generosamente donando un organo a chi ne ha bisogno». La crisi economica come ha cambiato le cose? «Si tratta di un tema delicato, su cui ovviamente si cerca di essere molto discreti. La mia impressione, frutto di qualche chiacchierata, è che sia un gesto ormai normalizzato. Fino a qualche tempo fa erano soprattutto le donne straniere a vendere i propri ovuli. Ora so di vari conoscenti che hanno valutato l’idea. Qualcuno si pente di essersi fatto piercing o tatuaggi: chi ce li ha, non può donare». Anche chi non è adottato è fuori dalla lista: non è in grado di dare informazioni in merito ai suoi genitori biologici. Un caso limite? «C’è chi ricorre alla stimolazione farmacologica delle gonadi. Così si producono più ovuli. Di solito si tratta di ragazze straniere».

CERCASI FIGLIO CON GLI OCCHI CHIARI. È un fenomeno che riguarda solo le giovani? Forse no, stando all’intervista video che TMNews ha raccolto qualche mese fa: una donna, sposata, che incassa tremila euro in cambio di due donazioni. Un lavoro da donna delle pulizie lei, tassista lui, e i soldi che a volte non bastano. «Alla prima donazione mi ha accompagnato mia madre – ha raccontato alle telecamere – poi sono venuta da sola. E aiuto la mia famiglia a sopravvivere economicamente».

Il numero di donatori è aumentato del 30 per cento nell’ultimo anno, nonostante ci siano rigorosi controlli da superare. Fisici e psicologici. Anche internet è diventato una vetrina a costo zero, e spesso e volentieri senza la mediazione delle cliniche. «Non fumo, ho meno di trent’anni, dono ovuli in cambio di compenso economico». Oppure: «Sono una ragazza di ventisette anni, studio all’università, nessun problema fisico. Sono costretta a vendere i miei ovuli a chi ne ha bisogno. Contattatemi». In genere si tratta di annunci provenienti dall’America Latina, ovviamente illegali. Numeroso anche il numero delle offerte, come questa: «Cerco donatrice di ovuli, previo compenso. Preferibilmente con gli occhi azzurri e i capelli chiari».

Del resto anche le cliniche offrono un “catalogo” vero e proprio. Letteralmente si chiama «vasto programma di ovuli e sperma per tutte le razze e caratteristiche fisiche», come si legge per esempio sul sito dell’Institut Marquès di Barcellona, che specifica di avere «tutti i fenotipi». Del donatore/donatrice si possono sapere numerosi dettagli: il suo aspetto fisico e il suo lavoro, per esempio. Ma non la sua identità.

@SirianniChiara

giovedì 24 maggio 2012


Spagna - Quanti guai nelle fabbriche dei bambini, di Michela Coricelli, 23 maggio 2012

Il 3% dei bambini nati in Spagna sono frutto di un trattamento di fecondazione assistita. Ogni anno se ne realizzano 86.000: solo il 30% nelle strutture pubbliche, mentre il restante 70% avviene nei centri privati. Il business è florido, anche grazie al cosiddetto "turismo riproduttivo". Sono migliaia le coppie europee che ogni anno si rivolgono alle cliniche iberiche, da Barcellona a Valencia. E migliaia sono gli euro che questi istituti incassano. Per le vie delle città spagnole, incrociare un passeggino doppio (o addirittura triplo) è sempre più frequente: il 25% dei trattamenti finiscono in parti gemellari. Una coppia su sei, nel paese iberico, non riesce ad avere figli. Ma nella nazione europea in cui sembra ancora in auge il vecchio slogan sessantottino "proibido proibir", i paletti legislativi in questo campo sono pochi e sulle difficoltà collegate all’infertilità è fiorito un incredibile indotto. A fronte dei "soli" 37 centri della sanità pubblica che realizzano questi trattamenti, ne esistono 180 privati, che offrono i loro servizi a single e coppie spagnole e straniere.  Mettere a confronto la legislazione iberica con il resto delle normative europee è facile. Ovodonazione, donazione di spermatozoi, donazione di embrioni, fecondazione assistita per donne single, selezione genetica preimpianto: in Spagna è praticamente permesso tutto (o quasi), a differenza di quanto avviene in molti altri paesi Ue. In una delle pagine web dei tanti centri privati si legge testualmente: «L’attuale legislazione spagnola (in riferimento all’ultima riforma del 2006, ndr) vi permette di portare avanti dei trattamenti di riproduzione che non possono essere realizzati in molti altri paesi». Più esplicito non si può: non potete farlo a casa vostra? Venite da noi.
 Tutto facile, dunque, nel "paradiso dell’eterologa"? Non proprio. Questioni morali ed etiche a parte, restano le difficoltà, le insicurezze giuridiche e le situazioni irrisolte proprie di un campo spinosissimo. In un libro sulla «bioetica e la legge di riproduzione umana assistita» pubblicato un paio di anni fa come una sorta di manuale, sono stati elencati casi reali (incredibilmente reali), che potrebbero fornire spunti interessanti, soprattutto a chi guarda la Spagna come un esempio da seguire. Una donna sposata ha chiesto un trattamento di inseminazione artificiale, ma con il seme dell’amante: legittimo? Al centro di fecondazione assistita si presentano non due, ma tre persone (una donna e due uomini): vogliono un figlio, come deve comportarsi il medico? Dopo una fecondazione assistita realizzata con la moglie, un uomo chiede che gli spermatozoi in eccesso vengano usati per l’inseminazione di un’altra donna: poligamia? C’è poi il caso dell’utero in affitto, proibito in Spagna, ma non altrove: che succede se una coppia omosessuale torna a casa con un bambino (concepito ad esempio in India) e chiede che venga registrato all’anagrafe come figlio dei due uomini? Situazione ingarbugliate: storie piene di sofferenza, in particolare per chi non ha potuto scegliere nulla perché non è ancora nato. Intanto la crisi ha moltiplicato le "donazioni" di ovociti e gameti. Un vero guaio, visto che in Spagna non esiste un registro ufficiale per verificare che non si superi il limite legale di sei bambini generati dagli stessi donanti. 

domenica 11 dicembre 2011


«Mio padre si chiama donatore» di Raffaella Frullone, 09-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

«Ho passato anni della mia infanzia a fantasticare su di lui. Costruivo castelli sulle poche cose che sapevo: capelli biondi, occhi azzurri, laureato. Giorni frenetici e notti insonni passate a immaginare il suo carattere, le sue passioni. “Forse era un musicista, come me”, mi dicevo, “forse era un’artista squattrinato, per questo l’ha fatto,  aveva bisogno di soldi”. Poi ho scoperto che il donatore numero 81 era un professionista affermato, un medico che si definisce credente. Il mio padre biologico».

24 anni, newyorkese, Alana Stewart è quello che in gergo tecnico si chiama a donor-conceived adult, ossia un adulto concepito da donatore. La sua è una delle vicende raccontate nel documentario Anonymous father’s day (giornata del padre anonimo) che per la prima volta dà voce a un popolo che ogni anno nei soli Stati Uniti conta dai 30mila ai 60mila nuovi nati. Tanti sono infatti i bimbi che vengono al mondo grazie alla donazione di sperma da parte di padri rigidamente protetti dal più totale anonimato.

