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martedì 11 dicembre 2012


7 / 7 / 2012
 Rosalba Panzieri è un’attrice-scrittrice che si è inventata un modo molto originale per assistere gli ammalati che sono in attesa di un intervento chirurgico. E’ grazie a lei che nasce in Italia il primo laboratorio di ricerca stabile per umanizzare le terapie alle quali vengono sottoposti gli ammalati, attività che la Panzieri svolge in stretta collaborazione con il prof.Massimo Santini, direttore del dipartimento di cardiologia dell’ospedale San Filippo Neri,  anche presidente della società mondiale di aritmologia, e con il prof. Vincenzo Loiaconi, non lei nella foto.
Scienza, narrativa e teatro cooperano nel momento clou della malattia del paziente per sostenerne l’individualità e favorire la conoscenza del percorso terapeutico, trasformando il consenso informato in vera consapevolezza. Una novità assoluta nel panorama sanitario e culturale italiano, poiché per la prima volta letteratura e teatro entrano nelle corsie degli ospedali come strumenti di ricerca scientifica.
Rosalba Panzieri è stata la prima bambina ad essere operata a cuore aperto nel 1982 dal Prof. Carlo Marcelletti e curata dal Prof. Giuseppe De Simone. E’ autrice del progetto ‘Il disegno sul cuore’, che è uno spettacolo teatrale itinerante nei maggiori ospedali d’Italia racconta il rapporto medico-paziente, ribaltando orientamenti e punti di vista e pone queste due figure l’una di fronte all’altra, quali uomini e alleati imprescindibili nella lotta alla malattia.

domenica 9 dicembre 2012

Mounier, la fede si fa esperienza
di Giovanni Fighera - http://www.lanuovabq.it/08-12-2012
Emmanuel Mounier (1905-1950) è un grande intellettuale cattolico francese, cui si deve la pubblicazione della rivista Esprit e dell’opera Il personalismo (1949). È uno dei maggiori interpreti del Personalismo, che non è una filosofia, a suo dire, ma si batte contro «tutto ciò che si oppone alla realizzazione del compito personale. Si caratterizza in tal modo polemicamente come “anti-ideologia”».Così, proprio nel secolo dominato dall’individualismo e dalle ideologie, Mounier riflette sul fatto che l’uomo non è un individuo solo e irrelato, isolato e autoreferenziale, né tantomeno un ingranaggio del sistema o una marionetta gestita da un apparato ideologico, ma è persona in relazione con gli altri uomini e con Dio. 

Le lettere di Mounier ci documentano la viva esperienza della presenza di Cristo nella sua vita. Pochi testi letterari sono una testimonianza così limpida della verifica del «centuplo quaggiù», di quello sguardo nuovo sulla realtà che non è l’eliminazione dei problemi o della sofferenza, ma si traduce in quella «perfetta letizia» di cui parla san Francesco. Allora anche il male può essere guardato diversamente. Il mistero del dolore, della sofferenza e della malattia trova solo in Cristo una plausibile risposta.

Il 25 maggio 1928, rivolgendosi a J. Chevalier, in seguito alla morte di un amico, scrive: «Il giorno della morte del mio amico […] ha portato in primo piano, tra i miei pensieri, tutto il dramma di una vita che aveva in sé il dramma di una famiglia, di una generazione, di un’umanità. Ne ho ricevuto un tale arricchimento che, nonostante l’irreparabile, ci sono delle ore e delle settimane che non vorrei non aver vissuto. E penso che sia proprio questo che manca soprattutto a quelle anime tronfie di professori: il sacrificio accettato spontaneamente, o la prova, […]. La nozione stessa, la nozione concreta della miseria umana (come della sua vera grandezza): non conoscono l’ospedale se non dall’interno delle loro commissioni d’igiene».

Mounier è consapevole che solo nell’esperienza si può arrivare alla verità della vita, non stando «di fuori», non nella retorica e nei bei discorsi, non nella dottrina disincarnata. Scrive, infatti: «Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne. Questa sera ho la consapevolezza che non difendo una posizione…» (dalla lettera del 3 gennaio 1933). Nel contempo, però, «non resta che una cosa: pregare, perché le tenebre non si confondano con la luce» (dalla lettera del 25 gennaio 1933).
Mounier non crea, però, una morale del «sacrificio per il sacrificio», «un’etica della sofferenza per la sofferenza»; infatti a Paulette Leclerq, che diventerà la sua futura moglie, attesta: «Accettare la volontà di Dio non significa umanizzare l’amore soprannaturale della sofferenza e della rinuncia, significa invece accettarla in qualsiasi modo essa si manifesti, anche se dovesse essere conforme ai miei desideri umani; nemmeno il sacrificio deve venire prima; bisogna essere preparati a tutto, anche alla felicità. È in questo modo che si santifica la felicità» (lettera del 12 febbraio 1933).

Quando, poi, scoppiata già la guerra, si ammala la piccola e amata figlia Francoise, il suo cuore si spalanca alla rivelazione del Mistero in qualunque modo esso si manifesti sino all’attesa del miracolo della guarigione. L’1 marzo 1940 Mounier scrive all’amico J. Leclerq: «Amavamo la felicità tanto più desiderata in quanto non era solo felicità. Ci è stata chiesta una rinuncia un po’ brutale […]. È certo che ne usciremo più arricchiti. Forse con una specie di felicità, forse con la sventura (non lo possiamo prevedere), ma più ricchi. E se avremo la felicità, Francoise guarita o qualche altra cosa, ce ne serviremo con più delicatezza».

