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mercoledì 7 novembre 2012


Malati di Alzheimer legati, proteste in Olanda - 6 novembre 2012 - http://www.avvenire.it/

Il partito olandese ChristenUnie (cristiani uniti) e alcune associazioni che si occupano di demenza senile e Alzheimer, ha presentato un’interpellanza parlamentare per chiedere una legge più chiara e severa sulla contenzione dei malati, spesso applicata contro ogni regola etica ed umana. Anche in Italia non esiste una specifica norma. Soltanto un codice deontologico del ministero della Sanità sul comportamento e la responsabilità dell’infermiere e del medico. In particolare l’infermiere «si adopera affinché il ricorso alla contenzione fisica e farmacologia sia evento straordinario e motivato, e non metodica abituale assistenza. Considera la contenzione una scelta condivisibile quando vi si configuri l’interesse della persona e inaccettabile quando sia una implicita risposta alla necessità istituzionali» (art.4.10).

L’uso e abuso di sistemi contenitivi sono presenti in varie residenze sanitarie assistenziali (Rsa), le cosiddette strutture protette. E non certo (o soltanto) per difendere il paziente aggressivo dal pericolo che faccia male a se stesso o ad altri. Ma piuttosto per sopperire all’organico insufficiente, su pressione degli stessi amministratori (per evitare cause legali per danno), per carenza di formazione degli operatori, per mancanza di attrezzature idonee e incuria. La contenizione di solito non dovrebbe superare i 20 giorni in un mese. Invece capita che ci si dimentichi il malato legato per mesi... 

Parecchie pubblicazioni scientifiche hanno rivelato la sua inefficacia come intervento per la prevenzione di cadute. Anzi, il ricorso a questi mezzi ne aumenta il rischio perché «limitare la libertà di movimento comporta un indebolimento muscolare e riduce la funzione fisica. I danni potenziali vanno dai traumi meccanici alle malattie funzionali fino alle sindromi della sfera psicosociale. Oltre alla questione etica e morale non vanno dimenticati i principi garantiti dalla Costituzione italiana inerenti l’inviolabilità della libertà personale e del consenso terapeutico. Il malato deve essere rispettato e aiutato a sopportare nel miglior modo possibile la sua sofferenza. Le alternative alla contenizione coatta sono molte, a cominciare da speciali tavolini fissati alla sedia a rotelle che evitano lo scivolamento verso il basso. In Olanda il Trimbos Instituut ha approntato una specie di "tom-tom" che permette di localizzare il paziente demente che si è allontanato da casa. Persino nelle fasi più avanzate della malattia resiste nel paziente una dimensione affettiva di legame con l’ambiente: gli basta vedere un volto noto per riaccendere nel cervello una luce.

venerdì 21 settembre 2012


Alzheimer, oltre la solitudine, Alessandra Turchetti, 21 settembre 2012, http://www.avvenire.it

La Giornata mondiale sull’Alzheimer, affiancata oggi dalla prima celebrazione del «Mese mondiale», è segnata dal forte impatto suscitato dalla pubblicazione del Rapporto mondiale Alzheimer 2012 che, con il titolo significativo Superare lo stigma della demenza, ribadisce come la malattia sia una priorità di salute pubblica globale puntando il dito, questa volta, contro lo stigma e l’esclusione sociale di cui sono vittime i milioni di pazienti nel mondo e le loro famiglie. L’aggiornamento dell’autorevole Rapporto, diffuso ogni anno dall’Alzheimer’s Disease International (Adi), denuncia così gli aspetti negativi che ben il 75% dei malati e il 64% dei loro familiari lamentano sul fronte dell’accoglienza sociale e interpersonale. Il 40% dei malati riferiscono, infatti, di essere evitati o trattati in modo diverso e quasi una persona con demenza su 4 nasconde la propria diagnosi a causa dello stigma che circonda la malattia. «Demenza e malattia di Alzheimer continuano a crescere a un ritmo elevato a causa dell’invecchiamento della popolazione globale», dichiara Marc Wortmann, direttore esecutivo di Adi, la federazione internazionale di 78 associazioni Alzheimer nazionali che opera dal 1984. «La malattia ha un impatto enorme sulle famiglie che ne sono colpite, ma influenza anche i sistemi sanitari e sociali a causa del grande costo economico che comporta. I Paesi non sono preparati e continueranno a non esserlo se non superiamo lo stigma e non aumentiamo gli sforzi per garantire una migliore assistenza e trovare in futuro una terapia».

