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venerdì 29 gennaio 2016

Francia. Approvata «l’eutanasia mascherata»: si chiama sedazione terminale, 28 gennaio 2016, www.tempi.it di Leone Grotti

Dopo un lungo processo e accese discussioni cominciati nel 2012, la Francia ieri si è dotata di una nuova legge sul fine vita, che supera la precedente “loi Leonetti”. Come ricordato da diversi parlamentari al Palazzo di Lussemburgo, viene introdotta «un’eutanasia mascherata» sotto le mentite spoglie della sedazione terminale.

eutanasia-malato-ospedale-terminale-shutterstockSEDAZIONE PROFONDA E CONTINUA. Il testo introduce un «diritto alla sedazione profonda e continua» fino al decesso per i malati in fase terminale. Quando un paziente è «affetto da una malattia grave e incurabile», e la sua «sofferenza è refrattaria alle cure» e si è davanti a una «prospettiva di vita» molto breve, allora può essere addormentato e tutti i sostegni vitali, come alimentazione e idratazione, possono essere interrotti.
ACCANIMENTO TERAPEUTICO. È bene precisare che questa pratica, esclusa l’interruzione dei sostegni vitali tranne rarissimi casi, viene già usata negli ospedali francesi quando un paziente soffre ed è immediatamente prossimo alla morte. La sedazione terminale serve infatti ad evitare l’accanimento terapeutico, che è vietato in Francia.
DIFFERENZA SUBDOLA. Che cosa introduce di nuovo la legge allora? La differenza è enorme, anche se subdola. Oggi negli ospedali francesi si usa la sedazione terminale per accompagnare il paziente negli ultimi momenti della sua vita cercando di non farlo soffrire. È una decisione difficile da prendere e gravida di conseguenze, visto che così si toglie al paziente la possibilità di essere cosciente negli ultimi momenti della sua vita.
«VIOLENZA INAUDITA». Introdurre il diritto alla sedazione invece, con la possibilità di interrompere alimentazione e idratazione, è un modo per «provocare deliberatamente la morte», come spiegato da Tugdual Derville, del movimento Soulager mais pas tuer (Alleviare ma non uccidere). «Il criterio dell’intenzione qui è determinante. Sovrapporre alla sedazione l’arresto di alimentazione e idratazione è un modo molto pericoloso di dissimulare l’eutanasia. Questa morte lenta e che sopraggiunge mentre dormiamo, che la legge ci garantisce, si rivela di una violenza inaudita». È significativo in questo senso che i parlamentari si siano rifiutati di inserire nel testo di legge una frase per specificare che «l’intenzione della sedazione non deve essere quella di provocare la morte».
SUICIDIO ASSISTITO. All’articolo 3, inoltre, è stata introdotta una dicitura molto ambigua. Un paziente cioè potrà richiedere la sedazione profonda non solo quand’è in uno stato di fine vita, ma anche quando l’interruzione dei trattamenti richiesta per qualsiasi motivo «sia suscettibile di provocare una sofferenza insopportabile». Questa formulazione ambigua, che usa il criterio soggettivo della “sofferenza insopportabile”, secondo gli esperti farà da anticamera all’introduzione del suicidio assistito. Basterà che qualcuno si rivolga ai giudici chiedendo di specificare meglio i diritti garantiti da questo articolo.

Belgio, eutanasia: nuovo record nel 2015. I casi superano quota 2.000, tempi.it, gennaio 29, 2016 di Leone Grotti

Nel 2015 almeno 2.021 persone in Belgio sono morte con l’eutanasia, legalizzata nel 2002. Il rapporto annuale pubblicato mercoledì dal governo indica un nuovo aumento di casi rispetto al 2014, quando erano morti in 1.924, e al 2013 (1.816). Il trend sembra inarrestabile: se per la prima volta nel 2011 era stata superata quota mille morti (1.133), appena quattro anni dopo anche la soglia dei duemila decessi è valicata.

grafico-eutanasia-belgio-2015«MOLTI CASI NON COMUNICATI». Secondo il presidente della Commissione di controllo dell’eutanasia, Wim Distelmans, non bisogna parlare di banalizzazione della morte perché «dobbiamo ricordare che posso esserci dei casi in cui l’eutanasia viene praticata senza che venga comunicato [alla Commissione]».

SCENARI INQUIETANTI. L’affermazione non è di poco conto, visto che la comunicazione alla Commissione di controllo è obbligatoria. Diversi studi hanno dimostrato negli ultimi anni che la norma del 2002 viene aggirata almeno nel 20 per cento dei casi. Ora è lo stesso capo della Commissione di controllo ad ammettere, aprendo a scenari inquietanti, che la legge viene abusata e che in molti casi l’eutanasia viene praticata senza che nessuno sappia se i requisiti previsti dal legislatore sono rispettati o no.
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OLTRE IL 5% DELLE MORTI. Nel 2013, secondo un rapporto del New England Journal of Medicine pubblicato l’anno scorso, il 5,1 per cento di tutte le morti nelle Fiandre era dovuto all’eutanasia (attiva e passiva). Inoltre, in un ulteriore 1,7 per cento dei casi la morte era stata accelerata e procurata dal medico senza esplicita richiesta del paziente.

NESSUN BAMBINO? Ormai sono le stesse persone che dovrebbero controllare che la legge non venga abusata ad ammettere che la legge viene abusata. Eppure a nessuno nel governo belga viene in mente di modificare il testo che dal 2014 permette di uccidere con l’eutanasia anche i bambini. Secondo il rapporto, a questo proposito, nessun bambino è morto con l’eutanasia né nel 2014, né nel 2015. Ma non si può esserne certi visto che i numeri sono stati dichiarati non affidabili dalle stesse persone che li hanno stilati.

@LeoneGrotti
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martedì 13 ottobre 2015

Eutanasia in Olanda: più di 14 morti al giorno, 5.306 solo nel 2014, ottobre 13, 2015 Leone Grotti, http://www.tempi.it/

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In Olanda nel 2014 sono morte a causa dell’eutanasia (attiva e passiva) 5.306 persone. È quanto riportato nel rapporto annuale della Commissione olandese di controllo dell’eutanasia. Rispetto al 2013, quando era stata verificata la morte di almeno 4.829 persone, c’è stato un aumento del 10 per cento; rispetto al 2002, anno di introduzione dell’eutanasia nel paese, del 182 per cento.

CANCRO, DEMENZA E VECCHIAIA. La maggior parte dei pazienti ha ricevuto l’iniezione letale in casa. In 3.888 casi su 5.306, l’eutanasia è stata richiesta da persone affette da cancro, in altri 247 casi il motivo è stato la presenza di una malattia cardiovascolare. Preoccupanti i casi di quanti hanno richiesto e ottenuto la “buona morte” nonostante non si trattasse di malati terminali: 41 persone avevano disturbi psichiatrici, 81 erano affette dai primi stadi della demenza, mentre ben 257 hanno chiesto di essere uccise per problemi legati alla vecchiaia.

NUMERI NON UFFICIALI. È improbabile che i numeri ufficiali siano anche quelli reali. La Commissione, infatti, specifica che i casi riportati sono solamente quelli denunciati dai medici. Secondo attivisti e studiosi della legge sull’eutanasia, però, il 20-23 per cento di tutti i casi non viene riportato per diversi motivi. Se così fosse, le vittime sarebbero circa 6.360.

14,5 MORTI AL GIORNO. Ad ogni modo, stando alle stime ufficiali, in Olanda muoiono 14,5 persone al giorno (domeniche e feste comprese) a causa dell’eutanasia. Una morte ogni 25 nel paese è dovuta all’iniezione letale. Non stupiscono perciò le parole di un portavoce della Commissione di controllo, riportate dai quotidiani olandesi, secondo cui «l’aumento dimostra che l’eutanasia è sempre più socialmente accettata. Anche l’esistenza delle cliniche di fine vita contribuisce alla crescita».


SCUOLA DI EUTANASIA. Per la prima volta quest’anno la Nvve, che ha aperto diverse cliniche dove è possibile ricevere l’iniezione letale e che dispone di squadre di medici che portano la “buona morte” comodamente a domicilio, ha anche creato un corso scolastico dal titolo “Eutanasia – morte normale” che viene portato in tutte le classi.
Il direttore di Nvve, Robert Schurink, ha esultato così alla notizia dell’aumento delle iniezioni letali: «Finalmente l’autodeterminazione prevale sul fato. I pazienti vogliono avere il controllo sulle proprie vite finché sono coscienti».

@LeoneGrotti

venerdì 18 settembre 2015

«Come abbiamo bloccato il suicidio assistito? Facendo parlare i malati come me e mostrando i dati», settembre 18, 2015, Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/

jane-campbellDopo quattro tentativi ripetuti negli ultimi nove anni, con cui i fautori della legge sul suicidio assistito hanno cercato di legalizzare la morte procurata in Gran Bretagna, a sorpresa il fronte pro life ha vinto ancora. Venerdì 11 settembre, la Camera dei Comuni a grande maggioranza ha votato contro il disegno di legge: 330 i voti contrari, 118 i favorevoli. Fra le voci fondamentali che hanno contribuito al buon esito della battaglia c’è quella della baronessa Jane Campbell, membro indipendente della Camera dei Lord e affetta da atrofia muscolare. Già nel 2009 Campbell convinse il parlamento inglese a respingere il ddl che avrebbe permesso di aiutare i malati a viaggiare verso paesi dove l’eutanasia è legale.