Emergono da quanto detto un senso di dipendenza dal Mistero, più grande di noi, che fa tutte le cose, una tenerezza che abbraccia tutto senza pretese di dare risposte immediate, ma con «la delicatezza» della domanda e dell’attesa, non della pretesa. Così, quando la situazione della figlia si aggrava, questa stessa pura domanda sembra già spalancarsi su un abbozzo di risposta: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia?» (lettera del 20 marzo 1940 alla moglie Paulette).

L’atteggiamento di domanda e di preghiera si fa offerta: «Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come qualcosa che noi doniamo, per non demeritare del piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi, per non lasciarlo solo ad agire col Cristo. Non voglio che si perdano questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: giorni pieni d’una grazia sconosciuta».

Questo è l’atteggiamento più umano, anche di fronte alla malattia e alla sofferenza: domandare che nulla vada perduto, che nessun giorno sia sciupato.Così, anche nella stanchezza, una calma pervade il cuore nella percezione e speranza di una positività ultima. L’11 aprile, dunque, rivolge alla moglie queste parole: «Sento come te una grande stanchezza e una grande calma mescolate insieme, sento che il reale, il positivo sono dati dalla calma, dall’amore della nostra bambina che si trasforma dolcemente in offerta, in una tenerezza che l’oltrepassa, che parte da lei, ritorna a lei, ci trasforma con lei, e che la stanchezza appartiene soltanto al corpo che è così fragile per questa luce e per tutto ciò che c’era in noi di abituale, di possessivo, con la nostra bambina che si consuma dolcemente per un amore più bello. Dobbiamo essere forti con la preghiera, l’amore, l’abbandono, la volontà di conservare la gioia profonda nel cuore».

Quando, poi, muore la piccola Francoise, in risposta a quanti sostengono che sia capitata loro una grande disgrazia,  Mounier attesta: «Invece non si tratta di una disgrazia: siamo stati visitati da qualcuno molto grande. Così non ci siamo fatti delle prediche. Non restava che fare silenzio dinanzi a questo nuovo mistero, che poco a poco ci ha pervaso della sua gioia […]. Ho avuto la sensazione, avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi ad un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava profondamente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno ad essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano parlava a quella fronte che non rispondeva, come quando i miei occhi hanno osato rivolgersi a quello sguardo assente […]. Mia piccola Francoise, tu sei per me l’immagine della fede. Quaggiù, la conoscerete in enigma e come in uno specchio». 

Mounier conserva questo sguardo di misericordia e di tenerezza, non perché censura il male o il dolore, o smetta di desiderare la felicità, ma perché riconosce la presenza amorevole di Gesù in ciò che gli accade.

martedì 18 settembre 2012


Peter Cameron, il matrimonio è una cosa innaturale - Peter Cameron, lo scrittore americano sarà fra i protagonisti della kermesse  - PordenoneLegge che si apre domani nella città friulana e si concluderà domenica prossima - "Chi si sposa è coraggioso ma anche presuntuoso" Lo scrittore americano presenta il suo ultimo romanzo - ALESSANDRA IADICICCO - 18/09/2012 -  http://www3.lastampa.it

Peter Cameron, 53 anni, è tra i più raffinati scrittori americani contemporanei e - eccellenza rara per chi ha una scrittura così sofisticata - gode di un grande successo di pubblico. Scrive avventure sentimentali e intellettuali. Storie di amore e di crucci letterari. Di tormenti emotivi e creativi. Di lui molti ammiratori ricordano, nel 2002, il fortunato romanzo di esordio, Quella sera dorata la storia di un falso letterario e di un triangolo amoroso ambientata in Uruguay da cui nel 2007 è stato tratto il film con Anthony Hopkins The City of your Final Destination. Il romanzo di formazione giovanile Un giorno questo dolore ti sarà utile - da cui l’omonimo film di Roberto Faenza uscito l’anno scorso - raccontava le inquietudini adolescenziali di un giovane newyorchese omosessuale ed è stato proclamato la versione anni Duemila de Il Giovane Holden. Con Paura della matematica nel 2008 ha realizzato invece una serie di racconti autobiografici che valgono come una difesa a tutto campo delle belle lettere sulle scienze dell’esattezza e del calcolo.

Quest’estate, in edizione contemporanea italiana e americana, è uscito il suo ultimo romanzo. Coral Glynn (Adelphi, 212 pagine, 18 euro). Racconta di una giovane neanche 25enne che, nella primavera del 1950 si ritrova nei panni di infermiera privata, appena diplomata, a prestare servizio in una grande e tetra villa persa nella campagna inglese, risuonante di scricchiolii e carillon, abitata da una vecchia signora malata di cancro e dal figlio di costei ex ufficiale invalido di guerra. Appena muore la sua paziente, Coral è chiesta in sposa dal dolente Maggiore Hart. Uno strano matrimonio: «An Odd Marriage» avvisa il sottotitolo della versione originale del romanzo.

