Visualizzazione post con etichetta dottrina sociale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dottrina sociale. Mostra tutti i post

venerdì 25 luglio 2014

Vescovi contro Obama: basta follie sul gender di Massimo Introvigne, 25-07-2014, http://www.lanuovabq.it/

Manifestazione contro il matrimonio gayDelle questioni relative a leggi ingiuste degli Stati in materia di famiglia e matrimonio il Papa non parla, o parla molto raramente, ma vuole che siano i vescovi a parlare. L’esortazione apostolica «Evangelii gaudium» spiega che «non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori». Le note dell’esortazione apostolica forniscono esempi d’interventi «opportuni» di episcopati locali precisamente in materia di famiglia, fra cui due documenti, uno dei vescovi americani e uno di quelli francesi, che prendono posizione contro il «matrimonio» omosessuale. A prescindere da ogni valutazione su questa scelta strategica di Papa Francesco, (che si può certamente discutere, senza mancare di rispetto al Pontefice), si può osservare che, da un punto di vista fattuale, la strategia funziona dove i vescovi la capiscono e la attuano. 

È certamente il caso degli Stati Uniti, dove, forse dopo un breve momento iniziale di disorientamento, i vescovi sono scesi in campo con coraggio contro il «matrimonio» omosessuale e l’ideologia di genere. Anzi, per la prima volta, i vescovi non si sono limitati a pubblicare documenti, ma in un caso che riguarda il tentativo del governo centrale d’imporre il «matrimonio» omosessuale a due Stati che non lo vogliono, Utah e Oklahoma, sono intervenuti direttamente nella causa federale, ora in arrivo davanti alla Corte Suprema, con una loro memoria, assicurandosi anche la collaborazione di altre confessioni e religioni.

In questi giorni assistiamo a un nuovo capitolo di questa saga dove i vescovi americani applicano la «strategia Francesco»: non attendono che intervenga il Papa, anzi danno per scontato che non parli (quando poi ritenesse la misura colma, Francesco potrà sempre intervenire, come fa sempre più spesso in materia di aborto) e, di fronte a leggi ideologiche e ingiuste, prendono subito posizione loro.

Il 21 giugno il presidente Obama ha firmato un ordine esecutivo, che ha forza di legge, secondo cui chiunque lavori per il governo federale, vinca appalti dal governo federale o da questo riceva sussidi non può praticare discriminazioni fra i propri dipendenti sulla base dell’«orientamento sessuale» o dell’«identità di genere». Questo significa, in pratica, che se un’università cattolica che lavora sulla cura del cancro non vuole perdere gli aiuti governativi (s’intende, ove ne riceva) dovrà dimostrare di non discriminare nell’assunzione degli insegnanti non solo chi ha un «orientamento» omosessuale, ma anche chi ha una «identità» omosessuale ostentata in modo militante, con annessa propaganda. E lo stesso vale per chiunque abbia rapporti con il governo o ne riceva finanziamenti. I giuristi ritengono che la norma influenzi anche i cosiddetti casi delle toilette, che possono far sorridere, ma finiscono spesso in tribunale: un transessuale che si sente donna chiede al datore di lavoro di usare le toilette femminili, suscitando spesso l’opposizione delle dipendenti donne così che il povero imprenditore è costretto a riservare una terza toilette al solo transessuale.

Tempestivamente, lo stesso 21 luglio, la Conferenza Episcopale Americana, tramite i presidenti delle Commissioni per la Libertà religiosa, l’arcivescovo di Baltimora William Lori, e di quella su Matrimonio e famiglia, il vescovo di Buffalo Richard Malone, ha diffuso una nota in cui contesta duramente la norma emanata dal presidente Obama. La nota afferma che l’ordine esecutivo di Obama «è senza precedenti ed estremo, e rende obbligatoria l’opposizione. Con il pretesto di vietare la discriminazione, l’ordine organizza la discriminazione. Con un tratto di penna, mette il potere economico del governo al servizio di una nozione della sessualità umana profondamente difettosa, alla quale i cattolici fedeli e molte altre persone di fede non potranno mai dare il loro consenso». In pratica, persone e aziende saranno escluse da qualunque rapporto con il governo «a causa della loro fede religiosa», con una gravissima violazione della libertà di religione.

L’ordine non distingue fra l’«esperienza di un’inclinazione omosessuale», cui la Chiesa si accosta con compassione e rispetto, e «la condotta sessuale fuori del matrimonio, che è l’unione di un uomo e di una donna». Mentre la Chiesa non favorisce certo la discriminazione sulla base di semplici inclinazioni, rivendica il diritto delle sue istituzioni (e di ogni datore di lavoro che ne condivida la morale) a tenere conto della condotta delle persone che assumono. Inoltre, l’ordine, parlando di «identità di genere», secondo i vescovi adotta e impone l’ideologia di genere, «la falsa idea che il “genere” è solo una costruzione sociale o una realtà psicologica che potrebbe essere scelta a prescindere dal proprio sesso biologico». 

La nota fa riferimento anche ai fin troppo famosi casi delle toilette, spiegando che come effetto dell’ordine di Obama «un dipendente biologicamente maschio avrà diritto a usare le toilette o gli spogliatoi femminili messi a disposizione dal datore di lavoro se questo dipendente maschio si auto-identifica come donna». La nota rileva che alcuni Stati, è vero, hanno già una normativa per prevenire discriminazioni sull’orientamento sessuale, e che il Senato ha votato l’Enda, una norma federale anti-discriminazione proposta dallo «stesso partito del presidente», il Partito Democratico. 

Benché a loro volta problematiche, queste normative includono tutte una clausola che protegge la libertà religiosa. L’ordine esecutivo di Obama, «immediatamente in vigore» (c’era davvero tutta questa urgenza?) non prevede nessuna esenzione religiosa o obiezione di coscienza. Va dunque combattuto in tutte le sedi opportune. Il caso finirà probabilmente ancora una volta alla Corte Suprema. Verosimilmente, il Papa continuerà a non parlarne e i vescovi americani a battersi, perfino più vigorosamente rispetto all’epoca in cui Benedetto XVI affrontava direttamente questi problemi. È la «strategia Francesco». Discutiamone pure. Ma intanto suggeriamo a certi episcopati europei di prendere esempio dai Paesi dove funziona.

giovedì 12 dicembre 2013

LA CRISI GIURIDICA. IL V RAPPORTO DELL'OSSERVATORIO SULLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA NEL MONDO INCENTRATO SULL'"INGIUSTIZIA LEGALE" - Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan Newsletter n.461 | 2013-12-11


Si parla tanto – e giustamente – di crisi economica, ma secondo il V Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân – oggi in libreria per le edizioni Cantagalli – c’è una crisi nascosta, sottile ma molto invasiva e destabilizzante: la crisi giuridica ovvero, come dice il Rapporto, l’”ingiustizia legale”. Se le Corti internazionali di giustizia entrano a gamba tesa a definire chi è persona, se i giudici ordinari demoliscono con le loro sentenze le leggi e si sostituiscono ai Parlamenti; se le Carte costituzionali sono ormai il terreno di aspre contese anziché di un riconoscimento comune in alcuni valori naturali, allora siamo davanti ad una profonda crisi giuridica, che poi si estende alla totalità dei rapporti sociali ed economici, spiegando ampiamente la crisi in atto: secondo il Rapporto si moltiplicano le norme, ma viene meno la legge e sempre più di frequente il vero Stato di diritto è in crisi, anche nelle democrazia occidentali.

Immagine 1Come affermato da Mons. Mamberti in un intervento all’Onu di cui si dà conto nel Rapporto, il diritto sbiadisce nella legge e, inevitabilmente, la legge sbiadisce a sua volta nelle regole. Abbiamo così solo una “società delle regole” (rules) e non più uno Stato di diritto ove governa la legge (rule of law). In una società delle regole, le regole sono senza fondamento. Questa è la crisi giuridica che dà luogo all’ingiustizia legale. Gianluca Guerzoni, nello studio centrale del Rapporto dedicato proprio alla crisi giuridica, afferma “per crisi giuridica intendiamo la debolezza del diritto davanti a queste sfide, come conseguenza di una divaricazione del diritto da un’etica condivisa ed effetto di un pluralismo etico incapace di individuare cifre comuni”.

La crisi giuridica che il Rapporto documenta è legislativa e giurisprudenziale nello stesso tempo. Crisi legislativa, in quanto nel corso dell’anno di riferimento del Rapporto, il 2012, molti Parlamenti hanno legiferato contro il diritto naturale nei campi della vita e della famiglia, dall’Argentina, all’Uruguay, dall’Irlanda alla Francia. Crisi giurisprudenziale, sia perché le Corti internazionali di giustizia entrano in terreni non propri, sia perché i  giudici ordinari si stanno sostituendo con le loro sentenze ai Parlamenti.