Baronessa, com’è possibile che la legge, già approvata in prima lettura il 24 giugno scorso, sia stata respinta a grande maggioranza?
È incredibile, sinceramente non ce lo aspettavamo. Pensavamo a un numero di favorevoli pari a quello di chi si è invece opposto alla norma.

Cosa è accaduto? Come spiega la vostra vittoria?
La cosa fondamentale è stata la voce di circa venti disabili fra cui persone che, come me, sono affette da malattie degenerative. Siamo intervenuti nel dibattito smentendo i luoghi comuni che ci dipingono come gente disperata. Abbiamo poi presentato tutti i rischi della legislazione mostrando come norme estere simili a quella introdotta al parlamento inglese spingano i malati a sentirsi di peso e a chiedere l’eutanasia come via d’uscita normale al dolore e a una società che li rifiuta. Tutto ciò ha fatto crescere la consapevolezza dei parlamentari che, messi di fronte alle cifre delle morti procurate laddove il suicidio assistito è legale, e a persone come me, non si sono sentite di votare a favore di un provvedimento simile: «Se approvate la norma – abbiamo ripetuto – metterete in pericolo mortale tutta la società e, invece che aiutare le persone in difficoltà, le spingerete alla disperazione».

Lei che argomentazioni ha portato?
Ho raccontato la mia storia e il mio amore alla vita. E, come gli altri malati intervenuti, ho spiegato che viviamo vite ordinarie e che tutto dipende dal sostegno e dall’amore che riceviamo. Questo è vero per tutti, la vita è degna e bella se c’è chi ci ama, ma per un malato è più evidente. Al contrario, chiunque è indotto alla disperazione se lo Stato o la famiglia mettono in dubbio che la sua vita sia sempre degna di essere vissuta. La tragedia si consuma quando le persone non credono in noi. Ecco, credo che la voce della nostra esperienza abbia cambiato tutto il dibattito. Le persone in buona fede o confuse hanno capito.

La norma è stata scritta sul modello di quella approvata in Oregon nel 1997, per cui il richiedente deve essere maggiorenne, mentalmente abile e malato terminale. Come li avete convinti che si sarebbe passati all’omicidio di disabili, anziani o bambini?
Abbiamo spiegato ai parlamentari che tutte le leggi sulla morte procurata inizialmente contemplata per i soli terminali sono arrivate a coinvolgere le categorie di persone che lei cita. Non c’è un freno quando si decide che la vita è disponibile. Inoltre, ha aiutato il fatto che l’Associazione dei medici britannici, il Royal College dei medici, il Royal College dei medici di famiglia, l’Associazione per le cure palliative e la società geriatrica britannica si siano espresse tutte contro il ddl. Anche fra le associazioni di pazienti affetti dal cancro l’opposizione è stata unanime: tutte hanno dichiarato che la norma era pericolosa.

Si aspetta un’altra proposta di legge simile?
Sì, ma non credo si presenteranno prima di qualche anno. Tutto dipenderà da quanto disabili e malati saranno aiutati e sostenuti.

Sono noti gli scandali relativi alle persone incapaci di esprimersi uccise dal personale ospedaliero all’insaputa dei parenti e nonostante l’eutanasia sia illegale. Il problema del paese, dunque, è più morale o legale?
Lo scandalo delle morti procurate senza consenso ha contribuito a destare le coscienze. Quando poi abbiamo spiegato in aula che, anziché combattere per l’omicidio, bisogna far sì che un paziente sia amato e sostenuto, i parlamentari si sono smossi fino al rifiuto della legge: «Fate il possibile affinché la legge e il sistema assicurino l’aiuto ai malati e vedrete che sarà molto più difficile sentire invocare la morte». Ci hanno ascoltato.

@frigeriobenedet

mercoledì 9 settembre 2015

Aborto. Così la Cgil porta in Europa la sua guerra (ingiusta) alle coscienze dei lavoratori settembre 9, 2015 Redazione, http://www.tempi.it/


Lunedì 7 settembre a Strasburgo è arrivata (di nuovo) davanti al Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, l’infinita disputa italiana in merito all’applicazione della legge 194, che secondo i fautori dell’aborto come “diritto” sarebbe messa a repentaglio da un molto presunto eccesso di medici obiettori. La particolarità di questo “nuovo” attacco alle coscienze dei lavoratori della sanità è che a presentare il reclamo è stata la Cgil.

L’ACCUSA. L’accusa del sindacato, contestata dal governo italiano all’udienza pubblica andata in scena l’altroieri, è la solita: nel nostro paese ci sono troppi medici obiettori (il 69,6 per cento dei ginecologi secondo i dati ufficiali), il loro rifiuto di praticare aborti rappresenta un ostacolo alla fornitura del “servizio” e genera un intollerabile sovraccarico di lavoro per i colleghi non obiettori, ragion per cui occorre limitare l’esercizio della libertà di coscienza. Per la cronaca, la denuncia della Cgil, che risale al 2013, ricalca un reclamo precedente presentato (con successo) dall’International Planned Parenthood Federation European Network, il movimento internazionale per la “pianificazione familiare” legato all’omonimo colosso americano delle cliniche abortive.

COME PLANNED PARENTHOOD. La disputa comunque è solo all’inizio e per adesso è in discussione solo l’ammissibilità o meno del reclamo che sta molto a cuore al segretario Susanna Camusso. E in ogni caso il Comitato europeo dei diritti sociali non è un organo decisionale né giudiziario, ma una commissione chiamata a valutare l’effettiva applicazione da parte degli Stati della “Carta europea dei diritti sociali”, sottoscritta dall’Italia nel 1996 e ratificata nel 1999. Già una volta il nostro paese è stato “condannato” da questo organismo per la presunta «violazione dei diritti delle donne» causata «dall’elevato e crescente numero dei medici obiettori di coscienza» rispetto alla 194: è successo l’anno scorso, proprio in merito al caso aperto da Planned Parenthood, e guarda caso la notizia della “bocciatura” è iniziata a circolare sui giornali l’8 marzo, quando non c’era ancora nulla di ufficiale.

NESSUN PROVVEDIMENTO. Sarebbe toccato al Consiglio dei ministri dell’Unione Europea dare un seguito concreto alle conclusioni raggiunte in quella occasione dal Comitato, adottando risoluzioni generali o addirittura prescrittive nei confronti dell’Italia. Tuttavia, dopo un’audizione del governo, Bruxelles si è limitata a pretendere da Roma una periodica relazione sullo stato delle cose, scelta di per sé già indicativa dell’alto tasso di pretestuosità e di ideologia che sta alla base del reclamo della Cgil.
Lunedì infatti il governo italiano in sostanza ha ribadito i dati contenuti nell’ultima relazione annuale sull’interruzione volontaria di gravidanza presentata nell’ottobre scorso dal ministero della Salute al Parlamento, strumento che, per inciso, rappresenta la più capillare raccolta di dati disponibile sul tema, frutto del lavoro della task force istituita da Beatrice Lorenzin proprio in conseguenza dell’ennesima polemica intorno ai medici obiettori.

I DATI. Premesso che il tema dell’organizzazione del lavoro dei medici attiene alle Regioni, e che il ministero interviene solo in caso di specifiche denunce, secondo il governo le criticità denunciate dalla Cgil non sussistono. L’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, si effettua «nel 64 per cento delle strutture disponibili», e in sintesi sono tre i parametri che dimostrano che a livello nazionale l’offerta del “servizio” non è affatto in pericolo: 1) in quanto ai numeri, mentre gli aborti sono pari al 20 per cento delle nascite, i “punti Ivg” in Italia sono pari al 74 per cento dei “punti nascita”; 2) confrontando i dati rispetto alla popolazione femminile in età fertile, ogni 3 strutture in cui si pratica l’aborto, ce ne sono 4 in cui si partorisce; 3) riguardo al carico di lavoro dei medici abortisti, su 44 settimane lavorative annuali, in Italia ogni non obiettore effettua 1,4 aborti a settimana, valore che rappresenta la media tra il minimo registrato in Valle d’Aosta (0,4) al massimo del Lazio (4,2).
A Strasburgo la Cgil ha portato anche testimonianze di presunte azioni di mobbing esercitate in ospedali italiani nei confronti del personale non obiettore. Al ministero però – è la difesa del governo – non sono pervenute denunce circostanziate di disservizi o di altre irregolarità.

Foto Ansa

mercoledì 22 luglio 2015

Aberrante la sentenza europea sulle unioni gay di Massimo Introvigne, 21-07-2015, http://www.lanuovabq.it/


Manifestazione in favore dei matrimoni gayLa sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) “Oliari e altri contro Italia”. - sentenza di primo grado, dunque non definitiva è suscettibile di appello - che, sulla base del ricorso di cittadini italiani omosessuali, impone al nostro Paese di riconoscere in qualche modo le convivenze omosessuali, è una sentenza aberrante e pessima, ma non impone al Parlamento italiano di approvare la legge Cirinnà, come molti - per ignoranza o malizia - sostengono. La sentenza può essere spiegata in tre passaggi.

