In Olanda esiste la multigenitorialità gay o le plurifamiglie omosessuali. Si tratta di questo ed attenzione a non perdervi tra i legami di “parentela”. Jaco e Sjoerd sono una coppia di omosessuali maschi “sposati” tra loro. Hanno anche un altro amico omosessuale, Sean, che ha rapporti sessuali con loro. Jaco e Sjoerd vorrebbero sposare anche Sean ma purtroppo, loro dicono, la poligamia sia etero che omosessuale è vietata in Olanda: ”Jaco e io siamo sposati da otto anni. Purtroppo non possiamo sposare Sean, altrimenti lo avremmo già fatto in un batter d’occhio“. Ma proseguiamo. Daantje e Dewi sono una coppia lesbica. Anche loro sono “sposate”. I cinque si conoscono da anni. La coppia lesbica avrà un figlio tramite una sesta persona. Ora vogliono che questo figlio sia educato da tutti e cinque gli omosessuali. Dunque si sono recati dal notaio per sottoscrivere un regolare contratto di educazione multigenitoriale gay: “Cinque genitori con uguali diritti e doveri, divisi in due famiglie: queste sono le condizioni del contratto che tutti noi abbiamo firmato e sottoposto al notaio“.
Ma per i Paesi Bassi questo tipo di contratto non ha valore legale. Però dato che cinque teste gay pensano meglio di una etero, soprattutto quando è quella di un politico leguleio, le due “famiglie” hanno trovato la scappatoia. In Olanda c’è la possibilità che la madre biologica nomini, in sostituzione del padre biologico o del coniuge (anche gay), un altro genitore legale. E così Jaco è stato nominato genitore legale al posto di Dewi. “Abbiamo voluto fare in modo che ci fosse un genitore legale in entrambe le famiglie, perché divideremo anche l’educazione“, ha detto quest’ultima.
La vicenda olandese che pare presa di peso dal teatro dell’assurdo è in realtà molto educativa perché apre gli occhi sulla reale rivoluzione che il gender ha innescato nell’antropologia e nel tessuto familiare. Dietro tutto questo si nasconde una logica tanto demente quanto ferrea che, se accettata, non può che portare a legittimare la multi-omo-genitorialità. Primo: perché limitare il matrimonio a due persone se il cardine è l’affetto? Tre amici non si possono volere così bene da desiderare di sposarsi? Secondo: se due gay – così si sostiene – possono egregiamente tirare grande un pupo, perché devono essere presenti nella stessa famiglia? Terzo: se “famiglia” è anche quella composta da una coppia gay, perché famiglia non può essere anche quella composta da cinque gay? Quarto: se il figlio può venire al mondo con il concorso anche di quattro o cinque persone, tra madri e padri biologici, donne che danno l’utero ed altre che “donano” il dna mitocondriale, perché parimenti non può essere educato sempre da più persone? Più gente c’è meglio è, no? Lo ripetiamo: se fai tue le premesse non puoi che accogliere anche le conclusioni.
Queste quattro domande provocatorie possono coagularsi in un’unica riflessione. La storia made in Netherlands trova il suo cuore pulsante in una parola: “desiderio”. Il desiderio per sua natura si espande all’infinito. Se lo lasciate correre a briglie sciolte, state pur certi che il desiderio non farà più ritorno a casa ma vi porterà lontano, molto lontano.
Ed infatti questa storia di genitori elevati alla “n” ha una dinamica centrifuga e al centro di questa omo-lavatrice c’è il desiderio. Un uomo desidera avere una relazione con un uomo. I due vogliono “sposarsi”. Questa coppia di “coniugi” conosce un terzo e avrebbero in animo di allargare la “famiglia”. I tre conoscono una coppia di lesbiche e desiderano allargare ancor di più la “famiglia”. La coppia lesbica anche lei vuole “sposarsi” e poi vuole un bambino. I cinque desiderano crescere tutti appassionatamente il pupo. E nessuno li ferma in questi loro propositi perché si pensa che siano desideri sacrosanti. Qualcuno all’opposto dice che vorrebbe vietare tutte queste cose. E no, questi tipi di desideri non devono essere assecondati. Liberals sì, ma fino ad un certo punto. Un punto ben piantato nel fondo della follia.
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giovedì 13 agosto 2015
13-08-2015 Poligamia gay - In Olanda sta cominciando di Tommaso Scandroglio, www.lanuonabq.it
martedì 30 giugno 2015
La Francia abbandona il progetto gender. Hanno vinto le famiglie, di Mauro Zanon, 20 Giugno 2014, http://www.ilfoglio.it/
Parigi. Dovranno farsene una ragione le fanciulle di Osez le féminisme! e del Collectif éducation contre les LGBTphobies, che giovedì dalle pagine del Monde hanno chiesto al ministro dell’Educazione nazionale, Benoît Hamon, di ufficializzare quanto prima la generalizzazione del movimento “Abcd de l’égalité”. Perché il programma scolastico pro gender – promosso dall’ex ministro Vincent Peillon e dall’attuale ministro per i diritti delle Donne, Najat Vallaud-Belkacem, con il pretesto di decostruire gli stereotipi sessuali e di lottare contre le disuguaglianze tra maschi e femmine – non andrà oltre lo stadio della sperimentazione (attualmente sono 275 le scuole coinvolte). Stando a quanto riportato giovedì dal settimanale Express, a conferma delle indiscrezioni diramate dal Figaro qualche settimana fa, Hamon avrebbe deciso di ritirare il programma, sfiancato dalle crescenti proteste dei movimenti di boicottaggio e alla luce dei problemi economici attuativi emersi dal pre-rapporto ministeriale che doveva valutare lo stato della sperimentazione, mettendo così una pietra tombale sull’ipotesi di estenderlo a tutti gli istituti scolastici in vista della prossima rentrée. La decisione, che sempre secondo l’Express avrebbe trovato d’accordo la stessa Belkacem, sarebbe già stata presa il 27 maggio, in seguito a un faccia a faccia a Matignon tra il ministro dell’Educazione nazionale e il premier Valls. Ieri l’entourage di Hamon ha fatto sapere che il ministro si pronuncerà definitivamente a riguardo nei primi giorni di luglio, ma tutto fa pensare che non ci sarà nessuna marcia indietro last minute. Manca solo l’ufficialità dell’ennesimo cambio di rotta del governo, dopo il rinvio sine die della loi famille e il fallimento della legge sul mariage pour tous, certificato dal numero irrisorio di matrimoni omosessuali celebrati fino a oggi.
Hanno vinto le famiglie, che da gennaio rispondono compatte all’appello di boicottaggio pacifico lanciato da Farida Belghoul e dal suo movimento antigender Giornate di ritiro dalla scuola (Jre). Da quel 24 gennaio, prima giornata di boicotaggio dell’“Abcd de l’égalité”, le adesioni all’iniziativa della Belghoul non hanno mai smesso di crescere, nonostante i reiterati tentativi di ostruzionismo da parte dell’esecutivo. Indifferente alle critiche piovute dai giornali della gauche, Farida, la storica leader del “movimento beur”, ha continuato a marciare e a lottare, con la stessa determinazione di quando, negli anni Ottanta, sbertucciava a Place de la République gli antirazzisti del Ps e di Sos Racisme. E a nemmeno sei mesi dal lancio dell’iniziativa ha già costretto il governo a fare marcia indietro sul suo progetto di rifondazione della scuola. “Sono felice, è sicuramente una vittoria importante, ma non definitiva. La mobilitazione resta necessaria”, dice al Foglio Farida Belghoul. “‘L’Abcd de l’égalité’ è solo il primo tentativo del governo d’introdurre l’ideologia del gender a scuola. Ne seguiranno altri e saranno ancora più insidiosi e surrettizi”. “L’impatto del movimento è marginale”, diceva un certo Vincent Peillon, prima di ricevere il benservito da Hollande, e la penetrazione della teoria del genere nelle scuole è solo “un folle rumor, inventato e alimentato dai reazionari”. A questo proposito, l’ex ministro farebbe bene a rinfrescarsi le idee, dando un’occhiata a un video pubblicato mercoledì sul sito dell’associazione politica Egalité et réconciliation, dove le relatrici del programma di cui è stato il promotore spiegano quali sono, o meglio quali erano, gli obiettivi concordati. Di seguito una breve selezione delle frasi pronunciate dalle relatrici: “La riproduzione degli stereotipi educativi è una cospirazione della società”, “bisogna evitare che la socializzazione differenziale penetri nelle scuole”, “il lavoro di decostruzione deve iniziare dalla tenera età”, “gli stereotipi sono evidenti fin dalla materna: i bambini indossano i pantaloni, le bambine le gonne”. Vedere per credere.
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giovedì 25 giugno 2015
Austria e Family day, due eventi inaspettati e ricchi di speranza, Giugno 24, 2015, Giancarlo Cerrelli, http://www.tempi.it/
L’Assemblea nazionale vota contro l’approvazione del «diritto umano di matrimonio egualitario». A Roma un popolo costituito da famiglie manda un segnale alla politica
In questi ultimi giorni si sono verificati due eventi significativi e inaspettati, che sono un segno di speranza che potrebbe cambiare il corso delle cose.
Il primo è un evento che è passato completamente sotto silenzio.
In Austria, il 18 giugno, l’Assemblea nazionale, che è l’organo legislativo della Repubblica austriaca, ha votato contro una proposta legislativa che intendeva concedere alle coppie gay e lesbiche «il diritto umano di matrimonio egualitario». Su 136 votanti, solo 26 hanno votato a favore, il resto dei rappresentanti, cioè 110, ha votato contro.
L’organo legislativo austriaco ha rigettato la proposta di delibera, con il voto contrario anche dei socialdemocratici, che erano stati, tra l’altro, i promotori dell’iniziativa legislativa.
È importante rilevare che la decisione dell’Assemblea nazionale austriaca è avvenuta proprio qualche mese dopo il rapporto del Parlamento Europeo in seduta plenaria del 12 marzo 2015, che incoraggiava le istituzioni Ue e gli Stati membri – pur non potendoli vincolare – «a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento dei matrimoni omosessuali e delle unioni dello stesso sesso come questione politica, sociale e di diritti umani e civili».
È significativo che l’organo legislativo austriaco nonostante l’incoraggiamento del Parlamento Europeo abbia ritenuto di non approvare i matrimoni egualitari e ciò che meraviglia di più è che questo esito sia avvenuto con una schiacciante maggioranza trasversale. L’Austria, peraltro, non può certamente essere considerato un Paese “omofobo”. La legislazione austriaca, infatti, dal 2010 riconosce ai partner omosessuali il diritto di costituire una partnership registrata; conseguenza di tale riconoscimento, tra l’altro, è stata la decisione della Corte Costituzionale, dell’11 dicembre 2014, che ha rimosso definitivamente il divieto di adozione per i partner omosessuali facenti parte di una partnership registrata. Nonostante tali aperture, però, l’organo legislativo austriaco ha deciso di non andare oltre; come mai? Come mai l’esito della votazione è stato così chiaro e insindacabile?
Quello che proviene dall’Austria è un forte segnale che dovrà far riflettere quei ben pensanti nostrani che sul piano dei diritti civili soffrono di un atavico complesso d’inferiorità con il resto dei Paesi europei, che ritengono più civili, solo perché il loro ordinamento riconosce dei diritti che sono in realtà degli autentici anti-diritti.
Quest’evento, tuttavia, dovrà essere motivo di riflessione, soprattutto per i nostri parlamentari, affinché guardino al vero bene dell’Italia, che non equivale certamente a trasformare desideri velleitari di pochi in presunti diritti.
L’altro evento avvenuto in questi giorni è stato il grande successo della manifestazione del 20 giugno a Roma, in piazza San Giovanni, che ha sorpreso più di qualcuno, tanto da indurlo a sostenere che il raduno di sabato scorso apre uno scenario inaspettato.
Chi ha mostrato sorpresa per tale evento è soltanto perché ignora che esiste un’Italia profonda, fatta di famiglie, che con i sacrifici di ogni giorno mandano avanti il Paese reale, che è radicalmente diverso da quello artificiale descritto dai mezzi di comunicazione e dalle speculazioni dei maître à penser.
Da oggi, si dovrà tenere conto di un popolo che vive di vita propria e non desidera sottostare al diktat del pensiero unico e del politically correct.
Tale popolo ha mostrato una reazione significativa all’omologazione totalitaria che la “dittatura del pensiero unico” sta perseguendo in modo sempre più aggressivo e capillare in ogni ambito della società.
Forti e potenti lobby culturali, politiche e finanziarie favoriscono, da tempo, una cultura che vuole propiziare l’edificazione di una società sempre più liquida, priva di punti di riferimento, profondamente individualista, deprivata di una base valoriale comune.
E, così, anche la comunicazione profonda tra le persone, basata su principi condivisi, ne risente e, ormai, diventa sempre più precaria.
Il malcelato intento delle lobby è, difatti, quello di indebolire, qualsiasi comunicazione condivisa di principi tra i consociati, tale da poter generare una reazione popolare; in definitiva, l’intento è quello di renderci sempre più delle monadi; appariamo vicini gli uni agli altri, ma non stiamo insieme, perché non ci deve legare alcuna base valoriale comune.
Queste forze, infatti, stanno perseguendo un’aggressiva decostruzione della struttura antropologica della società, con lo scopo, altresì, di propiziare la costruzione di un nuovo ordine mondiale, non rispettoso, però, della legge naturale.
Per perseguire tale obiettivo è usato il diritto come strumento per manipolare la realtà.
Il vero merito di quel popolo che sabato scorso è sceso in piazza è di essersi posto controcorrente a questa violenta colonizzazione ideologica, che vuole renderci tutti omologati, tutti sottomessi a una vincente e coinvolgente “democrazia totalitaria”.
Qualcuno potrebbe domandarsi: com’è stata possibile una tale reazione in una società che le forti lobby hanno in gran parte anestetizzato?
La risposta la troviamo nell’osservare quel popolo.