Il Rapporto riporta i fatti, come la sentenza del 28 novembre 2012 della Corte Interamericana per i diritti umani, che ha condannato il Costa Rica per non avere ancora una legge che permettesse la fecondazione in vitro; oppure la sentenza del Supremo Tribunale Federale del Brasile, che nel marzo 2012 ha autorizzato la cosiddetta “anticipazione terapeutica del parto” – ossia l’aborto. In ambedue i casi, le Corti si sono sentite autorizzate a definire concetti non di propria competenza: la prima sostenendo che il concepimento «ha luogo da quando l’embrione viene impiantato nell’utero» e il secondo affermando che «l’acefalo non diventerà mai una persona». Questa “metafisica delle sentenze” che, come oracoli divini, decretano cosa significhi essere uomo e chi debba godere di questo riconoscimento, escludendo i non idonei, mette in crisi di affidabilità il sistema delle Corti internazionali di giustizia che hanno però la forza per condizionare la politica degli Stati.  

Quanto alle sentenze dei giudici ordinari, il Rapporto mostra che ove c’è vuoto legislativo legiferano di fatto i giudici con le loro sentenze, ove non c’è vuoto legislativo essi demoliscono la legge a suon di sentenze. Si nota in molti Paesi una forte tensione tra il potere legislativo dei Parlamenti nazionali, quello della magistratura ordinaria in quegli stessi Paesi e quello della giustizia internazionale. Questo squilibrio lacera il tessuto delle nazioni ponendo in crisi il collante delle Carte costituzionali. E’ probabile che si giunga a far sì che i cittadini siano indotti a fare obiezione di coscienza rispetto alla stessa Costituzione del loro Paese, il che minerebbe alla base la stabilità non solo giuridica ma anche morale e sociale degli Stati.

Il Rapporto analizza, tra gli altri, i casi degli Stati Uniti, delle Filippine e dell’Argentina. Nel 2012 in Argentina è continuata l’attività legislativa di distruzione dei principi della vita e della famiglia. Le strutture sanitarie statali sono obbligate a praticare l’aborto, è ammessa l’eutanasia; viene assunta l’ideologia del gender, è possibile registrare come figlio di due donne il bambino avuto da una donna unita con un’altra donna prima dell’entrata in vigore della legge sul matrimonio civile; la “ley de sangre” è stata modificata per impedire di chiedere ai donatori di sangue informazioni sul loro orientamento sessuale, la riproduzione medicalmente assistita e fornita integralmente dalla struttura pubblica con esclusione dell’obiezione di cosienza; possono essere distrutti gli embrioni umani prodotti in vitro e non trasferiti in utero. Su tutte queste leggi pende il dubbio, che in molti casi è una certezza, di incostituzionalità. Si prevedono quindi ricorsi e contenziosi sia giuridici che politici. Su tutte questi leggi si nota la pressione degli organismi internazionali.

I dati del Rapporto dell’Osservatorio Van Thuân testimoniano una diffusione dell’anomia sociale nel mondo, la sospensione della legge in molte aree, la crisi delle istituzioni, la corruzione più o meno consentita, l’oligopolio dell’uso della forza, le pratiche illegali impunite, le limitazioni del diritto all’obiezione di coscienza. In America Latina e in Africa soprattutto questo quadro è desolante, non viene risparmiato però nemmeno il mondo cosiddetto avanzato. Questo ci dice che non sono privi di influenza sulla organizzazione della vita quotidiana nelle nostre società i fenomeni di crisi della giustizia che il Rapporto documenta a livello delle Corti internazionali, del comportamento dei giudici e con riferimento alle Carte costituzionali.

Il Rapporto riferisce anche su come l’attività internazionale della Santa Sede abbia condotto una “pedagogia giuridica”. Di grande valore il magistero sociale del Papa, documentato dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi che, insieme a Stefano Fontana, ha curato questa nuova edizione del Rapporto.

Stefano Fontana



Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân, V Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2013, pp. 220, € 14,00.

venerdì 15 novembre 2013

L’emergenza educativa ormai è un allarme: la scuola è in preda alla «pseudoscienza del genere», 15 novembre 2013 - http://www.tempi.it

legge-omofobia-manif-pour-tous-italia-5-agosto_1


L’appello dell’Osservatorio Van Thuan: «Non ci si limita a prescindere dalla natura umana, la si vuole trasformare e ri-creare. I genitori stanno perdendo la libertà di educare l’identità dei figli: mobilitarsi è un atto di carità, non solo di verità»gay-pride-bambino-hPubblichiamo il comunicato stampa dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, presieduto da monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste.
Le notizie che giungono dal fronte dell’educazione ci dicono che un grande cambiamento è in atto rispetto a quanto ormai siamo soliti chiamare “emergenza educativa”. Il primo a parlare di emergenza educativa è stato, come si ricorderà, Benedetto XVI. Il 21 gennaio 2008, nella Lettera alla diocesi di Roma sui problemi dell’educazione, egli disse che le difficoltà ad educare da parte della famiglia, della scuola e della società intera derivano dal fatto che non si sa più chi educare e a cosa educare. Derivano da «una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita».
Ora, l’accelerazione dei fenomeni di degenerazione nell’educazione ha superato questa visione. Il fronte dell’emergenza educativa è ormai diventato un altro, al punto che bisogna ormai parlare di nuova emergenza educativa o, meglio, di allarme educativo.
Il fatto nuovo è stata l’irruzione dell’ideologia del gender nell’educazione, soprattutto nelle scuole.
scuola-francia-uguaglianza-genereLa Francia, dopo l’approvazione della “Charte de la laïcité” predisposta dal ministro Peillon, si prepara ad introdurre nei licei, a partire dal 2015, un’ora di insegnamento di “morale laica”. Lo Stato impone una propria religione civile ed una propria etica pubblica tese a riplasmare i cittadini, secondo gli insegnamenti di Rousseau.
In Italia, la “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, elaborata dal Ministero per le pari opportunità e dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali a difesa delle differenze), sta producendo i suoi effetti nelle scuole: i corsi per docenti sono impostati secondo l’ideologia del gender. A ciò contribuisce la RE.A.DY, la Rete delle pubbliche amministrazioni contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, che fornisce sostegno e patrocinio. Sul piano locale c’è una collaborazione educativa ideologicamente orientata tra aziende sanitarie locali, comuni, scuole statali e associazioni Lgbt.
Il governo attualmente in carica in Italia ha approvato un decreto, che ha superato l’esame della Camera ed ora è in discussione al Senato, che destina risorse per 10 milioni di euro nel 2014 per la formazione dei docenti al «superamento degli stereotipi di genere».
legge-omofobia-manif-pour-tous-italia-5-agosto_1La legge cosiddetta sull’omofobia, anche questa già approvata alla Camera ed ora in discussione al Senato, se approvata, creerebbe un quadro di intolleranza ideologica e, insieme al decreto suddetto, stabilirebbe nella scuola un clima culturale di completa estromissione della famiglia. Diventerebbe impossibile educare alla famiglia naturale.
Un ulteriore allarme deriva da come viene attuata l’educazione sessuale nelle scuole italiane. Prevale un pensiero unico basato su contraccezione e aborto a cui ora si aggiunge l’ideologia gender. Nel Discorso al Corpo diplomatico del 10 gennaio 2011, Benedetto XVI aveva detto: «Non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione».
Comincia anche ed esserci un allarme libri di testo. Durante la discussione alla Camera del Parlamento italiano del suddetto decreto scuola, il governo ha fatto proprio un ordine del giorno che introduce il rispetto del codice delle pari opportunità nei libri di testo. In Francia c’è già stato un grande dibattito negli anni scorsi che tuttora continua, ma la cosa comincia a preoccupare seriamente anche in Italia. Questo è sempre stato un problema, data la forte caratterizzazione ideologica di molti libri che si usano nella scuola italiana, ma ora la cosa si fa allarmante in quanto i manuali scientifici sempre più veicolano una pseudoscienza del gender.
La nascita di scuole materne in cui bambini e bambine non sono aiutati a coltivare correttamente la propria identità sessuata, ma educati in modo “neutro” in attesa che siano loro, in futuro, a scegliere; la diffusione di favole per bambini o di spettacoli e sceneggiati per le scuole in cui il naturale approccio alla diversità sessuale viene stravolto in base alla nuova ideologia gender; la pianificazione centralizzata da parte dei governi di una educazione sessuale praticata in modo discutibile fin dai primissimi anni di vita, come previsto dagli orientamenti dell’OMS-Europa, tutto questo getta una luce molto inquietante sulla educazione dei nostri figli, davanti a cui nessuno può ritenere di poter tacere.
preservativoQuesti fenomeni hanno trasformato l’emergenza educativa in allarme educativo. Non si tratta più solo di non sapere chi sia l’uomo da educare, il fatto nuovo è che si pretende di saperlo benissimo. Non ci si astiene dall’educare, abbandonando i bambini e i giovani a se stessi, ma si agisce attivamente per educare contro natura. Non ci si limita a prescindere dalla natura umana, la si vuole trasformare e ri-creare.
Lo smarrimento educativo, la fiacchezza, lo sconforto di tanti educatori, che Benedetto XVI ha descritto benissimo parlando dell’emergenza educativa nella Lettera del 2008, oggi è qualcosa di ben più grave: si rischia l’accondiscendenza passiva ad una contro-educazione. Ed infatti, i gravissimi casi che abbiamo nominato sopra non hanno visto grandi proteste o levate di scudi, se non quelle di alcune agenzie di informazione e di associazioni che si stanno faticosamente mobilitando.
Davanti a questa nuova situazione, il nostro Osservatorio fa tre riflessioni.
La prima è che si ripropone in modo nuovo il problema della concreta libertà di educazione. È questo un argomento che di solito emerge solo in situazioni di difficoltà economica delle scuole non statali. Il popolo cattolico deve sentire in profondità l’importanza formidabile di questa libertà e venire adeguatamente educato a sentirla. Il fronte laico lo considera un terreno pericoloso. Davanti ai pericoli gravissimi che l’allarme educativo fa trapelare, la lotta per la libertà di educazione deve essere posta in primo piano e condotta con costanza e consapevolezza. I genitori stanno perdendo la possibilità di educare i loro figli non su cose di marginale importanza ma sulla identità della natura umana.
La seconda osservazione è che siamo davanti ad una logica a suo modo coerente e rigorosa. In molti pensano che possa darsi una laicità moderata ed aperta. Ma davanti a questi fenomeni, che ormai interessano non solo le nazioni rette da sistemi “giacobini”, ma anche quelle caratterizzate in origine o in passato da un rispettoso equilibrio tra politica e religione, si constata che la moderazione può anche darsi in via temporanea e in alcune contingenze, ma che, una volta eliminato Dio dalla pubblica piazza, si procede coerentemente con l’eliminazione dell’umano. È una secolarizzazione sempre più esigente e aggressiva, che spesso invece viene scambiata per semplice laicità.
La terza osservazione è di invito alla mobilitazione. I cattolici, come del resto ogni persona emancipata dalle sirene del proprio tempo, non possono girarsi dall’altra parte. Si tratta, in questo caso, di una grande testimonianza di carità che ci viene richiesta. Sì, di carità e non solo di verità.
Trieste, 15 novembre 2013