Primo: emana dalla Cedu, che non è un organo dell'Unione Europea, anzi per la precisazione con l'Unione Europea non ha nulla a che fare. Ci si dovrebbe dunque astenere dal consueto sciocchezzaio sul «rischiamo di essere buttato fuori dall'Europa», «siamo peggio della Grecia» e simili. Alla Convenzione Europea sui Diritti dell'Uomo aderiscono tutti i Paesi dell'area geografica europea, compresi Russia, Moldavia e perfino Turchia, che ovviamente non fanno parte dell'Unione Europea. La Cedu è una delle tanti Corti internazionali i cui giudici sono nominati con meccanismi oscuri alla maggioranza dei cittadini dei Paesi che ne patiscono le decisioni, senza neppure il minimo controllo democratico che il Parlamento europeo, che per lo meno è elettivo, assicura sulle istituzioni dell'Unione Europea. Le sue sentenze non sono direttamente applicabili nei Paesi membri, ma la violazione implica sanzioni e multe. Il potere di questo tipo di Corti, il cui funzionamento resta opaco alla maggioranza dei cittadini, rappresenta un esempio tipico della tecnocrazia denunciata da Benedetto XVI e Papa Francesco. Se questa sentenza indurrà un certo numero di Paesi - a partire da quelli dell'Europa dell'Est, Russia in testa, che difficilmente vorranno adeguarsi e introdurre le unioni omosessuali - a riflettere sul meccanismo della Cedu, a chiedere riforme e anche a smarcarsi forse tutto il male non sarà venuto per nuocere.

Secondo: la sentenza è tecnicamente aberrante perché - quando stabilisce un diritto delle coppie omosessuali conviventi a vedersi riconosciute in quanto tali - rappresenta un'entrata a gamba tesa gravissima nella sfera della sovranità dei singoli Stati, che evidentemente comprende l'ambito delicatissimo della famiglia. Non a caso la sentenza cita esplicitamente la decisione della Corte Suprema americana, che ha gravemente violato i diritti dei singoli Stati degli Stati Uniti. Ma la sentenza della Cedu è peggiore, perché i singoli Stati degli Stati Uniti partecipano a un'unione politica federale mentre ovviamente non c'è nessuna unione politica o federazione che tenga insieme Russia, Turchia, Moldavia e Paesi dell'Unione europea. La sentenza si basa anche su informazioni frammentarie e talora false. Afferma che l'opinione pubblica italiana è ampiamente favorevole alle unioni omosessuali, leggendo in modo unilaterale alcuni sondaggi e ignorandone altri, per non parlare di piazza San Giovanni e del milione di persone che sono andate in piazza a dire il contrario. Ci si chiede con quanto zelo il nostro governo abbia difeso l'Italia, che si ritrova condannata sulla base di informazioni in parte inesatte.

Terzo: la sentenza - che è lunga e va letta tutta - afferma che le coppie omosessuali che convivono hanno diritto a vedersi riconosciuti i «diritti fondamentali» che derivano dalla convivenza - non i semplici diritti di cui gode ogni cittadino alla vita, all'integrità fisica e così via - ma è attenta a precisare che sulle forme di questo riconoscimento gli Stati rimangono sovrani, citando sua precedente giurisprudenza in questo senso. Dunque non concedere nessun riconoscimento dei diritti dei conviventi in quanto conviventi - non solo in quanto persone umane - per la Cedu è inaccettabile. Ma da qui non discende alcun obbligo di adottare leggi come la Cirinnà. Esplicitamente la Cedu ricorda che nessuno Stato è obbligato a introdurre l'adozione omosessuale: e nella Cirinnà l'adozione c'è. L'articolo prevede l'adozione da parte di un convivente del figlio biologico o adottivo dell'altro, aprendo la strada anche all'utero in affitto. Né la Cedu impone cerimonie in Comune, richiami alla disciplina del matrimonio, reversibilità della pensione, specifiche normative sull'eredità. La pessima sentenza - che non va in alcun modo accettata - va dunque letta così: gli Stati sono tenuti a riconoscere in qualche modo le convivenze omosessuali, ma sui modi del riconoscimento i Parlamenti - e ci mancherebbe altro - restano sovrani.

Parlamentari, commentatori e vescovi dovrebbero tenerne conto. Idealmente, si dovrebbe auspicare una resistenza, nazionale e internazionale, alla sentenza della Cedu, che è comunque suscettibile di appello che confidiamo il governo italiano presenti immediatamente. Già sul tema del crocefisso nelle scuole una decisione di primo grado della Cedu aberrante e ostile all'Italia fu rovesciata in appello.

Se poi qualcuno in Parlamento volesse chiedersi quali obblighi la sentenza, pure non definitiva, della Cedu impone all'Italia, la risposta giuridica e non emotiva è che impone un qualche riconoscimento dei diritti che derivano dalle convivenze, ma non impone le adozioni, il richiamo alle norme sul matrimonio, le cerimonie pubbliche, la reversibilità della pensione, radicali innovazioni nella normativa ereditaria. Cioè non impone la Cirinnà. 

giovedì 25 giugno 2015

Austria e Family day, due eventi inaspettati e ricchi di speranza, Giugno 24, 2015, Giancarlo Cerrelli, http://www.tempi.it/

L’Assemblea nazionale vota contro l’approvazione del «diritto umano di matrimonio egualitario». A Roma un popolo costituito da famiglie manda un segnale alla politica

In questi ultimi giorni si sono verificati due eventi significativi e inaspettati, che sono un segno di speranza che potrebbe cambiare il corso delle cose.
Il primo è un evento che è passato completamente sotto silenzio.
In Austria, il 18 giugno, l’Assemblea nazionale, che è l’organo legislativo della Repubblica austriaca, ha votato contro una proposta legislativa che intendeva concedere alle coppie gay e lesbiche «il diritto umano di matrimonio egualitario». Su 136 votanti, solo 26 hanno votato a favore, il resto dei rappresentanti, cioè 110, ha votato contro.
L’organo legislativo austriaco ha rigettato la proposta di delibera, con il voto contrario anche dei socialdemocratici, che erano stati, tra l’altro, i promotori dell’iniziativa legislativa.
È importante rilevare che la decisione dell’Assemblea nazionale austriaca è avvenuta proprio qualche mese dopo il rapporto del Parlamento Europeo in seduta plenaria del 12 marzo 2015, che incoraggiava le istituzioni Ue e gli Stati membri – pur non potendoli vincolare – «a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento dei matrimoni omosessuali e delle unioni dello stesso sesso come questione politica, sociale e di diritti umani e civili».
È significativo che l’organo legislativo austriaco nonostante l’incoraggiamento del Parlamento Europeo abbia ritenuto di non approvare i matrimoni egualitari e ciò che meraviglia di più è che questo esito sia avvenuto con una schiacciante maggioranza trasversale. L’Austria, peraltro, non può certamente essere considerato un Paese “omofobo”. La legislazione austriaca, infatti, dal 2010 riconosce ai partner omosessuali il diritto di costituire una partnership registrata; conseguenza di tale riconoscimento, tra l’altro, è stata la decisione della Corte Costituzionale, dell’11 dicembre 2014, che ha rimosso definitivamente il divieto di adozione per i partner omosessuali facenti parte di una partnership registrata. Nonostante tali aperture, però, l’organo legislativo austriaco ha deciso di non andare oltre; come mai? Come mai l’esito della votazione è stato così chiaro e insindacabile?

