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martedì 18 giugno 2013

IL CASO/ Anche un neonato sa distinguere il bene dal male, ecco le prove - martedì 18 giugno 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

IL CASO/ Anche un neonato sa distinguere il bene dal male, ecco le prove

I lattanti sanno “stare dalla parte giusta”, quando vedono una cattiveria? Sembrerebbe proprio di sì, secondo quanto riporta uno studio giapponese pubblicato sulla rivista Plos One. Vedendo delle immagini di aggressione in cui è chiaro chi aggredisce e chi è aggredito, i piccoli ancora non in grado di parlare mostrano una preferenza affettiva verso l’aggredito. Questo strano ma interessante esperimento ci apre al mondo dei nostri figli ancora in fasce o quasi: quanto poco ne sappiamo e quanti pregiudizi impediscono di capire il loro livello di socialità ed empatia. Insomma: i bambini ci guardano, anche se non lo capiamo, ci giudicano anche se non sanno parlare.

I “prematuri sono socio-biologicamente sociali” scriveva qualche anno fa la pioniera degli studi sulla sociologia del neonato, Heidi Als, e per i piccolissimi ha creato un sistema basato sull’interazione sociale anche quando parrebbe che non capiscono, anche quando sono gravemente malati, e anche quando la tradizione pediatrica li condannava ad essere trattati come animaletti d’allevamento.

L’idea che i lattanti sanno stare dalla parte giusta ci apre al loro mondo, con una riflessione: quanto ci relazioniamo con loro in maniera strampalata, quanti “ghe ghe ghe” “bubù bubù bubù” facciamo loro come se fosse logico che a chi non sa parlare ci si rivolga con un linguaggio tra il derisorio e lo scimmiesco. Eppure ci viene spontaneo questo balbettare impazzito, questa dislalia demenziale di fronte al lattante che certo sa solo vagire ma non per questo ha un cervello che merita i nostri vagiti e sproloqui gutturali. Non che con un lattante dobbiamo discorrere di filosofia o di calcio, ma è sempre importante tener presente che è una persona, che è sociale, e magari usare un linguaggio umano ci aiuterebbe a sottolinearlo… anche se “sembra che non capisca!”.

Sottolineare cosa? Che non può essere trattato come un pacco postale, depositato davanti alla Tv già a 5 mesi, lasciato piangere anche quando si dispera per la solitudine. Già, perché anche il pianto è un linguaggio. Rinvenni questo eseguendo di recente alcuni studi in cui analizzando matematicamente il pianto del neonato emergeva una sorta di proto-linguaggio, una sorta di linguaggio rudimentale che è pianto ma che possiamo tradurre in termini comprensibili, cioè una capacità di esprimere il dolore forte, piangendo in un modo diverso dal pianto da dolore basso (Bellieni CV e al., Cry features reflect pain intensity in term newborns: an alarm threshold. Pediatr Res. 2004 Jan;55(1):142-6.) e che non è una pura “intensità” del pianto, ma una netta differenza negli accordi acustici usati.

Ma già da altri studi che avevamo pubblicato in precedenza era apparso chiaro come anche il piccolissimo neonato è alla ricerca di una compagnia nel momento del dolore, anche se la tradizione fino allora era quella di fare - ad esempio - prelievi di sangue senza curarsi troppo spesso delle ricadute dolorose. Ed escogitammo una tecnica detta Saturazione sensoriale, che si basa proprio sull’interazione del neonatino con il personale che lo cura, con la stessa mamma, che eseguendo dei semplici atti interattivi di conforto riesce a far sparire il suo dolore (per una rassegna vedi Bellieni CV e al. Sensorial saturation for infants' pain. J Matern Fetal Neonatal Med. 2012 Apr;25 Suppl 1:79-81. ).

Già, l’interazione con l’altro essere umano calma il dolore anche nel piccolissimo: non è un ritrovato sconvolgente per le mamme, ma lo è stato per tanti ospedali. Insomma, il mondo del piccolo bambino è pieno di sorprese e di insegnamenti per l’adulto. Quanto potrebbero trarne giovamento i genitori se solo lo sapessero. Purtroppo viene loro troppo spesso inculcato dai massmedia un’idea di figlio come di giocattolo da mostrare ad amiche e amici, di bambolotto che non si capisce che necessariamente ti deve cambiare la vita, mentre non siamo in grado di accettare altro se non quello che noi abbiamo programmato.

Non sappiamo accettare l’imprevedibilità (e le capacità nascoste) di un bambino, tanto che non se ne fanno più. E di questo tutta la società occidentale sta pagando il pegno.

© Riproduzione Riservata. 

venerdì 31 maggio 2013

La lobby pedofila che vuole cambiare l'Europa - di Roberto Marchesini - 31-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Don Fortunato di Notoinf
    
«In Europa c'è una forte lobby pedofila che punta a fare diventare normale la perversione. Mai come oggi si è assistito all'annientamento dei bambini in queste dimensioni». Ad affermarlo è don Fortunato Di Noto, il sacerdote siciliano fondatore dell'associazione Meter, il più famoso "cacciatore" di pedofili su Internet. Con lui cerchiamo di capire il fenomeno in Italia.

Don Fortunato, cos'è, e come funziona l'associazione Meter?
Prima di tutto è un cammino di fede. La nostra è una diakonia al servizio dell'infanzia che vuole abbracciare l'infanzia nella sua interezza. Paolo VI diceva che la difesa dei piccoli, per la Chiesa, non è una moda. E diceva che la Chiesa è esperta di umanità, di tutta l'umanità. Meter vuole essere esperta di infanzia, di tutta l'infanzia. Perché non esistono figli degli altri, ma solo figli nostri.
L'associazione funziona dal 1989. Abbiamo una sede centrale ad Avola (Siracusa) e 350 volontari in tutta Italia e nel mondo. Lavoriamo per la protezione dell'infanzia, non solo sulla lotta alla pedofilia online. Ci occupiamo di affido familiare, incontriamo i ragazzi nelle scuole per capirli ed essere loro vicini. E altre attività.

Come, e perché ha cominciato ad occuparsi di pedofilia?
Perché sono da sempre un tipo curioso e appassionato di tecnologia. Alla fine degli anni '80 ero seminarista a Roma e mi ero comprato il Commodore 64 con l'accoppiatore telefonico (roba che per voi è preistoria, era l'antenato del modem). Con quello ho iniziato a navigare nelle BBS, che erano gli antenati dei forum. E lì ho visto le prime immagini pedopornografiche. Un altro al mio posto se ne sarebbe potuto disinteressare, io ho deciso di considerare quei bambini come figli miei e occuparmene. E poi le prime storie di abusi, non potevo non considerarle, un grido di aiuto, un forte richiamo a ridare speranza.

Qual è, secondo il vostro osservatorio, la diffusione di questo fenomeno in Italia?
È purtroppo una diffusione trasversale. Possiamo offrire i nostri dati che rendiamo pubblici ogni anno con il Report Meter (che presentiamo nella Sala Marconi di  Radio Vaticana). In Italia la mancanza – ancora oggi – di una banca dati – tanto auspicata – non ci permette di avere chiaro il fenomeno.
Ecco i dati in sintesi Meter del 2012: l’impegno di Meter onlus a servizio dell’infanzia è stato nel corso di tutto il 2012 costante ed efficace, ma restano ancora forti emergenze da risolvere, in particolare i bambini minori di 13 anni che all’insaputa dei genitori aprono un profilo Facebook, nuova frontiera del rischio per i minori. E i numeri parlano: oltre 100.000 siti pedofili e pedopornografici negli ultimi dieci anni. Una diminuzione rispetto al 2011: si è passati da 20.390 a 15.946 nel “web visibile”. Aumenta invece in modo sconcertante e incontrollabile la presenza della produzione, divulgazione e detenzione di materiale pedofilo e di abusi sui bambini: nel “deep web”, sono 56.357 quelli monitorati in un solo anno. Crescono i social network, con 1.274 segnalazioni rispetto alle 1.087 del 2011. I casi (vittime di abuso) seguiti al Centro di Ascolto e accoglienza sono stati 61 rispetto ai 28 dello scorso anno (dal 2002 al 2012 sono stati in totale 951). Le consulenze telefoniche 839. Nella prevenzione sono state incontrate 18.600 persone tra cui 8190 studenti. Nell’ambito della prevenzione nella Chiesa sono state coinvolte 13 diocesi.

Si è fatto un'idea delle cause della pedofilia? Per quale motivo, secondo lei, un adulto può provare attrazione sessuale per un bambino prepubere?
Per tanti motivi. Perché è una coazione a ripetere per abuso, perché è un problema psicologico, perché è “malattia psichiatrica lucida”, perché è aberrazione, perché l’uomo si disumanizza. Perché c’è una sorta di connivenza e soprattutto di mancata sensibilità comune. Importante discutere e contrastare il femminicidio (violenza senza ragione e di grave entità), ma poco si parla del “bambinicidio” (in meno di 10 anni circa 250 bambini uccisi da adulti e genitori in Italia). Le cause possono essere tante.