venerdì 8 marzo 2013




Newsletter n.459 | 2013-03-07 - Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, Dottrina sociale della Chiesa


Principi non negoziabili che magicamente diventano negoziabili. A proposito di un saggio di Antonio Maria Baggio.

Immagine 1
Continuano le interpretazioni riduttive dei “principi non negoziabili”. Riduttive significa, alla fine, tali da poter giustificare tutte le scelte politiche e partitiche, cosa che, invece, i principi non negoziabili non permettono. Mi riferisco questa volta all’articolo di Antonio Maria Baggio dal titolo “I principi non negoziabili: verità e strumentalizzazioni”, pubblicato su “Nuova Umanità”, la rivista scientifica promossa dal Movimento dei Focolari.

Baggio ne parla assai bene dei principi non negoziabili, però anche li smorza finendo per concludere per una loro “negoziabilità”. Non negoziabili, invece, vuol proprio dire non negoziabili. Implicano un: “non posso!”.

Queste verità – egli dice - “non devono essere considerate come degli idoli intoccabili, ma vengono sempre comprese meglio nel corso della storia: ogni generazione di cittadini ha il dovere di interrogarsi intorno ai contenuti e alla formulazione di tali fondamenti” perché comprendere non è negoziare. Però poi conclude dicendo: “Il momento di negoziare, poi, verrà, come è necessario, nei luoghi istituzionalmente deputati a farlo, e si concluderà con una decisione presa a maggioranza”. Questa è la “saggezza della democrazia, che impone di prendere una decisione perché la società ne ha bisogno; e tutti accettano la decisione della maggioranza, proprio perché con essa non si pretende di aver stabilito una verità”.

Procediamo con calma. E’ vero che i grandi assoluti etici si apprendono nella storia. In quale altra dimensione viviamo se no? Però la coscienza morale dell’umanità arriva a comprendere delle verità etiche valide sempre e in ogni caso, quindi aventi un valore morale assoluto. Nella storia, anche per il decisivo apporto della Rivelazione, si apprende qualcosa che supera la storia.

La maggioranza democratica non stabilisce la verità. Questo anche Baggio lo riconosce. Poi però fonda proprio su questo il fatto che tutti devono accettare una decisione presa a maggioranza, escludendo perfino l’obiezione di coscienza. La democrazia viene qui assolutizzata, non perché essa pretenda di incarnare la verità ma, al contrario, perché non lo pretende: per questo le sue decisioni devono essere accettate da tutti. La democrazia non determina la verità, ma ha a che fare con la verità, che ne giudica le decisioni. Per questo il cattolico si ritirerà dalle istituzioni “deputate a negoziare” quando la negoziazione vertesse su cose non negoziabili, non a sua disposizione.

Ma i principi non negoziabili quali sono? Secondo Baggio essi sono quelli elencati dalla Nota Ratzinger del 2002. Concordo. Dice poi che devono essere presi tutti insieme, non ne esistono di primari o di secondari e devono essere adoperati con prudenza. Essi esprimono “l’intera visione dell’essere umano”, che è sempre difficile da mettere a fuoco, tanto è vero che esistono molti partiti, consapevoli ognuno della propria parzialità.

Andiamo ancora con calma. A mio avviso tra i primi tre principi non negoziabili (vita, famiglia, libertà di educazione) e gli altri indicati da Ratzinger nel 2002 una differenza c’è. I primi tre hanno a che fare direttamente con la costruzione dell’umano e presentano degli assoluti negativi. In altri casi Benedetto XVI ha citato infatti solo questi tre. Prendiamo per esempio il principio non negoziabile della solidarietà nella sussidiarietà. Oppure quello della pace. Ci sono molti modi per realizzarli. Ma la soppressione del concepito pone davanti ad un aut-aut. Cosa c’è da negoziare? O dico di sì o dico di no. Del resto, gli altri dipendono dai primi tre, non si possono realizzare senza aver realizzato i primi tre.

E veniamo alla prudenza. La prudenza riguarda i mezzi, non i fini. Davanti all’uccisione del concepito mi potrebbe dire Baggio che tipo di prudenza, ossia di scelta dei mezzi, un cattolico dovrebbe applicare? Se il fine è assolutamente sbagliato, ossia se non è un fine, quali mezzi devo prudentemente valutare? I principi non negoziabili non pretendono di dirci tutto sulla persona umana, ma di dirci quegli aspetti senza dei quali non è persona umana e che noi siamo tenuti a rispettare assolutamente, sempre e in ogni circostanza. Se la panoramica completa dell’uomo non ci è data – almeno quaggiù -, questi ci sono dati in tutta la loro chiarezza e cogenza.

E’ vero che i partiti esprimo posizioni parziali sull’uomo. Ma proprio per questo c’è bisogno di illuminarne l’azione con qualcosa che parziale non è. Viceversa in politica tutto sarebbe parziale (e relativo). Della prudenza politica Baggio ha una strana visione: “Per i cattolici i principi non negoziabili sono chiari, molto più difficile è decidere come tradurli in leggi, in decisioni operative, in voto politico. Tanto è vero che i cattolici applicano in maniera molto differenziata il criterio di prudenza, scegliendo mezzi, cioè programmi politici e partiti, molto diversi”. Ma quest’ultima è imprudenza e non può essere presa a prova di saggezza. Mi chiedo: come fa un partito che abbia nel suo programma l’allargamento della legge 40 o il divorzio breve essere un mezzo per il raggiungimento del principio non negoziabile della difesa della vita e  della famiglia? Una prudenza politica piuttosto imprudente.

Però credo di aver capito cosa intende Baggio. Siccome i principi non negoziabili sono sei o sette, penso che per lui prudenza politica voglia dire di soppesarli e tenerli tutti insieme. Anche Baggio trasforma di fatto i principi in valori, atti ad essere soppesati al fine di trovare il mix adatto alla situazione, sempre in attesa, naturalmente, del verdetto della maggioranza che non può essere rifiutato perché rappresenta la “saggezza della democrazia”. Davanti ad un “abominevole delitto” quale è l’aborto, che mix vogliamo fare?  