Oltre duemila fra malati e familiari di oltre 50 Paesi sono stati intervistati durante l’indagine. E hanno ammesso di rinunciare a stringere relazioni sociali per le difficoltà incontrate e, chi ha meno di 65 anni, di temere problemi sul posto di lavoro o con la scuola dei figli. Il Rapporto non manca di elencare ai governi dieci raccomandazioni per superare queste difficoltà che peggiorano la qualità della vita. Fra le prime, l’istruzione e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, il dare voce e ridurre l’isolamento delle persone affette.

Ma ci sono anche segnali di speranza. Uno studio del centro ricerche GlobalData, pubblicato in occasione della Giornata, annuncia che i prossimi mesi potrebbero essere decisivi nella lotta alla patologia. Un test clinico dell’Università di Santa Barbara cercherà di ricondurre la malattia a una specifica mutazione genetica, spiega il dossier. Inoltre nel 2013 il mondo della scienza approfondirà il sospetto rapporto tra Alzheimer e diabete che «potrebbe avere implicazioni enormi». Molto promettenti anche le ricerche sui biomarker della malattia che possono portare a una diagnosi precoce che darebbe benefici anche sui farmaci in sperimentazione.

E non va dimenticata la questione dell’assistenza, ricorda il Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici, che chiede al ministro della Salute Renato Balduzzi di «supportare le persone affette da questa patologia e i loro familiari, purtroppo abbandonati a loro stessi», dichiara con amarezza il responsabile del Coordinamento, Tonino Aceti.​

mercoledì 13 giugno 2012


TECNOLOGIE/ Nanoscopi agli infrarossi per dare l’assalto all’Alzheimer – Redazione - mercoledì 13 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net

