Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoro. Mostra tutti i post

martedì 11 dicembre 2012

Lavoro e famiglia: nemici per la pelle?
di Tommaso Scandroglio - http://www.lanuovabq.it11-12-2012
home work life
Da qualche giorno è al vaglio dei Consiglio dei Ministri una bozza di decreto legge che prevede una modifica lieve, ma significativa perché più efficace, al congedo parentale per mamma e papà lavoratori. Ad oggi entrambi, nei primi otto anni di vita del bambino, possono stare a casa per un certo numero di mesi e possono frazionare questo lasso di tempo in mesi, settimane e giorni. Se la bozza diventerà decreto la frazione riguarderà anche la mezza giornata lavorativa. Questo in ottemperanza ad una direttiva UE che disciplina la materia.

La direzione pare che sia quella giusta perché laddove c’è uno sforzo dell’ordinamento giuridico di venire incontro alle esigenze educative dei genitori non si può che accogliere tale sforzo con gratitudine. Questo a patto di non cadere nel cliché – che è ormai è anche habitus mentale – che vede famiglia e lavoro nemici per la pelle. In questa prospettiva si sente sempre più parlare del nobile tentativo di ogni genitore coscienzioso di conciliare lavoro e famiglia sul piano del tempo. Intesa così la questione è fuorviante ed erronea: lavoro e famiglia non devono trovare una conciliazione, ma semmai un’integrazione. Il distinguo non è solo linguistico ma prima di tutto di sostanza. 

Se il fine da ricercare per trovare il punto di equilibrio tra impegni familiari e quelli lavorativi è la conciliazione tra questi due mondi, ciò starebbe a significare che queste due realtà di per se stesse sono tra loro confliggenti. Ma sia il lavoro sia la famiglia sono realtà naturali, di diritto naturale e quindi aspetti entrambi positivi dell’uomo. Ogni realtà pienamente umana non può entrare in conflitto con un’altra realtà pienamente umana: l’uomo per natura non è in sé contraddittorio. Quindi questi due aspetti del vivere esprimono una ricchezza per l’uomo ed uno non può per sua natura escludere l’altro. Lavoro e famiglia non entrano in conflitto e non dovrebbero entrare in conflitto perché profili differenti di unico volto umano, cioè realtà sociali di per sé diverse la cui unione realizza la piena vocazione della persona.

Chiarito questo, allora è più corretto parlare di armonizzare famiglia e lavoro, cioè trovare il giusto posto ad ogni cosa. E il giusto posto della famiglia si situa al di sopra di quello del lavoro. Da qui consegue che il lavoro è sì un fine esistenziale dell’uomo, ma fine rivolto a sua volta al proprio perfezionamento, al benessere della famiglia e di quello sociale, e in ultima istanza a Dio. Questa è la vera integrazione tra lavoro e famiglia. In questo senso occorre riferirsi al lavoro non come fine strumentale, ma fine infravalente: buono per sé – non è un mero mezzo – ma fine che riceve pieno senso solo dalle mete ultime che gli stanno gerarchicamente sopra, solo se il lavoro è ordinato alla persona e alla famiglia.Detto in altri termini: è il valore della famiglia insieme a quello del bene comune che illuminano il lavoro e non viceversa. È la famiglia il primo lavoro dell’uomo.

L’obiezione è dietro l’angolo: belle parole, ma è solo teoria. Teoria forse buona per gli angeli, non per i poveri mortali che si svegliano ogni mattina alle 6, rincasano alle 20 ed esausti hanno a malapena il tempo nei giorni non lavorativi di fare la spesa e sbrigare altre incombenze domestiche. E dove lo trovi il tempo per stare non con il fiato corto con moglie e figli? La difficoltà di integrare famiglia e lavoro è data dal fatto che l’aria culturale che respiriamo – fatta non solo di leggi ma di orientamenti culturali provenienti dai life styler, dalle mode, dalle abitudini sociali -  ci ha indotto a stringere un’inimicizia quasi insanabile tra famiglia e lavoro, ci ha persuaso della bontà di allearci con il lavoro per lasciare le briciole di noi stessi al focolare domestico. Il primo ha fagocitato le relazioni familiari perché la professione – nell’immaginario collettivo – è la realizzazione di sé, la famiglia è ciò che toglie tempo e risorse al “sé”.

Ciò perché abbiamo dimenticato o non crediamo più che solo attraverso la realizzazione del coniuge e dei figli la persona realizza se stessa. Quindi la mezza giornata che grazie all’eventuale decreto legge toglieremo al lavoro e spenderemo in famiglia sarà buon tempo se investito nell’altro, sarà cattivo tempo se verrà vissuto come tregua momentanea al conflitto lavoro-famiglia oppure come tempo di libera uscita dal carcere del lavoro. Quasi che dopo aver timbrato il cartellino in ufficio ecco che ci troviamo costretti a timbrarlo sulla porta di casa.

Ma anche se sposiamo appieno tutte queste argomentazioni e siamo animati dalle migliori intenzioni ci troviamo imprigionati in una gabbia sociale anti-familiare che di necessità stritola questi nostri pii desideri. Che dire infatti delle donne che vengono poste di fronte all’aut aut tra maternità e impiego? Che dire della pressione fiscale che obbliga a lavorare sempre più a lungo e intensamente, inventandosi secondi e terzi lavori? Che dire infine dell’indifferenza dello Stato per le famiglie numerose? Ma è il destino del cristiano quello di essere perseguitato dal mondo: oggi forse, almeno in Occidente, in modo meno cruento rispetto al passato, ma sicuramente più lacerante. Viviamo nel mondo ma non siamo del mondo e ce lo dobbiamo ricordare non per rassegnarci ma per capire che l’impegno che ci viene richiesto a volte è quasi eroico.

 

martedì 27 novembre 2012


Bonus baby sitter alle neomamme

Dal 2013 contributo per le lavoratrici: 300 euro al mese fino a 6 mesi. La somma potrà essere utilizzata anche per il nido - http://www.corriere.it

ROMA - Alle mamme che corrono tutto il santo giorno cercando di incastrare ufficio, scuola dei figli, spesa, varie ed eventuali, l'affermazione potrà sembrare fuori luogo. Ma uno dei problemi dell'Italia è che le donne lavorano poco. Meglio, sono poche quelle che hanno un lavoro: il 46% contro il 58% della media europea. Mentre sono troppe quello che un posto ce l'hanno ma lo lasciano dopo l'arrivo del primo figlio: il 27%, una su quattro, una strage. Per provare a invertire questa tendenza e «favorire il rientro nel mondo del lavoro al termine del congedo di maternità», il governo è pronto a sperimentare il bonus per baby sitter e asili nido. Un contributo di 300 euro al mese, per un massimo di sei mesi, che potrà essere utilizzato a partire dal 2013 dalle madri lavoratrici nel primo anno di vita del bambino.
Non si tratta di un versamento una tantum, come fatto in passato. Ma di una somma che dovrà essere utilizzata solo o per pagare l'asilo nido, e il versamento sarà fatto direttamente dallo Stato, oppure la baby sitter, e in questo caso verrà utilizzato il meccanismo dei voucher, i buoni per i lavori occasionali. Il principio era già contenuto nella riforma del mercato del lavoro approvata quest'estate. Ma somme e procedure sono fissate dallo schema di regolamento di 10 articoli preparato dal ministro del Welfare Elsa Fornero, e arrivato ieri all'ufficio legislativo del ministero dell'Economia.
Visti i tempi, le risorse sono quelle che sono: 20 milioni di euro l'anno per tre anni. Se tutte chiederanno il contributo massimo, 1.800 euro in sei mesi, basteranno per poco più di 11 mila madri lavoratrici. Briciole se si pensa che l'anno scorso in Italia di bambini ne sono nati più di mezzo milione. In ogni caso è la prima volta che si tenta di cambiare una rotta alla quale finora ci siamo arresi. Come funzionerà nel dettaglio? Chi ottiene il contributo dovrà rinunciare per lo stesso periodo di tempo al congedo facoltativo successivo alla maternità obbligatoria, quei sei mesi di aspettativa con stipendio al 30% che si possono prendere fino a quando il bambino compie tre anni. Ci sarà un'unica graduatoria nazionale e un click day, un giorno per presentare domande per via informatica come già fatto in passato per la regolarizzazione di colf e badanti. Avrà la precedenza chi ha il valore più basso per l'Isee, l'indicatore che misura la «ricchezza» delle famiglie. E, a parità di «ricchezza», l'ordine di presentazione della domanda. Una procedura spietata ma necessaria che, insieme al tetto di 20 milioni l'anno, ha «eliminato in radice il rischio del superamento del plafond finanziario», come sottolinea la relazione tecnica.
Il decreto fissa i paletti anche per il congedo dei papà, sempre previsto dalla riforma Fornero: un giorno di permesso sarà obbligatorio e pagato al 100%, con un costo per lo Stato di 78 milioni di euro l'anno. Ce ne saranno poi altri due facoltativi, sempre pagati al 100%. Ma potranno essere concessi solo se la madre rinuncerà a due giorni della sua maternità obbligatoria, in modo da non avere un costo aggiuntivo per lo Stato. Altrimenti per i papà che si vogliono godere il pupo appena nato non resta che il vecchio metodo: le ferie (a patto di avere qualche arretrato).