A leggere riflessioni come queste di Baggio si capisce benissimo perché le recenti elezioni siano andate, quanto a comportamento dei cattolici, così come sono andate.

Stefano Fontana 

sabato 9 febbraio 2013


«In politica, con un'identità cattolica forte» di Riccardo Cascioli - 09-02-2013 - http://www.lanuovabq.it

Monsignor Luigi Negri
    

«Una fede che non diventa ‘principi non negoziabili’, che non detta una visione della realtà secondo le indicazioni del Papa, non è una fede cattolica». Monsignor Luigi Negri, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio, diocesi in cui farà il suo ingresso il prossimo 3 marzo, taglia corto su quella selva di distinguo, precisazioni, rivendicazioni che caratterizzano gli interventi dei cattolici impegnati in politica in queste settimane di campagna elettorale. Che peraltro, cattolici e non, ci consegna una realtà politica poco entusiasmante: «Oggi al benessere del popolo, in maniera esplicita, non pensa nessuno», chiosa Negri. 

Ma non c’è spazio per recriminazioni o per lo scoraggiamento, solo la consapevolezza che c’è un grande lavoro da fare per educare i cattolici a vivere la propria fede in modo integrale, che abbracci ogni aspetto della realtà, incluso l’ambito socio-politico. E’ ciò che ha fatto nella diocesi di San Marino-Montefeltro, è ciò che farà nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: «Non posso non sostenere i cristiani delle mie Chiese – afferma – nel cammino per arrivare ad assumersi una piena responsabilità della vita sociale e politica del paese, così come è obiettivamente imposto da una autentica esperienza di fede. La fede deve arrivare senza soluzione di continuità alla visione organica della vita personale e sociale e ad individuare linee e strumenti perché questa impostazione possa essere giocata nel contesto vivo della società»

Monsignor Negri, la scorsa settimana anche il cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha insistito sui valori fondamentali alla base dell’impegno politico.
Si deve essere molto grati sia al magistero di Benedetto XVI sia alla prolusione del cardinal Bagnasco che hanno riproposto in modo esemplare il punto di partenza e insieme il criterio di affronto delle questioni socio-politiche. Il criterio di affronto è in quelli che il papa Benedetto XVI ha chiamato i princìpi non negoziabili, che costituiscono una sintesi elementare della dottrina sociale della Chiesa che è a disposizione di tutti i cristiani. Anzi, che deve essere in qualche modo la risorsa fondamentale di ogni cristiano che vuol essere cristiano nel mondo. Quindi i valori della persona, della vita, della famiglia, dell’educazione, della cultura, della libertà di coscienza. Valori che anche soltanto la disattesa di uno di questi o la riduzione di uno di questi comporta una minaccia: non innanzitutto alla presenza cristiana, ma una minaccia alla possibilità di una autentica e libera vita sociale. Quindi alla possibilità di una autentica democrazia.

Eppure qualcuno, anche in ambito cattolico, sostiene che i princìpi non negoziabili siano un'ideologia, siano divisivi, una barriera all’incontro, alla possibilità di lavorare con gli altri.

Sciocchezze. Tutto può diventare ideologia se non è una esperienza di vita. Quando io ho cominciato a vivere insieme a don Giussani l’esperienza straordinaria del movimento nella sua prima fase, quella di Gioventù Studentesca (GS), per la fede che vivevamo nelle nostre comunità di ambiente abbiamo sentito immediatamente che quella esperienza di vita diventava difesa della libertà di educazione e di scuola, perché la nostra fede esigeva che la persona potesse educarsi secondo le proprie opzioni di fondo, e che le strutture scolastiche dovessero essere al servizio non di una ideologia più o meno dominante ma dei bisogni reali di educazione dei giovani. Una fede che non diventa principi non negoziabili non è una fede cattolica, una fede che non detta una visione della realtà secondo le scansioni del Papa non è una fede cattolica. La fede cattolica è una fede incarnata e gli ambiti della incarnazione sono gli ambiti della vita normale, come Gesù Cristo è diventato un uomo normale: essendo Figlio di Dio è diventato un uomo normale.

Allora, quanto più i principi non negoziabili sono vissuti come la coscienza sociale elementare della fede, tanto più diventano il criterio con cui si valutano persone e situazioni, e si affrontano delle questioni sociali secondo l’ottica di una possibilità di confronto, di dialogo, al limite di collaborazione. Perché le scelte socio-politiche possano essere il frutto di intese operative che sono tanto più obiettive e positive quanto più sono l’espressione dell’identità. Il Papa al Sinodo dei vescovi, cui ho avuto l’onore di partecipare, ha ripetuto più volte che il dialogo è l’espressione di una identità forte.

Lei parla di identità forte, ma per molti cattolici questo significa chiusura agli altri, scontro culturale.

E’ il contrario: occorre che i cristiani italiani prendano coscienza di essere un’identità forte non nel senso esclusivo, come è una qualsiasi altra identità ideologica, ma nel senso comprensivo: ovvero l’identità cristiana è forte nella misura in cui si pone come tale: allora si apre al confronto, al dialogo, alla collaborazione. 

Comunque, una volta definiti i criteri restano tutti i problemi da affrontare.

Infatti non si può evitare di entrare ancor più nel merito, ed è compito della Chiesa farlo. Tocca alla comunità cristiana l’individuazione dei nodi problematici. Non le soluzioni, perché queste sono esperienza e  responsabilità dei laici - cristiani e non - ma l’individuazione dei fattori, delle sfide che non possono sfuggire. 

Quali nodi problematici lei vede nell'attuale situazione italiana?

Ne individuo almeno tre. Il primo riguarda la povertà crescente degli italiani. Non si può negare che oggi il nostro paese viva in un clima di povertà ormai assolutamente evidente, e che per certi aspetti sembra irrisolvibile. E’ una povertà gravissima che la maggior parte del nostro paese sembra impreparato ad affrontare, che esigerà certamente radicali cambiamenti di comportamento di vita. Quindi più che analizzare di chi è stata la colpa degli ultimi di 10-20-30 anni si tratta di rendersi conto che questa povertà è un dato che non può essere evitato in una seria valutazione dei problemi socio-politici del nostro paese. Non può essere quindi che la povertà scompaia meccanicamente per il cambiamento o la razionalizzazione degli strumenti economici o fiscali. Il problema della povertà implica che la vita politica individui nel principio di solidarietà uno dei principi fondamentali. Si deve prendere coscienza che questa povertà ha bisogno di un approfondimento della nostra identità umana e una apertura del cammino di responsabilità morali di sacrificio, che è necessario per uscire da questa crisi. Altrimenti pensiamo che il problema della vita socio-politica sia un problema tecnologico. Ma il Papa nella Caritas in Veritate ci ha insegnato che l’ultima forma di ideologia che si sta reinsinuando è proprio l’assolutizzazione della realtà tecnologica che diventa appunto tecnocrazia e che idenbtifica il bene comune con il realizzarsi di alcuni obiettivi tecnologici. Don Giussani mi ha insegnato 50 anni fa che non esiste bene comune che non preveda o non ospiti il benessere del popolo. Oggi al benessere del popolo non pensa nessuno, in maniera esplicita non pensa nessuno.

Bene, primo nodo è la povertà. E il secondo?

Viviamo in una situazione gravissima dal punto di vista della democrazia. C’è una fragilità enorme di certe istituzioni e una sostanziale onnipotenza di altre, con una permanente tensione che si è espressa anche con una vera e propria lotta fra ordini e poteri dello stato, contraddicendo la Costituzione in maniera esplicita e direi addirittura con una ostentazione. Come esempio basti vedere l’implicazione della magistratura in politica, fino alla presentazione di alcuni magistrati come candidati.

Terzo nodo problematico...

