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venerdì 8 marzo 2013


La bella pagina di storia della medicina scritta in un ospedale del Mississippi Il bebè guarito dall’Hiv Come dobbiamo intendere il diritto alla salute? Soddisfazione dei desideri dettata dalle leggi del mercato o sostegno sociale ai più deboli? di CARLO BELLIENI - L'Osservatore Romano – 8 marzo 2013 

Avere l’Aids è una tragedia, sentirsi responsabili di trasmetterlo al proprio figlio raddoppia la sofferenza. Aver forse trovato come curare i neonati ad alto rischio di Aids è invece una vittoria di tutti. Questo sembra essersi realizzato in questi giorni in un ospedale del Mississippi: un bambino ad altissimo rischio di infezione da Hiv è risultato completamente guarito dopo un trattamento precocissimo e intensivo con farmaci detti “a n t i re - t ro v i r a l i ”. Finora esistevano cure ma che non avevano raggiunto questo livello di successo, certamente ancora tutto da verificare per non creare poi tristi disillusioni, ma ben augurante; successo simile a quanto era risultato dall’uso di cellule staminali adulte che avevano avuto di recente successo in Germania curando un adulto sieropositivo. Oggi l’infezione da Hiv è una pandemia e il binomio Aids-gravidanza genera non solo dolore ma anche scelte negative: circa un settimo dei feti a rischio di nascere contagiati dall’Aids vengono abortiti, secondo un recente studio italiano, e le donne sieropositive sono in certi contesti addirittura costrette alla sterilizzazione forzata («Reproductive Health Matters», 2012). Possiamo forse uscire da questo quadro di terrore, eppure promettenti ricerche come quella che ha portato al successo sopracitato rischiano di non essere supportate da fondi sufficienti. Proprio il National Institute for Health, che ha finanziato lo studio che ha curato il bambino dall’Aids, rischia in questi giorni di perdere 1,6 miliardi di dollari di budget. Lo stesso dicasi per le malattie rare, per le quali non esiste ancora una terapia risolutiva, da cui il nome di “malattie orfane”: sono migliaia, ma la rarità delle singole patologie fa sì che esse siano trascurate dai principali investimenti pubblici e privati, come riporta la fondazione Telethon. È ovvio allora che i criteri di supporto alla ricerca dovrebbero essere rivisti e portati più a contatto con le necessità delle parti deboli: anche «Lancet» nel 2009 riportava che la sovvenzione pubblica alle ricerche scientifiche è scarsamente correlata con il peso sui pazienti delle malattie studiate nelle ricerche che vengono finanziate. Carenze nei fondi per la ricerca, ma anche per la cura: malaria, tubercolosi e tante altre malattie dilagano nei Paesi emergenti ancora in attesa di interventi radicali, mentre in Europa abbiamo assistito a tagli nella spesa pubblica che sono andati a colpire l’assistenza alle persone con malattie croniche. Ma dai mass media la complessità di questo problema non emerge e vengono chiesti con soffocante insistenza fondi e strutture solo per la ricerca su campi etici che fanno discutere (anche se non hanno ancora portato risultati) ma che sono di moda: primi su tutti gli studi sugli embrioni umani. E a leggere certi giornali, sembrerebbe che gli interessi della gente debbano focalizzarsi non sulla cura delle grandi patologie, ma sui vari tipi di fecondazione medica, di selezione embrionaria e sulla ricerca esasperata di nuovi sistemi di selezione genetica prenatale. I successi nella cura dell’Aids — malattia oggi diffusa soprattutto nelle popolazioni povere — ci portano allora a puntare il dito sulle priorità. Fino agli anni Novanta una donna sieropositiva aveva il 30 per cento di possibilità di passare la malattia al figlio e oggi i trattamenti preventivi hanno ridotto questo rischio al 2 per cento ma i farmaci necessari sono a portata di tutti, soprattutto nei Paesi emergenti? Oppure prevalgono altre scelte? Ed è sufficiente l’attuale livello della ricerca scientifica per le malattie diffuse soprattutto tra la fetta di popolazione che ha meno voce? Oggi più che mai serve distinguere cosa realmente è il diritto alla salute: per allocare i fondi, i Governi devono scegliere se considerare questo diritto solo come la soddisfazione dei desideri dettata dalle leggi del mercato, o come il sostegno sociale alle situazioni più difficili e alle persone più deboli. 

giovedì 6 dicembre 2012


Il condom e l’Aids. Lo spot del ministero della Salute racconta favole. «Ma noi non siamo animali » - http://www.tempi.it


dicembre 6, 2012 Redazione
Il primo dicembre ministero della Salute ha dato il via a una campagna istituzionale in occasione della giornata mondiale contro l’Aids. Il testimonial è l’attore  Raoul Bova e lo slogan – efficace – è «la trasmissione sarà interrotta il più presto possibile». Nello spot – in cui, pagando pegno al politically correct, compaiono le coppie assortite in tutte le loro varianti – si fa una gran pubblicità all’uso del preservativo, evidentemente considerato l’unico rimedio alla diffusione del contagio.
EDWARD GREEN. Che il condom sia efficace per combattere l’Aids è una diffusa leggenda che piace molto ai nostri media e, pare, dal primo dicembre, anche al ministero guidato dal cattolico bindiano Renato Balduzzi. Su Tempiabbiamo più volte scritto, dati alla mano, che non esiste correlazione tra “uso del preservativo e calo del contagio”. Anzi, semmai, è vero il contrario come testimoniato da tanti seri ricercatori, non ultimo Edward Green, antropologo della medicina ad Harvard, liberal agnostico e simpatizzan­te del Partito democratico, attivo per anni in programmi di social marketing di anti­concezionali di tutti i tipi nei paesi poveri. Fu proprio Green a denunciare la grande favola, partendo dall’analisi dei numeri e dalle sue precedenti esperienza sul campo, quando ancora sponsorizzava l’utilizzo del condom nei paesi del Terzo Mondo.
Lo fece anche in una intervista a Tempi, in cui – tra le altre cose – disse questa frase: «La verità amico, era ed è anche oggi un’altra: la lotta all’Aids è un’industria multimiliardaria che sarebbe messa in pericolo da una strategia così semplice come quella che dice “non avere tanti partner, sii fedele alla tua compagna, astieniti”. Piuttosto che puntare all’eliminazione del rischio con una strategia che costerebbe molto poco e che molto poco è costata laddove, come in Uganda, è stata applicata, ci si limita alla riduzione del rischio spendendo miliardi di dollari in condom e antiretrovirali sempre più potenti a causa dei ceppi resistenti di Aids che sorgono. Ma è un business che resta molto popolare, perché è agganciato all’idea di “liberazione sessuale”».