Il popolo che è sceso in piazza non è una massa amorfa, che casualmente si è ritrovato per una manifestazione colorata e folcloristica, ma è un popolo fatto di famiglie, costituite da nonni, padri, madri, figli, nipoti, che con sacrifici e per anni si sono preparate a propiziare un cambiamento di rotta della nostra nazione che si è incamminata, purtroppo, da tempo, verso un forte declino culturale e morale.
Tali famiglie, sono considerate un corpo estraneo dai cosiddetti maître à penser, che si meravigliano di come sia possibile, che dopo anni di bombardamento culturale di tipo relativista, possa esistere ancora un’opposizione che enunci e testimoni una base valoriale comune.
Qualcuno, come dicevo, ha paventato acutamente che dall’evento del 20 giugno potranno sorgere scenari inaspettati.
È vero! Il popolo che è sceso in piazza si è preparato per molto tempo e in modo silenzioso, per favorire una rinascita della nostra nazione, che sia rispettosa del bene umano oggettivo.
La manifestazione del 20 giugno è, infatti, soltanto l’inizio di una nuova stagione che si sta schiudendo davanti a noi e che mira a propiziare la costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio; vale a dire di una società rispettosa di quella grammatica umana e sociale iscritta in ognuno di noi.
È molto forte, però, anche tra alcuni cattolici, la tentazione di cedere al mito illuminista di una storia lineare, pilastro della dittatura del relativismo, che presenta la verità come figlia del tempo e certi processi come irreversibili.
La storia, però, non ha nessun senso umano predeterminato e necessario – il suo unico senso è che Cristo ha vinto il mondo una volta per tutte –, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini e le donne, e per il cristiano nessuna vittoria del male è ineluttabile o irreversibile.
Il cattolico che pensa diversamente è vittima, per dirla con papa Francesco, di quella «mondanità spirituale» che perde la fiducia in Dio e segue le vie e il consenso del mondo, e di quella disperazione storica che, come non si stanca di spiegarci il Pontefice, viene molto spesso dal diavolo.
L’evento austriaco e quello italiano ci confermano che non dobbiamo cedere allo scoraggiamento, la vittoria è nelle nostre mani e in quelle di Dio.
@GianCerrelli
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lunedì 16 marzo 2015
«Nozze gay diritto umano», Giovanni Maria Del Re, 13 marzo 2015, avvenire.it
È stata approvato ieri a larghissima maggioranza, con 390 sì, 151 no e 97 astensioni, durante la plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo il “Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia” preparato dall’eurodeputato del Pd Antonio Panzeri, incluse le sue parti relative all’aborto e alle unioni omosessuali che avevano suscitato le dure proteste del network del movimento della vita. Il rapporto – che peraltro ha parti molto positive, con la dura condanna della persecuzioni delle minoranze religiose e in particolare di quelle cristiane nel Medio Oriente – è stato approvato completo del paragrafo 136, che invano i Popolari avevano cercato di stralciare. Un paragrafo in cui si parla esplicitamente del «diritto all’aborto», diritto che peraltro non è contemplato in alcuna Carta o convenzione internazionale, né europea né Onu.
Non basta, il rapporto – destinato a occuparsi della situazione dei diritti umani fuori dall’Ue – contiene anche un altro paragrafo, il 162, nel quale si «incoraggiano le istituzioni Ue e gli Stati membri a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento dei matrimoni omosessuali e delle unioni dello stesso sesso come questione politica, sociale e di diritti umani e civili». Materie, quelle dell’aborto e del diritto di famiglia, che in realtà è di stretta competenza degli stati nazionali, come ha rilevato l’eurodeputato del Pd di area cattolica Luigi Morgano: «Ancora una volta, ideologicamente – ha tuonato – si è voluto utilizzare questo importante appuntamento annuale, che peraltro contiene una serie di punti positivi, per “forzare” i Trattati e suggerire, o meglio affermare, a livello europeo l’aborto come diritto umano, nonostante il principio di sussidiarietà stabilisca che più materie, come il diritto di famiglia, siano di competenza nazionale». L’area cattolica del Pd ha votato contro questi due paragrafi, tuttavia alla fine, sull’intero rapporto gli unici a votare contro sono stati lo stesso Morgano e Damiano Zoffoli, per il resto il Pd ha votato sì.
Per parte loro i Popolari hanno ottenuto almeno una piccola vittoria simbolica: e cioè la soppressione di un altro paragrafo (con il pieno sostegno del gruppo dei Socialisti e democratici), in cui si esprimeva una netta condanna per il referendum svoltosi in Croazia, che limita l’istituto del matrimonio alla sola unione di uomo e donna, così come a analoga consultazione (però fallita) in Slovacchia. A fare fuoco e fiamme sono stati eurodeputati croati di vari schieramenti, non solo popolari, che sono riusciti a ottenere così anche il sostegno del gruppo dei Socialisti e democratici. L’emendamento è infatti passato con 388 sì e 229 no.
Come da indicazione data prima del voto, comunque, visto che non è passato l’emendamento che avrebbe cassato il riferimento al diritto all’aborto, i popolari hanno votato compatti «no» all’intero rapporto Panzeri. Nessun sì, questa volta, le uniche “defezioni” sono state le astensioni di Barbara Matera (Forza Italia) e dell’altoatesino Herbert Dorfmann (Südtiroler Volkspartei).
Val la pena ricordare, comunque, che il rapporto votato ieri, al pari di quello di Marc Tarabella (con analogo riferimento al “diritto all’aborto”) votato in aula martedì, sono testi che non hanno alcun valore giuridico, vincolante. Le indicazioni e le “raccomandazioni” agli Stati sono puri inviti che i paesi non sono in alcun modo tenuti a seguire. Né questi testi spianano la strada a direttive o regolamenti Ue.
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Il Parlamento UE e i diritti dei bambini, Un triste giorno per i diritti dei bambini, al Parlamento europeo, 13/03/2015, http://www.notizieprovita.it/
Ieri, 12 marzo era la Giornata dei diritti del fanciullo.
I bambini hanno diritto a speciali cure ed assistenza in base alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il “migliore interesse dei bambini” deve essere la base di partenza e il fine “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi”, secondo la Convenzione sui diritti del fanciullo.
Tuttavia, il Parlamento europeo ha adottato la sua relazione annuale sui diritti umani nel mondo di oggi, la cosiddetta relazione Panzeri, che minaccia il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre.
La risoluzione ”incoraggia le istituzioni dell’UE e gli Stati membri a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso come questione di diritti politici, sociali, umani e civili” (punto 162 del progetto di relazione ).
Anche se la questione della filiazione, dell’adozione e della maternità surrogata non sono presenti nel testo attuale, l’evoluzione della normativa in diversi Stati membri mostra chiaramente che c’è una profonda confusione sociale e giuridica per quanto riguarda il legame necessario tra un bambino e suo padre e sua madre.
Il testo adottato promuove anche il “diritto all’aborto”, tra i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze, mentre la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione stabilisce che “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata” e che “Ogni individuo ha diritto alla vita”.
I diritti umani sono universali, ma il Parlamento europeo ha dimostrato incoerenza su ciò che è la dignità umana.
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martedì 10 marzo 2015
Eterologa, così diventeremo una "bio-colonia" di Luigi Santambrogio, 08-03-2015, http://www.lanuovabq.it/
Nel settore della fecondazione eterologa il gioco della domanda e dell’offerta risulta sballato: la prima c’è, ed è grande, l’altra manca del tutto. Dunque, dicevano giudici e politici, bisogna intervenire per ristabilire le regole, eliminare le storture dello scambio ineguale e ristabilire le priorità dei diritti e dei desideri. Il problema è l’assenza di donatrici, ma non è l’unico. Per trovare donne disposte a donare i propri ovuli (sottoponendosi a pesanti trattamenti ormonali e a un intervento chirurgico per il prelievo), bisognerebbe riconoscere loro un premio in denaro. Senza lo stipendio alle donatrici, non restano che i centri di riproduzione esteri, una soluzione che va per la maggiore, anche tra i privati. Ma questa è sola l’altra faccia di una medaglia già del tutto svalutata. Chi, infatti, in tale deregulation del bio-mercato controllerà che non vengano commesse mostruosità etiche e giuridiche o che sia messa in pericolo la vita di donne e nascituri? E che non dilaghi una nuova forma di sfruttamento biologico delle donne più deboli e indigenti? Nessuno, tantomeno la magistratura che ha innescato la prima onda dello tsumani legislativo, sancendo il diritto del figlio a ogni costo.
Così l’Italia rischia davvero di diventare una “bio-colonia” per società estere e centri specializzati di fecondazione assistita che decidono di aprire filiali anche nel nostro Paese. Facendo concorrenza ai già numerosi centri privati che già la praticano per non meno di quattro-seimila euro. A Milano ha appena aperto un ambulatorio spagnolo: l’Institut Marquès, estensione dell’omologa clinica di Barcellona, alla quale si rivolgono duemila coppie italiane all’anno. L’istituto, informa il Corriere della Sera, «offre un programma chiamato Just for transfer che prevede lo svolgimento in città delle visite mediche, delle ecografie di controllo e soprattutto del congelamento del campione di seme che viene spedito al laboratorio di Barcellona, dove sarà poi fecondato con gli ovociti donati dalle spagnole». Così le pazienti dovranno recarsi a Barcellona, solo per poche ore, per il trasferimento degli embrioni. Il sito invita l’aspirante mamma a considerare la convenienza dell’offerta: «Considera che se esegui il trattamento nella nostra clinica di Milano puoi viaggiare e tornare da Barcellona il giorno del transfer e non c’è bisogno di passare la notte in un hotel», si legge. «Secondo i nostri ultimi studi, il riposo dopo il transfer non è necessario né aumenta le possibilità di gravidanza. Per questo, puoi volare al mattino da Milano o qualunque altra città e tornare comodamente a casa la sera, con voli diretti a meno di 100 euro». Facile immaginare che altre cliniche estere vorranno seguire l’iniziativa spagnola. La libera circolazione europea degli ovuli è appena iniziata.
Non solo. Tra gli effetti “nefasti” della sentenza della Corte è il diffondersi di tecniche riproduttive, strampalate, eticamente inaccettabili e comunque pericolose che hanno già avuto il loro esordio all’estero. Come l'egg freezing, la maternità ritardata attraverso il congelamento degli ovociti: una volta prelevati, congelati e custoditi in appositi contenitori refrigerati, mantengono intatte le rispettive proprietà e restano “giovani”, disponibili per essere scongelati, fecondati, e trasferiti nell’utero come embrioni. Oppure il social egg freezing a titolo solidale. É una tecnica di crioconservazione degli ovociti che permette il congelamento dei gameti femminili prelevati in età fertile, in attesa che le condizioni, sociali, economiche oppure di salute le consentano di progettare una gravidanza “sostenibile”. É quello che ha proposto la Apple alle sue dipendenti come benefit aziendale. Conservare gli ovuli in freezer costa dai 3 ai 5mila euro, ma il congelamento verrebbe regalato a quelle giovani donne disponibili a donarne la metà alle coppie infertili. A Milano il San Raffaele s’è detto già pronto allo scambio solidale, mentre la Regione Toscana sta studiando attentamente la pratica. Altre possibilità: il gametes crossing, l’incrocio di gameti donati gratuitamente e in modo anonimo, o anche l’egg sharing: la condivisione degli ovociti, come si fa con le macchine per risparmiare benzina e abbattere lo smog.
Ecco, se per gli ermellini della Corte, la fecondazione assistita, eterologa o no, doveva essere un diritto, quel che ne è sortito di conseguenza è solo uno sgangherato supermarket della vita in provetta, con scambi di spermatozoi e ovuli senza nessuna garanzia sulla sicurezza e tracciabilità della procedura e senza regole per donatori e riceventi. Le invocate discriminazioni sono solo maschere e pretesti: sotto c’è l’arroganza di una minoranza sociale di elevare a diritto universale ciò che non lo è, come non sono diritti il matrimonio omosessuale, l’abolizione delle differenze sessuali e le altre pretese della fantasia arcobaleno e dell’ideologia gender. Ma lo sapevano fin dall’inizio che sarebbe finita in malo modo, eppure hanno giocato in modo irresponsabile sul dramma di tante coppie, mentendo solo per coltivare gli interessi della loro botteguccia politica. Certo, l’educazione alla consapevolezza che la genitorialità è svincolata dal concepimento e che l’impossibilità ad avere figli non è una malattia, sono cose troppo grandi per pretenderle dalla politica o dalla magistratura. Ma che almeno la smettano di truccare cinicamente le carte.
mercoledì 4 marzo 2015
L’eresia antropologica del totalitarismo “gender”, marzo 4, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/
Rimpiazza l’ideologia marxista ed è altrettanto distruttiva e totalitaria, fondata su una pseudo-uguaglianza e la rivendicazione cieca degli “orientamenti sessuali” per organizzare la società. È lo scopo ultimo della teoria del genere, spiega a Tempi Tony Anatrella, sacerdote e psicanalista, che vive a Parigi, dove insegna alla libera Facoltà di filosofia e di psicologia di Parigi e al Collège des Bernardins. Consultore del Pontificio consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, ha pubblicato molte opere tra cui La teoria del “gender” e l’origine dell’omosessualità (San Paolo 2012) e Il regno di Narciso (San Paolo 2014).
Prof. Anatrella, da tempo lei parla della teoria del gender come di una ideologia totalitaria e ha scritto che, come il marxismo nel secolo scorso, il gender sarebbe diventato il campo di battaglia di questo secolo. Non è eccessivo?