lsalvia@corriere.it

Lorenzo Salvia 27 novembre 2012 

martedì 23 ottobre 2012


LA FABBRICA DEL VELENO di Giovanni Valentini, La Repubblica, 23 OTTOBRE 2012 – http://www.dirittiglobali.it

   E ADESSO? Che cosa diranno i signori dell’acciaio, i profeti dello sviluppo a tutti i costi, i nemici dell’ambiente e della salute collettiva di fronte all’agghiacciante rapporto dell’Istituto superiore di Sanità?
IL SENSO della decenza — se non quello dell’etica — vorrebbe che riconoscessero i propri errori e si assumessero le loro responsabilità. I dati diffusi pubblicamente dal ministro Balduzzi non ammettono repliche. Non solo documentano il lugubre record della mortalità a Taranto e in provincia rispetto al resto della Puglia. Ma dimostrano in modo irrefutabile la correlazione fra i veleni emessi dallo stabilimento dell’Ilva e l’incidenza dei tumori nella popolazione locale, uomini, donne e bambini. Un disastro ambientale e sanitario che grida vendetta. Ma basterebbe fare un po’ di giustizia, come i magistrati di Taranto stanno cercando faticosamente di fare, almeno per fermare la catastrofe e impedire che produca altri danni, altre vittime, altre morti. Ecco, adesso, la vera emergenza.
Fin dall’inizio di questa vicenda, aperta da una coraggiosa iniziativa giudiziaria, stiamo assistendo invece a un indegno talk-show di polemiche, a un rimpallo di responsabilità, insomma a uno scaricabarile tanto ipocrita quanto inaccettabile. E sul piano personale spiace dirlo, in questa invereconda rappresentazione corale, si distingue purtroppo il ministro dell’Ambiente: lo stesso che aveva esordito evocando un impraticabile ritorno al nucleare e che ha continuato e continua a dissimulare la gravità dei dati sul disastro di Taranto, quasi spacciandola per una storia vecchia, risolta, superata. Salvo poi querelare il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, come se fosse colpevole di aver diffuso notizie false e tendenziose invece di aver denunciato una drammatica realtà.
È sempre la maledizione della diossina che, come a Seveso nel 1976, incombe su un’intera collettività: sugli operai dell’Ilva, innanzitutto, ma anche sulle loro mogli e sui loro figli, sulla popolazione di tutta una città e una provincia. Un pezzo di quel Mezzogiorno condannato a un illusorio futuro di sviluppo, nel segno di un’industrializzazione selvaggia. Ma che razza di progresso è mai quello che compromette la salute della gente, che esige il prezzo di tante vite umane? Ora il ministro Balduzzi ammette candidamente di essere rimasto «un pochino sorpreso» e confida «la sensazione che a questo punto si debba fare di più». Non bastano le malattie respiratorie e circolatorie, i tumori polmonari, quelli al fegato, al colon, alla prostata o alla vescica, per convincere il governo dei tecnici a intervenire con la massima rapidità e decisione? Si fa presto a dire che «anche rimanere senza lavoro ha poi conseguenze sullo stato della salute ». È troppo facile e comodo. Si ha quasi la “sensazione”, per usare il linguaggio ministeriale, che sia un “pochino” demagogico. E comunque, oltre che per gli operai di Taranto, il discorso dovrebbe valere per quelli dell’Alcoa, per i tanti disoccupati, cassintegrati, prepensionati, esodati, giovani e donne che, specie al Sud, cercano lavoro e non lo trovano.
L’alternativa, per l’Ilva e per tutti i casi analoghi, in un Paese civile non può essere o la borsa o la vita. L’acciaio o la salute. L’occupazione o l’avvelenamento. Quella fabbrica infernale va messa al più presto in condizioni di sicurezza, magari utilizzando gli stessi operai ai quali occorre garantire la continuità salariale. Chi inquina, paga, si diceva una volta. E chi ha inquinato, deve pagare.

mercoledì 5 settembre 2012


Bauman, un mondo senza regole: "senza la solidarietà, la libertà è un'illusione" - Anticipiamo un brano del nuovo saggio del filosofo polacco che analizza i diversi aspetti della vita di oggi. Dal sito dei coniugi Woodward che promuove un'esistenza lontana dalla schiavitù del lavoro, all'appello a superare "l'ordine dell'egoismo" - di ZYGMUNT BAUMAN (05 settembre 2012) - http://www.repubblica.it

"Chi ha detto che dobbiamo stare alle regole?" La domanda appare con grande rilievo in testa al sito internet locationindependent.com. Immediatamente più in basso, viene suggerita una risposta: "Sei stufo di dover seguire le regole? Regole che ti impongono di ammazzarti di lavoro e guadagnare un mucchio di soldi in modo da permetterti una casa e un mutuo imponente? E lavorare ancora più duramente per ripagarlo, sino al momento in cui avrai maturato una bella pensioncina [...] e finalmente potrai iniziare a goderti la vita? A noi quest'idea non andava e se non va neanche a te, sei finito nel posto giusto".

Leggendo queste parole non ho potuto fare a meno di ricordare una vecchia barzelletta che circolava all'epoca del colonialismo europeo: mentre passeggia tranquillo per la savana, un inglese che indossa gli irrinunciabili simboli di un compìto colonialista, con tanto di elmetto di ordinanza, s'imbatte in un indigeno che russa beato all'ombra di un albero. Sopraffatto dall'indignazione, per quanto mitigata dal senso di missione di civiltà che lo ha portato in quelle terre, l'inglese sveglia l'uomo con un calcio, gridando: "Perché sprechi il tuo tempo, fannullone, buono a nulla, scansafatiche?". "E cos'altro potrei fare, signore?", ribatte l'indigeno, palesemente interdetto. "È pieno giorno, dovresti lavorare!". "Perché mai?", replica l'altro, sempre più stupito. "Per guadagnare denaro!". E l'indigeno, al colmo dell'incredulità: "Perché?". "Per poterti riposare, rilassare, goderti l'ozio!". "Ma è esattamente quello che sto facendo!", aggiunge l'uomo, risentito e seccato.

Beh, il cerchio si è chiuso: siamo forse arrivati alla fine di una lunga deviazione e tornati al punto di partenza? Lea e Jonathan Woodward, due professionisti europei estremamente colti e capaci che dirigono il sito locationindependent citato prima, stanno forse riconoscendo, esplicitamente e direttamente, senza tanti giri di parole, un concetto premoderno, innato e intuitivo che i pionieri, gli apostoli e gli esecutori della modernità avevano screditato, ridicolizzato e tentato di estirpare quando esigevano invece che le persone lavorassero duramente per tutta la vita e che solo in seguito, alla fine di interminabili fatiche, iniziassero a "spassarsela"?! Per i Woodward, così come per l'"indigeno" del nostro aneddoto, l'insensatezza di una tale proposta è talmente lampante da non meritare alcuna spiegazione, né una riprova discorsiva. Per loro, così come per l'"indigeno", è chiaro come il giorno che anteporre il lavoro al riposo   e quindi, indirettamente, rimandare una soddisfazione potenzialmente istantanea (quella sacrosanta regola a cui il colonialista dell'aneddoto e i suoi contemporanei si attenevano alla lettera)   non è una scelta più saggia né più utile di quella di chi mette il carro davanti ai buoi.
Che oggi i Woodward possano affermare con tale sicurezza e convinzione delle opinioni che solo una o due generazioni fa sarebbero state considerate un'abominevole eresia è indice di un'imponente "rivoluzione culturale". Una rivoluzione che non ha trasformato soltanto la visione che i rappresentanti delle classi colte hanno del mondo, ma il mondo stesso in cui sono nati e cresciuti, che impararono a conoscere e sperimentarono. Affinché potesse apparire lampante, la loro filosofia di vita doveva basarsi sulla realtà contemporanea e su solide fondamenta materiali che nessuna autorità costituita sembra intenzionata a mettere in discussione.

Le fondamenta della vecchia/nuova filosofia di vita appaiono ormai incrollabili. Quanto profondamente e irreversibilmente il mondo sia cambiato nella sua transizione alla fase "liquida" della modernità è dimostrato dalla timidezza delle reazioni dei governi di fronte alla più grave catastrofe economica verificatasi dalla fine della fase "solida", quando ministri e legislatori hanno deciso, quasi per istinto, di salvare il mondo della finanza   ma anche i privilegi, i bonus, i "colpacci" in Borsa e le strette di mano che suggellavano accordi miliardari e ne consentivano la sopravvivenza: quella potente forza causale e operativa che è stata alla base della deregulation, e principale paladina ed esponente della filosofia dell'"inizieremo a preoccuparcene quando accadrà"; di pacchetti azionari suddivisi in parcelle rimasti immuni dalla responsabilità delle conseguenze; di una vita che si basa sul denaro e sul tempo presi a prestito, e di una modalità di esistenza ispirata al "godi subito e paga dopo". In altre parole, quelle stesse abitudini, che il potere ha facilitato, a cui in definitiva il terremoto economico in questione potrebbe (e dovrebbe) essere ricondotto. (...)

