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martedì 3 settembre 2013

Gli psichiatri americani hanno una pillola per ogni “tristezza”. Anche per i bambini - settembre 2, 2013  - Rodolfo Casadei, http://www.tempi.it/


pillole

È morta vostra madre oppure l’amata vi ha lasciato e voi per quindici giorni avete fatto fatica a prendere sonno, vi si leggeva una profonda tristezza sul volto e siete dimagriti causa inappetenza? Sicuramente siete afflitti da una malattia mentale, una forma di depressione severa. Il vostro bambino di sette anni ha preso troppo dalla mamma, cioè è un iracondo insopportabile, che almeno tre volte alla settimana esagera coi capricci? Lo affligge certamente una patologia psichica: disturbo dirompente con disregolazione dell’umore; e se la definizione vi sembra troppo ampollosa, dite pure “collera estrema dell’infanzia”. Il nonno continua a fare casino con la posologia dei quattro medicinali che deve quotidianamente assumere, non riesce a stare più dietro a tutti gli adempimenti amministrativi e fiscali, bollette di gas, acqua, luce, Tarsu, Imu ecc.? Non è che si sta rincoglionendo con l’età: trattasi di disturbo neurocognitivo lieve. Vostra sorella è malata di cancro da parecchio tempo, chiama continuamente al capezzale quelli che stanno in casa con lei, si inventa a ogni momento sintomi nuovi di altre malattie oltre a quella che ha già? La diagnosi è pronta: disordine sintomo-somatico. Vostra moglie continua ad accumulare cianfrusaglie, la camera da letto sembra un mercatino dell’usato, ma lei non si sogna lontanamente di fare ordine? Non è che ce l’ha con voi, bensì è affetta da sillogomania. Non è una perversione sessuale, è la patologia mentale di chi ammassa cose vecchie e inutili di cui poi non riesce a liberarsi.

TUTTI MALATI MENTALI? Gratta gratta, siamo tutti malati mentali. È la conclusione implacabile che si trae dalla lettura (una penitenza per peccatori incalliti: sono quasi mille pagine scritte in inglese) del Dsm 5, la quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, redatto da 160 esperti messi insieme dall’Apa, l’Associazione psichiatrica americana. Quando uscì la prima edizione, nel 1952, le psicopatologie censite erano un centinaio. Nel 1968 erano salite a 182; nel 2000 avevano toccato quota 370. Per la quinta edizione, presentata a San Francisco nel maggio scorso, si temeva il peggio. In realtà la cifra assoluta quasi non è cambiata, ma solo perché alcune vecchie voci sono state accorpate. Per esempio la sindrome di Asperger è stata spostata sotto la più ampia e già esistente dizione di “disturbi dello spettro autistico”. Ma 15 nuove voci sono state inserite, fra esse le simpatiche diagnosi che abbiamo evocato in apertura. Il risultato, secondo lo psichiatra e psicanalista francese Patrick Landman promotore in Europa del comitato Stop Dsm 5, è che «se applicassi i criteri del Dsm 5, dovrei dire che il cento per cento dei miei pazienti sono malati mentali. In realtà, solo il 10 per cento di chi viene nel mio studio soffre di un disagio certo e accertabile. Col Dsm 5, non si può più essere normalmente tristi o angosciati, senza cadere nelle reti della psichiatria. La medicina tradizionale scopre le malattie, il Dsm le inventa».

Non è stato più gentile Allen Frances, lo psichiatra americano che aveva presieduto alla revisione del Dsm nel 2000. Nel suo libro Saving Normal, pubblicato come contributo al fuoco di sbarramento contro la stesura in corso del Dsm 5, l’autorevole clinico scrive che il nuovo manuale «etichetterà in modo erroneo persone che sono normali, promuoverà l’inflazione diagnostica e incoraggerà un uso inappropriato dei farmaci. Esso farà sì che milioni e milioni di persone attualmente considerate normali, siano diagnosticate con un disturbo mentale, e ricevano un trattamento e una stigmatizzazione di cui non hanno alcun bisogno». E soprattutto confermerà e conforterà la tendenza già dominante ad affrontare ogni disagio della persona con pillole e farmaci vari.