La vita sociale soprattutto negli aspetti legati alla realtà politica, vive una situazione generale di immoralismo, affermato e vissuto come una cosa ovvia. Sembra che sia stupido non approfittare delle situazioni di privilegio economico e di benefici sociali che sono surrettiziamente garantiti dal ruolo istituzionale. E’ stato detto opportunamente da un uomo politico in questi giorni che lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena è molto più grave del grande crac della Banca Romana che alla fine del XIX secolo portò l’Italia al rischio della bancarotta. Ma quella vecchia Italietta ebbe un coraggio che l’Italia di oggi non ha: fu mandato a casa il governo, interamente. Il governo non era presieduto da chissà chi, era presieduto da Giovanni Giolitti: dopo un anno di governo se ne tornò a casa e per tornare in politica dovette lasciar passare dieci anni. 
Qui c’è una immoralità, anzi meglio chiamarlo un immoralismo, perché vuol dire una immoralità affermata e vissuta senza un minimo di problema morale. Questa è l’espressione della debolezza della cultura del nostro paese, e quindi delle classi dirigenti. E’ pur necessario che venga fatto qualcosa perché venga posto come priorità l’impegno culturale, e da questo scaturisca la vocazione e l’impegno politico che, come dice giustamente Benedetto XVI, è una forma eminente di carità. Ma dove sta oggi una classe politica cattolica o laica consapevole che vive la politica come forma elevata non diciamo di carità – che va bene per i cristiani - – ma di impegno, per il bene della vita degli uomini? 

Io credo che un cristiano che si prepara a fare il cammino che va dalla fede alle opere non possa non trovarsi di fronte questi problemi, per i quali – alla luce dei principi non negoziabili -  deve avere una ipotesi a grandi linee risolutiva. Sarà alla luce dei principi non negoziabili e di queste ipotesi conclusive che sceglierà le formazioni politiche e gli uomini affidabili, per quanto il richiamo agli uomini affidabili suoni abbastanza equivoco e astratto in una competizione elettorale come quella attuale che impedisce al cittadino anche un minimo di scelta dei suoi rappresentanti.

Nelle ultime settimane si è scatenata in diversi paesi europei un’offensiva per il riconoscimento dei matrimoni gay. E anche in settori autorevoli della Chiesa ci sono delle aperture in contrasto con quanto indica il Magistero. Lei cosa ne pensa?

Basta leggere quanto è scritto sulla Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato nel 2002:
«Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (…) Analogamente devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani».
Mi sembra non ci sia nulla da aggiungere perché questa è una formulazione definitiva.

lunedì 28 gennaio 2013


La colonizzazione della natura umana, la teoria del genere e il compito dei cattolici secondo monsignor Crepaldi - gennaio 27, 2013 Marco Gabrielli - http://www.tempi.it




 È in atto una “colonizzazione della natura umana” da parte di una ideologia che dall’Europa si spinge anche in altri emisferi del pianeta: l’ideologia di genere, espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. È questo il punto centrale toccato dal vescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi durante la presentazione , sabato scorso, del “IV Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo” (Cantagalli) redatto dall’Osservatorio Cardinale Van Thuân (di cui Crepaldi è presidente) in collaborazione con altri 5 istituti internazionali. Un cambiamento antropologico che chiama i cattolici a spendersi per quella che è una questione concernente la natura stessa dell’uomo. Dunque una questione eminentemente laica e non confessionale.

IL CASO ARGENTINA. La stessa Europa, ha denunciato il prelato, che un tempo «diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito … non si è, si diventa». Un esempio: l’Argentina. Nell’anno analizzato dal Rapporto, il 2011, nel paese che gode di una radicata tradizione cattolica, sono state approvate tre leggi che destinate ad incidere profondamente sulla fisionomia della società del paese: una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’utero in affitto che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Una vera e propria colonizzazione ad opera dell’”ideologia del genere”. «Nel giro di un solo anno – ha osservato Crepaldi – è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società.

 COSA C’ENTRA LA CHIESA. «Perché la Chiesa – si è chiesto il monsignore –, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio, si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio. Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui – fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi?». La Chiesa, è la sintesi della risposta del prelato, ha un duplice compito rispetto al creato: «Riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non proprio di una sétta particolare di adepti che cercano una soddisfazione individuale o una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico».

LA TEORIA DEL GENERE. All’incontro di presentazione, oltre a Stefano Fontana, direttore del settimanale diocesano Vita Nuovache ha illustrato i contenuti del Rapporto, era presente anche Assuntina Morresi che ha spiegato l’origine storica e l’evoluzione di quella teoria secondo cui gli individui (non le persone) possono scegliere se essere maschi o femmine indipendentemente della propria biologia. Dal giorno della nascita di Luoise Brown, la prima bambina concepita in provetta, ha detto la docente di Chimica-fisica all’Università di Perugia e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, è iniziata una frammentazione della maternità e un totale stravolgimento della definizione di famiglia, che muove da quella separazione tra atto sessuale e procreativo permessa dalla contraccezione e stigmatizzata dall’enciclica Umanae Vitae.

UN DISCORSO LAICO. Monsignor Crepaldi ha insistito fortemente sull’idea che questa “rivoluzione”, chiami in causa i cattolici, ai quali non è chiesto di trincerarsi in una ridotta in cui coltivare antichi valori, ma di misurarsi con una visione che concerne la natura dell’essere umano. «C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata», ha detto il prelato.  «Questo discorso  sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze».

sabato 26 gennaio 2013


L'ALLARME
Le lobby contro vita e famiglia 26 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it/

 

Maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito? «Non si è, ma si diventa». Dall’Europa all’America Latina, fino all’Asia, è in atto da parte di sempre più numerosi Paesi il superamento legislativo della natura umana verso un’identità da costruirsi liberamente. Con risultati inquietanti. Siamo al «congedo dalla natura umana», è infatti il grido d’allarme che lancia il quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa che l’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, presenterà, nella sua veste di presidente dell’"Osservatorio cardinale Van Thuan", oggi nel capoluogo giuliano. «Il tratto principale che emerge in questo rapporto è la colonizzazione della natura umana – anticipa Crepaldi – ossia le enormi pressioni internazionali affinché i governi cambino la loro tradizionale legislazione sulla procreazione, sulla famiglia e sulla vita».

Il Rapporto esamina le legislazioni intervenute nel 2011. Parte tutto dalla vecchia Europa – sì, quella dell’ideologia coloniale –, «sempre più espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana», come sottolinea Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio. Daniel Passaniti, direttore della Fundación Aletheia di Buenos Aires, esemplifica quest’emergenza ormai planetaria con quanto avvenuto nel 2011 in Argentina, Paese, si badi, di radicata tradizione cristiana. «Nel giro di un solo anno ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento della "identità di genere" che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’utero in affitto che ha denaturalizzato la genitorialità. In un solo anno, quindi, è stata messa da parte la nozione di natura umana ed è stata posta in un angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società».

Dopo l’Europa, queste leggi intaccano pesantemente i Paesi latino-americani. Non solo, anche quelli asiatici. «Nelle Filippine – ricorda Fontana – la Chiesa sta conducendo una dura battaglia contro le recenti norme sulla contraccezione che sono l’inizio della nuova impostazione post-naturale della procreazione e della famiglia». E dalle informazioni che l’Osservatorio raccoglie quotidianamente in tutti i continenti, risulta che l’«ideologia del genere» può contare su grandi risorse economiche di lobbies internazionali e su appoggi politici di Stati e organizzazioni. «L’Unione Europea è la principale finanziatrice dell’aborto nel mondo – conferma Fontana, dati alla mano – e le agenzie dell’Onu sono attivissime nel farsi da tramite di queste nuove ideologie antinaturali e antifamiliari». Insomma, «l’ideologia del genere è un nuovo colonialismo dell’Occidente sul resto del mondo», sintetizza Fernando Fuentes Alcantara, direttore della Fundación "Pablo VI" di Madrid.

Come spiega nel suo studio Elizabeth Monfort, già deputato al Parlamento europeo, saggista e presidente di un’associazione francese che propone un nuovo femminismo europeo, l’ideologia del genere viene perfino insegnata nei manuali scolastici delle scuole pubbliche in numerosi Paesi europei ed è esportata con sistematicità in quelli emergenti e poveri. Tra Cina ed India, in 30 anni, mancano all’appello cento milioni di bambine. Nel 2020 in Cina un maschio su 5 non avrà una donna con cui sposarsi. L’ultimo censimento certifica che in India ci sono 914 femmine ogni mille maschi per la fascia d’età tra 0 e 6 anni, mentre a livello globale il rapporto è di 940 a mille.

Avvertono gli autori del rapporto: «In tutti gli Stati in cui le coppie di fatto o le unioni gay vengono riconosciute, segue inevitabilmente la riforma del diritto di famiglia, del regime fiscale, delle finalità e dei metodi delle strutture educative». Di qui l’importanza strategica, secondo l’arcivescovo Crepaldi, dei principi non negoziabili. Che, sottolinea preoccupato, vengono spesso posti sullo stesso piano di altri valori e finiscono così per essere stemperati in una astratta genericità. Eppure, «sul piano del pensiero, i principi non negoziabili pongono il problema della verità e della metafisica, oggi sostituita dall’ermeneutica, ma mi sembra che se istituzioni culturali cattoliche si sono messe sulla strada di un recupero di un pensiero sul reale, altre fatichino a staccarsi da un ossequio eccessivo alle mode accademiche dominanti».

