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sabato 25 maggio 2013


Boston, Stoccolma, Londra: la guerra è cominciata di Stefano Magni - 25-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Gli incidenti di Stoccolma

Boston, Stoccolma, Londra, sono le tappe di una nuova guerra di religione nel cuore dell’Occidente. 
Due bombe a Boston hanno risvegliato l’opinione pubblica sul fatto che il terrorismo jihadista esiste. Gli autori erano due fratelli ceceni, musulmani, uno dei quali era diventato un radicale islamico, “attenzionato” dai servizi segreti russi che lo avevano segnalato, invano, ai colleghi statunitensi.

Questa settimana i quartieri a maggioranza musulmana di Stoccolma, a partire da Husby, sono stati messi a ferro e fuoco. Gli assalitori che attaccano la polizia, bruciano auto e locali, lanciano molotov, gridano “Allah Akhbar”, come si può udire molto bene in più di un filmato mandato (da loro stessi) su YouTube. La scintilla è stata provocata dall’uccisione, da parte della polizia, di un violento armato di machete, che minacciava la vita di una donna e aveva aggredito gli stessi agenti.

Altri due uomini armati di machete, radicali islamici, a Londra hanno ucciso, sgozzandolo, un soldato britannico, Lee Rigby. Uno dei due, Michael Abedolajo, ha dichiarato nella sua estemporanea rivendicazione filmata con un cellulare: “Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro (…) Noi abbiamo fede in Allah e non finiremo mai di combattervi”. 

E solo ora ri-scopriamo, dopo anni di sonno, che esiste un nemico interno. Nemmeno un appassionato di teorie cospirative arriverebbe a ipotizzare uno scenario come quello che stiamo vivendo in quest’ultimo mese. Tre grandi attacchi, in tre città occidentali, sempre condotti da radicali islamici. Sembrerebbe un’offensiva coordinata. Invece non la è. E quindi è molto peggio.

A unire i puntini di questo mosaico di eventi non è un unico piano. Ma un’unica cultura. Che è quella dell’islam fondamentalista. Non c’è un disegno coordinato, ma ci sono tanti manifesti. Abedolajo, per esempio, si è convertito dal cristianesimo all’islam, convinto dall’imam radicale Anjem Choudary. Il quale, in un discorso tenuto in un anniversario dell’11 settembre, aveva proclamato: “L’islam è superiore e non sarà mai sorpassato. La bandiera dell’islam sarà issata a Downing Street”. Come? Molto semplice: con la procreazione e il proselitismo. Procreazione: l’islam radicale, secondo l’imam, può vincere anche solo figliando. A Londra abita circa 1 milione di musulmani su una popolazione di 8. In alcuni quartieri, i musulmani sono già maggioranza. Proselitismo: dopo l’11 settembre i convertiti all’islam sono raddoppiati rispetto agli anni precedenti. In questi dodici anni di guerra al terrorismo si sono moltiplicati i fondamentalisti fra quelli che, fino a poco prima, erano musulmani non militanti. Vale lo stesso discorso per la Svezia, dove l’immigrazione, più che sul lavoro, è fondata sull’asilo politico. Non esistono statistiche sulla filiazione ideologica di quanti hanno ottenuto rifugio nel Paese scandinavo, non sappiamo, in percentuale, quanti di questi sono fuggiti dagli Stati che li opprimevano perché troppo jihadisti. Ma vediamo gli effetti: Stoccolma ne è un esempio.

“Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro”, dichiarava Abedolajo con le mani grondanti del sangue del soldato appena ucciso. Questa frase non è solo sua. E’ dello stratega di Al Qaeda Abu Bakar Naji, autore di un altro dei manifesti fondamentali del moderno jihadismo: “Governare alla macchia” (Ederat al Wahsh). Naji ritiene che la guerra santa debba essere condotta in tutto il mondo, ovunque vi sia una presenza musulmana. Predica la costituzione di “aree islamiche” all’interno delle società occidentali. Non vuole che venga creato alcun governo, che potrebbe avere problemi con lo Stato occidentale che lo ospita, ma “società parallele”, con le proprie leggi e istituzioni, con le proprie forze dell’ordine ed eserciti, all’interno delle città che le ospitano. Sotto il naso delle autorità. 

Questa strategia è pericolosa non solo per i cristiani, che si troverebbero perseguitati dai vicini islamici come avviene in Nigeria o in altre società “miste” dell’Africa. E’ pericolosa anche per gli stessi musulmani che vivono all’estero e non vogliono avere nulla a che vedere con il fondamentalismo. Naji si rivolge soprattutto a loro. La sua strategia è stata concepita apposta per riportarli all’ordine, per evitare che si facciano attrarre troppo dalle tentazioni di una società “infedele”.