Alla vigilia dell’arrivo in Italia dello scrittore che domenica prossima presenterà Coral Glynn al pubblico della kermesse Pordenone Legge, lo abbiamo raggiunto per chiedergli che cosa pensa di questa «strana» istituzione: il matrimonio. Nel libro se ne celebrano o sciolgono almeno sei.

Peter Cameron qual è il più strano tra i tanti matrimoni di cui racconta?
«All’inizio pensavo al legame tra Coral e il maggiore Hart, i due protagonisti che, profondamente diversi tra loro per età, educazione, preferenze ed esperienza, rinchiusi ciascuno nella propria solitudine, arrivano tuttavia per un attimo quasi a toccarsi ma, quando decidono di legarsi, già si perdono. Per loro sulle prime avevo immaginato il titolo originale del romanzo, An Odd Marriage. Le altre nozze cui accenno sono immaginate per lo più come situazioni comiche: un pretesto per fare della satira su morale e costumi. Ma credo che tutti i matrimoni siano strani, eccome, lo credo davvero. L’idea di dedicarsi esclusivamente a una sola persona per il resto dei propri giorni mi pare incredibilmente coraggiosa, certo, ma anche presuntuosa. Forse è perfino un atto innaturale. Inoltre, come nelle famiglie infelici dei romanzi di Tolstoj, sono sicuro che i matrimoni strani siano soggetti ben migliori per i romanzi di quelli ben riusciti».

E l’amore, è un legame più plausibile? Non sembra meno bizzarro e spiazzante. In questo suo romanzo se ne trovano due o tre contraddittorie definizioni…
«Io scrivo libri per esplorare e capire che cosa penso dell’amore. Fino ad oggi ne ho sperimentate – letterariamente: leggendo e scrivendo – una varietà di forme e concezioni assai diverse. Non mi arrischierei a darne un’unica definizione. Il Maggiore Hart, diviso da Coral e risposato con Dolly, analizzando ciò che prova in quel preciso momento della sua vita, dice che amare significa desiderare con tutto se stesso che l’altro resti in vita. Probabilmente avrebbe definito il suo amore per Coral, o per Robin il suo amante omosessuale degli anni della gioventù, in termini molto diversi. Dolly, annunciando a Coral le nozze tra la governante Mrs Prence e l’ispettore Hoke dice che “l’amore è sconcertante”. È proprio così».

Perché Coral si sposa? È innamorata, spaventata, sprovveduta, ingenua, sventata?
«Coral Glynn, nel corso della sua storia, è ciascuna di queste cose. Dapprima una giovane smarrita, incosciente e innocente, benché le capiti di essere accusata di omicidio e del furto di un anello. Ma la vediamo crescere, cambiare. Diventare una donna autonoma, indipendente, libera. Come potrei caratterizzarla in un solo modo? Lei stessa lo dice: «esiste mai la possibilità di sapere chi sono gli altri? Come le monete hanno tutti due facce; o come i dadi, sei».

Ci sono nel romanzo certe figure di donne detestabili: doppiogiochiste, ficcanaso, petulanti. E Coral è più volte vittima di dispetti e cattiverie. Non sarà che lei è un po’ misogino?
«Mi dispiace che dica così. Io, nel concepirli, cerco di provare simpatia per tutti i miei personaggi. Certo Coral si trova più di una volta esposta a gratuite crudeltà. Soprattutto all’inizio, quando è così timida e impaurita, c’è sempre qualcuno che cerca di manipolarla. Il mondo è un luogo terribilmente misogino, credo, e io intendevo rispecchiare le angherie che assai spesso le donne sono costrette a subire, specie se sole e indifese come era Coral negli anni Cinquanta».

Gli anni Cinquanta, l’Inghilterra, la villa vicino al bosco: immaginava già una trasposizione cinematografica del romanzo mentre lo scriveva?
«Pur apprezzando l’equilibrio estetico dei film tratti dai miei romanzi, non li ho mai riconosciuti come miei. Mentre scrivevo, anche visivamente, avevo in mente figure e scene molto diverse. È naturale che sia così. Perciò vedere le mie storie trasposte sul grande schermo mi mette molto a disagio. Il mio mondo, piuttosto, è tutto letterario, scritto, e se per Coral Glynn ho scelto quell’ambientazione è stato perché, mentre lo scrivevo, stavo leggendo numerose grandi autrici britanniche del XX secolo: Virginia Woolf, Rose Macaulay, Penelope Mortimer, Barbara Pym, Elizabeth Taylor, Dorothy Whipple, e altre…. Inevitabile che le loro opere diventino una parte di me e finiscano per contaminare le mie pagine senza che quasi me ne accorga». 

martedì 20 dicembre 2011


IL CASO/ La follia di Pasolini e le profezie di Del Noce sul nuovo "fascismo" – di Massimo Borghesi, martedì 20 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

