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mercoledì 26 settembre 2012
giovedì 8 marzo 2012
Piccola posta
"Repubblica" vuole morto Friso di Tommaso Scandroglio, 08-03-2012,
http://www.labussolaquotidiana.it
Venticinque minuti sotto quaranta
centimetri di neve, il cuore che torna a battere dopo quasi un’ora. La corsa in
ospedale, ma il paziente non vuole più risvegliarsi. Stiamo parlando del
principe olandese Johan Friso van Oranje-Nassau, 43 anni, che il 17 febbraio
scorso è stato travolto da una valanga a Lech, stazione sciistica della regione
austriaca del Vorarlberg.
Come falchi alcuni organi di
stampa e telegiornali italiani in questi giorni hanno cucinato la notizia
aggiungendo ingredienti che nella realtà dei fatti non esistono. Due sono stati
i fatti intorbiditi da pesanti mistificazioni: le condizioni attuali del
principe e l’intenzione della famiglia reale di staccare la spina al proprio
congiunto.
Partiamo dal quadro clinico.
Repubblica lo scorso martedì 28 febbraio parla nel sottotitolo di “coma
irreversibile”. Stessa espressione è stata usata – riportando a volte in
virgolettato presunte affermazioni dei medici curanti – anche da qualche
quotidiano cattolico, dal Tg1 e da Vanity Fair.
Le cose non stanno così per il
semplice motivo che non possono stare così: tecnicamente il coma può durare
solo una trentina di giorni. Dopo questo lasso di periodo il coma sfocia
necessariamente o in una condizione di ripresa di coscienza del paziente (più o
meno completa) oppure nello stato vegetativo o di minima coscienza. Quindi per
definizione non esiste un coma irreversibile. Infatti il dottor Wolfgang
Koller, primario del reparto traumatologico della clinica austriaca dove è
ricoverato l’illustre paziente, in merito alle condizioni del principe ha
precisato: «ha subito gravissimi danni cerebrali e non si esclude che possa
rimanere in stato vegetativo».
C’è poi da aggiungere che la
parola “irreversibilità”, anche in relazione allo stato vegetativo, non ha più
diritto di cittadinanza in seno alla comunità scientifica. Lo stato vegetativo
non viene più definito permanente (definizione coniata dal Multi-society Task
Force in un articolo apparso sul New England Journal of Medicine nel lontano
1994) né persistente, dato che in letteratura sono riportati casi di risvegli
anche dopo 19 anni dall’evento traumatico. La terza Conferenza Internazionale
su “Coma e coscienza” nel luglio del 2010 ha proposto invece l’espressione
“Sindrome della veglia arelazionale” per due motivi. In primo luogo perché la
persona umana non può essere mai considerata un vegetale. In secondo luogo gli
scienziati non hanno ancora compreso bene quanto questi pazienti, che non
riescono comunicare con l’esterno, comprendano e quanto siano vigili.
Passiamo ora alla questione delle
presunte intenzioni della Corona di abbreviare la vita al principe Friso.
Sempre Repubblica e sempre nel sottotitolo scrive: “la famiglia reale di fronte
alla ‘dolce morte’”. L’espressione è stata ripresa pari pari da Tgcom24, sullo
stesso piano si muove un recente articolo di Vanity Fair e un servizio di
qualche giorno or sono del Tg3. Affermazioni suffragate da quali fatti?
Nessuno, solo congetture smentite invece dai seguenti dati.
In primo luogo non c’è mai stato
nessun comunicato stampa proveniente dalla famiglia reale, né mere voci di
corridoio, in cui anche implicitamente si potesse ventilare un’ipotesi di tal
specie. In secondo luogo i regnanti olandesi sono di solida fede protestante, e
la Chiesa protestante è contraria all’eutanasia.