La pedofilia è solo una questione psichiatrica, o ci sono in gioco altri fattori (economici, politici, ideologici...)?
Se per ideologico si intende il tentativo di far passare una perversione per una cosa normale, allora sì, c'è un fattore ideologico. Ma il punto è che mai come oggi stiamo assistendo all'annientamento dei minori in quantità industriale. Le dice niente la parola aborto? Ecco, quando sopprimere un bambino diventa facile come ingoiare una pillola, tutto è possibile. E, a cascata, questo riverbera sul valore dell'intera vita umana. C’è la crisi dell’uomo, più profonda di quella economica.

Secondo la sua opinione, quanto è diffusa la pedofilia tra religiosi e consacrati? 
I preti pedofili sono circa l'1% su 500.000 tra preti, religiosi/e nel mondo. Gravissimo è il problema, uno scandalo di vasta proporzioni. Una gravità inaudita che si affianca al fenomeno generale dello sfruttamento sessuali dei minori. Ma questo non significa niente: la Chiesa dovrà combattere per difendere i bambini fino alla consumazione dei secoli. E fino alla consumazione dei secoli dovrà piangere le vittime degli abusi che non ha saputo o voluto aiutare.

L'American Psychiatric Association (APA) ha annunciato che nella prossima edizione del suo manuale diagnostico, il celebre DSM, la voce riguardante la pedofilia subirà dei cambiamenti, al momento non precisati; in passato l'APA ha già derubricato la pedofilia egodistonica dal DSM, anche se poi è stata costretta a tornare sui suoi passi, almeno momentaneamente. La “strategia nazionale” contro l'omofobia  recentemente adottata dal governo italiano prevede l'abrogazione di “qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali” (art. 18). Insomma: è in atto una imponente campagna per “normalizzare” la pedofilia. Secondo lei, a cosa andiamo incontro? Chi vuole questo cambiamento culturale, e perché?
Pedofilia e omosessualità sono due cose diverse. Certamente però esiste – anche nelle intellighenzie europee e non  – una lobby pedofila. Glielo posso garantire. Poi gli psichiatri dicano quello che vogliono: secondo lei stuprare un bambino di pochi giorni è o no qualcosa di malvagio, indegno, violento? Lo dicano alle vittime. Questo discorso del consenso è l’ennesimo tentativo di normalizzare le relazioni sessuali tra adulti e bambini. E’ come si nota una battaglia culturale, ma che vede pochi che scendono in campo.

La sua azione contro la pedofilia ha mai suscitato reazioni negative? Avete mai subito minacce o ritorsioni a causa del vostro impegno? A chi da fastidio il vostro lavoro?
Ritorsioni? Tante minacce, calunnie, diffamazioni. Ma è meglio non parlarne. E’ dal 2000 che ho una tutela del Comitato di sicurezza, niente scorta, mi bastano gli angeli miei protettori.
Da allora devo dire a Polizia e Carabinieri dove vado perché così potranno approntare un minimo di vigilanza sulla mia persona. Ma non m'importa. Noi siamo dalla parte giusta: dei bambini, di Cristo, del Vangelo. E del Papa.



mercoledì 10 ottobre 2012


Quei bimbi di 3 anni davanti a tablet e tv - Gli esperti: mai prima dei 3 anni e lasciati da soli. Chi lo giudica un nuovo modo di esplorare e chi teme l'isolamento - http://www.corriere.it/

(Foto web)

Succede spesso alle nonne-sitter. Sfinite da un pomeriggio intero con la peste quattrenne si arrendono e accendono il televisore: effetto ipnosi assicurato, il nipote si immobilizza e tace. In genere resta un segreto tra anziana vittima e inconsapevole carnefice, perché mamma e papà sono contrari alla tivù. Quegli stessi genitori, però, non esitano a mettere un tablet nelle mani dell'erede ipercinetico durante un lungo viaggio o prima di cena: anche lì, la voce argentina sparisce, riportando la calma nello scompartimento del treno o in cucina. Cosa cambia tra le due strategie? Niente, se l'obiettivo era neutralizzare il «pupo mannaro». Molto, se si ragiona sugli effetti dei due alleati tecnologici. Aiutano il piccolo o l'adulto?

La rivista specializzata Archives of Disease in Childhoodha appena pubblicato un articolo che lancia l'allerta sui bambini ossessionati dalla tv. Punta il dito sui conseguenti disturbi dell'apprendimento e fisici (l'obesità anzitutto). E auspica che anche il Paese di Sua Maestà elabori linee guida simili a quelle già redatte in Canada, Stati Uniti e Australia, che fissano restrizioni come per il consumo dell'alcol (a dire la verità, con scarsi risultati: un adolescente nordamericano spende otto ore di fronte a uno schermo, contro le sei di un britannico). Di qui l'allarme rosso per i più piccoli, rilanciato dal Guardian , perché l'età più critica va da zero a tre anni, quando è indispensabile interagire con gli occhi di mamma e papà.
Eppure tablet e strumenti multimediali fanno parte del mondo di oggi. Impossibile non tenerne conto. A San Donato Milanese, nel nido scuola Eni 06 frequentato da 168 bambini da tre mesi a sei anni, tutti i giorni vengono utilizzati grandi monitor, cornici elettroniche, iPad, tavolette grafiche, scanner e pc: quello digitale è uno dei cento linguaggi che stanno alla base del progetto pedagogico messo a punto da Reggio Children. E niente tivù: rende troppo passivi. «È inutile demonizzare gli strumenti, sono nel mondo e chi lo esplora non può non entrarne in contatto. È vero che sono potentissimi. Mi viene in mente un volo Canada-Italia: avevo accanto un piccolo di 4 anni che per tutto il tempo ha giocato con il tablet, vicino c'era la mamma che si prendeva cura della figlia più piccola. Immagino sia stata la soluzione più comoda per far funzionare il viaggio. Ecco, mi preoccupa maggiormente un bambino lasciato solo per ore davanti al televisore», spiega Susanna Mantovani, psicologa e pedagogista, prorettore all'Università Milano-Bicocca, che ha contribuito a far nascere l'asilo Eni.
Paolo Ferri, docente di Teorie e tecniche dei nuovi media, è coautore di Bambini e computer e Digital kids (entrambi Etas). Anche lui smorza sui rischi di tablet e affini. «Sotto l'anno non li farei mai usare. Ma fino ai tre anni, la loro attenzione è davvero limitata, si stufano in fretta. La curiosità va inquadrata nel comportamento esplorativo, identico di fronte a un giocattolo "povero". Trovo più passivizzante la tv di un iPad, che invece è una via di mezzo tra qualcosa di animato e qualcosa di inanimato: per un bimbo equivale a un gatto che all'improvviso fa miao, li sorprende. In definitiva, una "dieta mediale variata" fa bene. Purché vigilata da un adulto: mai lasciare i bimbi da soli con delle macchine».
Sulla tempistica non esiste unanimità. Paolo Curatolo, ordinario di Neuropsichiatria infantile a Tor Vergata, boccia totalmente una esposizione precoce ai tablet. «Prima dei tre anni è troppo presto. Può avere senso quando si va alla scuola primaria, per sviluppare le abilità multitasking che oggi la società richiede». Mentre lo psicoterapeuta dell'età evolutiva Fulvio Scaparro non se la sente di porre veti, salvo per la tivù in camera da letto: «Un bambino non può mai essere responsabile di ciò che vede. I tablet fanno parte del contesto contemporaneo, come ai nostri tempi c'era il telefono a disco. Se i piccoli sono curiosi e si divertono, non ha senso farsi troppe domande e lasciarli giocare. Purché sia un processo naturale, senza pensare: deve cominciare subito sennò resta indietro».
Elvira Serra10 ottobre 2012

mercoledì 3 ottobre 2012


L'Onu: nel 2050 più anziani che bimbi - Tra dieci anni un miliardo di 60enni, 2 ottobre 2012 - http://www.avvenire.it

Tra meno di quarant’anni nel mondo ci saranno più anziani che bambini: a tracciare il quadro allarmante di un pianeta che invecchia sempre più in fretta è l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa). La stessa, paradossalmente, che non viene finanziata da alcune nazioni, tra cui gli Stati Uniti, perché promuove politiche di denatalità. Secondo il rapporto presentato ieri, entro la fine del decennio gli “over-60” saranno un miliardo, e tale numero raddoppierà nel 2050, superando i due miliardi. In Italia, fra quarant’anni, un cittadino su tre sarà ultrasessantenne.

Per gli esperti dell’Unfpa, l’invecchiamento della popolazione, reso possibile dall’allungamento della vita, è un fenomeno che non si può più ignorare. Rappresenta una sfida per ciò che riguarda le ripercussioni sull’economia e sulla salute pubblica, le pensioni. «La gente di tutto il mondo deve invecchiare con dignità, e vedere garantita la piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali», ha spiegato il direttore dell’Unfpa, Babatunde Osotimehin. Quest’ultimo ha sottolineato che sono stati compiuti importanti progressi in materia: nell’ultimo decennio, ad esempio, cento Paesi hanno adottato nuove norme sulle pensioni per gli anziani più poveri. «Ma rimane ancora molto da fare», ha detto, ribadendo che c’è bisogno di una leadership politica «coraggiosa» per gestire al meglio questo aspetto.