L’intervista, inedita, a Pier Paolo Pasolini, registrata il 30 ottobre 1975 a Stoccolma, che, anticipata venerdì da Repubblica, esce nel nuovo numero de L’Espresso, non aggiunge, certo, nulla di nuovo alla conoscenza dell’“ultimo” Pasolini, quello delle Lettere luterane e dei Scritti corsari. E, tuttavia, sia pure come conferma, rappresenta un documento prezioso dell’ultima fase dell’autore. Ne emerge lo straordinario diagnostico della “rivoluzione antropologica” in Italia, il teorico della scomparsa delle “lucciole”, del tramonto del mondo contadino, religioso, e delle forze popolari, cattoliche e comuniste, a favore di un mondo positivistico e tecnocratico, segnato dal primato dell’utile e dalla logica totalizzante dei consumi.
Come esito della rivoluzione industriale in Italia, afferma Pasolini nella sua intervista, “il Vaticano non ha più alle spalle questa enorme massa di contadini cattolici. Le chiese sono vuote, i seminari sono vuoti, se lei viene a Roma non vede più file di seminaristi che camminano per la città... E anche i marxisti sono stati cambiati antropologicamente dalla rivoluzione consumistica perché vivono in altro modo, in un’altra qualità di vita, in altri modelli culturali e sono stati cambiati anche sociologicamente”. Un cambiamento che mantiene le differenze economiche, tra borghesi ed operai, ma toglie quelle culturali. Che svuota di significato la destra neofascista – nessuno crede più a patria-famiglia-esercito – al pari della sinistra. Il risultato è il nuovo potere consumistico che Pasolini considera “un fascismo peggiore di quello classico, perché il clerico-fascismo in realtà non ha trasformato gli italiani, non è entrato dentro di loro. È stato totalitario ma non totalizzante”.
L’intervista pasoliniana, come si è detto, non aggiunge elementi nuovi a ciò che già conoscevamo. Nondimeno la sua analisi, che coglie perfettamente il mondo che viene, sorprende ancora per la sua solitudine: “Tutto quello che ho detto, l’ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: Quel pazzo di Pasolini”. Si tratta, in realtà, di una lucida follia che trova in Italia il suo precedente in un altro grande diagnostico: Augusto Del Noce. Il grande filosofo torinese già nel 1963, nel suo saggio Appunti sull’irreligione occidentale confluito poi ne Il problema dell’ateismo (1964), coglieva l’avvento della società tecnocratica con accenti decisamente pasoliniani.
In esso, sotto le suggestioni dell’amico Franco Rodano, Del Noce metteva a fuoco le caratteristiche della “società opulenta”. Questa, scriveva, “è una società che accetta tutte le negazioni del marxismo nei riguardi del pensiero contemplativo, della religione e della metafisica: che accetta quindi la riduzione marxista delle idee a strumento di produzione; ma che d’altra parte rifiuta del marxismo gli spetti rivoluzionari-messianici, quindi quel che di religioso rimane dell’idea rivoluzionaria. Sotto questo riguardo rappresenta veramente lo spirito borghese allo stato puro; lo spirito borghese che ha trionfato dei suoi due tradizionali avversari, la religione trascendente e lo spirito rivoluzionario. Si potrebbe arrivare a dire, e documentarlo coi testi del Manifesto: per una singolare eterogenesi dei fini il marxismo ha condotto lo spirito borghese a manifestarsi allo stato puro, ma una volta che ha raggiunto questo, si trova impotente a combatterlo. La società tecnologica segna l’abdicazione del marxismo nei confronti degli inventori dell’organizzazione razionale della società industriale, Saint-Simon e Comte”.
La tesi, assolutamente inedita nel delineare l’attuazione della società tecnocratica mediante la decomposizione del marxismo, doveva portare Del Noce all’incontro ideale con Pasolini. Così, nel 1975, riconosce che nessuno come Pasolini “ha inteso il carattere della contestazione e dei suoi strascichi: ‘Rivoluzione del sì’ a una nuova classe di ‘potere reale’, asservente il potere dei politici che nemmeno si sono accorti della sua realtà, emersa dopo il ’60. Nel senso che l’opera distruttiva che essa continua a compiere è rivolta a togliere gli ostacoli all’instaurazione di questa nuova élite, la più priva di ideali, e per ciò stesso la più oppressiva, di quante ci siano mai state nella storia. Nel riguardo di tale opera, la distinzione tra i giovani ‘neri’ e i giovani ‘rossi’ è del tutto secondaria, com’egli ha ben visto. Ma c’è di più. Ha anche inteso come questo ‘nuovo totalitarismo’ che si avanza rassomigli, più che al comunismo o al nazismo, a un fascismo diventato totalitario, o violentemente totalizzato sotto la maschera della permissività, come egli preferisce dire”.
Del Noce riconosceva, quindi, in Pasolini un diagnostico impagabile della nuova realtà che si andava delineando in Italia. Il suo limite era nel sociologismo, nel ridurre l’opposizione di cui parla a quella tra civiltà contadina e civiltà industriale in modo tale che la sua critica della società industriale appare come il sintomo di una nostalgia, la nostalgia del tempo delle lucciole, dei valori di un mondo arcaico travolto dalla rivoluzione industriale. Donde il suo decadentismo. “Pasolini – scrive Del Noce – mi appare dunque un ‘ribelle incompiuto’. Ha avuto il coraggio di opporsi a quell’orribile dittatura culturale che piuttosto che marxistica (perché certamente non è tale) o neoilluministica chiamerei neolibertina, nel senso che, benché si dia la figura dell’avanguardia, non fa che ripercorrere all’indietro il processo dall’illuminismo al pensiero libertino, cancellando i momenti nuovi e positivi che pur caratterizzano l’illuminismo. Ma perché non ha veramente criticato le ragioni per cui questo fenomeno ha potuto prodursi, è rimasto ancora, per usare un’espressione consueta, un ribelle entro il sistema. Con la conseguenza che le verità che afferma possono sembrare o dei voluti paradossi, o espressioni di un riemergere di un fondo di religione friulana, destinata a scomparire nei nuovi tempi”.
Per poter valorizzare tali verità occorreva separale dal decadentismo pasoliniano. In tal modo, come scriveva Del Noce nel 1985, diviene possibile riconoscere che “c’è un positivo a cui Pasolini giunge attraverso il marxismo, un positivo che deve però essere separato dal suo laicismo. Ed è infine interessante notare come egli incontri il pensiero cattolico a partire dal marxismo, come faccia rientrare la critica marxista nella critica cattolica alla società borghese”. Pasolini, non cattolico e di formazione laica, ritrovava, attraverso il marxismo, un suo cattolicesimo. A fronte del deserto antropologico rimaneva, nonostante tutto, la Chiesa a valorizzare quei valori popolari che il marxismo, sedotto dalla società tecnologica, non era più in grado di promuovere.