 ROSE BUSINGYE. Ma non bastasse la parola di Green, può essere forse ancora più persuasiva quella di tanti operatori che hanno tutti i giorni a che fare con i malati in Africa (vera terra di conquista e “laboratorio umano” per le pratiche contraccettive). Come, ad esempio, Rose Busingye che passa la sua vita ad accogliere e curare gli ammalati di Aids assieme all’ong Avsi al Meeting Point di Kampala, la capitale dell’Uganda.Infermiera, Busingye sa di cosa parla quando discute di Hiv e preservativi. Un paio di anni fa, in un’intervista al Foglio disse: «Il problema è se la vita ha un valore, un significato, altrimenti non c’è preservativo che tenga». Rose lo affermò confortata anche dai numeri: per il virus dell’Hiv nel suo paese dal 1986 sono morte quasi un milione di persone (e più del doppio sono rimaste infettate). L’Uganda è però anche il primo paese del Vecchissimo Continente che ha mostrato numeri in controtendenza: in pochi anni si è passati dal 21 per cento della popolazione infetta al 7 per cento di oggi. «Lo abbiamo fatto – diceva Rose al Foglio – senza distribuire preservativi a tutti, ma educando le persone».
L’ESEMPIO UGANDESE. Oggi, meritoriamente, il quotidiano Avvenire la interpella sulla questione e Busingye torna a ribadire che «la nostra salvezza non sta dentro un pezzo di plastica. Dobbiamo tornare a essere uomini veramente. Uomini che hanno dignità e hanno valore». Per l’infermiera ugandese «il preservativo non serve a nulla se non si cambia prima il metodo, la vita. Applicare uno strumento e non cambiare la vita non porta a niente.Sarebbe come dire: tu sei un animale, che agisce soltanto seguendo il suo istinto, non sei un uomo che può controllarsi. Per questo da noi, in Africa, oggi l’uso del preservativo è visto soltanto come ultima spiaggia. Dobbiamo chiederci che senso ha il sesso. Oggi è come se fosse la cosa più importante del mondo. È l’esaltazione di un idolo. Se voglio bene all’altro e so che il metodo che sto usando porta in sé un minimo di pericolo, allora non rischio. Il vero problema è educare la persona a comprendere che ha un valore più grande, di cui è responsabile. La questione vera è il riconoscere il valore di sé stessi».
Rose parla della politica impostata nel suo paese dal presidente Yoweri Museveni: «Non è un cattolico, eppure è tra coloro che tre anni fa, nella bufera nata dopo le dichiarazioni del Papa in occasione della sua visita in Africa, si è subito schierato dalla sua parte. Museveni ha da subito affermato che bisogna ritornare alle origini. Perché la nostra “salvezza” non è dentro un pezzo di plastica. Non ci salveremo grazie a un preservativo. Dobbiamo tornare a essere uomini veramente. Uomini che hanno dignità e che hanno valore. Attenzione: questo non è un discorso cattolico, perché questo valore non ce lo dà la religione, e nemmeno il Papa. Il Papa ce lo fa conoscere, ci educa a capire che siamo uomini che hanno un valore infinito. Rispondere al nostro istinto, ai nostri bisogni immediati, è troppo poco per la grandezza del nostro cuore».

«Il preservativo contro l’Aids? Non è la soluzione» - La denuncia di Rose Busingye, l’infermiera ugandese che cura  gli infetti a Kampala: la salvezza non sta in un pezzo di plastica, torniamo a essere persone vere – Avvenire, 6 dicembre 2012

«La a nostra salvezza non sta dentro un pezzo di plastica. Dobbiamo tornare a essere uomini veramente. Uomini che hanno dignità e hanno valore». Rose Busingye, infermiera ugandese, passa la sua vita ad accogliere e curare gli ammalati di Aids assieme all’ong italo-svizzera Avsi-Avaid al Meeting Point di Kampala, capitale dell’Uganda. Per lottare oggi contro l’Aids ha ragione chi sostiene a spada tratta l’uso del preservativo?  Il preservativo non serve a nulla se non si cambia prima il metodo, la vita. Applicare uno strumento e non cambiare la vita non porta a niente. Sarebbe come dire: tu sei un animale, che agisce soltanto seguendo il suo istinto, non sei un uomo che può controllarsi. Per questo da noi, in Africa, oggi l’uso del preservativo è visto soltanto come ultima spiaggia. Dobbiamo chiederci che senso ha il sesso. Oggi è come se fosse la cosa più importante del mondo. È l’esaltazione di un idolo. Se voglio bene all’altro e so che il metodo che sto usando porta in sé un minimo di pericolo, allora non rischio. Il vero problema è educare la persona a comprendere che ha un valore più grande, di cui è responsabile. La questione vera è il riconoscere il valore di sé stessi. Lei da anni lavora con i malati di Aids, li accoglie, li cura. Come reagiscono quando gli propone questo nuovo modo di guardare alla loro vita? Io non è che "propongo" questo. Lo vivo, e loro lo vedono in me. Educare significa portare la persona a questa conoscenza di sé. E si conosce quello che si è camminando con qualcuno che è più grande. La mia non è una predica, è qualcosa che si vede vivendo. Facendo insieme questo cammino uno si rende conto che rispondere soltanto a un bisogno (come può essere il sesso) dimenticando la totalità della propria persona lascia insoddisfatti. Perché il cuore è desiderio di infinito. L’Uganda, negli ultimi dieci anni, ha conosciuto una drastica diminuzione del numero di persone infette da Aids (dal 21% al 7%). Segno che questa educazione sta funzionando... Questo nuovo modo di guardarsi in Uganda ha cambiato tutti. Perché quando qualcuno possiede una consistenza nessuno lo muove più. In Uganda abbiamo la fortuna di avere un presidente, Yoweri Museveni, che lo ha capito sin da subito. E ne sono molto orgogliosa. Non è un cattolico, eppure è tra coloro che tre anni fa, nella bufera nata dopo le dichiarazioni del Papa in occasione della sua visita in Africa, si è subito schierato dalla sua parte. Museveni ha da subito affermato che bisogna ritornare alle origini. Perché la nostra "salvezza" non è dentro un pezzo di plastica. Non ci salveremo grazie a un preservativo. Dobbiamo tornare a essere uomini veramente. Uomini che hanno dignità e che hanno valore. Attenzione: questo non è un discorso cattolico, perché questo valore non ce lo dà la religione, e nemmeno il Papa. Il Papa ce lo fa conoscere, ci educa a capire che siamo uomini che hanno un valore infinito. Rispondere al nostro istinto, ai nostri bisogni immediati, è troppo poco per la grandezza del nostro cuore. Cosa manca a noi occidentali? Il gusto per la bellezza, per il costruire cose belle, per il riconoscere la verità, che era una caratteristica della cultura europea (come è una caratteristica della tradizione dell’uomo). Oggi, però, voi europei lo state dimenticando, lo state perdendo. E lo state perdendo perché avete paura della fatica. Quello che vedo in voi è un continuo "copiare" cose inutili: la moda, ciò che la televisione dice, ciò che gli altri fanno. Invece dovreste "copiare" ciò che scoprite come corrispondente al vostro cuore. State perdendo la capacità di comprendere cosa è bello e cosa è vero per voi. Gregorio Schira  

martedì 17 luglio 2012


Aids, ecco il primo farmaco per sconfiggere l'Hiv, Martedì, 17 luglio 2012 - http://affaritaliani.libero.it/

Disco verde delle autorita' regolatorie statunitensi al primo farmaco per prevenire l'infezione da Hiv. Si tratta di Truvada (emtricitabina e tenofovir disoproxil fumarato), un medicinale che puo' essere utilizzato dalle persone ad alto rischio di infezione o dai partner di soggetti Hiv positivi, sottolinea la Food and Drug Administration (Fda).

Gli studi hanno mostrato il farmaco ha ridotto il rischio di contrarre l'Hiv fino al 73%. Ma la decisione non ha mancato di suscitare polemiche: alcuni operatori sanitari e gruppi attivi nella comunita' dei pazienti si sono detti contrari alla pillola da assumere una volta al giorno.