Prodotto da Jennifer Lahl, già direttrice di Eggsploitation (sul tema della donazione di ovuli), e presidente del Center for Bioethics and Culture Network di San Francisco, il documentario, disponibile on line in lingua inglese, offre una panoramica inquietante su un’industria globale senza traccia che sta timidamente venendo allo scoperto grazie ad internet. Mai come in questi anni infatti, proliferano blog, siti e social network attraverso i quali i figli di padre donatore cercano tracce delle proprie origini, si incontrano tra “fratelli”(un donatore può arrivare ad aver generato anche 150 volte), tentano di dare un volto e un nome ad un padre del quale conoscono soltanto il codice identificativo, l’area in cui il seme è stato “distribuito”, il lasso di tempo in cui l’attività di donazione è proseguita.

I 60 minuti del film ospitano il contributo di Elizabeth Marquardt, direttore del Center for Marriage and Families at the Institute for American Values, curatrice del rapporto FamilyScholars.org e coautrice, insieme a Norval D. Guenn e Karen Clark, dello studio My Daddy’s Name is Donor, ovvero “Mio papà si chiama donatore”, condotto su un campione di 485 adulti di età compresa tra 18 e 45 anni con lo scopo di effettuare un primo monitoraggio su una generazione di persone concepite in risposta ad un irrefrenabile desiderio di maternità e poi abbandonate al loro destino.

«Il 67% degli intervistati ha affermato di sentirsi perso dal momento in cui ha appreso di essere figlio di donatore – afferma la Marquardt – e di voler conoscere il proprio padre biologico. Il 70% ha ammesso di trascorrere molto tempo fantasticando sulla vita e le abitudini del donatore e di non riuscire a darsi pace. Tra i dati registriamo poi una stretta correlazione tra il ricorso al padre donatore e il fallimento delle unioni matrimoniali».

«Quello a cui siamo abituati a pensare quando si parla di donazione di sperma, o anche di ovuli, è come aiutare le persone ad avere un bambino, – spiega Jennifer Lahl, che da anni studia gli effetti delle tecniche di procreazione assistita – mai riflettiamo sulle prospettive di determinate scelte, dei diritti, dei desideri delle aspettative del nascituro. Cosa succede ad un ragazzo quando scopre che il papà che l’ha cresciuto non è il suo padre biologico? Cosa succede ad una donna quando l’anziana madre scoperchia il baule del passato e scombina le carte che sono sempre state in tavola? Come si rapporta ad un bambino un "padre acquisito"? Quale è “l’impatto etico” dei donatori di sperma sui loro figli? ».

Per rispondere a domande come queste il documentario ha scelto di raccontare la storia di Alana Stewart, che gestisce il sito anonymousus.org attraverso il quale raccoglie e riporta le storie di chi, come lei, ad un certo punto, ha scoperto di non avere più radici.

«Avevo 5 anni, era un giorno come un altro, mi stavo preparando per andare a scuola, quando mia mamma mi ha detto che ero figlia di un donatore. Così, semplicemente. Ero confusa, ma sicuramente ho subito dato un nome a quello strano senso di estraneità che da sempre percepivo nei confronti di papà. Ho una sorella di 2 anni più grande e mia madre quel giorno mi ha spiegato che lei invece era stata adottata. Qualche anno dopo i miei genitori si sono separati e mia madre ha concepito naturalmente il suo terzo figlio con un nuovo compagno. Ho visto mia madre crescere tre “tipologie biologiche di figli” e le differenze, certamente involontarie, nel suo rapporto con noi. Ho visto l’unico padre che conoscevo chiedere, dopo il divorzio, la paternità della mia sorella maggiore e non la mia. Sentiva più sua la figlia adottata, rispetto a me».

Nonostante gli occhi, a tratti velati di lacrime, Alana racconta la sua storia con distacco, come se quello che dice le appartenesse fino ad un certo punto, come se per mettersi al riparo da uno smarrimento ancora maggiore si fosse rifugiata nelle sue poche certezze. Il senso di estraneità e smarrimento  accomuna la sua vicenda a quella di tanti altri, tra i quali  Barry Stevens che nel documentario racconta di aver saputo soltanto alla morte del padre, la verità “biologica” sul suo concepimento. «Suona strano ma è come se io avessi sempre sentito una forma di distacco nei suoi confronti e mia sorella provava la stessa identica cosa. Come se in famiglia ci fosse sempre stato un segreto e noi due ne fossimo tenuti all’oscuro. Era alienante, mi sentivo perennemente incerto».

La crisi di identità e il senso di confusione percepiti dai figli di donatori rientra in quello che viene chiamato genealogical bewilderment, ovvero “smarrimento geneologico”. Spiega la regista: «Il bambino sente insieme curiosità e confusione rispetto a chi appartiene, alla sua identità, alle sue radici, al suo posto nella famiglia. Lo si vede nei bambini adottati, che chiedono di sapere dei loro genitori biologici, e ancor più succede nei bimbi nati da donatore, per i quali la ricerca del padre è resa ancor più difficile dalla protezione della privacy di chi dona, da parte delle cliniche».

«Mi sembra assurdo che gli ospedali trattengano così tante informazioni sui donatori e non si preoccupino dei diritti di chi nasce – osserva Barry Stevens. – Ci vogliono convincere che un padre donatore non sia altro che una persona disposta ad aiutare chi non riesce ad avere figli, una prassi ordinaria. Non considerano che abbiamo tutti una grande domanda di senso nel cuore che ci porta a domandare: chi sono? Da dove vengo? Ci ripetono è una cosa normale, che non c’è nulla di male. Eppure qualcosa non torna...».

giovedì 24 novembre 2011


Gran Bretagna - Maternità in provetta: ora il mercato detta le regole all’Authority, di Elisabetta Del Soldato, Avvenire, 24 novembre 2011

  Le donatrici di ovuli e i donatori di sperma in Gran Bretagna saranno presto ricompensati il triplo di quello che ricevono oggi in cambio dei loro servizi. Se fino a ora venivano semplicemente ricompensati delle spese fino a 250 sterline, circa trecento euro, tra poco una donatrice di ovuli riceverà 750 sterline, circa 800 euro e un donatore di sperma 75. La decisione è stata presa dalla Human Fertlisation and Embriology Authority, l’organo che in Gran Bretagna regola il campo della fecondazione artificiale ed embriologi. L’aumento della tariffa ai donatori è stato deciso dalla Hfea per incoraggiare sempre più persone a farsi avanti vista la carenza attuale ma ha sollevato preoccupazioni tra chi sostiene che potrebbe invece dare il via a una commercializzazione del proprio corpo senza contare i rischi e i pericoli che l’estrazione di un ovulo comportano. La stessa British Fertility Society, che appoggia l’aumento delle ricompense, ha sottolineato ieri quanto sia importante che le donne agiscano per motivi altruistici. Ma l’idea di un guadagno potrebbe invece sortire l’effetto contrario e diventare un vero e proprio incentivo economico per le donne. er David King, direttore dell’associazione Human Genetic Alert, «è eticamente sbagliato fare di una parte del proprio corpo una merce di scambio. Il corpo non dovrebbe far parte del commercio». E anche Josephine Quintavalle di Comment on Reproductive Ethics è d’accordo e sostiene che spesso vengano anche sottovalutati i rischi di tali procedure. «L’estrazione di ovuli è una procedura invasiva e le donne non dovrebbero essere incoraggiate, con somme di denaro ancora più alte, a sottoporsi a certi rischi». Secondo le regole dettate dalla Comunità europea un donatore non può essere «pagato» ma solo «ricompensato». «Una ricompensa di 750 è molto alta – ha continuato la Quintavalle –. E questo potrebbe stimolare quelle donne che decidono di donare più per disperazione che per motivi di altruismo». Ma per Lisa Jardine, presidente della Hfea, «le attuali regole non funzionano e i donatori spesso si sentono sottovalutati». Attualmente in Gran Bretagna l’attesa per una donatrice è di circa cinque anni e in molti casi le coppie decidono di recarsi all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Spagna, dove le ricompense alle donatrici sono più alte e le donazioni più frequenti. Ma esistono rischi nell’ottenere il trattamento in Paesi dove la regolamentazione è meno rigida. Intanto qualche giorno fa l’ente regolatore ha pubblicato i dati sulla fecondazione artificiale che confermano un aumento costante dei trattamenti in vitro mentre il numero di gravidanze multiple è in discesa. 