Francesco Dal Mas

La colonizzazione della natura umana
di Giampaolo Crepaldi*
26-01-2013 - http://www.lanuovabq.it

Monsignor Giampaolo Crepaldi

    
Oggi, 26 gennaio, viene presentato a Trieste il IV Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa, titolato «La colonizzazione della natura umana». Il rapporto viene redatto a cura dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa e di Vita Nuova, settimanale cattolico di Trieste. Per l'occasione pubblichiamo la relazione di monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste e presidente dell'Osservatorio.

Ci ritroviamo ancora una volta per la presentazione dell’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha curato insieme ad altri cinque Istituti di ricerca internazionali. Rispetto all’edizione dell’anno scorso si è aggiunta alla squadra l’Area di ricerca in Dottrina sociale della Chiesa della Pontificia Università Lateranense. È stato lo stesso Magnifico Rettore della Lateranense, S. E. Mons. Enrico Dal Covolo, a caldeggiare questa collaborazione e la cosa ci ha molto onorato.

Come sapete, il Rapporto non analizza un singolo tema, ma fa una rassegna dei fatti e delle tendenze più significative nell’anno di riferimento – per questo Quarto Rapporto si tratta del 2011 – nei cinque continenti.  Esso analizza anche la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, nonché il Magistero del Santo Padre. Pur costruendo un affresco complesso e pur toccando varie tematiche nel campo della giustizia e della pace, il Rapporto si concentra su una tendenza emergente e sintetica che caratterizza l’anno in esame. Non fa solo una rassegna o una cronaca, ma tenta un discernimento, segnalando il fenomeno più importante, nel bene e nel male. Potremmo dire che indica una emergenza. Ebbene, questo Quarto Rapporto ha individuato questa emergenza nella “Colonizzazione della natura umana”, il cui processo viene documentato ampiamente con fatti e nomi. 

Nel 2011, anno di riferimento del Rapporto, il caso che a livello mondiale ha fatto più scalpore è stato quello dell’Argentina. Il Rapporto lo documenta nel dettaglio in quanto uno dei Centri di ricerca che hanno collaborato con l’Osservatorio per la stesura del Rapporto è il CIES di Buenos Aires. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande Paese di tradizione cattolica ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. 

Perché abbiamo chiamato questo processo con il termine di “colonizzazione” – colonizzazione della natura umana -? Perché l’ideologia che provoca questa colonizzazione è occidentale. È espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. Ed infatti è proprio qui, in Europa, che il congedo dalla natura umana sta ottenendo i risultati più inquietanti. L’Europa che diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito … non si è, si diventa.

Non intendo ora entrare nel merito di questo argomento centrale del Rapporto (...). Io vorrei piuttosto dedicarmi ad affrontare una premessa che fa da sfondo a questo nostro incontro.

Perché la Chiesa, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio, si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio? È a questa domanda che vorrei rispondere. Si tratta infatti della domanda principale, dalla cui risposta dipende il senso stesso di questo Rapporto e di questo incontro di oggi. Parlando di queste cose siamo noi al nostro posto? Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui - fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi? 

Rispondo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI, che nel 2008 disse: 

«Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. 
Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine “gender”, si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della sua alleanza con gli uomini. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella natura nel suo insieme e in special modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine di Dio» (Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008). 

Queste parole parlano dell’essenza stessa del messaggio cristiano e alla loro luce io dico che quando la Chiesa parla di queste cose, quando la Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio se ne interessano, lo fanno per fedeltà al proprio mandato. Nessuno è qui per se stesso. Tutti siamo qui perché abbiamo ricevuto un mandato. I cristiani non possono tacere.

Facciamo però un passo in avanti nel nostro ragionamento. In una società cristiana in cui la fede fosse ampiamente, anche se non completamente, diffusa il riferimento al Creatore troverebbe accoglienza. Ma la nostra società non è più così ormai da molto tempo. I non credenti o i “diversamente credenti” come curiosamente è stato detto, non accetterebbero un discorso fondato sul Creatore. Il Papa, però, nel discorso che ho riportato, non si limita a parlare della fede nel Creatore, ma parla anche dell’”ordine” e del “linguaggio” del creato, e questo può essere appreso anche dal non credente. Quello che chiamiamo natura – e soprattutto quello che chiamiamo natura umana -  è un discorso rivolto a noi, è una lingua, in quanto esprime un ordine tendente ad un fine. 

Certo, se la natura è vista solo come un  insieme di fenomeni materiali guidati dal caso o dalle necessità allora rimane muta nei nostri confronti: non si dice nulla su di noi e sulla nostra vita. Essere maschio o femmina allora non è una parola che ci precede ma un nostro desiderio. Se nella nostra struttura sessuata non c’è un messaggio che ci dice come vivere da persone umane, allora la genitalità diventa un fatto esclusivamente tecnico. Si contesta la Chiesa di ridurre il maschio e la femmina all’aspetto genitale, mentre è proprio spogliando la identità sessuata della capacità di darci un codice di vita che si riduce l’uomo e la donna alla genitalità come pura tecnica vissuta al di fuori di qualsiasi identità, ossia al di fuori dello stesso essere uomo o donna. C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata.  

Questo discorso sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze. Ne abbiamo avuto qualche esempio qui a Trieste nei giorni scorsi.

Tornando alla domanda iniziale, si può allora dire che la Chiesa ha un duplice compito rispetto al creato: riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non proprio di una sétta particolare di adepti che cercano una soddisfazione individuale o una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico.


* Vescovo di Trieste e presidente dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân

martedì 18 dicembre 2012

Sfida al nichilismo che colonizza la natura umana
di Stefano Fontana - http://www.lanuovabq.it18-12-2012
È in libreria il Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondodell’Osservatorio Cardinale Van Thuân di Trieste pubblicato dalle Edizioni Cantagalli. Per il quarto anno consecutivo l’Osservatorio, in collaborazione con altri cinque Centri di ricerca, fa il punto sulla Dottrina sociale della Chiesa nei cinque continenti, segnalando i fatti nuovi, le sfide emergenti, gli insegnamenti del magistero più importanti. L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste, è il Presidente dell’Osservatorio e quindi principale responsabile del progetto del Rapporto. A lui abbiamo rivolto qualche domanda sulle “novità” di quest’anno.

Eccellenza, vuole spiegarci il titolo che avete dato a questo quarto Rapporto: “La colonizzazione della natura umana”?
 
Il Rapporto fa ogni anno il monitoraggio dei principali avvenimenti di giustizia e pace nei cinque continenti. Il tratto principale che emerge quest’anno è appunto la colonizzazione della natura umana, ossia le enormi pressioni internazionali affinché i governi cambino la loro tradizionale legislazione sulla procreazione, sulla famiglia e sulla vita. L’attacco è rivolto principalmente verso i Paesi dell’America Latina, fatto che avevamo già segnalato nei precedenti Rapporti.

Quali sono i fenomeni principali di questa “colonizzazione della natura umana”?

Tra i tanti, nel Rapporto segnaliamo soprattutto il caso dell’Argentina. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande Paese di tradizione cristiana ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l'”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità. Alcune leggi in questione sono state approvate nei primi mesi del 2012, ma sono state discusse ed elaborate nell’anno precedente. Qualcuna è ancora all’esame di un ramo del Parlamento dopo essere stata approvata dall’altro, ma la tendenza è chiarissima. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. 

Secondo lei perché proprio l’America Latina è nel mirino?

Il continente europeo, di antica tradizione cristiana, è ampiamente secolarizzato e le legislazioni di molti Paesi – pensiamo a Olanda, Francia, Inghilterra, Spagna, ma di recente anche la Croazia – hanno largamente permesso prassi e comportamenti in pieno contrasto con la legge morale naturale. Il secondo bacino mondiale del cristianesimo – ma oggi forse il primo per importanza numerica – e in particolare del cattolicesimo è l’America latina, ove finora la tradizione cristiana ha impedito una piena secolarizzazione dei valori morali e nella maggior parte degli Stati le leggi ancora tutelano la vita e la famiglia naturale fondata sul matrimonio. Ecco perché, a mio avviso, nel mirino ora c’è l’America Latina.

Perché la chiamate “colonizzazione”?

Perché è il frutto della mentalità dell’occidente sazio e nichilista che si vuole esportare con pressioni nei Paesi dell’America latina. L’Occidente una volta colonizzava nel senso classico del termine, ora colonizza culturalmente, proponendo una mentalità contraria alla legge morale naturale e facendo pressione perché gli Stati ancora “arretrati” entrino finalmente nel “progresso”.