Attualmente due ultrasessantenni su tre vivono nel Sud del mondo. Nel 2050, la percentuale salirà a quattro su cinque, e più in generale gli anziani rappresenteranno il 30% degli abitanti in 64 Paesi del mondo. Se non si agisce tempestivamente, per gli esperti il rischio è che molti Stati – soprattutto quelli emergenti, che raramente hanno adottato politiche ad hoc – non saranno in grado di sostenere la fascia di popolazione più attempata.

giovedì 20 settembre 2012


20/09/2012 - IL CASO - "Ecco quanto ci costerà far soffrire i bambini" - I problemi affettivi sperimentati nell’infanzia si ripercuotono nella vita da adulti - A Padova la lezione di Berry Brazelton, uno dei pediatri più celebri al mondo - SARA RICOTTA VOZA - http://www3.lastampa.it

INVIATA A PADOVA
La sofferenza di un bambino ha sempre un prezzo. Che paga e pagherà lui per primo nella vita, ma che pagheremo anche noi tutti insieme come società. E non sarà un prezzo da poco. Finora non si è sentito il bisogno di quantificare questi danni collaterali che un sistema in crescita forse pensava di potersi permettere. Oggi che la crisi impone tagli e spending review in ambiti delicati come scuola e sanità, forse è arrivato il momento di andare a vedere a quanto ammonterebbe la spesa e su chi graverà. Il primo a togliersi dall’imbarazzo di mettere un cartellino del prezzo a tutto questo è Berry Brazelton, un signore di 94 anni che ha ricevuto da poco dalla Casa Bianca l’onorificenza di «Champion of Change». Pediatra con 60 anni di esperienza, docente alla Harvard Medical School e consulente di Barack Obama, nel discorso di ringraziamento al presidente ha citato studi econometrici che dicono che «ogni dollaro speso per curare i disturbi nel primo anno di vita dei bambini ne fa guadagnare altri 17».

Doveva essere lui lo «special guest» al convegno che si è aperto ieri all’Università di Padova con un titolo che forse qualche tempo fa sarebbe stato tabù: «Quanto costa curare e non curare i bambini». I 94 anni del Professore non gli hanno permesso di essere materialmente nell’aula dove insegnò Galileo, ma le sue parole e il suo nome sono risuonati spesso nelle relazioni dei colleghi italiani. «Sappiamo molto sulla relazione tra un bambino che soffre e l’adulto che sarà - sostiene Brazelton - Per la scienza la deprivazione nel grembo ha effetti negativi sulla salute che durano tutta la vita, lo stesso vale per gravi avversità durante la prima infanzia. Investire nella prevenzione può trasformare il sistema sanitario mantenendo le persone in salute e riducendo i costi». La conclusione: «Una forza lavoro più sana e un sistema sanitario sostenibile significano una nazione più forte».

La teoria di Brazelton deve avere fatto breccia anche in Italia se l’organizzatrice del convegno, la professoressa Graziella Fava Vizziello, docente di psicopatologia, riporta che anche «secondo gli analisti del nostro Ministero della Salute curare i bambini porterebbe a un aumento di un punto di Pil all’anno». Ma i bambini italiani stanno così male? A sentire psicologi, psicoterapeuti e psichiatri a convegno si direbbe di sì, con patologie in aumento e situazioni di disagio nuove. «Aumentano la depressione e la dipendenza da computer, e ci sono nuovi disagi legati alla disoccupazione dei genitori, alle missioni di pace all’estero e alla crescita dei bambini sopravvissuti a malattie un tempo mortali», elenca la Prof.ssa Fava. «I padri che vanno via con il rischio di morire portano scompensi gravissimi nei figli, mentre i tanti bambini un tempo inguaribili avranno comunque una vita difficile e andranno seguiti assieme ai loro genitori e ai loro fratelli, che sempre più spesso sviluppano patologie per essersi sentiti messi da parte».

Bambini non curati come questi potrebbero un giorno avere patologie psichiatriche. «Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la prima causa di perdita economica», ha spiegato Francesco Amaddeo, docente di Psichiatria a Verona. «Parlando di costi la schizofrenia è fra le più costose». Secondo uno studio italiano del 2000, i costi diretti annui per paziente ammonterebbero a quasi 8000 euro, quelli indiretti a 19mila». «Uno studio inglese stima che il miglioramento nella distribuzione di abilità cognitive ridurrà la povertà del 2,2%», dice il professor Perali, ordinario di Politica economica. Che citando il Nobel Heckman, secondo cui non si deve parlare solo di investimento sulle capacità cognitive ma anche su quelle di comportamento e bontà di relazioni umane, invita a chiedersi «con quale asset di capitale umano vogliamo fare crescita». Anche questa è economia.

sabato 9 giugno 2012


Baby market / Quando il bambino diventa cliente, Curzio Maltese, 08 giugno 2012, http://ricerca.repubblica.it/

L' infanzia è una scoperta recente nella storia degli uomini. Per secoli i bambini sono stati considerati piccoli adulti soltanto più facili da sfruttare, manipolare, abusare. La metà dei bambini, ancora nel diciassettesimo secolo, moriva prima dell' adolescenza. Il rispetto per i diritti dell' infanzia non è nato nelle famiglie, ma con la moderna psicologia e soprattutto grazie alla politica. La democrazia, le lotte sindacali, la grande costruzione dello stato sociale hanno fatto del Novecento «il secolo dei bambini», secondo la profezia di Ellen Key, con leggi di tutela peri minori, divieti di lavoro nelle fabbriche, obbligo di istruzione e protezione dalla violenza degli adulti, genitori compresi. La dichiarazione dei diritti dell' infanzia dell' Onu nel 1959 ha cercato di estendere queste conquiste civili dall' Occidente a tutto il mondo. Ma dagli anni Ottanta in poi, con la crisi della democrazia e della politica, sovrastata dagli interessi economici, il processo si è fermato e ha cominciato anzi a regredire. I bambini di oggi hanno molti più soldi da spendere, ma godono di meno protezioni e tutele di quelle che avevamo noi genitori. I nostri figli sono diventati le principali prede del consumismo alimentato dalle grandi corporations che condizionano i governi e i media per ottenere leggi sempre più permissive. (segue dalla copertina) Il «kid marketing», che mezzo secolo fa quasi non esisteva, è diventato un affare colossale e l' unico in continua espansione, anche in tempi di crisi. Negli Stati Uniti si calcola che il potere d' acquisto dei bambini, sommato all' influenza esercitata sugli acquisti dei genitori, superi i 1000 miliardi di dollari all' anno, contro i 50 miliardi di vent' anni fa e i 5 miliardi di vent' anni prima. In Europa le cifre sono simili. Nel volgere di due sole generazioni il potere d' acquisto dei bambini nelle famiglie è aumentato di duecento volte. In parallelo, si sono moltiplicati stress e dubbi dei genitori. Che cosa comprare o non comprare a mio figlio? E' giusto imporre limiti di spesa a uno shopping ormai compulsivo e di tempo trascorso alla playstation o ai videogames? Come resistere alle continue richieste di prodotti inutili e costosi e di pessimo cibo propagandati a ogni ora dalla televisione? In quale modo proteggere i ragazzi dai mille pericoli nascosti nell' uso dei nuovi media e dei social network? Dobbiamo fidarci di somministrare ai bambini le medicine che oggi i pediatri prescrivono con tanta abbondanza, quando i nostri genitori ci davano al massimo un' aspirina ogni tanto? E perché fra i nostri figli si moltiplicano le allergie e le intolleranze alimentari? Come negare qualcosa senza fare dei nostri figli degli esclusi, visto che sempre «in classe ce l' hanno già tutti gli altri»? E' impossibile affidarsi all' esperienza. Nessuna generazione di madri e padri aveva mai affrontato questi dilemmi. La maggioranza si arrangia ricorrendo all' antica arte del compromesso. Ma rimane la sensazione, purtroppo fondata, di una progressiva perdita di controllo. Alcuni accusano la scuola e gli insegnanti, la cui perdita d' influenza è semmai ancora maggiore. I bambini, per non dire degli adolescenti, trascorrono ormai molto più tempo davanti a computer, tv e videogiochi che sui banchi di scuola. Le alleanze fra genitori e insegnanti sono spesso destinate a franare sotto i colpi di un' offerta invasiva. Qualche piccolo episodio personale. All' inizio dell' anno scolastico le maestre di mio figlio di dieci anni hanno raccomandato ai genitori di vigilare sulle troppe notizie di violenza sui bambini, sparse ormai con abbondanza di agghiaccianti particolari sui media a ogni ora del giorno. Sono sicuro che le famiglie hanno seguito il consiglio con scrupolo. A fine anno sono stato chiamato, con altri genitori, a parlare in classe del mio lavoro. Una volta spiegato che consiste nel dare le notizie, ho chiesto ai compagni di mio figlio quale notizia li avesse colpiti negli ultimi mesi. Si sono levate venti manine ed è seguito un viaggio in un Luna Park degli orrori popolati di infanticidi, abbandoni, abusi, massacri in famiglia. Un' altra storia. Una mia conoscente, professoressa molto libertaria, ma preoccupata dal mutismo della figlia adolescente a proposito di amicizie e frequentazioni, si è finta un' amica della ragazza su Facebook. Per mesi ha vissuto l' incubo di essere scoperta e di subire lo stesso processo che lei fece a sua madre quando la sorprese a frugare nel diario. Il marito ha avuto alla fine il coraggio di dirle che fingersi amici su Facebook è molto più offensivo di una sbirciata al diario. Per fortuna in tutta Europae in Nord America sono nate negli ultimi anni associazioni di genitori e consumatori per combattere lo sfruttamento commerciale dell' infanzia. Assalto all' infanzia di Joel Bakan, appena tradotto da Feltrinelli, sta diventando una bibbia di questo movimento. L' inchiesta di Bakan, già autore del pluripremiato The Corporation, si concentra sulle cinque più gravi minacce ai bambini di oggi. Primo, le strategie del marketing infantile per trasformare i nostri figli in consumatori compulsivi e bulimici. Secondo, la diffusione sempre più massiccia di farmaci di ogni tipo per l' infanzia, compresi psicofarmaci, grazie anche al crescente potere di condizionamento della scienza medica da parte dell' industria farmaceutica, spesso con metodi illegali. Terzo, l' aumento esponenziale fra i bambini di alcune patologie e il possibile collegamento con la massa di sostanze chimiche liberate nell' aria dall' industria. Negli ultimi decenni l' incidenza dell' asma frai bambiniè cresciuta del 50 per cento ed è oggi la principale causa di ospedalizzazione; la leucemia e il cancro al cervello del 40 per cento, l' autismo addirittura del 1000 per cento. Nello stesso periodo sono comparse nell' ambiente 26000 nuove sostanze chimiche e l' aumento complessivo delle sostanze chimiche disperse nell' ambiente è stato del 7500 per cento.I bambini arrivano oggi ad accumulare nel corpo da sette a dieci volte gli agenti industriali rispetto a trent' anni fa. La quarta minaccia è il lavoro infantile, che si sta diffondendo anche nel ricco Occidente, come purtroppo noi italiani possiamo facilmente verificare con un giro nei distretti industriali e agricoli. Il quinto e ultimo aspetto è la privatizzazione della scuola pubblica, dalle elementari all' università, che rischia di moltiplicare all' infinito l' influenza della grande industria sull' educazione dei ragazzi. Assalto all' infanzia offre molte risposte ai dubbi dei genitori, alcuni sconvolgenti casi di cronaca e una massa impressionante di informazioni, tutte verificate da un plotone di avvocati, visto che le multinazionali del «kid business» hanno la querela facile. Possiamo consolarci con la constatazione che le leggi europee di tutela dell' infanzia, ancora influenzate dal welfare, sono assai più severe di quelle americane. Almeno in questo, la maltrattata unione europea si è rivelata un argine di civiltà. Ma il lobbismo delle multinazionali ha ottenuto negli ultimi anni crescenti successi a Bruxelles, mascherati da riforme e liberalizzazioni. La sanità e l' istruzione sono del resto diventate la più redditizia frontiera del business globale. L' inchiesta di Joel Bakan dipinge il fosco quadro di un Medioevo prossimo venturo, dove i bambini torneranno a essere, come nei secoli passati, piccoli adulti più facili da manipolare. Ma Bakan offre anche ottimi consigli per resistere al meccanismo e conclude la sua drammatica analisi con la speranza di un futuro migliore. La battaglia è appena cominciata e non è affatto persa. Bisogna però cominciare a impegnarsi da subito. Le madri e i padri di oggi, gli ultimi cresciuti nel «secolo del bambino», hanno una responsabilità enorme.I nostri dubbi scompariranno con noi e dopo non ci sarà un' altra generazione capace di opporsi alla scomparsa dell' infanzia. - CURZIO MALTESE