martedì 22 novembre 2011


CINA: madri surrogate per avere figli maschi, 22 novembre 2011, http://www.corrispondenzaromana.it

Angoscianti scenari della peggiore fantascienza eugenetica rivelati dallo “Shanghai Daily” (24 ottobre 2011): sta prendendo sempre più piede in Cina il ricorso a madri surrogate per avere figli maschi. Aziende specializzate nel settore offrono ai loro clienti dei veri e propri pacchetti di “vendita bambini”. Una di queste aziende, individuata dallo “Shanghai Daily”, offre da cinque a sette madri surrogate per volta per la somma di un milione di yuan (poco più di 100.000 euro).

Il cliente, quindi, fornisce il proprio sperma per effettuare un’inseminazione artificiale contemporanea su diverse donne. Appena è possibile stabilire il sesso del nascituro, le donne che aspettano figlie femmine vengono fatte abortire. Nell’ipotesi che più donne siano incinte di maschi nel contempo, spetta al cliente decidere se avere più d’un figlio o farne nascere uno solo, facendo abortire gli altri feti.

Una nascita tramite madre surrogata senza preferenze di sesso, invece, costa molto meno: circa 150.000 yuan (più e meno 15.000 euro). La tariffa varia anche a seconda della tipologia di madre utilizzata: le più richieste sono donne sane molto giovani, dai 20 ai 28 anni, di altezza minima 1 metro e 65 centimetri, meglio se laureate o studentesse universitarie perché si ritiene assicurino geni migliori ai bambini che metteranno al mondo.

Le donne che accettano di fare da madri surrogate, in base ai requisiti, sono divise in 9 diversi livelli e a seconda del livello vengono pagate da 40.000 a 120.000 yuan (da 4.000 a 12.000 euro circa) all’anno dall’azienda che le ingaggia.

Sulla carta il ricorso alle madri surrogate è illegale in Cina. Ci si chiede allora come (o meglio: perché) tale pratica riesca a sfuggire alla maniacale rete di controllo sociale del regime comunista. Il sospetto è che sia considerata un più che tollerabile corollario della “politica del figlio unico” inaugurata su scala nazionale nel 1979 da Deng Xiaoping e successivamente riconfermata, con pochi aggiustamenti, fino a divenire legge nazionale il 1 settembre 2002. (Emanuele Gagliardi)

giovedì 13 ottobre 2011


Se l’anonimato del venditore di gameti non regge nemmeno alla prova dei fatti - Hai un donatore, non un papà di  Giulia Galeotti, 14 ottobre 2011, http://www.osservatoreromano.va