UN DISTURBO PER CIASCUNO. Il futuro di un mondo dominato dal Dsm 5 per Frances è un incubo dove ogni occasione e situazione prevede una pillola psicotropa, dove a ogni umano sentimento penoso corrisponde una diagnosi psichiatrica: il disturbo dirompente con disregolazione dell’umore trasformerà gli sbalzi umorali in una malattia mentale e incoraggerà un uso allargato di farmaci antipsicotici; il disturbo da deficit di attenzione e iperattività vedrà allargare la sua diagnosi dai bambini agli adulti e condurrà a un drammatico aumento di prescrizioni di stimolanti come l’Adderall e il Ritalin; l’inserimento delle reazioni psicologiche conseguenti alla perdita di una persona cara (morte o fine di un amore) nella diagnosi del disturbo di depressione severa porterà al rifiuto a tutti i livelli del lutto e dell’umana esperienza dell’afflizione. «L’industria farmaceutica», scrive Frances, «è dedita all’omologazione di ogni diversità psicologica, il cui esito sarà la creazione di una monocoltura umana». Parole poco diverse usa, di qua dall’Atlantico, Patrick Landman: «Non si può lasciare che il patologico invada tutta la sfera nel nostro vivere, ogni giorno. Il Dsm lo fa. Siamo al trionfo del sintomo e alla morte del soggetto con la sua storia personale e singolare. E siamo, di conseguenza, alla sovraprescrizione di farmaci. E quindi alla psichiatrizzazione rampante della società».

LE PRESCRIZIONI DI RITALIN. Cosa questo già significhi lo si capisce al volo quando si confrontano i dati sulle prescrizioni di Ritalin in ambito di psichiatria infantile in paesi dove il Dsm è un riferimento obbligato e in paesi dove non lo è, e quando si butta l’occhio ai bilanci dell’industria farmaceutica, capitolo sostanze psicotrope. La denuncia si può leggere nell’appello “Per farla finita con la dittatura del Dsm”, iniziativa nata in Francia due anni fa e da qualche tempo approdata in Italia: «(…) in Francia, quasi 20 mila bambini prendono il Ritalin, siamo ancora ben lontani dai 55 mila bambini inglesi e soprattutto dai 3 milioni di canadesi e dai 7 milioni interessati negli Usa. (…) Le medicine psicotrope rappresentano un mercato estremamente vantaggioso: negli Usa, nel 2004, gli antidepressivi hanno generato 20,3 miliardi di dollari di profitto, gli anti-allucinatori 14,4 miliardi». Il manifesto anti-Dsm sembra confondere i ricavi coi profitti e altre fonti indicano valori un po’ più bassi, ma il legame fra i contenuti del Dsm e il boom farmacologico è difficile da smentire: è, effettivamente, la conseguenza della sua impostazione. Vediamo perché.

IL METODO DEL DSM. Il Dsm dichiara che il suo metodo per l’identificazione delle malattie mentali è “sindromico” e “ateoretico”. Paroloni che significano semplicemente che il manuale descrive insiemi di sintomi senza identificare le cause, e non dice nulla sulle cause perché su di esse non c’è unanimità nel mondo scientifico, bensì diverse teorie e approcci si contendono la spiegazione del disturbo. Quando noi ci troviamo di fronte a una malattia organica, per esempio una polmonite, siamo in grado di dire che essa è il risultato di una infezione prodotta da un virus o da batteri. Ma quando ci troviamo davanti a una malattia mentale, cioè a un disturbo del comportamento umano, vari tentativi di spiegazione appaiono in concorrenza fra di loro: alcuni tentano una spiegazione biologica nel campo delle neuroscienze, altri privilegiano la pista genetica, altri ancora cercano la causa psichica vera e propria. Il Dsm si dichiara al di sopra delle parti e si limita a descrivere i sintomi e a presentarli come sindromi: mentre una malattia è un insieme di sintomi che fanno capo a una causa definita, una sindrome è un insieme di sintomi che possono essere dovuti a cause diverse. Una sindrome, però, non si può curare come tale: se io non riesco più a respirare, un medico rileverà prima di tutto che sono affetto da una sindrome da insufficienza respiratoria, ma poi dovrà cercare di capire se si tratta di una polmonite, di una perforazione dei polmoni, di un problema cardiaco o di un avvelenamento, ecc.: ne va dell’appropriatezza della terapia che userà per guarirmi. Il paradosso delle malattie mentali così come sono presentate nel Dsm è il seguente: si pretende di curare delle sindromi, cioè si interviene sui sintomi a prescindere dalle cause. E come si fa a modificare dei sintomi di cui non si conosce la causa? A botte di psicofarmaci, ovviamente. Così siamo entrati in quella che Landman definisce l’«era della psichiatria clinica farmaco-indotta», nella quale «nuovi farmaci portano alla creazione di nuove diagnosi o alla modificazione di quelle esistenti». 

