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lunedì 3 marzo 2014

Presentati i nuovi dati sui metodi naturali come rimedio all’infertilità: hanno successo nel 71 per cento dei casi marzo 2, 2014 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


bambini_provetta
I metodi naturali dimostrano un’efficacia crescente nella risoluzione delle patologie dell’infertilità. Al contrario avviene per le tecniche di fecondazione in vitro che hanno un’efficacia minore, non curano le malattie e prevedono percorsi invasivi, frustranti e costosi. 

A dirlo sono i risultati di un protocollo presentato dalla dottoressa Elena Giacchi, ginecologa del centro studi e ricerche per la regolamentazione naturale della fertilità dell’Università Cattolica. I dati sono stati presentati durante il convegno “La ricerca della gravidanza nell’infertilità di coppia” (28 febbraio – 1 marzo, Roma).

I NUMERI. «Su una casistica di 297 coppie che hanno seguito i metodi naturali, il 71 per cento è riuscita a concepire un bambino», spiega a tempi.it la dottoressa Giacchi, ricordando che questi sono gli studi preliminari e che il campione sarà triplicato. Evidente la differenza di successo fra natura e provetta: secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, fra 2005 e 2011, la percentuale delle gravidanze con tecniche Icsi e Fivet era di circa il 20 per cento rispetto ai cicli iniziati, che aumenta o diminuisce a seconda dell’età: nel 2009 per le donne tra i 30 e 35 anni era circa del 25 per cento e per quelle tra i 40-42 anni del 14,5.


CURARE LE CAUSE. «Dalle analisi – prosegue Giacchi - emerge anche l’efficacia dei metodi naturali nel rintracciare le cause dell’infertilità. Attraverso il metodo sintotermico Roetzer si è scoperto che il 19 per cento delle coppie che lo ha utilizzato soffriva di una patologia. Di quelle che hanno seguito il Camen ad avere una patologia era il 12 per cento delle coppie, mentre con il Billing, che possiede la casistica più grande, si sale al 40».
ecografiaUna scoperta importante, perché permette a chi ha una patologia di curarla, «cosa che non accade durante i percorsi di fecondazione artificiale, che anzi cercano di aggirare il problema con metodi invasivi, innaturali e violenti». Anche i costi sono diversi: un solo ciclo di fecondazione assistita costa circa 3.750 euro più 1.000 euro di medicazioni, con cifre che poi si moltiplicano a seconda del numero di tentativi. Senza contare gli altri migliaia di euro necessari al congelamento e al trasferimento degli embrioni. Medua Boioni Dedé, vice presidente della Confederazione italiana centri Rnf, spiega che «per seguire i nostri corsi non si paga: ad affiancare le coppie sono esperti che operano gratuitamente. Se ci sono costi, sono solo legati ai normali esami ospedalieri nel caso di sospetto di patologie».

LA NATURA È POTENTE. Eppure questo percorso non è pubblicizzato, spesso viene immaginato come inefficace perché naturale: «Abbiamo un’idea sbagliata della natura, che invece è potente e che occorre conoscere e seguire nella sua intelligenza. Per questo, anche se quella dei metodi naturali non è una tecnica né un approccio medico, ha esiti migliori». Inoltre, «accogliendo la persona e facendo un percorso con la coppia si riescono a sciogliere molti nodi. Spesso, volere a tutti costo un figlio che non arriva, fa spostare l’attenzione dall’amore fra uomo e donna alla gravidanza, causando un’ansia da prestazione di cui ne risentirà sia il rapporto sia il corpo, rendendo il concepimento difficile. Quando, invece, le persone sono aiutate a capire che solo curando la coppia si creano le condizioni più adatte per generare, imparano anche per il futuro che cosa significhi essere genitori: i figli hanno bisogno innanzitutto una madre e un padre che si amano». «Chi segue questi metodi non vuole un figlio a tutti i costi, infatti sta già accettando la possibilità di un limite naturale. Anzi, seguire i nostri corsi aiuta a comprendere la realtà e l’importanza di rispettarla per vivere serenamente. Forzandola, come nei processi di fecondazione artificiale, non si fa che soffrire e generare sofferenza». E il 30 per cento di ocppie che non riesce a concepire? «Per generare non occorre concepire: l’amore fra uomo e donna può far crescere un altro tipo di consapevolezza. Che poi può sfociare nell’accoglienza dell’adozione».