«Sono davvero fortunato ad avere degli amici così». È questo il commento di Jeffrey Harrison in chiusura del documentario di Jerry Rothwell, Donor Unknown. Adventures in the Sperm Trade (2010, ora in dvd). La telecamera si sposta dunque su tre giovani ventenni che, di spalle, si allontanano dal parcheggio in cui l’uomo vive a Venice Beach, in un malandato camper insieme ai suoi quattro cani e un piccione.
Se certo è un po’ azzardato qualificarli come amici, esiste però il problema di come definire la relazione tra i protagonisti del filmato: Jeffrey Harrison è, infatti, il venditore di gameti maschili che ha permesso a quei ragazzi (e a molti altri ancora) di nascere. Ed è il venditore che, a distanza di anni, quei ragazzi vanno a cercare. Come ha scritto Kate Spicer («The Sunday Times») nulla «nella immaginazione di Hollywood può competere con la trama di Donor Unknown».
La vicenda parte dal desiderio della ventenne JoEllen, nata grazie ai servizi della Cryobank e cresciuta in Pennsylvania, di andare alla ricerca del Donatore 150 (questo il nome in codice di Jeffrey) e dei suoi fratelli: «Ho sempre saputo che l’avrei fatto per conoscere qualcosa di più su me stessa». Nel 2005 la vicenda finisce sulla prima pagina del «New York Times», l’articolo a sua volta finisce dal cassonetto nelle mani incredule dello stesso Harrison.
Donor Unknown racconta dunque una storia che è insieme antica e attualissima. Antica perché v’è il desiderio di scoprire sé stesso e le proprie origini di ogni adolescente. Attuale perché l’esigenza di sapere passa per una banca di sperma e per internet («sono rimasto affascinato dalla vicenda — ha detto il regista — perché mi sembra che Jeffrey e i suoi figli si sono dovuti relazionare con alcuni dei grandi dilemmi umani sollevati dai rapidissimi ritrovati della tecnologia riproduttiva»).
Senza minimizzare i nodi o dare giudizi, presentando la vicenda in tutta la sua complessità (e con qualche tocco di poesia), il documentario solleva molte delle questioni legate alla fecondazione eterologa. Innanzitutto quella dell’anonimato del venditore, anonimato in realtà in via di sparizione. Se esso all’inizio era voluto dai genitori legali (analogamente a quanto avveniva per l’adozione, si preferiva fingere che il figlio fosse nato dalla coppia), per un concorrere di ragioni oggi prevale invece il diritto del nato a conoscere le proprie origini. Nonché — è l’altra faccia della stessa medaglia — il diritto del cliente di sapere la storia medica di ciò che compra.
A favore dell’identità del venditore, vi sono innanzitutto motivazioni cliniche: si ritiene indispensabile conoscere l’anamnesi genetica dell’individuo per curare le malattie o prevedere possibili anomalie nella prole. Quindi, ragioni psicologiche: si invitano quanti richiedono l’eterologa a non mantenere il bambino, e il resto della famiglia, nell’ignoranza, onde evitare che il segreto diventi lacerante. Ma la spinta ad abbattere l’anonimato viene anche dal diritto, in primis per l’evidente contraddizione con la Convenzione internazionale dell’Aia che attesta il diritto del bambino a conoscere la propria origine. Quindi, per il rischio di matrimoni tra persone che, senza saperlo, siano consanguinee (una delle protagoniste del documentario decide di uscire solo con ragazzi latino-americani proprio per scongiurare l’incubo dell’incesto). Non manca poi la voce delle femministe: da anni, per esempio, la giurista Carmel Shalev sostiene che «il principio dell’anonimato del donatore rinforza la regola dell’irresponsabilità maschile nella procreazione».
In concreto si adottano soluzioni molto diverse. Se in Francia la legge del 1994 erige l’anonimato al rango dei grandi principi di ordine pubblico, Gran Bretagna, Svezia, Svizzera, Olanda e Nuova Zelanda (tra gli altri), hanno, invece, creato registri di donatori consultabili dagli stessi nati al raggiungimento della maggiore età. Se dunque in passato erano i genitori a voler tenere nascosta l’origine nel terrore che il genitore biologico reclamasse diritti sulla prole, oggi è il venditore che teme di vedersi, a distanza di anni, chiamato in causa a vario titolo. I dati parlano chiaro: non più protetti dal velo dell’anonimato, gli uomini sono molto più restii a vendere. Nei Paesi Bassi e Gran Bretagna, per esempio, la scorta di gameti si è esaurita da quando il silenzio è stato abolito. Il dibattito è molto acceso negli Stati Uniti, dove le banche del seme fronteggiano il dilemma tra la necessità di proteggere i venditori (per scongiurarne la scomparsa) e quella della trasparenza richiesta dalla clientela. Comunque l’esigenza del «venditore noto» sembra ormai inarrestabile, anche in virtù del mutamento di clientela. Le coppie eterosessuali, infatti, potevano anche fingere che la prole fosse loro, ma nella misura in cui sono invece coppie omosessuali o donne single a ricorrervi, va da sé che la presenza di una figura terza risulta evidente.
Se dunque la tendenza è quella di andare verso il superamento dell’anonimato (eventualità che tanti, Jeffrey incluso, certo non immaginavano, anche se poi lui ammette che «conoscermi era un loro diritto»), si pone il problema di come i protagonisti della vicenda — genitore non biologico, genitore biologico, nato e venditore stesso — si relazionano. Sono tutti aspetti che il documentario Donor Unknown affronta, in maniera più o meno esplicita.
Dopo l’iniziale entusiasmo, infatti, oggi la fecondazione con seme eterologo viene vista in modo molto più problematico. Per esempio, i padri legali non sempre rivendicano con chiarezza la loro paternità sociale, atteggiamento spesso aggravato dal modo negativo con cui viene ancora vissuta la sterilità, e sovente sono messi in secondo piano da mogli o compagne. Così costoro continuano a essere poco propensi a rivelare ai figli la loro vera origine: temono che, sapendoli geneticamente estranei, questi possano amarli meno. Nel suo Everything conceivable (2007), Liza Mundy racconta la reazione violenta di un padre americano quando il figlio gli comunica di voler cercare il donatore che gli ha permesso di nascere: la decisione viene infatti letta come un indicatore di infelicità.
Contestualmente, per quanto alcune madri vedano il venditore come mero insieme di spermatozoi piuttosto che come un individuo («tu hai un donatore, non hai un papà» ripete la madre a JoEllen), molte donne ne parlano invece come di una persona, innanzitutto perché si sentono grate (e, in qualche modo, in debito) verso colui che le ha rese madri. Per esempio, una delle madri del documentario racconta di aver mitizzato per anni il Donatore 150 («è stato la grande incognita, essendo pur sempre metà della mia prole»), salvo poi rimanere profondamente delusa dal Jeffrey in carne e ossa. Se il venditore è, di fatto, il procreatore, nella realtà la tentazione è di chiamarlo padre biologico, vice-padre, secondo-padre, tutti termini che, necessariamente, evocano una figura genitoriale (sia pure spesso di secondo piano). E anche la scelta (piuttosto diffusa negli Stati Uniti) di chiamarlo zio, rivela la necessità di riconoscergli un ruolo nel contesto familiare. Ruolo non facile, comunque. E questo anche per sua stessa responsabilità.
Risulta infatti con chiarezza da Donatore 150 come sia lo stesso venditore a non sentirsi padre. Jeffrey Harrison ribadisce più volte come siano solo cinque i suoi figli, e cioè i quattro cani e il piccione. È di loro che si prende cura, è a loro che legge le favole della buonanotte. In La fabbrica dei geni (2006), David Plotz riporta le parole di un venditore secondo il quale «generare creature in totale anonimato è in qualche modo simile a dipingere quadri che per te sono belli e inestimabili, pur sapendo che una volta finito dovrai darli via e probabilmente non rivederli mai più». Così, «ogni volta che veniva a sapere di una nuova nascita provava un senso d’orgoglio e un senso di perdita: la donazione era per lui un atto di amore altruistico e di dolore». Del resto Jeffrey, dopo aver premesso che «per farlo devi essere una persona un po’ sopra le righe: una persona normale non lo farebbe!», si definisce a soul caller.
Ma il nato, dopo aver trovato il venditore, come lo considera? Se il figlio dell’eterologa difficilmente riesce a prescindere (quanto meno simbolicamente) da questa figura, l’atteggiamento nei suoi confronti è decisamente ambivalente. Stando a uno studio pubblicato nel 2004 su «Human Reproduction», il venticinque per cento dei figli si riferisce a lui definendolo il donatore, il venticinque per cento lo indica come il padre biologico, un altro venticinque per cento semplicemente padre (un ragazzino lo chiama invece quel tipo). In assoluto, comunque, l’atteggiamento più diffuso nel campione è la curiosità: ben l’ottantadue per cento dei figli vuole sapere della sua vita. E se alcuni sentono il bisogno di chiedergli se li avesse mai pensati, molti credono che conoscerlo aumenterebbe il loro senso di identità. Il diciassette per cento, infine, cautamente ritiene che l’eventuale relazione con il venditore dipenderà da come egli sarà come uomo.
Esprimendo una posizione per nulla pacifica, lo psicologo francese Jean-Loup Clément, che da quasi trent’anni lavora al Centre d’étude et de conservation des oeufs et du sperme humains, sostiene che appreso il segreto i bambini non mettono quasi mai in dubbio che il loro vero papà sia colui che hanno visto ogni giorno della loro vita (Mon père, c’est mon père, 2006). Leggendo però i racconti dei nati da lui intervistati, emerge una situazione molto sfaccettata. Se Lionel H. afferma di non aver «mai dubitato che il nostro vero padre sia colui che ci ha desiderato e cresciuto non sono mica figlio di un montone!», dalle parole di Sebastien emerge invece ben altro: «Disgustoso! Concepito in una provetta, a 98 gradi sotto zero. E per di più, i miei hanno pagato per questo! Sono disposto a pagare caro per conoscere il mio vero padre. Sono contrario alla legge francese che protegge l’anonimato del donatore. Un figlio concepito così dovrebbe poter scegliere se conoscerlo o no. Mi manca una parte di me». Resta, comunque, che tanti avvertono la distanza con una normale relazione padre-figlio: un ragazzo nato con i gameti di Jeffrey afferma che — vada come vada — comunque la loro non sarà mai una relazione padre-figlio.
Né è irrilevante il versante economico della faccenda: che conseguenze può avere sapere di essere stati concepiti per denaro? (Per questo ci rifiutiamo di chiamare il padre dell’eterologa donatore). Jeffrey non ha problemi a raccontare come per lui quello del donatore sia stato un regolare lavoro: «Ci ho pagato l’affitto per otto anni».
«Possiamo influenzare il futuro» afferma un po’ tronfio in chiusura del documentario Donor Unknown, il gestore della Cryobank. Al di là dei soldi, della smania di gloria e del gusto per la fantascienza, occorrere sempre ricordare che dietro tutte le provette vi sono sempre storie di uomini, donne e bambine. Orientare il domani chissà poi se è un valore. Tentiamo disperatamente e variamente di influenzare il futuro, ma ci ritroviamo poi a non saper nemmeno come chiamare le figure che inventiamo.

lunedì 10 ottobre 2011


I semi dei padri anonimi (e no) - Nel 2005 Londra cambia le regole: i figli hanno diritto di conoscere il donatore Ma è una legge migliore? Porciani Franca (8 ottobre 2011) - Corriere della Sera