Queste ideologie si nutrono del multiculturalismo che gli viene offerto dalle società europee e nordamericane. I leader radicali islamici, convinti di colonizzarci, sanno che possono chiedere e ottenere, uno dopo l’altro, tutto quello che vogliono. Possono avere loro tribunali che giudicano in base alla Sharia e corpi di polizia ausiliari controllati da musulmani (come nel caso della Gran Bretagna). Possono ottenere quartieri tutti loro, dove imporre il costume islamico (come avviene in molti quartieri di città inglesi e svedesi). Sanno che un governo occidentale, se deve decidere di dialogare con un’organizzazione musulmana liberale o con una fondamentalista, sceglie di parlare con (e magari anche finanziare) quest’ultima, come avviene regolarmente negli Usa. 

Perché il musulmano liberale è dato per scontato, è “inutile”, mentre il dialogo viene orientato solo con chi predica l’odio, nel vano tentativo di convincerlo a diventare un interlocutore. L’islam fondamentalista sa di vivere in società che rifiutano la propria identità e stanno cercando di imporre la loro.

venerdì 24 maggio 2013


SOLDATO UCCISO COL MACHETE/ Pabst (Uk): è il fallimento del modello inglese - venerdì 24 maggio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

SOLDATO UCCISO COL MACHETE/ Pabst (Uk): è il fallimento del modello inglese

“L’uccisione del soldato inglese a colpi di mannaia non è stato né un attacco terroristico né l’azione individuale di due psicopatici. La sua vera causa è il collassare del tessuto sociale del Regno Unito per il totale fallimento del modello di multiculturalismo e delle politiche sull’immigrazione”. Ad affermarlo è Adrian Pabst, professore dell’University of Kent, che commenta così il sanguinoso omicidio avvenuto a Londra. Intanto dalle indagini emerge che i due assassini provenivano da famiglie cristiane e in seguito si erano convertiti alla religione islamica. Uno di loro, Michael Olumide Adebolajo, era nato nel 1984 in Gran Bretagna, dove aveva studiato e giocava a calcio. Da una decina di giorni si sarebbe convertito alla jihad cambiando il suo nome in Mujaahid.

Ritiene che si sia trattato di un attacco terroristico o dell’azione individuale di due personalità disturbate?

Sono convinto che non si sia trattato né dell’una né dell’altra cosa. Abbiamo bisogno di conoscere il contesto, e soprattutto la situazione urbana in cui è avvenuto il delitto. Nell’agosto 2012 si è verificata una serie di insurrezioni a Londra e in altre città britanniche. L’uccisione del soldato è più la conseguenza del collassare della coesione sociale in numerose parti di Londra, del Regno Unito ma temo anche di numerosi altri Paesi europei.

In che senso?

In questo contesto di frammentazione sociale diverse persone abbracciano idee più fondamentaliste, fino al punto di attaccare un soldato dell’Esercito britannico, perché è visto come parte della guerra occidentale contro l’islam. Il fondamentalismo non è però l’unica forza trainante, bensì soltanto uno fattori in campo. Ritengo che la stessa frase “Allahu Akbar” sia più che altro uno slogan per esprimere disaffezione, e non l’espressione di due affiliati a un’organizzazione dedita sistematicamente al terrorismo.

Che cosa sta cambiando a Londra dal punto di vista sociale per portare a eventi drammatici come quello di mercoledì?

Quando sta avvenendo è il risultato di 20-30 anni di politiche disastrose per quanto riguarda l’immigrazione, l’economia e le culture. L’austerità e i tagli di bilancio giocano un ruolo, ma le questioni fondamentali sono l’immigrazione di massa e l’integrazione. Si è voluto costruire il multiculturalismo senza forti legami sociali, basandolo su tante differenti comunità che vivono l’una separata dalle altre.

Che cosa c’è alla basa di questa idea sbagliata di multiculturalismo?


Il Regno Unito è diverso da altri Paesi europei perché non ha mai avuto un’ideologia razziale. L’eredità dell’imperialismo britannico ha fatto sì che le minoranze religiose ed etniche sono state da sempre parte dell’identità nazionale. Il problema è che questa tolleranza spesso può trasformarsi in un impegno insufficiente, non riuscendo così a comunicare alle minoranze un forte senso dell’identità civile. Troppi politici negli ultimi 35 anni hanno parlato soltanto di diritti individuali e convenienza economica. Abbiamo bisogno di ravvivare una cultura civile che deve vedere al centro delle vere pratiche sociali e degli autentici legami culturali.

Che cosa ne pensa della posizione su questo tema di conservatori e laburisti?

I governi conservatori hanno sfidato il multiculturalismo, ma non sono stati in grado di proporre un’alternativa. Il partito laburista si è al contrario basato sull’approccio chiamato “one nation”, basato sul fatto di trasmettere a tutti l’idea di appartenere a un’unica nazione e cultura, anche se si tratta di un progetto che va ancora concretizzato.