 Quello che proviene dall’Austria è un forte segnale che dovrà far riflettere quei ben pensanti nostrani che sul piano dei diritti civili soffrono di un atavico complesso d’inferiorità con il resto dei Paesi europei, che ritengono più civili, solo perché il loro ordinamento riconosce dei diritti che sono in realtà degli autentici anti-diritti.
Quest’evento, tuttavia, dovrà essere motivo di riflessione, soprattutto per i nostri parlamentari, affinché guardino al vero bene dell’Italia, che non equivale certamente a trasformare desideri velleitari di pochi in presunti diritti.
L’altro evento avvenuto in questi giorni è stato il grande successo della manifestazione del 20 giugno a Roma, in piazza San Giovanni, che ha sorpreso più di qualcuno, tanto da indurlo a sostenere che il raduno di sabato scorso apre uno scenario inaspettato.
Chi ha mostrato sorpresa per tale evento è soltanto perché ignora che esiste un’Italia profonda, fatta di famiglie, che con i sacrifici di ogni giorno mandano avanti il Paese reale, che è radicalmente diverso da quello artificiale descritto dai mezzi di comunicazione e dalle speculazioni dei maître à penser.
Da oggi, si dovrà tenere conto di un popolo che vive di vita propria e non desidera sottostare al diktat del pensiero unico e del politically correct.
Tale popolo ha mostrato una reazione significativa all’omologazione totalitaria che la “dittatura del pensiero unico” sta perseguendo in modo sempre più aggressivo e capillare in ogni ambito della società.
Forti e potenti lobby culturali, politiche e finanziarie favoriscono, da tempo, una cultura che vuole propiziare l’edificazione di una società sempre più liquida, priva di punti di riferimento, profondamente individualista, deprivata di una base valoriale comune.
E, così, anche la comunicazione profonda tra le persone, basata su principi condivisi, ne risente e, ormai, diventa sempre più precaria.
Il malcelato intento delle lobby è, difatti, quello di indebolire, qualsiasi comunicazione condivisa di principi tra i consociati, tale da poter generare una reazione popolare; in definitiva, l’intento è quello di renderci sempre più delle monadi; appariamo vicini gli uni agli altri, ma non stiamo insieme, perché non ci deve legare alcuna base valoriale comune.
Queste forze, infatti, stanno perseguendo un’aggressiva decostruzione della struttura antropologica della società, con lo scopo, altresì, di propiziare la costruzione di un nuovo ordine mondiale, non rispettoso, però, della legge naturale.
Per perseguire tale obiettivo è usato il diritto come strumento per manipolare la realtà.
Il vero merito di quel popolo che sabato scorso è sceso in piazza è di essersi posto controcorrente a questa violenta colonizzazione ideologica, che vuole renderci tutti omologati, tutti sottomessi a una vincente e coinvolgente “democrazia totalitaria”.
Qualcuno potrebbe domandarsi: com’è stata possibile una tale reazione in una società che le forti lobby hanno in gran parte anestetizzato?
La risposta la troviamo nell’osservare quel popolo.
Il popolo che è sceso in piazza non è una massa amorfa, che casualmente si è ritrovato per una manifestazione colorata e folcloristica, ma è un popolo fatto di famiglie, costituite da nonni, padri, madri, figli, nipoti, che con sacrifici e per anni si sono preparate a propiziare un cambiamento di rotta della nostra nazione che si è incamminata, purtroppo, da tempo, verso un forte declino culturale e morale.
Tali famiglie, sono considerate un corpo estraneo dai cosiddetti maître à penser, che si meravigliano di come sia possibile, che dopo anni di bombardamento culturale di tipo relativista, possa esistere ancora un’opposizione che enunci e testimoni una base valoriale comune.
Qualcuno, come dicevo, ha paventato acutamente che dall’evento del 20 giugno potranno sorgere scenari inaspettati.
È vero! Il popolo che è sceso in piazza si è preparato per molto tempo e in modo silenzioso, per favorire una rinascita della nostra nazione, che sia rispettosa del bene umano oggettivo.
La manifestazione del 20 giugno è, infatti, soltanto l’inizio di una nuova stagione che si sta schiudendo davanti a noi e che mira a propiziare la costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio; vale a dire di una società rispettosa di quella grammatica umana e sociale iscritta in ognuno di noi.
È molto forte, però, anche tra alcuni cattolici, la tentazione di cedere al mito illuminista di una storia lineare, pilastro della dittatura del relativismo, che presenta la verità come figlia del tempo e certi processi come irreversibili.
La storia, però, non ha nessun senso umano predeterminato e necessario – il suo unico senso è che Cristo ha vinto il mondo una volta per tutte –, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini e le donne, e per il cristiano nessuna vittoria del male è ineluttabile o irreversibile.
Il cattolico che pensa diversamente è vittima, per dirla con papa Francesco, di quella «mondanità spirituale» che perde la fiducia in Dio e segue le vie e il consenso del mondo, e di quella disperazione storica che, come non si stanca di spiegarci il Pontefice, viene molto spesso dal diavolo.
L’evento austriaco e quello italiano ci confermano che non dobbiamo cedere allo scoraggiamento, la vittoria è nelle nostre mani e in quelle di Dio.
@GianCerrelli

mercoledì 24 giugno 2015

Belgio. Concessa eutanasia a Laura, 24 anni, sana fisicamente ma depressa, giugno 23, 2015 Leone Grotti, http://www.tempi.it/

siringhe-eutanasia-shutterstock_249815845Laura (nome di fantasia) ha 24 anni, sta bene fisicamente, ha molti amici e tra pochi giorni morirà. La ragazza che vive nelle Fiandre, in Belgio, ha chiesto e ottenuto di essere uccisa con l’eutanasia. Laura vuole morire perché è depressa da troppo tempo e ritiene che «vivere non faccia per me». La legge introdotta nel paese nel 2002 lo consente.

FAMIGLIA SPACCATA. La storia di Laura, raccontata dal De Morgen, è terribile. Il padre, alcolista e violento, ha spaccato la famiglia fin da quando lei era piccola. Dopo la separazione dei genitori, ha passato sempre più tempo con i nonni materni, anche se a soli sei anni afferma di aver cominciato a pensare al suicidio.
Durante l’intervista, spiega il giornale belga, Laura parla «in modo calmo e tranquillo, è sicura di sé»: «Anche se la mia vicenda familiare ha contribuito alla mia sofferenza, sono convinta che avrei avuto questo desiderio di morire anche se fossi cresciuta in una famiglia tranquilla e stabile. Semplice, non ho mai voluto vivere».

AUTOLESIONISMO. Sui banchi di scuola, Laura fa fatica. A casa, di nascosto, è autolesionista, si taglia e si scaglia apposta contro i muri. Pensa spesso al suicidio. L’unica cosa che la rende contenta è «il teatro» e «una relazione amorosa» omosessuale con un’altra donna «davvero piacevole». Ma a causa delle continue depressioni, Laura rompe ogni tipo di legame e si fa convincere ad entrare in una clinica psichiatrica.
Qui comincia un periodo ancora più «difficile»: Laura inizia a pensare di avere dentro di sé un «mostro» che chiede di uscire e che «niente può guarire», «fonte di aggressività, collera e dolore». In clinica non riescono a curarla, anzi peggiorano le cose, e spesso la rimandano a casa per permettere al personale di «respirare un po’».

EUTANASIA. È proprio in clinica che Laura incontra Sarah (nome di fantasia), che stava organizzando la propria eutanasia. Affascinata da quel tentativo, Laura comincia a pensare di usare questo strumento per morire. Tre diversi medici, di cui uno appartenente a una famosa associazione pro eutanasia, le danno ragione: dal punto di vista psicologico, soffre in modo insopportabile e quindi deve poter morire se lo vuole. Per quanto riguarda la capacità di prendere una simile decisione, nessun dubbio: «È una persona equilibrata».
Lei spiega: «È da quando sono nata che la mia vita è una battaglia. Quotidiana. Certi giorni mi trascino secondo dopo secondo. I miei 24 anni, quindi, sono stati una eternità». Entro la fine dell’estate, Laura potrà morire come richiesto e concesso dalla legge. Nel frattempo, sta organizzando tutto: lo studio dove morirà fisicamente, i suoi funerali, la bara. «Sono tutte cose piacevoli a cui pensare». Perché dopo non ci sarà più niente.

@LeoneGrotti
Foto siringhe da Shutterstock

lunedì 22 giugno 2015

Francia. Cinque intellettuali non cattolici (e mangiapreti) contro l’utero in affitto, giugno 20, 2015 Lucetta Scaraffia, http://www.tempi.it/

utero-affitto-maternità-surrogata-shutterArticolo tratto dall’Osservatore romano – «Le leggi non sono fatte per coprire le ingiustizie, ma per prevenirle». Con questa indiscutibile affermazione si chiude un appello, firmato in Francia da cinque importanti intellettuali e politici, di diversa, anche opposta, provenienza, nessuno di loro cattolico. I filosofi Sylviane Agacinski e Michel Onfray, la scrittrice Eliette Abécassis, il deputato europeo José Bové e la giurista Marie-Anne Frison-Roche si oppongono a una forma di tacito consenso legale che si sta affermando nel paese sul riconoscimento del figlio nato dal ricorso alla madre surrogata, riconoscimento in realtà proibito dalla legge.

Con la scusa di proteggere i figli nati da questa pratica all’estero si arriva infatti a riconoscere la paternità e la maternità a persone che secondo la legge non dovrebbero averla. I firmatari denunciano questa pratica che utilizza motivazioni falsamente pietose per avvalorare «l’applicazione della legge di mercato alla procreazione». In California, per esempio, Stato dove è legale la pratica dell’utero in affitto, la filiazione è stabilita «sulla base di uno scambio commerciale» fra le parti, e il bambino diventa il prodotto di una sorta di ordinazione, come una merce.

Gli autori dell’appello ricordano invece che la legge francese mantiene una differenza fra le cose — che possono essere donate o vendute — e le persone: il problema è decidere se la procreazione di un figlio può diventare oggetto di uno scambio mercantile. Decidere cioè se può essere negato il legame filiale, che unisce fisicamente, simbolicamente e giuridicamente il figlio alla madre che l’ha messo al mondo. In sostanza, se si può con tanta leggerezza negare lo stato di madre alle donne che hanno accettato di essere utilizzate in questo modo. No alle madri fantasma! titola «Le Monde» del 17 giugno, che accompagna l’appello a un articolo che sostiene invece la liceità di questa pratica se avviene in modo puramente disinteressato. Condizione, come ben si sa, che molto difficilmente si constata nella realtà.

In altri paesi (fra cui l’Italia) esiste lo stesso problema, ma non si è aperto un dibattito vero e i laici sembrano rassegnarsi tutti a quello che viene considerato un “progresso”. Ancora una volta i laici francesi hanno il coraggio di intraprendere una battaglia per difendere il rispetto dell’essere umano e un giornale laico come «Le Monde» di diffondere il loro punto di vista.