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lunedì 19 dicembre 2011


ITALO SVEVO/ Gioanola: può davvero la psicanalisi risolvere la crisi dell'io? - INT. Elio Gioanola, lunedì 19 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Scrittore del privato, Italo Svevo. Rinuncia volentieri al contesto sociale. Gli interessa soltanto scandagliare nel profondo gli abissi sfuggenti e contraddittori dell’interiorità. Le sue opere sono il sintomo più acuto – insieme a quelle di molti altri grandi della sua generazione – dello sfaldamento ideologico della cultura europea, del disorientamento prodotto dal crollo dell’ancien régime, l’impero che la grande guerra ha cancellato. L’io borghese vacilla. A Trieste, terra di confine ideale, culturale e politico, Italo Svevo, figlio di una ricca famiglia commerciale, scrive le ansie, le inquetudini e le incertezze sue e insieme del suo tempo.
È abbastanza significativo che i 150 anni della nascita di Svevo coincidano con quelli dell’Italia» dice Elio Gioanola, critico letterario, scrittore, già docente di Letteratura italiana nell’Università di Genova. «Non per niente volle chiamarsi Italo e avrebbe potuto benissimo, per nostra disgrazia, essere uno scrittore tedesco. Invece scelse l’italiano perché gli interessava mettersi sulla traccia della grande tradizione letteraria che aveva in Firenze la sua patria ideale. Le sue letture, quando usciva dalla banca, erano i classici italiani, Alighieri, Petrarca, Ariosto, Tasso...».

Professor Gioanola, il tema dell’identità e delle radici è centrale in Svevo e attraversa come una ricerca sofferta tutta la produzione dello scrittore.

Svevo è stato uno degli «inventori», forse il primo nell’ambito della letteratura moderna, della crisi radicale del soggetto romantico. Sulla scia anche di Dostoevskij, Svevo ha creato in qualche modo l’eroe negativo, cioè colui che si sente eterodiretto, che sa che dietro la sue spalle c’è una forza indipendente dalla sua volontà e dalle sue decisioni, e che lo spinge a cose che magari non aveva intenzione di fare. Zeno (Zeno Cosini, il protagonista de La coscienza di Zeno, ndr) è un esemplare straordinario di questa eterodirezione. Banalmente: spara a un bersaglio, ne colpisce un altro. Ha imparato i compromessi necessari, e dunque non prende più drammaticamente le cose come i due suoi predecessori romanzeschi, Alfonso Nitti ne Una vita e Emilio Brentani in Senilità. Ma le «forze in campo» risentono in modo preponderante di ciò che Freud chiamava inconscio.

Ha citato il padre della psicanalisi. Abbiamo a che fare, rispetto ai predecessori, con uno scrittore che elegge la vita privata a sfera principale nella quale si gioca il senso dell’esistenza. Quali sono i fattori che determinano questa svolta?
Il rifiuto del realismo dominante fino alla fine dell’800. Tutta la letteratura realistica è una letteratura del sociale, si svolge in ambiti che vedono in azione personaggi che sono in-concepibili fuori contesto. Invece leggendo Svevo quasi non si sa dove si è, l’ambiente conta pochissimo; conta invece la sua scrittura, che come una sonda va in giù a scandagliare le ragioni ignote, le cose che non vorremmo fare. È l’introspezione feconda tipica del novecento – la vediamo in Pirandello per esempio –, tutta centrata sugli esistenziali, sulla morte, sul tempo.

Coma cambia di conseguenza la scrittura letteraria?

Gli effetti sulla scrittura sono vistosi: è la fine del descrizionismo. Se leggiamo qualsiasi romanzo dell’800, da Manzoni in avanti, lo troviamo pieno di descrizioni di paesaggio. Con Italo Svevo queste parti spariscono. Egli è forse il principale autore di questa svolta radicale verso l’interno.

E non è un letterato di professione.

No, infatti. Ma intuisce le cose essenziali della contemporaneità. Nasce in un fervido ambiente culturale e politico mitteleuropeo, quello triestino, che lo proietta in una situazione completamente diversa da quella della letteratura tradizionale. La sua è una scrittura classicamente «brutta», come quella di Pirandello: non c’è più niente del bello scrivere, di letterario nel senso tradizionale del termine; ciò che conta è l’essenza, non più la forma, il gioco della letteratura.