In che modo?

In primo luogo va data una risposta a problemi come la mancanza di crescita, l’elevata disoccupazione e le disuguaglianze. Inoltre per lungo tempo il Partito laburista è stato eccessivamente laicista per non dire antireligioso, mentre oggi molti al suo interno sono aperti alla religione e riconoscono quanto fanno di buono le comunità religiose. Il direttore della Labour Policy Review, Jon Cruddas, è un cattolico molto consapevole dell’importanza del ruolo sociale della religione nel costruire fiducia e cooperazione tra le diverse comunità. Il compito del Partito laburista è in definitiva quello di cogliere queste due sfide, quella economica e quella religiosa, per rafforzare la coesione nazionale.

Che cosa ne pensa invece del fatto che i due uccisori del soldato sono degli ex cristiani convertiti all’islam?

Questo elemento pone dei gravi interrogativi sul processo di educazione e su alcune delle idee insegnate in certe madrasse (le scuole islamiche, ndr). Domande altrettanto importanti sorgono per quanto riguarda le modalità in cui avvengono la conversione e l’educazione di nuovi credenti all’islam. D’altra parte, continuo a rimanere dell’idea che la forza trainante di questo delitto non sia stato il fondamentalismo islamico, in quanto non si è trattato di un attacco organizzato ed orchestrato, ma di un conflitto più casuale. Il contesto delle periferie di Londra è tale da favorire il fatto che determinate persone abbraccino un’ideologia radicale. Da questo punto di vista i pericoli sono enormi, ma non per questo bisogna pensare che dietro l’uccisione del soldato ci siano affiliati di Al Qaeda o di un altro network organizzato.

(Pietro Vernizzi)

© Riproduzione Riservata. 



venerdì 28 settembre 2012


ORA DI RELIGIONE/ Da Profumo una proposta "nichilista" che fa male a tutti - martedì 25 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net

ORA DI RELIGIONE - “Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il trenta per cento”. Così il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo che, con questa proposta, ha manifestato la necessità di adeguare i programmi scolastici ad una scuola sempre più multiculturale. “Sarebbe meglio adattare l’ora di religione - ha precisato ancora Profumo - trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”. Dalla Santa Sede sino ai cattolici di entrambi gli schieramenti si è levato un coro compatto di di protesta. Sul tema IlSussidiario.net ha raccolto l’opinione del filosofo Costantino Esposito.

Professore, il ministro Profumo afferma che l’insegnamento della religione va ripensato “perché la scuola è ormai multietnica”. Come valuta questa affermazione?

Il ministro Profumo dà come l’impressione di non sapere esattamente di cosa stia parlando citando, fra l’altro, cifre non corrette: la percentuale degli alunni stranieri nelle scuole italiane non è del 30% ma è ben inferiore, ed è circa il 10%. Fra l’altro, Profumo non considera un dettato di legge normato dal Concordato, quindi, un vero e proprio accordo istituzionale. Tuttavia, attraverso questo suo intervento un po’ approssimativo, ci permette di chiederci quale sia la vera emergenza, il problema di fondo nella scuola multietnica. E a me pare che tale problema, molto più che l’individuazione di strategie pedagogiche o istituzionali per integrare chi proviene da altre culture sia quello di non sapere più noi qual è la nostra identità culturale e storica. Non sappiamo più a chi e a cosa apparteniamo, anzi sembra che bisogna liberarsi da questa domanda per poter essere “aperti”. Questo è il punto: come facciamo ad aprirci agli altri se non ci “siamo” noi?

È attraverso il cambiamento dell’ora di religione che noi possiamo ritrovare questa identità?

Un dato di fatto è chiaro: per noi Italiani, l’appartenenza culturale e religiosa non è più un dato scontato. Ha perso la sua evidenza e il suo fascino, e resta magari solo come l’ispirazione di un dovere morale, il progetto di un’etica sociale ridotta alle regole della correttezza pubblica e ai princìpi di comportamento di un uomo che, di fatto, non c’è. Ed è per questo che la posta in gioco, all’interno della scuola multietnica, non è innanzitutto l’armonizzazione delle diverse culture (che semmai è una conseguenza), ma la riscoperta della nostra identità, non solo in senso culturale-religioso, ma più radicalmente in senso “personale”. L’identità o si gioca nella “domanda” su chi siamo e cosa vogliamo davvero dalla vita, oggi, oppure resta un residuo reazionario del passato. E difatti per molti ragazzi non si tratta neanche di una riscoperta, ma della prima occasione per porsi certe domande sul senso delle cose e di sé. Da questo punto di vista, l’ora di religione è uno strumento molto interessante: non tanto come difesa dell’Italia cattolica o come conservazione di una “bene culturale” della tradizione, ma come un’occasione per tutti, anche per chi non è cristiano, per mettere in questione sé stessi.