Foto maternità surrogata da Shutterstock

Londra. Professore ebreo: altro che «diritti Lgbt», questa è «persecuzione religiosa», giugno 22, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


omofobia-ansa
Secondo Geoffrey Alderman, ebreo britannico e noto professore di storia per diverse università in Inghilterra e Stati Uniti (dalla University of London al Touro College di New York), ci sono casi di discriminazione verso i cristiani in Gran Bretagna che hanno «tutti i tratti distintivi della persecuzione religiosa». Lo ha scritto in un articolo per il Jewish Chronicle tre settimane fa, e adesso ha accettato di spiegarlo anche a tempi.it. E comincia compilando questo elenco: «La compagnia Asher Baking, di proprietà della famiglia McArthur, è stata messa sotto accusa per essersi rifiutata di scrivere su una torta uno slogan a favore delle unioni fra persone dello stesso sesso. Lillian Ladele è stata licenziata dall’Islington Council per le sue posizioni sul matrimonio. Un’insegnante cattolica è stata licenziata per essersi rifiutata di leggere una storia che parla di coppie dello stesso sesso con figli. Un’agenzia adottiva cattolica ha dovuto chiudere i battenti perché si rifiutava di accettare di privare i bambini della madre o del padre. Daintree Paper è stato costretto a chiudere i battenti del suo negozio per non aver posto sopra una torta nuziale le sagome di due uomini. Adrian Smith ha avuto lo stipendio decurtato del 40 per cento per aver detto che il cambiamento della legge sul matrimonio si spingeva troppo in là. Peter e Hazelmary Bull hanno pagato una multa salata perché nel loro bed & breakfast a Cornwall offrivano stanze matrimoniali solo alle coppie sposate. L’infermiera Sarah Mbuyi di Londra è stata licenziata per aver risposto a una domanda sul matrimonio a partire dalla sua fede. Su un rapporto della Commissione inglese per l’uguaglianza emerge il caso di un bambino umiliato fino alle lacrime e rimproverato dal suo maestro dopo aver detto che il matrimonio è solo fra uomo e donna. Andrew McClintock è stato costretto a dimettersi da magistrato perché convinto che un bambino non possa essere cresciuto da persone dello stesso sesso. L’autista di pullman Arthur McGeorge ha subìto un’azione disciplinare per aver condiviso una petizione a sostegno del matrimonio naturale. Gordon Wilson è stato allontanato dal board di un’associazione no profit per aver criticato la ridefinizione del matrimonio da parte del governo scozzese. Bryan Barkley, volontario da 18 anni della Croce Rossa, da quando ha esposto un cartello con scritto “no same-sex marriage” non può più prestare servizio. Ma l’elenco è ancora lungo».
Professor Alderman, lei ha deciso di denunciare «la persecuzione religiosa subita dai cristiani in Gran Bretagna in questi anni». Non teme ritorsioni?
Quando ho visto com’è finito il caso del pasticciere condannato in Nord Irlanda ho capito che era stata davvero oltrepassata la linea. Credevo che le unioni civili servissero a tutelare i diritti delle persone, ma ora è palese che l’obiettivo è un altro: imporre una visione univoca attraverso il loro ottenimento.

Stando agli annunci, l’intenzione del legislatore è sempre quella di intervenire contro la discriminazione delle persone con tendenze omosessuali, non contro i cristiani. Ma allora come si giustificano gli episodi elencati?
Non c’è nessuna legge esplicita contro i cristiani, ma il fatto che ne esista una, l’Equality Act, in cui si ritiene discriminatorio pensare che lo stile di vita di questa minoranza di persone sia errato, di fatto mette in pericolo la loro libertà di espressione. L’odio, per essere precisi, è verso i cristiani che esprimono il proprio credo pubblicamente. Non li ho citati, ma ci sono casi dove le persone sono state licenziate solo per il fatto di indossare simboli religiosi. A dimostrare che l’accanimento è verso i cristiani c’è anche il fatto che, ad esempio, nessun musulmano è mai stato discriminato per le sue idee o per i simboli che indossa.

Eppure alcuni attivisti Lgbt arrivano a sostenere di essere i nuovi ebrei.
Questa propaganda è spazzatura! È falsa e offensiva. È vero il contrario. La minoranza Lgbt sta ingaggiando una vera e propria persecuzione nei confronti di altri gruppi religiosi. Sono tanti ad accorgersene: so che persino alcuni omosessuali, che non sposano le idee della lobby Lgbt, non sono contenti delle leggi sul matrimonio e non pensano di essere discriminati. Ma la lobby lo fa credere a tanti, e attraverso queste imposizioni normative vuole imporre la sua visione, senza che nessuno possa dissentire. Il fascismo è questo.

Oltre alle campagne per i “diritti”, con quali strumenti imporrebbero la loro visione?
Con la paura: per silenziare i dibatti basta accusare gli altri di omofobia. Voglio aggiungere che il primo ministro Cameron porta la responsabilità di tutto questo, perché lo ha permesso introducendo il matrimonio fra persone dello stesso sesso. E a questa colpa se ne aggiunge un’altra: nel 2010, in un’intervista a Sky, disse che non aveva la minima intenzione di legiferare in questo senso. Ci ha ingannati.

Perché i governi avrebbero interesse a fare proprie queste pretese e a permettere la discriminazione dei cristiani?
È l’imposizione del “politically correct”. Il fascismo serve a controllare le persone.

@frigeriobenedet
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venerdì 15 maggio 2015

Belgio, tre nuove proposte di “buona morte”: eutanasia anche per chi è «incapace di esprimere la sua volontà», maggio 14, 2015, Leone Grotti, http://www.tempi.it/


Bambini, uomini, donne, anziani, affetti da malattie terminali o no, soggetti a sofferenze fisiche ma anche psicologiche, persone semplicemente stanche di vivere: quasi tutti possono ottenere l’eutanasia in Belgio. Dal 28 maggio 2002, anno in cui la “buona morte” è stata legalizzata, le maglie della legge sono state allargate così tanto che morire è diventato un gioco da ragazzi.
Non la pensa allo stesso modo il partito socialista, che nella persona della deputata Karin Jiroflée ha depositato alla Camera il 10 aprile tre nuove proposte per modificare la legge originale e consentire l’iniezione letale in un numero ancora maggiore di casi.

EUTANASIA PER I DEMENTI. La prima proposta (Doc 54 1013/001) ha come scopo quello di autorizzare l’eutanasia anche per i pazienti che sono «incapaci di esprimere la propria volontà o perché in stato di incoscienza o perché in uno stato avanzato dovuto a una condizione cerebrale non congenita, tale per cui ci si trova nello stato fisico o psichico descritto nella propria dichiarazione [anticipata di trattamento]». L’obiettivo, in sostanza, come già previsto da tempi.it, è consentire anche ai «dementi o a chi è caduto in uno stato di incoscienza prolungata (…) di richiedere l’eutanasia». Al momento, infatti, «le dichiarazioni anticipate valgono solo per chi cade in coma irreversibile, escluse le persone affette da problemi cerebrali gravi (come la demenza)».

VALIDITÀ ILLIMITATA. La seconda proposta (Doc 54 1014/001) ha lo scopo di aumentare la validità delle dichiarazioni anticipate di trattamento. «Al momento valgono solo temporaneamente», cinque anni per la precisione. «Questa proposizione ha come oggetto l’eliminazione della validità temporale delle dichiarazioni anticipate, restando comunque valida» la possibilità di stralciare le dichiarazioni in precedenza formulate.

ADDIO OBIEZIONE DI COSCIENZA. La terza proposta (Doc 54 1015/001) riguarda la possibilità per i medici di fare obiezione di coscienza. Attualmente un dottore, per ragioni di coscienza personale o mediche riguardo ai dettami della legge, può rifiutarsi di praticare o autorizzare un’eutanasia. Se la proposizione passerà, tutti i medici che non vogliono autorizzare o praticare l’eutanasia per ragioni mediche o di coscienza saranno obbligati a trovare un collega disposto a farlo.

@LeoneGrotti
Foto Ansa
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Nino scrive:
14 maggio 2015 alle 10:42
Non conosco il francese (e men che meno il fiammingo) e non mi fido di Google Translator, ma mi sembra che le proposte di legge siano un po’ diverse (soprattutto meno radicali) di quanto descritto nell’articolo. E lo dico da persona che non ritiene che ricorrerebbe a detta legge o che, se fosse medico, la attuerebbe.

Rispondi
giovanna scrive:
14 maggio 2015 alle 18:04
Tipico intervento dell’untuoso Nino: non conosce il francese, non conosce il fiammingo, non si fida di Google Translator, ma deve comunque dire che l’articolo non è corretto, così, sul nulla, tanto per non smentire di essere sempre l’untuoso Nino che conosciamo tutti !
E intanto la gente, a causa degli untuosi come lui, ci crepa !

Rispondi
Maurizio scrive:
14 maggio 2015 alle 19:34
Concordo con le obiezioni sollevate da Giovanna circa le parole di Nino,ma al di là di cio,caro Nino mi verrebbe da chiederti:1(come può un “deficiente”se é tale chiedere lui l’eutanasia? Ma ,anche non fosse cosi(ma fosse un’errore di tradzione come tu lasceresti intendere)come può un’altra persona,sia pure familiare,decidere per lui?Nessuno può sostituirsi a me a riguardo della mia vita ..altrimenti si cade inevitabilmente nella selezione genetica di stampo hitleriano,perché si sareliberi di farlo per quanti non siano in alcun modo funzionali al sistema politico ed economico dominante.2)Perché allungare i tempi per fare la dichiarazione di trattamento-pur mantenendo la possibilità di recedere?E questa concessione,in realtà cosa nasconde..perché o é fittizia o qualcosa nasconde.3)Perché io,medico obiettore,devo trovare uno che faccia quel che io non voglio fare?Ci pensino,eventualmente,le istituzioni..o non si vuole,in realtà impedire l’obiezione,annullarla di fatto? Dunque,Nino?!

