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giovedì 8 marzo 2012

Piccola posta



"Repubblica" vuole morto Friso di Tommaso Scandroglio, 08-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it


Venticinque minuti sotto quaranta centimetri di neve, il cuore che torna a battere dopo quasi un’ora. La corsa in ospedale, ma il paziente non vuole più risvegliarsi. Stiamo parlando del principe olandese Johan Friso van Oranje-Nassau, 43 anni, che il 17 febbraio scorso è stato travolto da una valanga a Lech, stazione sciistica della regione austriaca del Vorarlberg.


Come falchi alcuni organi di stampa e telegiornali italiani in questi giorni hanno cucinato la notizia aggiungendo ingredienti che nella realtà dei fatti non esistono. Due sono stati i fatti intorbiditi da pesanti mistificazioni: le condizioni attuali del principe e l’intenzione della famiglia reale di staccare la spina al proprio congiunto.


Partiamo dal quadro clinico. Repubblica lo scorso martedì 28 febbraio parla nel sottotitolo di “coma irreversibile”. Stessa espressione è stata usata – riportando a volte in virgolettato presunte affermazioni dei medici curanti – anche da qualche quotidiano cattolico, dal Tg1 e da Vanity Fair.

Le cose non stanno così per il semplice motivo che non possono stare così: tecnicamente il coma può durare solo una trentina di giorni. Dopo questo lasso di periodo il coma sfocia necessariamente o in una condizione di ripresa di coscienza del paziente (più o meno completa) oppure nello stato vegetativo o di minima coscienza. Quindi per definizione non esiste un coma irreversibile. Infatti il dottor Wolfgang Koller, primario del reparto traumatologico della clinica austriaca dove è ricoverato l’illustre paziente, in merito alle condizioni del principe ha precisato: «ha subito gravissimi danni cerebrali e non si esclude che possa rimanere in stato vegetativo».


C’è poi da aggiungere che la parola “irreversibilità”, anche in relazione allo stato vegetativo, non ha più diritto di cittadinanza in seno alla comunità scientifica. Lo stato vegetativo non viene più definito permanente (definizione coniata dal Multi-society Task Force in un articolo apparso sul New England Journal of Medicine nel lontano 1994) né persistente, dato che in letteratura sono riportati casi di risvegli anche dopo 19 anni dall’evento traumatico. La terza Conferenza Internazionale su “Coma e coscienza” nel luglio del 2010 ha proposto invece l’espressione “Sindrome della veglia arelazionale” per due motivi. In primo luogo perché la persona umana non può essere mai considerata un vegetale. In secondo luogo gli scienziati non hanno ancora compreso bene quanto questi pazienti, che non riescono comunicare con l’esterno, comprendano e quanto siano vigili.


Passiamo ora alla questione delle presunte intenzioni della Corona di abbreviare la vita al principe Friso. Sempre Repubblica e sempre nel sottotitolo scrive: “la famiglia reale di fronte alla ‘dolce morte’”. L’espressione è stata ripresa pari pari da Tgcom24, sullo stesso piano si muove un recente articolo di Vanity Fair e un servizio di qualche giorno or sono del Tg3. Affermazioni suffragate da quali fatti? Nessuno, solo congetture smentite invece dai seguenti dati.

In primo luogo non c’è mai stato nessun comunicato stampa proveniente dalla famiglia reale, né mere voci di corridoio, in cui anche implicitamente si potesse ventilare un’ipotesi di tal specie. In secondo luogo i regnanti olandesi sono di solida fede protestante, e la Chiesa protestante è contraria all’eutanasia.