A SUON DI FARMACI. La neutralità teoretica del Dsm va a farsi benedire: le malattie mentali sono trattate a suon di farmaci, come si fa con le malattie organiche, quelle legate ai fattori biologici. La specificità psichica non è riconosciuta. La natura soggettiva e relazionale dei disturbi psichici, che la psicanalisi sin dalle sue origini ha affermato, non conta nulla quando si passa ai tentativi terapeutici. Come afferma Landman, «il pensiero unidirezionale del Dsm ha condotto a una crescente perdita di interesse verso il contesto sociale e psicologico della malattia mentale a favore dei suoi aspetti biologici e comportamentali. Ciò ha pure contribuito al fatto che le nuove generazioni di psichiatri e di psicologi sono state formate nel discredito nei confronti delle pratiche psicoterapeutiche e di reintegrazione sociale, che sono tuttavia una parte assolutamente essenziale della pratica psichiatrica quotidiana».
Tutto ciò risponde ovviamente agli interessi economico-finanziari della grande industria farmaceutica e di tutti coloro che da essi sono beneficiati. Ma non è questo, secondo alcuni, l’unico interesse costituito che sta dietro l’egemonia del paradigma medico-biologico che pervade, senza essere apertamente dichiarato, il Dsm.

CONCEZIONE POLITICA DELLA MALATTIA. «Con questo manuale ci ritroviamo in un contesto di concezione politica della malattia», afferma Mario Binasco, psicanalista di scuola lacaniana, docente presso l’Università Lateranense e firmatario di un appello contro il Dsm 5. «Se alle malattie mentali si riconoscesse il loro statuto propriamente psichico, soggettivo e relazionale, verrebbe meno quella maneggiabilità sociale della malattia che si è affermata dalla Rivoluzione francese in avanti. Le categorie del Dsm sottintendono una concezione gestionale, manageriale della società. Ci si prende cura della società, ma secondo il discorso della scienza e della tecnologia, che è un discorso di gestione globale della società che prescinde dalla soggettività degli esseri umani. È la tecnoscienza che sostituisce la soggettività. Ecco perché i farmaci capaci di incidere sui comportamenti diventano la cosa più importante: c’è un interesse politico al controllo farmaceutico dei comportamenti della società».

L’INFLUENZA NEL RESTO DEL MONDO. La situazione è grave a causa del fatto che il Dsm non è una faccenda prettamente americana, ma rappresenta di fatto il canovaccio del capitolo sulle malattie mentali dell’Icd (International Classification of Diseases), il manuale ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in materia di malattie, giunto alla decima revisione. D’altra parte è evidente che nel mondo globalizzato la potenza politica, economica, militare e scientifica degli Stati Uniti fa sì che ciò che si decide lì finisca poi per prendere piede almeno nelle parti del mondo più culturalmente affini, ovvero in Occidente.

Da qui il discreto fuoco di sbarramento che ha accompagnato la sua pubblicazione. Negli Usa la Società Americana di Psicologia ha raccolto 12 mila firme di suoi affiliati in calce a una lettera aperta che chiede di modificare l’impostazione del manuale. Nelle Americhe e in Europa sono sorti comitati e iniziative di protesta: Stop Dsm 5, Committee to Boycott the Dsm 5, The International Dsm 5 Response Committee e altri ancora. In Italia l’adesione alla campagna anti-Dsm è stata promossa quasi due anni fa da cinque psicanalisti: Mario Binasco, Mariela Castrillejo, Alessandra Guerra, Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos. «Nella sua introduzione il Dsm vuole essere ideologicamente ateoretico nella descrizione dei “disordini mentali” e per questo motivo ha eliminato qualsiasi riferimento alla psicanalisi e alla causalità psichica», hanno scritto in una lettera aperta. «Cosa comporta l’eliminazione di una qualsiasi causalità psichica? Eliminando la causalità psichica, il Dsm impone di riflesso la causalità organica. La causalità organica impone come terapia l’utilizzo massiccio e indiscriminato di psicofarmaci da parte degli “operatori”. La superficialità e la pretesa ateoretica di questo manuale, il predominio della “pseudoscientifica” causalità organica e psicofarmacologico, la medicalizzazione della sofferenza psichica, l’eliminazione programmatica della parola e della psicanalisi, sono solo alcuni elementi che rendono particolarmente pericoloso il Dsm per milioni di esseri umani».