L’immagine del ricercatore in medicina chino sul suo microscopio ha ancora la sua validità e la sua efficacia ma oggi deve essere completata con altre immagini che proiettano anche le bioscienze nel prorompente nanomondo, dove la misura di riferimento è il miliardesimo di metro. Si parla quindi sempre più di nanoscopi e l’ultimo programma avviato in questa direzione ha tra le sue finalità niente memo che un avanzamento nelle ricerche sul morbo di Alzheimer.
Un nuovo progetto, avviato nell’ambito della sezione “Nanoscienze, nanotecnologie, materiali e nuove tecnologie di produzione” del Settimo programma quadro della UE, è il progetto LANIR (LAbel free Nanoscopy using Infra Red) che riunisce ricercatori provenienti da 11 istituti partner sparsi tra Irlanda, Italia, Romania, Francia, Germania e Belgio; il consorzio è composto sia da piccole e medie imprese che da partner accademici.
L’elemento caratteristico di questa avventura è il ricorso alla radiazione infrarossa (IR): si parla quindi di nanoscopia a infrarossi (IRN), una tecnica basata sulla Spettroscopia ad assorbimento infrarosso (IRAS), che misura appunto l'assorbimento IR in un materiale registrando la luce infrarossa riflessa dal campione o trasmessa attraverso di esso. Quando radiazione ha una lunghezza d'onda IR incidente che corrisponde alla specifica frequenza vibrazionale dei legami chimici nelle molecole dei materiali esaminati, si manifesta un fenomeno di risonanza e l'assorbimento infrarosso aumenta considerevolmente. La spettroscopia IR può rivelare così i tratti caratteristici delle strutture chimiche e delle specie molecolari.
L’èquipe del progetto LANIR svilupperà una tecnica nanoscopica IRN che farà leva su delle tecniche laser avanzate e sulla cosiddetta modellatura ottica spazio-temporale. Mediante la tecnica a eccitazione e verifica il campione, le impronte digitali chimiche di un campione possono quindi essere mostrate punto per punto con una risoluzione di scansiona mento dell’ordine del nanometro. Sarà in tal modo possibile “vedere” dettagli fino a 70 nanometri in dimensione laterale, una misura che è equivalente alle dimensioni di un virus. Il prototipo LANIR permetterà l'imaging diretto della chimica e della struttura di caratteristiche "nascoste" molto piccole, senza dover distruggere la superficie di una cellula o di un materiale.
Con un nanoscopio del genere i bioscienziati potranno esaminare le cellule dei pazienti e si augurano di poter favorire una diagnosi del morbo di Alzheimer nelle sue prime fasi, che è una premessa per sostenere lo sviluppo di trattamenti efficaci per la malattia. Va ricordato che attualmente sono 7,7 milioni ogni anno nel mondo i nuovi casi di questo morbo, che siu aggiungono, per la sola Europa, a 800.000 nuovi pazienti colpiti da altre forme di demenza.
I medici sono convinti che gli interventi precoci sul morbo di Alzheimer potrebbero essere più efficaci se iniziassero molto presto. In tal senso si era espressa alcuni mesi fa la Alzheimer's Disease International (ADI), la federazione che riunisce 76 associazioni per l'Alzheimer di tutto il mondo e che fa da relatore presso l'OMS: nel Rapporto Mondiale Alzheimer 2011 “The Benefits of Early Diagnosis and Intervention”, è stata prodotta una stima che mostra come la diagnosi precoce potrebbe far risparmiare oltre 7000 euro a paziente in paesi ad alto reddito.
Il progetto di “nanoscopia avanzata” LANIR conta su un finanziamento di oltre quattro milioni di euro ed è programmato per durare fino al 2015; il coordinamento è presso il Materials and Surface Science Institute dell'Università di Limerick (Irlanda) e in programma, oltre al prototipo IRN multimodale da tavolo, verranno realizzati anche tre microscopi IR per la ricerca, che sistematicamente produrranno immagini a una risoluzione inferiore a 1000 nanometri nell’Infrarosso e inferiore a 100 nanometri nella luce visibile. E ci sarà anche un po’ di Italia: uno di questi tre microscopi IR per la ricerca, che affiancherà quelli di Limerick e di Bucarest, sarà realizzato presso l’Iit di Genova, punta di diamante per la ricerca nanotecnologica nel nostro Paese.

(Michele Orioli)



© Riproduzione riservata.

giovedì 17 maggio 2012


Alzheimer, il cervello indica se il farmaco è efficace - Studio italiano, con una risonanza magnetica si trovare il medicinale giusto, 16/05/2012, http://www3.lastampa.it

MILANO
Il nostro cervello è in grado di rispondere alla terapia farmacologica contro l'Alzheimer? Per svelarlo basta una risonanza magnetica.

Lo rivela uno studio condotto dal Dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l'Azienda ospedaliera Niguarda Cà Granda e il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Pavia, pubblicato su Behavioral Neurology: il lavoro ha dimostrato che i pazienti che subiscono un progressivo peggioramento della malattia, nonostante il trattamento farmacologico con inibitori dell'acetilcolinesterasi - principio attivo utilizzato in larga misura nella terapia per contrastare l'Alzheimer - hanno una significativa atrofia dei nuclei profondi del cervello colinergici e dei fasci di sostanza bianca circostanti.

«La ricerca - spiega Eraldo Paulesu, docente di Psicobiologia e responsabile dello studio - rappresenta quella che gli anglosassoni chiamerebbero una "proof of principle", ovvero la dimostrazione che potrà diventare possibile monitorare efficacemente la risposta alla principale classe di farmaci utilizzati per ritardare il declino cognitivo nella malattia di Alzheimer. Bisogna ricordare - aggiunge l'esperto - che non esiste un singolo test di laboratorio o clinico per fare diagnosi di demenza, né tanto meno per predire la risposta ai farmaci che rendono disponibile una maggior quantità di acetilcolina nel cervello».