Esiste un’eredità di Svevo?

Diffido sempre molto delle eredità letterarie, anche perché Svevo stesso non si è sentito erede di nessuno. Ogni grande scrittore inventa situazioni assolute, che non danno spazio a imitazioni o conseguenze particolari. Se pensiamo anzi alle recensioni che riceveva La coscienza di Zeno negli anni venti, c’è da rabbrividire: nessuno aveva capito cosa stava succedendo. Lo aveva capito però Montale, che era uno spirito affine. Montale, come Svevo, è un altro grande dilettante che scrive perché non può farne a meno: la loro è una scrittua necessitata in qualche modo da queste pulsioni profonde che non trovano appagamento in nessuna delle forme tradizionali.

C’è invece un’apertura di tipo metafisico in Svevo?
Forse è il più laico di tutti i nostri scrittori. Chiediamoci: la cultura vincente all’inizio del secolo qual è? Quella che viene da Hegel, cioè l’idealismo razionalistico, con le sue successive varianti materialistiche e storicistiche. Tutto ciò che non è ragione non c’entra, non conta. Invece la letteratura riapre i giochi: Montale si dichiarava amico dell’invisibile, Pirandello dice che c’è sempre un oltre. Non spetta più alla religione formulare l’esigenza religiosa, ma alla scrittura.

La sofferenza di Svevo dunque non ha a che fare con quelli che Slataper chiamava i «dolori metafisici latenti», caratteristici dell’uomo moderno?

Direi di sì, e bisogna contare anche Michelstaedter a questo punto. Gli autori dell’area triestina, proprio perché sono fuori dai giochi della letteratura in quanto tale, possiedono antenne sensibilissime, capaci di recepire le scosse profonde che stanno minando tutte le certezze borghesi. La loro è una ferita profonda, che bada agli esistenziali e fa di essi il fondamento della medtazione che troverà spazio proprio nell’esistenzialismo.

Un suo personale consiglio al lettore che voglia accostarsi a Svevo?

Ci sono dei racconti straordinari, come Il malocchio: io comincerei proprio da lì. Oppure La buonissima madre, o La madre. Non li legge quasi nessuno ma sono dei capolavori. Contengono in nuce ciò che Svevo sviluppa nei romanzi.

ITALO SVEVO/ Magris: rideremo anche noi come il vecchio Zeno di fronte a Mefistofele? - INT. Claudio Magris, lunedì 19 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

«È stato uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo, e la sua grandezza è una scoperta che non è ancora compiuta. Per molti versi più grande di Joyce», dice di Italo Svevo (Trieste, 19 dicembre 1861) Claudio Magris, triestino come Svevo, scrittore, germanista, profondo conoscitore della cultura mitteleuropea. Ilsussidiario.net ha raggiunto Magris per parlare di un dei massimo esponenti della nostra letteratura, non uno scrittore di professione, non un intellettuale: «un borghese normale, come tutti gli altri, che aveva soltanto questo di diverso: il genio», dice Magris, e che ha segnato un punto di svolta nella nostra letteratura. Difficile fermare il professore, quando parla di Svevo. È stato lui a condurre la conversazione, alla quale si è prestato più che volentieri. «Svevo, nonostante sia divenuto un classico, non è stato paradossalmente ancora scoperto nella sua straordinaria grandezza, una grandezza di cui lui stesso non era consapevole».

Chi era Ettore Schmitz, professore?

Un buon borghese triestino, un padre di famiglia normale. Non un intellettuale. Una persona in tutto normale, ma con una cosa in più: il genio. Italo Svevo è stato capace come pochissimi altri di fissare lo sguardo nella vertigine dell’identità individuale e nella molteplicità della vita, di scorgere in essa il vuoto dell’esistenza. Svevo è colui che è riuscito a guardare in faccia la Medusa e poi, in qualche modo, a fare finta di non averla vista; a chiudere le porte aperte sull’abisso vertiginoso della condizione dell’uomo, talora perfino dimenticandosi di averle aperte.

Qual è l’abisso dell’esistenza intravisto da questo «borghese normale»?

Ha capito più di tutti i suoi contemporanei come il grande pericolo che minaccia l’uomo moderno – e contemporaneo – non è tanto il non essere amato, il non raggiungere la felicità, ma qualcosa di ben peggiore: non amare, non desiderare.

Svevo è forse il suo autore prediletto. Qual è il tratto che più colpisce in lui?

Credo che sia molto interessante notare, innanzitutto, la compresenza di facilità e difficoltà. Svevo è molto più difficile di Joyce; naturalmente Joyce è più difficile dal punto di vista linguistico, però... chiediamoci, perché amiamo tanto l’Ulisse? Ma perché ci dice quello che ci aspettiamo e che vogliamo sentire: l’ignoranza di Molly Bloom sulla metempsicosi è esattamente ciò che ci aspettiamo da lei, e gli esempi si potrebbero moltiplicare a non finire. Quando invece Svevo parla della sigaretta di Zeno (Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, ndr) e della sua volontà di smettere di fumare, noi per un attimo dimentichiamo che sta parlando di questo io che impovvisamente scopre di essere una moltitudine, di questa radicale trasformazione del soggetto che non è più l’io compatto della borghesia ottocentesca, di questo io che non sa chi sia; seguiamo Zeno nella sua vertigine senza punti fermi... L’«inettitudine» – Un inetto era il titolo che Svevo diede al suo primo romanzo, Una vita – è il disagio invincibile di una civiltà che Svevo ha vissuto a fondo come pochi altri e che egli riesce a trasformare in una specie di rifugio, di cura quasi omeopatica...