In terzo luogo la legge olandese permette l’eutanasia solo su persona consenziente, eccetto nell’ipotesi di minori e malati psichici, casi in cui decidono i genitori o tutori. L’eutanasia in Olanda è stata depenalizzata nel 1993. Fu invece legalizzata nel 2001 – cioè si articolò una vera e propria disciplina normativa ad hoc - anche per tentare di eliminare proprio la pratica dell’eutanasia su paziente non consenziente: 982 persone uccise in tal modo nel 2001. A tal fine si decise di porre i seguenti paletti (che come ogni buon limite a pratiche inique permesse dalla legge non servirono a nulla, ma questo è un altro discorso): richiesta esplicita anche attraverso testamento biologico da parte del paziente, soggetto cosciente e maggiorenne al momento di fornire il consenso, volontà reiterata, firma di due medici, stadio terminale, eutanasia solo per atroci sofferenze e senza prospettive di miglioramento. Ora il principe non è un minore, né un malato psichico, né versa in una sola di queste condizioni cliniche, né soprattutto ha mai chiesto che gli venisse staccata la spina se si fosse trovato un giorno in coma o in stato vegetativo.


Inoltre c’è da appuntare che a fronte di tale disciplina i medici non possono agire senza consenso del diretto interessato o dei parenti. Ed invece cosa ti scrive Repubblica? “Nella pragmatica Olanda se i medici non vedono la possibilità di rianimazione o miglioramento possono decidere di spegnere gli apparati anche senza consultare i parenti”.

In sintesi: la famiglia reale non pensa all’eutanasia non solo perché con buona probabilità non rientra nel loro orizzonte valoriale ma anche perché non potrebbe a termini di legge staccare la spina all’amato Friso.


Il primo premio di intorbidamento della verità è stato poi vinto dal Messaggero il quale, rendendo noto il trasferimento del principe da Innsbruck in una clinica specializzata londinese e riprendendo una notizia del Sunday Telegraph, scrive: “Se la famiglia reale olandese avesse dovuto prendere la difficile decisione di staccare la spina, avrebbe preferito farlo fuori dall'Olanda per evitare l'attenzione dei media”. Una mossa astutissima quella della famiglia reale olandese: portarlo in Inghilterra dove, a differenza della loro patria olandese, l’eutanasia è illegale e dove attualmente la polemica è accesissima sui temi di fine vita. Una situazione davvero ideale per chiedere la dolce morte. E poi anche se riuscissero a staccare la spina nel Regno Unito non si capisce il perché tale notizia non dovrebbe raggiungere le orecchie dei media: anzi nella Perfida Albione i giornali scandalistici godono di maggior salute rispetto al paese dei tulipani.

Friso invece è stato portato a Londra per i motivi qui indicati dal seguente comunicato stampa della Casa reale (comunicato che per paradosso viene citato dallo stesso Messaggero): «In base ai consigli degli esperti, è stato scelto l'ospedale di Wellington dove il principe Friso potrà essere curato ottimamente. Inoltre Londra offre ai figli del principe migliori prospettive di continuità e stabilità». Altro che eutanasia: qui si vuole curare al meglio il povero principe e non lo si vuole separare dall’affetto dei suoi cari (il principe viveva a Londra da tempo con tutta la sua famiglia).


Quale è la morale? La morale è che si strumentalizza un fatto per fargli dire quello che l’ideologia necrofora vuole fargli dire. Se la realtà non ti conforta nella tua tesi basta raccontarla in modo distorto. E così se il paziente è in coma significa che non potrà più risvegliarsi e quindi perché accanirsi tanto nel curarlo? Se i famigliari piangono per le condizioni di salute del principe Friso allora vuol dire certamente che stanno pensando di staccargli la spina.