giovedì 16 maggio 2013


Collegio degli psichiatri inglesi sotto accusa: «Ha mentito sull’omosessualità durante le consultazioni con il governo» - maggio 15, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/

matrimonio-gay-omosessuale

Il Collegio nazionale degli psichiatri inglesi è stato messo sotto accusa per aver omesso dei dati durante le consultazioni sul matrimonio gay avvenute di recente fra i medici, il governo e la Chiesa anglicana. A elencare i bias scientifici la “Core issues trust”, organizzazione no-profit inglese di psichiatri, terapeuti e ministri: «Quando il dottor King (un membro del Collegio, ndr) parla alla comunità scientifica dice che non è ancora chiaro se la vulnerabilità degli omosessuali sia dovuta a disordini psicologici o ad altri fattori. Ma nei colloqui con il governo e la Chiesa circa il matrimonio gay [King] ha cambiato le carte in tavola, affermando che la causa sta nella società che li discrimina».

OMISSIONI. La letteratura e l’esperienza clinica sui pazienti omosessuali, si legge nel documento di accusa, «dimostrano la propensione al sesso anonimo, la gelosia generata da relazioni non esclusive, il senso di solitudine durante la vecchiaia in particolare fra gli uomini, la dipendenza dal sesso nella maggioranza dei casi, il rischio di sviluppare malattie, la mancanza di legami familiari stabili e di supporto». Si parla poi del «crescente rischio di abuso di droghe e alcol per combattere l’ansia». Ma «invece che discutere di tutte queste cose – si legge ancora – il Collegio si focalizza sulla discriminazione. Gli altri fattori non sono neanche menzionati, così si può solo concludere che la discriminazione è la causa prevalente dei disturbi mentali della comunità Lgbt».

MANIPOLAZIONI. Non potendo negare il rischio di suicidi, la depressione, l’ansia, l’abuso di sostanze e la salute cagionevole di chi pratica l’omosessualità, «si dà la colpa all’ostilità della società». Inoltre uno studio del 2003 sull’omosessualità, che parla di come tantissimi gay e lesbiche in seguito a una terapia abbiano cambiato orientamento sessuale, è stato manipolato dal dottor King che ha trasformato «la maggioranza in una minoranza, il che è una grave violazione e appare come una vera frode».

CENSURE. Infine la “Core issues trust” sottolinea la mancanza di dati offerti dal Collegio nazionale degli psichiatri inglesi sulle persone che praticavano l’omosessualità e che attraverso le terapie hanno cambiato tendenza: «Ci sono tantissimi casi che dimostrano con evidenza che l’omosessualità non è una condizione fissa ma mobile, particolarmente fra le donne, ma anche questo è stato censurato dal Collegio».
@frigeriobenedet

venerdì 3 maggio 2013


Nozze gay: l’APA senza credibilità, smentita dagli studi -  3 maggio, 2013 - http://www.uccronline.it/


APA


Nel luglio 1998 l’American Psychological Association (APA) ha sostenuto, tramite uno studio scientifico, che gli abusi sessuali sui bambini non sarebbero dannosi se vengono da essi “consentiti”. Nello studio vi si legge che «le esperienze sofferte da bambini, sia maschi che femmine, che hanno avuto abusi sessuali sembrano abbastanza moderate», inoltre, «l’abuso sessuale su un bambino non necessariamente produce conseguenze negative di lunga durata». Così, si conclude, «il sesso consensuale tra bambini e adulti, e tra adolescenti e bambini, dovrebbe venire descritto in termini più positivi, come “sesso adulto-bambino” e “sesso adolescente- bambino”». L’APA ha invitato a non usare lo studio come un avvallo della pedofilia, ma non ha mai preso le distanze dalle affermazioni contenute.

L’American Psychological Association è anche nota per essere fortemente influenzata (e alcuni dicono ricattata) dall’attivismo omosessuale, fin dagli anni ’70. Un noto ricercatore e attivista gay, Simon LeVay, lo ha ammesso dopo la decisione del 1973 di cancellare l’omosessualità dal DSM (manuale diagnostico dei disturbi mentali): «l’attivismo gay era chiaramente la forza che ha spinto l’APA a declassificare l’omosessualità dai disturbi di mente». Su questa decisione (giusta o sbagliata che sia, non è questo l’argomento), presa per alzata di mano (sic!), sono intervenuti anche due ex presidenti della stessa organizzazione, ovvero Rogers H. Wright e Nicholas A. Cummings.