Il timore e' che il via libera al farmaco possa suscitare un falso senso di sicurezza nella popolazione, inducendo a trascurare misure importanti per la prevenzione dell'infezione. Inoltre si teme lo sviluppo di un ceppo di Hiv resistente al medicinale.

Comunicando la sua decisione, la Fda ha sottolineato che Truvada dovrebbe essere utilizzato come parte di un "piano completo di prevenzione dell'Hiv", che includa l'uso del preservativo e il ricorso regolare al test per individuare il virus. La decisione dell'autorita' del farmaco Usa arriva dopo che, nel maggio scorso, il comitato di esperti della Fda aveva raccomandato l'approvazione del medicinale.

Truvada, prodotto dalla californiana Gilead Sciences, e' gia' autorizzato per l'assunzione insieme ai farmaci anti-retrovirali per il trattamento delle persone sieropositive.

sabato 12 maggio 2012


Sì alla prima pillola che previene il contagio dell’Aids, 12 maggio 2012, http://www.quotidianamente.net

A 30 anni dalla scoperta dell’Aids e dopo oltre 46 milioni di morti in tutto il mondo, la sindrome da immunodeficienza acquisita è finalmente giunta a una svolta epocale. Un panel di esperti Usa che fanno capo all’ente statunitense per il controllo dei farmaci Fda (Food and drug administration) ha espresso il primo sì all’utilizzo di Truvada, una pillola in grado di prevenire l’infezione da Hiv nei soggetti sani. Prodotta dalla californiana Gilead Sciences Inc., Truvada è in uso dal 2004 per curare gli individui sieropositivi al prezzo astronomico di 11-14 mila dollari l’anno (600 mila nel corso di una vita). Fino ad oggi non è stata approvata dall’Fda per la prevenzione dell’Aids anche se uno studio del 2010 ne ha dimostrato l’efficacia nel ridurre i pericoli di contagio tra i gay e le coppie etero in cui un partner è sieropositivo, rispettivamente del 44% e del 75%. Truvada prevede la combinazione di due farmaci (emtricitabina e tenofovir) che hanno la funzione di interferire con l’abilità del virus Hiv di replicarsi nelle cellule, e rappresenta un approccio di profilassi da pre-esposizione, priva di effetti collaterali. Secondo gli esperti della Fda, il farmaco dovrebbe essere approvato per persone sane ma a rischio di contrarre il virus, soprattutto uomini omosessuali e bisex e donne con partner sieropositivi. La decisione finale dell’ente federale, attesa entro il 15 di giugno, si prevede positiva. «Siamo alla vigilia di una svolta storica», afferma Lisa Sterman, famosa dottoressa di Castro Street, il quartiere gay di San Francisco. «È la prima volta in 30 anni che si parla di un farmaco per la prevenzione dell’Hiv ». Ma in un’America dove 1,2milioni di persone sono sieropositive e 50 mila nuove infezioni vengono diagnosticate ogni anno, la comunità gay si è già spaccata in due. «Truvada sarà una catastrofe per la prevenzione dell’Hiv», tuona Michael Weinstein, presidente della Aids Healthcare Foundation, il più grande provider di cure anti-Aids degli Usa, secondo cui il farmaco finirà per «incoraggiare comportamenti a rischio, smantellando decenni di campagne all’insegna del sesso sicuro ». «Anche il programma “siringhe pulite” venne accusato di incoraggiare la tossicodipendenza — ribatte Barry Zingman, direttore dell’Aids Center al Montefiore Medical Center di New York —, invece ha finito per far diminuire drasticamente i casi di epatite e di Aids tra i drogati».

mercoledì 21 dicembre 2011


Aids:Canada, via test vaccino su uomo

Si' della Fda ad utilizzare il virus 'intero' su 40 malati

21 dicembre, 12:07
Aids:Canada, via test vaccino su uomo(ANSA) - ROMA, 21 DIC - Disco verde della Food and Drugs Administration ai test sull'uomo di un vaccino contro l'Hiv studiato in Canada. La sperimentazione iniziera' il mese prossimo su 40 malati. Il vaccino, gia' coperto da brevetto, e' stato ottenuto usando l'intero virus modificato geneticamente per essere reso innocuo con una tecnica simile a quella 'classica' per ottenere i vaccini. Secondo i ricercatori ''questo vaccino ha il potenziale di salvare milioni di persone nel mondo''.

domenica 18 dicembre 2011


Il virologo Perno: «la risposta all’AIDS non è il preservativo, ma l’educazione», 17 dicembre, 2011, http://www.uccronline.it

Quest’anno si celebra il trentennale dell’AIDS essendo essa stata descritta per la prima volta nel 1981. La società pigra e nichilista -dominatrice di Facebook e del web, per intendersi- pare essersi convinta fino all’ossessione che il profilattico sia la salvezza di tutto, la prevenzione e perfino la cura. I radicali, abili sfruttatori di queste persone, sanno conquistarsi apprezzamenti cavalcando e approfittandosi di questo, del politicamente corretto per intendersi. Molto schierata sull’argomento è poi la lobby omosessualista, dato che -come ha recentemente dimostrato il “Centers for Disease Control”- gli uomini omosessuali coprono il 61% delle nuove infezioni da HIV (negli Stati Uniti), nonostante essi siano solo il 2% della popolazione del Paese e i giovani omosessuali sono l’unico gruppo in cui le nuove infezioni da HIV aumentano (cfr. Ultimissima 24/08/11).

Tuttavia, si sa benissimo che in Africa l’unico metodo ad aver sconfitto l’AIDS è stato quello proposto da Suor Miriam Duggan in Uganda, basato su fedeltà al matrimonio e astinenza. La religiosa è stata recentemente premiata dall’Università di Harvard, dall’Holy Cross College degli Stati Uniti, e nel 2008 ha ricevuto un premio di riconoscimento per la sua opera dal Presidente e dal Parlamento dell’Uganda (cfr. Ultimissima 3/12/11). Gli stessi ricercatori di Harvard, come Edward C. Green e Daniel Halperin, hanno riconosciuto attraverso studi scientifici la correlazione tra maggior disponibilità e uso dei condoms e tassi di infezioni HIV più alti.

Il motivo lo ha spiegato di recente Carlo-Federico Perno, responsabile dell’Unità di monitoraggio delle terapie antivirali e antineoplastiche presso l’IRCCS L. Spallanzani di Roma, direttore dell’Unità di Virologia Molecolare al Policlinico Universitario Tor Vergata e grande esperto di AIDS. In un comunicato ufficiale di Medicina e Persona, una libera Associazione fra Operatori Sanitari (www.medicinaepersona.org), ha spiegato che «l’unico modo di impedire la progressione della malattia è quello di assumere per lunghi anni, probabilmente per tutta la vita, la terapia antivirale. Il vaccino è ancora lontanissimo». Qui si dovrebbero concentrare le risorse e l’attenzione mediatica, sempre che ci sia vero interesse per il fenomeno. Ma una delle ragioni per cui il problema dell’AIDS non è ancora risolto è il fatto che «manca la percezione delle ragioni fondanti della diffusione della malattia, basate spesso su elementi comportamentali, quali l’uso di droghe iniettive e soeprattutto la promiscuità sessuale. Questi elementi ancor oggi mantengono stabile, anno dopo anno, il numero di nuove infezioni (in Italia più di 3000 nel 2011), nonostante che i farmaci abbiano fatto la differenza in termini di riduzione della mortalità».