Gli iscritti sono più di 33 mila, i fratellastri che si sono scoperti tali quasi novemila, i padri «ritrovati» 15 mila, i visitatori del sito, anche europei, 10 mila ogni mese: il Donor Sibling Registry da quando è nato nel 2000 per iniziativa di Wendy Kramer, mamma single del Colorado, e di suo figlio Ryan concepito col seme di un donatore anonimo, ha avuto un successo quasi inspiegabile. Per abbattere il «buco nero» della paternità genetica, bisogna inserire il numero identificativo fornito all' epoca dalla banca del seme e vedere se qualcuno si fa vivo. Perché si vuole conoscere le proprie origini? Per semplice curiosità, per essere rassicurati su se stessi, sulle proprie radici, ma anche per trovare i quasi-fratelli. Come se queste persone si sentissero la metà di una mela e intravedessero finalmente la strada per ritrovare l' altra. Se leggiamo qualche storia sul blog troviamo frasi come quella di Cara che scrive: «Il registro mi ha cambiato la vita; ora so di avere una sorella, è come scoprire una nuova famiglia». Che può rimanere virtuale, o arrivare all' incontro in carne ed ossa e poi ad una relazione. Quella della Kramer non è l' unica iniziativa; esiste da poco un sito web, Anonymous Us , già molto cliccato, creato da Alana Stewart, una ragazza newyorkese che invita altre persone con la sua stessa storia di inseminazione artificiale a raccontarsi (in forma del tutto anonima); va alla grande anche il blog Confession of a Cryokid ( un bambino nato grazie a Cryos, la banca del seme danese), avviato da Lindsay Greenawalt, concepita nel 1984 a Cleveland grazie al donatore n° 2035. Lindsay vuole essere l' esempio della ricerca del padre genetico e chiede ai frequentatori del suo blog di commentare le notizie in materia. Come l' ultima, di qualche giorno fa, quando un uomo ha confessato alla moglie nel corso della trasmissione televisiva Style Exposed: Sperm Donor di aver 75 figli sparsi per l' America (il record, detenuto da un altro americano, è di 150, possibile perché negli Stati Uniti non c' è limite al numero di inseminazioni del donatore, diversamente a quanto accade in Europa). Padre genetico che di là dall' Atlantico resta per legge top secret , mentre altri Paesi europei (e non) hanno concesso ai figli dell' inseminazione artificiale di conoscere l' identità del donatore al compimento dei 18 anni, senza che questa rivelazione implichi doveri di paternità, giuridici e economici. La prima a scendere in campo contro l' anonimato fu la Svezia nel 1985; scelta analoga hanno fatto la Svizzera nel 2001, dove il nome del donatore viene conservato per 80 anni presso il ministero della Sanità di Berna in busta sigillata, l' Olanda nel 2004, poi la nuova Zelanda, l' Australia, la Gran Bretagna nel 2005. L' anonimato resta valido in Francia (anche se si discute da tempo sulla sua legittimità), in Belgio, in Spagna. In Italia il problema non si pone perché è vietata la fecondazione eterologa; ciononostante, un po' paradossalmente, il Comitato nazionale per la Bioetica sta lavorando ad un documento sull' anonimato del donatore (forse tenendo conto di quante coppie vanno a farla all' estero!). Abbattere il «muro» che impediva di sapere, ha portato inevitabilmente ad un crollo delle donazioni: in Svizzera c' è una tale scarsità di seme che le cliniche per l' infertilità non riescono a far fronte alle richieste (e il limite di otto figli per donatore che vige in territorio elvetico non facilita il compito), in Inghilterra, dove nel 2006 un' inchiesta della Bbc documentò una situazione vicina alla paralisi, solo adesso si registra una controtendenza. Alla London Sperm Bank , la più importante del suolo inglese, i donatori stanno aumentando, non perché sia cresciuta la loro parcella, ma perché si è costruito un profilo personale del donatore, cercando di capire meglio le sue motivazioni e valorizzandole anche «nel catalogo», al di là del denaro. Allora capita che il ricco banchiere della City, felicemente sposato con prole, ritenga suo dovere fare qualcosa di altruistico in un' esistenza privilegiata e che il soldato in partenza per l' Afghanistan desideri lasciare una traccia di sé (la legge inglese ammette un limite massimo di 10 figli). «È forse il segno - commenta la sociologa Marina Mengarelli, che da anni si occupa degli aspetti socioculturali dell' infertilità - che ci si sta avviando verso l' accettazione di una genitorialità più ampia dove si riconosce dignità anche al donatore di seme». La motivazione in certi casi diventa, però, ambigua, morbosa: la rivista Newsweek ha appena riportato la storia dell' americano Trent Arsenault, 36 anni che ha donato il suo seme a 50 donne, generando 10 figli. Ancora «vergine» si dichiara un donorsexual, un uomo la cui vita sessuale si esprime soltanto nella donazione. Mentre insieme a questi fenomeni limite, cresce una nuova frontiera: quella dello scambio di seme al di fuori di qualsiasi transazione economica e vincolo. In gennaio Beth e Nicole Gardner hanno lanciato il portale Free Sperm Donor Registry (il registro gratuito dei donatori di sperma) dove la donazione è soltanto un atto di generosità; sei mesi dopo i donatori sono già 400, i figli in gestazione una dozzina, gli iscritti più di 2000. Un registro che oltre a mandare in soffitta medici e denaro, non ammette più limiti all' anonimato, neanche quello dei diciotto anni. Sembra dare ragione a questa visione radicalizzata (che può anche esporre a qualche rischio sanitario) uno studio appena pubblicato dalla rivista Human Reproduction, realizzato da Diane Beeson, sociologa dell' università della California. Ad oltre 700 figli dell' inseminazione artificiale ormai adulti - dai 18 anni in su - iscritti al Donor Sibling Registry è stata rivolta mediante un questionario una serie di domande sul loro vissuto nei confronti del padre genetico. Nell' 80 per cento dei casi viene espresso il desiderio di conoscere l' identità del donatore e di incontrarlo, ad esempio per vedere se c' è una somiglianza. «Non mi meraviglia - commenta Chiara Lalli, filosofa e bioeticista, autrice di Libertà procreativa, edito da Liguori - ; è una curiosità legittima, non c' è niente di peggio che avere a che fare con i fantasmi. In una visione più serena, i figli dei donatori di seme dovrebbero avere lo stesso diritto a sapere di quelli adottivi».
fporciani@corriere.it RIPRODUZIONE RISERVATA **** La parola La rivista Newsweek ha riportato la storia dell' americano Trent Arsenault, 36 anni che ha donato il suo seme a 50 donne, generando 10 figli. Ancora «vergine» si dichiara un donorsexual, vale a dire un uomo la cui vita sessuale si esprime soltanto nella donazione. Un caso limite il suo, certo, però il nuovo vocabolo dà conto dell' entità del fenomeno dei donatori di seme, in continua crescita. Tanto da spingere i governi ad una legislazione che regolamenti il «mercato»

lunedì 3 ottobre 2011


STATI UNITI - Donatore di sperma ritrova i suoi 75 figli - Grazie a un reality show incontra i primi due bambini di Simona Marchetti, 01 ottobre 2011, Il Corriere della Sera

MILANO - Quando il 33enne avvocato Ben Seisler decise di donare il proprio sperma alla «Fairfax Cryobank» in Virginia per pagarsi gli studi di legge alla George Mason University (gli davano 150 dollari a prelievo), non pensava certo che un giorno si sarebbe ritrovato ad essere il padre biologico di ben 75 figli, senza contare quelli che sono ancora in arrivo (si parla di una cifra compresa fra i 120 e 140). E invece è esattamente quello che è successo e la storia è venuta fuori grazie al docu-reality Style Exposed: Sperm Donor, in onda lo scorso 27 settembre sulla tv americana Style Network, che non solo ha intervistato Seisler ma ha pure registrato l’incontro (avvenuto lo scorso maggio) fra l’avvocato e due dei suoi bambini (un maschietto di 7 anni e una femmina di 4), nati da una mamma single di Seattle che usò il suo sperma per concepire.