Ogni anno il Rapporto ospita lo “studio dell’anno”. A quale argomento è dedicato quello di questo Quarto Rapporto?

In coerenza con quanto ho detto sopra, lo studio dell’anno lo abbiamo dedicato alla ideologia del gender ed è stato scritto dalla dottoressa Elizabeth Monfort, già deputato al Parlamento europeo, studiosa della materia ed autrice di libri nonché presidente di una associazione francese che propone un nuovo femminismo europeo. L’ideologia del genere si è diffusa, senza incontrare una vera opposizione, nei Paesi avanzati ed ormai viene anche insegnata nei manuali scolastici delle scuole pubbliche senza che questo faccia sorgere grandi contestazioni. Viene ora esportata con sistematicità nei Paesi emergenti e poveri. È una ideologia sottile e pervasiva, che si appella ai “diritti individuali”, di cui l’Occidente ha fatto il proprio dogma, e ad una presunta uguaglianza tra individui asessuati, ossia astratti, per condurre una decostruzione dell’intero impianto sociale.

Un capitolo importante del Rapporto è solitamente la presentazione del magistero di Benedetto XVI nel corso dell’anno di riferimento. Cosa ci dice in proposito?

Vorrei ricordare che, come Documento dell’anno, riportiamo il discorso che il Papa ha tenuto al Bundestag di Berlino il 22 settembre 2011, tutto incentrato sulla legge morale naturale, senza rispettare la quale gli Stati si trasformano in una “Banda di ladroni”, come scriveva sant’Agostino. C’è poi un capitolo sul magistero sociale complessivo del Papa nel 2011, un magistero come sempre molto ricco. Nel viaggio in Germania e in tante altre occasioni Benedetto XVI ha chiesto di aprire un posto per Dio nel mondo. 

La parte più cospicua del Rapporto riguarda i Cinque continenti. Cosa è emerso di nuovo?

Le informazioni e gli spunti di riflessione qui sono moltissimi. Il Rapporto esamina dapprima la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, poi continente per continente, fornendo una miniera di informazioni difficilmente sintetizzabili. Non mi rimane che rimandare alla lettura del testo. Una novità di quest’anno, però, la voglio sottolineare e riguarda il monitoraggio dell’Europa dell’Est, che nei precedenti Rapporti era stata un po’ trascurata. Nel 2011 abbiamo avuto il caso della Bulgaria, che si è data una nuova Costituzione che prevede la protezione della vita fin dal concepimento, mentre in altre nazioni di quell’area è avanzato il processo inverso. Interessanti sono anche i capitoli su Asia e Africa. Per il primo continente, il Rapporto riferisce sulle conseguenze dello scoppio della centrale nucleare di Fukushima, sull’assassinio Bhatti in Pakistan, sul gendercidio delle bambine. Per il secondo riferiamo della “primavera araba” e della penetrazione della Cina nel continente africano. Insomma, una panoramica molto articolata.

Che posto occupa il Rapporto nelle attività dell’Osservatorio?

È la punta di diamante, l’attività che sintetizza il nostro lavoro quotidiano e lo trasforma in un servizio informativo e in una proposta sintetica di lettura degli avvenimenti. 

mercoledì 27 giugno 2012


NON C'È SVILUPPO VERO SENZA DOTTRINA SOCIALE - Una riflessione sui risultati della conferenza internazionale Rio +20 di Carmine Tabarro Comunità Cattolica Shalom

 ZI12062616 - 26/06/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-31413?l=italian

ROMA, martedì, 26 giugno 2012 (ZENIT.org).- La crisi di cui si è discusso a Rio+20 è figlia a quella di cui si parla al G20: difatti anche Rio+20 è frutto di un modello di sviluppo che non tiene in considerazione il bene comune ne dal un punto di vista economico, finanziario, sociale e ambientale.
Invece il mondo globalizzato ha bisogno di un nuovo modello fondato sulla sostenibilità rispetto dell'uomo e del creato.
A distanza di 20 anni dal Earth Summit di Rio del 1992, i dirigenti del mondo politico ed economico si sono ritrovati nella stessa città per una conferenza mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, denominata Rio+20, con la missione di riprendere il cammino per promuovere lo sviluppo senza danneggiare l’ambiente e cercare nuove strategie per il perseguimento di uno sviluppo sostenibile a livello globale.
Purtroppo, lo sviluppo sostenibile viene declinato solo dal punto di vista ambientale, dimenticando come affermava già Paolo VI nella sua Populorum Progressio, "tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo" e tale "autentico sviluppo dell'uomo", quando avvenga con le modalità su dichiarate, "riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione".
Questa affermazione di Paolo VI suggerisce una prospettiva di lungo periodo, ma questa cultura della sostenibilità non è stato valutata dai policy-makers una priorità assoluta nell'agenda politica dia fronte di problemi economici ritenuti più urgenti.
In maniera profetica Paolo VI sempre nell'enciclica Populorum Progressio ricorda in tal senso che le Istituzioni in sé non sono garanzia di sviluppo, benessere e rispetto dell'uomo.
Difatti l'attuale recessione mostra quanto sia vero che le Istituzioni non sono state in grado né di dare vita ad una sostenibilità dello sviluppo, né di garantire uno sviluppo durevole. Questo è il problema che incide in maniera preponderante sulla salute del sistema economico globale.
Questo squilibrio ha provocato una riduzione tendenziale della domanda aggregata delle famiglie ed un conseguente rallentamento del tasso di crescita dell’economia nei paesi industrializzati.
La riduzione sistemica della domanda aggregata delle famiglie è stata in parte compensata dal crescente indebitamento delle stesse e da un impetuoso processo di finanziarizzazione che ha accresciuto progressivamente il contributo del settore FIRE (Finance, Insurance and Real Estate) alla formazione del reddito.
Il FIRE, dapprima ha sottomesso la politica e nonostante una legislazione mondiale di favore, non è riuscita a mantenere il tasso di crescita tendenziale dei paesi industrializzati al livello del periodo di Bretton Woods (1945-1971), dominato da una politica economico-sociale di tipo Keynesiano, ed hanno messo a repentaglio la stabilità finanziaria del sistema mondiale.
A sua volta la crisi finanziaria ha deteriorato considerevolmente gli indici di sostenibilità ambientale, economica, sociale, in un circolo vizioso che rischia di propagarsi per un lungo periodo di tempo.
Ma la crisi non sarebbe forse neppure iniziata se come ha scritto Benedetto XVI nel n. 67 dell’enciclica Caritas in veritate, si fosse dato vita ad un "governo dell'economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell'ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità".
Ne è prova il picco del prezzo del petrolio del luglio 2008 non dovrebbe essere interpretato come un fenomeno casuale, ma come l’indice di un sistema energetico insostenibile basato sull’uso dei combustibili fossili che hanno vincoli di scarsità stringenti e sono i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico e dei danni conseguenti all’alterazione della qualità dell’aria.
Inoltre, anche tenendo conto delle fonti di petrolio non convenzionali, la maggior parte degli studi esistenti prevedono che l'offerta di petrolio sia destinata a raggiungere negli anni a venire il picco della cosiddetta curva di Hubbert per poi cominciare a decrescere nel tempo.
In assenza di provvedimenti urgenti e massicci che accelerino la transizione ad un sistema energetico alternativo basato sulle fonti di energia rinnovabile, il prezzo del petrolio sarà presumibilmente un ostacolo insormontabile alla sostenibilità della ripresa economica.
Nonostante il cattivo giudizio espresso dalle associazioni ambientaliste, siamo convinti che bisogna guardare avanti con coraggio e speranza.
E’ molto positivo il punto di vista della Santa Sede che invece è riuscita nell’intento di separare le politiche di salvaguardia del creato dall’imposizione di programmi per la riduzione delle nascite.
Nel documento finale ci sono punti positivi sicuramente apprezzabili, come l’affermazione che l’uomo è il centro dell’economia e anche la definizione di ciò che va meglio compreso come l’economia sostenibile.
I tre punti di riferimento sono: lo sviluppo economico in quanto tale, lo sviluppo sociale che pone l’uomo, l’essere umano nel centro della preoccupazione e che l’economia sostenibile sia anche ecologicamente sostenibile, quindi che abbia sempre in considerazione anche l’ecosistema.
Altro dato positivo di questa Conferenza è stata la presenza di circa 190 rappresentanti di Paesi. Questo testimonia un crescente interesse della comunità internazionale sulle tematiche ambientali e dei vecchi e nuovi beni comuni. Questo fa cultura contribuisce a cambiare gli stili di vita.
Il rammarico nasce per l’assenza di alcuni capi di Stato, di Paesi importanti come la stessa Italia, gli Stati Uniti, il Giappone... I maggiori protagonisti sono stati i Paesi in via di sviluppo, sempre più leadership nel campo dei temi globali.
Un ruolo importante è stato svolto anche dalla Santa Sede, in cui sono stati ribaditi tutti i temi del Magistero Papale e in particolare di Benedetto XVI. E’ stato riaffermato il significato autentico del progresso come vocazione umana, un appello trascendente cui l'uomo non può e non sa rinunciare: in tal senso nascerebbe l'esigenza di coniugare la tecnica al suo significato.
Lo sviluppo umano integrale come vocazione esige anche che se ne rispetti la verità. La vocazione al progresso spinge gli uomini a “fare, conoscere e avere di più, per essere di più”; e, in tal senso, la Dottrina sociale della Chiesa ha il pregio di essere il viatico per questa affermazione integrale dello sviluppo umano.
Il Vangelo sarebbe elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, “rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo”. Infatti, “quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il bene comincia a svanire”.