Ed ecco il punto su cui nessuno vuole soffermarsi, eccetto la Chiesa ovviamente: «La domanda fondante che pone questa malattia rimane sempre la stessa: è possibile eliminare una malattia legata spesso ai comportamenti, senza cambiare i comportamenti stessi? Il ritorno della sifilide, della gonorrea, e in genere l’aumento di tutte le patologie a trasmissione sessuale, indicano con chiarezza che il problema non è l’AIDS, ma che l’AIDS è l’epifenomeno di un problema ben più ampio, legato primariamente ad una visione positivista e libertaria. Positivista, perché ritiene certa la capacità dell’uomo di controllare l’HIV con strumenti tecnici, quali farmaci (per la terapia) e preservativi (per la prevenzione). Libertaria, perché giustificando la libertà dell’uomo di essere pieno artefice della propria vita, di fatto autorizza qualsiasi comportamento, con la sola precauzione di limitarne le conseguenze (appunto, la cultura del preservativo)».

Ma la vera prevenzione non si fa tamponando il problema con rimedi e artefici tecnici (con l’altissimo rischio di svalutare il rapporto affettivo), ma modificando culturalmente i comportamenti. Continua l’ordinario di Virologia: «Come medici, il nostro intervento sull’AIDS guarda in primis all’uomo malato, ma chiede anche la capacità di dare un giudizio sulle cause di queste malattie, sapendo che attraverso tale giudizio passano le scelte di politica sanitaria in termini di prevenzione dell’infezione».

mercoledì 14 dicembre 2011


UE: l’Europa degli ipocriti, 13 dicembre 2011, http://www.corrispondenzaromana.it

 (di Alfredo De Matteo) Viviamo nell’epoca dei diritti e delle iniziative di solidarietà: non passa giorno che non venga attivato qualche numero verde affinché chi lo desideri possa donare qualche euro a favore di associazioni con scopi benefici. Gli obiettivi di tali iniziative tendono generalmente alla difesa o al sostentamento delle fasce più deboli della popolazione mondiale, come i bambini, gli anziani, i poveri ed i malati.

Tutto bene allora, verrebbe da dire. Eppure, oltre a risultare sospetta più d’una di queste campagne di solidarietà che ad esempio mirano a combattere la fame e la povertà attraverso la promozione della contraccezione e dell’aborto, c’è da rilevare lo stridente contrasto tra tale attitudine generalizzata a fare leva sui buoni sentimenti e le stragi silenziose perpetrate dagli stati nazionali e sovranazionali ai danni proprio dei più deboli ed indifesi.

Negli ultimi quarant’anni le legislazioni abortiste di tutto il mondo hanno mietuto miliardi di vittime innocenti, assassinate nel ventre materno nella sostanziale indifferenza generale mentre la pratica diffusa dell’eutanasia attiva e passiva ha colpito non solamente i malati e gli incoscienti ma addirittura i bambini, secondo una logica perversa che tende a far passare la pietosa eliminazione di coloro i quali vengono considerati un peso per loro stessi e per gli altri come una conquista di civiltà.

L’ennesima ipocrita iniziativa benefica giunge dal Parlamento Europeo che ha patrocinato la campagna L’Europa per un sorriso, una parata di big della musica italiana che si sono esibiti per una raccolta fondi a favore di Telefono Azzurro, organizzazione no profit che si batte per la tutela dei minori vittime dell’adescamento sessuale e della violenza. L’iniziativa è stata presentata a Reggio Emilia alla presenza di importanti personalità del mondo politico dal Presidente del Parlamento Europeo che ha inviato un proprio testo in cui ne ha esaltato l’importanza e le finalità.

Proprio qualche giorno prima dell’evento euro solidale lo stesso Parlamento Europeo varava a schiacciante maggioranza una risoluzione che definisce l’aborto uno degli obiettivi necessari da perseguire al fine di combattere la diffusione dell’Aids.

La risoluzione B7-0615/2011, Sulla lotta all’Aids nell’Unione Europea e nei Paesi limitrofi, è una disposizione che di fatto impone ai Paesi membri di garantire il diritto all’aborto in ragione dello stretto legame tra salute e “diritti riproduttivi e sessuali” da un lato e virus dell’HIV dall’altro. In altre parole, i programmi di prevenzione contro la malattia del secolo diventano parte integrante dell’assistenza sanitaria riproduttiva e sessuale che include l’aborto libero, legale e gratuito.

Ancora una volta viene a galla la strategia perversa e diabolica delle lobby europeiste che guardano con favore alle cosiddette gare di solidarietà e se ne fanno essi stessi promotori o enti patrocinanti al fine di distogliere con maggiore facilità l’attenzione dalle loro continue malefatte; a facilitargli il compito il clima avvelenato dal relativismo etico e morale imperante per cui le persone tendono ad assegnare pari peso e importanza a valori che in realtà non dovrebbero essere posti sullo stesso livello.

A beneficiarne sono i piani criminali di chi invece conosce bene il diritto naturale tanto da volerne attuare il completo sovvertimento. (Alfredo De Matteo)

domenica 11 dicembre 2011


AIDS, 30 ANNI DOPO: UNA VITTORIA DELLA SOLA TECNOLOGIA? - Di Rassegna Stampa - 10/12/2011 - Attualità - http://win.libertaepersona.org

Quest’anno si celebra il trentennale dell’AIDS. Risale infatti al 1981 la prima descrizione di questa patologia, caratterizzata da immunodeficienza acquisita, e associata a gravissime infezioni e tumori, che e’ stata poi definita come Acquired Immuno Deficiency Syndrome.

In questi trenta anni sono stati fatti progressi incredibili; mai infatti, nella storia della Medicina, sono stati ottenuti risultati così significativi in un periodo di tempo relativamente breve. Una malattia invariabilmente mortale e’ stata trasformata, in molti casi, in una patologia cronica, grazie ai farmaci antivirali resi disponibili grazie ad una collaborazione, altamente efficiente, tra industrie farmaceutiche e istituzioni pubbliche. Quindi, il problema AIDS e’ risolto? La risposta e’ sicuramente no, per tre ordini di ragioni. Una e’ legata alle caratteristiche intrinseche del virus HIV, che non e’ eradicabile dalla persona infettata.

Quindi, una volta infettati, il virus rimane per tutta la vita nell’organismo, e l’unico modo di impedire la progressione della malattia e’ quello di assumere per lunghi anni, probabilmente per tutta la vita, la terapia antivirale. Il vaccino e’ ancora lontanissimo. La seconda ragione e’ che il sostanziale controllo dell’AIDS nei Paesi sviluppati non ha adeguato riscontro nei Paesi in via di Sviluppo, dove si trovano almeno 30 dei 33 milioni di persone che nel mondo si stimano essere infettate da HIV. In questi Paesi, la copertura con farmaci antivirali non supera un terzo delle persone che ne hanno bisogno, a fronte di una copertura pressoché totale in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Risorse economiche carenti, logistica insufficiente, strategie di intervento spesso infelici e incomplete, giocano un ruolo non irrilevante nella generazione e nel mantenimento del “gap” tra Paesi sviluppati e in via di Sviluppo.