Dal fatto nasce l’illazione e questa a sua volta diventa fatto di cronaca.

lunedì 28 novembre 2011


Le sfide obbligate dello Stato sociale di Alberto Orioli, 28 novembre 2011, http://www.ilsole24ore.com/

Con i tassi da brivido sui titoli pubblici italiani, conseguenza di una guerra planetaria tra valute in funzione anti-euro, può sembrare ragionevole chiedersi come mai debbano essere le pensioni a "pagare il conto".
In realtà, il salto dalla visione larga, larghissima, degli sciami aggressivi della finanza internazionale allo sguardo ravvicinato sul libro mastro del welfare-Italia, c'è di mezzo la rilettura sofferta che tutta l'Europa fa, deve fare e sta facendo della propria idea di Stato sociale.
È un sistema che ha consentito, in questi anni, a un intero continente di poter vivere al di sopra dei propri mezzi. L'attacco all'euro è legato alla montagna di debito pubblico su cui siede un'Europa ancora troppo poco consapevole del gigantesco sforzo di unità politica che la attende: tra i debiti, quello italiano è il più grande. I 1.900 miliardi di stock italiano finanziano, con le emissioni di titoli pubblici ora oggetto della pressione sui rendimenti, un bilancio pubblico per il 35% destinato ai costi previdenziali. Nel complesso l'Italia, già adesso, spende il 15% del Pil per la previdenza, quattro punti in più della media Ue (il doppio di quella Ocse), ma è il Paese con il maggior tasso di invecchiamento della popolazione. Dunque, le tendenze future di spesa pubblica peggioreranno se non corrette in tempo.
L'operazione equità (coniugata con rigore e crescita) promessa dal Governo Monti passa anche da una revisione del nostro sistema di previdenza.
Il ministro Elsa Fornero ha riproposto un'idea semplice quanto efficace, più volte lanciata anche da queste stesse colonne: estendere il sistema contributivo per tutti i trattamenti, in anticipo rispetto alla tabella di marcia già prevista dalle vecchie riforme. A pag. 2 e 3 Davide Colombo, Marco Rogari e Salvatore Padula spiegano bene quale sia il cronogramma degli interventi e quanto sia il beneficio che essi apportano alle pubbliche finanze. A questi vanno aggiunti i 20 miliardi "promessi" dalla riforma dell'assistenza la cui congruità e realizzabilità effettiva è, però, considerata ancora molto aleatoria.
Equità significa anche stabilire un futuro previdenziale più dignitoso per qualche milione di lavoratori legati a forme di contratti flessibili: oggi pagano il 20% di contributi sulle retribuzioni e la pensione attesa è più o meno simile all'assegno sociale, ai limiti della soglia di povertà, perchè oscillante tra il 40 e il 45% della retribuzione media calcolata su tutta la vita lavorativa.
Oggi le aliquote per le diverse tipologie di lavoro (tra dipendente e autonomo) sono una decina, con evidenti sprequazioni e oscillano tra l'8,6% (sic!) dei deputati al 33 dei lavoratori dipendenti. Un ragionamento su forme più armonizzate di prelievo e di entità dell'assegno finale di quiescenza è necessario.
La vera anomalia italiana sono le pensioni di anzianità, bersaglio inevitabile per ogni azione rifomista nel campo del welfare: quasi 4 milioni di persone sono andate in pensione a 58-59 anni negli ultimi tempi, fatto che non ha eguali in Europa.
È evidente che ogni operazione di equità non può non passare da una rivisitazione anche del sistema fiscale e non può non farsi carico di una ulteriore spinta alla lotta all'evasione (e l'idea di diffondere ancora di più la tracciabilità dei pagamenti va nella direzione giusta). È per questo che il Governo ha già annunciato la reintroduzione dell'Ici, del pari con la rivalutazione delle rendite catastali. Nel complesso si tratta di una forma di patrimoniale che, effettivamente, per chi abbia più di una sola abitazione potrà rivelarsi molto onerosa. È un passsaggio nella direzione del cambio di peso tra la tassazione delle persone e delle cose, più volte annunciato come slogan anche dall'ex ministro Giulio Tremonti.
Ma la soluzione alla crisi non è solo italiana, ma non è nemmeno solo europea. Deve essere contemporamenamente nazionale e comunitaria. La coesione e il dialogo contano sia su scala continentale sia su scala nazionale. Solo quando la inedita forma di "equità per sottrazione" (vale a dire sacrifici per tutti, anche per chi non li ha mai fatti) andrà a regime e si renderà visibile, l'Italia avrà raggiunto gran parte dei suoi obiettivi macroeconomici. Naturalmente non può non maturare una rivisitazione radicale delle prebende della politica, a partire proprio dai vitalizi per arrivare fino al cuore dei costi, sia delle istituzioni, a tutti i livelli, sia delle forme di sottogoverno che hanno portato a un vero e proprio ceto di quasi due milioni di persone che vivono di politica.
Analoga coesione – il Papa nei giorni scorsi ha invitato a un rivoluzionario «coraggio della fratellanza» per uscire dalla crisi – vale anche per l'Europa. Il Vecchio Continente è impegnato a cercare convergenze sulla politica economica comune che, auspicabilmente, dovrebbe approdare a forme di eurobond, in attesa di giungere a una vera e propria convergenze dei sistemi fiscali, vero caposaldo per ogni strategia comune di rafforzamento dell'euro. Solo così i 400 milioni di abitanti che oggi conoscono l'euro come moneta, ma non ancora l'euro come effige del "sovrano europeo", vivranno una nuova stagione, grandiosa e cruciale per le prossime generazioni.