MAMMA SINGLE - La donna, di nome Sharon, è stata contattata dai responsabili dello show grazie a Wendy Kramer, la mamma single del Colorado che nel 2000 aprì il Donor Sibling Registry, una sorta di gigantesco database in grado di mettere in contatto i bambini concepiti tramite un donatore di sperma con i padri biologici e i fratellastri: basta inserire il numero identificativo fornito dalla banca del seme e controllare se ci sono corrispondenze. Sharon si era iscritta al registro quattro anni fa e lì aveva scoperto “il papà” dei suoi figli, ovvero Seisler, che vi si era iscritto nel 2005, postando in forma anonima il numero che gli avevano dato alla banca del seme (il 2149).


«Cara, ho 75 figli sparsi nel mondo»
La confessione di Seisler alla moglie
I MESSAGGI - «Dopo appena una settimana ricevetti la mail di una mamma che aveva usato il mio sperma – ha raccontato l’avvocato al Boston Globe», – e in breve tempo le risposte si moltiplicarono al punto che divenne impossibile tenere il conto. Ora so di avere 75 figli, ma stando ai miei calcoli ho ragione di pensare che possano essere fra i 120 e i 140. Alcuni messaggi mi ringraziavano per quello che avevo fatto, mentre altri mi chiedevano se mi faceva piacere essere contattato dai bambini quando fossero cresciuti». Pare che finora oltre 15 dei suoi “figli” lo abbiano contattato per conoscerlo, ma le richieste sarebbero in continuo aumento (e di certo dopo la visione del documentario il numero è destinato a salire). «Inizialmente, sono rimasto un tantino scioccato dalla richiesta di conoscermi – ha proseguito Seisler - ma poi mi sono reso conto che aiutare le persone a farsi una famiglia è qualcosa di realmente commovente. Quanto al mio incontro coi due bambini di Seattle, è stato tutto abbastanza strano, perché se da un lato sono i miei figli biologici, dall’altro non lo sono, perché non li sto crescendo io e non ho alcun controllo sul modo in cui vengono educati».

EGOISMO - Un atteggiamento che è stato definito «egoista» dalla moglie di Seisler (all'epoca però erano ancora fidanzati), che non solo non era a conoscenza del cospicuo numero di figli del marito ma non si è nemmeno preoccupata di nascondere tutto il suo disappunto nell’apprendere la notizia davanti alle telecamere dello show. Nel filmato, la donna, visibilmente sotto choc dopo la confessione di Seisler durante una cena, ammette di avere dei problemi «a pensare che tu possa avere 50, 60 o 70 discendenti biologici (non riesce a definirli «figli», ndr) perché non mi sono resa conto di quanti fossero. Ritengo che tu sia stato egoista: hai mai pensato alle conseguenze?». Evidentemente Seilser non l’ha fatto, ma a Seattle ci sono due bambini che sono genuinamente contenti che il loro «papà» non abbia pensato alle possibili conseguenze. «Se avessi potuto scegliere un padre per i miei nipotini – ha raccontato al giornale Usa la nonna dei due ragazzini - non avrei potuto scegliere qualcuno più perfetto di Ben».

venerdì 23 settembre 2011


I piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità - Di Rassegna Stampa - 23/09/2011 - Fecondazione artificiale - di Antonio Gaspari, http://www.libertaepersona.org

Il commercio degli ovuli femminili è una attività che ha raggiunto un bilancio di molti miliardi di dollari. Negli Stati Uniti viene considerata una vera e propria industria.
Cominciano a comparire però storie di donne che sono state sfruttate e che stanno rischiando la vita in seguito ai danni subiti dalla iperstimolazione e dall’asportazione di ovuli.
Emergono così i lati oscuri, segreti e controversi di questo commercio. Appaiono annunci in tutto il mondo in cui le giovani donne sono sollecitate a vendere i propri ovuli per decine di migliaia di dollari. La vendita viene giustificata con uno scopo umanitario, sostenendo che questi ovuli serviranno “a realizzare il sogno di qualcuno che soffre di infertilità”.
Ma chi sono le donatrici di ovuli? Sono trattate con giustizia? O sono solo vittime del cinico utilitarismo del mercato? E quali sono i rischi a breve e lungo termine per la loro salute?

Per rispondere a queste e altre domande il Centro di Bioetica e Cultura (Center for Bioethica and Culture Network, http://www.cbc-network.org/) ha svolto una inchiesta e l’ha raccontata in un film–documentario dal titolo “Eggsploitation. The infertility has a dirty little secret” (www.eggsploitation.com).
Dopo aver visto il film in questione, Kelly Vincent-Brunacini, presidente dell’associazione Femministe per la Vita di New York, ha detto che “Eggsploitation è un documentario avvincente e rivelatore che mostra allo spettatore l'altra faccia dell'industria dell’infertilità”. Così si scoprono le storie inquietanti e strazianti di donne le cui vite sono state cambiate per sempre dopo aver subito la procedura per la donazione di ovuli.
Tutte e tre le donne che testimoniano la loro esperienza nel documentario hanno rischiato la vita a causa delle complicanze associate con la donazione di ovuli. Una ha subito un ictus che ha danneggiato il suo cervello; un'altra ha sviluppato un tumore al seno; mentre l'ultima ha diversi problemi di salute associati alla pratiche di iperstimolazione ovarica a cui è stata sottoposta.

Per approfondire un tema le cui implicazioni sanitarie, mediche e sociali saranno sempre più rilevanti, ZENIT ha intervistato Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network

Di che cosa parla “Eggsploitation”, il documentario da lei prodotto?
Lahl: Io sono l'autrice, la produttrice e la regista di "Eggsploitation", che ha vinto il premio come miglior documentario al California Independent Film Festival 2011. Abbiamo venduto il film in oltre 29 paesi ed è stato mostrato in tutto il mondo.

Quali sono quelli che lei chiama i piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità?
Lahl: I "piccoli sporchi segreti" sono molti. Per esempio, le donne non sono informate sui rischi e le complicazioni a breve e a lungo termine. E non sono neanche seguite quando cominciano ad emergere problemi sanitari. Senza avere a disposizione i dati a lungo termine circa le tecniche di iperstimolazione, è evidente che le donne non possono essere adeguatamente informate circa gli eventuali rischi per la salute. C’è molta ipocrisia, si parla di donazione degli ovuli, ma è a tutti gli effetti una “vendita” condizionata dall’utilitarismo del mercato. Il consenso non è informato, ma viene comprato, perché le donne hanno bisogno di denaro. E’ evidente che i medici coinvolti dovrebbe richiedere un “CORRETTO consenso informato”, dovrebbero acquisire dati scientifici per studi di larga dimensione e dovrebbero impedire l’offerta di denaro. Nel corso dell’inchiesta abbiamo scoperto inoltre che alcuni dei farmaci per la fertilità utilizzati non hanno mai ricevuto l'approvazione delle autorità per questo uso particolare.
Il Lupron per esempio è stato approvato dalla U.S Food and Drug Administration (FDA) come farmaco per la cura del cancro alla prostata allo stadio terminale, ma non per la super-ovulazione. Risulta così che le violazioni dell’industria dell’infertilità sono gravi e numerose: nessuno studio a lungo termine sui rischi sanitari, violazione del consenso informato, corruzione indotta con l’offerta di denaro, scarsa o addirittura assente la protezione della donatrice, soprattutto quando si genera un danneggiamento degli ovuli.