mercoledì 18 aprile 2012


Il bimbo di 3 anni a San Patrignano «Non separatelo dalla mamma» - Il giudice lo vuole dare in adozione, dopo che il tribunale l'aveva affidato alla donna. La comunità: «Assurdo» di Francesco Alberti, 18 aprile 2012, http://www.corriere.it


Il bimbo conteso
Tanir ha poco più di 3 anni e quando gli viene in mente quel padre, che non vede da tempo, dice: «È andato via perché è arrabbiato con me». Inutile spiegargli che quel padre è tornato da dove era venuto, in Marocco, dopo aver dissipato tra carcere, alcol e droga la sua avventura italiana. La stessa frase Tanir (nomi di fantasia) la ripete quando parla della sorellina, che aveva solo 2 anni quando è morta per una malformazione congenita nella casa protetta dove i due fratellini vivevano dopo essere stati tolti ai genitori: «Ho fatto arrabbiare anche lei» dice, rabbuiandosi.
Tanir, qualcosa di importante, ce l'ha ancora però: la madre Sara, 41 anni, fiorentina, in lotta da sempre con la cocaina, eppure, a detta dei servizi e di chi la segue, «legatissima al figlio, nonostante una capacità genitoriale condizionata da una grande fragilità emotiva». Una madre che Tanir ha perso e ritrovato. La perse quando venne mandato nella casa protetta assieme alla sorella.

Il video della comunità L'ha ritrovata due mesi fa a San Patrignano, la più grande comunità d'Europa, dove i servizi sociali hanno individuato una sistemazione comune a madre e figlio così che ognuno dei due provi ad avere ciò che non ha mai avuto: lei, una vita senza droga; lui, una mamma e una dimensione educativa. Ora tutto questo è a rischio. Qualche giorno fa, quello stesso Tribunale dei minori di Firenze che il 16 novembre scorso aveva dato mandato ai servizi sociali «di collocare entrambi presso idonea struttura, ritenendo che vi possa essere per la madre la possibilità di stare con il figlio», ha cambiato radicalmente impostazione, intimando l'uscita di Tanir da San Patrignano e il suo ritorno nella casa protetta da cui proveniva, in vista di un percorso destinato a sfociare nell'adozione, l'ennesimo distacco.

Una decisione inaccettabile per i vertici di San Patrignano, che si preparano alle barricate: «È una scelta inspiegabile - hanno scritto in una lettera al presidente del Tribunale dei minori di Firenze, Maria Cannizzaro, e al giudice relatore dell'ordinanza, Rosario Lupo -. Il piccolo sta vivendo con serenità il rapporto affettivo con la madre. Un repentino distacco rappresenterebbe un ulteriore trauma: ci opporremo con tutti i mezzi consentiti dalla legge». La prima azione di resistenza è andata in scena ieri mattina quando alle porte della comunità si sono presentati i servizi sociali per prelevare il piccolo. Per tutta risposta, si sono visti sventolare davanti al naso un certificato medico: «Tanir oggi è malato, non può essere prelevato, ripassate più avanti...». Ma è solo questione di tempo: «Torneranno - sospirano a Sanpa -, a meno che la nostra mobilitazione non faccia breccia nei giudici».

Non sarà semplice. Nell'ordinanza del 10 aprile scorso, che ordina il ritorno di Tanir nella vecchia comunità, il Tribunale contesta la scelta di San Patrignano sia sotto il profilo formale («Si stava valutando un programma alternativo») che sostanziale («Il bambino è stato distolto dal suo ambiente senza un evidente vantaggio per lo stesso e per la sua crescita, dovendo la madre seguire un percorso il cui esito non è ad oggi prevedibile»).

La risposta di San Patrignano è a più voci. Daniele Giovanni Poggioli, neuropsichiatra infantile che segue Tanir, ritiene che la madre, pur con tutti i suoi limiti, costituisca invece «una risorsa potenzialmente riparatrice» nei confronti del trauma subito dal piccolo per la morte della sorellina: «La bimba - afferma Poggioli - era un importante punto di riferimento affettivo per il fratello, avendo condiviso con lui l'allontanamento da casa: la sua perdita è stata fortemente destabilizzante per il bimbo che ora sta rielaborando il lutto». E sta pure imparando a mangiare con le posate, a sentire le educatrici del nido che opera a San Patrignano: «I primi pasti sono stati un disastro, usava le mani e non rispettava le regole. Era anche molto diffidente, mentre adesso è lui che cerca gli altri...». E saranno gli altri, ancora una volta, a decidere sotto quale stella dovrà danzare Tanir. Speriamo sia possibile con la sua mamma. Perché sarebbe insostenibile se pensasse di aver fatto arrabbiare anche lei.