Rispondi
Nino scrive:
14 maggio 2015 alle 21:40
@Maurizio: mi permetto di farti osservare che tu dai per buono l’articolo senza aver neanche provato, come ho fatto io, ad andare alla fonte. Allora ti spiego le ragioni delle mie perplessità sulla base di quello che ho capito leggendo direttamente le proposte di legge. proposte che sono supportate (a detta dei firmatari) dalla volontà popolare che è (o sarebbe) largamente a favore di dette proposte. Come dire che sono migliorie largamente condivise (sempre a detta dei firmatari che portano dei dati statistici) dal popolo belga.

1) come può un deficiente chiedere l’eutanasia? In effetti la cosa mi aveva lasciato perplesso. La proposta è (o sarebbe … perchè non capisco il francese) leggermente diversa. La legge attuale prevede che una persona possa dichiarare di volere l’eutanasia in caso cada in stato di coma irreversibile. La proposta è quella di estendere questa volontà dichiarata anche ai casi di demenza senile, Ovvero una persona, nel pieno delle sue facoltà mentali, avrebbe il diritto di scegliere di non voler continuare vivere nel caso in cui diventi demente (sto pensando agli ultimi stadi dell’Alzehimer) definendo anche il livello di demenza scientificamente verificabile oltre il quale non vuole più vivere (e a me viene in mente il finale di Qualcuno volò sul nido del cuculo)

2) Se uno ha scelto di chiedere l’eutanasia in caso di coma irreversibile, oggi la legge prevede che questa sua scelta (comunque reversibile in ogni momento) debba essere esplicitamente rinnovata ogni 5 anni. La nuova proposta di legge dice (direbbe) che se dopo almeno un anno ma non oltre i tre anni, uno conferma la sua volonta, allora non c’è più bisogno di riconfermarla. fermo restando che può cambiare idea in ogni momento. E’ una cosa che la maggioranza dei belgi vorrebbe (pare)

3) La proposta prevede che se il medico cui si è rivolto il paziente è un obiettore, il servizio sociale dell’istituto (e qui non conosco l’organizzazione medica belga per capire meglio cosa voglia dire) deve indicare al paziente, o alla persona di sua fiducia, il nome di un altro medico dell’istituto, o anche di un medico esterno all’istituto, che prenderà in carico la sua richiesta o la dichiarazione anticipata. Il medico che si è rifiutato, in quanto obiettore, di agire, dovrà trasmettere il fascicolo medico del paziente al nuovo medico

Quindi, sempre se il mio scarsissimo francese non mi ha tradito, il senso delle tre proposte di legge (fermo restando il giudizio personale contrario all’eutanasia) sembrerebbe abbastanza diverso da quanto lascia intravedere l’articolo ad una prima e superficiale lettura (incluso titolo ed occhiello).

lunedì 16 marzo 2015

«Nozze gay diritto umano», Giovanni Maria Del Re, 13 marzo 2015, avvenire.it




È stata approvato ieri a larghissima maggioranza, con 390 sì, 151 no e 97 astensioni, durante la plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo il “Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia” preparato dall’eurodeputato del Pd Antonio Panzeri, incluse le sue parti relative all’aborto e alle unioni omosessuali che avevano suscitato le dure proteste del network del movimento della vita. Il rapporto – che peraltro ha parti molto positive, con la dura condanna della persecuzioni delle minoranze religiose e in particolare di quelle cristiane nel Medio Oriente – è stato approvato completo del paragrafo 136, che invano i Popolari avevano cercato di stralciare. Un paragrafo in cui si parla esplicitamente del «diritto all’aborto», diritto che peraltro non è contemplato in alcuna Carta o convenzione internazionale, né europea né Onu. 


Non basta, il rapporto – destinato a occuparsi della situazione dei diritti umani fuori dall’Ue – contiene anche un altro paragrafo, il 162, nel quale si «incoraggiano le istituzioni Ue e gli Stati membri a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento dei matrimoni omosessuali e delle unioni dello stesso sesso come questione politica, sociale e di diritti umani e civili». Materie, quelle dell’aborto e del diritto di famiglia, che in realtà è di stretta competenza degli stati nazionali, come ha rilevato l’eurodeputato del Pd di area cattolica Luigi Morgano: «Ancora una volta, ideologicamente – ha tuonato – si è voluto utilizzare questo importante appuntamento annuale, che peraltro contiene una serie di punti positivi, per “forzare” i Trattati e suggerire, o meglio affermare, a livello europeo l’aborto come diritto umano, nonostante il principio di sussidiarietà stabilisca che più materie, come il diritto di famiglia, siano di competenza nazionale». L’area cattolica del Pd ha votato contro questi due paragrafi, tuttavia alla fine, sull’intero rapporto gli unici a votare contro sono stati lo stesso Morgano e Damiano Zoffoli, per il resto il Pd ha votato sì.

Per parte loro i Popolari hanno ottenuto almeno una piccola vittoria simbolica: e cioè la soppressione di un altro paragrafo (con il pieno sostegno del gruppo dei Socialisti e democratici), in cui si esprimeva una netta condanna per il referendum svoltosi in Croazia, che limita l’istituto del matrimonio alla sola unione di uomo e donna, così come a analoga consultazione (però fallita) in Slovacchia. A fare fuoco e fiamme sono stati eurodeputati croati di vari schieramenti, non solo popolari, che sono riusciti a ottenere così anche il sostegno del gruppo dei Socialisti e democratici. L’emendamento è infatti passato con 388 sì e 229 no. 

Come da indicazione data prima del voto, comunque, visto che non è passato l’emendamento che avrebbe cassato il riferimento al diritto all’aborto, i popolari hanno votato compatti «no» all’intero rapporto Panzeri. Nessun sì, questa volta, le uniche “defezioni” sono state le astensioni di Barbara Matera (Forza Italia) e dell’altoatesino Herbert Dorfmann (Südtiroler Volkspartei). 

Val la pena ricordare, comunque, che il rapporto votato ieri, al pari di quello di Marc Tarabella (con analogo riferimento al “diritto all’aborto”) votato in aula martedì, sono testi che non hanno alcun valore giuridico, vincolante. Le indicazioni e le “raccomandazioni” agli Stati sono puri inviti che i paesi non sono in alcun modo tenuti a seguire. Né questi testi spianano la strada a direttive o regolamenti Ue.
© riproduzione riservata

L’Ue approva il “rapporto Tarabella”: «Ora che l’aborto è un diritto, è a rischio l’obiezione di coscienza», Marzo 12, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/