Tuttavia, nell'appello dei Woodward c'è qualcosa di più in gioco, molto di più, della differenza tra un posto di lavoro ancorato a un luogo, tutto racchiuso all'interno di un unico edificio commerciale, e uno itinerante, diretto verso mete predilette quali la Tailandia, il Sudafrica e i Caraibi. (...) A essere realmente in gioco è, come loro stessi ammettono, la "libertà di scegliere ciò che è giusto per te"   per te, e non "per gli altri"   o di come condividere il pianeta e lo spazio con questi altri.

Assumendo tale principio a parametro con cui misurare la correttezza e il valore delle scelte di vita, i Woodward si trovano sulla stessa linea di pensiero delle persone contro le quali si ribellano, come i dirigenti e i manager della Lehman Brothers e tutti i loro innumerevoli emuli, nonché coloro che   come scrive Alex Berenson, del New York Times   ricevono "stipendi a otto cifre" (accusa che con ogni probabilità i Woodward rifiuterebbero indignati).

Tutti, unanimemente, approvano il fatto che "l'ordine dell'egoismo" abbia preso il sopravvento su quell'"ordine della solidarietà", che un tempo aveva il suo vivaio più fertile e la cittadella principale nella protratta condivisione (ritenuta senza fine) dei locali in uffici e fabbriche. Sono stati i consigli di amministrazione e i dirigenti delle multinazionali, con il tacito o manifesto sostegno e incoraggiamento del potere politico in carica, a occuparsi di smantellare le fondamenta della solidarietà tra impiegati mediante l'abolizione del potere di contrattazione collettivo, smobilitando le associazioni di tutela dei lavoratori e obbligandole ad abbandonare il campo di battaglia; tramite l'alterazione dei contratti di lavoro, l'esternalizzazione e il subappalto delle funzioni manageriali e delle responsabilità dei dipendenti, deregolamentando (rendendo "flessibili") gli orari di lavoro, limitando i contratti di lavoro e al tempo stesso intensificando l'avvicendarsi del personale e legando il rinnovo dei contratti alle prestazioni individuali, controllandole da vicino e in continuazione. Ovvero, per farla breve, facendo tutto il possibile per colpire la logica dell'autotutela collettiva e favorire la sfrenata competitività individuale per assicurarsi vantaggi dirigenziali.

Il passo definitivo per porre fine una volta per tutte a qualsiasi occasione di solidarietà tra dipendenti   che per la grande maggioranza delle persone rappresenta l'unico mezzo per raggiungere la "libertà di scegliere ciò che fa per te"   richiederebbe, comunque, l'abolizione della "sede di lavoro fissa" e dello spazio condiviso dai lavoratori, in ufficio o in fabbrica. Ed è questo il passo che Lea e Jonathan Woodward hanno compiuto. Con le loro competenze e credenziali se lo sono potuti permettere. Tuttavia non sono molte le persone che si trovano nella condizione di cercare un rimedio alla propria mancanza di libertà in Tailandia, in Sudafrica o ai Caraibi, non necessariamente in questo stesso ordine. Per tutti gli altri che non sono in una simile posizione, il nuovo concetto/stile di vita/impostazione mentale dei Woodward confermerebbe una volta per tutte quanto le loro perdite siano definitive, dal momento che meno persone rimarrebbero impegnate nella difesa collettiva delle loro libertà individuali. L'assenza più cospicua sarebbe quella delle "classi colte", a cui un tempo spettava il compito di sollevare dalla miseria gli oppressi e gli emarginati.
© Riproduzione riservata (05 settembre 2012)

giovedì 30 agosto 2012


Ecco la generazione Esausti - stressati tra lavoro e famiglia - Hanno tra i 30 e i 40 anni, sono diventati genitori tardi per riuscire nella loro professione ma quando arrivano all'apice si trovano schiacciati dalla doppia incombenza: il successo nel lavoro e i doveri verso la famiglia. Ora l'Economist li definisce Generation Xhausted - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI - 30 agosto 2012, http://www.repubblica.it

LONDRA - Sono i professionisti urbani a due velocità: quelli che vanno più lenti  con la famiglia per andare più forte nel lavoro. Rimandano la nascita  dei figli per potersi concentrare pienamente sulla carriera. Ma quando  la fanno si ritrovano in posizioni di comando in ufficio mentre sulla  porta di casa li aspettano bambini ancora piccoli, biberon e pannolini.  "Generation Xhausted", Generazione Esausti, li definisce l'Economist: i 30- 40enni d'oggi che hanno conquistato il potere precocemente, molto prima rispetto  ai loro genitori, ma che si sentono stressati, svuotati di ogni energia.  

Talvolta sono decisamente infelici, per l'accumulo  di troppe responsabilità  nel momento  sbagliato. Sono  donne come Marissa Mayer, che  a 37 anni e per la prima volta incinta  viene nominata amministratore  delegato di Yahoo, portata  via a Google come una celebrità, osannata come la manager più in voga della stagione, ma incerta su come farà adesso a gestire impegni pubblici e privati; come Louise Mensch, 41enne scrittrice di romanzi rosa e deputata conservatrice in procinto di diventare ministro, che si è dimessa dall'incarico perché non riusciva più a combinare i suoi impegni politici con quelli di madre di tre figli e moglie di un agente di rock star americane; come l'attrice 39enne Gwyneth Paltrow, che divisa tra i compiti di mamma a Londra e gli impegni cinematografici a Hollywood ha abbandonato l'Inghilterra nel tentativo di salvare famiglia e lavoro; come la politologa 49enne Anne Marie Slaughter, che ha lasciato il suo prestigioso posto di consigliera del segretario di Stato americano Hillary Clinton per tornare a occuparsi dei suoi due bambini, confessando in un articolo che ha fatto clamore sulla copertina della rivista Atlantic: "Non è vero che le donne possono avere tutto".

Ma sono esauriti pure gli uomini, quando si trovano in condizioni simili. David Cameron, diventato primo ministro britannico a 43 anni, con due figli che fanno le elementari e uno in fasce, è così sfinito che il mese scorso ha dimenticato uno dei suoi bimbi in un pub e poi è tornato a riprenderlo di corsa insieme alla scorta del servizio segreto. George Osborne, cancelliere dello Scacchiere ad appena 38 anni, è accusato di essere un pessimo ministro del Tesoro e un padre così così perché affaticato dalle duplici incombenze. Ed Miliband, nominato leader del partito laburista a 40 anni e subito allietato dall'arrivo di due pargoletti che lo hanno spinto a mettersi in "paternità", forse non ne è ancora uscito, commentano i maligni, sostenendo che il Labour è in mano al suo delfino Ed Balls.

Lo stesso fenomeno si nota nel business, dove i dirigenti delle grandi imprese sono più giovani di un tempo, e non solo in industrie digitali tipo Google (Sergey Brin ha 39 anni) e Facebook (Mark Zuckerberg ne ha 28): uno studio della Egon Zehnder International, società di cacciatori di teste aziendali, afferma che oggi il 40 per cento degli amministratori delegati di grandi aziende occidentali sono sulla quarantina, una percentuale raddoppiata negli ultimi quindici anni. Anche loro, nonostante stuoli di baby-sitter, soffrono la sindrome dell'esaurimento fisico: vedi il caso del portoghese Antonio Horta-Osorio, 46enne chief executive officer del Lloyds Banking Group, astro in ascesa della City e padre di tre figli, che l'anno scorso ha dovuto mettersi improvvisamente in malattia per stress, "volevo fare troppe cose tutte in una volta", ha dovuto riconoscere.

Non è il caso di Brin e Zuckeberger, certo, forse perché nessuno dei due ha (ancora) fatto figli: ma uno studio del Financial Times riporta che nel 2012 c'è stato un numero record (320) di dimissioni di amministratori delegati in Europa, colpa di crisi e recessione, certo, ma anche del doppio peso su executive più giovani di guidare una società e spingere carrozzine. Beninteso, il trend della spossatezza da eccessive responsabilità non riguarda soltanto capi di governo e super manager: anche nella fascia media delle professioni oggi si comincia a fare carriera prima di una volta, secondo dati dell'Office for National Statistics britannico.