«Attraverso una risonanza magnetica strutturale analizzata con tecnica di Voxel-Based Morphometry - aggiunge - è possibile individuare le aree del cervello in cui c'è una riduzione significativa di sostanza grigia oppure di sostanza bianca».

Lo studio, finanziato dall'Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia e condotto su un panel di 23 pazienti, ha dimostrato che una risonanza magnetica strutturale, eseguita dopo un breve periodo di trattamento farmacologico (9 mesi), permette di differenziare i pazienti che rispondono alla terapia da quelli che non traggono beneficio alcuno.

Sebbene preliminari, i risultati di questo studio rappresentano il primo tentativo sistematizzato di creare un protocollo multidisciplinare di valutazione dell'efficacia di un farmaco, protocollo che a lungo andare potrebbe rivelarsi promettente nell'identificare, prima di iniziare il trattamento, i pazienti a cui prescrivere il farmaco.

Questi risultati potranno avere un impatto di rilevanza nazionale nel contribuire al miglioramento della pratica clinica nel trattamento delle demenze e nel ridurre i costi per il sistema sanitario nazionale. Si stima infatti che in un Paese delle dimensioni dell'Italia vi siano circa 65.000 nuovi casi di probabile malattia di Alzheimer ogni anno e che il costo per la cura di ogni singolo paziente sia pari a circa 1.500 euro all'anno. In totale si spendono 8 miliardi di euro all'anno per la cura delle demenze, di cui oltre 2 per i farmaci.

«Lo studio - conclude Paulesu - getta le basi per indagini su più larga scala con cui, combinando misure morfometriche cerebrali e misure neuropsicologiche, si possa predire la risposta del singolo paziente ad una classe di farmaci, gli anticolinesterasici, i quali, pur dotati di una qualche efficacia nelle demenze, sono gravati da potenziali importanti effetti collaterali e da importanti costi per la sanità pubblica e per i pazienti. Abbiamo avanzato una richiesta di finanziamento al ministero della Salute per poter condurre quello studio su più larga scala che ci dovrebbe permettere di passare dalla dimostrazione della "proof of principle" alla pratica clinica».

mercoledì 2 maggio 2012


Non Scordiamoci dell' Alzheimer - Bisogna iniziare ad affrontare seriamente un problema in costante crescita, Renzi Riccardo, 29 aprile 2012, Corriere della Sera

Un altro grave rischio si aggira per l' Europa, secondo il Fondo monetario internazionale nel suo ultimo Global Financial Stability Report: è la longevità. In realtà il rischio non è affatto nuovo, è un trend che prosegue da anni, ma, secondo le cassandre del Fmi, viene sottovalutato. «Se l' aspettativa di vita media crescesse di 3 anni più di quanto atteso entro il 2050, i costi potrebbero aumentare di un ulteriore 50%» per spese legate ai sistemi pensionistici e sanitari. Si tratta in verità di un rischio che siamo tutti ben disposti a correre e rispetto al quale non accetteremmo un taglio. Tuttavia, secondo il Fmi, gli Stati devono prepararsi in tempo, per non dover affrontare un nuovo shock finanziario, raccomandando, c' era da aspettarselo, strette fiscali e privatizzazioni. Quasi in contemporanea un altro rapporto globale, prodotto dall' Organizzazione mondiale della sanità, aggiunge un segnale di emergenza allo stesso problema: diventiamo più vecchi in tutto il mondo e aumentano in misura drammatica le demenze senili e l' Alzheimer. Il tasso di crescita è impressionante: 7,7 milioni di nuovi casi ogni anno e, a questi ritmi, gli attuali sistemi sanitari non potranno reggere. Anche in questo caso, secondo l' Oms, gli Stati si devono preparare e «inquadrare le demenze come una priorità di salute pubblica». «Ma solo 8 dei 194 Stati membri», lamenta l' Oms, «hanno un piano nazionale sulle demenze in atto». Tra questi Francia e Gran Bretagna, mentre altri si stanno preparando, come gli Usa. In Italia, invece, finora solo promesse di interessamento. Per questo la Federazione Alzheimer Italia, che ha diffuso il rapporto Oms, facendosi portavoce dei malati e delle loro famiglie, ha lanciato un nuovo appello al governo perché si affronti finalmente il problema. L' Fmi raccomanda nuovi tagli, l' Oms, parlando di imminente «sfida sociale e sanitaria di prim' ordine», propone investimenti in salute e assistenza, perché «si può fare molto per migliorare la vita delle persone affette da demenza e dei loro familiari». Difficile non parteggiare per questa seconda ipotesi. È un' altra sfida, appunto, una sfida economica di salute. Sarebbe un buon segnale che almeno ci si sedesse a un tavolo e si cominciasse a chiedersi che cosa possiamo fare.