Manifestazione donne No-Tav a Torino
E oggi sarà votato il “rapporto Panzeri” per annoverare il matrimonio omosessuale tra i nuovi diritti. Intervista a Tommaso Scandroglio, docente di etica e bioetica a Roma
Manifestazione donne No-Tav a TorinoLe donne avranno «il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto». Così il Parlamento europeo ha fatto martedì dell’aborto un «diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo». Senza dimenticare che oggi sarà votato anche il “rapporto Panzeri” per annoverare anche il matrimonio omosessuale tra i nuovi diritti*, Tommaso Scandroglio, docente di etica e bioetica all’Università Europea di Roma, spiega a tempi.it le conseguenze dell’approvazione del “Rapporto sull’eguaglianza tra donne e uomini nell’Ue-2013”, noto anche come “rapporto Tarabella”, dal cognome dell’eurodeputato belga che lo ha presentato. 
Cosa succederà ora che il parlamento europeo ha votato una risoluzione in cui l’aborto è considerato un diritto?
Che il Parlamento europeo dovrà dotarsi degli strumenti per rendere effettivi i contenuti del rapporto, spingendo se stesso a legiferare o ad adottare un altro strumento normativo per intervenire concretamente in materia.
Cosa accadrà in Italia e negli altri Stati europei?
L’ala contraria all’approvazione del “rapporto Tarabella” è riuscita a far passare un emendamento che ribadisce le ragioni per cui il provvedimento precedente e simile, il “rapporto Estrela”, venne bocciato: in materie legate alla vita, al matrimonio e alla famiglia in generale, la competenza legislativa è solo degli Stati. Anche se resta preoccupante il fatto che l’Europa sia in possesso di uno strumento legislativo e amministrativo con cui può fare pressione in questo senso sugli Stati.
Cosa intende?
Al di là di quello che succederà, normativamente parlando, è la prima volta che l’aborto in Europa viene definito formalmente e in modo così esplicito come un diritto. Così come scrive anche il “Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia”, che proposto dall’eurodeputato italiano Pier Antonio Panzeri sarà votato oggi. Quarant’anni fa l’aborto era un reato, poi, nella coscienza collettiva, venne tollerato come una condotta illecita ma che non doveva essere sanzionato. Si è poi passati alla totale indifferenza, per cui non veniva neppure percepito come un male. Finché ieri è diventato un diritto.
Cosa accadrà all’obiezione di coscienza?
La nostra legislazione abortista parla del dovere di fornire l’aborto a chi lo richieda, di fatto sancendo un diritto ma prevedendo anche l’obiezione di coscienza. Dunque, se l’aborto diventa un diritto, dal punto di vista giuridico, non dovrebbe cambiare nulla, ma politicamente parlando le conseguenze sono enormi. Se poi, come si legge anche nel rapporto Panzeri, l’aborto diventasse addirittura un diritto fondamentale, l’obiezione di coscienza non sarebbe più ammissibile. Mi spiego con un esempio: il diritto alla vita è un diritto fondamentale, motivo per cui in caso di pericolo della stessa un medico ha il dovere di intervenire per tutelarla. E mai ci si potrebbe astenere dal compimento di questo dovere eccependo l’obiezione di coscienza. Per l’aborto accadrebbe lo stesso: se fosse considerato un diritto fondamentale dovrebbe essere garantito sempre, senza eccezioni.
Cosa aggiunge “il rapporto Panzeri” a quello appena approvato?
Nel “rapporto Panzeri” l’aborto, oltre ad essere presentato come diritto fondamentale, viene chiamato in causa come panacea di tutti i mali, persino del «femminicidio». Inoltre, si parla del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso e delle unioni civili addirittura come di diritti «umani». Il rapporto, poi, tira la giacchetta alla Croazia per aver approvato il divieto costituzionale al matrimonio omosessuale, così come alla Slovacchia che ha provato a fare lo stesso e alla Macedonia dove è in itinere un disegno di legge simile. Si dice che un tale divieto sia discriminatorio e offensivo nei confronti delle persone con tendenze omosessuali. Un giudizio molto grave, che, sul piano giuridico, travalica la competenza degli Stati.
Nel giro di poco più di un anno si è passati dalla bocciatura del “rapporto Estrela” all’approvazione del Tarabella con ben 441 favorevoli, 205 contrari e 52 astenuti.
Non solo, l’Italia ha fatto l’en plein con il 77 per cento degli eurodeputati favorevoli che hanno superato la media europea (63 per cento). In totale, su 73 italiani, i favorevoli sono stai 54, i contrari 13, gli astenuti 3 e sempre 3 i non votanti. Persino i cattolici del Pd hanno votato a favore della risoluzione nel suo insieme mentre ad astenersi sono stati solo Morgano e Zoffoli. Ma anche il Ppe si è spaccato malgrado l’indicazione contraria.
Com’è potuto passare un rapporto che va contro le stesse norme europee sulle materie di competenza legislativa dell’Ue?
La logica purtroppo si ferma dove comincia l’ideologia. Hanno capito che basta insistere. Poco importa se il Rapporto Estrela fu bocciato, chi porta avanti queste battaglie non si demoralizza, ma alza l’asticella, sapendo che prima o poi vincerà: prima fanno pressing, poi cambiano il linguaggio, poi introducono piccoli provvedimenti. Così, un passo alla volta, si sono presi tutto il terreno. Fino a procedere a una velocità che è sotto gli occhi di tutti. 
@frigeriobenedet
* Aggiornamento: L’Europarlamento ha votato a favore del riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone dello stesso sesso considerandolo come un diritto umano.  L’Unione europea – si legge in una relazione approvata con oltre 390 voti a favore, 151 no e 97 astensioni – incoraggia le istituzioni e i governi a contribuire ulteriormente alla riflessione su questo tema.

lunedì 9 febbraio 2015

E' persino troppo banale smentire l'ideologia gender di Rino Cammilleri, 09-02-2015, http://www.lanuovabq.it/

Il Paradosso Norvegese
Le cose sono andate suppergiù così. C’è uno che vive nel Paese più avanzato del mondo e da poco una nuova scoperta sta invadendo i media e le scuole: la terra è piatta. Il tizio allora si mette in viaggio verso Ovest, per vedere quand’è che cadrà di sotto. Invece, viaggia che ti viaggia, si ritrova al punto di partenza. Così, pensa: ma come, qui ci insegnano la gran novità della terra piatta, e che l’idea che sia tonda, come si è sempre creduto fin dai tempi di Eratostene, ci viene in realtà inculcata fin dall’infanzia; ma allora com’è che viaggiando sempre a Ovest sono arrivato a Est?

Ebbene, una cosa del genere è accaduta in Norvegia, il posto in cui la parità tra i sessi è massima. Il comico Harald Meldal Eia, star televisiva locale, si è incuriosito quando ha visto le statistiche nazionali, secondo le quali il 90% degli infermieri è femmina, mentre il 90% degli ingegneri è maschio. Secondo l’ideologia gender le cifre dovrebbero essere fifty-fifty in ogni mestiere. Invece, proprio dove l’accesso alle professioni è più libero e uno può scegliere quella che vuole, le femmine si indirizzano verso lavori classicamente femminili e i maschi verso lavori classicamente maschili. Avendone le possibilità, Harald ha confezionato un documentario intitolato (traduco): «Lavaggio del cervello. Il paradosso dell’eguaglianza di genere». Se avete quaranta minuti, guardatelo su YouTube sottotitolato in italiano (qui). Io l’ho trovato in un articolo di Federici Cenci su Zenit.org.

Harald, con la faccia di Bertoldo ma in assoluta buona fede, è andato a chiedere lumi alla ricercatrice Cathrine Egeland, esperta di temi di lavoro, e a Jorgen Lorentzen del Centro di Ricerca Interdisciplinare sul Genere dell’università di Oslo. I due hanno risposto unanimi che gli studi sulla diversità biologica tra maschio e femmina sono da ritenersi superati e che, in realtà, lo «stereotipo» viene inculcato alle creature per via culturale. Stesso discorso una ex ministro per le pari opportunità. Harald, perplesso, intervista i suoi bambini, due femmine e un maschio, e quelli rispondono che loro sono nati così. Per riprova li porta in un negozio di giocattoli e chiede al bimbo perché la bambola non gli piace. Quello replica che lui non è mica una femminuccia. Sarà, pensa Harald, però gli esperti dicono che sono stato io a mettervelo in testa, anche se a me non risulta.

Poiché ad Harald la tivù paga le inchieste, prende l’aereo e va a San Francisco e poi a Cambridge, dove interroga i massimi esperti mondiali di biologia umana. Di più: gli fa vedere il video delle interviste che ha fatto agli esperti norvegesi di gender. Visti e ascoltati i video, a san Francisco e a Cambridge restano allibiti. Gli fanno vedere gli studi «superati» e gli dicono che in verità sono i più recenti e accreditati. Dai quali risulta che un neonato di un giorno (avete letto bene: un giorno) è attratto dai giocattoli maschili, mentre una neonata della stessa età è attratta dalle facce delle persone. Gli mostrano bambini di nove mesi lasciati liberi di gattonare tra i giochi: stesso risultato. Harald fa perfidamente notare agli spettatori che dal Trinity College di Cambridge (dove è andato) sono usciti ben 32 premi Nobel. Poi torna in Norvegia e mostra agli esperti di prima i risultati della sua inchiesta. Questi, ovviamente, se ne fanno un baffo e rispondono con slogan. Anzi, si chiedono stizziti perché mai ci sia gente che insiste con la biologia, disciplina che è «superato» ritenere che abbia qualcosa a che fare con le differenze tra maschi e femmine. Harald saluta e se ne va.

Però manda in onda il documentario sulla tivù nazionale. La quale è vista in tutta la Scandinavia. Ne è nato un dibattito che è durato mesi ed è finito così: nel 2011 i governi locali hanno sospeso i finanziamenti al Nordic Gender Institute, punta di lancia dell’ideologia omonima. Ma, come sappiamo, i sostenitori della terra piatta hanno soldi e appoggi internazionali potenti. La novità perciò verrà diffusa nelle scuole e sarà messo in galera chi oserà affermare che la terra è tonda. Personalmente, mi preoccuperei più per la seconda minaccia. Infatti, i pargoli, pur indottrinati, che la terra è sferica prima o poi lo scopriranno da soli. 

mercoledì 4 febbraio 2015

La Gran Bretagna e la chimera di produrre bambini con tre genitori genetici (ormai si può arrivare fino a sei) febbraio 4, 2015 Redazione, http://www.tempi.it/

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Gran Bretagna, embrioni con tre genitori.
Con 382 voti favorevoli e 128 contrari la Camera dei Comuni ha detto sì alla tecnica che permette la creazione di embrioni con tre genitori. L’intento, come al solito, è presentato sotto le migliori intenzioni. Sfruttando il dna di tre genitori genetici, si dice, si permetterà a donne portatrici di malattie mitocondriali gravi di avere bambini senza trasmettere le loro patologie. Portata avanti dai ricercatori dell’università di Newcastle, la tecnica è stata presentata come la soluzione per quelle «donne che vivono nella paura di tramandare ai propri figli una condizione dolorosa», come ha detto obert Meadowcroft, ad della Muscular Dystrophy Campaing.