Si spieghi, professore.
Perché la vecchiaia ha un così grande ruolo nell’opera di Svevo? Perché il vecchio non ha più alcun bisogno di vincere, di avere successo con le donne, di avere successo nel lavoro: è autorizzato alla propria emarginazione e alla propria sconfitta. Ha la capacità, se vogliamo anche cinica, di guardare in faccia la vita senza averne più paura, proprio perché è fuori dal gioco. C’è una bellissimo frammento di Svevo, forse l’ultimo, scritto nell’abbozzo di ciò che avrebbe dovuto probabilmente costituire un quarto romanzo, tre pagine splendide che non posso rendere se non con un goffo riassunto. È una scena direi cinematografica alla Chaplin – o alla Buster Keaton. Vediamo un vecchio – il quale è poi il vecchio Zeno – a mezzanotte, spogliarsi per coricarsi al fianco di una moglie anziana, che già dorme russando. Ecco, questa è l’ora in cui potrebbe venire Mefistofele – pensa il vecchio – e propormi l’antico patto... Gli darei subito la mia anima, ma per che cosa, poi? Per l’immortalità? No, è terribile l’immortalità, ma anche la morte è spaventosa. Per la giovinezza? No, la giovinezza è così triste, piena di malinconia, di delusioni... E allora il vecchio capisce che non avrebbe nulla da chiedere. E immagina Mefistofele, imbarazzato, grattarsi perplesso la barba – un Mefistofele rappresentante di commercio di una ditta i cui prodotti non sono più tanto richiesti. All’idea il vecchio, coricandosi, ride forte – e penso davvero che questo sia il riso più nietzscheano della letteratura –. Ride e sveglia la moglie la quale gli dice «Ridi sempre tu, anche a quest’ora. Beato te» e subito si riaddormenta, ricominciando a russare. Credo sia una delle spiagge letterarie più estreme del nichilismo occidentale.

C’è in Svevo una apertura metafisica?

Io credo che in Svevo ci sia la percezione terribilmente malinconica, che non c’è altro e oltre il nostro mondo; al tempo stesso, c’è il senso fortissimo che questo nostro mondo anche se è così esistente, non basta. Non credo ci sia la virtù cristiana della speranza – che prima di essere cristiana è ebraica e Svevo, non dimentichiamolo, viene dalla civiltà e dalla cultura ebraica –, la speranza che Péguy considerava la più grande delle virtù; c’è però la consapevolezza di come sia duro e tremendo esserne privi. Ma Svevo non fa nemmeno il sincero retore di questa malinconia. Non declama la disperzione, come altri autori hanno fatto.

La scrittura letteraria di oggi può – o dovrebbe, secondo lei – andare nella direzione intrapresa da Italo Svevo? Sarebbe, prima di tutto, in grado di farlo?
Troppe domande in una. Io non credo che ci siano obblighi perché ogni autore, anche il più modesto, ha il dovere di seguire la sua strada, che potrà portarlo ad essere come Svevo oppure un povero diavolo come noi. Credo invece, questo sì, che il mondo sveviano non sia stato ancora analizzato a fondo; e non parlo della ricchissima critica lettaria a lui dedicata, ma del mondo esistenziale che si identifica con la sua opera. Penso che Svevo abbia ancora moltissimo da dire come avventura odissiaca, e come rappresentazione poetica di tale avventura ulissiaca, perché in fondo Zeno è un Ulisse contemporaneo. E ci offre anche una chiave di quello antico: l’Ulisse di Omero ha capito che la vita è anche morte e dunque ascolta il canto, ma si fa legare. Non vuole correre rischi: è già il borghese che fa l’assicurazione casco. Però Svevo si è reso conto di quanto questo sia tremendo, perché quando non si rischia si finisce per non avere: come per Zeno e Ada, se uno che si innamora non rischia, vede alla fine svanire anche l’amore.

(Federico Ferraù)

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sabato 15 ottobre 2011


L'attesa tremante di una felicità eterna di Giovanni Fighera, 15-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Quello di Ada Negri (1870-1945) rappresenta un «caso letterario», proprio come quello di Svevo, ma dagli esiti assolutamente antitetici. Se il triestino, scrittore sconosciuto fino a pochi anni prima della morte (1928), entrerà nel novero dei grandi scrittori europei del Novecento, la poetessa trovò la fama fin da giovane e cadde nel Secondo dopoguerra nella dimenticanza e smemoratezza della critica. Le sue poesie non solo non si studiano a scuola, ma neppure compaiono sulle antologie, segno di una immeritata censura che colpì una delle poche poetesse del nostro panorama letterario.