A quanto ammonta il bilancio del commercio degli ovuli?
Lahl:Èmolto difficile quantificare il numero di donazioni d'ovuli. La maggior parte di queste compravendite avviene "sotto il tavolo" e "fuori delle griglia delle attività controllate”. Si tratta di un settore in espansione e fuori dal controllo.

Chi sono le donatrici di ovuli?
Lahl: Di solito sono donne tra i 21 e i 30 anni, nel fiore dei loro anni riproduttivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne che hanno bisogno di soldi. Negli Stati Uniti, sono spesso studentesse universitarie di età compresa tra i 19 ed i 25 anni, le quali hanno bisogno di pagare le tasse scolastiche, l'affitto ecc. Nei paesi più poveri, sono donne che hanno solo bisogno di pagare l'affitto e comprare il cibo per tirare avanti.

Quali sono i rischi per la salute a breve e a lungo termine?
Lahl: I rischi a breve termine sono tutti quelli connessi con le pratiche di iperstimolazione ovarica (OHSS), e poi ictus, trombosi, aumento di peso, squilibri dell'umore… Rischi a lungo termine sono i tumori (in particolare tumori dell’apparato riproduttivo) e problemi di riduzione della fertilità.

Non le sembra paradossale che mentre da una parte vengono abortiti circa 50 milioni di bambini e bambine ogni anno, dall’altra parte ci sono persone disposte a tutto pur di aver ovuli da fecondare?
Lahl: Sì, si tratta di un cinico paradosso. Da una parte si gettano via i bambini concepiti e dall’altra si spendono enormi risorse e si sfruttano i corpi delle persone per creare la vita in laboratorio!

Non sarebbe meglio far nascere tutti i concepiti e lasciare in adozione quelli che non vengono accettati?
Lahl: In un mondo amorevole, la cosa migliore da fare è che madri e padri accolgano tutti i bambini concepiti nelle loro famiglie. Abbiamo molto lavoro da fare per incoraggiare le madri e i padri a tenere i loro bambini ed evitare l’interruzione di gravidanza. Se non si sentono in grado di prendersi cura dei loro bambini, non è facile convincerli che possono favorire e incoraggiare l’adozione.

da ZENIT.org
21/9/2011

giovedì 22 settembre 2011


Prodotti, listini, offerte: è il supermarket del figlio - I recenti casi di «mammenonne» a Torino e Napoli hanno riportato l’attenzione  sul fiorente mercato delle maternità ottenute comprando gameti, selezionando embrioni e (se necessario) affittando donne che portino avanti la gravidanza - Il mercato si fa largo nella generazione umana di Emanuela Vinai, Avvenire, 22 settembre 2011-09-22

Quando nel 2006 Michael Crichton scrisse Next sembrava fantascienza. Non poteva essere verosimile la descrizione di una genetica senza limiti, del commercio di ovuli di giovani donne, della spregiudicatezza di un business che non fa distinzioni tra uomo e merce. Invece, come spesso accade, la realtà ci supera e i recenti casi delle mamme-nonne di Torino e Napoli hanno riportato l’attenzione su frontiere della tecnica che non sempre coincidono con quelle dell’etica, soprattutto quando non pongono rimedio a casi clinici specifici e complessi, ma danno spazio alla medicina dei desideri. Ogni giorno si accumulano scoperte scientifiche straordinarie che applicano tecnologie sempre più sofisticate e ciò produce un cortocircuito informativo e mediatico.
Anche la maternità si è adeguata al mercato che, in quanto tale, ha le sue leggi, domanda/offerta. Allora diventa possibile dare un prezzo (non un valore) a un essere umano. In questo contesto, Internet è lo sterminato emporio che fa leva su sentimenti legittimi e, dietro una parvenza di umanitarismo, propone l’agevole superamento di ogni limitazione legislativa nazionale.
Commercio di gameti. Già nel maggio 2007 la rivista Fertility & sterility ospitava un articolo significativamente intitolato «Cosa sta accadendo al prezzo degli ovuli?». L’analisi evidenziava un costante aumento di domanda e costi: la media nazionale statunitense per il pagamento di donatori definiti "standard" era di 4.217 dollari, con un massimo di 4.576 dollari. Come in un indice azionario quindi, il prezzo dei gametisale – o scende – a seconda della qualità del prodotto offerto e dei requisiti sollecitati dagli acquirenti. I capelli rossi, per dire, non hanno mercato. Studenti e studentesse, disoccupati e non vengono arruolati attraverso un sistema di reclutamento che li invita a cedere sperma e ovuli in nome di un solidarismo che, a leggere le tariffe delle cliniche dove si pratica la fecondazione eterologa, si rivela quantomeno sospetto.
Pochi giorni fa Anna Pia Ferraretti, direttore scientifico della Sismer (Società italiana studi di medicina della riproduzione) ricordava infatti che «per la donazione di ovociti il costo medio è circa 8mila euro a ciclo e varia dai 2 ai 12mila euro a seconda del Paese, mentre con la donazione di seme può variare dai mille a 5mila euro in base al trattamento».
Selezione embrionale. L’ultimo metodo di screening genetico è stato sviluppato in Spagna e permette di controllare gli stadi dello sviluppo dell’embrione prima dell’impianto nell’utero «per aumentare le possibilità di avere un bambino sano».
Questa procedura è generalmente nota come selezione genetica preimpianto (Pgs) e la tesi a favore si basa sul fatto che, a differenza della diagnosi prenatale, la diagnosi preimpianto non implica un aborto che, essendo traumatico, «è una barriera psicologica alla scelta dei genitori rispetto a caratteristiche secondarie indesiderate». Ma quali sono queste caratteristiche? La selezione in base al sesso ha portato all’eliminazione sistematica di milioni di bambine in Asia: eliminate perché non utili, non desiderabili, non adatte. La stigmatizzazione di questa pratica non incontra però lo stesso indice di indignazione quando la selezione fa riferimento a patologie e disabilità.
In tema di medicina predittiva, l’abuso è dietro l’angolo e la genetica ci dice che in molti casi possedere il gene predisponente non significa sviluppare la malattia in seguito. Un cattivo uso delle informazioni genetiche determina una discriminazione preventiva e una sovrapproduzione di embrioni destinati all’eliminazione o al congelamento in azoto liquido.
Utero in affitto. Cosa hanno in comune Elton John, Ricky Martin, Miguel Bosé, Nicole Kidman e Sarah Jessica Parker? Sono tutti testimonial dell’utero in affitto. È noto che quando le donne invecchiano i loro ovuli diventano sempre meno fertili e la maternità rimandata determina alla fine l’impossibilità di una gravidanza. Ma cercare una madre surrogata non è difficile: sul principale motore di ricerca (e digitando in italiano) i risultati dell’indagine sono 138mila. Ai primi posti, quelli a pagamento, sono ben in vista le sponsorizzazioni dei centri specializzati. Dal Web affiorano anche altri possibili risultati, come i 30mila euro in Ucraina. Bebè in mano, basta un clic.

martedì 20 settembre 2011


Quello sporco affare della fecondazione eterologa di Raffaella Frullone, 20-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

«Se sei una donna alta, attraente, di età compresa tra 20 e 29 anni, contattaci. Potrai guadagnare molto, facendo del bene al prossimo». Coi tempi che corrono, qualcuno potrebbe pensare ad uno scherzo, o all’ennesima trovata sarcastica che ha per oggetto giovani di belle speranze disposte a tutto per un assaggio di notorietà. Invece – ahinoi - la questione è molto più seria, molto più scomoda e forse per questo sapientemente lontana da prime pagine e riflettori.