In terzo luogo la legge olandese
permette l’eutanasia solo su persona consenziente, eccetto nell’ipotesi di
minori e malati psichici, casi in cui decidono i genitori o tutori. L’eutanasia
in Olanda è stata depenalizzata nel 1993. Fu invece legalizzata nel 2001 – cioè
si articolò una vera e propria disciplina normativa ad hoc - anche per tentare
di eliminare proprio la pratica dell’eutanasia su paziente non consenziente:
982 persone uccise in tal modo nel 2001. A tal fine si decise di porre i
seguenti paletti (che come ogni buon limite a pratiche inique permesse dalla
legge non servirono a nulla, ma questo è un altro discorso): richiesta
esplicita anche attraverso testamento biologico da parte del paziente, soggetto
cosciente e maggiorenne al momento di fornire il consenso, volontà reiterata,
firma di due medici, stadio terminale, eutanasia solo per atroci sofferenze e
senza prospettive di miglioramento. Ora il principe non è un minore, né un
malato psichico, né versa in una sola di queste condizioni cliniche, né
soprattutto ha mai chiesto che gli venisse staccata la spina se si fosse
trovato un giorno in coma o in stato vegetativo.
Inoltre c’è da appuntare che a
fronte di tale disciplina i medici non possono agire senza consenso del diretto
interessato o dei parenti. Ed invece cosa ti scrive Repubblica? “Nella
pragmatica Olanda se i medici non vedono la possibilità di rianimazione o
miglioramento possono decidere di spegnere gli apparati anche senza consultare
i parenti”.
In sintesi: la famiglia reale non
pensa all’eutanasia non solo perché con buona probabilità non rientra nel loro
orizzonte valoriale ma anche perché non potrebbe a termini di legge staccare la
spina all’amato Friso.
Il primo premio di intorbidamento
della verità è stato poi vinto dal Messaggero il quale, rendendo noto il
trasferimento del principe da Innsbruck in una clinica specializzata londinese
e riprendendo una notizia del Sunday Telegraph, scrive: “Se la famiglia reale
olandese avesse dovuto prendere la difficile decisione di staccare la spina,
avrebbe preferito farlo fuori dall'Olanda per evitare l'attenzione dei media”.
Una mossa astutissima quella della famiglia reale olandese: portarlo in
Inghilterra dove, a differenza della loro patria olandese, l’eutanasia è
illegale e dove attualmente la polemica è accesissima sui temi di fine vita.
Una situazione davvero ideale per chiedere la dolce morte. E poi anche se
riuscissero a staccare la spina nel Regno Unito non si capisce il perché tale
notizia non dovrebbe raggiungere le orecchie dei media: anzi nella Perfida
Albione i giornali scandalistici godono di maggior salute rispetto al paese dei
tulipani.
Friso invece è stato portato a
Londra per i motivi qui indicati dal seguente comunicato stampa della Casa
reale (comunicato che per paradosso viene citato dallo stesso Messaggero): «In
base ai consigli degli esperti, è stato scelto l'ospedale di Wellington dove il
principe Friso potrà essere curato ottimamente. Inoltre Londra offre ai figli
del principe migliori prospettive di continuità e stabilità». Altro che
eutanasia: qui si vuole curare al meglio il povero principe e non lo si vuole
separare dall’affetto dei suoi cari (il principe viveva a Londra da tempo con
tutta la sua famiglia).
Quale è la morale? La morale è
che si strumentalizza un fatto per fargli dire quello che l’ideologia necrofora
vuole fargli dire. Se la realtà non ti conforta nella tua tesi basta
raccontarla in modo distorto. E così se il paziente è in coma significa che non
potrà più risvegliarsi e quindi perché accanirsi tanto nel curarlo? Se i
famigliari piangono per le condizioni di salute del principe Friso allora vuol
dire certamente che stanno pensando di staccargli la spina.
Dal fatto nasce l’illazione e
questa a sua volta diventa fatto di cronaca.
sabato 17 dicembre 2011
lunedì 28 novembre 2011
Le sfide obbligate dello Stato sociale di Alberto Orioli, 28 novembre
2011, http://www.ilsole24ore.com/
Con i tassi da brivido sui titoli
pubblici italiani, conseguenza di una guerra planetaria tra valute in funzione
anti-euro, può sembrare ragionevole chiedersi come mai debbano essere le
pensioni a "pagare il conto".