@frigeriobenedet

sabato 17 agosto 2013

Tutto quello che non si dice sulla procreazione assistita - 17 agosto, 2013 - http://www.uccronline.it/

Fecondazione in vitro

In Italia purtroppo è permessa la fecondazione assistita, tramite la Legge 40, quando il seme e l’ovulo utilizzati nella fecondazione assistita appartengono alla coppia di genitori del nascituro. E’ invece vietata la fecondazione eterologa, cioè quando essi (o uno di essi) provengono da un soggetto esterno alla coppia e questo produce malumori in area femminista e Radicale (hanno recentemente perso una causa contro Carlo Giovanardi).

Un recente ricorso alla Consulta da parte di un giudice di Firenze è stato motivato sulla base di una presunta incostituzionalità del divieto di eterologa contenuto nella legge 40. Ma Paolo Maddalena, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha replicato : «A mio parere è vero il contrario, ossia che l’eterologa viola la razionalità giuridica presente in tutto l’ordinamento». Ha quindi spiegato: «L’unica volta in cui la Costituzione fa riferimento al concetto di “natura” è nell’articolo 29 a proposito del matrimonio, definito appunto società naturale. Dobbiamo ricordare che quando parliamo di questi argomenti c’è un riferimento da cui non possiamo prescindere che riguarda la famiglia, dove i genitori sono appunto coloro che hanno generato i figli. Nell’eterologa questi concetti vengono alterati e ciò produce disuguaglianze perché il riconoscimento della famiglia come società naturale si applicherebbe solo in alcuni casi».

Oltre a questo, comunque, davvero non si riesce a capire l’attenzione spasmodica verso la fecondazione artificiale. Non solo l’infertilità si può prevenire, non solo l’infertilità si può curare, non solo la Fivet ha un basso tasso di successo, ma procura frequentemente danni pesanti al futuro bambino e alla madre, oltre ad uccidere (scartare) dieci embrioni umani per uno che viene impiantato.

L’infertilità si previene. Ormai è un dato certo, esistono opuscoli e documenti molto approfonditi per informarsi, segnaliamo in ogni caso il sito web www.informalatuafertilità.it per tutte le informazioni necessarie.

L’infertilità si cura. Questo argomento è completamente tabù perché mina al grande “business della provetta” (nelle strutture private i costi per la fecondazione vanno dalle 3000 alle 4000€). Eppure esistono due alternative alla Fivet: per il primo basta recarsi al Policlino Gemelli di Roma, precisamente all’Istituto scientifico internazionale Paolo VI di ricerca sulla fertilità e infertilità (ISI), guidato dal dott. Riccardo Marana. Ogni anno ci sono 500 nuove coppie che si fanno avanti, 1.200 quelle seguite in totale e il numero di gravidanze note ottenute è di oltre 700.

Il secondo metodo è la Naprotecnologia (“Natural Procreative Technology”) che si basa sul modello Creighton per valutare la diagnosi delle cause della infertilità, poi a seconda del verdetto saranno scelte cure farmacologiche o chirurgiche. Nonostante tutto questo le coppie con problemi di sterilità vengono comunque spinte a bypassare il problema ricorrendo alla provetta.

La Fivet ha un basso tasso di successo. Come ha spiegato Eleonora Porcu, responsabile del Centro di infertilità e fecondazione assistita dell’ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna, «con la procreazione assistita nelle trentenni la percentuale di gravidanza è del 60%, nelle over 40 si passa al 20% e in quelle di 45 si scende al 5%». E le percentuali diminuiscono ancora di più se si considerano i dati dei “bambini in braccio”, cioè realmente nati. Ma alle coppie non viene quasi mai ricordata la percentuale negativa rispetto a quella positiva. Proporre la fecondazione «in modo automatico nella maggior parte dei casi di sterilità, ma soprattutto senza un’indagine approfondita, è segno di un atteggiamento generale che è quello di sostituire i percorsi naturali con quelli di laboratorio», ha commentato la dott.ssa Porcu.