martedì 24 aprile 2012


Ecco il nuovo test che “fotografa” la perdita di neuroni, 24.4.2012, scritto da: Redazione OK in Ricerca, http://blog.ok-salute.it

Arriva il primo test per diagnosticare direttamente l’Alzheimer. Per misurare le placche di proteina beta-amiloide che sono considerate la causa della forma di demenza più diffusa nel mondo. La Food and Drug Administration ha approvato il 10 aprile il farmaco della Eli Lilly a base di florbetapir. Iniettata per endovena, la sostanza raggiunge il cervello e si lega alle placche di amiloide. La Pet “fotografa” la mappa del florbetapir nel cervello, quantificando il danno.
Anche se l’agenzia del farmaco Usa ha approvato il test, non è entusiasmo quello che traspare dalle sue parole. L’anno scorso Fda, poco convinta dalle sperimentazioni, aveva rimesso la pratica nel cassetto. Trai problemi c’era l’eccessiva variabilità con cui i medici interpretavano i risultati. Così la Eli Lilly nel frattempo ha messo a punto un corso online per i professionisti che leggeranno l’esame. Nonostante questo, l’agenzia del farmaco Usa avverte che in caso di risultato positivo serviranno altri accertamenti per arrivare a una diagnosi. Né il costo (1.600 dollari) aiuterà la diffusione del test.
Pur con questi limiti, l’arrivo del florbetapir (o Amyvid) resta una buona notizia. «I farmaci in sperimentazione avanzano tra grandi difficoltà, anche per la mancanza di una diagnosi certa» spiega Alberto Pupi, ordinario di medicina nucleare all’ospedale Gareggi di Firenze. «Questo test non risolve tutti i problemi, ma è un passo avanti di cui il nostro campo ha un bisogno enorme». Un bisogno quantificato dall’Oms. Oggi 35,6 milioni di persone nel mondo soffrono di demenza (l’Alzheimer è il 60% dei casi), destinati a raddoppiare (65,7 milioni) nel 2030. Le cure costano 604 miliardi di dollari l’anno, cifra che si sta paurosamente avvicinando ai 900 miliardi del cancro.
Gianbattista Frisoni, vice-direttore scientifico dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia, spiega che gli attuali criteri di diagnosi risalgono al 1984. «E si basano soprattutto sull’esclusione di altre malattie. I metodi recenti ci permettono di cambiare paradigma, osservando l’accumulo di amiloide e la neurodegenerazione in aree ben precise del cervello». «Attualmente – aggiunge Pupi – usiamo la Pet che misurali consumo di glucosio, la risonanza magnetica volumetrica che esclude altre cause di demenza, e l’analisi del liquido cerebro-spinale». Il nuovo test non garantirà la diagnosi precoce. «Ma usato nei trial scientifici – prosegue Pupi – affinerà i criteri di reclutamento dei pazienti: un passo imprescindibile per cercare un farmaco».
Fonte Repubblica

giovedì 16 febbraio 2012


"COSÌ LA MALATTIA DIVENTA UN ROMANZO" di Vanna Vannuccini - la Repubblica, 16 Febbraio 2012