martedì 21 febbraio 2012


Newsletter n.392 | 2012-02-21 -  Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa - Obiezione di coscienza. Le conclusioni del III Simposio nazionale dell’ANDOC. Siviglia, 10-11 novembre 2011 di Chiara Mantovani, http://www.vanthuanobservatory.org/


Un documento poco conosciuto, ma importantissimo, significativo anche perché è frutto di una riflessione attenta e coraggiosa in un Paese, la Spagna, che negli ultimi anni ha visto una progressiva accentuazione del piano inclinato verso la deriva soggettivista e relativistica in campo etico, è la Dichiarazione finale del III Simposio Nazionale “Medicina del secolo XXI: Deontologia vs Ideologia”, organizzato dall’ANDOC (Asociación para la Defensa del Derecho a la Objecíon de conciencia”), svoltosi a Siviglia il 10 e 11 novembre 2011.

Merita di essere sottolineato il rifiuto alla proposta della creazione di registri amministrativi degli obiettori, che ancor più relegherebbero i medici in una sorta di elenco dei “non allineati”, e alla obbligatorietà da parte del medico a fornire alla donna le informazioni di dove possa effettuare un aborto volontario: questo costituirebbe infatti una collaborazione indiretta, eppure efficace, ad un aborto. Si rifletta, a questo proposito, sulle problematiche relative alla prescrizione di abortivi precoci o chimici che già si affacciano in Italia. Un medico obiettore, infatti, oggi nel nostro Paese ha grandi difficoltà ad esercitare il suo diritto a non collaborare a queste modalità abortive che, realizzandosi anche tramite una ricetta da parte del medico di base, vengono spesso spacciate come doveri prescrittivi. Qui la valutazione professionale sarebbe del tutto mortificata, il medico si troverebbe ad agire come mero esecutore delle richieste della paziente (e talora, addirittura, di terzi che le richiedessero a nome della donna: genitori, mariti, conviventi).

Altrettanto importante è l’appello ad una maggiore collaborazione tra le associazioni professionali nei vari campi coinvolti nella difesa della vita e, si potrebbe aggiungere, anche in campo internazionale: il traguardo della recuperata consapevolezza che la morte, comunque la si voglia chiamare, non fa parte del bagaglio terapeutico è raggiungibile se tutte le competenze (mediche, giuridiche, filosofiche) sapranno coordinarsi e contribuire, nel campo loro proprio, alla costruzione di un’autentica, fondata e convincente “cultura della vita”, poiché nessuna legge - nemmeno la migliore - può immaginare da sola di imporre comportamenti virtuosi.

È doveroso un sentito ringraziamento agli amici spagnoli dell’ANDOC (www.andoc.es): le loro coraggiose conclusioni, al termine di un congresso di grande spessore scientifico ed etico, sono una testimonianza preziosa del lavoro importante che è possibile realizzare collaborando tra diverse competenze, con spirito di autentica ricerca del bene comune.


Conclusioni del III Simposio nazionale dell’ANDOC
(Asociación para la Defensa del Derecho a la Objecíon de conciencia)
Siviglia, 10-11 novembre 2011

1. L’obiezione di coscienza, in quanto diritto fondamentale riconosciuto dal nostro Tribunal Constitucional, non dovrebbe avere bisogno di alcuna regolamentazione giuridica per essere esercitato dal personale sanitario (medici, farmacisti, infermieri, assistenti sociali ecc.) dato che riguardano l’inizio e la fine della vita e la libertà professionale. In coerenza con questo presupposto, manifestiamo la nostra opposizione alla creazione dei registri amministrativi degli obiettori di coscienza e rinnoviamo la nostra disponibilità a rimanere a disposizione del personale sanitario che abbisogni di aiuto in questo campo.

2. Le ideologie politiche non devono interferire nella libertà del personale sanitario, nella relazione tra medico e paziente e, in generale, nell’assistenza sanitaria alla popolazione.

3. Il Codice di Deontologia medica, recentemente approvato, nonostante contenga principi e guide pratiche di indubbio valore e affermi apertamente il diritto all’obiezione di coscienza, contiene punti ambigui, che andrebbero chiariti mediante una adeguata interpretazione da parte di organismi collegiali e, in particolare, della Commissione Centrale di Deontologia. Ci riferiamo, in modo speciale, agli articoli 7 (concetto di azione medica) e 55 (obiezione di coscienza all’informazione relativamente all’aborto).

4. Il diritto all’informazione è di fondamentale importanza nella relazione medico-paziente, però nel caso particolare dell’aborto, non si può dimenticare che per la normativa vigente la pratica dell’aborto è un processo unitario che comprende informazione, rilascio di documenti, invio ad un Centro stabilito ed eventuale realizzazione dell’aborto. Un medico che operi in conformità con la sua scienza e la sua coscienza sarebbe sufficiente che informasse la paziente, all’interno delle norme sul consenso libero e informato, della natura clinica dell’aborto, «delle prestazioni sociali alle quali la paziente avrebbe diritto nel caso proseguisse la gravidanza e dei rischi fisici e psichici che ragionevolmente potrebbero derivare dalla sua decisione» (art. 55,1 nuovo Codice), senza essere obbligato ad informare su come e dove si realizzano gli aborti.

5. L’ANDOC invita il personale sanitario a partecipare attivamente alle Commissioni Deontologiche dei rispettivi Collegi.

6. Siamo per la promozione di adeguate politiche di prevenzione sanitaria, non ideologiche ma fondate scientificamente, per quanto riguarda le malattie da trasmissione sessuale e, in modo speciale, nei riguardi dell’uso della “pillola del giorno dopo”; che partano dai principi indicati nel nuovo Codice di Deontologia Medica e negli articoli 12, 13 e 14 del Codice di Edita e Deontologia Farmaceutica. Dati i dubbi scientifici sul meccanismo di azione della pillola e sui suoi effetti per la salute, specialmente nelle giovani, si dovrebbe considerare quanto indicato nell’articolo 25, 2 e 3 del Codice Deontologico: «2.‐ Il medico deve dare al paziente consigli leali e competenti in modo che assuma le proprie responsabilità in materia di salute, comprese l’igiene e la promozione di azioni preventive di provato valore. Lo informerà del rischio che certi comportamenti possono comportare per la salute. 3.‐ La promozione di azioni preventive è deontologicamente corretta solo quando hanno un valore scientifico comprovato».

7. Ci impegniamo a promuovere azioni congiunte e coordinate tra le associazioni professionali e gli organismi pro vita per far sì che le raccomandazioni e le risoluzioni degli organismi internazionali  siano maggiormente in accordo con il rispetto della vita. In particolare continueremo ad operare affinché venga riconosciuto a livello internazionale lo statuto dell’embrione umano.

8. Continueremo a far conoscere in modo più chiaro al personale sanitario che devono far rispettare il loro diritto all’obiezione di coscienza e che possono contare su strumenti giuridici per difenderlo .

9. Nelle circostanze attuali è particolarmente necessario affermare la dignità dei malati e degli anziani che si trovano nella fase finale della vita, riconoscendo e garantendo, mediante gli opportuni mezzi legali, il diritto a cure palliative di qualità e l’assistenza di personale specializzato.

10. Rispetto alla futura politica socio-sanitaria che si realizzerà in Spagna, ribadiamo la necessità di incentivare le politiche di sostegno alla maternità e di assistenza alle donne in gravidanza a rischio; garantire la protezione legale della vita dei “nascituri”, come indica il Tribunal Constitucional, e, in questo senso, cercare di abolire qualche legge o disposizione che consacra l’aborto come diritto o come soluzione terapeutica.

(Traduzione dallo spagnolo di Benedetta Cortese)