La terza ragione e’ la più sottile, ma forse per questo la più importante: manca la percezione delle ragioni fondanti della diffusione della malattia, basate spesso su elementi comportamentali, quali l’uso di droghe iniettive e soprattutto la promiscuità sessuale. Questi elementi ancor oggi mantengono stabile, anno dopo anno, il numero di nuove infezioni (in Italia più di 3000 nel 2011), nonostante che i farmaci abbiano fatto la differenza in termini di riduzione della mortalità. La domanda fondante che pone questa malattia rimane sempre la stessa: e’ possibile eliminare una malattia legata spesso ai comportamenti, senza cambiare i comportamenti stessi?

Il ritorno della sifilide, della gonorrea, e in genere l’aumento di tutte le patologie a trasmissione sessuale, indicano con chiarezza che il problema non e’ l’AIDS, ma che l’AIDS e’ l’epifenomeno di un problema ben più ampio, legato primariamente ad una visione positivista e libertaria. Positivista, perché ritiene certa la capacità dell’uomo controllare l’HIV con strumenti tecnici, quali farmaci (per la terapia) e preservativi (per la prevenzione). Libertaria, perché giustificando la libertà dell’uomo di essere pieno artefice della propria vita, di fatto autorizza qualsiasi comportamento, con la sola precauzione di limitarne le conseguenze (appunto, la cultura del preservativo). Come medici, il nostro intervento sull’AIDS guarda in primis all’uomo malato, ma chiede anche la capacità di dare un giudizio sulle cause di queste malattie, sapendo che attraverso tale giudizio passano le scelte di politica sanitaria in termini di prevenzione dell’infezione.

Editoriale di Medicina e persona, a cura di C.F. Perno Università’ di Roma Tor Vergata

mercoledì 7 dicembre 2011


Fiorin Fiorello, il profilattico è bello di Riccardo Cascioli, 07-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

E meno male che ci sarebbe stato l’ordine di non parlare nelle trasmissioni Rai dei profilattici come strumento di prevenzione dell’Aids. L’altra sera lo showman Fiorello, durante il suo seguitissimo programma su Rai1– che ha raggiunto ascolti record – ha dedicato una gag alla promozione del preservativo: ha fatto dire in coro “profilattico” a tutto il pubblico, ha affermato che usandolo “non si prendono le malattie e non si prende l’AIDS. Salva la vita come il Beghelli”, ha proposto di piazzare un enorme profilattico al posto del cavallo di viale Mazzini (sede della Rai), per concludere: “L’importante è che lo usiate”.

A dire il vero non è stato l’unico esempio, perché già il 1° dicembre – giornata mondiale della lotta all’Aids, a causa della quale sarebbe scattato il presunto divieto – su Radio 2, a Caterpillar, c’è stata una lunga intervista all’infettivologa Cristina Mussini che ha fatto eguale, sperticato elogio alle virtù del profilattico, addirittura affermando che la liceità di tale strumento è stata dichiarata anche dal Papa.

Evidentemente la dottoressa Mussini non solo è ignorante per quel che riguarda il Papa – che non ha mai invitato a usare il preservativo – ma anche nel campo che più dovrebbe conoscere. E come Fiorello è responsabile di pubblicità ingannevole. Perché il profilattico non salva affatto la vita: riduce sicuramente i rischi di contagio, ma propagandandolo come salvavita in realtà si incentivano comportamenti a rischio con la conseguenza che le infezioni aumentano anziché diminuire. Ormai c’è abbondante letteratura scientifica a dimostrarlo: non solo in Africa, dove «dopo 20 anni di pandemia non c’è alcuna evidenza che più preservativi portino a meno Aids», come ha scritto il ricercatore Edward Green, vera autorità in materia (per approfondimenti cfr. Luigi Negri-Riccardo Cascioli, Perché la Chiesa ha ragione, Lindau 2010). Lo stesso discorso vale anche per l’Europa: una ricerca di cui abbiamo parlato pochi mesi fa, dimostra che le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento in Europa e l’aumento è direttamente proporzionale all’uso del profilattico.
Continuare a raccontare la storiella del “salvavita” perciò, non solo è errato, non solo è ingannevole, ma è un atto altamente irresponsabile.

Perché allora tanti esperti del settore, tanti medici e scienziati continuano a propagare questa menzogna? Probabilmente perché l’unica cosa che funziona davvero contro l’Aids è l’educazione. L’educazione a una sessualità responsabile, alla fedeltà, a una corretta affettività e all’amore vero. Ma per educare bisogna avere qualcosa da proporre, vivere un’esperienza che dia senso alla vita. Perché educare è essenzialmente trasmettere le ragioni per vivere. Merce rara di questi tempi nella nostra Europa.

E allora chi non ha ragioni per vivere non può trasmetterle: molto più semplice cavarsela scrivendo una ricetta, consigliando una marca di profilattici, indicando medici o cliniche per abortire, invitando ipocritamente alla «promiscuità controllata», come ha fatto la dottoressa Mussini.
Sostanzialmente lasciando sole le persone – e soprattutto i giovani  - davanti alla vita.

Fiorello ha soltanto espresso il nulla e la solitudine di questa società. Prendersela con lui serve a poco, anche se è doveroso esigere dalla Rai che non si faccia disinformazione o si mandino messaggi pericolosi. Serve invece prendere coscienza dell’«emergenza educativa» che c’è nel nostro paese, serve riscoprire per noi le ragioni del vivere, serve assumersi la responsabilità di trasmetterle agli altri.

domenica 4 dicembre 2011


Premiata suora cattolica per aver sconfitto l’AIDS in Uganda (senza condom), 3 dicembre, 2011, http://www.uccronline.it

Suor Miriam Duggan, della contea di Limerick in Irlanda, è stata premiata dallo University College di Cork per la sua dedizione ai malati di Aids/Hiv e per l’impegno nella lotta alla pandemia in Africa. Laureata in medicina e missionaria francescana delle Sisters for Africa, la religiosa ha lavorato in Uganda come responsabile medico del St. Francis’ Hospital, Nsambya, a Kampala. Nel 1987, ha lanciato il programma di prevenzione Youth Alive, per affrontare le cause principali della diffusione dell’HIV e aiutare i giovani a fare scelte responsabili per non contrarre l’AIDS, basate su fedeltà al matrimonio e astinenza.

Grazie a questo programma, il numero dei contagi in Uganda è diminuito. Il progetto, riferisce l’agenzia Fides, è stato promosso anche in altri 21 Paesi africani. In Uganda (paese in grande maggioranza cattolico), tra il 1991 e il 2001, si è riusciti a ridurre del 10% il numero di persone infette (unico stato africano), mentre nel 2002 il tasso di prevalenza di Aids ha fatto registrare un calo dal 28,9% al 9,8%. Nel 2006 suor Miriam è stata premiata dall’Università di Harvard e dall’Holy Cross College degli Stati Uniti, e nel 2008 ha ricevuto un premio di riconoscimento per la sua opera dal Presidente e dal Parlamento dell’Uganda.