Nel loro libro “Destructive Trends in Mental Health: The Well Intentioned Path to Harm” (Routledge 2005), scrivono da testimoni oculari dei fatti: «Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders della American Psychiatric Association ha ceduto improvvisamente e completamente a politiche di pressione quando nel 1973 ha rimosso l’omosessualità dalle condizioni di curabilità. Una tempesta politica era stata creata dagli attivisti gay all’interno dell’associazione e gli psichiatri fortemente contrari alla normalizzazione dell’omosessualità sono stati demonizzati e persino minacciati di morte, piuttosto che scientificamente confutati» (pag. 9). All’interno del volume si parla frequentemente dei «gruppi gay all’interno dell’APA» che ne condizionano l’attività ed i pronunciamenti pubblici. Le accuse contro l’APA di inattendibilità scientifica sulla tematica dell’omosessualità sono arrivate anche numerosi altri ex presidenti e responsabili dell’associazione, come Jack G. Wiggins, Robyn Dawes, David Stein e Robert Perloff, che hanno supportato pubblicamente le affermazioni del libro.

Nel 2008 sempre Nicholas A. Cummings, uno degli ex presidenti dell’APA (nonché tra i più influenti psicologi in America) ha raddoppiato la dose: «L’APA ha permesso che la correttezza politica trionfasse sulla scienza, sulla conoscenza clinica e sull’integrità professionale. Il pubblico non può più fidarsi della psicologia organizzata per parlare di prove sull’omosessualità, piuttosto si deve basare su essa per quel che riguarda l’essere politicamente corretti. Al momento la governance dell’APA è investita da un gruppo elitario di 200 psicologi che si scambiano le varie sedi, commissioni, comitati e il consiglio dei Rappresentanti. La stragrande maggioranza dei 100.000 membri sono essenzialmente privati dei diritti civili. Alla Convenzione APA del 2006 a New Orleans, ho tenuto un discorso intitolato “Psicologia e la necessaria riforma dell’APA”, che è stato ampiamente diffuso nei listserves di psicologia ma è stato totalmente ignorato dalla leadership dell’APA».

Come può dunque essere presa sul serio un’associazione scientifica che si lascia condizionare da forme di lobbysmo, priva di democrazia interna e che ha come nemici così tanti suoi ex presidenti? Come può essere attendibile su questa specifica tematica se la sua principale ricercatrice è Charlotte Patterson, lesbica, convivente e attivista LGBT? Eppure il quotidiano La Stampa ha dato voce ad uno degli attuali responsabili, Clinton Anderson, il quale ha speso buone parole circa le relazioni omosessuali paragonate a quelle eterosessuali, anche se -ha detto- «ancora non possiamo paragonare coppie sposate omo ed eterosessuali perché, negli Usa, il matrimonio gay è consentito solo in alcuni Stati». L’unica differenza, secondo lui, sarebbe la minor durata delle relazioni omosessuali. Peccato che sia stata solo un’intervista di chiaro intento propagandistico (che dovrebbe essere evitato dalle organizzazioni scientifiche) e non abbia potuto citare alcuno studio a suo supporto.

Siamo tuttavia contenti che abbia taciuto sulle adozioni a persone dello stesso sesso, probabilmente consapevole che nel luglio 2012 uno studio pubblicato su “Social Science Research” ha di fatto mostrato la completa infondatezza della posizione “possibilista” dell’American Psychological Association, secondo la quale i figli di genitori gay o lesbiche non sarebbero svantaggiati rispetto a quelli di coppie eterosessuali. E’ stato dimostrato che i 59 studi citati dall’APA per sostenere la propria tesi sono inaffidabili dal punto di vista scientifico e, se interpretati correttamente, attestano notevoli differenze sussistenti tra figli adottati da coppie gay conviventi e figli naturali di coppie eterosessuali.

Interessante infine rilevare una sorprendente dichiarazione rilasciata dallo stesso Clinton Anderson, probabilmente considerata pesantemente omofobica dalle lobby di pressione interne all’APA. Egli ha infatti affermato nel 2006: «Io non penso che chiunque di noi sia in disaccordo con l’idea che le persone possano cambiare, perché noi sappiamo che eterosessuali sono diventati omosessuali, così è totalmente ragionevole che persone omosessuali diventino eterosessuali. La questione non è se l’orientamento sessuale può cambiare, ma se risultano efficaci le terapie di cambiamento dell’orientamento sessuale». E’ evidente che la frase finale non ha senso ma è unicamente giustificata da motivi di avversione ideologica. Ribadiamo le parole del dott. Nicholas Cummings, ex presidente dell’APA: «le persone non possono più fidarsi della psicologia organizzata per parlare di prove sull’omosessualità, piuttosto ci si deve basare su essa per quel che riguarda l’essere politicamente corretti».