In realtà, il salto dalla visione
larga, larghissima, degli sciami aggressivi della finanza internazionale allo
sguardo ravvicinato sul libro mastro del welfare-Italia, c'è di mezzo la
rilettura sofferta che tutta l'Europa fa, deve fare e sta facendo della propria
idea di Stato sociale.
È un sistema che ha consentito,
in questi anni, a un intero continente di poter vivere al di sopra dei propri
mezzi. L'attacco all'euro è legato alla montagna di debito pubblico su cui
siede un'Europa ancora troppo poco consapevole del gigantesco sforzo di unità
politica che la attende: tra i debiti, quello italiano è il più grande. I 1.900
miliardi di stock italiano finanziano, con le emissioni di titoli pubblici ora
oggetto della pressione sui rendimenti, un bilancio pubblico per il 35%
destinato ai costi previdenziali. Nel complesso l'Italia, già adesso, spende il
15% del Pil per la previdenza, quattro punti in più della media Ue (il doppio
di quella Ocse), ma è il Paese con il maggior tasso di invecchiamento della
popolazione. Dunque, le tendenze future di spesa pubblica peggioreranno se non
corrette in tempo.
L'operazione equità (coniugata
con rigore e crescita) promessa dal Governo Monti passa anche da una revisione
del nostro sistema di previdenza.
Il ministro Elsa Fornero ha
riproposto un'idea semplice quanto efficace, più volte lanciata anche da queste
stesse colonne: estendere il sistema contributivo per tutti i trattamenti, in
anticipo rispetto alla tabella di marcia già prevista dalle vecchie riforme. A
pag. 2 e 3 Davide Colombo, Marco Rogari e Salvatore Padula spiegano bene quale
sia il cronogramma degli interventi e quanto sia il beneficio che essi
apportano alle pubbliche finanze. A questi vanno aggiunti i 20 miliardi
"promessi" dalla riforma dell'assistenza la cui congruità e
realizzabilità effettiva è, però, considerata ancora molto aleatoria.
Equità significa anche stabilire
un futuro previdenziale più dignitoso per qualche milione di lavoratori legati
a forme di contratti flessibili: oggi pagano il 20% di contributi sulle
retribuzioni e la pensione attesa è più o meno simile all'assegno sociale, ai
limiti della soglia di povertà, perchè oscillante tra il 40 e il 45% della
retribuzione media calcolata su tutta la vita lavorativa.
Oggi le aliquote per le diverse
tipologie di lavoro (tra dipendente e autonomo) sono una decina, con evidenti
sprequazioni e oscillano tra l'8,6% (sic!) dei deputati al 33 dei lavoratori
dipendenti. Un ragionamento su forme più armonizzate di prelievo e di entità dell'assegno
finale di quiescenza è necessario.
La vera anomalia italiana sono le
pensioni di anzianità, bersaglio inevitabile per ogni azione rifomista nel
campo del welfare: quasi 4 milioni di persone sono andate in pensione a 58-59
anni negli ultimi tempi, fatto che non ha eguali in Europa.
È evidente che ogni operazione di
equità non può non passare da una rivisitazione anche del sistema fiscale e non
può non farsi carico di una ulteriore spinta alla lotta all'evasione (e l'idea
di diffondere ancora di più la tracciabilità dei pagamenti va nella direzione
giusta). È per questo che il Governo ha già annunciato la reintroduzione
dell'Ici, del pari con la rivalutazione delle rendite catastali. Nel complesso
si tratta di una forma di patrimoniale che, effettivamente, per chi abbia più
di una sola abitazione potrà rivelarsi molto onerosa. È un passsaggio nella
direzione del cambio di peso tra la tassazione delle persone e delle cose, più
volte annunciato come slogan anche dall'ex ministro Giulio Tremonti.