Lo scrittore Geiger ha fatto un libro sull´Alzheimer del padre "Piano piano ho cominciato a capire che dovevo entrare in relazione con la sua realtà"

Che cosa spinge un figlio a scrivere un libro sull´Alzheimer che ha colpito il padre? Sono i sensi di colpa per non aver saputo o voluto parlare col padre quando c´era ancora tempo? Arno Geiger l´ha fatto (Il vecchio re nel suo esilio, Bompiani, pagg. 168, euro 16) realizzando un libro commovente, sensibile, che riesce a togliere alla malattia gran parte della sua aura negativa. In Germania ha fatto scalpore, prima del suo libro, quello di Tilman Jens, figlio di un illustre letterato, sul padre Walter Jens, anche lui colpito da Alzheimer.
Per un figlio, l´identificazione col padre è così forte da rendergli impossibile accettare che il suo principale simbolo di autorità sia colpito da demenza?
«Sì, anche se ogni caso è diverso dall´altro. Ogni famiglia è infelice – o felice – a modo suo e non sta certo a me giudicare. Ma penso che Walter Jens sia stato un padre molto dominante se il figlio pensa addirittura che si sia rifugiato nella demenza per sfuggire al confronto con le proprie responsabilità, lui uomo liberale di sinistra, dopo che era venuto fuori che da giovane era stato iscritto al partito nazista. Quando ho letto il libro ho pensato che è difficile immaginare un padre più potente di così, uno che perfino la demenza non la subisce ma la vuole – un superuomo. A mio padre non avrei mai potuto attribuire tanta autorità e tanta potenza, di lui si può solo dire che è stato colpito da una disgrazia».
La demenza è un tabù fortissimo nella nostra società, forse il più forte. Che cosa spaventa di più?
«Tutto fa spavento. Per esempio, la perdita delle capacità normali. Nessuno abbandona volentieri quello che ha imparato nella vita, e nella nostra società siamo stati allevati a mantenere sempre il controllo: se qualcuno si sottrae a questo corsetto civilizzatore, non corrisponde più ai ruoli prescritti, di genitore, di coniuge, lo spavento è enorme. Soprattutto gli inizi della malattia sono difficili. Poi lentamente si riesce a trovare una strada per affrontarla senza disperazione».
Lei in questo libro ci offre le idee, le conoscenze, su quello che conta davvero in situazioni del genere.
«All´inizio ho fatto molti sbagli. Avevo spesso degli scontri con mio padre perché non accettavo l´idea che non volesse fare le cose normali che aveva sempre fatto. Piano, piano ho preso atto che non sarebbe più uscito dall´isola su cui l´aveva gettato la malattia e ho capito che toccava a me costruire dei ponti: se lui non si raccapezzava più nella realtà degli altri, la sola via per comunicare era entrare in relazione con la sua realtà. Ho capito che era importante per lui che non gli dicessi: hai fatto male, hai sbagliato, ma invece proponessi: ora facciamo questa cosa insieme e anche se non ti riesce più tanto bene non importa, visto che la facciamo insieme. Dapprima uno ha solo paura. Poi mi sono sentito solidale. Dopo tutto l´esperienza di sentirsi estranei, anche a se stessi, è molto umana».
L´essere umano, lei dice, mantiene la propria dignità anche quando è andato perduto il raziocinio, che noi consideriamo l´essenza dell´uomo.
«In realtà questo non è proprio esatto perché di mio padre non posso dire che non sia un uomo raziocinante. Sa che cosa è il bene e che cosa è il male, distingue un gesto amichevole da uno ostile. Ha un sistema di valori, forse non lo può formulare, forse nemmeno afferrarlo, ma certo la dignità gli resta. Questa può venire lesa solo dall´esterno, per come viene trattato».
Come è riuscito a stabilire rapporti diversi, creare una nuova quotidianità?
«Concentrandomi sul presente. Il passato è terra bruciata. Certo possono esserci sensi di colpa per non aver saputo parlare quando c´era ancora tempo, ma adesso è inutile rivangare, sul quel terreno non c´è più nulla da fare. Naturalmente tutto questo cambia da persona a persona. Con mio padre la comunicazione è possibile quando gli si dà un senso di sicurezza e di intimità. Quando si sente benvoluto, quando percepisce solidarietà intorno a lui allora ride, diventa così spontaneo, così allegro e spiritoso che anche noi siamo felici e l´atmosfera in famiglia cambia istantaneamente».
Mettere una pietra sopra il passato può essere anche liberatorio.
«Il passato perde di significato. Siamo figli del presente e questo in un certo senso è liberatorio. Spesso è meglio guardare avanti. Neanche l´insicurezza sul futuro importa molto, perché nonostante ognuno di noi abbia le proprie preoccupazioni, a mio padre tutto questo non interessa più, interessa solo il momento in cui ci si abbraccia. C´è perfino un nuovo aspetto di tenerezza fisica: mio padre, figlio di contadini cattolici austriaci, non aveva mai avuto nessuna dimestichezza col corpo, quand´ero bambino era incapace di tenermi per mano. Mentre ora lo fa. Mio padre è sempre stato un po´ misantropo, ha sempre parlato pochissimo e questo mi turbava, soprattutto perché anch´io ero diventato un po´ così. Mi pesava la sensazione che qualcosa mancasse nella famiglia, che ci fossero problemi di cui non si parlava mai, che una patina di sconforto aleggiasse su tutti noi rendendoci infelici».
E ora?
«Una famiglia può essere una cosa terribile oppure meravigliosa. In questa crisi la nostra famiglia è diventata più unita. E questa è una fortuna, non c´è nulla di meglio dei rapporti famigliari quando funzionano. E io credo sia merito di mio padre, di come ha cresciuto noi fratelli, se siamo rimasti vicini. Perché occuparsi di un demente ti consuma, è una cosa molto dura. Ci deve essere un legame forte perché uno non scappi, non scompaia».