Anzitutto non bisogna confondere gli studi di genere che analizzano le relazioni fra gli uomini e le donne nella società nelle diverse aree culturali al fine di pervenire a un migliore rispetto della loro dignità, uguaglianza e vocazione rispettiva, con la teoria del genere, ispirata a diverse correnti di pensiero. Ma anche lo studio sociologico, che di per sé è semplicemente un metodo di osservazione, diventa un’ideologia quando afferma una “parità totale” fra uomo e donna, poiché la “parità” non è l’“uguaglianza”. Si vorrebbe far credere, in base a una visione puramente contabile della relazione, che i due sono intercambiabili. Ora, se è vero che a parità di competenze un uomo e una donna possono esercitare le stesse responsabilità, il problema è che si vuole far credere che psicologicamente e socialmente l’uomo e la donna sono identici. Eppure uomo e donna non possono assumere sistematicamente gli stessi compiti, né gli stessi simbolici, a cominciare da quelli della maternità e della paternità. Questa prospettiva egualitarista ha falsato e complicato le relazioni fra i due sessi e spiega in parte – anche se non è l’unica ragione – perché le relazioni all’interno della coppia sono diventate difficili e perché molti non vogliano più sposarsi o abbiano paura del matrimonio. Sociologicamente si è sempre constatato un fenomeno ricorrente nella storia: quando le donne entrano in massa in un settore di attività, gli uomini se ne vanno. Così l’insegnamento, la medicina e la giustizia si femminilizzano sempre più, mentre gli uomini si orientano verso altri mestieri. Ma l’ideologia di genere si spinge ancora più in là, affermando che il corpo sessuato non ha alcuna importanza nello sviluppo psicologico. In realtà la psicologia di ciascuno di noi si sviluppa nella misura in cui avviene l’interiorizzazione del suo corpo sessuato. I diversi autori che condividono l’ideologia del gender sostengono anche che bisogna pensare diversamente la sessualità e l’organizzazione della società: non bisogna più definire la sessualità a partire dalle due sole identità sessuali che esistono, quelle dell’uomo e della donna, perché secondo loro ciò è iniquo, ma a partire dagli orientamenti sessuali come l’eterosessualità, l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità, ecc. In questo modo tutti si troverebbero in condizioni di uguaglianza, mentre se ci si riferisce unicamente all’identità di uomo e donna si escludono altre “forme” di sessualità. Come si fa a non vedere che questa prospettiva è contraria al dato di realtà? Nella realtà, l’identità sessuale riguarda l’essere della persona, mentre gli orientamenti sessuali riguardano le pulsioni sessuali. Se tutto va per il verso giusto queste ultime si elaborano e si integrano nella personalità a partire dall’identità oggettiva del soggetto, mentre le pulsioni ricercate per se stesse attraverso un tipo di orientamento si isolano dalla personalità e la mantengono nell’immaturità affettiva e in una relativa impulsività mai soddisfatte. Ciò sfocia in personalità non unificate e instabili. Detto in altre parole, prendere in considerazione gli orientamenti sessuali per definire la sessualità, cioè pensare che la differenza delle sessualità deve sostituire la differenza sessuale, che si fonda sull’uomo e sulla donna, è distruttivo come lo era il marxismo. Per settant’anni le società sono state dominate dalla cecità di fronte a questa ideologia fondata su una pseudo-uguaglianza e sulla convinzione che l’essere umano è il prodotto di una cultura: la stessa cosa che la teoria del gender sostiene a sua volta riguardo all’identità sessuale. Se la persona è semplicemente il prodotto di una cultura, egli diventa un automa e scompare la sua singolarità. Il gender diventa totalitario nella misura in cui le società occidentali vogliono riorganizzare politicamente la società a partire dalla visione irrealistica degli orientamenti sessuali, come nel caso del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso. Eppure l’omosessualità non può essere all’origine né della coppia coniugale, né della famiglia, poiché questa forma di sessualità fra due persone dello stesso sesso non possiede – sul piano psicologico, corporeo e fisiologico – le stesse caratteristiche di quella fondata sull’alterità sessuale, che è condivisa soltanto nel rapporto uomo-donna. E siccome la coppia e la famiglia cosiddette “omosessuali” in senso proprio non esistono, si tratta soprattutto di un artificio e di una corruzione del linguaggio. Con le parole è sempre facile ingannare, dando nomi alla realtà più in funzione dei propri fantasmi che del reale. Ma l’omosessualità è diventata una questione politica per riorganizzare la società a partire da essa. Progressivamente si costituisce in numerosi paesi europei un sistema repressivo sul piano giudiziario per fare ammettere questo nuovo principio. Ciò che è in discussione non sono le persone omosessuali, che devono essere rispettate come tutti i cittadini, ma una volontà militante e politica di fare dell’“omosessualità” una norma che partecipa dell’ordine della coppia e della famiglia. I militanti stessi che si battono per questa causa affermano molto chiaramente che bisogna «aprire il matrimonio a tutti» per meglio distruggerlo, allo scopo di pervenire all’uguaglianza di tutti nelle differenti forme di relazione. Ritroviamo la stessa idea nell’applicazione iniziale del marxismo nei paesi comunisti.
Nei suoi libri lei non teme di affermare che l’omosessualità è una carenza psichica. Può spiegare cosa intende e perché questa sua convinzione non dovrebbe essere ritenuta omofoba?
Nel momento in cui qualcuno si interroga sull’omosessualità e sulla volontà politica di iscriverla nella legge consacrata alle condizioni del matrimonio e della famiglia riservata esclusivamente all’uomo e alla donna, subito viene accusato di tutti i mali, a cominciare dal cliché dell’omofobia. È un modo di imbavagliare l’intelligenza e il discorso, nel momento stesso in cui si afferma continuamente che la libertà di espressione è un “valore” delle società democratiche. Il liberalismo condizionato dal “relativismo etico” è repressivo nelle sue leggi sempre più restrittive tanto quanto lo erano quelle dei paesi totalitari. Si mettono alla gogna certi autori come capri espiatori e si isolano aspetti della vita che è vietato criticare. E tuttavia occorre spiegare da dove viene l’omosessualità. Da quasi due secoli la letteratura psichiatrica e la psicanalisi si interrogano sulle origini dell’omosessualità e sul tipo di psicologia che ne deriva, ma da qualche anno questa riflessione è diventata tabù ed è vietata. Non dovremmo più cercare di capire che cosa sia l’omosessualità e a cosa corrispondano queste pratiche affettive e sessuali, ovvero anche su quali meccanismi e su quali processi psichici riposino. Ma perché non dovremmo studiare questa particolarità della sessualità se non per giustificarla in qualunque modo, mentre osiamo esaminare analiticamente la maggior parte dei comportamenti umani? Quando si impedisce agli specialisti di approfondire una questione siamo in presenza di un riflesso irrazionale che sconfina nell’ideologia totalitaria. Da 40 anni studio questo fenomeno e ho pubblicato numerosi libri e articoli sulla questione. Ho esaminato le differenti ipotesi neurologiche, ormonali e genetiche, che non risultano conclusive, e sono giunto alle origini psichiche. Effettivamente, le pulsioni sessuali all’inizio della vita psichica sono sparpagliate sul corpo del bambino; esse non sono ancora finalizzate se non cercando la propria soddisfazione per se stesse. Progressivamente il soggetto le lavorerà psicologicamente sulla base delle esperienze che vive a partire dal suo corpo, poiché tutto parte dal corpo, per quanto riguarda lo sviluppo della sua vita psichica. A partire da queste pulsioni, elaborerà un sistema di rappresentazioni psichiche che permetterà di integrarle attraverso diverse tappe al fine di pervenire progressivamente all’alterità sessuale. È grazie, fra le altre cose, alla bisessualità psichica (una nozione spesso mal compresa) che il bambino prima e l’adolescente poi interiorizzeranno la persona dell’altro sesso, cosa che gli permette l’accettazione dell’altro sesso e l’accesso ad esso. Persone che si fissano in pratiche bisessuali hanno spesso fallito, in parte o completamente, questo passaggio. Nello stesso modo in cui persone transessuali s’immaginano, a volte con molte sofferenze, che la natura si è sbagliata dando loro un corpo nel quale esse non si riconoscono. Non è la natura che si è sbagliata, cosa che presupporrebbe una visione dualista dove il corpo è opposto allo spirito, ma è soprattutto il soggetto che non è riuscito ad accettare e a interiorizzare il suo proprio corpo in seguito a problemi di identificazione inconscia. Questo significa che, a differenza del mondo animale, le pulsioni sessuali umane presentano una relativa plasticità e che possono essere elaborate e armonizzate nella vita psichica più o meno bene. In conclusione, le pulsioni sono l’oggetto di un lavoro interno che, se tutto va per il meglio, si articola nella personalità con l’accettazione intima dell’altro sesso e una reale attrazione verso di esso. Allorché il soggetto si fissa su una pulsione sessuale come quella della curiosità nei riguardi del suo proprio sesso (stadio fallico) o su di una identificazione primaria alla persona identica a lui, si verifica il rischio di indirizzarsi verso l’omosessualità. Si osserva tuttavia anche il caso di persone che hanno vissuto nel corso della loro esistenza una tappa di pratiche omosessuali, finalizzate a confortare la loro identità, per indirizzarsi in seguito verso l’attrazione per le persone del sesso opposto. Possono esserci origini psichiche diverse e varie dell’omosessualità, che dipendono dalle rappresentazioni pulsionali del soggetto. È vero che le condizioni ambientali della società odierna sono molto narcisistiche, perciò la cultura attuale non sempre facilita le operazioni necessarie alla maturazione affettiva che permette di iscriversi nell’alterità sessuale. Quanto alla questione dell’omofobia, sulla quale torneremo, non è un argomento serio! È uno slogan inventato dai militanti per intimidire e colpevolizzare gli altri rimproverando loro di avere paura dell’omosessualità. Che idea! Chi ne ha paura? Questo modo di maneggiare l’isterizzazione della paura incollando il termine “fobia” a diverse parole per designare un nemico potenziale è certamente un sintomo paranoico di un disturbo identitario. Siamo in piena identificazione proiettiva quando dei militanti attribuiscono agli altri quella che non è altro che la loro propria paura delle persone dell’altro sesso. È una forma di terrorismo intellettuale che vuole impedirci di riflettere su che cosa sia l’omosessualità e sulle conseguenze di voler organizzare la società in funzione di essa. Ancora peggio, si creano una polizia del pensiero e una censura per obbligare tutti a pensare come vogliono i gruppi di militanti. Sotto questo aspetto il liberalismo va a braccetto col marxismo, nel momento in cui come esso vuole instaurare una repressione quasi giudiziaria sul pensiero e sulla sua espressione. Ci vogliono imporre delle nuove norme che sono più oppressive e limitative della libertà che non la nostra riflessione antropologica e i nostri riferimenti morali. I quali invece risvegliano e rispettano la libertà della persona.
A quelli che sostengono che la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso danneggerebbe la società, viene risposto che 1) l’Antica Grecia permetteva l’omosessualità e la pedofilia nella vita privata, e questo non causava danni alla società; 2) non fa nessun male alla società istituire il matrimonio fra persone dello stesso sesso, come dimostra il fatto che le legislazioni sono già evolute in questa direzione in molti paesi, dall’Europa del Nord all’America. Lei cosa risponde?
Non ha senso il raffronto con la Grecia antica, perché i contesti sono diversi. L’omosessualità è sempre esistita ed esisterà sempre. Nella storia ha assunto forme diverse e riguarda la vita privata. Non ha senso creare delle istituzioni a partire da essa come si vuole fare oggi con la coppia, il matrimonio e la famiglia. In questo modo si crea un disturbo dannoso per la società, facendola entrare nella confusione dei sessi e della filiazione, e nella negazione della differenza sessuale. È falso sostenere che la Grecia antica permetteva l’omosessualità e la pedofilia nel senso in cui le intendiamo noi oggi. L’una e l’altra erano relative a certe condizioni. È tuttavia dimostrato che le nozioni di “eterosessuale” e di “omosessuale” non esistevano all’epoca, soltanto erano riconosciute le qualità: la bellezza della persona che si desiderava e l’attrazione nei suoi confronti. In tal senso potevano svilupparsi relazioni di questo tipo, in particolare fra uomini che pure erano sposati e padri di famiglia. Ma non se ne faceva un principio né un’esigenza sociale iscritta nella legge civile, che regolava solamente la coppia formata da un uomo e da una donna.
Nell’Antichità greco-romana il “matrimonio” omosessuale e l’adozione di figli non sono mai stati oggetto di rivendicazione. Nella letteratura vengono solamente descritti riti di passaggio di giovani guerrieri, in particolare presso i galli e presso i greci, sotto la direzione di adulti maschi allo scopo di creare dei buoni soldati (vedi Marrou/Rouche, Histoire de l’éducation). Così Plutarco nella sua Vita di Pelopida non ha mancato di esaltare il coraggio fisico della legione tebana, composta da 300 amanti omosessuali che perirono tutti nella battaglia di Cheronea (338 a.C.) per non apparire indegni ciascuno del suo amante. Ma nessuno di loro, ripeto, pretendeva il matrimonio e l’adozione di bambini, per la semplice ragione che attraverso i riti di iniziazione avevano generato degli uomini e dei guerrieri, una cosa di cui le donne non erano capaci. Questa omosessualità rituale era un modo di regolazione della vita adulta per formare degli uomini che venivano aperti alla loro mascolinità, fino al punto di avere delle relazioni intime con loro. E la pedofilia, in quanto istituzione pedagogica, era una fase provvisoria prima e durante la pubertà che iniziava il ragazzo alla sua virilità ed era un modo di farlo uscire dal mondo delle donne. Ma questa fase era transitoria e non doveva durare. Se essa continuava, le leggi di Atene tolleravano, ma a volte anche sanzionavano la pedofilia e l’omosessualità, ed è per questo che Socrate è stato condannato. La riprovazione generale, che si esprimeva anche attraverso il disprezzo e l’irrisione, era a volte sanzionata con una condanna legale. A Roma l’omosessualità era relativamente tollerata nella relazione schiavo-padrone, poiché si trattava di una relazione di dominazione che non era accettata fra cittadini romani. Ma anche in questo caso, Seneca e il suo atleta di servizio erano ridicolizzati, una volta trascorso il tempo dell’iniziazione del giovane adulto. In realtà queste pratiche erano, anche là, talvolta represse e tal altra tollerate. Siamo passati da una forma di omosessualità e di pedofilia che erano dei riti di iniziazione per liberare il ragazzo e a volta la ragazza dall’universo materno, a una rivendicazione sociale che vuole iscriverla nella legge e formare una «coppia» e una «famiglia». Ciò che era impensabile e che lo rimane.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non è perché qualche paese autorizza il matrimonio e l’adozione da parte di persone omosessuali che ciò non fa più problema. Al contrario, il fatto di stravolgere il senso del matrimonio è una negazione della differenza sessuale e una grossa trasgressione che altera il legame sociale. Ciò ha per conseguenza di rendere la legge civile meno credibile e meno rispettabile, e i responsabili politici meno stimabili perché la legge non si fonda più su delle realtà oggettive ma su delle esigenze soggettive; cosa che accentua la violenza nella società. Non bisogna trascurare il fatto che il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso è una vera aggressione, per non dire uno stupro, di ciò che il matrimonio rappresenta. È un modo di disprezzare i cittadini e il bene comune dell’umanità riguardo all’alleanza fra un uomo e una donna.