L’annuncio è infatti il tipico spot delle cosiddette “cliniche per la fertilità” che, per garantire alle 50-60enni il sacrosanto diritto di avere un figlio biologico, sono alla spasmodica e costante ricerca di ovuli freschi e pronti per essere reimpiantati e riutilizzati in un mercato che, da qualunque parte lo si analizzi, fa rabbrividire.

La questione è di stretta attualità nel nostro paese, dove proprio oggi la Consulta è chiamata a pronunciarsi sulla questione dell’incostituzionalità della legge sulla procreazione assistita nella parte in cui vieta la fecondazione eterologa. A sollevarla sono stati i Tribunali civili di Firenze e Catania che hanno accolto il ricorso di due coppie sterili che chiedevano la possibilità di avere un figlio ricorrendo a quello che definiscono “materiale genetico di un donatore anonimo”.


Oggi  il termine “fecondazione eterologa” per qualcuno è diventato un mero baluardo di una libertà da difendere a tutti i costi, mentre per la maggior parte delle persone la questione rimane un nebuloso concetto relegato al complesso campo medico, e quindi marginale. Eppure la questione è tutt’altro che marginale e attraversa i confini della medicina riversandosi nel campo dell’etica per poi debordare nella sfera economica, dato che siamo di fronte ad un’industria che, soltanto negli Stati Uniti, arriva a fruttare 6,5 miliardi di dollari l’anno.


Lo scenario è ben illustrato dal documentario Eggsploitation, uscito lo scorso anno negli Stati Uniti e presto disponibile con i sottotitoli in italiano. Il titolo gioca con i termini “eggs” (ovuli) e “exploitation” (sfruttamento) e attraverso una serie di interviste ricostruisce la trama che si snoda dietro la fecondazione eterologa, raccontando cosa succede alla radice: non quando la coppia sterile se ne va finalmente a casa con il pupo, ma cosa si fa e quanto costa arrivare al “prodotto finito” . Il video è frutto dell’idea di Jennifer Lahl, direttrice del Center for Bioethics and Culture americano. Diretta insieme a Justin Baird, un regista di Los Angeles, l’inchiesta fa luce su un fenomeno che, con la scusa di proteggere la privacy delle donatrici, di fatto getta un alone di silenzio sulle storie di decine di donne che, attratte dalla possibilità di denaro facile, hanno compromesso per sempre la propria salute e, in alcuni casi, hanno perso la vita.

Alexandra trova l’annuncio sul giornale dell’università di Stanford, dove fa la ricercatrice. Ha bisogno di 3000 dollari e non le pare vedo di poterli guadagnare aiutando una donna che non può avere figli: “La procedura è sicura”, legge nell’opuscolo. Mai avrebbe pensato di diventare sterile e ammalarsi due volte di tumore al seno prima di raggiungere i 35 anni. Una sorte simile a quella di Jessica, che però non ha la fortuna di poter raccontare questa storia perché, dopo aver donato i propri ovuli per ben tre volte, non è riuscita a sopravvivere al cancro che l’ha uccisa a 34 anni; o a quella di Carla, che è finita sulla sedia a rotelle dopo che si è lasciata ingolosire dal compenso per i suoi ovuli, circa 25mila dollari. 


Le agenzie “reclutano” le donatrici facendo leva sul bisogno di soldi delle studentesse, ma anche presentando questo gesto come estremamente altruista e generoso. “Non c’era niente che dovessi temere, non c’erano rischi, continuavano a ripetermi. E io ci ho creduto”, racconta oggi Jessica che non aveva idea dei trattamenti ai quali sarebbe stata sottoposta. “Innanzitutto ci sono le conseguenze dell’iperstimolazione ovarica, una procedura che aumenta il numero di ovuli prodotti dalla donna sottoponendola a massicci bombardamenti chimici. Essa può portare a perdita di coscienza, disfunzioni ormonali e danni anche permanenti come tumori, o stati comatosi – racconta Suzanne Parisian, ex dirigente della Food and Drug Administration, il corrispettivo della nostra Agenzia del farmaco –. Ma non è tutto, anche l’operazione di estrazione degli ovuli comporta alti rischi per la salute, emorragie, rischio di coma. A queste si aggiungono le patologie conseguenziali alla donazione”.


Sono storie sconosciute, che non trovano spazio sulle pagine dei giornali, in primo luogo perché in queste cliniche non c’è traccia di queste donne. Non esistono registri, schedari, archivi con le cartelle cliniche perché esse arrivano dall’anonimato e dopo il trattamento ripiombano nell’oblio. Nessuno sa di loro, non hanno nome, non hanno storia. Le cliniche si trincerano nel silenzio nascondendosi dietro al “diritto alla privacy”, ma di fatto considerano le donne soltanto come ovaie che camminano.

Quando le conseguenze dell’ipertsimolazione ovarica, o della donazione degli ovuli si manifestano attraverso coliche, nausee, fitte dolorosissime, le cliniche per la fertilità rimandano le donne agli ospedali tradizionali, dove spesso esse mentono, non raccontano cosa è successo loro per timore di essere giudicate, per vergogna.


«All’inizio ho fatto fatica a trovare persone disposte a parlare – spiega Jennifer Lahl – perché le cliniche della fertilità raccontano alle ragazze che la donazione degli ovuli non ha nulla a che vedere con il loro stato di salute, che dipende dal loro corpo. Ed esse si convincono e non parlano. Per fortuna oggi c’è internet, che ci ha messo in contatto e le ha portate a fidarsi di me. Oggi grazie ad Eggsploitation tantissime donne mi scrivono dall’Europa e dagli Stati Uniti rompendo il muro dell’omertà».


Fra le protagoniste di Eggsploitation, qualcuna ha rischiato di morire sola, sul pavimento di casa, qualcun’altra è finita in coma perché si vergognava di chieder aiuto, qualcuna lotta contro il cancro, la maggior parte di loro non potrà avere figli propri.  «Siamo di fronte ad una lobby che vuole a tutti i costi dare un figlio a chi non ce l’ha, se può pagare – accusa Josephine Quintavalle, fondatrice del Comment on Reproductuve Ethics, osservatorio britannico sulle pratiche riproduttive da sempre affianto della Lahl nella battaglia per la tutela delle donne–. Non possiamo chiedere alle giovani donne di rinunciare alla fertilità per cercare di assecondare il nostro desiderio tardivo di maternità».


Desiderio che difficilmente viene assecondato poiché, come testimonia il documentario, quasi il 70% delle fecondazioni fallisce. Fallimento che si aggiunge alle gravi conseguenze sulla vita delle donne e, qualche volta, anche del nascituro. Ma questi rischi ci sono anche per la fecondazione omologa? «Sicuramente ci sono cautele maggiori – precisa Jennifer Lahl – Anche se certamente ci muoviamo in un campo molto rischioso, con conseguenze da non sottovalutare. Certamente un conto è affrontare il bombardamento ormonale e le sue conseguenze per il disperato desiderio di avere un figlio proprio, un altro è farlo con la leggerezza di chi va a tagliarsi i capelli, perché è così che te la presentano se sei una semplice e anonima donatrice di ovuli».


Come il documentario testimonia, il rapporto è proprio così: cliente-fornitore. Le donne donatrici vengono zittite con un assegno e abbandonate a loro stesse. Le cliniche nemmeno appuntano il loro nome perché quel nome in nessun caso deve far riferimento ad una fabbrica che per dare un figlio ad una donna ha tolto la possibilità di generare a decine di altre.