La Fivet procura danni al bambino e alla madre. Di questo ci siamo occupati tante volte su questo sito web, numerosi i nostri articoli sugli studi più recenti. Anche oggi vogliamo segnalarvi quelli usciti in questi ultimi due mesi: sull’“International Journal of Obstetrics and Gynaecology” una ricerca ha mostrato che le donne che concepiscono attraverso la riproduzione assistita hanno più probabilità di subire un forte impatto traumatico per un aborto spontaneo. Su “Acta Paediatrica “ si è osservato che i bambini nati tramite fecondazione assistita hanno un maggior rischio di nascere prematuri, con anomalie congenite e mortalità perinatale. Il 2 luglio 2013 sul “Journal of American Medical Association” un altro studio ha rilevato che i trattamenti di fecondazione in vitro (nei casi di infertilità maschile) sono associati ad un aumentato rischio di ritardo mentale e autismo nei bambini sono associati. Ogni mese escono studi simili, completamente ignorati dai media.

Tornando alle parole del giurista Paolo Maddalena, egli ha anche smentito in modo ragionevole l’indebita pressione esercitata verso la politica italiana, con la richiesta di adeguarsi ai Paesi che hanno liberalizzato completamente la procreazione assistita: «Sinceramente, in questo periodo di crisi non solo economica ma anche valoriale e culturale, non sarei così certo che ciò che fanno gli altri Paesi europei su queste materie sia sempre la cosa giusta. Sarebbe più saggio, invece, pensare a cosa sono i diritti umani, fondati sul diritto naturale. Orazio afferma “vi è una misura nelle cose: alla fine vi sono dei confini certi rispetto ai quali ciò che è retto non può stare da una parte e dall’altra”».

La redazione

lunedì 22 luglio 2013

Fecondazione assistita? La “napro” è più efficace ed è “cattolicamente corretta”. Infatti nessuno ne parla luglio 21, 2013 Rodolfo Casadei - http://www.tempi.it

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Ha un tasso di riuscita che è il doppio di quello della fecondazione assistita, per percentuali di nascite da coppie che seguono i trattamenti, e costa undici volte di meno, ma è praticata da pochi medici in tutto il mondo, boicottata dalla lobby della provetta e ignorata dai sistemi sanitari nazionali. La naprotecnologia è nata negli Stati Uniti e da qualche anno è approdata in Europa, ma continua a scontare il pregiudizio che la considera un approccio confessionale alla medicina, condizionato dai dogmi religiosi. Niente di più lontano dalla realtà. Se è vero che le pratiche della naprotecnologia si conformano rigorosamente alla bioetica cattolica, è altrettanto dimostrato che il suo approccio al problema della sterilità è scientificamente e clinicamente più rigoroso di quello praticato nell’ambito della fecondazione assistita. E per questo alla fine è anche più efficace: lo dicono le statistiche.
«La differenza fra naprotecnologia e fecondazione in vitro consiste nel fatto che nella prima la questione fondamentale è la diagnosi delle cause dell’infertilità, si cerca una spiegazione medica del perché una coppia non riesce a procreare, quindi si cerca di eliminare il problema e “aggiustare” il meccanismo naturale, ridandogli la sua armonia», spiega Phill Boyle, il ginecologo irlandese che tiene i corsi di formazione in naprotecnologia per medici di tutta Europa in una clinica di Galway. «Nel procedimento in vitro, invece, la diagnosi delle cause non ha importanza, i medici vogliono semplicemente “aggirare l’ostacolo”, eseguendo una fecondazione artificiale. In naprotecnologia, la cura risolve il problema della coppia, che poi può avere anche altri figli. Con il metodo in vitro, i coniugi comunque non guariscono e continuano ad essere una coppia sterile, e per avere più bambini si devono sempre affidare a un laboratorio». «La naprotecnologia è la vera fecondazione assistita», ironizza Raffaella Pingitore, la ginecologa chirurga più esperta nel metodo dell’area di lingua italiana, attiva presso la clinica Moncucco di Lugano. «Nel senso che assistiamo il concepimento dall’inizio alla fine, cioè dalla fase di individuazione dei marcatori di fecondità nella donna fino agli interventi farmacologici e/o chirurgici che si rendono necessari per permettere alla coppia di arrivare in modo naturale al concepimento».