Secondo studi seri effettuati negli Usa su una larga platea di soggetti, e non di natura militante come quelli realizzati da associazioni gay, i risultati indicano che i figli che vivono con degli adulti omosessuali presentano diversi disturbi psichici come l’ansietà, difficoltà relazionali coi loro pari, problemi di concentrazione e soprattutto soffrono una contraddizione fra l’esercizio della sessualità di questi adulti e l’origine del loro concepimento e della loro nascita. A lungo termine, essi provano un profondo malessere perché manca loro sia la dimensione materna, sia la dimensione paterna, il che rappresenta un costo psichico decisivo rispetto alla necessità di unificarsi e trovare la coerenza del proprio sé. Non basta nascondere questi problemi attraverso l’idea puramente sentimentale che «l’importante è amare e sapersi amati». Qui si tratta di un amore che non è della stessa natura di quello che c’è fra un padre e una madre. Il bambino ha bisogno di essere collocato nelle condizioni relazionali che sono quelle del rapporto fra un uomo e una donna, il che non avviene nel caso dell’omosessualità. La relazione in forma specchiata fra il sé e il simile non ha niente in comune con una relazione fondata sull’alterità sessuale. La società sbaglia strada imboccando questa direzione per quanto riguarda questi bambini che saranno vittime della ricerca di gratificazione di adulti che vogliono apparire uguali agli altri, mentre non si trovano nelle condizioni di essere veri genitori. È solo un modo per sentirsi accettati dagli altri, nel momento in cui alcuni di loro non riescono ad accettarsi veramente. La società gioca all’apprendista stregone sulle spalle dei bambini e delle generazioni future, aprendo loro un avvenire fatto di oscurità e di incoerenza. D’altra parte è per queste ragioni che le offerte di adozioni nel mondo crollano, poiché la maggior parte dei paesi che offrivano questa possibilità a uomini e donne sposati, rifiutano attualmente di affidare dei bambini a cittadini provenienti da paesi che hanno legalizzato il matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Lei definisce la nostra una “democrazia emotiva”? Quali evoluzioni prevede per essa?
Effettivamente ci troviamo in una “democrazia emotiva” caratterizzata dalla manipolazione della comunicazione politica, che può condizionare le folle tanto più facilmente in quanto le nostre società mancano di radicamento culturale e morale. L’identificazione delle masse coi messaggi dei mass-media è impressionante e non manca di diventare inquietante: certi media come la televisione sono diventati dei cervelli ausiliari che prendono il potere sullo spirito della gente. Ciascuno reagisce emotivamente ripetendo gli stessi clichés sviluppati dai media senza mai dimostrarsi capace di pensieri personali.
Va aggiunto che le rivendicazioni dei cittadini diventano sempre più soggettive in nome dei “diritti individuali” e degli interessi particolari. Al punto che i responsabili politici si ispirano sempre più ai costumi vigenti, ai fantasmi individuali e a quelli sessuali per legiferare, mentre non lo fanno più in funzione del bene comune e delle necessità oggettive. Ora, un fantasma riflette sempre una rappresentazione e un desiderio illusori, che rinviano alle complessità dell’inconscio e non ad un bisogno reale. Noi ci troviamo in un sistema che risponde alle emozioni primarie spesso tradotte attraverso dei sondaggi e dei movimenti di massa che ci estraniano dalla ragione delle cose. Più la democrazia diventa emotiva (soprattutto grazie all’aiuto della televisione che modella le immagini mentali) e più essa diventa totalitaria, ovvero lo spazio della libertà di pensare e di agire si riduce. Così una rappresentazione teatrale o un film, che non sono altro che produzioni immaginarie senza un rapporto autentico col reale, possono provocare sommovimenti in una società. L’arte della manipolazione raggiunge qui il suo culmine. È interessante vedere come, a partire dal dramma dell’Aids, si è voluto per anni dare un’immagine sempre più idealizzata dell’omosessualità, attraverso diverse sceneggiature messe in scena a teatro, al cinema, nelle serie televisive e nei romanzi. Il nemico della democrazia è l’emozione senza riflessione razionale. La democrazia si dà le apparenze della libertà di espressione, oggi da tutti rivendicata, ma lo fa per meglio metterle la museruola sulla base del pensiero dominante. Siamo liberi per giustificare e diffondere le idee che corrispondono allo spirito del tempo, ma il primo che assume un atteggiamento critico è sistematicamente privato della parola. Per esempio il dibattito sull’omosessualità diventa sempre più difficile, perché molto spesso vengono esclusi dalla discussione tutti coloro che non pensano secondo i clichés dominanti. Ci sono specialisti che non osano più esprimersi su queste questioni per paura del linciaggio mediatico, del processo per reato d’opinione e delle voci calunniose. A causa di ciò scambi più autentici hanno talvolta luogo dentro a universi catacombali come le conferenze pubbliche e le reti sociali, dove la censura non si impone e al di fuori dei media tradizionali, che filtrano e sceneggiano gli avvenimenti. Allo stesso modo diventa sempre più malsano avere dei rappresentanti politici che, per mantenersi al potere, finiscono per rinunciare alle loro convinzioni e diventano dipendenti dai costumi e dalle ideologie alla moda, senza esercitare il minimo discernimento intellettuale e morale. Essi navigano sulle idee del momento senza disporre di un sapere solido e di una vera colonna vertebrale del pensiero. A causa di ciò, prima dicono una cosa e qualche anno dopo affermano il contrario. Le nostre democrazie dovrebbero fondarsi di più su eletti della società civile che hanno una visione chiara del bene comune, e non su dei professionisti della politica che navigano a vista per legiferare come fanno oggi, secondo i costumi in voga. Bisognerebbe senz’altro non concedere più di due mandati quinquennali a ciascun eletto.
Nel suo ultimo libro lei scrive che «le personalità contemporanee sono povere e prive di risorse a causa di una carenza nell’educazione». Ma sostiene anche che non basta educare bensì occorre opporsi alle leggi ingiuste come hanno fatto i sostenitori della Manif Pour Tous in Francia. Perché?
Le personalità contemporanee sono marchiate da una crisi dell’interiorità e della trasmissione. Noi produciamo dei soggetti relativamente impulsivi che non hanno radicamento nella storia e li illudiamo che noi non sappiamo niente, che non abbiamo imparato niente e che bisogna ripartire da zero. Li rendiamo fragili e li facciamo regredire facendo loro credere, nella visione dell’onnipotenza narcisistica, che si può creare tutto, compreso il sesso che sarebbe lasciato alla libera scelta di ciascuno. Ora, l’identità sessuale non si crea: si riceve. Essa deve essere accettata e integrata nella propria vita psichica, non si può immaginare che la si possa costruire o che ci si possa dare un’altra identità secondo dei desideri immaginari. Nello stesso modo, l’educazione che lascia il ragazzo abbandonato a se stesso per scoprire i saperi attraverso i mezzi tecnologici contemporanei non lo aiuta a imparare sviluppando la sua memoria. Gli adulti talvolta fanno fatica a presentarsi come adulti di fronte a dei bambini e a degli adolescenti e ad esercitare l’autorità per iniziarli al senso delle cose e dare loro il senso dei limiti che permettono lo sviluppo della libertà. L’alcolizzazione dei giovani, l’uso di droghe e le dipendenze di tutti i tipi, a cominciare dai telefoni cellulari e internet, sono il sintomo di personalità che non sono psicologicamente autonome e che mancano di risorse interiori. Non educate al discernimento, esse funzionano in base al ritmo delle emozioni e dei clichés, in particolare sui problemi della società come quelli del rifiuto del matrimonio, della banalizzazione del divorzio e dell’omosessualità. Sono stato uno dei primi a dirlo negli anni Novanta e nel primo decennio del nuovo secolo, e ho constatato che i miei studi e i miei concetti sono stati ripresi largamente dai membri della Manif pour tous. Sì, bisogna opporsi alle leggi ingiuste perché esse sono contrarie al bene comune. Così per esempio voler sposare due persone dello stesso sesso è una corruzione del senso del matrimonio. Quest’ultimo è anzitutto il quadro dell’alleanza fra l’uomo e la donna in base all’alleanza dei sessi. Non si tratta anzitutto di una questione religiosa, ma di una questione antropologica che non è nella disponibilità del legislatore, poiché la coppia coniugale e la famiglia precedono lo Stato. Il matrimonio è riservato all’uomo e alla donna perché permette di associare e di riconoscere giuridicamente l’alleanza che si contrae fra due persone di sesso differente. Il matrimonio non è il riconoscimento dei sentimenti fra due persone, altrimenti ci si potrebbe sposare in qualunque condizione, ma la constatazione e la registrazione della volontà di un uomo e di una donna di fondare una comunità di vita e una famiglia. Non c’è alcuna dimensione coniugale e familiare nell’omosessualità. Assistiamo al furto degli attributi e dei simboli che appartengono all’unione di un uomo e di una donna per estenderli a un duo di persone dello stesso sesso, cosa che è inappropriata e che rappresenta un’illusione nel senso psicanalitico del termine.
Pare di capire che lei consideri un errore accettare leggi “di compromesso” come le unioni civili, che in Francia si chiamano Pacs. Perché?
I Pacs sono un’ipocrisia e un errore nel senso che si tratta di un matrimonio di serie B dotato della maggior parte dei benefici del matrimonio, eccetto il riconoscimento automatico della filiazione e dell’adozione. L’opinione pubblica è stata convinta ad accettare i Pacs come un male minore, mentre essi implicavano l’avvento prossimo del matrimonio fra due persone dello stesso sesso. Per contro, si sarebbe potuto prevedere nella legge un “Contratto di associazione di beni” aperto a tutti i cittadini senza distinzione, con certi vantaggi fiscali; soprattutto in materia di possesso di beni e di eredità.
Coi Pacs si è cominciato a confondere la realtà del matrimonio, cosa che ci ha portato oggi alla confusione e alla svalutazione del matrimonio fondato sulla differenza dei sessi. I Pacs sono fatti su misura per l’instabilità relazionale e per l’immaturità affettiva dell’epoca attuale. Si può anche ipotizzare che a partire dal momento in cui il matrimonio è aperto a persone omosessuali, si rischia che la gente non voglia più sposarsi perché l’immagine del matrimonio è così confusa e contraddittoria. Di più, è interessante notare che nella maggior parte dei paesi che hanno permesso il matrimonio fra persone dello stesso sesso, questi matrimoni diminuiscono anno dopo anno, fino a diventare inesistenti.
Detto in altre parole, abbiamo sconvolto il codice civile per far scomparire i termini uomo e donna, sposo e sposa, padre e madre, snaturando il matrimonio nell’interesse di un’infima minoranza di persone ed ecco che in questo campo di rovine della bella realtà del matrimonio ci troviamo nella confusione dei sentimenti e delle identità che hanno delle ripercussioni sulla vita affettiva e sessuale delle giovani generazioni. Da una parte fanno fatica ad accedere al senso dell’impegno matrimoniale, dall’altra sviluppano una vita affettiva e sessuale frammentata, sempre più dipendente da pulsioni sparse, in nome del primato degli orientamenti sessuali. È anche il caso della pornografia: anziché includere la vita sessuale nella dimensione relazionale della vita affettiva, si persegue un condizionamento pavloviano molto inquietante, nel quale l’erotismo personale scompare e bisogna semplicemente ripetere quello che si è visto, dimostrando un’attitudine mimetica primitiva. Per esempio il film “Cinquanta sfumature di grigio” incita le giovani donne a tornare a casa e a ripetere le stesse scene pornografiche (è quello che alcune dicono all’uscita dal cinema). Allo stesso modo, i Pacs e il matrimonio fra persone dello stesso sesso hanno un impatto sulla rappresentazione sociale della sessualità.
Cosa possiamo fare per i bambini, ai quali in Occidente si vuole imporre la teoria del gender sin dalla più tenera età? Cioè l’accettazione dell’indifferenza sessuale e del fatto che al posto di un padre e di una madre possano esserci due padri o due madri, e che tutto questo debba essere considerato giusto, democratico ed egalitario? Cosa si può fare, considerato che ovunque si sta cercando di istituire delle pene per quanti rifiutano questa ideologia? In Germania si rischia la prigione se non si mandano i figli ai corsi di educazione sessuale centrati sulla teoria del gender, in Italia sta per essere approvata una legge che punirà, in nome della lotta contro l’omofobia, tutti coloro che si esprimono pubblicamente in base alla terminologia della famiglia tradizionale e in base alle categorie della differenza dei sessi.
Bisogna proteggere i bambini e rifiutare che vengano sottoposti a un condizionamento, perché non esistono la famiglia tradizionale e la famiglia moderna o nuova, ma soltanto la famiglia costruita attorno a un padre e a una madre. Altrimenti smarriamo la razionalità e il senso della realtà. Effettivamente a partire dalla scuola materna si insegna ai bambini che esistono varie forme di famiglia. È successo che una bambina di tre anni, uscendo dalla scuola, abbia chiesto a sua madre perché lei non convivesse con una donna, perché aveva appena sentito dire che si possono avere due padri o due madri. Una cosa che è una menzogna sociale e un errore strutturale e antropologico. Un sistema ideologico nel quale si confonde ciò che è una famiglia fondata da un uomo e da una donna con diverse situazioni particolari che non partecipano alla definizione di famiglia. Ma che si vorrebbero trasformare in realtà normate alla pari delle altre. Questo è uno degli effetti della teoria del gender che vuole mettere tutti su di un piano di uguaglianza in nome dell’identità di genere che ciascuno si dà da sé e degli orientamenti sessuali. Qui ci troviamo al cuore di un totalitarismo che si manifesta sempre con lo stesso metodo, come nel caso del marxismo:
Si comincia col sottrarre i bambini all’influenza dei genitori per inculcare loro una visione nuova della sessualità e della famiglia.