domenica 10 marzo 2013


Avviata l’opera di normalizzazione della pedofilia -  7 marzo, 2013 - http://www.uccronline.it

DSM

Poco importa se nella “bibbia” della psichiatria mondiale – o DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) del 1994 – i criteri diagnostici riguardo la pedofilia sono stati severamente criticati per mancanza di affidabilità, validità, coerenza e precisione [1], o se regna il caos nei relativi sistemi di classificazione [2] con incoerenti metodologie di codifica sociolegale anziché psicologica [3]. A maggio uscirà il nuovo DSM, aggiornato. Con esso sarà mantenuta la definizione di pedofilia in quanto “disturbo (disease) pedofilo”, anziché malattia (illness).

Vittorino Andreoli, accademico e psichiatra famoso, scriveva nel 2004 che “La pedofilia è una malattia”, intendendo comunque per “malattia” un disease psichico. “Oggi – continua Andreoli – la pedofilia è inserita nell’elenco delle malattie, mentre, per esempio, non lo è più l′omosessualità, che è stata cancellata nel 1992. Chiunque facesse attualmente una diagnosi di omosessualità, includendola come malattia, sarebbe perseguibile perché non solo commette un errore dal punto di vista sanitario ma compirebbe una discriminazione.”[4]

Eppure, proprio come l’omosessualità, anche la pedofilia sembra seguire lo stesso identico percorso di normalizzazione, interrotto (ma ancora per poco) dalla strenua battaglia di numerose associazioni di genitori. Infatti, nel passaggio dal DSM IV al DSM IV-TR, manuale ora in uso, si riuscì ad ottenere che anche l’agito pedofilo, e non solo la pedofilia “egodistonica” (quando cioè il pedofilo è consapevole di esserlo), fosse considerato un disturbo della sfera sessuale.

E in effetti in Canada, in un dibattito parlamentare del 2011, la pedofilia è stata ritenuta dal dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal, “un orientamento sessuale” esattamente come l’eterosessualità e l’omosessualità. Un orientamento talmente normale, o naturale – secondo Van Gijseghem – che il solo tentativo di un’ipotetica rieducazione sarebbe totalmente folle, tanto quanto quello di voler cambiare qualsiasi “orientamento sessuale”. È evidente come tale modo di ragionare inneschi un effetto domino dagli esiti a sorpresa, soprattutto per le potentissime holding farmaceutiche.

Considerato, infatti, che in tutto lo scibile comportamentale sessuale non esiste più nessuna “norma” poiché lentamente tutto sarà “norma” (leggi “orientamento sessuale”), per quale reazionaria ragione si dovrebbero discriminare le restanti “parafilie” in catalogo? E ancora di più, perché mai dovrebbe esistere una cura – con o senza dopaggio farmacologico – per le perversioni sessuali con animali, lo stupro seriale intrafamiliare, le sevizie sadiche su anziani, bambini, malati e invalidi gravissimi, e tutte le innumerevoli devianze sessuali reiterate nel tempo, diagnosticate appunto (ma solo per ora) “parafilie” o anomalie del comportamento sessuale? Non sarebbe un tragico errore sanitario oltre che uno scandalosissimo trattamento discriminatorio?

Valentina Fanton



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Note

[1]. O’Donohue W., Regev L.G., Hagstrom A (2000). Problems with the DSM-IV diagnosis of paedophilia. Sex Abuse,/12: /95-105.
[2]. Okami, P. & Goldberg, A. (1992). Personality correlates of pedophilia: Are they reliable indicators? Journal of Sex Research, 29, 297-328.
[3]. Feelgood, S. & Hoyer, J. (2008). Child molester or paedophile? Sociolegal versus psychopathological classification of sexual offenders against children. Journal of Sexual Aggression, 14: 1, 33-43.
[4]. G. Chinnici (a cura di), Sulle tracce della pedofilia. Aspetti psicologici, criminologici, etici e giuridici, Palermo 2004, 85-92

mercoledì 20 febbraio 2013


Come si è arrivati alla pericolosa deriva che definisce la pedofilia solo un «disordine» - febbraio 20, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/