Il nome deriva dall’inglese “natural procreation technology”, tecnologia della procreazione naturale. Più che una tecnologia è un insieme di tecniche diagnostiche e interventi medici che hanno per obiettivo l’individuazione della causa dell’infertilità e la sua puntuale rimozione. Si parte con le tabelle del modello Creighton, che descrivono lo stato dei biomarcatori della fecondità durante tutto il ciclo mestruale della donna, e che sono basate principalmente sull’osservazione dello stato del muco cervicale da parte della donna stessa. Il pilastro che regge tutta la naprotecnologia è la capacità di osservazione di sé della donna: ad essa viene formata nella parte iniziale del percorso. Le tabelle correttamente compilate, con lo stato del muco cervicale giorno per giorno e altri dati, sono la base di tutti i passi successivi. Da esse è già possibile diagnosticare carenze ormonali, insufficienze luteali e altri problemi trattabili con la somministrazione degli ormoni mancanti. Se l’infertilità persiste, si prosegue con l’esame dettagliato del livello degli ormoni nel sangue, l’ecografia dell’ovulazione e la laparoscopia avanzata. Possono allora rendersi necessari interventi di microchirurgia delle tube o di laparoscopia avanzata per rimuovere le parti danneggiate dall’endometriosi. Il risultato finale è una percentuale di nati vivi fra il 50 e il 60 per cento del totale delle coppie che eseguono i trattamenti per un massimo di due anni (ma la maggior parte concepisce nel primo anno), contro una media del 20-30 per cento fra chi ricorre ai cicli della fecondazione in vitro (generalmente sei cicli).
napro-fecondazione-assistita-raffronto-tassi-successo

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La sciatteria dei medici
«Una delle cose che mi scandalizza di più è la diffusa negligenza nelle diagnosi delle cause dell’infertilità», spiega Raffaella Pingitore. «Oggi dopo pochi esami di prammatica la donna viene invitata a rivolgersi ai centri per la fecondazione assistita. Siamo arrivati al punto che qualche anno fa la Società americana di medicina riproduttiva ha dichiarato l’insufficienza luteale come non esistente, perché non poteva essere “scientificamente” diagnosticata. Noi siamo in grado di diagnosticarla perché coinvolgiamo la donna chiedendole di osservare e descrivere quotidianamente lo stato del muco cervicale, procedura che ci permette di diagnosticare l’insufficienza luteale. Questo per molti medici è impensabile: si limitano a un prelievo al 21esimo giorno del ciclo per misurare il livello del progesterone. Ma solo il 20 per cento delle pazienti ha un ciclo perfettamente regolare, perciò il dato del prelievo è quasi sempre diagnosticamente inutile».
«Negli Stati Uniti a Omaha, nel Nebraska, dal dottor Thomas Hilgers, il vero creatore della naprotecnologia, andavano donne alle quali l’endometriosi era stata esclusa dopo una laparoscopia. Ma rifacendone una più approfondita si scopriva che nel 90 per cento dei casi l’endometriosi c’era. A me è capitata spesso la stessa cosa. Una laparoscopia approfondita dovrebbe essere una pratica standard nello screening della sterilità, ma trattandosi di un intervento chirurgico l’ostilità è grande».