Qual è secondo lei il significato dell’ora di religione oggi?

Grazie ad essa si riaprono tre partite fondamentali tipiche del cristianesimo, e direi particolarmente del cattolicesimo: primo, esso è una religione della ragione e del logos, non della cieca obbedienza ad un destino impersonale o dell’emozione di un sentimento puramente interiore. Secondo, è l’esperienza in cui viene esaltata l’idea della coscienza individuale e, quindi, della libertà e della dignità dell’uomo come “persona”. Terzo, nel cristianesimo è possibile esercitare quella critica all’idolatria, che mette in questione tutte le ideologie totalizzanti e il loro progetto riduttivo (e spesso distruttivo) della vita degli uomini. E aggiungere un quarto punto: nell’esperienza cristiana, che in questo è la grande erede dell’ebraismo, è nata la concezione della “storia” come l’avventura degli uomini che di epoca in epoca sono stati portati avanti dal riconoscere e dal perseguire un significato, un “senso”. Solo grazie a questo significato ideale il tempo può diventare lo spazio della costruttività personale e della possibile condivisione dei bisogni nella società. L’alternativa è ritornare al cieco fato pre-cristiano (o post-cristiano) in cui l’unico “senso”, l’unica “direzione” della vita degli uomini è quella della morte, e in vita quello della continua lotta per la sopravvivenza, come tra i lupi. Per tutti questi punti, ritengo che valga la pena dedicare un’ora all’insegnamento della religione cattolica.

Come valuta, invece, l’idea espressa da Profumo che un programma scolastico “si debba adeguare” ai tempi?

Penso che oggi, “adeguarsi ai tempi” significhi comprendere i veri motivi per cui siamo al mondo, cercando di capire e prima ancora di conoscere la nostra storia e la nostra tradizione, ormai oggetti ignoti, come degli “Ufo”. Solo dopo aver davvero compreso questo, e solo grazie a questo sarà possibile aprirsi veramente e accogliere effettivamente gli altri. Non per dovere sociale ma per un bisogno. “Noi” abbiamo bisogno di “loro”, per essere noi stessi. L’incomprensione di sé o il rifiuto della propria storia porta ad un assoluto relativismo antropologico-religioso che produrrebbe un’ideologia nichilista, dove non c’è un senso condivisibile per cui vale la pena vivere e stare insieme: così, accontentandosi di un corretto e generico “diamo spazio a tutti” si ammetterebbe in fondo l’insensatezza di ognuno. Uno dei punti più interessanti del cristianesimo è quello di spingere tutti a chiedersi le ragioni ultime della propria esperienza. Questo spiega il motivo per cui le scuole cattoliche, in tutto il mondo, sono tra le più ambìte e frequentate: perché offrono un’educazione e un’esperienza religiosa e storica che portano alla razionalità e alla coscienza individuale e alla critica.

Profumo afferma ancora: “sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”. Può spiegare i presupposti impliciti in questa affermazione?

Questa affermazione mi ricorda l’intervista rilasciata dal ministro all’educazione francese Francois Fillon al quotidiano Le Journal du Dimanche in cui si diceva che occorre istituzionalizzare in tutte le scuole d’Oltralpe un’ora di morale laica, in cui inculcare nei giovani allievi i principi dell’uguaglianza e della libertà. Dal mio punto di vista, si tratta di concetti un po’ astratti e vetero-illuministi, ripresi da Rousseau, il quale sosteneva che è lo Stato a dover determinare la morale e finanche la “natura” dei propri cittadini. Non credo che tutto ciò sia una risposta reale al bisogno delle nuove generazioni italiane e straniere. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno non sono principi universali, ma di porre in atto un’esperienza in cui ciascuno, cattolico, indù o musulmano, possa riconoscere aspettative, esigenze e domande ultime sulla realtà che realmente accomunano tutti gli uomini. Insomma, un “universale concreto”, guadagnato nell’esperienza storica di ciascuno. La grandezza della religione cristiana sta nella sfida che Cristo pone a tutti quando domanda: Ma tu, che cosa cerchi? Che cosa ami? Per cosa spenderesti la vita? L’ora di religione non è affatto un problema di proselitismo (sarebbe avvilente per il cristianesimo stesso!), ma la possibilità di riflettere su una domanda che, ormai, non pone più nessuno a nessuno.

Il ministro, da diversi mesi, batte il tasto della modernizzazione della scuola e della docenza a suon di nuove tecnologie, tablet e pc. Quali considerazioni le suggerisce questo fatto?