Entro il compimento dei 38 anni, ammette Bagehot, pseudonimo del columnist più importante dell'Economist, "gli ambiziosi odierni sono già arrivati da qualche parte": compreso lui, che confessa di averne 37. Ciò è certamente un bene, se confrontato con le gerontocrazie del passato (o del presente, come in Italia, dove l'età media della classe dirigente politico-economica è 59 anni). Ma può diventare anche un male, perché spesso i 30- 40enni in carriera giungono a questi risultati rinviando la creazione di una famiglia e quando la formano si ritrovano schiacciati dalla doppia incombenza: il successo nel lavoro e i doveri verso i figli. In Inghilterra l'età media in cui una donna partorisce è arrivata a 32 anni e continua a crescere; quella in cui un uomo diventa padre è ancora più alta, sfiorando i 35.

Nelle generazioni precedenti, i figli si facevano prima e il successo professionale arrivava più tardi: ora le due cose coincidono, figli e successo giungono praticamente insieme, esercitando una pressione spesso insostenibile. "Ho scelto i figli e messo da parte la carriera", ammette l'ex-deputata Louise Mensch. "Se vado in crisi prenderò un sabbatico familiare ", ipotizza Marissa Meyer. "Riservo una sera alla settimana a una cena romantica con mia moglie e ogni week-end ai bambini", suggerisce come soluzione David Cameron.

Ma un rapporto di Relate, società di consulenze familiari, indica che disturbi psicologici come la solitudine, la depressione e la nevrosi sono più comuni nella fascia di età fra i 34 e i 45 anni. È anche il periodo in cui più facilmente si disintegrano le famiglie: in Gran Bretagna il più alto numero dei divorzi avviene entro tre anni dalla nascita dei figli. Non a caso il sondaggio nazionale sulla felicità promosso dal governo britannico ha riscontrato che la soddisfazione personale ha una punta intorno ai 20-25 anni, poi cala fra i 30 e i 45, per tornare a salire dopo i 50. La proverbiale "crisi di mezza età" esiste ancora, ma non colpisce più in quella che era considerata la mezza età, bensì prima: dai 35 in poi. I ruoli si capovolgono.

I 55 anni sono i "nuovi 45", affermano i sociologi: niente più ansia sul lavoro, figli finalmente grandi, voglia e possibilità di tornare a divertirsi. Guardati con invidia da quelli che 45 anni li hanno davvero. "Spent generation", generazione di scoppiati, li chiama il dottor Frank Lipman, autore di un libro con quel titolo sui 40enni esausti del giorno d'oggi. "La stanchezza di cui soffrono ha raggiunto livelli epidemici", afferma l'autore, che poi offre anche qualche ricetta per non sentirsi più così a pezzi: "Dormire di più. Fare una pausa di almeno 15 minuti per il lunche almeno una passeggiata all'aperto al giorno. Abolire caffè e zuccheri. Provare la yoga, la meditazione, qualsiasi cosa. Ma soprattutto rallentare". Facile a dirsi, per lui, che ha 55 anni, la carriera risolta e figli grandi. Più difficile se di anni ne hai 40, i tuoi dipendenti ti stanno fissando per ricevere gli ordini del giorno e poi devi correre a casa a preparare la pappa ai bebè.

domenica 24 giugno 2012

«Un prezzo troppo alto, io rinuncio» - la carriera bloccata delle dirigenti


I bambini-schiavi col cartellino del prezzo



22 giugno 2012 - OLTRE LE SBARRE - Lavoro per ex detenuti Terzo settore in rivolta, Luca Liverani, http://www.avvenire.it

«Sono profondamente sorpreso per queste dichiarazioni del capo del Dap Giovanni Tamburino, se mai queste parole le avesse davvero pronunciate. Di recente, insieme, dati alla mano, abbiamo valutato il progetto che ha ereditato dalla precedente amministrazione guidata da Franco Ionta». Salvatore Martinez. presidente del Rinnovamento nello Spirito, confessa la sua amarezza dopo le parole, attribuite ieri da agenzie di stampa, al responsabile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria su uno stop al progetto Anrel di reinserimento lavorativo di ex detenuti. Martinez è al timone dell’ente morale Fondazione monsignor Francesco Di Vincenzo, capofila del progetto.

Secondo l’attuale capo del Dap, dunque, il progetto Anrel non vedrà mai la luce.
In realtà il “figlio”, da un matrimonio consensuale, è già nato... Dap e Cassa per le ammende, mediante una Commissione ministeriale, hanno interagito con la Fondazione sia nella Convenzione generante Anrel sia nel Protocollo per il suo funzionamento. Sarebbe un’affermazione talmente infondata da rasentare la diffamazione. Escludiamo che Tamburino possa sconfessare l’attività svolta in precedenza dalla stessa amministrazione che ora rappresenta.

Tra i motivi della ventilata chiusura del progetto, a detta del direttore del Dap, ci sarebbe il costo eccessivo, cioè i 4,8 milioni stanziati.
Ci tengo a precisare che, a dicembre 2011, secondo il regime di cofinanziamento previsto dall’accordo, Anrel ha già speso 262mila euro. Senza contare le professionalità messe gratuitamente a disposizione. E abbiamo anche prodotto una costosa fidejussione per l’ammontare del finanziamento previsto, senza che sia stato erogato un solo euro. Altro che sostegno al Terzo Settore: siamo noi a sostenere i progetti dello Stato.

Secondo il Dap si sarebbe «deciso di bloccare» il progetto per la «perplessità» suscitata dal fatto che l’80% dei fondi sarebbe stata destinata «a compensare l’attività della stessa agenzia».
Il progetto prevede l’impianto delle sedi per una spesa pari al 44% dei fondi, destinata quasi del tutto al primo obiettivo di cui il Dap stesso sarà beneficiario, cioè la creazione di una banca dati nazionale dei soggetti ammessi all’esecuzione della pena esterna, per individuare percorsi di reinserimento personalizzato con il coinvolgimento della famiglia.

Ad Anrel verrebbe preferito l’accordo a costo zero con l’Anci, un protocollo d’intesa sui lavori di utilità comune.
Non vorremmo che si trattasse di una versione riveduta e corretta dei lavori socialmente utili, senza nessuna prospettiva di reale reinserimento sociale. La lotta alla recidiva ha bisogno di ben altro; non serve assistenzialismo sotto forma di esperienze lavorative che non potranno fornire stabili prospettive di impiego. La spesa sociale è all’osso, ma serve più società civile per vincere la crisi.

Qualcuno ha paura di sostenere il ruolo del privato sociale?
È la prima volta che si tenta una simile impresa tra pubblico e privato sociale sul principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale. Lo ripeto, non si tratta di un contributo a una o più associazioni di volontariato, ma di un investimento a vantaggio della coesione sociale, con il raggiungimento di obiettivi chiari, concordati e verificabili. Un detenuto costa circa 160 euro al giorno. I 4,8 milioni, ripartiti sulle 5 regioni per i tre anni del progetto, equivalgono al costo di 6 detenuti in più per regione. Come se ce ne fossero 28 in più sugli oltre 63 mila che affollano le carceri. Dunque, un rischio calcolato.

© riproduzione riservata

lunedì 21 maggio 2012


Aborti in aumento per colpa della crisi. Alla clinica Mangiagalli si allunga la lista di attesa, Giovedì 19 Marzo 2009, Milano cronaca di Arianna Ascione, http://milano.blogosfere.it

Parlare di aborto è sempre molto difficile, anche se in realtà molti politici (spesso uomini) lo fanno, e a sproposito. E' una questione che riguarda un aspetto delicatissimo della vita di una donna e che deve essere considerato nella sua difficoltà. Se è difficile scegliere di tenere un bambino, quando si rimane incinte in situazioni precarie, è altrettanto, se non addirittura più, difficile decidere di interrompere la gravidanza. Perfettamente consapevoli di quello a cui si andrà incontr, difficoltà psicologiche e rimorsi in primis. O rabbia, per essere state costrette a farlo da fattori esterni.

E' una scelta che sicuramente non viene fatta con leggerezza come si fa pensare e forse, se non ci fosse tutta questa difficoltà nel reperimento di metodi "di emergenza", ci sarebbero molte meno richieste di aborto. La clinica Mangiagalli di Milano infatti ha segnalato un picco di richieste dovute principalmente a difficoltà economiche. Solo 13 mila posti di lavoro a rischio solo tra gennaio e febbraio.

Lavori che si perdono, mutui da pagare, precariato, studi da finire: presumibilmente quando si scopre di essere incinte in queste condizioni la gioia di una gravidanza viene offuscata da nubi nerissime. Alla Mangiagalli si fanno 1.700 interruzioni di gravidanza all'anno, e sono in aumento fra le italiane. Le extracomunitarie invece spesso ricorrono a aborti-fai-da-te o clandestini per paura di essere denunciate se sono irregolari, con gravi rischi per la salute.

E non è certo una mera questione di degrado sociale: il direttore sanitario Basilio Tiso spiega che

"Mai come adesso la mancanza di soldi sta condizionando la decisione di tenere un bambino, anche e soprattutto tra le italiane. È uno degli effetti della crisi finanziaria"

Il primo segnale è l'allungamento delle liste d'attesa: dai sette giorni previsti dalla legge 194 in Mangiagalli si arriva anche a dieci/dodici.