SI INSEGUE UNA CHIMERA. Ma non tutti sono convinti, anzi. Contrari al “bebè su misura” si sono dichiarate la Chiesa cattolica e quella anglicana, ma anche associazioni come Human Genetics Alert e numerosi scienziati ed esperti di bioetica. Tempi.it ne aveva parlato a suo tempo con Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico: «I giornali inglesi – ci aveva detto, quando ancora infuriava il dibattito – ne hanno parlato come di un semplice scambio di mitocondri, mentre si tratta di un progetto fantascientifico eugenetico di cui poco si sa e che si prefigge la creazione di esseri umani con due mamme e un papà, manipolando il corredo genetico degli embrioni». «Il tentativo – aveva osservato Quintavalle – è quello di prendere un ovocita per cambiargli parte del corredo genetico inserendone un altro sano proveniente da una donatrice e poi di fecondare questo ibrido con lo spermatozoo del marito, compagno o donatore che sia. Oppure di prendere un embrione con un corredo genetico che si suppone malato per togliergli il nucleo sano e impiantarlo in un altro embrione. Se sono fattibili queste cose? Non si sa. Quel che è certo è che si manipoleranno tanti esseri umani. L’esito può essere nullo oppure mostruoso».
Si approva una procedura di cui non si conoscono le conseguenze, «perché tanto, poi, esiste l’aborto. Stiamo facendo una strage e seminando sempre più morte». E la felicità dei genitori? «È l’imprevedibile a farci contenti o i nostri progetti asfissianti e ristretti? Ribadisco: manipolando la realtà ci scaviamo la fossa da soli. Quello che sta accadendo è l’esito spaventoso di una chimera».

FINO A SEI GENITORI. Eugenia Roccella, parlamentare di Area Popolare e da sempre attenta osservatrice su tali questioni, ieri ha diramato un comunicato in cui ricorda che già «quindici anni fa l’autorità regolatoria americana, la FDA, bloccò procedure analoghe per l’elevato grado di malformazioni che producevano. Oggi si propongono procedure un po’ diverse per ottenere lo stesso risultato, con la giustificazione di evitare malattie ereditarie trasmesse dai mitocondri. Ma non si tratta di una terapia, bensì di una pesante e invasiva manipolazione genetica. È la stessa comunità scientifica ad avanzare dubbi su una tecnica ancora altamente sperimentale, quando l’obiettivo (l’esclusione di alcune patologie) si può ottenere attraverso strade più sicure. La verità è che si attuano esperimenti sempre più azzardati sulla qualità dell’umano e sulla procreazione, senza applicare il più elementare principio di precauzione. Ormai si possono avere fino a 6 genitori, tra compravendita di ovociti, uteri in affitto, e manipolazioni genetiche varie; in questa confusione le relazioni di maternità e paternità perdono ogni significato».

Fecondazione artificiale – Venditori di gameti non più anonimi in Germania, 3 febbraio 2015, http://www.notizieprovita.it/

fecondazione-artificiale_Science_mitocondriI paesi dove la fecondazione artificiale eterologa è praticata da anni, uno dopo l’altro, stanno via via eliminando il diritto all’anonimato dei venditori di gameti.

Ora è la volta della Germania.

La Corte Suprema tedesca ha depositato una sentenza in cui ha stabilito che i bambini di tutte le età possono chiedere l’identità del loro padre biologico. La richiesta può essere presentata dai genitori legali.

L’unica condizione è che questi (di solito la madre) siano in grado di dimostrare che è il bambino che vuole sapere l’identità del padre biologico.

In sostanza il diritto dei bambini di conoscere l’identità dei genitori normalmente supera diritto alla privacy dei venditori di gameti.

La decisione della Corte Suprema è giunta a seguito del caso di merito di due sorelle (12 e 17 anni) a cui era stato negato l’accesso all’identità del padre, venditore di sperma. I loro genitori legali avevano rinunciato a conoscere il venditore al momento del concepimento.

Dal 1970, si stima che almeno 100.000 bambini siano nati da fecondazione eterologa, a seguito di compravendita di sperma in Germania.

Fonte: Bio Edge

Nuove famiglie numerose: un figlio, tre genitori di Tommaso Scandroglio, 04-02-2015, http://www.lanuovabq.it/


Nuova famiglia numerosaNon è più vero che di mamma ce n’è una sola. Lo ha detto la scienza e pure il Parlamento inglese. Ieri la Camera dei Comuni, con 382 voti a favore e 128 contrari, ha approvato una legge, la Human Fertilisation and Embryology Act, che dà il via libera ad una tecnica che prevede la creazione di embrioni con patrimonio genetico di tre genitori. Probabile l’ok da parte della Camera dei Lord. 

La tecnica consiste in questo. Si prende uno zigote – la prima cellula di un nuovo essere umano nata dall’incontro tra ovocita femminile e spermatozoo maschile – si preleva il nucleo e lo si inserisce in un altro zigote a cui è stato tolto il suo nucleo. Questo nuovo zigote avrà quindi patrimonio genetico di un uomo e una donna presente nel nucleo, e una minima parte (tra lo 0,2 e lo 0,5%) di patrimonio genetico presente nei mitocondri dell’ovocita, patrimonio che quindi apparterrà ad un’altra donna. Risultato: il bimbo ha tre genitori biologici. Due mamme e un papà. Tra parentesi: il lettore attento si sarà accorto che per avere questo terzo embrione si sono dovuti sacrificare altri due embrioni. Prendi uno, paghi due.

Ovviamente come sempre accade in questi casi il gioco di prestigio genetico lo si è fatto a fin di bene. Quella madre che avrà dei difetti presenti nei suoi mitocondri, e non vorrà avere un figlio con un Dna tarato, potrà d’ora in poi chiedere che questi vengano sostituiti da quelli di un’altra donna. Insomma si donano gli ovociti e gli spermatozoi, ora non facciamo tanto gli schizzinosi sui mitocondri. Poco importa che poi la Food and Drug Administration ci abbia informato che negli Usa sono già nati 23 bambini con queste tecniche e tutti e 23 avevano delle malformazioni. La scienza, si sa, procede per tentativi (spesso letali). E meno male che Jane Ellison, ministro della Salute, ha dichiarato che questo voto rappresenta “la luce in fondo al tunnel”.

Forse gli inglesi hanno pensato che a fronte di tanti divorzi che fanno crescere i figli con un solo genitore bisognava inventarsi qualcosa per aver più genitori per uno stesso figlio. Una sorta di compensazione biologica tanto per stare nella media “un figlio /due genitori”.

Siamo arrivati alla multigenitorialità biologica perché prima ci siamo abituati a quella sociale. I bizzarri giochi in provetta da tempo hanno già regalato al mondo figli con più genitori. Pensiamo all’eterologa dove un bebè può avere quattro genitori: due biologici, che hanno donato il seme, e due “di fatto”. Poniamo mente poi alla variante “utero in affitto”: il piccolo può essere concepito da un uomo e una donna, portato in grembo da un seconda “mamma” ed infine allevato da una coppia che geneticamente non ha nulla a che vedere con il pargolo. Una famiglia con cinque genitori, un po’ virtuali e un po’ veri. Il caso delle due mamme è poi già consuetudine. Parliamo delle coppie lesbiche che hanno un figlio con l’eterologa

Quindi l’idea che ci possono essere più genitori per lo stesso bambino è già di dominio pubblico ed ha preparato la strada per accettare l’idea che la poligenitorialità non sia soltanto “sociale”, ma anche biologica. 

La vicenda d’oltremanica poi mette a fuoco quale sia l’involuzione del significato di famiglia. La genitorialità non è più un valore ma un fatto. Un fatto organico. Il bambino è solo il prodotto di sostanze organiche che si incontrano. Quindi perché scandalizzarsi se nel frullatore procreativo ci metto pezzi di Dna provenienti da due o tre persone e poi lo faccio girare al massimo della velocità? Il sincretismo e l’ecclettismo genetico anzi, nella prospettiva spensierata di qualcuno, potrebbe essere addirittura un valore. Il bimbo patchwork, o il bimbo multimarca potrebbe essere il risultato creativo della combinazione del meglio che c’è in giro. 

D’altronde il figlio come “cosa” è concetto vecchio di quasi 40 anni. Da quando nel 1978 nacque la prima bambina, Louise Brown, prodotta appunto in provetta. Da allora via libera ai concepimenti post-mortem, dove il bimbo nasce e il padre è già defunto da qualche annetto; agli embrioni cibridi, esseri un po’ umani e un po’ bovini; alla clonazione tipo Andy Warhol, perché la serialità è un valore non solo nell’arte. 

Il figlio viene considerato oggetto assemblato con più parti perché è stato reciso il legame con i genitori con la pratica dell’aborto. Tale pratica non ha ucciso solo il nascituro, ma anche la maternità e la paternità, perché laddove non c’è il figlio non c’è nemmeno una mamma e un papà. Buttata quindi nel fosso la genitorialità così come ci è stata consegnata da madre natura, ce la possiamo reinventare come vogliamo. Eliminato il legame naturale con mamma e papà, posso moltiplicare questo legame per tre, per quattro e così via. Oppure posso ridurlo al minimo sindacale. Infatti si sta già studiando l’ipotesi di concepire un figlio con due gameti provenienti dalla medesima persona, che sarà madre e padre in un colpo solo. 

Nel caso inglese, l’identità del figlio – che si costruisce con il rapporto dualistico con mamma e papà -  viene così triplicata, e dunque frammentata. Ma anche l’identità di questi genitori in cooperativa si frammenta, anzi si diluisce proporzionalmente al numero di madri e padri in gioco. I ruoli ovviamente saltano perché nessuno più ha l’esclusiva del nome “mamma” o “papà”, termini ormai in multiproprietà. Oppure i ruoli si sovrappongono: la cronaca ci racconta di madri che hanno prestato l’utero alla figlia per far venire al mondo il loro nipote. Nonne-mamme.

Una moltiplicazione di genitori che appare infine surreale: sempre meno figli, sempre più genitori. L’inverno demografico viene spazzato via da un’estate genitoriale rigogliosa, ma disperante.