Tutti questi strumenti sono fantastici perché permettono l’attivazione di nuovi progetti di apprendimento. La scuola, però, non deve solo insegnare ad usare il tablet per accedere al mondo ma deve far emergere un soggetto che sappia usarlo in modo cosciente. La capacità critica dello studente è la vera modernità, non lo strumento che usa. E se la nostra “consistenza” critica ha come prototipo questa competenza, beh, allora è una consistenza a scadenza breve, che tra un anno sarà già superata da un altro “modello”. Quello che decide il mercato.

(Federica Ghizzardi)

© Riproduzione riservata.

lunedì 10 settembre 2012


“Un nuovo umanesimo ci salverà”, di Mauro Ceruti e Edgar Morin da Il Sole 24 Ore, 09.09.12, http://www.manuelaghizzoni.it

Per i dotti dell’Umanesimo e del Rinascimento la civiltà europea poggiava su quattro colonne. Alle tre colonne delle tre grandi tradizioni monoteistiche (cristiana, ebraica, islamica) si aggiungeva la quarta colonna della sapienza degli antichi, della civiltà latina e greca riscoperta dagli umanisti nel Quattordicesimo e nel Quindicesimo secolo, attraverso le mediazioni più diverse, quali il monachesimo celtico e la cultura araba.
Era un’immagine di unità nella diversità e di diversità nell’unità. Attraverso la loro integrazione e interazione, le quattro tradizioni producevano l’equilibrio e la solidità dell’intera costruzione. Lo specifico del l’identità europea, e dell’identità italiana all’interno dell’identità europea, è proprio questa diversità, che è ancora e molto di più della diversità delle quattro colonne: è diversità di culture materiali, di lingue, di paesaggi naturali e umani, di climi, di tradizioni, di Nazioni, di Regioni e di città…
Il vero nucleo dell’Umanesimo sta dunque non in una replica formale dei modelli classici, ma in un nuovo modello di umanità, pervaso dallo spirito dell’accettazione reciproca e della convivenza delle diversità. La relazione fra passato e presente, fra culture diverse è sentita come feconda.
L’immagine dei «nani sulle spalle dei giganti» delineava per la prima volta un’idea di progresso, cioè la possibilità che nel futuro potesse darsi qualcosa di inedito, e di migliore, rispetto al passato, e la possibilità di vedere più lontano rispetto ai giganti del passato: ma questa possibilità era indissolubile dallo studio del passato e dalla riflessione sulle memorie.
Fra l’Umanesimo e gli orizzonti planetari dei nostri giorni c’è la complessa esperienza dei cinquecento anni dell’età moderna, che sono anche i cinquecento anni del l’età planetaria (o della prima globalizzazione).
Fra il Quattrocento e il Cinquecento ha avuto inizio l’età planetaria del popolamento umano della Terra, la storia attraverso la quale tutti i frammenti del pianeta si sono trovati a legarsi gli uni agli altri. I primi secoli dell’era planetaria hanno prodotto il crollo delle barriere agricole e culturali del mondo, la nascita di un sistema economico mondiale, la scoperta della diversità antropologica, biologica ed ecologica su tutta la Terra, l’interconnessione di tutti i continenti, il dominio delle culture forti su quelle deboli e, alla fine, l’occidentalizzazione del mondo, attraverso la conquista. Si è generata una rete di comunicazioni mondiali, il cui sviluppo si è poi straordinariamente intensificato dopo la soglia del 1989, dando inizio a quella fase dell’era planetaria che chiamiamo globalizzazione. Gli sviluppi scientifici, tecnici, economici hanno prodotto nel Novecento un divenire planetario comune per tutti gli esseri umani. E si è insediato un unico mercato mondiale all’insegna del liberismo economico.
Il travalicare europeo nel mondo, allora e per tutta l’età moderna, sono stati segnati da un’ambivalenza essenziale, da un intreccio conflittuale fra creazione e distruzione che continua fino ai nostri giorni. Dopo il prodromo delle stragi di massa delle due Guerre mondiali, l’esplosione atomica di Hiroshima del 1945 è stata la campana d’allarme di un inedito pericolo estremo: la distruzione locale può precipitare nell’annientamento globale; l’umanità può sfociare nell’abisso ultimo del nulla. Questo rischio è oggi presente anche nel sempre più difficile rapporto dell’uomo con l’ambiente: è il rischio insito nel riscaldamento globale, nell’inquinamento dei suoli e delle acque, nel depauperamento delle risorse…
Nella nostra epoca si affollano grandi promesse, ma anche grandi minacce. Da una parte, il progresso scientifico-tecnico sembra aprire inedite possibilità di emancipazione rispetto agli obblighi materiali, alle fatiche quotidiane, alle malattie e alla morte stessa. Da un’altra parte, l’incubo della morte collettiva continua a incombere sull’umanità con le armi nucleari, chimiche, biologiche, e con il degrado ecologico.
Da una parte, c’è un mondo che vuole nascere, ma che non riesce a nascere; e, nello stesso tempo, questa possibile e improbabile nascita è accompagnata da un caos scatenato da forze di distruzione. Ed è essenziale illuminare il caos degli eventi, le loro interazioni e le loro retroazioni – in cui si mescolano e interferiscono processi economici, politici, sociali, culturali, nazionali, mitologici, religiosi – che tessono il nostro presente e il nostro destino.