"C'è un'ondata allarmante di richieste che facciamo fatica a soddisfare. La prima ipotesi che ci viene in mente per giustificarla è la recessione. Chi fa fatica ad arrivare a fine mese spesso rinuncia a fare un figlio. È una triste realtà"

Il 12% delle donne che chiedono di abortire sono disoccupate, il 3% in cerca di lavoro, il 10% studentesse, il 12% casalinghe: proprio la mancanza di ocupazione, o al contrario, la difficoltà di conciliare famiglia e lavoro (per quante bugie si possano raccontare le donne sono ancora fortemente penalizzate da questo punto di vista e devono attaccarsi con le unghie salde alla scrivania o al nastro trasportatore della fabbrica per non perdere il posto. Figurarsi chiedere periodi di astensione) fanno propendere una donna per questa scelta.

venerdì 24 febbraio 2012


Quelle Clausole anti Gravidanza che colpiscono la Donna e la Famiglia di Mario garofalo - Corriere della Sera,  24 Febbraio 2012

Le decine di segnalazioni di lettori e lettrici del Corriere al blog della «27a ora» dicono che la «clausola gravidanza» non è un caso limitato alla Rai, che in tante aziende italiane l'attesa di un bambino diventa «giusta causa» di allontanamento per donne precarie. La particolarità della tv di Stato (e, a quanto pare, di alcune altre società) sta nel fatto di averlo dichiarato per iscritto, in barba ai diritti costituzionali e al buonsenso. Se una lavoratrice rientra nei «casi di malattia, infortunio, gravidanza» l'azienda può decidere di «sciogliere il contratto di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore».
Si tratta, formalmente, di contratti di consulenza, quelli che si firmano con grandi professionisti, avvocati, ingegneri, professori universitari, portatori di competenze non presenti nel personale dipendente. Che senso ha allora precisare tutte quelle cose sulla maternità? Mica un legale di successo deve garantire la sua presenza otto ore al giorno. E, se perde un cliente, ne ha altri. Viene il sospetto, allora, che la clausola nasconda una sorta di lapsus, che ci sia confusione tra consulenti e lavoratori dipendenti. Che sono dei «contraenti deboli» e meriterebbero ben altre tutele secondo le nostre leggi.
L'errore della Rai, per fortuna, è stato corretto, i sospetti in parte fugati. Ma resta il problema delle tante aziende italiane che vivono con fastidio le madri e stipulano contratti fasulli per poterle mettere alla porta appena minacciano di assentarsi, nonostante la paga, in quei mesi, competa agli istituti di previdenza. Per non dire di quei cacciatori di teste che nei colloqui rivolgono la domanda illegittima: «Pensa di mettere su famiglia?».
Come se la gravidanza fosse un evento soltanto delle donne. Far crescere i bambini, istruirli ed educarli, proteggere la nascita delle famiglie, è invece nell'interesse di tutti. Non lo dice una «pericolosa» femminista, è scritto nella nostra Costituzione.

Donne e maternità, ripensare il lavoro di Mario Palmaro, 23-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Licenziare una donna solo perché rimane incinta è una vigliaccata. Per questo, la notizia circolata in questi giorni - e cioè che la Rai avrebbe in vigore delle clausole che permetterebbero di rescindere contratti professionali nel caso di donne in dolce attesa – ha destato un coro di reazioni negative e levate di scudi unanimi nel mondo dei mass media.


Trasformare una gravidanza in una causa di interruzione del rapporto professionale significa esercitare la legge del più forte, colpendo contemporaneamente due soggetti deboli, la madre e il nascituro. La donna, che quando scopre di essere diventata mamma è per certi versi più vulnerabile sotto il profilo psicologico; e il non ancora nato, che fragile lo è sotto tutti i punti di vista, e che rischia di pagare, con la vita, per colpa degli adulti.


Dunque, non si può che rallegrarsi di questa diffusa sensibilità degli opinion  leader verso il gentil sesso e nei confronti delle ragioni della maternità. A patto però di mettere alcuni puntini sulle i, per evitare di scivolare in una facile retorica. Correndo il rischio, paradossalmente, di nuocere piuttosto che giovare a madre, bambino e in generale, alle ragioni della famiglia.


La prima constatazione è che la normativa italiana sulla maternità delle lavoratrici è fra le più protettive al mondo. Questo fatto produce conseguenze contraddittorie fra loro; da un lato, protegge la singola donna che, già entrata nel mondo del lavoro come dipendente a tempo indeterminato, gode delle relative garanzie. D’altra parte, l’esistenza di queste stesse garanzie, e il fatto notorio per cui le donne giovani possono, ogni tanto, restare incinte, mette gli imprenditori in una condizione di “scelta orientata” al momento di selezionare il personale per le assunzioni. E’ inutile nascondersi – a che servirebbe? – che una gravidanza di una lavoratrice inserita in una struttura di pochi dipendenti rappresenta un vero e proprio choc economico e organizzativo per l’azienda e per il datore di lavoro. Certo, si obietterà, ciò non giustifica il licenziamento o l’aggiramento del divieto attraverso la pratica di farsi consegnare lettere di dimissioni preventivamente, per poterle usare quando fa più comodo.


Ma il problema è reale: il “costo” della maternità, fatto ricadere in modo rilevante sul singolo datore di lavoro, produce più danni che benefici all’occupazione femminile. Lo hanno dimostrato alcuni studi molto seri, ripresi da una ricercatrice originale e politicamente scorretta come Paola Liberace, nel suo “Contro gli asili nido” (Rubbettino, 2009). Inoltre, il sistema pubblico non ce la fa più a pagare questi lussi, e rende necessario sacrificare qualche cosa sulla bilancia, rendendo obbligatorio per il futuro scegliere fra mantenimento del posto di lavoro e conservazione del salario, essendo impossibile conservare entrambi.


La seconda osservazione è di natura antropologica: per quanto la società intervenga a sostegno dell’occupazione femminile, sarà bene ricordarsi sempre che la specificità dell’identità femminile non può essere azzerata, e che la gravidanza e la maternità costituiscono, all’interno di un più ampio ventaglio di “colori” della femminilità, elementi ineludibili e peculiari. Come osservava acutamente in questi giorni una giornalista di orientamento laico come Giovanna Maglie, la vita è fatta di scelte, e le scelte comportano sempre la rinuncia a fare qualcosa: chi sceglie di essere idraulico, rinuncia a essere falegname. Nel caso della maternità e del lavoro, la vita permette soluzioni intermedie, offre strade più sfumate, che consentono magari alle due vocazioni di convivere. Ma detto questo, usciamo dall’equivoco secondo cui il compito dello stato dovrebbe essere quello di costruire un sistema di welfare nel quale la maternità e la gravidanza sono a “impatto zero” sulla vita delle donne. Questa è una mistificazione, e il solo tentativo di realizzare un simile modello costituisce, fra l’altro, un colossale sperpero di risorse pubbliche e private.


Come uscirne? Ripensare il lavoro: questa è la scelta obbligata. Superare la logica della presenza e dell’orario fisso e prolungato, e stimolare nuove forme di attività professionale, che permettano soprattutto alle mamme e alle mogli di mettere figli e famiglia al posto d’onore. Ma per fare questa rivoluzione, occorre buttare nella spazzatura decenni di femminismo arrabbiato e di sindacalismo egualitario, che vuole condizioni contrattuali identiche per tutti. E occorre, al contempo, mettere in crisi gli schemi del liberalismo nichilista, che interpreta la vita come un grande coacervo di relazioni individuali regolate da contratti; logica nella quale la gravidanza è un affare privato della contraente, ed è problema suo e solo suo trovare una “soluzione”.


La terza e ultima osservazione, forse sorprendente ma necessaria, è di ordine morale: per quanto sia ingiusta una società che sfavorisce una lavoratrice incinta, e per quanto le leggi e la politica debbano battersi contro simile ingiustizia, rimane un fatto: che l’amore per la vita sbocciata nel proprio grembo non dovrebbe mai essere “barattata”, e messa in discussione, anche solo per un minuto, con un posto di lavoro e uno stipendio. Quando le madri iniziano a pensare che il lavoro sia più importante del figlio che portano nel loro ventre, allora è davvero la fine.

Strasburgo: una sentenza pericolosa su preti e sindacati di Massimo Introvigne, 24-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/


La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo - che non fa capo all’Unione Europea, ma a un’istituzione diversa e più ampia, il Consiglio d’Europa, il quale comprende anche i Paesi geograficamente europei che non sono nell’Unione - ha reso pubbliche le motivazioni di una sentenza che riguarda la Chiesa Ortodossa, ma che è potenzialmente molto pericolosa per la libertà religiosa.