Ricordiamo che proprio a febbraio di quest’anno, un ricercatore di Harvard, Daniel Halperin, ha dato pieno appoggio alle dichiarazioni di Benedetto XVI suggerendo che effettivamente è la «riduzione nei partner sessuali» a condurre «a una decrescita delle nuove infezioni da Aids», e non una massiccia diffusione del condom. Anzi, uno studio dell’Università di Navarra ha proprio concluso che il tentativo di fermare la diffusione dell’Hiv in Africa ha avuto così poco successo anche a causa dell’insistenza sulla diffusione massiccia del preservativo, dato che esso ha solamente incoraggiato un numero significativo di persone ad intraprendere rapporti sessuali multipli, aumentando le probabilità di infezione.

Il tutto è stato confermato da Edward C. Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project al centro Harvard per gli Studi su Popolazione Sviluppo, il quale ha apertamente sostenuto la visione del Papa: «Il Papa è corretto, o per metterlo in un modo migliore, la migliore evidenza che abbiamo è di supporto alle dichiarazioni del Papa. C’è un’associazione costante, dimostrata dai nostrl migliori studi, inclusi i “Demographic Health Surveys”, finanziati dagli Stati Uniti, fra una maggior disponibilità e uso dei condoms e tassi di infezioni HIV più alti, non più bassi. Questo può essere dovuto in parte a un fenomeno conosciuto come “compensazione di rischio”, che significa che quando uno usa una ‘tecnologia’ a riduzione di rischio come i condoms, spesso perde il beneficio (riduzione di rischio) “compensando” o prendendo chances maggiori di quelle che uno prenderebbe senza la tecnologia di riduzione del rischio». E infatti lo stesso Green ha cambiato completamente posizione dichiarando nel 2009: «Diffondevo contraccentivi in Africa. Oggi dico che solo la fedeltà coniugale batterà l’Aids». 

giovedì 1 dicembre 2011

E la scienza scopre il valore dell'astinenza



IL CASO/ La storia di Patrick e Susan: se l'Aids si combatte con un incontro – Redazione, giovedì 1 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net/

Era una notte di luna piena quando Patrick scelse di affrontare a piedi i 6 chilometri che lo separavano dal villaggio di Susan, in Uganda. Grazie a quella luce blu che invadeva la strada di terra rossa, Susan era più vicina. Quella sera iniziò la loro storia d’amore. Susan è oggi alla sua prima gravidanza. Patrick indossa i vestiti della festa. Giacca e cravatta per recarsi al corso pre parto con Susan. Camminano vicini, ma sempre senza sfiorarsi, nella strada che porta all’ospedale missionario di Kitgum, nel Nord del paese.
Patrick, all’ospedale, non c’era mai stato. Certo, aveva sentito dire che lì era possibile testarsi per l’HIV, in modo molto discreto. Senza che nessuno lo sapesse. Ma lui non è mai stato male, non ha quei sintomi che dicono essere tipici dei malati di AIDS. Susan però ha insistito tanto. Durante la prima sessione del corso pre-parto, le ostetriche avevano incoraggiato tutte le mamme presenti a presentarsi, la volta successiva, con il proprio partner, spiegando che i sintomi dell’AIDS possono anche manifestarsi con un ritardo di anni, mentre tuttavia il virus continua a scorrere nelle vene. E, quando compaiano i primi sintomi, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto, c’è in ballo anche la vita di un bambino.
Patrick è oggi il responsabile, nella sua contea, del gruppo di supporto che attraverso sessioni informative, rappresentazioni teatrali e testimonianze, sensibilizza i suoi coetanei sui rischi dell’AIDS. E sulla disponibilità dei servizi per affrontarla. Senza paura. “è solo mostrando l’esempio di chi, in prima persona, sta affrontando positivamente la malattia, che l’intera comunità prende coscienza del fatto che è proprio guardandola in faccia e affrontandola, grazie a servizi presenti ed efficienti, che l’AIDS può essere sconfitto”, spiega Patrick.
Il coinvolgimento dei mariti nell’affrontare la fase della gravidanza, del parto e dell’allattamento, è una delle componenti più importanti del programma di prevenzione materno-fetale dell’HIV in corso da Avsi in Uganda da dieci anni e che permette alle madri sieropositive di dare alla luce figli sani. Da qualche anno AVSI insiste perché il maggior numero di partner sia coinvolto in questa fase. In 10 anni di PMTCT – acronimo del programma - la percentuale di mariti che accompagna le proprie mogli in questo processo è passata dal 6,3% del 2002 al 73,6% del 2011. Un numero sorprendente. E soprattutto incoraggiante. Nella società africana, infatti, mentre la donna rimane la colonna portante della famiglia, il marito svolge un ruolo fondamentale di supporto. Il suo coinvolgimento, inoltre, funge da esempio per tutta la comunità nel diffondersi di un atteggiamento positivo e proattivo nei confronti dei servizi sanitari e, soprattutto, nei servizi di prevenzione dell’AIDS.
Questa componente si sposa perfettamente con il metodo di AVSI , che si caratterizza con l’impegno per un’attiva e positiva partecipazione dei malati di AIDS nelle attività e nel coinvolgimento della comunità.
La strategia di PMTCT nazionale pone come target che in tutti i centri sanitari la percentuale di partner maschili coinvolti nel programma raggiungesse il 25% entro il 2010. Nei siti PMTCT sostenuti da AVSI , si è passati da 296 uomini che hanno accettato di testarsi durante i corsi pre-parto delle proprie mogli nel 2002, a 12.181 nel 2011, per un totale di 43.441. Interventi mirati come i Gruppi di Sostegno alla Famiglia, sessioni di sensibilizzazione specifica per il pubblico maschile, la creazione di spazi ad hoc per gli uomini nelle cliniche pre-parto, e la consulenza in coppia, oltre alla maggiore accettazione sociale di sottoporsi al test dell’HIV , hanno fortemente contribuito a questo aumento.
Ed è con partner anche come il Meeting Point che Avsi affronta la sfida dell’AIDS secondo un approccio olistico. Il virus rappresenta in molti casi un «entry point» per un supporto integrato al malato, alla sua famiglia e alla comunità. Con questo metodo si svolgono da anni le attività nel campo della prevenzione, dell’assistenza e della cura delle persone, portando aiuto ai casi più isolati e trascurati. L’assistenza a domicilio dei malati, infatti, è stata la prima risposta. Una risposta che ha coinvolto immediatamente anche i figli di queste persone: gli orfani che sono seguiti uno ad uno grazie anche al sostegno a distanza.
In dieci anni di implementazione del programma, grazie ad AVSI, 197.343 madri in Uganda hanno usufruito dei servizi sanitari pre-natali. Di queste, 187.002, circa il 94%, ha accettato di sottoporsi al test dell’HIV. Delle madri risultate positive al test dell’HIV, circa il 60% ha usufruito direttamente dei servizi di PMTCT che, oltre alla componente medica, includono attività per lo sviluppo economico e sociale dei beneficiari.
L’AIDS non può essere considerata alla stregua di molte altre epidemie, in quanto coinvolge gli aspetti principali dell’esistenza: la salute, le relazioni, l’amore, la sessualità, la famiglia, la generazione, la morte. L’AIDS  “esige certamente una risposta medica e farmaceutica. E tuttavia questa è insufficiente poiché il problema è più profondo.” (Benedetto XVI, AFRICAE MUNUS, n. 72). Affrontare l’AIDS implica una visione della persona e della vita, ovvero, con parole del Papa, “un’antropologia ancorata al diritto naturale”.
“La persona sieropositiva ha le stesse esigenze di felicità, amore e giustizia di chi non è affetto dal virus. – Afferma Alberto Piatti, Segretario Generale Avsi - Anzi, spesso in chi soffre il desiderio di affetto è ancora più urgente e le domande sul significato della vita ancora più pressanti. “Ogni malato merita il nostro rispetto e il nostro amore” ha ricordato Benedetto XVI nel recente viaggio in Africa. 
Partita nel 2002 con l’attività di PMTCT in due ospedali in nord Uganda, AVSI copre oggi 4 ospedali e 37 centri sanitari. In  10 anni, i servizi sanitari pre-parto sono stati garantiti per oltre 197.343 mamme e 4.713 bambini sono nati “free”, senza HIV. Non è una vittoria sulla malattia ma la vittoria della speranza e del valore della vita. Occorre che le energie della ricerca e della comunità internazionale non cedano alla scure della crisi per continuare questa battaglia per la dignità della persona.”
“Un problema grande e complesso come l’AIDS – spiega Alberto Piatti - richiede nel contesto mondiale che sta cambiando un impegno adatto alle sfide del tempo. Anzitutto da parte del mondo della ricerca. Nella storia dell’umanità, il farmaco rappresenta un’espressione della creatività e dell’intelligenza umana, che sono proprio l’elemento fondamentale su cui scommettere per la svolta che il mondo richiede. La comunità internazionale, a sua volta, non può abbandonare alla scure della crisi mondiale l’attenzione avuta in questi anni sull’AIDS. Occorre che faccia convergere le forze e l’impegno, valorizzando le evidenze dei risultati raggiunti fino ad oggi. Non sarebbe ragionevole abbandonare a se stessi i popoli che non hanno oggi le risorse per accedere alle cure, disperdendo anche lo sforzo già profuso. Nello stesso tempo, occorre che i governi siano consapevoli delle perdite umane cui i loro popoli rischiano di andare incontro. Occorre che valorizzino la rete che le pur fragili società hanno generato e le capacità costruite con lavoro e sacrificio. Un metodo come quello sperimentato da AVSI ha mostrato la sua efficacia. Occorre avere il coraggio di investire su quanto appreso.
Facciamo nostra e condividiamo con tutti coloro che desiderano raccoglierla l’esortazione di Benedetto XVI nella Munus Africae: “Non risparmiate fatiche per raggiungere al più presto dei risultati, per amore al dono prezioso della vita. Possiate trovare soluzioni e rendere accessibili a tutti i trattamenti e le medicine, considerando le situazioni di precarietà!”.
In occasione delle celebrazioni internazionali del World AIDS Day, AVSI, in collaborazione con Medicina & Persona, lancia “FREE: 10 anni di bambini nati senza l’HIV”, una campagna a sostegno dei programmi di riduzione della trasmissione materno-fetale del virus dell’AIDS presentata con un evento a Roma , il 1° dicembre, al Campidoglio, Sala della Protomoteca.
L’evento vedrà l’intervento di importanti speakers:  il sindaco di Roma Gianni Alemanno,  Alfredo Mantica, senatore della repubblica italiana, il Dr. Lawrence Ojom, direttore dell’ospedale S.Joseph’s di Kitgum, il Dr. Zikulah Namukwaya, direttore del programma PMTCT presso il Mulago National Referral Hospital di  Kampala, il Dr. Linda Nabitaka, PMTCT M&E Manager - Ministero della Sanità ugandese, Ketty Opoka, coordinatrice organizzazione non governativa Meeting Point Kitgum in Uganda, Prof. Carlo Federico Perno, professore di Virologia, Università di Tor Vergata (Roma), Amolo Okero, Technical Officer, Prevention in the Health Sector, Organizzazione Mondiale della Sanità. Conclusioni di Alberto Piatti, Segretario Generale AVSI. Modera Roberto Fontolan, Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.
SITO dedicato:  www.avsi-free.org