Ma la soluzione alla crisi non è
solo italiana, ma non è nemmeno solo europea. Deve essere contemporamenamente
nazionale e comunitaria. La coesione e il dialogo contano sia su scala
continentale sia su scala nazionale. Solo quando la inedita forma di "equità
per sottrazione" (vale a dire sacrifici per tutti, anche per chi non li ha
mai fatti) andrà a regime e si renderà visibile, l'Italia avrà raggiunto gran
parte dei suoi obiettivi macroeconomici. Naturalmente non può non maturare una
rivisitazione radicale delle prebende della politica, a partire proprio dai
vitalizi per arrivare fino al cuore dei costi, sia delle istituzioni, a tutti i
livelli, sia delle forme di sottogoverno che hanno portato a un vero e proprio
ceto di quasi due milioni di persone che vivono di politica.
Analoga coesione – il Papa nei
giorni scorsi ha invitato a un rivoluzionario «coraggio della fratellanza» per
uscire dalla crisi – vale anche per l'Europa. Il Vecchio Continente è impegnato
a cercare convergenze sulla politica economica comune che, auspicabilmente,
dovrebbe approdare a forme di eurobond, in attesa di giungere a una vera e
propria convergenze dei sistemi fiscali, vero caposaldo per ogni strategia
comune di rafforzamento dell'euro. Solo così i 400 milioni di abitanti che oggi
conoscono l'euro come moneta, ma non ancora l'euro come effige del
"sovrano europeo", vivranno una nuova stagione, grandiosa e cruciale
per le prossime generazioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
lunedì 21 novembre 2011
Perché l'obiezione di coscienza è un problema?, Venerdì 18 novembre
2011, Giacomo Rocchi, http://veritaevita.blogspot.com/
Non è certo una novità:
l'obiezione di coscienza dei sanitari (medici, infermieri, farmacisti) è
scomoda.
Come mai tanti professionisti -
proprio quelli che conoscono il meccanismo della generazione umana, le tecniche
abortive, l'efficacia dei farmaci - si rifiutano di prestarsi agli interventi
previsti dalla legge 194 o di vendere pillole che provocano (o possono
provocare) la morte dell'embrione? Il fatto è che l'aborto uccide un essere
umano e le pillole di uno o cinque giorni dopo sono "pillole che
uccidono".
Questo Chiara Lalli, intervistata
da Repubblica in relazione al suo saggio da poco pubblicato (cliccando sul
titolo si accede all'articolo), non ve lo dice: nell'intervista nessun accenno
viene fatto sulle vittime delle pratiche per le quali i professionisti sanitari
oppongono l'obiezione di coscienza.
Anzi sì. Leggiamo il passo
finale: "Dunque un'espressione usata a sproposito, quella di obiezione di
coscienza, che finisce spesso per creare una contrapposizione diretta tra i
diritti di singole persone: medici e pazienti. Anche se non è sempre così:
l'obiezione è prevista anche per la sperimentazione suglia animali, "dove
però non si crea un conflitto diretto tra diritti individuali, come in ambito
sanitario". Abbiamo capito bene: la differenza tra la sperimentazione
animale e l'aborto volontario è che nel primo caso vi sono conflitti diretti
tra diritti individuali: non che nell'aborto si uccide un uomo e nella
sperimentazione animale una bestia ...
E la Lalli dice di voler
difendere le persone più deboli: "La situazione attuale di solito
penalizza le persone più deboli: chi non conosce i propri diritti, oppure chi
si trova nell'ansia di dover fare presto, come nel caso della contraccezione
d'emergenza, o chi non ha i mezzi per andare all'estero per aggirare i problemi
di casa nostra". E la difesa del più debole - il bambino - che oltre a non
conoscere i propri diritti, non si può difendere?
Sia chiaro: chi segue la Lalli
sul suo blog non si stupisce di queste prese di posizione: per Lei i bambini
prima di nascere (e tanto meno gli embrioni!) non hanno autocoscienza e quindi,
non sono persone ... non sono nulla.
Ma come non preoccuparsi di
questa campagna sempre più forte contro un diritto inviolabile dell'uomo come
l'obiezione di coscienza?