mercoledì 4 gennaio 2012


Immunologo di fama mondiale condanna i vaccini, http://osasapere.it, 6 novembre 2011

Chi ha fatto almeno 5 vaccini anti-influenzali tra il 1970 e il 1980 è 10 volte più esposto al morbo di Alzheimer di colui che ne ha subiti solo uno o due, ha affermato il Dr. Hugh Fudenberg, uno dei leader mondiali in immunologia e genetica.

“Ciò è dovuto all’alluminio e al mercurio che quasi ogni vaccino anti-nfluenzale contiene. Il graduale accumulo di alluminio e mercurio nel cervello porta a disfunzioni cognitive”, ha detto il dr.Fudenberg. Visto che i vaccini anti-nfluenzali non hanno avuto molto beneficio ha raccomandato di evitarli.

Il Dr.Fudenberg ha aggiunto che i vaccini influenzali contengono molte sostanze chimiche tossiche e invece di stimolare il sistema immunitario lo rendono più debole aumentando la probabilità di essere contagiati con l’influenza. Ha detto che i vaccini incidono negativamente sugli organi interni in particolare sul pancreas e l’influenza stagionale potrebbe sviluppare nelle persone con gravi malattie autoimmuni il diabete, il morbo di Addison, l’artrite, l’asma, la sindrome Guillian-Barre, l’epatite, la malattia di Lou Gehrig, il lupus e molte altre. Alcuni vaccini possono anche infliggere invalidità e dolori a vita.

Il Dr.Fudenberg ha affermato che non vi è stata una campagna massiccia sul significato delle vaccinazioni contro l’influenza e spegare che non aveva alcun beneficio perché il Governo Federale (americano) aveva stipulato un contratto del valore di 400 milioni dollari con la GlaxoSmithKline per la fornitura di 50,4 milioni di dosi deivaccino H1N1;  solo il 50% circa dello stock è stato usato.