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mercoledì 30 novembre 2011


Cure negate e discriminazioni contro malati di Aids, http://www.laogai.it, 30 novembre 2011

Si stringe sempre di più il controllo sui dissidenti cinesi mentre alcuni attivisti denunciano che le autorità spesso negano cure e assistenza ai malati di Aids. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. In base a quanto riferito da Hu Jia, da poco rilasciato dopo aver scontato tre anni di carcere per sovversione, in vista della giornata mondiale dell’AIDS, che si terrà giovedì prossimo, il governo ha intensificato la sorveglianza di alcuni attivisti particolarmente impegnati nella tutela dei malati di Aids. Hu ha detto di essere molto preoccupato in particolare per Tian Xi, che ha già scontato un anno di carcere dopo aver cercato di difendere le istanze dei malati di Aids nelle zone rurali cinesi. “Se Tian dovesse essere arrestato di nuovo – ha detto Hu – sono convinto che non ne uscirebbe vivo”. Tian era stato arrestato nel 2009 mentre manifestava, fuori al ministero della salute, proprio nella giornata mondiale dell’Aids. Secondo molti avvocati e attivisti, le persone ammalate di Aids sono costantemente bistrattate nel paese, a molti di loro vengono negate cure e trattamenti negli ospedali, con la conseguenza che molti nel frattempo muoiono. Le ultime stime fissano in circa 700.000 le persone affette da virus HIV in Cina e 85.000 le persone con la malattia conclamata. La polizia cinese ha negato che l’arresto di Tian Xi sia stato legato al suo attivismo a favore dei malati di Aids. Tian Xi, che ora ha 23 anni, ha contratto la malattia quando aveva solo 9 anni, a seguito di una trasfusione di sangue resasi necessaria per un incidente nel quale era rimasto coinvolto. Il governo locale gli ha dato 30.000 yuan (poco più di tremila euro) a titolo di risarcimento.
Tre aspiranti professori cinesi hanno denunciato, in un ricorso presentato al governo centrale di Pechino, di essere stati discriminati perche” sieropositivi. I tre insegnanti, ha precisato Yu Fangqiang, un attivista per i diritti dei malati, sostengono nel ricorso che una legge contro le discriminazioni approvata nel 2006 dovrebbe prevalere sui regolamenti della burocrazia, secondo i quali i funzionari pubblici non devono avere malattie infettive. I tre hanno fatto domanda per insegnare nei licei in tre diverse province – Anhui, Sichuan e Guizhou – ma il posto di lavoro è stato loro negato nonostante avessero superato brillantemente l’esame necessario per accedere alla professione. “I governi locali – ha dichiarato Yu Fangqiang in un’intervista alla Bbc – tendono spesso a far prevalere i regolamenti locali sulle leggi valide a livello nazionale”.
Fonte: Partecinesepartenopeo, 30 novembre 2011

giovedì 24 novembre 2011


Educare all’amore, così si sconfigge l’Aids di Lorenzo Schoepflin, Nell’esortazione apostolica consegnata alla Chiesa africana Benedetto XVI invita a «umanizzare la sessualità». Una prospettiva confermata dalla ricerca scientifica, Avvenire, 24 novembre 2011