Che il ricorso indiscriminato alla fecondazione assistita vada di pari passo con la negligenza diagnostica lo si desume anche dall’alto numero di pazienti che ricorrono con successo alla naprotecnologia dopo fallimentari cicli di fecondazione in vitro. Il dottor Boyle afferma che negli ultimi sei anni nel gruppo delle sue pazienti sotto i 37 anni che avevano già provato due cicli di fecondazione assistita la percentuale di quelle che hanno concepito grazie al metodo di procreazione naturale è stata del 40 per cento. Raffaella Pingitore racconta la sua personale esperienza: «La paziente aveva 36 anni e desiderava una gravidanza da otto anni; aveva fatto in passato cinque cicli di fecondazione assistita senza successo. Le ho fatto registrare la tabella dei marcatori della fertilità e abbiamo notato che aveva una fase di muco fertile soddisfacente, ma dei livelli ormonali un po’ bassi, il che indica un’ovulazione un po’ difettosa. Aveva anche dei sintomi di endometriosi; ho eseguito una laparoscopia, ho trovato l’endometriosi e ho coagulato i focolai di endometriosi sull’utero, sulle ovaie e sulle tube. L’ho sottoposta a una terapia per mandarla sei mesi in menopausa, così da asciugare bene tutti i focolai di endometriosi eventualmente rimasti; dopo la terapia ho continuato con un farmaco, l’Antaxone, con la dieta e col sostegno della fase luteale con piccole iniezioni di gonadotropina. Questo ha portato all’innalzamento degli ormoni, e al quarto mese di trattamento si è raggiunto un muco molto buono. Al 17esimo giorno dopo l’ovulazione abbiamo eseguito il test di gravidanza, che è risultato positivo».

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Costi e benefici
Lo scrupolo del professionista eticamente motivato può molto più delle tecniche artificiali. Lo dimostra l’aneddoto della dottoressa Pingitore, lo dimostrano le statistiche del dottor Boyle. In Irlanda nel corso di quattro anni il ginecologo ha curato 1.072 coppie che cercavano quasi tutte un figlio da più di cinque anni. L’età media delle donne era di 36 anni, e quasi un terzo di esse aveva già tentato di avere un figlio con la fecondazione in vitro. Dopo sei mesi di cure naprotecnologiche, l’efficacia del metodo era del 15,9 per cento. Dopo un anno, del 35,5 per cento. Dopo un anno e mezzo, il 48,5 per cento delle pazienti era rimasto incinta. Se le cure duravano due anni, quasi il 65 per cento delle pazienti arrivava alla gravidanza.
Su una base di utenti molto più piccola la dottoressa Pingitore nel biennio 2009-2011 ha ottenuto una media del 47,3 per cento. Negli Stati Uniti (paese dove non vigono leggi che limitano il numero degli embrioni fecondati trasferibili nell’utero) i tassi di successo della fecondazione assistita dopo sei cicli sono i seguenti: 30-35 per cento per le donne sotto i 35 anni; 25 per cento per le donne fra i 35 e i 37 anni; 15-20 per cento per le donne fra i 38 e i 40 anni; 6-10 per cento per le donne sopra i 40 anni.

Poi c’è la questione niente affatto secondaria dei costi, anche se in Italia se ne discute poco perché, a parte il ticket, la spesa è a carico del sistema sanitario nazionale. In tempi di austerità e di effetti deleteri del debito pubblico, tuttavia, un occhio al rapporto spesa/efficacia dovrebbe valere anche da noi. Risulta dunque che, se raffrontiamo i costi di due anni di percorso naprotecnologico e quelli di sei cicli di fecondazione assistita, la seconda costa ben undici volte di più della prima. Un singolo ciclo di fecondazione in vitro costa circa 3.750 euro più 1.000 euro di medicazioni, dunque sei cicli costerebbero 28.500 euro a cui ne vanno aggiunti altri 800 per il congelamento e il mantenimento degli embrioni e 1.200 per il trasferimento, per un totale di 30.500. Invece, anche protraendo il percorso della naprotecnologia per due anni, i costi sono modesti: 300 euro per il corso di formazione nei metodi naturali, 800 per le consultazioni mediche e 1.500 per i medicamenti, per un totale di appena 2.600 euro. Probabilmente parlamenti e ministri della Sanità dei paesi europei non sono tanto sensibili sui temi bioetici, ma difficilmente potranno fingersi sordi davanti alle richieste di verificare il rapporto costi/benefici fra le due metodologie. «La naprotecnologia è destinata a diffondersi, non fosse altro che per un discorso legato ai costi, nei quali vanno calcolati anche gli effetti collaterali della pratica della fecondazione assistita: non dimentichiamo che i bambini che nascono con quella tecnica hanno più probabilità di malformazioni e problemi di salute di quelli che nascono in modo naturale», ricorda Raffaella Pingitore. «Prima, però, occorre sconfiggere la lobby della procreazione assistita. È una lobby miliardaria, che arricchisce centinaia di persone e che non si lascerà mettere i bastoni tra le ruote tanto facilmente».