Il nuovo Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali (Dsm-V) uscirà nel maggio 2013. L’impostazione generale rimane quella precedente: si considera patologia tutto ciò che è dramma umano e dolore. Al contrario, l’invulnerabilità è considerata sinonimo di sanità mentale. Fra le patologie non appare più la pedofilia. Prima considerata una malattia, ora è diventata un “disordine”, e solo nel caso in cui provochi “disagio” a chi prova attrazione fisica verso i bambini o all’area sociale circostante al soggetto.
Fra gli studiosi intervenuti sul tema, c’è Linda Ames Nicolosi, direttore del Narth, l’Associazione americana di ricerca sulle terapie per l’omosessualità: «Da molti anni ad oggi – ha scritto sul sito dell’associazione – gli psicologi sono rimasti imprigionati in un dilemma filosofico: è la “malattia mentale” qualcosa che si può dire patologico, da un punto di vista oggettivo, scientifico e “neutrale”? La verità è che non c’è accordo universale su questo», nota la studiosa. E la confusione starebbe proprio qui. «Questo problema è evidente ora che si pone la discussione relativa alla pedofilia: molestare i bambini è illegale e la nostra cultura lo considera moralmente sbagliato, ma ora alcuni terapisti dicono che provare attrazione per un bambino non può essere considerato un orientamento mentale patologico».
I CAMBIAMENTI. I recenti cambiamenti nel manuale dell’Associazione degli psichiatri americani (Apa) hanno dato ragione a questi ultimi. «Nella prima versione del manuale diagnostico (Dsm-III) l’Apa aveva scritto che era sufficiente un’inclinazione verso un bambino per emettere una diagnosi di pedofilia. Poi, appena qualche anno più tardi, nel Dsm-IV, l’Apa ha cambiato i suoi criteri in modo da lasciare spazio a un tipo di pedofilia “normale”. Si considerava un disordine mentale quello di una persona che molestava un bambino, solo se la sua azione “causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi”».
In altre parole, un uomo che molestava un bambino senza provare rimorso, e senza sperimentare un disagio significativo nelle sue relazioni sociali e lavorative, poteva essere definito – almeno teoricamente – come un tipo di pedofilo “psicologicamente normale”». Ma, ricorda il direttore, quando alcuni fecero notare l’assunto, sollevando dubbi all’interno della comunità scientifica, l’Apa ritrattò rispondendo che «non aveva assolutamente alcuna intenzione di normalizzare la pedofilia».

TEMPESTA POLITICA. Ma una «tempesta politica colpì gli psicologi». Secondo il giornale dell’Apa, l’American Psychologist, quella tempesta si scagliò «come una burrasca sprigionata dai mezzi di comunicazione, dai leader del Congresso, dai legislatori degli Stati, e dalle organizzazioni conservatrici». Dunque il fiasco dell’Apa la portò «a formulare un giudizio abbastanza sorprendente: sostenne che, al di là di quanto la ricerca scientifica dimostrava (ricerca molto contestata “Rind Study”, ndr), in ogni caso gli effetti psicologici delle relazioni di pedofilia rimanevano nella sua opinione “moralmente” sbagliati». Per la prima volta si parlò di morale, anziché avanzare motivazioni scientifiche. Ma, chiede Nicololosi, «con che criteri si giudicano gli effetti psicologici morali o meno?». Da che criteri pesca la morale di cui si parla? Occorrerebbe rispondere perché questa morale «ha ora portato gli psichiatri a introdurre un ulteriore cambiamento del nuovo manuale diagnostico – la revisione del Dsm-IV – nella definizione di pedofilia: la pedofilia non è una patologia, ma un “disordine” considerato tale solo se la propria inclinazione si traduce in azione».

IL CORTOCIRCUITO. Per la Chiesa cattolica ad esempio, spiega la Nicolosi, «la pedofilia è moralmente inaccettabile perché lede l’integrità della persona, ma si è creduto che questi fossero concetti spirituali, difficilmente traducibili in termini strettamente psicologici». «Ma allora perché  - chiede – questa nuova tendenza a cercare criteri morali per giustificare affermazioni che dovrebbero essere scientifiche?». «I danni psicologici della pedofilia sono difficili da misurare scientificamente, perché siamo in un campo delicato. Può essere che i bambini molestati crescano traducendo in routine le relazioni sessuali con persone dello stesso sesso, che abbiano problemi con il matrimonio o a maturare nella propria intimità. Forse non avranno solo un concetto distorto della differenza sessuale, ma una comprensione innaturale delle distinzioni generazionali per cui potranno diventare pedofili a loro volta». Infatti, il bambino molestato più volte «può diventare di fatto un adulto che crede fermamente e che dichiara nelle ricerche (come molti dei casi riportati dallo studio di Rind a favore della pedofilia) di ricordare “come positiva la relazione”». Quasi si innescasse un processo di autodifesa per non soffrire del ricordo.