Gli strumenti sono i soliti: ad
esempio la ridicolizzazione: davvero dobbiamo credere alla Lalli quando scrive:
"Sono andata in giro per ospedali, ho parlato con molti medici obbiettori
per capirne la motivazione ... e spesso mi sono trovata di fronte ad
argomentazioni fantasiose ...": davvero non ha trovato nessun medico che
le ha risposto: "sono obbiettore perché non voglio e non posso
uccidere"? Ma la Lalli equipara quelle posizioni a quelle di un poliziotto
che avrebbe voluto astenersi dal garantire il servizio pubblico ai concerti di
Simone Cristicchi ...
Lo Stato che permette l'uccisione
di esseri innocenti tende inevitabilmente a diventare uno Stato totalitario,
che non nega solo la vita, ma anche gli altri diritti inviolabili dell'uomo, in
particolare la libertà e la libertà religiosa.
Questi sono i diritti che devono
essere garantiti: non certo "un servizio previsto dalla legge".
venerdì 14 ottobre 2011
sabato 8 ottobre 2011
Quando l'ONU può intervenire con la forza? di Tommaso Scandroglio, 08-10-2011,
http://www.labussolaquotidiana.it
Bosnia, Kosovo, Timor Est e ora
Libia. Questi sono stati alcuni dei territori visitati militarmente dalle Forze
di Pace delle Nazioni Unite. Ma a quali condizioni è legittimo un intervento
manu militari in una Paese terzo? Lo ha chiarito lo scorso martedì 27 settembre
il Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique
Mamberti, in occasione della 66° Assemblea Generale dell’ONU.
Innanzitutto c’è una
responsabilità in capo all’ONU di difendere le popolazioni di quegli stati che
subiscono una lesione profonda dei propri diritti fondamentali, perché l’ONU è
la "famiglia delle Nazioni". Quando in una famiglia un figlio accusa
uno stato di malessere, i genitori intervengono per tentare di alleviargli la sofferenza.
Così in modo analogo, ma con i dovuti distinguo, dovrebbe comportarsi anche
l’ONU verso le nazioni che ne fanno parte.
Se poi l’intervento è di
carattere militare si devono rispettare i seguenti requisiti. In primo luogo
ogni stato è sovrano nel suo territorio. Ma tale sovranità cessa di essere
autorevole, e quindi viene meno, quando chi governa non è più in grado di
tutelare il bene comune, cioè ad esempio non ha più la possibilità di difendere
i propri cittadini da una guerra civile o da una carestia. Caso ancor peggiore
si verifica quando sono gli stessi governanti che mettono a repentaglio il bene
collettivo, attentando ad esempio alla vita e alla sicurezza dei propri
consociati con rappresaglie, atti di terrorismo, repressioni indiscriminate,
carestie forzate, etc. Insomma se uno Stato non fa più il suo dovere, anche
senza sua colpa, ci deve pensare qualcun altro a sostituirsi a lui nel
prendersi cura della popolazione.
In secondo luogo prima di
intervenire con la forza della armi è necessario intervenire con la forza della
persuasione e dei consigli. Detto in altri termini innanzitutto occorre battere
tutte le vie diplomatiche di carattere pacifico possibili.
Se poi si deve proprio passare
alle armi bisogna ricordarsi che questa scelta «dovrebbe essere una soluzione
limitata nel tempo - dichiara sempre Mons. Mamberti - una misura di vera
urgenza che dovrebbe essere accompagnata e seguita da un concreto impegno di
pacificazione». In buona sostanza tanta forza quanta ne serve e per il tempo strettamente
necessario a sanare la crisi.
Le indicazioni del Segretario dei
Rapporti con gli Stati si inseriscono armonicamente nella dottrina sociale
insegnata dalla Chiesa Cattolica in merito alla guerra difensiva, intesa come
opposizione e contestuale tutela dei diritti fondamentali della persone contro
un despota. Guerra che può essere mossa sia dai cittadini di uno stato a danno
dei loro governanti-tiranni, sia da uno stato estero che corre in soccorso dei
cittadini medesimi. Vediamo, anche sulla scorta dell’insegnamento di Tommaso
d’Aquino, quali sono le azioni lecitamente valide sul piano morale per
contrastare uno Stato tiranno.