A soli ventidue anni (1892) Ada Negri già pubblicava la sua prima raccolta Fatalità per Treves, una delle maggiori case editrici dell’epoca. L’anno precedente era uscita la prima raccolta del trentaseienne Pascoli (Myricae). Sofia Bisi Albini parlò di «poesia impressionistica» al riguardo dei componimenti della Negri recensendo la sua raccolta su Il Corriere della Sera, mentre già nel 1894 le veniva assegnato il premio Giannina Milly, primo di tanti riconoscimenti. L’anno successivo usciva la seconda raccolta, Tempeste. Una vita intensa e dai toni profondamente drammatici caratterizza questi anni: il matrimonio, la nascita di un primo figlio e, poi, di Vittoria che morirà a solo un mese (1900), la morte del fratello (1903). Seguiranno la raccolta Maternità (1904), la separazione dal marito, la sua attività umanitaria, altre sillogi di poesie, di racconti, il romanzo autobiografico. Il premio Mussolini (1931) non è che il preludio all’apoteosi: la medaglia d’oro del Ministero dell’educazione (1938) e la nomina ad accademica d’Italia (1940), prima ed unica donna ad ottenere un simile riconoscimento.

La natura umana è desiderio di compimento e di risposta alla domanda di felicità e di amore. Per questo la vita è attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine, attesa di qualcosa che, non costruito e non progettato da noi, irrompa e sopraggiunga dall’esterno. La poesia di Ada Negri vive di questa consapevolezza e si traduce spesso nell’attesa di un amore pieno. Nel componimento «A colui che non è venuto» la poetessa scrive: «Io t’aspettavo fin dal giorno in cui/di fiorire m’accorsi all’improvviso,/ primula di marzo. E venne uno, con viso/dolce. Ma io mi dissi: «Non è lui».//Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia/m’apportarono gli anni. Anche l’amore./Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore/aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia://ed io mi persi a capofitto, giù,/col desiderio folle d’annientarmi/tra forti braccia che potean spezzarmi/come la creta. – Ma non eri tu. –». La poetessa si sente nata per questo sconosciuto e ignoto amante. Lo sconforto per l’unione impossibile («Non venisti, non vieni, non t’attendo/ più. Domani morrò. La vita ha fretta») non riesce a spegnere la fiamma e la segreta speranza che un giorno l’amore sarà totale: «Ma forse/ di là, nell’ombra ove uno spirito tocca/l’altro in silenzio, io troverò la bocca/ che solo in sogno la mia bocca morse».

Questo desiderio di infinito, di pienezza, di senso, di capire dove stiamo andando, questo abisso di vita, di pienezza, di non accontentarsi è la vera statura dell’uomo. La poesia appartiene alla raccolta Esilio (1914). La poetessa si è appena separata dal marito e dall’anno successivo si dedicherà in maniera indefessa all’assistenza ai feriti di guerra della Prima guerra mondiale. Vent’anni più tardi, nella raccolta Il dono (1935), nella poesia che dà il nome all’intera silloge, Ada Negri manifesta la stessa attesa: «Il dono eccelso che di giorno in giorno/ e d’anno in anno da te attesi, o vita/ (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza/ anche il pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: ad ogni giorno che tramonta io dico: “Sarà domani”».

La giovinezza è un atteggiamento del cuore, non un dato anagrafico. Ci sono cuori che vivono pieni di domanda e di attesa e altri che, già a vent’anni, non si aspettano più nulla. Ada Negri è testimone che la facoltà di sorprendersi è l’atteggiamento proprio della giovinezza che può permanere nel cuore, anche quando l’età avanza. La giovinezza è, infatti, una dimensione dello spirito. La poetessa lo esprime molto bene in «Mia giovinezza», appartenente a Fons amoris (1939-1943). Ada Negri scrive, rivolgendosi alla gioventù: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella».

Questa giovinezza, non più accompagnata dall’appariscenza esteriore, è divenuta più consapevole e si è fortificata nel dolore, più capace di riconoscenza e di gratitudine, piena di speranza, fiduciosa e tesa a ciò che non inganna e non passa: «Ami, e non pensi esser amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore./ Anno per anno, entro di te, mutasti/ volto e sostanza. Ogni dolor più salda/ ti rese: ad ogni traccia del passaggio/ dei giorni, una tua linfa occulta e verde/ opponesti a riparo. Or guardi al Lume/ che non inganna: nel suo specchio miri/ la durabile vita. E sei rimasta/ come un’età che non ha nome: umana/ fra le umane miserie, e pur vivente/ di Dio soltanto e solo in Lui felice.// O giovinezza senza tempo, o sempre/ rinnovata speranza, io ti commetto/ a color che verranno: - infin che in terra/ torni a fiorir la primavera, e in cielo/ nascano le stelle quand’è spento il sole». In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di una persona che sia interessata al reale, cioè che sia pienamente coinvolta nella vita.

Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Nella poesia di Ada Negri questa tensione si tramuta, spesso, in preghiera: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie/ moribonde che vedo oggi nel sole/ tremar dell’olmo sul più alto ramo./ Tremano, sì, ma non di pena: è tanto/ limpido il sole, e dolce il distaccarsi/ dal ramo per congiungersi alla terra» (da «Pensiero d’autunno» appartenente alla raccolta Vespertina del 1930).

Quello della foglia è un movimento delicato di ritorno a casa. Il tramonto della vita è l’avvicinarsi al Mistero che la poetessa ama con tutto il cuore tanto che confessa in «Atto d’amore» (Il dono 1935): «Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio/ nel quale credo, Dio che sei la vita/ vivente, e quella già vissuta e quella/ ch’è da viver più oltre».