Se per il Tribunale dei Minori il Bambino Diventa un Pacco Postale di Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera, 18 aprile 2012

C'è un bambino di tre anni, in grave stato di abbandono, che è stato tolto alla mamma tossicodipendente e al padre violento: piazzato assieme alla sorellina di due anni, per ordine del Tribunale dei minori, in una struttura di accoglienza, la sua condizione psicologica non sembra affatto migliorare, ma al contrario, forse perfino peggiora, anche perché gli viene a mancare l'unico appiglio familiare che gli era rimasto, la sorella minore morta per una malformazione congenita. Nuovo intervento del Tribunale che incarica i Servizi sociali di cercare una soluzione che, in effetti, si trova. Trasferimento, dunque, nella comunità di San Patrignano, dove ritrova la mamma, dove frequenta l'asilo e dove piano piano sembra riprendersi dallo choc della perdita della sorellina. Tutto bene quel che finisce bene? Nemmeno per sogno. Nuovo intervento del Tribunale dei minori il quale, nonostante la perizia del neuropsichiatra che ne testimonia il miglioramento, decide di ricollocare il bambino nella medesima struttura dove aveva vissuto il suo lutto.
Ora non si vogliono certo contestare le ragioni di un giudice del Tribunale, ma comprenderle, almeno, questo, sì, si vorrebbe. Capire in che modo si può fare l'interesse di un bambino di tre anni togliendolo per la seconda volta alla mamma anche se vivendo con lei aveva cominciato a guarire dai suoi mali di creatura abbandonata. Capire perché mai il povero piccolo debba tornare proprio nello stesso luogo nel quale gli era morta la sorellina, dove — i bambini hanno memoria, eccome se ce l'hanno — ogni cosa gliela farebbe tornare in mente. E capire anche, si vorrebbe, perché non conta niente il parere del medico che lo ha seguito e perché si è permesso che l'esperimento San Patrignano durasse soltanto pochi mesi, senza dar tempo di consolidarsi a quel sia pur piccolo miglioramento segnalato.
E chissà se la prassi del Tribunale prevede che venga chiesto anche un parere al bambino su dove gli piacerebbe vivere o se invece a tre anni si è ancora come un pacco che può venire spostato ora qui, ora lì.

martedì 1 novembre 2011


La strage dei bambini "stregoni" di Anna Bono, 01-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Una bambina di 14 anni accecata dalla madre con la candeggina per liberarla da visioni demoniache, un bambino di 12 anni ucciso dal padre che gli ha iniettato nello stomaco della soluzione acida per batterie convinto che il piccolo fosse uno stregone, un altro dodicenne salvato all’ultimo momento dalla furia di parenti e di vicini che stavano per annegarlo in un fiume, dopo averlo torturato, credendolo uno stregone e colpevole di aver assassinato il proprio padre, morto per cause non chiarite dai medici: è capitato in Angola dove non passa giorno senza che un bambino subisca abusi e torture o venga abbandonato dai parenti oppure ucciso perché ritenuto uno stregone.

Non succede solo in Angola: in Africa la stregoneria è una delle più radicate e persistenti istituzioni tribali. Se ne parla poco, forse anche perché la sua esistenza contraddice la prevalente rappresentazione delle comunità tradizionali africane come modelli di pacifica convivenza, tolleranza, equità e armonia sociale, depositarie di valori umani che l’Occidente avrebbe invece sacrificato al potere e al denaro.

È stato il Papa ancora una volta a rompere il silenzio il 29 ottobre, durante la visita “ad limina” dei vescovi angolani, con un appello a combattere in Angola e nel resto del continente gli “assassinii rituali di bimbi e di anziani” per stregoneria. “Ricordando che la vita umana è sacra in tutte le sue fasi e situazioni, continuate – ha raccomandato Benedetto XVI ai vescovi angolani – ad alzare la voce in favore delle sue vittime”. Il Pontefice ha quindi sollecitato “uno sforzo congiunto delle comunità ecclesiali provate da questa calamità, cercando di determinare il significato profondo di tali pratiche, di identificare i rischi pastorali e sociali da esse veicolati e di giungere a un metodo che conduca al loro definitivo sradicamento, con la collaborazione dei governi e della società civile”.

Il Papa aveva già affrontato il problema della stregoneria nel 2009, in occasione della sua visita in Angola. “Tanti vivono – aveva detto allora – nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani perché – dicono – sono stregoni”.

Nessuno in effetti può dirsi al sicuro: non solo i bambini, neanche gli adulti e, men che meno, i disabili e in genere coloro che presentano anomalie fisiche o psicologiche, tradizionalmente guardati con diffidenza e allarme.

Fece scalpore nel 2008 la notizia che in Kenya 11 o forse 15 persone accusate di stregoneria erano state bruciate vive in un villaggio. Ma altri, frequenti episodi analoghi si verificano senza essere registrati dai mass media internazionali.

Ancora meno si sa e si dice di un altra conseguenza terribile della stregoneria, a cui si deve un numero forse ancora maggiore di vittime. Servono organi e parti del corpo umano per eseguire determinati riti e per preparare pozioni, amuleti e sortilegi. Per disporne non si esita a uccidere. Anche in questo caso, nessuno è al sicuro, ma le vittime sono soprattutto i bambini e i “diversi”.
Si preferiscono i bambini di strada, sulla cui sorte nessuno indaga. Ma in Mozambico, ad esempio, nel 2004, tale era la richiesta di organi umani nella provincia di Nampula che i bambini venivano rapiti quasi sulla porta di casa o all’uscita da scuola: ne sparivano in media due alla settimana.

Tra i “diversi” in pericolo si annoverano gli albini di cui si fa strage soprattutto nei paesi dell’Africa Orientale e nella Repubblica Democratica del Congo dove si assiste a un vero e proprio traffico transnazionale di cadaveri e di organi. Venduti dai familiari per migliaia di dollari oppure rapiti su incarico di guaritori tradizionali, a causa delle proprietà speciali attribuite ai loro organi, sono richiesti soprattutto in Tanzania per realizzare pozioni potenti contro le malattie e per assicurare il successo economico. Alcuni anni fa il governo di quel paese, nel tentativo di porre un limite alla “caccia all’albino”, ne ha nominato uno parlamentare, per affermane i pari diritti. Successivamente la vittoria elettorale di un albino, Salum Khalfani Bar’wani, alle politiche del 2010, ha fatto sperare in una svolta che tuttavia ancora non si è data: tuttora i bambini affetti da albinismo spesso non vengono neanche mandati a scuola e in famiglia vivono ai margini, a stento tollerati, il che li condanna da grandi a vivere di carità e di espedienti, in solitudine.

lunedì 31 ottobre 2011


Avvenire.it, 29 ottobre 2011 – EMIGRAZIONE - Romania, la vita spenta degli orfani bianchi di Mihaela Iordache

Sono gli orfani bianchi, il loro numero supera le centinaia di migliaia. Ognuno di loro ha un nome ma i loro genitori non sono lì a chiamarli o abbracciarli forte quando hanno bisogno, quando si interrogano sui problemi della vita, quando non capiscono perché alcune cose devono accadere proprio a loro. E loro, i bambini rimasti soli in Romania perché i genitori sono andati all’estero a lavorare, si addormentano con le lacrime agli occhi, sperando di sognare la mamma ed il papà. Spesso i coetanei li considerano fortunati perché possiedono cose più belle, vestiti, cellulari. Eppure non sono felici. Hanno molto, ma non i loro genitori.

Sarebbe già un bel regalo poterli incontrare almeno nei sogni. Diana, che è rimasta a casa con i nonni quando i genitori sono emigrati in Spagna, dice che, se sognerà la mamma, la terrà stretta per la mano e forse la mattina si sveglierà con lei vicino. Poterla portare dal sogno a casa la farebbe immensamente felice, rinuncerebbe anche al cellulare, ai giocattoli, pure alla cioccolata. Una carezza data dalla mamma non ha prezzo, dice. Anche Monica, una bambina di dieci anni, ha aspettato a lungo la sua mamma. Troppo a lungo. Le mancava così tanto che il suo piccolo universo è crollato. Senza padre sin dalla nascita e con la nonna che la picchiava, Monica si è chiusa in se stessa. Non ha più voluto né mangiare né parlare. Per mesi, dal suo letto di ospedale ad Arad (ovest della Romania), guardava con i suoi grandissimi occhi marroni sempre verso la porta, sperando che da lì sarebbe entrata la sua amata mamma. Ma la mamma, emigrata in Italia, è venuta a visitarla solo poche volte e sempre minacciandola che se non si fosse ripresa l’avrebbe abbandonata. Nonostante le minacce il viso della bambina si illuminava quando vedeva la mamma, e secondo i medici quelli erano gli unici momenti in cui la piccola stava un po’ meglio. Del resto, i suoi occhi tristi guardavano invano la porta da dove ogni tanto entravano persone che avevano sentito della sua grande sofferenza. Ma nulla è servito, né le carezze della gente, né le parole della psicologa o gli sforzi dei medici. A dieci anni Monica si è spenta a causa di un’anoressia nervosa dopo un’agonia durata mesi e nella pesante mancanza della mamma. Ed è tragicamente lunga la lista dei bambini che scelgono di togliersi la vita per il dolore di essere rimasti soli.

La Romania, il paese più povero dell’Unione Europea, è anche il paese con la più forte emigrazione. Milioni di romeni sono partiti in cerca di una vita migliore, soprattutto per assicurare un futuro ai figli. Sono andati all’estero ad accudire altri bambini e anziani, mentre i loro figli soffrono della "sindrome Italia", termine con il quale psicologici e medici romeni indicano disfunzionalità e malattie dei bambini rimasti in patria senza genitori.