Ma l’ostacolo a questa comprensione sta non solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha apportato molte conoscenze, ma incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali e globali. I sistemi di insegnamento continuano a separare, a disgiungere le conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse, continuano a formare esperti che privilegiano una sola dimensione di problemi irriducibilmente complessi. Tutta la storia europea ci ha mostrato che la diversità senza un principio di coesione e di governo comune può divenire autodistruttiva. Per questo, dopo la tragedia immane delle due Guerre mondiali, i nostri padri hanno posto le basi dell’odierna Unione europea.
Hanno voluto dare forma politica e istituzionale al principio di complessità dell’unità nella diversità e della diversità nell’unità, come unica via di uscita a una prospettiva di autoannientamento.
L’Europa ha creato a suo tempo l’Università proprio nello spirito umanistico dell’equilibrio tra unità e diversità, tra memoria e progetto: come terreno di interfecondazione fra i saperi molteplici e plurali. A sua volta l’Università ha creato l’Europa: le sue classi dirigenti, la sua faticosa ma irreversibile presa di coscienza dei diritti umani, le sue realizzazioni economiche, sociali, scientifiche, tecnologiche. E in questo stesso spirito di unità e di diversità l’Europa ha creato i sistemi scolastici, quali condizioni essenziali dei diritti della persona e del cittadino. Nel presente momento storico, tuttavia, l’Europa rischia nuovamente l’autodistruzione per il prevalere degli egoismi nazionali, dei localismi unilaterali, della chiusura culturale, della prevalenza degli interessi di gruppo tendenti a cancellare il senso del bene comune. E in questo stesso momento storico l’Università e i sistemi scolastici rischiano l’autovanificazione sotto il peso della frammentazione, degli specialismi chiusi e incapaci di dialogare. Oggi la riscoperta e il radicamento nel senso più profondo della tradizione umanistica europea – il principio complesso della diversità dell’unità, dell’unità nella diversità – è la grande opportunità per avere un futuro, per costruire un futuro a misura di uno sviluppo umano integrale, dei singoli come delle collettività. La salvezza dell’Italia passa attraverso la salvezza dell’Europa, la salvezza dell’Europa passa attraverso la salvezza dell’Italia. Oggi i destini di tutti sono indissociabili. Ma per dare concretezza a queste parole dobbiamo riscoprire e valorizzare quello che ha sempre fatto dell’Italia, e soprattutto dell’Italia dell’Umanesimo e del Rinascimento, un microcosmo esemplare dell’Europa: la sua diversità interna e la sua apertura alle culture altre; la capacità di operare insieme come centro di innovazione e come luogo di confine e di integrazione fra le culture d’Europa e fra l’Europa e il mondo; la sua ricchezza di saperi che sono stati e sono a un tempo teorici e pratici, concreti e visionari, artistici e artigianali.
Per essere all’altezza delle presenti sfide, il compito è di coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separati: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze, nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione dei legami sociali; la direzione e la partecipazione; le culture umanistiche e le culture scientifiche; lo sviluppo economico e lo sviluppo umano integrale. Questa trasformazione nella condizione umana chiede di cambiare il nostro sguardo sul mondo, e innanzitutto di essere capaci di guardare il mondo: poiché il nostro sguardo intellettuale, formato dalla nostra formazione disciplinare, non può guardare il mondo che spezzettandolo in frammenti sparsi. Più ancora questa trasformazione ci impegna verso un cammino politico che è totalmente ignorato dalla politica tradizionale. È il cammino antropologico che ci dice che non ci potranno essere progressi unicamente e neppure principalmente garantiti dalle leggi del l’economia, né da strutture sociali o politiche. Ci dice che ormai la riforma politica è indissociabile da una riforma di civiltà, da una riforma di vita, da una riforma del pensiero, da una riforma spirituale, nella prospettiva di un nuovo umanesimo planetario.
Per la prima volta nella storia umana la Terra, in quanto Patria, è divenuta realtà concreta.
L’antico Umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra. Questo universalismo concreto non oppone la diversità all’unità, il singolare al generale. Si fonda sul riconoscimento del l’unità delle diversità umane e delle diversità nel l’unità umana, reso necessario dal fatto che qualunque sfida oggi ha una portata planetaria e ha bisogno dell’impegno di tutti, ognuno nella singolarità delle propria rispettive visione e nella relazione e nell’apertura agli “altri”.