Li si costringe a pensare al di fuori dalla realtà prevalente (la grande maggioranza delle persone vivono e si organizzano nella differenza sessuale e attorno alla differenza sessuale).
Si introducono delle leggi col pretesto di proteggere delle minoranze.
Si approfitta di fatti veri o inesistenti per istituire una legislazione repressiva.
Si applica una repressione giudiziaria che corrisponde a una vera polizia del pensiero.
Si crea così la paura e si ottiene che i cittadini pensino sulla base di “buone” idee e agiscono sulla base di “buone” pratiche. Altrimenti vanno in prigione.
Queste idee cominciano ad essere interiorizzate da cristiani che non capiscono la posta in gioco. Quando si sveglieranno, sarà troppo tardi. Abbiamo sperimentato questo errore di valutazione col marxismo, che ha influenzato certi membri della Chiesa, adesso rifacciamo lo stesso errore con l’ideologia del gender e con l’omosessualità.
In realtà ciò che in questione non è la persona dell’omosessuale, che deve essere sempre rispettata, ma il fatto di voler fare dell’omosessualità un principio politico a partire dal quale si ridefinisce la società attraverso la coppia, il matrimonio e la famiglia. Questa è una contraddizione, poiché l’omosessualità non è alla base di queste realtà e non può essere all’origine di istituzioni di cui la società ha bisogno per durare nella storia.
Bisogna porsi la domanda in modo realistico: a partire da quale tipo di sessualità la società si fonda, si organizza, dura nel tempo e contribuisce alla sua storia?
In occasione del suo viaggio apostolico in Asia, papa Francesco ha detto il 16 gennaio 2015, in occasione dell’incontro con le famiglie a Manila: «C’è un colonialismo ideologico che cerca di distruggere la famiglia. Ogni minaccia contro la famiglia è una minaccia contro la società». In tal modo ha messo in discussione i concetti di genere che mirano all’indistinzione sessuale e il matrimonio fra persone dello stesso sesso, che non ha niente a che fare col senso della vita coniugale e familiare. È per questo che non si può trattare la questione dell’omosessualità nello stesso modo sul piano individuale e su quello sociale, imponendo a partire da essa delle istituzioni sociali di cui essa non può essere all’origine, come la vita coniugale e familiare.
@frigeriobenedet
Traduzione di Rodolfo Casadei – Una parte di questa intervista è stata pubblicata sul numero 9/2015 del settimanale Tempi
lunedì 9 febbraio 2015
La guerra contro famiglia e vita comincia all'ONU di Stefano Fontana, 09-02-2015, http://www.lanuovabq.it/
Nel 2014 appena trascorso si era concluso il ventennio del programma fissato al Cairo nel 1994 sui “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”. Tra questi diritti ce ne sono alcuni di buoni, come per esempio l’accesso alle medicini anti Aids o la promozione dell’allattamento al seno, ma ce ne sono altri di malvagi come la contraccezione, la sterilizzazione, l’aborto e l’inclusione dei “nuovi diritti” LGBT. Secondo le Nazioni Unite gli obiettivi del Cairo non sono stati pienamente raggiunti, quindi l’Assemblea generale ha approvato il programma Cairo Beyond 2014, e lo ha collegato con gli Obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals) che scadono nel 2015. Il tutto viene rilanciato quindi fino al 2030.
Il collegamento tra obiettivi del Cairo ed Obiettivi del Millennio è un capolavoro strategico per i fautori dei “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”. Per una ragazza di un Paese povero poter accedere gratuitamente alla pillola del giorno dopo o all’aborto verrà considerato un diritto tale e quale poter frequentare la scuola o accedere all’acqua potabile. I cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi saranno equiparati ai diritti umani legati allo sviluppo.
Marguerite Peeters, in due articoli pubblicati sul “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ha ben spiegato come l’ONU vuole procedere nel quindicennio da qui al 2030 nel campo dei “nuovi diritti”.
Il primo punto è che si insisterà ancora più a fondo sulla contraccezione, puntando però in particolare sulla diffusione della pillola del giorno dopo che, secondo gli esperti ONU, finora non è stata adeguatamente promossa.
In secondo luogo, le Nazioni Unite e le sue agenzie si daranno da fare per inserire i nuovi diritti alla salute sessuale e riproduttiva nei diritti universali dell’uomo in quanto tali, in modo che gli Stati che non li rispettano possano essere denunciati e condannati e l’obiezione di coscienza impedita o addirittura vietata.
In terzo luogo, si è deciso di favorire un cambio culturale e religioso “dall’interno”, ossia coinvolgendo come partners le associazioni culturali e le famiglie religiose. La strategia è molto semplice ed astuta: siccome, come abbiamo visto, accanto a contraccezione ed aborto, l’agenda presenta anche obiettivi moralmente condivisibili, li si presenta come un pacchetto unico e così si ingaggiano anche le ong religiose o il volontariato missionario e nel frattempo si cambia dall’interno la loro visione a riguardo.
Infine, è previsto un ingresso massiccio nelle scuole, a cominciare da quelle dell’infanzia.
Come si vede, queste indicazioni che la Peeters ha estrapolato dai documenti ufficiali delle Nazioni Unite e dai Rapporti delle sue agenzie, dimostrano che quello che stiamo constatando a valle viene deciso a monte. E da chi? Da una casta di persone che non sono elette democraticamente in quanto o vengono designate dai governi o sono il frutto della burocrazia del Palazzo di Vetro. Una casta che decide l’etica mondiale ed elabora dei progetti finanziati da potenti Fondazioni private, da corporations globali o da gruppi farmaceutici internazionali.
La stessa Marguerite Peeters, nel suo libro recentemente pubblicato in Italia “Il gender. Una questione politica e culturale” (San Paolo) spiega molto bene che attorno ai Vertici come quello dal Cairo ruotano molti attori non governativi, «una potente rete di partner ideologicamente allineati … che ampliano in maniera esponenziale e capillare il campo di influenza e di applicazione delle sue norme. Scuole, movimenti femminili, autorità locali, sindacati, associazioni giovanili, Ong di sviluppo, organizzazioni caritative, media, ambulatori locali e istituzioni sanitarie, mondo della moda e del divertimento, circoli culturali, imprese, comunità religiose ecc. sono inesorabilmente esposti».
Con ciò il quadro è completo. Una volta si distingueva tra governo e governance. La Dottrina sociale della Chiesa parla della necessità di una autorità mondiale, ma l’ha sempre intesa come una governance e non come un governo, a parte la Nota sulla finanza pubblicata nel 2011 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace che però ha suscitato anche molte critiche. La parola governance ha sempre richiamato la pluralità sussidiaria. Ora però ci troviamo di fronte ad una governance che è peggio di un governo mondiale. Esiste una pianificazione centralizzata e poi diffusa e diramata. Si parla di consenso, ma si tratta di un consenso estorto con l’indottrinamento, le pressioni sugli Stati, l’omologazione dal basso, i ricatti verso i governi dei Paesi poveri e un fiume di denaro.
lunedì 19 gennaio 2015
INTERPELLANZA ALLA CAMERA DELL’ON. GIGLI SULLA PILLOLA DEL GIORNO DOPO, gen 19, 2015, http://www.siallafamiglia.it/
Pubblichiamo la discussione, avvenuta venerdì 16 gennaio nell’aula della Camera, riguardante l’interpellanza urgente dell’on. Gigli, cui ha risposto il sottosegretario alla Salute De Filippo, sulla c.d. pillola del giorno dopo. Va segnalato che le puntuali controindicazioni all’uso del “farmaco” dell’interpellante non solo non hanno trovato convincente e rassicurante replica da parte del governo, ma anzi sono rese più preoccupanti dalla considerazione in sede europea del prodotto come “da banco”, e quindi sfornito della verifica medica che avviene con la prescrizione.
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XVII LEGISLATURA
Resoconto stenografico dell’Assemblea
Seduta n. 364 di venerdì 16 gennaio 2015
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARINA SERENI
La seduta comincia alle 9,30.
Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 9,40).
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.
(Chiarimenti e iniziative in merito alla compatibilità del meccanismo d’azione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza con principi e norme dell’ordinamento – n. 2-00800)
PRESIDENTE. Passiamo all’interpellanza urgente Gigli n. 2-00800, concernente chiarimenti e iniziative in merito alla compatibilità del meccanismo d’azione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza con principi e norme dell’ordinamento (Vedi l’allegato A – Interpellanze urgenti).
Chiedo al deputato Gigli se intenda illustrare la sua interpellanza. Prego, onorevole.
GIAN LUIGI GIGLI. Grazie Presidente, buongiorno, questa interpellanza, come il sottosegretario sa, avrebbe dovuto già essere discussa la scorsa settimana e in qualche modo ora è datata ma ci consente tuttavia di tener conto almeno sia nella presentazione che nella risposta del fatto nuovo che si è venuto a determinare due giorni fa. Due giorni fa, infatti, la Commissione europea ha dato via libera alla richiesta che l’Agenzia europea di medicinali (EMA), aveva avanzato il 21 di novembre scorso di autorizzare la libera dispensazione del farmaco senza più ricetta medica.
Ora io nell’illustrare questa mia interpellanza le risparmierò tutta la puntuale e dettagliata argomentazione scientifica, che pure abbiamo descritto nel testo dell’interpellanza, augurandomi solo che i suoi funzionari l’abbiano tenuta in debita considerazione nel predisporre il materiale preparatorio per la sua risposta, e cercherò invece di arrivare al nocciolo, al cardine di questo problema.
Tutta questa vicenda ruota attorno a un duplice voluto equivoco ma è sostenuta, a mio avviso, da interessi economici e commerciali a dir poco giganteschi. Il duplice equivoco risiede in due, se vuole, affermazioni, due slogan: il primo è che la gravidanza è una malattia di fatto, non viene detto ma implicitamente così si assume; il secondo: la prevenzione della gravidanza non ha nulla a che fare con l’aborto. Ora sul primo punto non vale la pena nemmeno di diffondersi nel senso che è chiaramente una visione ideologica quella che vede la gravidanza come una malattia, non è mai stata così nella storia dell’umanità e quindi non ci spenderò nemmeno una parola.
Sul secondo punto però, la prevenzione della gravidanza non avrebbe a che fare con l’aborto, qui invece vale la pena spenderla una parola perché certamente questo non è vero per i farmaci anticoncezionali che per definizione prevengono il concepimento e quindi certamente non hanno nulla a che fare con l’aborto. Ma non è altrettanto vero laddove il farmaco agisca con un meccanismo post concezionale. Vi è infatti uno spazio fisiologico tra il concepimento e l’annidamento dell’embrione in utero. Ufficialmente si dice che la gravidanza comincia con l’annidamento dell’embrione in utero ma il concepito inizia la sua vita umana nel momento stesso del concepimento. Quindi vi è questo intervallo tra il concepimento e l’annidamento in utero che oggi in qualche modo si vorrebbe far diventare una sorta di terra di nessuno.
Allora parlare di prevenzione della gravidanza in questi casi, quando al farmaco viene invece richiesto di agire con un meccanismo post concezionale è una grossolanità se non vogliamo dire un falso di natura scientifica un po’ come quella storia che andava di moda tempo addietro, che poi è caduta in disuso, del cosiddetto pre embrione che sarebbe stata una cosa diversa dall’embrione. Oggi per fortuna nessuno ne parla più.
Ma al di là del falso scientifico, io credo che dietro questa terminologia che vuole trasformare in un effetto anticoncezionale del farmaco anche quello post concezionale ci sia di fatto però una contrarietà con le nostre leggi; voglio citare la legge n. 405 del 1975 quella sui consultori familiari, che finalizza la procreazione responsabile alla salute della donna e del prodotto del concepimento. Voglio citare la legge n. 40 del 2004 che benché demolita a colpi di magistratura tuttavia non è stata mai rimessa in discussione per quanto riguarda l’articolo 1 e che, a proposito di procreazione medicalmente assistita, proprio all’articolo 1 riconosce al concepito le stesse tutele che garantisce ai suoi genitori.
Voglio citare, infine, la legge n. 194 del 1978 che, pur permettendo in taluni casi l’aborto per tutelare la salute della madre, proclama la tutela della vita umana fin dal concepimento. Allora, detto tutto questo, io credo che bisogna smascherare il fatto, che adesso arriva alla sua estrema conseguenza di una libera prescrizione, senza più la ricetta medica, che EllaOne agisce soltanto attraverso un meccanismo di tipo antiovulatorio. Ripeto: non entro nel dettaglio dell’analisi scientifica che le abbiamo predisposto, ma credo che a riflettere e a interrogarsi su questo fatto basterebbe la constatazione che, mentre all’inizio del periodo fertile il potere antiovulatorio di EllaOne è altissimo – e questo lo riconoscono tutti – al picco del periodo fertile, invece, gli studi citati dalla stessa azienda, la HRA, nel report che ha portato alla prima autorizzazione, quella del 2009, e mai più smentiti, dicono che al picco del periodo fertile il potere antiovulatorio è mantenuto solo all’8 per cento, mentre il farmaco tuttavia riesce a prevenire la gravidanza nell’80 e passa per cento dei casi. Allora, se il potere antiovulatorio è solo dell’8 per cento e l’efficacia nell’evitare la gravidanza è di oltre l’80 per cento, qualcosa di diverso come meccanismo evidentemente deve esserci in funzione. E d’altronde anche uno sprovveduto capisce che, se una donna, per esempio, avesse un rapporto in periodo fertile oggi e concepisse domani e prendesse o dovesse prendere la pillola EllaOne dopodomani e questa funzionasse, evidentemente, visto che agisce per cinque giorni, non potrebbe essere per un meccanismo di tipo antiovulatorio.
