L'attesa tremante di una felicità eterna di Giovanni Fighera, 15-10-2011,
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Quello di Ada Negri (1870-1945)
rappresenta un «caso letterario», proprio come quello di Svevo, ma dagli esiti
assolutamente antitetici. Se il triestino, scrittore sconosciuto fino a pochi
anni prima della morte (1928), entrerà nel novero dei grandi scrittori europei
del Novecento, la poetessa trovò la fama fin da giovane e cadde nel Secondo
dopoguerra nella dimenticanza e smemoratezza della critica. Le sue poesie non
solo non si studiano a scuola, ma neppure compaiono sulle antologie, segno di
una immeritata censura che colpì una delle poche poetesse del nostro panorama
letterario.
A soli ventidue anni (1892) Ada
Negri già pubblicava la sua prima raccolta Fatalità per Treves, una delle
maggiori case editrici dell’epoca. L’anno precedente era uscita la prima
raccolta del trentaseienne Pascoli (Myricae). Sofia Bisi Albini parlò di
«poesia impressionistica» al riguardo dei componimenti della Negri recensendo
la sua raccolta su Il Corriere della Sera, mentre già nel 1894 le veniva
assegnato il premio Giannina Milly, primo di tanti riconoscimenti. L’anno
successivo usciva la seconda raccolta, Tempeste. Una vita intensa e dai toni
profondamente drammatici caratterizza questi anni: il matrimonio, la nascita di
un primo figlio e, poi, di Vittoria che morirà a solo un mese (1900), la morte
del fratello (1903). Seguiranno la raccolta Maternità (1904), la separazione
dal marito, la sua attività umanitaria, altre sillogi di poesie, di racconti,
il romanzo autobiografico. Il premio Mussolini (1931) non è che il preludio
all’apoteosi: la medaglia d’oro del Ministero dell’educazione (1938) e la
nomina ad accademica d’Italia (1940), prima ed unica donna ad ottenere un
simile riconoscimento.
La natura umana è desiderio di
compimento e di risposta alla domanda di felicità e di amore. Per questo la
vita è attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine, attesa di
qualcosa che, non costruito e non progettato da noi, irrompa e sopraggiunga
dall’esterno. La poesia di Ada Negri vive di questa consapevolezza e si traduce
spesso nell’attesa di un amore pieno. Nel componimento «A colui che non è
venuto» la poetessa scrive: «Io t’aspettavo fin dal giorno in cui/di fiorire
m’accorsi all’improvviso,/ primula di marzo. E venne uno, con viso/dolce. Ma io
mi dissi: «Non è lui».//Pioggia e sol, spine e rose, fieno e
paglia/m’apportarono gli anni. Anche l’amore./Non te!... Qualcun ti assomigliò,
che il cuore/aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia://ed io mi persi a
capofitto, giù,/col desiderio folle d’annientarmi/tra forti braccia che potean
spezzarmi/come la creta. – Ma non eri tu. –». La poetessa si sente nata per
questo sconosciuto e ignoto amante. Lo sconforto per l’unione impossibile («Non
venisti, non vieni, non t’attendo/ più. Domani morrò. La vita ha fretta») non
riesce a spegnere la fiamma e la segreta speranza che un giorno l’amore sarà
totale: «Ma forse/ di là, nell’ombra ove uno spirito tocca/l’altro in silenzio,
io troverò la bocca/ che solo in sogno la mia bocca morse».
Questo desiderio di infinito, di
pienezza, di senso, di capire dove stiamo andando, questo abisso di vita, di
pienezza, di non accontentarsi è la vera statura dell’uomo. La poesia appartiene
alla raccolta Esilio (1914). La poetessa si è appena separata dal marito e
dall’anno successivo si dedicherà in maniera indefessa all’assistenza ai feriti
di guerra della Prima guerra mondiale. Vent’anni più tardi, nella raccolta Il
dono (1935), nella poesia che dà il nome all’intera silloge, Ada Negri
manifesta la stessa attesa: «Il dono eccelso che di giorno in giorno/ e d’anno
in anno da te attesi, o vita/ (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza/ anche il
pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:
ad ogni giorno che tramonta io dico: “Sarà domani”».
La giovinezza è un atteggiamento
del cuore, non un dato anagrafico. Ci sono cuori che vivono pieni di domanda e
di attesa e altri che, già a vent’anni, non si aspettano più nulla. Ada Negri è
testimone che la facoltà di sorprendersi è l’atteggiamento proprio della
giovinezza che può permanere nel cuore, anche quando l’età avanza. La
giovinezza è, infatti, una dimensione dello spirito. La poetessa lo esprime
molto bene in «Mia giovinezza», appartenente a Fons amoris (1939-1943). Ada
Negri scrive, rivolgendosi alla gioventù: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in
fondo/all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/senza fronda né fior, senza il
lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra
sei, più bella».
Questa giovinezza, non più
accompagnata dall’appariscenza esteriore, è divenuta più consapevole e si è
fortificata nel dolore, più capace di riconoscenza e di gratitudine, piena di
speranza, fiduciosa e tesa a ciò che non inganna e non passa: «Ami, e non pensi
esser amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/o pargolo che
nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore./ Anno per anno,
entro di te, mutasti/ volto e sostanza. Ogni dolor più salda/ ti rese: ad ogni
traccia del passaggio/ dei giorni, una tua linfa occulta e verde/ opponesti a
riparo. Or guardi al Lume/ che non inganna: nel suo specchio miri/ la durabile
vita. E sei rimasta/ come un’età che non ha nome: umana/ fra le umane miserie,
e pur vivente/ di Dio soltanto e solo in Lui felice.// O giovinezza senza
tempo, o sempre/ rinnovata speranza, io ti commetto/ a color che verranno: -
infin che in terra/ torni a fiorir la primavera, e in cielo/ nascano le stelle
quand’è spento il sole». In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è
naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di una persona che
sia interessata al reale, cioè che sia pienamente coinvolta nella vita.
Lo stupore non ci fa fermare
all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere
per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che
vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un
movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella
realtà e che si desidera conoscere. Nella poesia di Ada Negri questa tensione
si tramuta, spesso, in preghiera: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie/
moribonde che vedo oggi nel sole/ tremar dell’olmo sul più alto ramo./ Tremano,
sì, ma non di pena: è tanto/ limpido il sole, e dolce il distaccarsi/ dal ramo
per congiungersi alla terra» (da «Pensiero d’autunno» appartenente alla
raccolta Vespertina del 1930).
Quello della foglia è un
movimento delicato di ritorno a casa. Il tramonto della vita è l’avvicinarsi al
Mistero che la poetessa ama con tutto il cuore tanto che confessa in «Atto
d’amore» (Il dono 1935): «Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio/ nel quale credo,
Dio che sei la vita/ vivente, e quella già vissuta e quella/ ch’è da viver più
oltre».
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