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lunedì 21 novembre 2011


Perché l'obiezione di coscienza è un problema?, Venerdì 18 novembre 2011, Giacomo Rocchi, http://veritaevita.blogspot.com/

Non è certo una novità: l'obiezione di coscienza dei sanitari (medici, infermieri, farmacisti) è scomoda.


Come mai tanti professionisti - proprio quelli che conoscono il meccanismo della generazione umana, le tecniche abortive, l'efficacia dei farmaci - si rifiutano di prestarsi agli interventi previsti dalla legge 194 o di vendere pillole che provocano (o possono provocare) la morte dell'embrione? Il fatto è che l'aborto uccide un essere umano e le pillole di uno o cinque giorni dopo sono "pillole che uccidono".


Questo Chiara Lalli, intervistata da Repubblica in relazione al suo saggio da poco pubblicato (cliccando sul titolo si accede all'articolo), non ve lo dice: nell'intervista nessun accenno viene fatto sulle vittime delle pratiche per le quali i professionisti sanitari oppongono l'obiezione di coscienza.

Anzi sì. Leggiamo il passo finale: "Dunque un'espressione usata a sproposito, quella di obiezione di coscienza, che finisce spesso per creare una contrapposizione diretta tra i diritti di singole persone: medici e pazienti. Anche se non è sempre così: l'obiezione è prevista anche per la sperimentazione suglia animali, "dove però non si crea un conflitto diretto tra diritti individuali, come in ambito sanitario". Abbiamo capito bene: la differenza tra la sperimentazione animale e l'aborto volontario è che nel primo caso vi sono conflitti diretti tra diritti individuali: non che nell'aborto si uccide un uomo e nella sperimentazione animale una bestia ...


E la Lalli dice di voler difendere le persone più deboli: "La situazione attuale di solito penalizza le persone più deboli: chi non conosce i propri diritti, oppure chi si trova nell'ansia di dover fare presto, come nel caso della contraccezione d'emergenza, o chi non ha i mezzi per andare all'estero per aggirare i problemi di casa nostra". E la difesa del più debole - il bambino - che oltre a non conoscere i propri diritti, non si può difendere?


Sia chiaro: chi segue la Lalli sul suo blog non si stupisce di queste prese di posizione: per Lei i bambini prima di nascere (e tanto meno gli embrioni!) non hanno autocoscienza e quindi, non sono persone ... non sono nulla.

Ma come non preoccuparsi di questa campagna sempre più forte contro un diritto inviolabile dell'uomo come l'obiezione di coscienza?