Ora come funziona lo sappiamo: funziona in realtà contrastando il recettore per il progesterone e, quindi, impedendo al progesterone di preparare l’endometrio ad accogliere il concepito. È quello che si chiama, in parole povere, un effetto antinidatorio. Eppure nel foglietto illustrativo del farmaco di tutto questo non viene fatta alcuna menzione e, in questo modo, si impedisce alla donna ed al professionista di compiere delle scelte consapevoli e, quindi, pienamente libere. Ora, non dire questo nel foglietto illustrativo significa, a mio avviso, dare un’informazione parziale e fuorviante, che potrebbe addirittura incorrere in quelle sanzioni che la stessa Unione europea prevede nel caso di informazione sui farmaci di tipo ingannevole od omissivo. Voglio ricordare che c’è una direttiva della Commissione europea, la n. 29 del 2005, che proprio di questo parla, all’articolo 21 e all’articolo 22. Si tratta della direttiva relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno. Ma c’è di più, signor sottosegretario. Il nome chimico di EllaOne – lei ormai credo che lo sappia a memoria – è ulipristal acetato, che suona molto simile, non a caso, a mifepristone: pristal-pristone. Era il 2009 quando il Comitato per la valutazione dei farmaci ad uso umano dell’Agenzia del farmaco europea, l’allora EMEA ed oggi EMA, si occupò in un documento ufficiale, per la prima volta, della pillola dei cinque giorni dopo. I laboratori della HRA Pharma, l’azienda francese che la produce, richiesero l’autorizzazione per metterla in commercio e, come prassi, l’Agenzia per esprimersi dovette farlo con un rapporto dedicato.
Letto oggi, dopo l’annuncio shock che questa pillola dovrà essere venduta senza ricetta medica nelle farmacie di tutta Europa, questo rapporto del 2009, mai contraddetto e mai smentito, è destinato a sollevare dei pesanti interrogativi. Dopo pagine descrittive sull’impiego e gli effetti della pillola, a cui, come abbiamo detto e ripetuto, viene attribuito un semplice effetto antiovulatorio, compare un capitolo del tutto inaspettato. Lo leggo un attimo in inglese: «Off-label use as an abortifacient». Questo è il titolo nel rapporto, vale a dire, traducendolo in italiano: «Impiego fuori etichetta come abortivo».
La stessa HRA, cioè, segnalava che EllaOne potesse essere assunta anche per abortire, e questo ben oltre i cinque giorni dopo il presunto rapporto a rischio. Ora, se questo è vero, come è possibile che al farmaco venga riconosciuto esclusivamente un effetto antiovulatorio ? Ripeto, parlo solo della correttezza dell’informazione. E questo è talmente evidente proprio perché, come dicevo, l’ulipristal acetato e il mifepristone sono, nello stesso rapporto, indicati come farmaci equivalenti dal punto di vista dell’effetto abortivo.
Infatti, per abortire almeno fino a sette settimane bastano 200 mg di mifepristone, la Ru486, che equivalgono, quanto a efficacia sull’endometrio, a 200 mg di ulipristal non micronizzato. E siccome EllaOne contiene 30 mg per compressa di ulipristal micronizzato, che corrisponde a 50 mg di ulipristal non micronizzato, allora con quattro compresse, cioè con 120 mg di micronizzato, noi otteniamo un dosaggio equivalente ai 200 mg di Ru486, e questa non è contraccezione.
Non a caso, alla pagina 45 dello stesso rapporto, l’Agenzia del farmaco europea raccomanda, dietro consiglio della stessa azienda, nel 2009, di prestare attenzione da parte dei medici che prescrivono il farmaco e di effettuare un’indagine accurata – cito tra virgolette – «nei reparti di ginecologia dove arrivino donne con una diagnosi di aborto “spontaneo” incompleto», e addirittura suggerisce dei «registri delle prescrizioni», così da poter identificare gli effettivi casi di uso anomalo.
Tutto questo era vero nel 2009, l’azienda lo ha citato nel rapporto con cui è stata ottenuta l’autorizzazione: tutto questo è stato cancellato, smentito, dimenticato, non per il sopravvenire di nuove evidenze scientifiche, cosa che è sempre possibile in medicina, ma, torno a ripetere, esclusivamente per esigenze di natura commerciale.
Dall’altro ieri secondo l’EMA – e ci abbiamo messo il timbro non più dell’azienda, ma dell’Agenzia europea per il farmaco – il farmaco, dunque, non è un abortivo, non ha effetti collaterali rilevanti e può essere acquistato senza alcuna prescrizione medica. Ora, è evidente che, se una donna si recasse in quattro farmacie diverse, potrebbe tranquillamente comprarsi quattro pillole, o nella stessa farmacia in giorni diversi, e fare un aborto anche alla settima settimana di gravidanza con questo farmaco.
PRESIDENTE. Concluda.
GIAN LUIGI GIGLI. Vado a concludere. In questo modo io ritengo che si ingannino la popolazione e, in particolare, le adolescenti, che ricorrono massicciamente a questo farmaco, ma, soprattutto, si violino le leggi del nostro Stato che finalizzano la procreazione responsabile alla tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento, e perfino la legge n. 194 del 1978, che vieta l’aborto clandestino.
La donna può decidere consapevolmente di abortire secondo le condizioni previste dalla legge, ma non può assumere un farmaco che sia abortivo facendole credere che in quel modo sta soltanto evitando il concepimento. Se mi permette una battuta, è il bugiardino, in questo caso, ad essere davvero bugiardo, visto che tace informazioni estremamente gravi.
Ora tocca all’Aifa e al Ministero della salute valutare questi dati: finora EllaOne nel nostro Paese è stata prescritta da un medico e dopo l’esecuzione di un test di gravidanza, proprio per evitare possibili aborti. In base a una direttiva europea, gli Stati in cui vigono legislazioni nazionali che vietano o limitano la vendita o l’uso di medicinali a fini contraccettivi o abortivi possono rifiutarsi di adottarli. È la direttiva del 2001.
PRESIDENTE. Deve concludere.
GIAN LUIGI GIGLI. Ho finito. Chiedo al Sottosegretario quale sarà l’atteggiamento che il suo Ministero vorrà avere in questa materia.
PRESIDENTE. Grazie. Il sottosegretario di Stato per la salute Vito De Filippo, ha facoltà di rispondere.
VITO DE FILIPPO, Sottosegretario per la salute. Signora Presidente, onorevole Gigli, vi è stato un lungo approfondimento della parte introduttiva dell’interpellanza che lei ha presentato, che è una lunghissima sequenza di dati scientifici con i quali abbiamo provato a confrontarci puntualmente in questi giorni. Proprio in merito alla problematica in esame, preliminarmente l’Agenzia italiana del farmaco ha precisato questi primi elementi. La specialità medicinale ellaOne (unipristal acetato), come lei ha più volte riferito, è stata autorizzata dall’Agenzia regolatoria europea EMA, con procedura centralizzata il 15 settembre 2009, ed inserita nel registro comunitario dei medicinali in confezione da 30 milligrammi (titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio – come ha più volte riferito anche lei – è l’HRA Pharma, questa azienda francese) e ne è stata definita, a livello nazionale, la classificazione di rimborsabilità nella classe C e il regime di fornitura, con prescrizione con ricetta medica da rinnovare volta per volta, in data 8 novembre 2011. Questo farmaco è indicato come contraccettivo di emergenza, da assumere entro 120 ore (5 giorni) da un rapporto non protetto o dal fallimento di altri contraccettivi. Il principio attivo di ellaOne, l’ulipristal acetato che è stato citato, agisce da modulatore del recettore del progesterone: il farmaco, legandosi ai recettori ai quali normalmente si lega il progesterone, inibisce all’ormone di esercitare il suo effetto definitivo. Attraverso la sua azione sui recettori del progesterone, ellaOne impedisce la gravidanza principalmente mediante la prevenzione o il ritardo della stessa ovulazione.
In fase di rilascio di AIC, l’uso di ellaOne in gravidanza è stato inizialmente controindicato, e per tale ragione in Italia, anche in adesione al parere del Consiglio superiore di sanità del 14 giugno 2011, la prescrizione del farmaco è stata subordinata alla presentazione di un test di gravidanza ad esito negativo, basato sul dosaggio delle beta HCG, al fine di escludere la presenza di una gravidanza in atto e quindi di evitare ogni possibile danno per il feto.
Ciò premesso, in data 7 gennaio 2015, la Commissione europea, come ha nuovamente citato anche lei, ha approvato la proposta di variazione dell’AIC, sulla quale il Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA aveva dato parere positivo, per la modifica del regime di fornitura di ellaOne da «medicinale soggetto a prescrizione medica» a «medicinale non soggetto a prescrizione medica», con contestuale eliminazione della gravidanza dalla lista delle controindicazioni all’uso del medicinale stesso. Va precisato che questo parere positivo non è stato reso all’unanimità, bensì a maggioranza: 21 votanti su 31, e che l’Italia ha espresso – unitamente a Stati come la Germania, la Polonia, la Lituania, la Croazia e l’Ungheria – il proprio parere contrario sotto il profilo della sicurezza dell’uso del farmaco, in considerazione della contestata mancanza di dati scientifici sufficienti per trarre conclusioni certe circa l’assenza di effetti fetotossici o teratogenetici.
Come noto, nell’ambito delle procedure centralizzate e nel rispetto delle disposizioni comunitarie (e specificamente l’articolo 14, paragrafo 10, del Regolamento CE n. 726/2004, che a sua volta richiama l’articolo 70 della Direttiva n. 2001/83/CE), il Comitato per i medicinali ad uso umano è tenuto ad includere nel suo parere i criteri di prescrizione del medicinale oggetto della procedura. Il parere definitivo del Comitato viene poi trasmesso dall’EMA alla Commissione europea per l’approvazione della definitiva decisione. Nella fattispecie in esame – è stato ricordato – il parere del Comitato è stato confermato dalla Commissione europea, che pertanto ha accolto la richiesta di variazione da «medicinale soggetto a prescrizione medica» a «medicinale non soggetto a prescrizione medica». A livello nazionale, ai sensi dell’articolo 87 del decreto legislativo n. 219/2006, l’AIFA dovrà comunque valutare la prevedibile istanza da parte dell’azienda titolare dell’AIC di ellaOne, previa acquisizione del parere della Commissione tecnico-scientifica della stessa Agenzia.
Ricostruito così il quadro fattuale e normativo, vorrei ringraziare gli onorevoli interpellanti per aver sollevato una tematica che presenta profili di particolare delicatezza con riguardo alla tutela della salute della donna. Proprio per tale ragione, si ritiene necessario rimettere nuovamente la questione al Consiglio superiore di sanità che, peraltro, come sopra riferito, aveva già espresso il proprio parere sul medicinale in esame. Più in particolare, la questione sarà rimessa al Consiglio affinché approfondisca i profili di sicurezza del medicinale e si esprima nuovamente alla luce della intervenuta variazione a livello comunitario.
L’AIFA, per i profili di competenza, sottoporrà la questione alla propria commissione tecnico-scientifica, che sta esaminando in maniera approfondita ogni aspetto correlato alla sicurezza dell’uso del farmaco in automedicazione, ovvero «prodotto da banco», in quanto in tal caso lo stesso potrebbe divenire liberamente acquistabile.
All’esito degli approfondimenti tecnici, si valuterà, anche alla luce del combinato disposto degli articoli 1, comma 1, lettera b), della legge n. 405 del 1975, che lei ha più volte citato nella sua interpellanza urgente, e 2, ultimo comma, della legge n. 194 del 1978, e dell’articolo 4, paragrafo 4, della direttiva europea n. 83 del 2001, così come richiamato dall’articolo 13 del regolamento dell’Unione Europea n. 726 del 2004, se ricorrano o meno le condizioni per la dispensazione del medicinale in questione su prescrizione medica.
PRESIDENTE. Il deputato Gigli ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.
GIAN LUIGI GIGLI. Grazie Presidente. Io la ringrazio davvero, signor sottosegretario, perché la sua risposta è stata certamente precisa ed esauriente.
Vorrei però citare alcune cose che sono emerse da quello che lei ci ha detto: lei ha riconosciuto giustamente che il farmaco è un modulatore del recettore del progesterone. Ora, dire questo significa ammettere implicitamente che il farmaco può avere – dipende da quando è assunto ovviamente e dalla fase del ciclo in cui è assunto – un effetto antinidatorio perché il progesterone non serve soltanto al picco dell’ovulazione, ma serve anche a formare poi l’endometrio, in maniera tale da poter accogliere l’embrione.
Ora, se dovesse andare avanti così – io mi auguro che così non sia e sono contento di quello che lei ha detto – noi ci troveremmo nella condizione nella quale, senza alcun fatto nuovo scientifico accaduto nel frattempo, un’azienda chiede di commercializzare in maniera indiscriminata un farmaco, per il quale, a questo punto, non servirebbe più non solo la ricetta del medico, ma nemmeno il farmacista. Potrebbe bastare il commesso di una parafarmacia e dopodomani, se vendessimo i medicinali da banco nei supermercati, potrebbe bastare pure la cassiera del supermercato, dopo che uno se l’è preso da sé. Questo significherebbe in effetti – come lei stesso ha detto – non curarsi della salute delle donne. Questo farmaco è una bomba ormonale e nessuno di noi conosce al momento i rischi di eventuali somministrazioni ripetute, soprattutto quando esse hanno a che fare col corpo di adolescenti la cui vita ormonale è ancora in formazione e che potrebbero – proprio perché ritenuto il meccanismo più facile anticoncezionale, e anticoncezionale non è – servirsene anche a ripetizione.
Io credo che una minorenne potrebbe arrivare a prendere, a differenza di altri farmaci per i quali serve la ricetta e non possono essere dati ai minorenni, questo farmaco tranquillamente superando anche la potestà genitoriale e potrebbe farlo – lo ripeto – senza alcuna considerazione per il proprio corpo e per la propria salute. Chi potrà escludere – dicevo – che una ragazzina possa usarlo infine anche effettivamente per un aborto solitario, cioè per riportare l’aborto nelle condizioni di clandestinità dalle quali la stessa legge n. 194 ha voluto sottrarlo ?