Nella sentenza Sindicatul Pastorul cel bun c. Roumanie, resa il 31 gennaio scorso, la Corte - che, per intenderci, è lo stesso organo giudicante che nella sentenza sul "caso Lautsi", poi fortunatamente rovesciata in grado di appello, aveva cercato di vietare i crocifissi nelle scuole italiane - ha preso in esame il caso di un sindacato di sacerdoti ortodossi in Romania, che le autorità romene hanno rifiutato di riconoscere per tre motivi. Il primo è che nel diritto del lavoro romeno i dirigenti, in particolare quelli della funzione pubblica, non sono autorizzati a creare sindacati, e i preti ortodossi sono assimilati a questa categoria. Il secondo è che, in una certa misura, l’ordinamento civile della Romania postcomunista riconosce l’ordinamento canonico della Chiesa Ortodossa, il quale esclude la possibilità che i preti si organizzino in sindacati. Il terzo è che il principio di libertà religiosa deve far prevalere la libertà della Chiesa Ortodossa di organizzarsi come meglio crede rispetto al principio - importante, ma gerarchicamente inferiore alla libertà di religione - della libertà sindacale.

I preti sindacalisti romeni hanno portato il caso di fronte alla Corte di Strasburgo, la quale ha dato loro ragione. Esaminando i tre punti che hanno fondato il rifiuto romeno di riconoscere il sindacato, la Corte ha anzitutto ritenuto che l’assimilazione dei sacerdoti ai dirigenti è controversa e non può essere data per scontata. Già su questo punto, è lecito sollevare qualche perplessità tecnica. Si tratta di una specificità del diritto del lavoro romeno su cui la Corte non è competente a pronunciarsi, salvo il caso di applicazioni palesemente arbitrarie di una legge nazionale, che qui non sembra essersi verificato. Ma è sul secondo e sul terzo punto che la Corte si è avviata su una strada estremamente pericolosa. Quanto ai privilegi della Chiesa Ortodossa riconosciuti dall’ordinamento romeno, la Corte ha affermato che l’ordine pubblico - che comprende la libertà di organizzazione sindacale - prevale su ogni specifico accordo fra lo Stato romeno e qualunque organismo, compreso il Patriarcato ortodosso. Andando poi palesemente oltre le sue competenze, la Corte dichiara pure che «lo statuto del Sindacato [dei preti] non conteneva nulla di contrario alla fede della Chiesa [ortodossa]». Un’affermazione di questo genere presuppone che la Corte sia competente a conoscere che cos’è o non è contrario alla fede del Patriarcato di Romania, il che è palesemente assurdo.

Ma è sul punto della libertà religiosa che la sentenza suscita particolare allarme. I giudici di Strasburgo affermano che i preti ortodossi romeni ricevono un salario dal Patriarcato: dunque sono lavoratori dipendenti. E «la relazione fondata su un contratto di lavoro non può essere “clericalizzata” al punto da sfuggire alle normali regole del diritto civile». In realtà, è vero il contrario. Il sacerdozio non è un semplice lavoro come un altro. Chi sceglie di diventare sacerdote sa bene che questa scelta impone delle rinunce, compresa quella a interagire con il suo "datore di lavoro" - la Chiesa - secondo i normali parametri del diritto che si applica a chi lavora in ufficio o in fabbrica. Come ha osservato Grégor Puppinck, direttore dell’European Centre for Law and Justice, un centro specializzato nella tutela della libertà religiosa che aveva sottoposto alla Corte osservazioni scritte a favore della Romania, l’articolo 11 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo a rigore non crea neppure un diritto illimitato all’esercizio dei diritti dei lavoratori nella forma sindacale consueta. L’essenziale per l’articolo 11 è che i lavoratori abbiano diritto a esprimere le loro rivendicazioni in caso di arbitrio, possibilità che anche i sacerdoti ortodossi romeni possono esercitare con gli strumenti previsti dal loro ordinamento canonico.

Si tratta - ha aggiunto Puppinck - di un passo indietro rispetto alla sentenza d’appello nel caso sul crocifisso in Italia, dov’è stato riconosciuto che non esiste un diritto unico europeo in materia di religione e che la Corte deve riconoscere le specificità nazionali, specie nei casi in cui una religione - il cattolicesimo in Italia, ma anche l’Ortodossia in Romania - dà un contributo particolare all’identità nazionale, che non può non trovare uno speciale riconoscimento giuridico. A volere essere maliziosi, si può aggiungere che la Corte - al di là del caso specifico, e tutto sommato limitato, dei preti ortodossi romeni iscritti a questo sindacato - ha voluto lanciare un messaggio preciso alla Chiesa Cattolica, alle prese con analoghe organizzazioni e sindacati, di cui in genere nega la legittimità, in diversi Paesi europei. Se è così, si tratta di una grave ingerenza nelle vicende interne delle Chiese cristiane, e di un ulteriore passo sulla strada - esplicitamente denunciata da Papa Benedetto XVI - di un diritto europeo che, come vorrebbero la Francia e altri Paesi, considera la libertà religiosa un diritto individuale ma non un diritto delle comunità e delle Chiese.

La sentenza, naturalmente, apre problemi pratici di non facile soluzione. Una volta che, in obbedienza alla sentenza, il sindacato di preti romeno sarà riconosciuto dallo Stato dovrà essere riconosciuto anche dalla Chiesa Ortodossa? Quest’ultima probabilmente risponderà di no, con prevedibile nuovo ricorso dei preti sindacalisti a Strasburgo. Un ginepraio da cui sarà difficile uscire e da cui, insieme con la libertà religiosa, rischierà di uscire sconfitto il buon senso.

giovedì 23 febbraio 2012


Maternità, ripensare il lavoro di Mario Palmaro, 23-02-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Licenziare una donna solo perché rimane incinta è una vigliaccata. Per questo, la notizia circolata in questi giorni - e cioè che la Rai avrebbe in vigore delle clausole che permetterebbero di rescindere contratti professionali nel caso di donne in dolce attesa – ha destato un coro di reazioni negative e levate di scudi unanimi nel mondo dei mass media.


Trasformare una gravidanza in una causa di interruzione del rapporto professionale significa esercitare la legge del più forte, colpendo contemporaneamente due soggetti deboli, la madre e il nascituro. La donna, che quando scopre di essere diventata mamma è per certi versi più vulnerabile sotto il profilo psicologico; e il non ancora nato, che fragile lo è sotto tutti i punti di vista, e che rischia di pagare, con la vita, per colpa degli adulti.


Dunque, non si può che rallegrarsi di questa diffusa sensibilità degli opinion  leader verso il gentil sesso e nei confronti delle ragioni della maternità. A patto però di mettere alcuni puntini sulle i, per evitare di scivolare in una facile retorica. Correndo il rischio, paradossalmente, di nuocere piuttosto che giovare a madre, bambino e in generale, alle ragioni della famiglia.


La prima constatazione è che la normativa italiana sulla maternità delle lavoratrici è fra le più protettive al mondo. Questo fatto produce conseguenze contraddittorie fra loro; da un lato, protegge la singola donna che, già entrata nel mondo del lavoro come dipendente a tempo indeterminato, gode delle relative garanzie. D’altra parte, l’esistenza di queste stesse garanzie, e il fatto notorio per cui le donne giovani possono, ogni tanto, restare incinte, mette gli imprenditori in una condizione di “scelta orientata” al momento di selezionare il personale per le assunzioni. E’ inutile nascondersi – a che servirebbe? – che una gravidanza di una lavoratrice inserita in una struttura di pochi dipendenti rappresenta un vero e proprio choc economico e organizzativo per l’azienda e per il datore di lavoro. Certo, si obietterà, ciò non giustifica il licenziamento o l’aggiramento del divieto attraverso la pratica di farsi consegnare lettere di dimissioni preventivamente, per poterle usare quando fa più comodo.


Ma il problema è reale: il “costo” della maternità, fatto ricadere in modo rilevante sul singolo datore di lavoro, produce più danni che benefici all’occupazione femminile. Lo hanno dimostrato alcuni studi molto seri, ripresi da una ricercatrice originale e politicamente scorretta come Paola Liberace, nel suo “Contro gli asili nido” (Rubbettino, 2009). Inoltre, il sistema pubblico non ce la fa più a pagare questi lussi, e rende necessario sacrificare qualche cosa sulla bilancia, rendendo obbligatorio per il futuro scegliere fra mantenimento del posto di lavoro e conservazione del salario, essendo impossibile conservare entrambi.