 Il recente viaggio in Benin compiuto da Benedetto XVI è stata l’occasione per soffermarsi ancora una volta sulla questione della diffusione dell’Aids, una piaga che affligge buona parte del continente africano. Già durante la visita in Camerun ed Angola, nel 2009, il Papa aveva affrontato l’argomento, pronunciando parole che sollevarono numerose proteste: il Pontefice affermò che la lotta alla diffusione dell’Aids non poteva essere condotta con la distribuzione di preservativi, che «al contrario, aumentano il problema». Ma Benedetto XVI, oggi come allora, va oltre e propone un netto cambio di prospettiva in chiave educativa. Due anni fa il Papa indicò nell’«umanizzazione della sessualità» e nella «vera amicizia» con i malati gli ingredienti per un approccio efficace per la prevenzione dell’Aids. Adesso, nell’esortazione apostolica Africae Munus consegnata ai vescovi africani proprio in Benin, si dice espressamente che «la prevenzione dell’Aids deve poggiarsi su un’educazione sessuale fondata essa stessa su un’antropologia ancorata al diritto naturale e illuminata dalla Parola di Dio e dall’insegnamento della Chiesa». Un filo conduttore che fa perno sull’impegno concreto per i sofferenti. «Ogni malato, ogni povero merita il nostro rispetto e il nostro amore», ha detto il Papa durante l’omelia pronunciata a Cotonou, la principale città del Benin. Una vicinanza spirituale, e non solo, ribadita anche nella stessa Africae Munus, dove si ricorda che la Chiesa, da tempo, sostiene «la causa di un trattamento medico di alta qualità e a minore costo per tutte le persone coinvolte». avvero questo modo di affrontare il problema da parte della Chiesa cattolica è poco realistico e scarsamente efficace? «Sono almeno due le pubblicazioni scientifiche di rilievo che nel 2011 confermano la necessità del cambiamento di approccio proposto da Benedetto XVI», ci ricorda Matt Hanley, autore del libro «Affirming love, avoiding Aids; What Africa can teach the West» (Affermare l’amore, evitare l’Aids: cosa l’Africa può insegnare all’Occidente). La prima risale a febbraio ed è apparsa sulla rivista Plos Medicine: «In questo studio si mostrava come tra il 1997 e il 2007 la diffusione dell’Aids si fosse praticamente dimezzata in Zimbabwe grazie ad un cambiamento nei comportamenti sessuali nella direzione della fedeltà e dell’astinenza». Hanley si sofferma poi sulla pubblicazione dell’ottobre scorso su Lancet, che evidenziava una probabilità doppia di contagio per le donne che usano il Depo-Provera, il contraccettivo ormonale da iniettare periodicamente più diffuso in Africa: «Non si può fare a meno di notare che i programmi di pianificazione familiare promossi da finanziatori occidentali rischiano dunque di peggiorare la situazione». onostante questo, da sempre l’Organizzazione mondiale della sanità punta sui programmi di riduzione del rischio basati sull’uso del preservativo: «L’Oms ha in calendario un meeting per gennaio dove si discuterà della strategia di prevenzione da implementare fino al 2015. C’è da chiedersi come reagirà alle evidenze scientifiche che la contraccezione aumenta il rischio di contrarre l’Aids». Nella bozza di documento programmatico, la parola «condom» appare dieci volte, mentre non si parla mai esplicitamente di fedeltà e astinenza, ma solo genericamente di informazione sui comportamenti sessuali a rischio. «Gli organismi internazionali – ribadisce Hanley – in tutti i loro programmi non sposano mai l’impostazione proposta dalla Chiesa cattolica». n’impostazione che Hanley definisce ragionevole. «In molte culture tradizionali africane, la verginità, la fedeltà, la famiglia sono valori tenuti in grande considerazione. Il fatto che tali valori aiutino a vivere una vita pienamente umana fa dunque parte di quel bagaglio culturale e razionale riconoscibile da tutti». Hanley, che ha viaggiato molto in Africa, racconta di realtà oggi attive e di successo, come quella da lui recentemente visitata in Sud Africa, nei pressi di Johannesburg, guidata dai Salesiani: «I giovani africani cercano un’alternativa e respingono l’idea che programmi basati sull’educazione e su un approccio umano e non tecnico siano inapplicabili». La Chiesa non si risparmia anche da un punto di vista concreto, producendo ogni sforzo per rendere disponibili le cure necessarie. Ma, conclude Hanley, ricordiamoci che gli africani, assieme a questo, «vogliono sentirsi raccontare la verità» 

sabato 15 ottobre 2011


ZAMBIA: NON SI BIASIMI LA CHIESA PER LA DIFFUSIONE DELL'AIDS

ZI11101411 - 14/10/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28317?l=italian

ROMA, venerdì, 14 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Una suora missionaria cattolica dedita alla prevenzione dell'Hiv/Aids in Africa ha condannato la visione ampiamente diffusa per cui il bando dei preservativi da parte della Chiesa sarebbe responsabile della diffusione del virus.
Suor Luzia Wetzel, coordinatrice del programma di prevenzione dell'Hiv/Aids Youth Alive nello Zambia, ha riferito all'associazione caritativa cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) che l'efficacia dei preservativi nella lotta alla diffusione del virus è ampiamente sopravvalutata.
La suora, che lavora in Africa da 40 anni, ha affermato che “i preservativi non sono la soluzione all'Aids”.
Più che concentrarsi sui condom – ha detto sottolineando il fatto che questi non assicurano una protezione al 100% -, altri fattori, come un cambiamento negli atteggiamenti, sono fondamentali per far fronte al problema.
Il programma Youth Alive, applicato in tutte le Diocesi dello Zambia, sottolinea l'importanza dell'astinenza dai rapporti prematrimoniali e della fedeltà nel matrimonio.
“Vogliamo far sì che i giovani riconoscano quanto sia preziosa la vita umana”, ha dichiarato la suora.
Quando il programma è stato introdotto nello Zambia, nel 1996, i problemi nella raccolta fondi hanno afflitto seriamente la suora.
“Ogni nuovo programma riceve finanziamenti consistenti, mentre Youth Alive ha sempre dovuto lottare per sopravvivere”.
Ad ogni modo, suor Luzia ha affermato di non aver mai firmato contratti con organizzazioni che volevano che lei distribuisse preservativi.
Il programma Youth Alive è gestito dalla Chiesa cattolica ma è aperto a gente di ogni fede. Da quando il programma è stato istituito in Uganda nel 1994, Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene le sue attività in vari Paesi.
Nella zona orientale della capitale dello Zambia, Lusaka, un'altra religiosa, suor Maria Crucis Beards, ha aiutato ad allestire l'Our Lady’s Hospice, un centro per persone affette dall'Hiv.
“Credo che parlare alla gente dell'importanza della castità e della fedeltà sia l'unico modo per far fronte alla crisi dell'Hiv/Aids”, ha detto ad ACS.
“I preservativi sono stati disponibili gratuitamente per 10 anni o più, e non ci sono stati cambiamenti significativi nei livelli dell'Hiv. E' chiaro che i preservativi non funzionano”.
Secondo dati delle Nazioni Unite, lo Zambia ha uno dei più alti tassi di incidenza dell'Hiv al mondo. Nel 2003, gli adulti affetti erano il 21,5%, mentre nel 2009 erano scesi al 13,5%.
Un piano strategico nazionale sviluppato nel periodo 2002-2005 ha posto come priorità un cambiamento negli atteggiamenti, la riduzione della trasmissione madre-figlio e assicurare trasfusioni di sangue più sicure e assistenza e sostegno a quanti vivono con l'Hiv/Aids, soprattutto gli orfani.
Lo Zambia, situato nell'Africa del sud, ha 14 milioni di abitanti, 7,5 milioni dei quali cattolici.