Ora, per limitare i danni, io credo che sia necessario, nel rispetto dell’anonimato, garantire almeno la tracciabilità dei prodotti venduti come contraccettivi cosiddetti di emergenza specie alle minori. Questo non elimina certamente la questione educativa, ma segnalando almeno i casi di uso troppo frequente, si disporrà almeno di uno strumento in più, evitando di lasciare le adolescenti sole.
Un’ultima domanda, però, mi sia consentita, sottosegretario: se dovessero verificarsi poi dei danni alla salute di queste donne e qualcuno cominciasse ad avviare azioni legali di rivalsa, chi sarebbe responsabile a questo punto dell’informazione parziale, omissiva o ingannevole ? Sarebbe responsabile l’EMA ? Sarebbe responsabile l’AIFA ? O chi ha altro sarebbe responsabile ? Non è che alla fine arriverebbe tutto addosso al Servizio sanitario nazionale ?
In fine, lei stesso l’ha richiamata, esiste la possibilità che l’Italia si sottragga, ai sensi dell’articolo 4, comma 4, della direttiva 2001/83/CE, alla procedura centralizzata. Infatti, in questo articolo 4, comma 4, si dice che la stessa direttiva non osta all’applicazione di leggi nazionali che vietano o limitano la vendita, la fornitura o l’uso di medicinali a fini contraccettivi o abortivi.
Concludendo, volevo suggerirle, in coda al mio discorso, ma lei mi ha preceduto, di operare una pausa di riflessione, di portare la questione, come abbiamo fatto per Stamina, se lo ricorda il sottosegretario De Filippo, all’attenzione del Consiglio superiore di sanità. Lei mi ha anticipato, lo ripeto, ed ha accolto questo invito. Io sono quindi soddisfatto e mi auguro che questa pausa di riflessione avvenga, davvero, sulla base dei dati scientifici e non sulla base delle pressioni commerciali che hanno a che fare con gli interessi di una grossa multinazionale, ma certamente non hanno a che fare con la salute delle donne e tanto meno hanno a che fare con il rispetto del concepito.
ALLEGATO C)
Chiarimenti e iniziative in merito alla compatibilità del meccanismo d’azione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza con principi e norme dell’ordinamento – 2-00800
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
lo Stato italiano, attraverso le sue leggi, finalizza la procreazione responsabile alla tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento (all’articolo 1, comma 1, lettera c), della legge n. 405 del 1975). Questa tutela è ribadita anche all’articolo 1, comma 1, della legge n. 194 del 1978 che, pur permettendo l’aborto in casi che dovrebbero essere eccezionali, proclama la tutela della vita umana dal suo inizio, cioè dal concepimento e non dall’inizio della «gravidanza» (che l’Organizzazione mondiale della sanità, per convenzione, fa decorrere dall’impianto in utero). La legge n. 40 del 2004, da ultimo, all’articolo 1, comma 1, riconosce al concepito nelle procedure di fecondazione assistita le tutele che garantisce ai suoi genitori (passaggio mai modificato da alcuno dei numerosi interventi della Corte costituzionale);
è quindi importante sapere se i farmaci utilizzati per la contraccezione d’emergenza, il Levonorgestrel (LNG, Norlevo) e l’Ulipristal Acetato (UPA, ellaOne), agiscano sempre prevenendo il concepimento o anche attraverso altri meccanismi di azione e se il loro uso sia, di conseguenza, sempre compatibile con le leggi e, prima ancora, con i princìpi che le fondano;
un’informazione corretta sul meccanismo d’azione di questi farmaci appare dunque doverosa ed è presupposto indispensabile perché siano pienamente liberi sia il consenso informato al loro utilizzo da parte della donna, sia la scelta professionale del medico in merito alla loro prescrizione;
la libertà di coscienza del medico e di tutti gli operatori sanitari è un bene costituzionalmente rilevante ed essa non può prescindere da un’informazione corretta (Cnb pronunciamento 12 luglio 2012);
per contraccezione d’emergenza si intende l’assunzione di farmaci a seguito di un rapporto sessuale non protetto avvenuto nel periodo fertile del ciclo mestruale e cioè nei 4-5 giorni che precedono l’ovulazione e nel giorno dell’ovulazione stessa: solo in tali giorni, infatti, il muco cervicale consente il passaggio agli spermatozoi. Fra essi, il giorno più fertile, cioè quello in cui la probabilità di concepire è più alta, è il giorno che precede l’ovulazione, seguito dal giorno ancora precedente e dal giorno stesso dell’ovulazione. In questi tre giorni è anche massima l’incidenza di rapporti sessuali, sia protetti, sia non protetti;
assumere questi farmaci costituisce un tentativo estremo che si trova a fare i conti con il fatto che, grazie al muco fertile, gli spermatozoi hanno già attraversato il collo dell’utero e in buona parte hanno anche già raggiunto la tuba e che l’ovulazione è ormai prossima;
per evitare che clinicamente compaia una gravidanza si può impedire in extremis che avvenga l’ovulazione e cioè prevenire il concepimento, oppure fare in modo che il figlio concepito non trovi all’interno dell’utero il terreno accogliente di cui ha bisogno;
la differenza sostanziale fra le due ipotesi è chiara: nel primo caso non si giunge al concepimento, nel secondo viene attivamente soppresso l’embrione ancora prima che si manifesti la sua presenza;
i farmaci attualmente utilizzati nella contraccezione d’emergenza sono il Levonorgestrel (LNG, Norlevo), un potente progestinico sintetico, e l’Ulipristal Acetato (UPA, ellaOne), un potente antiprogestinico sovrapponibile per caratteristiche chimiche al Mifepristone (RU486, Myfegyne);
l’azienda produttrice (HRA Pharma), la Food and Drugs Administration degli Stati Uniti (USFDA), l’Agenzia europea dei medicinali (EMA), le più rappresentative società scientifiche internazionali e nazionali dei ginecologi sostengono e divulgano che i contraccettivi d’emergenza prevengono o ritardano l’ovulazione e quindi impediscono il concepimento, senza interferire in alcun modo con l’annidamento;
la realtà dei fatti che si evince dagli studi sperimentali è, invece, profondamente diversa;
per tutti i riferimenti bibliografici riguardanti tali studi, si rimanda alla position paper della SIPRe – Società italiana procreazione responsabile – al sito: http://www.sipre.eu;
gli studi sperimentali, inclusi quelli che hanno portato all’approvazione dei due farmaci, evidenziano che Norlevo ed ellaOne non sono in grado di prevenire con certezza il concepimento, se non quando vengano assunti proprio all’inizio del periodo fertile. Nei giorni fertili successivi, infatti, e soprattutto nei giorni più prossimi alla liberazione dell’ovocita, questi farmaci non hanno più alcun effetto sull’ovulazione e sul concepimento, mentre rendono l’endometrio inospitale per l’embrione. I giorni fertili più prossimi all’ovulazione sono, peraltro, i giorni più fertili del ciclo mestruale e sono anche quelli in cui statisticamente sembrano concentrarsi il maggior numero di rapporti sessuali e in cui si verificano il maggior numero di concepimenti;
per quanto riguarda Norlevo, ogni compressa contiene 1.5 mg di Levonorgestrel, da assumersi per via orale in unica dose. Il farmaco viene presentato come contraccettivo di emergenza da utilizzare entro 72 ore dal rapporto sessuale non protetto, evidentemente avvenuto in uno dei giorni fertili pre-ovulatori. L’efficacia del trattamento, tuttavia, sembra persistere fino a 96 ore senza riduzione significativa;
la Federazione internazionale dei ginecologi e ostetrici (FIGO) e il Consorzio internazionale per la contraccezione d’emergenza (ICEC) nei loro statement ufficiali congiunti del 2008, del 2011 e del 2012, «How do Levonorgestrel-only emergency contraceptive pills (LNG ECPs) work to prevent pregnancy?», affermano che il Levonorgestrel agisce posticipando o inibendo l’ovulazione e che quindi previene il concepimento senza interferire con l’annidamento di un embrione eventualmente concepito;
in realtà, proprio dagli studi citati a sostegno di queste affermazioni, appare evidente che la maggioranza delle donne studiate ovula regolarmente quando assume il farmaco nella fase pre-ovulatoria avanzata, che comprende anche i giorni più fertili del ciclo. Gli studi citati, oltre a evidenziare che le donne ovulano, dimostrano anche che in queste stesse donne il Levonorgestrel – somministrato nel periodo fertile pre-ovulatorio – impedisce la formazione di un corpo luteo adeguato, rendendo insufficiente la produzione di quegli ormoni (progesterone in particolare) che hanno il compito di preparare l’endometrio all’impianto. Ne consegue l’impossibilità per l’embrione di annidarsi;
va segnalato, tuttavia, che LNG, assunto nei giorni fertili, è comunque molto efficace: esso previene il 70 per cento delle gravidanze, pur essendo incapace di inibire l’ovulazione proprio nei giorni più fertili del ciclo, quelli in cui si concentrano il maggior numero di rapporti e di concepimenti. In uno studio, in particolare, oltre il 70 per cento delle pazienti trattate con Norlevo nei giorni fertili pre-ovulatori ovularono normalmente al momento previsto, senza però che poi comparisse alcuna gravidanza a seguito dei rapporti sessuali non protetti. Evidentemente la ragione del successo del Norlevo risiede in altro: le modificazioni indotte nell’endometrio che lo rendono inadatto all’annidamento dell’embrione;
gli studi di coorte, a ulteriore conferma, dimostrano con estrema chiarezza che è proprio la somministrazione del Levonorgestrel nel periodo pre-ovulatorio a impedire che compaiano gravidanze clinicamente evidenti e, dal momento che l’ovulazione non viene impedita e il concepimento può normalmente seguire, l’effetto contraccettivo sarà necessariamente post-concezionale;
malgrado tali evidenze, gli esperti della Figo sostengono che il Levonorgestrel non impedisce l’annidamento e lo esplicitano in tutte le successive edizioni degli statement. Per dimostrarlo si rifanno a due studi che utilizzano colture di tessuto endometriale prelevato da donne fertili con cicli normali, che non avevano ricevuto alcun trattamento ormonale;
in particolare, nei due studi citati vengono utilizzate colture da endometrio luteale prelevato cinque giorni dopo l’ovulazione, cioè nel periodo di sua massima recettività. In questo endometrio del tutto ospitale vengono impiantati embrioni. La presenza in coltura del Levonorgestrel consentirebbe l’impianto del 45 per cento degli embrioni;
anche volendo accettare che il Levonorgestrel, aggiunto in coltura, non interferisca con l’annidamento, va ribadito, tuttavia, che in questi studi viene utilizzato endometrio normale ottenuto da pazienti che non avevano assunto alcun trattamento ormonale; non si utilizza endometrio prelevato da pazienti trattate con Levonorgestrel nei giorni fertili pre-ovulatori. La sola cosa che questi studi consentono di affermare è che il Levonorgestrel, somministrato cinque giorni dopo il concepimento, in piena e normale fase luteale, non impedisce un annidamento che sia già in corso; ma non sono certo questi i giorni in cui viene raccomandato il ricorso alla contraccezione d’emergenza;
per quanto riguarda ellaOne, ogni compressa contiene 30 mg di Ulipristal Acetato nella sua forma micronizzata, da assumersi per via orale in unica dose. È unanimemente riconosciuto che 30 mg di UPA micronizzato equivalgono a 50 mg di UPA non micronizzato, il principio attivo somministrato in capsule di gelatina che era stato utilizzato nelle precedenti sperimentazioni cliniche;
l’azienda produttrice, HRA Pharma, sostiene che ellaOne, somministrato nel periodo fertile del ciclo mestruale, abbia la capacità di posticipare l’ovulazione e quindi impedisca l’incontro di uovo e spermatozoo. Il farmaco avrebbe la capacità di inibire l’ovulazione e di differirla di cinque giorni anche quando venisse assunto immediatamente prima dell’ovulazione, e agirebbe con efficacia immutata anche se assunto fino a cinque giorni dopo il rapporto non protetto;
questa posizione ufficiale, che si basa su un unico studio che valuta l’effetto di ellaOne sull’ovulazione, quello di Brache appena citato, è fatta propria in toto e così divulgata da ICEC e FIGO (http://sigo.it);
benché il numero di donne valutate sia esiguo, solo 34, esse vengono considerate dapprima complessivamente e quindi stratificate in tre gruppi a seconda che ricevano Ulipristal prima che LH inizi ad aumentare (inizio del periodo fertile), oppure durante la fase di incremento di LH, (secondo-terzo giorno fertile del ciclo) o, ancora, dopo che il picco di LH è stato raggiunto: le 24-48 ore pre-ovulatorie e giorno dell’ovulazione, corrispondenti agli ultimi giorni, i più fertili, del ciclo mestruale;
la valutazione complessiva evidenzia che l’assunzione di ellaOne nel periodo fertile del ciclo mestruale inibisce o posticipa l’ovulazione complessivamente nel 58,8 per cento delle donne. Questo significa che il 41,2 per cento delle donne trattate nel periodo fertile ovulano regolarmente e possono concepire;
la successiva valutazione dell’efficacia anti-ovulatoria di ellaOne in relazione al momento di assunzione del farmaco, nelle tre diverse fasi del periodo fertile, evidenzia che l’ovulazione risulta costantemente ritardata soltanto nelle otto donne trattate all’inizio del periodo fertile. Se l’ormone LH ha già iniziato a crescere l’ovulazione è ritardata nel 78 per cento dei casi: in undici donne su quattordici (tre donne ovulano e possono concepire). Nelle pazienti in cui il picco di LH è già stato raggiunto l’ovulazione è ritardata in un solo caso su dodici: il 92 per cento delle donne studiate ovula e può dunque concepire;
l’autrice stessa dell’articolo, nel paragrafo dei risultati, precisa che al picco di LH, uno-due giorni prima dell’ovulazione, il farmaco non ha più alcuna capacità di impedirla e funziona esattamente come un placebo. Si tratta, come detto, dei giorni più fertili del ciclo, quelli in cui si verifica il maggior numero di concepimenti; i giorni nei quali un farmaco con una efficacia «contraccettiva» costantemente superiore all’80 per cento dovrebbe inibire l’ovulazione con la massima efficacia se il suo effetto fosse riconducibile a una azione anti-ovulatoria;