La resistenza passiva. Se per
esempio vige una legge ingiusta gravemente lesiva dei diritti di base della
persona è lecito e a volte doveroso non rispettare questa legge. Come annotava
Henry David Thoreau, «ciò che io devo fare è procurare di non prestarmi
all’ingiustizia che condanno». Si tratta in definitiva dell’obiezione di
coscienza, a volte prevista in certi casi dallo stesso ordinamento giuridico
che permette la condotta illecita (si veda il caso dell’aborto e della legge
194 che prevede tale istituto), a volte non contemplata. In quest’ultimo caso
anche se la legge iniqua non prevedesse la possibilità di esimersi da condotte
gravemente ingiuste - per esempio uccidere l’innocente - la legge morale
obbliga sempre ad astenersi da atti intrinsecamente malvagi anche a costo del
carcere o addirittura della vita.
La resistenza attiva non
violenta. Se non bastasse l’obiezione di coscienza o in aggiunta a questa è
lecito e a volte doveroso battersi culturalmente, politicamente e socialmente
per opporsi a leggi e decisioni governative gravemente inique. Come? Con
proposte di legge, mozioni di sfiducia ai governi, ricorsi a tribunali
internazionali, petizioni pubbliche, richieste di referendum, raccolta di
firme, cortei, assemblee, convegni, seminari, conferenze, pubblicazioni di
libri, articoli, interviste, campagne pubblicitarie per la sensibilizzazione
della popolazione e molto altro ancora.
La resistenza attiva violenta.
Quest’ultima risorsa si fonda sull’istituto della legittima difesa. Come è
lecito tutelare la propria persona anche attraverso l’uso necessitato delle
armi, anche nel caso in cui questo uso provochi l’uccisione dell’aggressore,
così è altrettanto lecito sul piano morale difendere se stessi e la comunità
contro il tiranno che attenta alla vita delle persone o ad altri beni di
primaria importanza per mezzo di strumenti violenti. Ma affinchè si possa
muovere guerra al tiranno occorre la soddisfazione di tutte e nessuna esclusa della seguenti condizioni.
Non rispettarle significherebbe prediligere non la forza bensì la violenza.
1.
Extrema ratio: prima di prender mano alla armi occorre aver battuto
tutte le altre strade possibili prima menzionate di carattere non violento.
L’opposizione militare quindi deve essere considerata come ultimo rimedio
possibile.
2. Intollerabilità: la condotta dello Stato è
considerata intollerabile quando si verifica una lesione dei diritti
fondamentali di moltissimi cittadini, perpetrata con costanza – dunque non
episodica - e da lungo tempo. Ad esempio un genocidio è motivo più che
sufficiente per tentare di rovesciare un governo perché lede gravemente il
diritto fondamentale alla vita addirittura di intere popolazioni. Una
tassazione invece eccessivamente elevata non potrebbe mai meritare una risposta
armata.
3. Evidenza: la lesione dei diritti
fondamentali deve essere palese a molti, cioè deve essere chiaramente provata e
non può essere fondata su voci di corridoio.
4. Speranza di riuscita: qualora il prendere le
armi portasse come conseguenza nefasta un inasprimento della tirannia, allora
sarebbe meglio ripiegare su strumenti di lotta più pacifici. Tommaso scrive
“può infatti accadere che coloro che vanno contro il tiranno non riescano a
prevalere, e allora il tiranno così provocato incrudelisce ancora di più”. La
resistenza armata deve perciò essere organizzata, ben condotta e preparata
accuratamente, non frutto di moti spontanei sporadici e caotici, al fine di sortire
un effetto positivo.
5. Evitare mali peggiori: prima di ricorrere
alle armi occorre sincerarsi che la nuova classe dirigente che si ha
l’intenzione di appoggiare, dopo che si sarà deposto il tiranno, non si
comporterà in modo ancor più iniquo rispetto al precedente governo. Altrimenti,
come si suol dire, finiremmo dalla padella alla brace.
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