martedì 15 gennaio 2013


Curare l’infertilità con la Naprotecnologia: testimonianze - http://www.uccronline.it/
14 gennaio, 2013
Famiglia

In un articolo, apparso su questo sito il 16 dicembre 2012  ho presentato la Naprotecnologia: un metodo naturale (nato negli Stati Uniti ad opera del prof. Thomas Hilgers e molto diffuso in Irlanda e Polonia) per combattere l’infertilità e permettere alle coppie di avere un bambino attraverso un trattamento che rispetta la dignità, e aiuta senza creare dolori e frustrazioni.

L’impossibilità di avere dei figli può infatti generare nella donna dei profondi turbamenti che a loro volta incidono sulla serenità matrimoniale. Per riprendere alcuni concetti, la Naprotecnologia è un metodo che osserva in modo attento e rigoroso i biomarcatori del ciclo mestruale (il muco cervicale e altre perdite); le osservazioni vengono riportate su una tabella (strutturata sulla base del modello Creighton) che servirà al medico naprotecnologo per diagnosticare le cause e indicare le cure specifiche per quel determinato caso. Quello su cui ora vorrei soffermarmi è l’importanza della Naprotecnologia non solo per risolvere i problemi di infertilità, ma per monitorare la salute della donna in generale. Il corretto andamento del ciclo è alla base del buon funzionamento di tutto l’organismo; l’individuazione di anomalie previene e individua disturbi di varia natura.

Grazie a questo metodo la donna apprende e comprende le dinamiche che avvengono dentro di lei: svolge un ruolo attivo. Cosa significa svolgere un ruolo attivo? Significa che la donna impara a leggere i biomarcatori del proprio ciclo. La paziente nella prima fase del trattamento è seguita da un istruttore che le spiega in pratica cosa deve osservare, come deve compilare la tabella e cosa significano le caratteristiche del muco cervicale delle altre perdite: ad esempio il colore, la densità, la quantità. Questo le permette di essere consapevole dei mutamenti del proprio ciclo, di identificare alcune anomalie e di aiutare il medico nella cura da seguire. Insisto su questo punto perché penso che forse sia sottovalutata la rilevanza anche psicologica di sapere cosa accade nel proprio corpo. Inoltre, a mio avviso, la donna in quanto parte “attiva”, non si sente abbandonata, affronta il percorso e le difficoltà con maggiore fiducia e serenità.

Infine, ma fondamentale, la Naprotecnologia, una volta individuata la causa della infertilità fornisce una cura definitiva al problema. La fecondazione in vitro, invece, non risolve gli impedimenti e  la donna  per ogni gravidanza dovrà ricorrere al trattamento con tutte le sue  incertezze e eventuali gravi conseguenze di questo tipo di fecondazione. La Naprotecnologia non è un semplice metodo naturale, ma si basa su studi approfonditi servendosi di ricerche, metodologie e tecniche avanzate per fornire soluzioni mirate e personalizzate per ogni singolo caso, per ogni problematica. Ho sempre parlato di donna perché è la prima diretta interessata, ma in realtà è un trattamento che aiuta la coppia, e chiede la partecipazione dell’uomo come della donna, rispettandone l’integrità sessuale. La coppia rispetto ad altre soluzioni, non si sente mai manipolata come un oggetto, e non avrà rimorsi per aver fatto scelte contrarie al proprio senso morale.

Le testimonianze che seguono sono le parole e i sentimenti di chi ha scelto questo metodo, ha imparato a conoscersi e a curarsi in modo mirato nel rispetto dei più alti valori etici: la dignità e il rispetto della vita.