LA VIA POSSIBILE. Questo ci dice, continua Nicolosi, che «i danni sono difficili da misurare per gli psicologi. Forse molte delle ferite identitarie più profonde dei bambini – e degli autori degli abusi – vanno al di là della comprensione e degli studi dei terapisti». Così, provoca Nicolosi, «nel curioso scambio di ruoli, forse l’Apa aveva ragione nel dire che la pedofilia era “moralmente sbagliata”». Come dire che forse l’incapacità di dare motivazioni scientifiche nasce proprio dalla mancanza di qualsiasi legame o paragone con la morale che ora in un qualche modo, giusto o sbagliato, si ha la necessità di chiamare in causa.
Forse, si augura la direttrice del Narth, «il giorno sta per arrivare». E quando ogni riferimento verrà meno magari «gli psicologi riconosceranno e apertamente cercheranno di ritrovare la vera dimensione morale perduta, che nasce dal riconoscimento di una natura umana comune, fatta da una complessità di fattori: quello psicologico (mente), morale (anima) e fisico (corpo). Sarà solo nel riconoscimento dell’inseparabilità di questi aspetti che caratterizzano l’essere umano che allora forse la questione della pedofilia potrà essere giudicata per quella che è».

@frigeriobenedet  

mercoledì 17 ottobre 2012


13 ottobre, 2012
Se c’è una cosa evidente per il cristiano è che tutto quanto accade, di bene o di male, è un dono. L’amore, la gioia, la sofferenza e la malattia, tutto è per la sua maturazione, ogni cosa chiede di essere vissuta con questa coscienza, penetrata nel profondo, vissuta con letizia, con speranza e se possibile con gratitudine.
Ovviamente, fino a quando si parla di avvenimenti positivi è facile essere d’accordo, ma quando si tratta di dolori e malattie pochi -comprensibilmente- hanno il coraggio di affrontarli con questa concezione ultimamente positiva. Per questo è molto interessante l’aiuto di uno dei maggiori psichiatri italiani,Eugenio Borgna, il quale afferma senza mezzi termini che «anche la malattia è un dono». Borgna è oggi primario emerito di psichiatria all’Ospedale maggiore di Novara, dove è responsabile del Servizio di Psichiatria e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano.
Ilsussidiario.net lo ha intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro,“Di armonia risuona e di follia” (Feltrinelli 2012), dove ha parlato dei numerosi casi clinici affrontati nella sua carriera con i quali condivide il dramma della sofferenza e invita a guardarli all’interno di un ideale abbraccio di vita, reso possibile dalla sua fede cristiana.
«E’ solo accogliendo nella fede cristiana il mistero come senso definitivo dell’esistenza che sono riuscito ad andare al di là dei sintomi dell’esperienza psicotica. Possiamo capire fino in fondo l’altro solo se lo guardiamo con occhi bagnati di lacrime; segno commosso di una ipersensibilità  a quella condizione finita comune a tutti gli uomini», ammette Borgna. Egli contesta fortemente l’interpretazione naturalistica delle patologie mentali che ricerca le cause della psicosi nel malfunzionamento dei centri cerebrali, e la sua cura attraverso i farmaci e l’elettroshock. Critica «l’assegnare alla ragione calcolante, astratta, alla ragione delle apparenze, il solo modo di capire cosa il paziente abbia, come questo si deve curare o se esse deve essere abbandonato al suo destino». Propone dunque, sulla scia di Guardini, Scheler, Husserl, Heiddeger, il metodo fenomenologico, «non mi fermo ai sintomi ma li trascendo, cercando di capire quali siano i sentimenti, le emozioni, la vita interiore dell’altro». Ma per farlo bisogna evitare di negare che «nella follia ci possa essere anche solo un granello di speranza e di saggezza».
La malattia, come affermato da Romano Guardini, a volte «fa sgorgare in noi motivi di riflessione, di contemplazione, di comprensione che non sarebbero altrimenti possibili. Anche la malattia è un dono». Conclude quindi lo psichiatra: «Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ultimo fondamento che consente di guardare l’altro dall’unico punto di vista che mai consentirà di venir meno al rispetto di una dignità, e di una libertà assediate dal male».