è dimostrato invece, come si è visto, che ellaOne, assunto nel periodo più fertile del ciclo e cioè uno-due giorni prima dell’ovulazione, non agisce con meccanismo anti-ovulatorio. La sua capacità di inibire l’ovulazione, infatti, è massima (100 per cento) solo all’inizio del periodo fertile; successivamente si riduce in modo rapido e progressivo fino a quasi azzerarsi (8 per cento) nei due giorni pre-ovulatori. Nonostante questo, la sua efficacia, superiore all’80 per cento, non si riduce nel tempo: sia che il farmaco sia assunto nel primo giorno dopo il rapporto a rischio, sia che esso sia assunto invece nel secondo, nel terzo, nel quarto o addirittura nel quinto giorno dopo il rapporto stesso, l’efficacia nel prevenire la gravidanza indesiderata si mantiene costantemente elevata;
se il meccanismo contraccettivo fosse davvero correlato all’inibizione dell’ovulazione ci si attenderebbe un progressivo calo della sua efficacia col passare dei giorni, man mano che il momento dell’ovulazione si approssima. Invece l’efficacia di ellaOne rimane costantemente elevata. Ciò evidenzia che il meccanismo contraccettivo va ricondotto ad altro, in particolare alla sua azione di inibizione dell’endometrio;
l’assunzione di una sola dose di Ulipristal, infatti, altera profondamente la recettività del tessuto endometriale, sia che essa avvenga a metà della fase follicolare, prima ancora che inizino i giorni fertili, sia che essa avvenga a metà ciclo nei giorni immediatamente successivi all’ovulazione (a concepimento avvenuto), sia che essa avvenga, infine, a metà della fase luteale, proprio nei giorni in cui l’embrione dovrebbe annidarsi;
l’effetto inibitorio sulla maturazione dell’endometrio è diretto ed è legato all’inibizione dei recettori tissutali per il progesterone (è esattamente lo stesso meccanismo con cui agisce la pillola RU486). In sostanza, ellaOne occupa quelle strutture cellulari alle quali il progesterone dovrebbe legarsi per poter espletare la sua funzione pro-gestazione. Il progesterone è presente ma non può agire, venendo meno così l’espressione di quelle proteine che rendono l’endometrio ospitale e l’organismo materno accogliente nei confronti del figlio;
questi effetti sono sovrapponibili a quelli osservati dopo somministrazione di Mifepristone (RU486), la pillola utilizzata per interrompere la gravidanza, ma UPA è efficace a dosaggi ancora inferiori;
questa inibizione si osserva anche quando alla donna vengono somministrati dosaggi di Ulipristal sensibilmente più bassi di quanto è contenuto nella pillola ellaOne: per rendere l’endometrio ostile all’embrione bastano dosi anche cinque volte inferiori a quelle assunte, con scarso successo, a fini anti-ovulatori. È documentato, infatti, che la soglia di farmaco sufficiente per alterare l’endometrio è inferiore a quella richiesta per interferire col normale sviluppo dei follicoli ovarici. Negli studi sperimentali, già alle dosi di 50 e 100 mg, UPA non micronizzato determina una riduzione nello spessore endometriale e un incremento dei recettori progestinici (che indicano il prevalere dell’effetto estrogenico), effetti che impediscono l’annidamento dell’embrione;
quanto a ellaOne, la cui compressa contiene 30 mg di UPA micronizzato, occorre ribadire che tale dose equivale esattamente ai SO mg di UPA non micronizzato che sono stati somministrati nello studio della Stratton e che, di conseguenza, non può che avere gli stessi effetti anti-annidamento sull’endometrio;
con ellaOne, dunque, l’endometrio sarà sempre inospitale ed ogni volta che avverrà un concepimento l’embrione, inevitabilmente, non potrà sopravvivere;
in sintesi, le donne che assumono Ulipristal dopo un rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo prevalentemente ovulano e possono concepire. Gli spermatozoi saranno già entrati e l’uovo viene liberato: nulla osta al concepimento. L’endometrio, però è irrimediabilmente compromesso, indipendentemente dal momento in cui Ulipristal venga assunto;
d’altra parte, la grande e reclamizzata novità di ellaOne, presentata come «la pillola dei cinque giorni dopo», è proprio quella di essere totalmente efficace anche se presa cinque giorni dopo il rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo. Se immaginiamo un rapporto sessuale avvenuto il giorno prima dell’ovulazione, con il concepimento entro le successive 24 ore (e quindi 48 ore dopo quel rapporto sessuale), come potrà invocarsi un’azione anti-ovulatoria e anticoncezionale per un agente chimico assunto con immutata efficacia fino a cinque giorni da quel rapporto e quindi fino a quattro giorni dopo l’ovulazione e fino a tre giorni dopo il concepimento ? Si avrà esclusivamente un’azione anti-annidamento;
è evidente da tutte le considerazioni esposte che questi farmaci agiscono prevalentemente impedendo l’annidamento dell’embrione in utero, ma questo effetto non è compatibile, come si è detto all’inizio, con i principi fondamentali su cui si fondano le nostre leggi e la nostra stessa Costituzione;
nel recente documento «Levonorgestrel and Ullpristal remain suitable emergency contraceptives for all women, regardless of bodyweight» (EMA/631408/2014), rilasciato dall’EMA il 30 settembre 2014 a seguito della «Artiche 31 referral procedure» relativa all’efficacia dei contraccettivi di emergenza nelle donne in sovrappeso, si è preteso di confermare per i contraccettivi di emergenza il solo meccanismo d’azione anti-ovulatorio. In quel documento, alla fine del capitolo diretto ai medici «Information to healthcare professionals», sono riportate sei voci bibliografiche. La referenza n. 6 di pagina 3 richiama, attualizzandolo, un precedente documento dell’EMA: «CHMP Assessment Report for Ellaone» (EMEA-261787-2009), dal quale si evince che EMA è ben consapevole del fatto che:
a) l’efficacia di Ulipristal Acetato (UPA) e l’efficacia del Mifepristone (RU486) nell’interrompere la gravidanza nei primati sono equivalenti (pag. 10);
b) nella contraccezione d’emergenza «alterazioni dell’endometrio possono contribuire all’efficacia di Ulipristal» (pagina 23), riconoscendosi così un meccanismo d’azione post-concezionale che, tuttavia, non viene mai riportato nel foglietto illustrativo di ellaOne;
c) è concreta la possibilità che UPA sia utilizzato off-label per interrompere la gravidanza, ma non si riesce a immaginare come ciò possa essere evitato, se non, forse, attraverso un attento controllo delle prescrizioni (pagina 45) (quelle prescrizioni che EMA propone di eliminare);
sono dati noti già dal 2009, epoca d’iniziale approvazione del prodotto ellaOne con procedura centralizzata EMA. Già da allora EMA sapeva cose che non ha ritenuto opportuno comunicare;
i tre studi sull’endometrio che in questa interrogazione sono citati (due della Stratton e uno della Passaro) sono gli stessi richiamati nel documento EMA del 2009, esattamente a pagina 22: la sigla che li individua nella sperimentazione HRA Pharma è «HRA2914» seguita dal numero specifico. Sulla loro base è espressa la conclusione di pagina 23 che ammette un verosimile effetto post-concezionale, mai comunicato nei documenti informativi ufficiali;
non sono seguiti, negli anni successivi, altri studi sperimentali. Tutti tre gli studi – evidentemente non superati – evidenziano che per deprimere l’endometrio e renderlo inospitale bastano dosaggi di Ulipristal Acetato largamente inferiori a quelli contenuti in ellaOne (Stratton «HRA2914-505». Human Reproduction 2000; 1092-1099, si veda pagina 1098, primo paragrafo della discussione). Ma questi studi evidenziano anche che, quanto a capacità di inibire la maturazione secretiva dell’endometrio, Ulipristal è praticamente sovrapponibile alla RU486 e agisce a dosaggi anche molto inferiori (Stratton «HRA2914-506» Fertility & Sterility 2010; 93:2035-2041, si veda pagina 2039, colonna sinistra, ultime sette righe) e (Passaro «HRA2914-503». Human Reproduction 2003; 18:1820-1827, si veda pagina 1826, primo paragrafo);
questi tre studi evidenziano che in caso di concepimento l’endometrio sarà sempre inospitale e l’embrione non potrà annidarsi né, evidentemente, sopravvivere;
l’EMA, agenzia chiamata a tutelare, a livello europeo, la salute dei cittadini e le libertà professionale dei medici, manca di richiamare, quel che essa stessa conosce ed esplicitamente ammette già dal 2009: e cioè che Ulipristal possa agire con meccanismo post-concezionale e abbia effetti anche francamente abortivi con la stessa efficacia del Mifepristone (RU486);
che gli effetti di Ulipristal e Mifepristone siano largamente sovrapponibili nell’apparato riproduttivo femminile è ampiamente noto dalla letteratura e documentato nella pratica clinica. Mifepristone è utilizzato come contraccettivo di emergenza a dosi di 25-50 mg in Cina. Se somministrato a metà della fase follicolare, prima ancora che inizino i giorni fertili, i suoi effetti sull’ovulazione sono simili a quelli di UPA, anche se UPA è efficace a dosaggi molto inferiori;
parimenti, nella fase luteale iniziale, 200 mg di Mifepristone sono altamente efficaci nell’impedire la gravidanza; è superfluo sottolineare che in quella fase del ciclo ovulazione e concepimento sono già avvenuti. È lo stesso effetto riscontrato con dosaggi di Ulipristal largamente inferiori;
infine, somministrato nella fase medio-luteale, anche il Mifepristone come Ulipristal non micronizzato, alla medesima dose di 200 mg, determina costantemente un sanguinamento endometriale anticipato;
Mifepristone (RU486) alla dose di 200 mg è il farmaco che si usa per interrompere la gravidanza. Ulipristal non è mai stato utilizzato per l’interruzione della gravidanza nella donna. I due farmaci, tuttavia, condividono le stesse attività sia sullo sviluppo dei follicoli ovarici, sia sull’endometrio, a dosaggi che sono sostanzialmente sovrapponibili. Inoltre, sia Ulipristal sia Mifepristone, sempre alle medesime dosi (5 mg al giorno per trattamenti di tre mesi), sono in grado di ridurre il volume dei fibromi uterini e di ridurre l’intensità delle emorragie uterine;
attualmente Ulipristal micronizzato è disponibile in farmacia per il trattamento pre-operatorio dei fibromi uterini. Il nome del preparato commerciale è Esmya: una confezione contiene un blister con 28 compresse da 5 mg ognuna, per un totale complessivo di 140 mg (ellaOne ne contiene 30 mg);
preme solo ricordare che 120 mg di Ulipristal micronizzato (dosaggio inferiore a quanto contenuto in una confezione di Esmya ed ottenibile con sole quattro compresse di ellaOne) equivalgono a 200 mg di Ulipristal non micronizzato: la dose equivalente a quei 200 mg di Mifepristone che si usano nei protocolli per l’interruzione della gravidanza. Entrambi i farmaci, a questi dosaggi, somministrati sette giorni dopo l’ovulazione e il concepimento, esattamente nei giorni in cui si perfeziona l’annidamento, determinano costantemente una mestruazione anticipata;
questo dato andrebbe considerato con estrema attenzione nel decidere le modalità e i limiti di prescrizione dei preparati che contengono Ulipristal Acetato;
in questa luce appare ancora più grave che lo scorso 21 novembre 2014 la stessa EMA abbia deliberato la richiesta di liberalizzare completamente la distribuzione di ellaOne, rendendo così vendibile, senza necessità di alcuna prescrizione medica, un principio attivo – Ulipristal Acetato – idoneo a interrompere la gravidanza. Il «consumatore» (la donna), a quel punto, non dovrà fare altro che procurarsi alcune confezioni di ellaOne per disporre del dosaggio di Ulipristal sufficiente a provocarsi, con efficacia, un aborto autogestito in evidente contrasto anche con la legislazione vigente -:
se non ritenga opportuno fornire una maggiore informazione in relazione a quanto esposto in premessa, al fine di tutelare i consumatori e i professionisti nonché l’esercizio costituzionale delle libertà del cittadino sia esso medico o paziente;
se il meccanismo d’azione antinidatorio dei farmaci usati nella contraccezione d’emergenza non si ponga in contrasto con le leggi e con i principi che le fondano e, in particolare, se il loro uso, soprattutto ove al di fuori di ogni controllo medico, non si ponga in conflitto:
a) con l’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 405 del 1975, in base al quale lo Stato italiano finalizza la procreazione responsabile alla tutela del prodotto del concepimento, oltre che ovviamente della salute della donna;
b) con l’articolo 1, comma 1, della legge 194 del 1978 dove afferma che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, ma tutela la vita umana dal suo inizio (cioè dal concepimento) e che l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite;
c) con l’articolo 1, comma 1, della legge 40 del 2004, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti nelle procedure di fecondazione medicalmente assistita, compreso il concepito;
quali siano le ragioni per le quali l’Italia non si sia avvalsa, al momento di decidere la disponibilità di ellaOne, della clausola di salvaguardia prevista dall’articolo 4, comma 4, della direttiva 2001/83/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 novembre 2001, recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano, nel quale si afferma che la direttiva stessa «non osta all’applicazione delle legislazioni nazionali che vietano o limitano la vendita, la fornitura o l’uso di medicinali a fini contraccettivi o abortivi. Gli Stati membri comunicano alla Commissione il testo delle legislazioni nazionali in questione»;
se, nel caso in cui la Commissione europea ratifichi la proposta dell’EMA di dispensare ellaOne senza prescrizione medica, l’Italia intenda adeguarsi totalmente o non intenda avvalersi della predetta clausola, al fine di evitare la diffusione dell’aborto autogestito e clandestino.
(2-00800) «Gigli, Dellai».
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