L’importanza del conoscersi e capirsi.
“Durante le cure non soffrivo di depressione, non piangevo, osservavo il ciclo e comprendevo i cambiamenti che avvenivano nel mio corpo. (…) La naprotecnologia è un approccio che rispetta la natura, ed è stimolante; si impara ad ascoltare il funzionamento del proprio corpo, si interpretano i cambiamenti, il marito conosce la moglie e la moglie il marito” Eugene e Anna McCabe (Irlanda)

“Dopo aver incontrato un istruttore del modello Creighton, ci siamo informati sulla tecnica leggendo un manuale, quindi abbiamo imparato come compilare le tabelle e abbiamo visto anche un filmato sull’importanza dell’equilibrio ormonale durante il ciclo mestruale. Siamo rimasti scioccati! Non avrei mai pensato di poter conoscere così il mio corpo, e in più, grazie alla tabella, di dedurre da sola a che punto mi trovo con il mio ciclo, in qualsiasi momento.” Mary e Robert (USA)

“Usare questo metodo significa imparare a capire se stessi e, come  nel mio caso, a capire che è stata la mancanza di un ormone a causare gli aborti spontanei.” Mary e Michael Phillman (Irlanda)

Un metodo mirato, non un semplice metodo naturale
“Siamo in parte d’accordo con molti detrattori che sostengono che questo metodo in fondo si basa su procedure standard seguite anche dalle normali cliniche in cui si cerca di aumentare la fertilità coniugale, ma il fatto di seguire ‘tante’ procedure standard non vuol dire curare ‘soltanto’ con i metodi standardizzati. Sì, sono gli stessi esami, ma, grazie allo studio e alla identificazione delle fasi del ciclo, tutto è più mirato ed eseguito nel momento opportuno del ciclo di ogni paziente. Le stesse cure, ma adeguate alle necessità individuali della persona, quindi applicate un po’ prima un po’ dopo rispetto allo standard, cambiano il risultato.” Joanna e Zbigniew (Polonia)

“La naprotecnologia si basa su scoperte mediche innovative. E’ stata elaborata negli Stati Uniti da un gruppo di specialisti sotto la guida del dottor Thomas Hilgers. Questo metodo permette, nella grande maggioranza dei casi, di trovare le cause dell’infertilità e ,nel corso di una cura personalizzata, di eliminarle per rendere possibile il concepimento naturale.” Ewa A. Tomiak ( Germania)

“L’incontro con la naprotecnologia ci ha stupito molto per l’approccio personale riservato ad ogni coppia di pazienti, per la diagnosi mirata e per la piena corrispondenza con l’organismo della donna. (…) La naprotecnologia rispetta il ritmo naturale del ciclo di ogni donna, cerca di potenziare i meccanismi che funzionano e di correggere invece tutto ciò che ostacola le capacità riproduttive.” Anna e Marek (Polonia)

La salvaguardia dei valori umani
“Durante gli esperimenti in vitro ricordo di essermi trovata sul lettino del ginecologo, sballotta a destra e sinistra, assente dal mio corpo. Mi trovavo ripugnante. Durante l’ennesima seduta sentivo l’invidia verso il più minuscolo insetto esistente. Non vedevo l’ora che finisse tutto per correre via, tornare a casa come un manichino, affrontando sempre un lungo viaggio in treno…”. Katarzyna (Polonia)

“E’ difficile descrivere la questione a parole, ma la particolare cura dell’intimità coniugale e la continua attenzione a non far sentire mai i pazienti come degli oggetti, è parte integrante del modo di lavorare della naprotecnologia; per questo motivo si tratta di un metodo così diverso dagli altri.” Ilona e Jakub (Polonia)

Qui  un video con testimonianze di medici e pazienti


Erica De Ponti 
Ufficio stampa Mimep-Docete

Per maggiori informazioni:
dr.ssa Raffaella Pingitore: info@raffaellapingitore.ch – tel.: +4191.923.38.18
dr. Michele Barbato: info@serenita.org – tel.: 039.60.81.590 – cell.: 342.138.23.79
Libro + DVD: Infertilità non è detta l’ultima parola (Mimep-Docete 2012)