Per anni nella società romena si è sempre parlato dei benefici materiali dell’emigrazione, dei soldi che i romeni inviano in patria, del loro contributo all’economia. Il fenomeno della massiccia emigrazione è cominciato dopo la caduta del comunismo nell’89 e si è intensificato con la libera circolazione e l’adesione all’Unione Europea quattro anni fa. Alcuni sono riusciti a portare i bambini all’estero con loro. Moltissimi no. Soprattutto le badanti che devono vivere nella casa degli anziani che accudiscono. Non riescono a tornare spesso in patria a visitare e abbracciare i propri figli perché non possono lasciare soli gli anziani in Italia o Spagna e, anche per rientrare una volta all’anno, devono trovare una sostituta. C’è così un’intera generazione cresciuta all’ombra dell’emigrazione. Secondo l’Unicef, oltre 300 mila minori hanno uno o entrambi i genitori all’estero. I bambini vengono affidati senza alcuna delega o documento ufficiale ai nonni, ai parenti o addirittura ai vicini. E non tutti vivono in condizioni materiali adeguate, perché spesso i genitori non riescono ad inviare a casa somme di denaro sufficienti.

Si parla spesso del sacrificio dei genitori, costretti a stare lontano dai propri figli; raramente si affronta invece il tema delle privazioni affettive dei bambini che, per la disperazione, provano ad attirare l’attenzione dei genitori, rifiutando di mangiare, di parlare e alla fine di vivere. Questa è la faccia nascosta dell’emigrazione – spiegano i sociologi – vite spezzate, famiglie rovinate e in genere una società più povera in valori cui rapportarsi, dove i giovani respingono l’idea di vivere in Romania e sognano a loro volta di emigrare. Lo Stato osserva il fenomeno, impotente, senza fornire soluzioni per mitigare la situazione.

Nemmeno l’Unione Europea sembra avere molte iniziative in merito. Già nel 2009 l’europarlamentare romena Corina Cretu criticava, in una seduta plenaria del Parlamento Europeo, le autorità nazionali ed europee per l’inadeguata importanza data al fenomeno dei bambini lasciati soli in patria, considerandola una prova di mancanza di responsabilità rispetto al presente e una incoscienza rispetto alle conseguenze future del fenomeno. L’anno scorso la Commissione europea ha dato vita a uno studio sull’impatto sociale dell’emigrazione, in particolare nell’Europa Centrale e dell’Est, documento che potrebbe essere concluso nel 2012, secondo l’europarlamentare romena Rovana Plumb, impegnata a studiare il fenomeno.

giovedì 27 ottobre 2011


Quei bimbi stressati già a quattro anni ecco come liberarli dall´ansia di successo, Fonte: Anais Signori - LA REPUBBLICA, 27 OTTOBRE 2011

L´allarme degli esperti: troppo competitivi, devono fare meno attività e giocare di più.  Secondo uno studio tedesco circa la metà dei piccoli soffre per l´eccesso di pressioni

PARIGI - Il mal di pancia prima di andare a scuola, lo scatto d´ira all´uscita dalla partita o ancora la febbre il giorno del compleanno. Il malessere segreto dei nostri figli si nasconde forse dietro a piccoli sintomi, a volte banali. «Abbiamo caricato i bambini di troppe aspettative. Sono condannati al successo», spiega il neuropsichiatra Boris Cyrulnik, lanciando un grido d´allarme nel suo nuovo saggio "La Vergogna", che ha già provocato un acceso dibattito in Francia e ora è pubblicato anche in Italia. Un traguardo dopo l´altro, senza potersi permettere di fallire. A scuola, nello sport, nelle discipline artistiche come nelle relazioni con gli amichetti, i piccoli sperimentano spesso la paura di non essere all´altezza. Secondo uno studio tedesco ripreso da Der Spiegel, la competizione tra bambini non è mai stata così forte: almeno il 50% di loro sperimenta lo stress tipico degli adulti, quell´ansia da prestazione che di solito esiste solo nel mondo del lavoro e può portare a fenomeni come il burn-out, l´annientamento emotivo.
«Nelle società occidentali, c´è una spasmodica ricerca del risultato, il culto della performance in ogni campo: intellettuale, fisico, sociale», continua Cyrulnik famoso per i suoi studi sulla resilienza dei bambini traumatizzati nelle guerre. «Una mente infantile - aggiunge - è molto più sensibile all´approvazione o alle critiche». I desideri dei genitori o di altri adulti vengono introiettati e, se non vengono realizzati, provocano un sentimento di vergogna. Insieme ad altri esperti, Cyrulnik si batte per l´abolizione dei voti e delle pagelle a scuola. «Si tratta di un´ossessione che tende a discriminare e penalizzare ancora di più alcuni alunni», ha scritto il neuropsichiatra nell´appello al governo insieme allo scrittore Daniel Pennac e al socialista Michel Rocard. «Il voto non riassume da solo il progresso didattico mentre indebolisce la fiducia in se stessi che è necessaria per il successo a scuola».
Altri specialisti francesi, come la psicologa Marie Bérubé, suggeriscono di alleggerire le giornate dei bambini. Troppe ore di lezioni in classe, troppe attività pomeridiane, tra sport, musica, teatro e altre discipline: il tempo libero quasi non esiste. «Invece di farli divertire o rilassare - racconta Bérubé - queste attività sono diventate ulteriori occasioni di stress».
L´idea di un´educazione meno competitiva è diametralmente opposta a quella lanciata qualche mese fa negli Stati Uniti da Amy Chua, la portavoce delle "mamme tigri" che propone di allenare i bambini come piccoli atleti, comunque vincenti e prestanti. «I genitori dovrebbero invece sviluppare l´empatia - ribatte Cyrulnik - . Accettare e rispettare i loro figli per come sono, senza cercare di trasformarli a immagine e somiglianza dei propri sogni». Il sentimento di vergogna, spiega lo psichiatra, comincia ad apparire intorno ai quattro anni, proprio insieme all´empatia, quando il bambino esce dal suo universo mentale per rappresentarsi dall´esterno, come lo vedono gli altri. Il rischio è più elevato tra i maschi, che sin da piccoli sono immersi in una cultura che li vuole forti e infallibili. «Ma non è solo una responsabilità dei genitori. Pesano anche i miti, la cultura e le aspettative sociali, che tra l´altro cambiano a seconda delle epoche», continua il neuropsichiatra con la speranza che, grazie all´attuale crisi, l´imperante "condanna al successo" passerà. Il suo consiglio è accompagnare il naturale sviluppo infantile, non cercare di dominarlo ad ogni costo. «La vergogna è normale e salutare per venti minuti - conclude Cyrulnik - molto meno se dura vent´anni».

lunedì 24 ottobre 2011

 La donna che ha inventato gli hospice per neonati, di Massimo Pandolfi, 24 ottobre 2011, Il Resto del Carlino

LA SECONDA edizione del premio ‘Enzo Piccinini’ quest’anno va ad un’italiana, la dottoressa Elvira Parravicini, una neonoatologa lombarda, da anni negli Stati Uniti, che ha creato a New York il primo hospice per neonati. La consegna del riconoscimento mercoledì, alle ore 17,45, a Modena, presso il Centro Servizi Didattici della Facoltà di Medicina e Chirugia del Policlinico di Modena, nel corso del convegno ‘Maestri del nostro tempo nel campo della cura, dell’assistenza e dell’educazione’. Proprio nel campo medico ed educativo si era sempre distinto Piccinini, un medico morto nel 1999, a seguito di un incidente stradale sull’A1. In sua memoria, è nata una Fondazione, a Modena (dove Piccinini risiedeva) che dallo scorso anno ha deciso di assegnare questo ambito riconoscimento. Nel 2010 il premio fu consegnato al dottor Mario Melazzini, medico malato di Sla, testimone di speranza nonostante la malattia.