La seconda osservazione è di natura antropologica: per quanto la società intervenga a sostegno dell’occupazione femminile, sarà bene ricordarsi sempre che la specificità dell’identità femminile non può essere azzerata, e che la gravidanza e la maternità costituiscono, all’interno di un più ampio ventaglio di “colori” della femminilità, elementi ineludibili e peculiari. Come osservava acutamente in questi giorni una giornalista di orientamento laico come Giovanna Maglie, la vita è fatta di scelte, e le scelte comportano sempre la rinuncia a fare qualcosa: chi sceglie di essere idraulico, rinuncia a essere falegname. Nel caso della maternità e del lavoro, la vita permette soluzioni intermedie, offre strade più sfumate, che consentono magari alle due vocazioni di convivere. Ma detto questo, usciamo dall’equivoco secondo cui il compito dello stato dovrebbe essere quello di costruire un sistema di welfare nel quale la maternità e la gravidanza sono a “impatto zero” sulla vita delle donne. Questa è una mistificazione, e il solo tentativo di realizzare un simile modello costituisce, fra l’altro, un colossale sperpero di risorse pubbliche e private.


Come uscirne? Ripensare il lavoro: questa è la scelta obbligata. Superare la logica della presenza e dell’orario fisso e prolungato, e stimolare nuove forme di attività professionale, che permettano soprattutto alle mamme e alle mogli di mettere figli e famiglia al posto d’onore. Ma per fare questa rivoluzione, occorre buttare nella spazzatura decenni di femminismo arrabbiato e di sindacalismo egualitario, che vuole condizioni contrattuali identiche per tutti. E occorre, al contempo, mettere in crisi gli schemi del liberalismo nichilista, che interpreta la vita come un grande coacervo di relazioni individuali regolate da contratti; logica nella quale la gravidanza è un affare privato della contraente, ed è problema suo e solo suo trovare una “soluzione”.


La terza e ultima osservazione, forse sorprendente ma necessaria, è di ordine morale: per quanto sia ingiusta una società che sfavorisce una lavoratrice incinta, e per quanto le leggi e la politica debbano battersi contro simile ingiustizia, rimane un fatto: che l’amore per la vita sbocciata nel proprio grembo non dovrebbe mai essere “barattata”, e messa in discussione, anche solo per un minuto, con un posto di lavoro e uno stipendio. Quando le madri iniziano a pensare che il lavoro sia più importante del figlio che portano nel loro ventre, allora è davvero la fine.

lunedì 13 febbraio 2012


Mamme acrobate e nonne sandwich, regine del welfare – La Stampa – (W. Passerini), 13 febbraio 2012

In 15 anni hanno conquistato 1,7 milioni di posti di lavoro ma ora la crisi svela quanto siano ancora forti pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti.
Onda rosa

Sembrava che la valanga dovesse continuare, ma così non è più. Dal 1993 al 2088 le donne hanno tinto di rosa l’occupazione italiana, raggiungimento quota 9,4 milioni di posti di lavoro. L’aumento ha toccato però solo il nord, con 1,5 milioni, lasciando al sud le briciole (poco più di 200mila posti). Come rivela uno studio, presentato al Cnel da Linda Sabbadini dell’Istat, la crisi ha pesato sia in quantità che in qualità. Dal 2008 al 2010 le donne hanno perso 103mila posti. L’occupazione qualificata ha lasciato sul terreno 270mila donne, mentre è cresciuta di 218mila unità quella non qualificata. Nella sola industria le donne sono calate del doppio rispetto agli uomini (-12,7% contro -6,7%). In Europa siamo ultimi per tasso di occupazione femminile prima di Malta (46,1%), con il sud crollato al 30,5%.

Scoraggiate

Clamoroso è l’esercito delle cosiddette inattive, che non lavorano e non cercano il lavoro: sono al 49% contro una media europea del 35%. In Italia la quota di donne tra i 15 e i 74 anni che non cercano attivamente il lavoro, ma sono disponibili da subito a lavorare, è quattro volte quella dell’Europa (16,6% contro il 4,4%). Un segno di delusione e di scarsa fiducia verso il sistema lavoro.

Laureate Anche quando hanno studiato le donne iniziano un percorso ad ostacoli: lavorano meno rispetto agli uomini, sono più precarie e più sottoutilizzate (svolgono mansioni inferiori rispetto al titolo posseduto) e sono pagate di meno. La Banca d’Italia calcola nel 6% il differenziale a parità di mansioni, l’Istat il 20% (stipendio netto medio di 1.096 contro 1.377 dei dipendenti maschi).

Motivi di famiglia

Una donna su tre lascia il lavoro per motivi familiari, contro il 3% degli uomini. Sempre secondo dati Istat, sono 80mila le mamme che hanno dichiarato di essere state licenziate o di essere state messe in condizione di dimettersi nel corso della vita a causa della maternità, situazione spesso sollecitata dalla perversa formula delle dimissioni in bianco. Solo quattro su dieci sono poi riuscite a reimmettersi nel mercato del lavoro: una su due al nord, una su cinque al sud. E il tasso di occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero dei figli: dall’81% da single passa al 50,6% con due figli e al 33,7% con tre figli.

Doppio pilastro Sia l’Istat che la Banca d’Italia sottolineano che le donne sono il vero pilastro del welfare e delle reti informali che compensano la carenza di servizi e si suddividono tra mamme acrobate e nonne sandwich. Secondo uno studio Isfol, l’85% delle donne tra i 25 e i 45 anni anche se non cerca lavoro vorrebbe svolgere un’attività lavorativa. Per una donna inattiva su tre la decisione di lavorare o non lavorare non è stata una scelta. Gli interventi ritenuti efficaci per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono i tempi di lavoro più flessibili e la maggiore condivisione del lavoro domestico, oltre ai servizi per l’infanzia e per gli anziani e a indennità economiche per i nuclei familiari. Mamme acrobate e nonne sandwich, regine del welfare – La Stampa – (W. Passerini)



In 15 anni hanno conquistato 1,7 milioni di posti di lavoro ma ora la crisi svela quanto siano ancora forti pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti.
Onda rosa

Sembrava che la valanga dovesse continuare, ma così non è più. Dal 1993 al 2088 le donne hanno tinto di rosa l’occupazione italiana, raggiungimento quota 9,4 milioni di posti di lavoro. L’aumento ha toccato però solo il nord, con 1,5 milioni, lasciando al sud le briciole (poco più di 200mila posti). Come rivela uno studio, presentato al Cnel da Linda Sabbadini dell’Istat, la crisi ha pesato sia in quantità che in qualità. Dal 2008 al 2010 le donne hanno perso 103mila posti. L’occupazione qualificata ha lasciato sul terreno 270mila donne, mentre è cresciuta di 218mila unità quella non qualificata. Nella sola industria le donne sono calate del doppio rispetto agli uomini (-12,7% contro -6,7%). In Europa siamo ultimi per tasso di occupazione femminile prima di Malta (46,1%), con il sud crollato al 30,5%.

Scoraggiate

Clamoroso è l’esercito delle cosiddette inattive, che non lavorano e non cercano il lavoro: sono al 49% contro una media europea del 35%. In Italia la quota di donne tra i 15 e i 74 anni che non cercano attivamente il lavoro, ma sono disponibili da subito a lavorare, è quattro volte quella dell’Europa (16,6% contro il 4,4%). Un segno di delusione e di scarsa fiducia verso il sistema lavoro.

Laureate Anche quando hanno studiato le donne iniziano un percorso ad ostacoli: lavorano meno rispetto agli uomini, sono più precarie e più sottoutilizzate (svolgono mansioni inferiori rispetto al titolo posseduto) e sono pagate di meno. La Banca d’Italia calcola nel 6% il differenziale a parità di mansioni, l’Istat il 20% (stipendio netto medio di 1.096 contro 1.377 dei dipendenti maschi).

Motivi di famiglia

Una donna su tre lascia il lavoro per motivi familiari, contro il 3% degli uomini. Sempre secondo dati Istat, sono 80mila le mamme che hanno dichiarato di essere state licenziate o di essere state messe in condizione di dimettersi nel corso della vita a causa della maternità, situazione spesso sollecitata dalla perversa formula delle dimissioni in bianco. Solo quattro su dieci sono poi riuscite a reimmettersi nel mercato del lavoro: una su due al nord, una su cinque al sud. E il tasso di occupazione femminile diminuisce all’aumentare del numero dei figli: dall’81% da single passa al 50,6% con due figli e al 33,7% con tre figli.