lunedì 13 agosto 2012


IL CASO/ Se a Reggio Emilia trionfa l'Islam violento nel silenzio dell'Italia progressista di Souad Sbai, lunedì 13 agosto 2012, http://www.ilsussidiario.net/


Un certo integralismo sta mettendo mano alla mente e alla stabilità delle comunità. Lavora nel buio per riprogrammare idee e abitudini, storia e futuro delle comunità, oggi in pericolo più grave che mai. Sta dilagando, aiutato da un silenzio colpevole e criminale almeno quanto lui. Non abbiamo nemmeno finito l’intitolazione a Brescello (Reggio Emilia) del parco e della scuola a Rachida Radi, grazie al sindaco che, coraggioso, per la prima volta nella storia prendeva una posizione di enorme importanza, che altri mai avevano osato prendere. Nemmeno abbiamo avuto il tempo di gioire per la targa a Rachida, uccisa a martellate dal marito violento e ottuso, che ci ritroviamo di fronte ad una situazione analoga e di estrema gravità. Sempre nelle stesse zone.
Una ragazza marocchina, appena diciotto anni, è stata aggredita e picchiata dal padre, incontrato casualmente al centro commerciale GrandEmilia di Modena: calci e pugni, ginocchiate al volto e la frattura del setto nasale. È grave in ospedale. Tutto questo solo perché rifiutava velo e matrimonio forzato. E come nel caso di Rachida un silenzio assordante della comunità di appartenenza. Me lo chiedo da giorni. Cosa sta accadendo in Emilia? Il buonismo che da sempre in quelle zone la fa da padrone non può bastare a giustificare o a comprendere il verificarsi di atti del genere. E nemmeno la gravissima circostanza che il padre della giovane in questione non sia in stato di custodia cautelare, ma sia denunciato a piede libero. Un pestaggio in pubblico, con una violenza inaudita, di una ragazzina che si sente italiana e per questo non sottostà al velo imposto e alle nozze combinate.
Eppure la posizione di Mohamed Rashed all’Università di Al Azhar, che ha ormai certificato come il velo non sia un obbligo nell’Islam ma solo un’abitudine, avrebbe dovuto far riflettere molti. Invece no, ancora sangue, ancora violenza. Ancora estremismo, sostenuto dal silenzio del multiculturalismo criminale che tiene in ostaggio il Paese. E a tagliare finalmente le radici all’integralismo nessuno vuole dire sì, nessuno si vuol prendere questa responsabilità. Siamo alle soglie, praticamente quasi oltrepassate, della completa radicalizzazione della condizione delle donne e delle seconde generazioni in Italia.
Carcere e subito espulsione nel Paese di provenienza sono l’unico rimedio per punire chi sbaglia e tutelare chi ne fa le spese. Pestare, massacrare o uccidere a sangue freddo il sangue del proprio sangue: a questo arriva l’estremismo, qui e laddove la sua radice ha preso le mosse.
E l’Italia, nonostante le belle parole e gli sguardi fugaci per poi tornare alla propria piccola quotidianità fatta di indifferenza e spesso di noncuranza, è silente. Troppo silente per amplificare il grido di dolore di queste donne e di queste ragazze, che quando chiamano ai centri antiviolenza come Mai Più Sola, non chiedono pacche sulle spalle ma un aiuto per sfuggire alla morte e al dolore di una vita che qui avevano sognato assai diversa e che sarebbe compito di tutti noi garantire loro.


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giovedì 1 marzo 2012


La forza del dialogo tra le religioni antidoto all'odio degli scontri globali, Arrigo Levi, 1 marzo 2012, http://www.corriere.it

Un termine nuovo e molto di moda, globalizzazione (il mio vecchio computer lo sottolinea ancora, giudicandolo parola non italiana), rischia di confondere, anziché chiarire le idee sul tempo che stiamo vivendo, per la molteplicità dei suoi significati. Il più semplice e concreto riguarda l'economia: in questa «era della globalizzazione», è nato il mercato «globale»; nel senso che non ci sono più specializzazioni. Non più l'Occidente avanzato che produce idee, scienza, tecnologia, e macchinari da esportare, e tutti gli altri «in via di sviluppo» che offrono soprattutto materie prime. Oggi tutti fanno tutto, producono tutto, investono, comprano e vendono dappertutto. Il mondo, ripetiamolo, è tutto Occidente. Questa la realtà del quadro economico globale.