FOSSE per lei, l’espressione «Non c’è più nulla da fare» verrebbe bandita non solo dal campo medico, ma dal dizionario stesso. «C’è sempre qualcosa da fare» spiega e si anima Elvira Parravicini, 55 anni, medico neonatologo italiano, di Seregno (Monza), ‘cervello’ da 15 anni ceduto agli Stati Uniti. «Se anche a un bambino dovessero restare solo pochi giorni, poche ore o pochi minuti di vita — dice — noi abbiamo il dovere di chiederci: come possiamo confortarlo? E allora i punti chiave della cura diventano: mantenere il bimbo caldo, idratarlo o prendersi cura del dolore, se necessario, e soprattutto aiutare i genitori o altri membri della famiglia ad accogliere questo bimbo, anche per un periodo di tempo brevissimo».La dottoressa Parravicini ha un record: alla Colombia University di New York ha inventato un reparto, una ‘squadra speciale’ che è unico al mondo: una specie di hospice per bambini neonati, venuti al mondo troppo prima del tempo oppure affetti da sindromi letali o anomalie congenite talmente gravi da impedire nel 99% dei casi la sopravvivenza, anche a breve termine.GLI HOSPICE sono perlopiù i luoghi dove si va a morire, dove si danno gli ultimi conforti e si prova a togliere il dolore alle persone condannate. «Dare vita ai giorni e non giorni alla vita» è il motto lanciato dalla fondatrice di queste strutture, Cecily Saunders, che la Parravicini da alcuni anni applica quotidianamente con i suoi bambini che spesso non arrivano a pesare neanche un chilo, magari non hanno i reni, che sono destinati alla morte ma che intanto ci sono. Esistono. In America la chiamano ‘comfort care’. Il respiro di un bambino, seppure di un solo minuto, ha un valore infinito. «Lavorando con piccoli pazienti fra la vita e la morte, faccio sempre un’esperienza di bellezza, sia che la rianimazione riesca a salvare la vita, sia che mi debba confrontare con l’estremo limite umano che si chiama morte, perchè c’è un significato pure lì». Sembrano parole dell’altro mondo quelle della dottoressa Parravicini, ma sono più che mai di questo mondo. Non esistono ricette per tutte le stagioni: «Ci sono medici che suggeriscono di non iniziare la rianimazione di questi neonati e altri che insistono sulla rianimazione a tutti i costi. Io scelgo un’altra via». CHE SAREBBE: non c’è una regola. «Ho viste centinaia di bambini, ma ogni volta è diverso, perché ogni bambino è diverso. Ogni volta c’è un nuovo dramma da affrontare; sì, un dramma, che non va eluso o censurato. La società moderna, amche molti miei colleghi, provano invece a fare così: vorrebbero delle regolette da applicare, tenendosi la coscienza a posto. No, dobbiamo giocarci di più: serve prendere una decisione, rispettando e non manipolando il ‘destino del paziente’, che non può essere determinato nè dai genitori, né tantomeno dal medico. Ma anche quando la nostra conoscenza scientifica ci suggerisce che un bimbo è troppo prematuro per farcela, la nostra responsabilità medica non finisce lì. Non lo possiamo guarire questo bimbo, ma possiamo curarlo, cioè prenderci cura di lui. E dei suoi familiari».NELL’hospice del Morgan Stansley Children’s Hospital, Elvira Parravicini lavora con un’infermiera, un’assistente spirituale che cambia a seconda della religione della famiglia di appartenenza del bimbo, un fotografo professionista che, da volontario, fa un clic su questi fanciulli, affinchè alle famiglie resti un ricordo; infine c’è un ‘child life’, che non è uno psicologo e neppure un fattorino, ma una persona che conforta una mamma e un papà in giorni certamente intensi e non facili, aiutandoli anche a sbrigare le necessità quotidiane.«NEGLI ultimi tre anni — spiega la Parravicini — ho seguito la nascita e il percorso di 44 bambini diagnosticati prima della nascita con condizioni probabilmente letali». I bimbi sono quasi sempre morti, ma ci sono state anche le sorprese, almeno tre. Jaden ad esempio. Jaden è una bimba che oggi ha tre anni ma che non doveva neppure nascere. Prima perché sua madre aveve appena sedici anni ed era un po’ sbandata, quando è rimasta incinta; poi perchè al primo esame clinico si era capito che questa bimba non sarebbe mai potuta sopravvivere. L’universo mondo aveva consigliato alla ragazzina prima di abortire poi di lasciar perdere. Non aveva senso, per nessuno, portare a termine la gravidanza: almeno, dicevano così.INVECE questa mamma non ha abortito, non ha lasciato perdere. E ora a New York vive una donna felice di 19 anni, una giovane donna che ha messo la testa a posto e che spesso e volentieri va in ospedale a trovare la dottoressa Parravicini,. Insieme a Jaden, sana come un pesce.

lunedì 5 settembre 2011

IL MERCATO E I RISCHI DI UN MONDO DENATALIZZATO



ZI11090401 - 04/09/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-27818?l=italian
di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 4 settembre 2011 (ZENIT.org).- Uno studio del National Center for Health Statistics (NCHS, Data BriefNumber 68, August 2011 Childbearing Differences Among Three Generations of U.S. Women) riporta allarmato i dati del calo demografico USA rispetto agli anni ’60 e le conseguenze sociali negative: dato inaspettato, in un mondo che viene terrorizzato dai media sul rischio della sovrappopolazione. Anche recenti indagini ISTAT mostrano che il 26% delle donne italiane vorrebbe 3 figli o più e finisce con averne meno della metà. Non è la prima volta nella storia che diminuisce il tasso di fertilità: già all’inizio del secolo scorso negli USA, in concomitanza con la crisi economica si era vissuto un fatto simile; ma è la prima volta che non aver figli è vissuto senza apparente rimpianto, ma come un “must” sociale. Lo dimostra il fatto che la denatalità è iniziata negli USA ben prima dell’attuale crisi, secondo il rapporto suddetto, e che l’età media per fare il primo figlio che è ormai fissata dai 30 in su per ricchi e per poveri; e lo dimostra lo sguardo di sospetto che segue sia le famiglie numerose, sia chi fa figli a 20 anni. Il Wall Street Journal del 4 agosto sottolinea che anche le stime di una parziale frenata al calo demografico fatte dall’ONU possono non essere veritiere e il mondo essere a rischio denatalità, proprio il fenomeno opposto a quello di un’impossibile sovrappopolazione verso cui viene surrettiziamente creato il panico.
Il 10 settembre viene celebrata la giornata internazionale per la salute sessuale, e sarebbe un sogno forse eccessivo che i partecipanti si domandassero se i veri diritti riproduttivi sono più tutelati dall’inventare mille analisi prenatali genetiche e mille forme di abortire, oppure dal creare mille modi per aiutare le donne nel loro desiderio violato di maternità? Certa cultura è passata, infatti, dal reclamare il family planning, ad una politica culturale della denatalità, senza domandare il permesso, ma con una semplice manovra di imposizione culturale: non a caso alle bambine viene pubblicizzata lingerie sexy e bandito ogni modello materno, tanto che ormai non chiedono più un fratello, ma il gattino. Nessun rimpianto per i tempi in cui i desideri femminili erano messi in secondo piano, intendiamoci, o per l’idea di figli numerosi come segno di potenza personale o dello Stato; ma non ci dicano che la denatalità è un progresso. Triste è vedere che oggi è lecito pensare di aver diritto al figlio solo quando questo diritto coincide col vantaggio economico di chi aiuta tecnicamente la procreazione, tra cui il triste fenomeno delle madri in affitto che dilaga in Cina – su “ordinazione” dei ricchi americani – cui inaspettatamente anche la stampa decisamente laica (v il Fatto Quotidiano del 26 agosto) si ribella.
Il figlio tardivo e quindi unico intacca la salute sessuale: la gravidanza tardiva, associata ad un maggior numero di malformazioni, prematurità e rischi di danno cerebrale, certo non mitigati dalla fecondazione in vitro (Fetal diagnosis and therapy, gennaio 2011), che finisce per essere un rischio ulteriore dato che illude che comunque la medicina possa mettere un riparo alle “madri ritardatarie”. E intacca la salute sociale: significa non avere più fratelli, o cugini, cioè essere preda della TV babysitter e compagna di giochi, significa diventare un investimento per i genitori che ormai concepiscono il figlio solo come “perfetto”, prima di nascere e poi quando va a scuola, pena il rifiuto o il senso profondo di delusione di un “progetto” non riuscito.
Cosa ci salverà dalle bio-rapine che ci trasformano in organismi geneticamente modificati, perché modificano il cuore del nostro orologio biologico? Forse un’ecologia che sottragga il sesso al mercato. Già, perché l’industria distrugge i meccanismi naturali di comunicazione di messaggi sessuali come i feromoni, per poi ricrearne in laboratorio a scopo commerciale. E trasforma tutto in merce, accettando come cittadini solo chi è un “bravo consumatore”: per questo offre cittadinanza solo ai nascituri degni di entrare nella società dell’autonomia e del consumo.
Il mercato è il grande arbitro della nostra salute sessuale, in uno stravolgimento epocale che genera alla fine anche problemi di invecchiamento sociale mai visti prima. Ma certi mondi culturali e certe industrie del consumo hanno i loro vantaggi da un mondo denatalizzato, e il loro peso per far associare l’idea di “figlio” con quella di “ostacolo” si fa sentire: basta guardare certe pubblicità televisive, in cui esplicitamente si mostra un possibile figlio come un intoppo a consumare quello che viene venduto.
Il denaro comunque conta, questo è certo; eppure nessuno pone mano al problema economico per uscire dal buco nero della denatalità, perché sono gli stessi giovani a non farne una priorità: sono stati derubati culturalmente ed economicamente del loro bisogno di crescere e far famiglia al momento giusto, e hanno ricevuto in cambio l’assicurazione fasulla di una vita serena sulle spalle di mamma e papà. Qualcuno in malafede li ha convinti che il mondo è destinato solo a “chi sa consumare” e non costruire; e loro si sono rassegnati. Appaiono addirittura orgogliosi di questa tragica epurazione; ma non sanno che i volti delle attrici, che invidiano perché “vivono alla grande” e si “regalano” un figlio solo dopo i quaranta, sono solo il volto suadente dell’arida legge del mercato.