Doppio pilastro Sia l’Istat che la Banca d’Italia sottolineano che le donne sono il vero pilastro del welfare e delle reti informali che compensano la carenza di servizi e si suddividono tra mamme acrobate e nonne sandwich. Secondo uno studio Isfol, l’85% delle donne tra i 25 e i 45 anni anche se non cerca lavoro vorrebbe svolgere un’attività lavorativa. Per una donna inattiva su tre la decisione di lavorare o non lavorare non è stata una scelta. Gli interventi ritenuti efficaci per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono i tempi di lavoro più flessibili e la maggiore condivisione del lavoro domestico, oltre ai servizi per l’infanzia e per gli anziani e a indennità economiche per i nuclei familiari.

domenica 12 febbraio 2012


Le principesse sulle uova - Il «social freezing», un'opportunità in più per liberarsi dal giogo dell'età, una forma di prevenzione o un vezzo per dedicarsi prima a carriera e vita sociale? – di Elvira Serra twitter @elvira_serra, 11 febbraio 2012, http://www.corriere.it

Per Paolo Emanuele Levi Setti è «la seconda rivoluzione sessuale»: «Congelare gli ovociti libera la donna dal giogo dell'età e pareggia davvero i conti con gli uomini». Ma non gli piace il termine, « social freezing »: «Ha in sé una connotazione negativa, fa pensare a un vezzo, al capriccio di persone ricche e straviziate che si concedono come benefit la possibilità di avere o rimandare nel tempo una gravidanza». Ecco perché il responsabile del dipartimento di Ginecologia dell'Humanitas, professore aggiunto alla Yale University, fa un po' d'ironia: «Qui non si tratta né di social drinking né di happy hour . A mio avviso è una opportunità in più». Così azzarda: «Vorrei che diventasse una forma di prevenzione primaria della infertilità futura. Perché per la maggior parte delle donne che decidono di avere un figlio dopo i quarant'anni e non ci riescono, se prima non hanno congelato i propri ovociti l'unica alternativa è la donazione dei gameti femminili. Deve farci riflettere il fatto che arrivi dall'Italia il 40-50 per cento delle coppie europee che si rivolgono a centri specializzati nella ovodonazione».
In effetti i numeri non incoraggiano. A 23 anni ogni ovulazione si trasforma in una gravidanza nel 28% dei casi, a 39 anni nel 14%, a 40 nel 12%, a 42 nel dieci per cento e a 43 soltanto nell'8 per cento dei casi. Gillian Lockwood sulla rivista scientifica Reproductive BioMedicine Online ha spiegato che sei donne su cento rischiano di restare senza figli quando cominciano a cercare una gravidanza in modo naturale sotto i 30 anni, ipotesi che sale al 14% a trentacinque e arriva al 35% a quarant'anni. Una prospettiva che ha convinto il Comitato etico del governo di Israele ad auspicare il congelamento delle uova per tutelare la fertilità futura delle donne.

Negli Stati Uniti il passaparola è partito dalla anchorwoman di punta della Abc , Diane Sawyer, che ha raccomandato alle sue colleghe di concedersi una chance vitrificando i propri ovociti a uso e consumo futuro. Una spinta alla autonomia riproduttiva. Decidere di scongelarne o abbandonarne uno ha un impatto emotivo diverso dal fare la stessa cosa con un embrione. Alla base della scelta non è sempre una questione di carriera, talvolta manca l'uomo giusto. L'obiettivo è dunque tenersi pronte. Questo almeno è il ragionamento che sta spingendo, secondo alcuni con un po' troppo ottimismo, molte americane a rivolgersi a endocrinologi esperti per mettere da parte i propri gameti (oltreoceano costa 15 mila dollari, qui in Italia 3-4 mila euro).

Non possiamo liquidarlo soltanto come un fenomeno di costume: le principesse sul pisello diventano principesse sulle uova, la seconda puntata del colossal sul controllo delle nascite che nel primo tempo ha avuto per protagoniste la pillola e la legalizzazione dell'aborto. C'è un bisogno, questa è l'evoluzione. In Italia è agli albori. «Da noi è in una fase embrionale. Nel nostro centro a Bologna abbiamo congelato gli ovociti di una trentina di donne con questo specifico obiettivo, soprattutto straniere. Ma per dare un parametro di riferimento, trattiamo circa tremila pazienti l'anno», spiega Andrea Borini, presidente della Società italiana di preservazione della fertilità.

Non c'è ancora esperienza di gravidanze da scongelamento per social freezing, ma si considerano affidabili i risultati certificati con la fecondazione assistita. Nel 2009 i centri che hanno crioconservato le uova, con congelamento lento o vitrificazione, sono stati 121. Quelli autorizzati, cioè iscritti nel registro nazionale della Procreazione medicalmente assistita (Pma), sono 201. «Segnalo questa possibilità a tutte le mie pazienti», racconta Alessandra Graziottin, ginecologa e oncologa. Lei mette in evidenza l'anomalia, così pure il professor Levi Setti, per cui non è ancora prassi informare le donne che stanno per sottoporsi a un ciclo di chemioterapia dell'opportunità di mettere da parte un «tesoretto» di gameti femminili. Prosegue: «La verità è che andrebbe raccomandato anche alle fumatrici; a chi ha avuto cisti ovariche; ha in famiglia precedenti di menopausa precoce; già in partenza fa i conti con un'ovulazione più debole».

L'età, però, deve essere quella giusta. L'ideale è sotto i 35 anni. Racconta Eleonora Porcu, responsabile del servizio di infertilità e Pma del Policlinico Sant'Orsola di Bologna: «Dissuado chi viene da me a 43-45 anni. Gli ovociti dopo i 35 anni hanno chance limitate. E non si tratta comunque di una passeggiata: non è come mettere da parte una ciocca di capelli. Bisogna sottoporsi a un trattamento ormonale, che può avere effetti collaterali; c'è un intervento chirurgico, che per quanto poco invasivo necessita comunque di anestesia». Per lei la deriva statunitense del social freezing è una sconfitta: «L'ennesimo adeguamento a ritmi biologici maschili. Non mi sorprende che la spinta arrivi da New York, metropoli dove c'è una feroce rincorsa degli obiettivi e la scelta di posticipare la maternità serve solo a conquistare un piccolo posto al sole in una realtà maschilista e maschile. Altra cosa è congelare gli ovociti nelle donne col cancro, che con questa tecnica hanno già cominciato ad avere bambini nel mio centro Pma. Ma per le sane, confinare in laboratorio la dimensione procreativa, come evento artificialmente riprodotto rispetto alla naturalità, è una evoluzione del costume che non so se valga la pena di incentivare senza inquietudine».

Resta un pensiero, legato all'unicità del momento in cui nasce una cellula uovo (o uno spermatozoo): la musica di quel giorno, il premier al governo, lo stato d'animo, la qualità delle nostre relazioni, il film visto la sera prima. Possiamo davvero «congelare» tutto questo e «sbrinarlo» a distanza di anni per l'inseminazione con uno sperma che ha un'età biologica differente?

venerdì 20 gennaio 2012


DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio? - Pietro Barcellona, venerdì 20 gennaio 2012, il sussidiario.net

La progressiva oggettivazione dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.
La perdita del mondo come realtà che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura. Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di paure e di isolamenti individuali.
L’economia rappresenta infatti il modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.
Ciò che è accaduto in questi ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita delle persone nella sfera della produzione e del consumo.
Pensiamo alla vita. Non era mai accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia capitalistica.
In questo esempio estremo si vede come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità, apparentemente spontanea, dei rapporti umani.
L’assoluta novità della fase che stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive (che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera della produzione e circolazione delle merci e del denaro.
Che la procreazione possa diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento e la nascita.
Similmente, nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri bisogni da soddisfare al mercato delle merci.
 Oggi invece la fabbrica si configura come un luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in time.
L’azienda si riorganizza secondo un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa. 
Oggi la vita concreta del lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.
La fine dell’impresa fordista e la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita.
Naturalmente su questo tema del rapporto tra rendita e profitto occorrerebbe un approfondimento ulteriore. Ciò che invece mi interessa sottolineare in questa sede è come le trasformazioni del lavoro e della produzione realizzino un effetto di evaporazione della realtà, cioè di scomparsa della sfera delle pratiche affettive attraverso cui le donne e gli uomini entrano in rapporto. Proprio questo livello di astrazione estremo è alla base delle crisi che si stanno producendo a ritmo sempre più accelerato sia nella vita quotidiana sia nella vita degli Stati nazionali. Più la vita concreta degli esseri umani viene pervasa dalla logica strumentale della produzione di denaro a mezzo di denaro, più le persone concrete sono svuotate di ogni capacità di comprensione e di ogni autonomia nella ricerca del senso della propria esistenza.
Attraverso il controllo dell’intero ciclo economico, la maggior parte dei bisogni umani appare oggi prodotta e quasi imposta dal funzionamento dell’intero sistema mediatico che determina la stessa forma dei desideri e dei bisogni. Si pensi al fenomeno delle mode che spingono intere masse all’acquisto e al consumo di beni privi di qualsiasi qualità e utilità. L’intera società viene cioè estraniata dal processo primario di rappresentazione ed elaborazione dei propri bisogni, che non sono più il frutto di un’autonoma e consapevole rappresentazione del rapporto fra se stessi e il mondo, ma sono invece eterodiretti ed eteroformati dalla macchina produttiva di ricchezza monetaria.
L’astrazione dalla concreta esperienza della vita di ciascuno dal proprio contesto pratico-affettivo si risolve in questo caso in una alienazione totale. È questa alienazione che oggi emerge drammaticamente nelle condizioni della crisi che stiamo attraversando, che non è appunto soltanto una crisi economica, ma la crisi, come abbiamo orami spiegato tante volte, di una intera forma di vita.