Gli strumenti sono i soliti: ad esempio la ridicolizzazione: davvero dobbiamo credere alla Lalli quando scrive: "Sono andata in giro per ospedali, ho parlato con molti medici obbiettori per capirne la motivazione ... e spesso mi sono trovata di fronte ad argomentazioni fantasiose ...": davvero non ha trovato nessun medico che le ha risposto: "sono obbiettore perché non voglio e non posso uccidere"? Ma la Lalli equipara quelle posizioni a quelle di un poliziotto che avrebbe voluto astenersi dal garantire il servizio pubblico ai concerti di Simone Cristicchi ...


Lo Stato che permette l'uccisione di esseri innocenti tende inevitabilmente a diventare uno Stato totalitario, che non nega solo la vita, ma anche gli altri diritti inviolabili dell'uomo, in particolare la libertà e la libertà religiosa.

Questi sono i diritti che devono essere garantiti: non certo "un servizio previsto dalla legge".


sabato 8 ottobre 2011


Quando l'ONU può intervenire con la forza? di Tommaso Scandroglio, 08-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Bosnia, Kosovo, Timor Est e ora Libia. Questi sono stati alcuni dei territori visitati militarmente dalle Forze di Pace delle Nazioni Unite. Ma a quali condizioni è legittimo un intervento manu militari in una Paese terzo? Lo ha chiarito lo scorso martedì 27 settembre il Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti, in occasione della 66° Assemblea Generale dell’ONU.

Innanzitutto c’è una responsabilità in capo all’ONU di difendere le popolazioni di quegli stati che subiscono una lesione profonda dei propri diritti fondamentali, perché l’ONU è la "famiglia delle Nazioni". Quando in una famiglia un figlio accusa uno stato di malessere, i genitori intervengono per tentare di alleviargli la sofferenza. Così in modo analogo, ma con i dovuti distinguo, dovrebbe comportarsi anche l’ONU verso le nazioni che ne fanno parte.

Se poi l’intervento è di carattere militare si devono rispettare i seguenti requisiti. In primo luogo ogni stato è sovrano nel suo territorio. Ma tale sovranità cessa di essere autorevole, e quindi viene meno, quando chi governa non è più in grado di tutelare il bene comune, cioè ad esempio non ha più la possibilità di difendere i propri cittadini da una guerra civile o da una carestia. Caso ancor peggiore si verifica quando sono gli stessi governanti che mettono a repentaglio il bene collettivo, attentando ad esempio alla vita e alla sicurezza dei propri consociati con rappresaglie, atti di terrorismo, repressioni indiscriminate, carestie forzate, etc. Insomma se uno Stato non fa più il suo dovere, anche senza sua colpa, ci deve pensare qualcun altro a sostituirsi a lui nel prendersi cura della popolazione.

In secondo luogo prima di intervenire con la forza della armi è necessario intervenire con la forza della persuasione e dei consigli. Detto in altri termini innanzitutto occorre battere tutte le vie diplomatiche di carattere pacifico possibili.

Se poi si deve proprio passare alle armi bisogna ricordarsi che questa scelta «dovrebbe essere una soluzione limitata nel tempo - dichiara sempre Mons. Mamberti - una misura di vera urgenza che dovrebbe essere accompagnata e seguita da un concreto impegno di pacificazione». In buona sostanza tanta forza quanta ne serve e per il tempo strettamente necessario a sanare la crisi.

Le indicazioni del Segretario dei Rapporti con gli Stati si inseriscono armonicamente nella dottrina sociale insegnata dalla Chiesa Cattolica in merito alla guerra difensiva, intesa come opposizione e contestuale tutela dei diritti fondamentali della persone contro un despota. Guerra che può essere mossa sia dai cittadini di uno stato a danno dei loro governanti-tiranni, sia da uno stato estero che corre in soccorso dei cittadini medesimi. Vediamo, anche sulla scorta dell’insegnamento di Tommaso d’Aquino, quali sono le azioni lecitamente valide sul piano morale per contrastare uno Stato tiranno.