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*Carlo Bellieni è membro del Comitato di Bioetica della Società Italiana di Pediatria.

martedì 24 maggio 2011

ADDIO, PICCOLI POPEYE I BAMBINI DI OGGI HANNO MENO MUSCOLI - di Dusi Elena Repubblica di martedì 24 maggio 2011

«Ecco cosa succede ai bambini quando smettono di arrampicarsi sugli alberi, sulle funi e di giocare all'aperto». Gavin Sandercock, cardiologo dell'università britannica dell'Essex, lo ha misurato in una palestra su 315 scolari di 10 anni, equamente divisi fra maschi e femmine. In un decennio, la forza delle mani dei bambini (quella necessaria a re : ersi sui rami) è diminuita del 7 per cento. La forza delle braccia (misurata con il tempo trascorso penzoloni su una sbarra con le braccia piegate e il mento all'altezza dei pugni) è scesa de1 26 per cento. E il numero di esercizi per gli addominali completati in 30 secondi è diminuito del 27 per cento. «Il calo della forza muscolare dei nostri bambini è davvero impressionante» ha commentato Sandercock. Tutte le doti necessarie ad arrampicarsi sugli alberi come scoiattoli stanno svanendo nei bambini di città. A questo risultato il medico inglese è arrivato mettendo a confronto i dati ottenuti in palestra nel 2008 con quelli di dieci anni prima. Nel 1998 altri 309 bambini, sempre dell'età di 10 anni, erano stati sottoposti agli stessi esercizi, e i ricercatori avevano annotato tutti i risultati. Entrambi i gruppi di scolari provenivano da Chelmsford, una cittadina benestante di 100mila abitanti nella regione dell'Essex che non brilla per la ricchezza di alberi, funi e prati dove possono sbizzarrirsi i bambini. «La forza esplosiva dei muscoli dei bambini — scrivono Sandercock e gli altri membri dell'équipe in uno studio appena uscito sulla rivista Acta Paediatrica è andata progressivamente aumentando nei Paesi sviluppati fino agli anni '80 . A quel punto, è iniziato un declino costante». Dati simili sull'indebolimento dei piccoli muscoli sono arrivati negli ultimi anni anche da esperimenti in altre nazioni occidentali. La ragione non è difficile da individuare: «Sedentarietà e cambiamento delle abitudini nell'attività fisica» scrivono i ricercatori. Ma forse anche un po' di determinazione: quando ai bambini de12008 era stato proposto l'esercizio alla sbarra, uno su dieci si era tirato indietro senzanemmeno provarci. "Non ci riesco", nel 1998, era stata invece la risposta solo di un bambino su venti. Se arrampicarsi su un albero o restare appesi a un ramo oggi è così difficile, la colpa non è legata direttamente all'obesità. I piccoli atleti scelti per i test del 2008 avevano infatti la stessa altezza e lo stesso peso di quelli di un decennio prima. «Questo vuol dire —conclude Sandercock—che la percentuale di massa muscolare è diminuita a vantaggio di quella grassa». E i risultati saranno «metabolismo svantaggiato» e «salute compromessa per schiena e ossa».
INTERVISTA A MARCELLO FAINA - "SEDENTARI DA RAGAZZI, GRASSI DA ADULTI" - di E.D. Repubblica di martedì 24 maggio 2011

L'intervista Marcello Faina, dirigente dell'Istituto di medicina e scienza dello sport del Coni "Sedentari da ragazzi, grassi da adulti" ROMA — «Il grido di dolore arriva ormai da tutti i Paesi del mondo. La sedentarietà sta provocando un'epidemia di obesità fra i nostri bambini» conferma Marcello Faina, direttore del dipartimento di scienze dello sport dell'Istituto di medicina e scienza dello sport del Coni. I dati inglesi sono coerenti con quanto vediamo in Italia? «Gli ultimi dati sull'attività sportiva in Italia, diffusi a fine aprile da Coni e Istat, parlano di un incremento fra i bambini di 6-10 anni: tra 2009 e 2010 abbiamo contato 100mila praticanti in più. Ma fare sport due o tre volte alla settimana non basta assolutamente, se per il resto dellagiornatal'alimentazione e l'attività fisica sono inadeguati». I test cui sono stati sottoposti i bambini inglesi sono significativi?

«Misurano solo la forza, cheèuna delle quattro componenti del fit-ness insieme a funzionalità cardiorespiratoria (la resistenza), flessibilità e composizione corporea. Quando diminuisce la forza, tuttavia, anche le altre tre componenti tendono a declinare». E quali sono le conseguenze per la salute futura? «La massa muscolare è 1a vera responsabile del metabolismo basale, cioè di quanto il corpo consuma stando a riposo. Il grasso non ha nessun ruolo nel dispendio energetico. Se si abbassa il metabolismo basale, a parità di calorie assunte con il cibo, si tenderà inevitabilmente a ingrassare per tutto il resto della vita».

(ed) L'ESPERTO Marcello Faina, direttore del Dipartimento di scienze dello sport del Coni

lunedì 9 maggio 2011

Un business miliardario sulla pelle dei bambini di di Danilo Quinto, 09-05-2011, da http://notiziedibioetica.blogspot.com/

Tra gli aspetti di quell’edonismo globalizzante in cui è immersa la società occidentale, ve n’è uno – atroce, di cui si parla di rado – che coinvolge la dignità e la vita dei bambini. E’ lo sfruttamento sessuale commerciale dei minori. Un fenomeno differente dalla pedofilia – che è la tendenza a preferire i bambini come partner sessuali - e dagli abusi, che di solito avvengono nel contesto familiare o amicale del bambino, senza scambio di beni o denaro. La Dichiarazione di Stoccolma del 1996 definisce lo sfruttamento sessuale commerciale dei minori come "... una violazione fondamentale dei diritti dei bambini. Comprende l'abuso sessuale da parte di un adulto
e una retribuzione in natura e/o in denaro corrisposta al bambino da terze  persone".

Il bambino viene trattato sia come oggetto sessuale sia come oggetto commerciale e rappresenta una forma di coercizione e violenza esercitata nei loro confronti ed equivalente ai lavori forzati ed a una forma di schiavitù contemporanea, favorita dagli interessi economici dei gruppi locali che lo gestiscono, che si alimenta e sfrutta la lotta per la sopravvivenza di strati consistenti della popolazione in molti paesi ed in alcuni di questi riveste caratteristiche di massa. Gli occidentali cercano quei luoghi dove pensano di poter praticare comportamenti criminali gravissimi garantendosi l’impunità, sapendo che troveranno bambine e bambini e adolescenti disposti – innanzitutto per necessità e gestiti dalle organizzazioni criminali facenti capo al traffico degli esseri umani – a fare mercimonio del proprio corpo.

In base ai dati diffusi da ECPAT - una rete internazionale di organizzazioni, presenti in 78 paesi, che opera per eliminare la prostituzione e la pornografia infantili e il traffico di minori a scopo sessuale – il turismo sessuale conosce una dimensione globale, interna ad un problema ancora più grande, che è quello della prostituzione infantile e della tratta di esseri umani, nonostante che gli Stati abbiano il dovere di proteggere i minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali. Principio che viene ribadito in molti strumenti internazionali e raccomandazioni, come ad esempio nell'art. 34 della Convenzione sui diritti dell'infanzia, che stabilisce: "Gli Stati si impegnano a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e violenza sessuale.."; nell'art. 35, l'impegno degli Stati viene esteso ad impedire il rapimento, la vendita e la tratta per qualunque fine e sotto qualsiasi forma.

Impegni reiterati – ma rimasti sostanzialmente disattesi - nel Protocollo Opzionale alla Convenzione sulla vendita dei fanciulli, prostituzione infantile e pornografia infantile, del giugno 2000.

Le destinazioni prevalenti del turista sessuale sono numerosi paesi dell’Asia (Thailandia, Vietnam, Laos, Cambogia, Filippine, Nepal, Pakistan, Russia, Taiwan, Cina, Sri Lanka, India, Indonesia) e dell’America Latina (Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, Messico, Venezuela, Cuba). In Africa, la meta preferita è il Kenya, dove un rapporto UNICEF rileva che il 38% dei clienti dei minori fatti prostituire sono locali, seguiti dagli occidentali: italiani 18%; tedeschi 14%; svizzeri 12%; francesi 8%. I turisti sessuali - sostiene la ricerca di Ecpat - nel 90-95% dei casi, sono maschi tra i 20 e i 40 anni di età, appartenenti a classi sociali diverse. Vengono stimati nel numero di ottantamila gli italiani – con una età media di 27 anni - che praticano nel mondo la compravendita di sesso. Dai dati diffusi da Ecpat si rileva che le bambine che vengono abusate sessualmente hanno un’età tra gli 11 e i 15 anni, mentre i bambini vanno dai 13 ai 18 e che gli incontri spesso vengono filmati e immessi nella rete. Il turismo sessuale femminile, invece, si rivolge, oltre che in Kenya, in Gambia e Senegal oltre che a Cuba, in Brasile, in Colombia.

Stime internazionali autorevoli rilevano da un lato che questo fenomeno coinvolge oltre due milioni di bambini nel mondo e dall’altro che il giro d’affari fa concorrenza a quello della droga. Tutto questo senza che vengano prese misure serie ed efficaci al fine di operare due forme di dissuasione: quella relativa a coloro che perseguono questa volgare e turpe compravendita del sesso e quella che concerne le società dei paesi del sottosviluppo, per molte delle quali è quasi “naturale” offrire all’intrattenimento anche i corpi dei bambini.