Ma globalizzazione vuol anche dire mercato mondiale delle idee. E questo pone alle grandi religioni problemi nuovi. Le grandi religioni, soprattutto il cristianesimo con le sue radici ebraiche e l'islamismo con le sue radici ebraico-cristiane, propongono, per loro natura, a tutti i popoli verità universali. In passato hanno anche cercato di imporle con la forza a chi non le riconosceva come tali, e l'uso della violenza per diffondere e difendere ciascuna il proprio credo non è del tutto passato di moda. Anzi, la nascita di un mercato globale delle idee, mentre offre loro un nuovo illimitato campo d'azione, è anche una sfida, proponendo nuovi confronti e conflitti fra di loro.

Beninteso, non è soltanto nelle religioni il seme oscuro della violenza. Anzi, nelle religioni è anche il seme dell'amore universale. Se il Novecento è stato il secolo dei grandi massacri non è stato per colpa di nessuna delle grandi religioni: ma di religioni laiche, che tali erano fascismo, nazismo, comunismo, più spietate di quanto fossero mai state le religioni storiche, con la loro fede in una divinità suprema. Tutto sommato, anche se dobbiamo a loro molte guerre, molto sangue sparso, hanno avuto anche, e oggi forse più che mai continuano ad avere, una funzione determinante nel «civilizzare» il mondo. Sono state portatrici, e forse lo sono oggi ancor più che in passato, di grandi valori, capaci di confrontarsi con l'ideologia, anch'essa presente in tutto il mondo, dell'umanesimo laico, per sua natura tollerante ed aperto a tutte le idee, che ha del resto una buona parte delle sue radici nelle grandi visioni del pensiero religioso.

Ma la società globale pone anche le grandi religioni a confronto diretto l'una con l'altra in tutti i continenti, come non è mai accaduto prima. Afghanistan, Pakistan o Indonesia sono società geograficamente remote, per il cristianesimo come per l'islamismo delle origini. Oggi comunità che si ispirano all'una o all'altra religione vi si trovano a confronto diretto, e il confronto è spesso violento. Bisogna pur dire che in verità, ai tempi nostri, a un cristianesimo più mite e tollerante di quanto sia mai stato in passato (e il merito va in buona parte al contagio e all'influenza delle tolleranti idealità liberali), si contrappone, in verità, un islamismo che sembra aver ritrovato, in alcune sue espressioni, l'intolleranza superba e la violenza di un lontano passato. E la novità sta nel fatto che teatro di questi scontri possono essere Paesi d'ogni continente, che la globalizzazione culturale ha reso vicini, anche se così lontani nel tempo e nello spazio.

Ma l'era nucleare in cui viviamo e vivremo non tollera conflitti: non solo conflitti d'interesse, o storico-politici, ma anche conflitti tra idealità e religioni diverse. Non possiamo permetterceli. È necessario capirsi, non odiarsi, se vogliamo sopravvivere. Così si spiega lo storico discorso d'apertura di Barack Obama, al Cairo, nei confronti dell'islamismo. Così si giustifica l'ansia con la quale un Papa come Benedetto XVI, pur non privo, per la sua formazione, di qualche antico pregiudizio, cerca con disperato impegno un dialogo col mondo, a cominciare dal dialogo con le altre religioni. Non sono mancati analoghi esempi di mano tesa all'Occidente cristiano da autorevoli esponenti islamici. Incontri fra le religioni non sono più l'eccezione.

Tuttavia, rimane la sensazione inquietante che ciò non basti, che occorrano più clamorosi e continui slanci di pace che insorgano e facciano sentire la voce dell'amore reciproco in incontri solenni fra chi parla a Dio con nomi diversi, e comuni categoriche condanne di chi traduce la propria fede in atti d'odio e di violenza: queste sono ancora rare. Ma com'è difficile vivere in pace in questo mondo globale!

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Bimbe mutilate, Italia a rischio



mercoledì 10 agosto 2011


Londra, fine del multiculturalismo di Massimo Introvigne, 10-08-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati - in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l'uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che - spiazzati dalla concorrenza degli iPhone - sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce - e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette "primavere arabe" - dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della "vie chère" in Francia, che - abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati - prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento - ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica - del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell'immigrazione.

La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito "una narrativa comune", un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.

In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti "professionisti dell'anti-razzismo" dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una "narrativa comune" alla canadese.
I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.

Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere - all'interno, appunto, di una "narrativa comune" - in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l'uso di certe droghe "etniche" e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.

In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri "ingestibili" dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.

Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L'alternativa, tuttavia, non è l'uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall'ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa  è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un'affermazione forte dell'identità e della storia della maggioranza - che in Europa è cristiana - e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d'ingresso a una "narrativa comune".

In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham - dove muore il multiculturalismo - e delle banlieue parigine, dove è morto l'uniculturalismo, è una "terza via" italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d'integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un'ambigua "gestione separata" alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate - per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo - è sempre dietro l'angolo.