La resistenza passiva. Se per esempio vige una legge ingiusta gravemente lesiva dei diritti di base della persona è lecito e a volte doveroso non rispettare questa legge. Come annotava Henry David Thoreau, «ciò che io devo fare è procurare di non prestarmi all’ingiustizia che condanno». Si tratta in definitiva dell’obiezione di coscienza, a volte prevista in certi casi dallo stesso ordinamento giuridico che permette la condotta illecita (si veda il caso dell’aborto e della legge 194 che prevede tale istituto), a volte non contemplata. In quest’ultimo caso anche se la legge iniqua non prevedesse la possibilità di esimersi da condotte gravemente ingiuste - per esempio uccidere l’innocente - la legge morale obbliga sempre ad astenersi da atti intrinsecamente malvagi anche a costo del carcere o addirittura della vita.
La resistenza attiva non violenta. Se non bastasse l’obiezione di coscienza o in aggiunta a questa è lecito e a volte doveroso battersi culturalmente, politicamente e socialmente per opporsi a leggi e decisioni governative gravemente inique. Come? Con proposte di legge, mozioni di sfiducia ai governi, ricorsi a tribunali internazionali, petizioni pubbliche, richieste di referendum, raccolta di firme, cortei, assemblee, convegni, seminari, conferenze, pubblicazioni di libri, articoli, interviste, campagne pubblicitarie per la sensibilizzazione della popolazione e molto altro ancora.

La resistenza attiva violenta. Quest’ultima risorsa si fonda sull’istituto della legittima difesa. Come è lecito tutelare la propria persona anche attraverso l’uso necessitato delle armi, anche nel caso in cui questo uso provochi l’uccisione dell’aggressore, così è altrettanto lecito sul piano morale difendere se stessi e la comunità contro il tiranno che attenta alla vita delle persone o ad altri beni di primaria importanza per mezzo di strumenti violenti. Ma affinchè si possa muovere guerra al tiranno occorre la soddisfazione di tutte  e nessuna esclusa della seguenti condizioni. Non rispettarle significherebbe prediligere non la forza bensì la violenza.

 1.  Extrema ratio: prima di prender mano alla armi occorre aver battuto tutte le altre strade possibili prima menzionate di carattere non violento. L’opposizione militare quindi deve essere considerata come ultimo rimedio possibile.

2.   Intollerabilità: la condotta dello Stato è considerata intollerabile quando si verifica una lesione dei diritti fondamentali di moltissimi cittadini, perpetrata con costanza – dunque non episodica - e da lungo tempo. Ad esempio un genocidio è motivo più che sufficiente per tentare di rovesciare un governo perché lede gravemente il diritto fondamentale alla vita addirittura di intere popolazioni. Una tassazione invece eccessivamente elevata non potrebbe mai meritare una risposta armata.

3.   Evidenza: la lesione dei diritti fondamentali deve essere palese a molti, cioè deve essere chiaramente provata e non può essere fondata su voci di corridoio.

4.   Speranza di riuscita: qualora il prendere le armi portasse come conseguenza nefasta un inasprimento della tirannia, allora sarebbe meglio ripiegare su strumenti di lotta più pacifici. Tommaso scrive “può infatti accadere che coloro che vanno contro il tiranno non riescano a prevalere, e allora il tiranno così provocato incrudelisce ancora di più”. La resistenza armata deve perciò essere organizzata, ben condotta e preparata accuratamente, non frutto di moti spontanei sporadici e caotici, al fine di sortire un effetto positivo.

5.   Evitare mali peggiori: prima di ricorrere alle armi occorre sincerarsi che la nuova classe dirigente che si ha l’intenzione di appoggiare, dopo che si sarà deposto il tiranno, non si comporterà in modo ancor più iniquo rispetto al precedente governo. Altrimenti, come si suol dire, finiremmo dalla padella alla brace.