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giovedì 14 marzo 2013
mercoledì 13 marzo 2013
lunedì 11 marzo 2013
CULTURA - 11/03/2013 - Julian Barbour, l’uomo che ha ammazzato il tempo - http://www.lastampa.it
Uno dei famosi “orologi molli” di Salvador Dalì
Incontro con il fisico britannico
che è andato oltre Einstein
“Il mondo è eterno, parlare
di prima e dopo non ha senso”
CLAUDIO GALLO
CORRISPONDENTE DA LONDRA
E’ una scala di grigi la campagna inglese, le case galleggiano incerte nella foschia, piove. L’orologio sembra essersi dimenticato di South Newington, villaggio dell’Oxfordshire settentrionale: accanto alla chiesa normanno-gotica di Saint Peter ad Vincula c’è la grande casa contadina a tre piani del 1689 dove abita Julian Barbour, il fisico teorico che non crede all’esistenza del tempo.
Settantasei anni, alto e dritto apre la porta: gravità e ironia bisticciano sul suo sorriso. Ha studiato matematica a Cambridge, fisica a Monaco ma non ha fatto il professore, ha preferito restare indipendente. Il suo libro più noto, La fine del tempo, è pubblicato in Italia da Einaudi.
Nel tepore della cucina la moglie tedesca Verena, gravemente malata di Alzheimer, è seduta in poltrona. Nella sala, davanti a un grande camino dove il fuoco scoppietta, cerca di tradurre in parole semplici la sua teoria. È successo, spiega, che la nostra immaginazione non è più capace di stare al passo con la fisica moderna: del mondo probabilistico della meccanica quantistica sembra impossibile farsi un’immagine intuitiva. Così, dire che il tempo non esiste è evidentemente contro ogni buon senso.
«Al livello più elementare, sostengo che il tempo non esiste perché non si può osservare. Tutto ciò che è possibile vedere sono le cose che cambiano. L’aveva già detto Lucrezio: “Nemmeno il tempo sussiste come entità, sono le cose stesse a creare il senso di ciò che è trascorso”. Noi vediamo che le cose cambiano in modo coordinato e l’orologio ce lo conferma. Ma costruire orologi precisi non fu affatto facile in passato. A riuscirci fu Christian Huygens, scienziato olandese nel XVII secolo. Anticamente il tempo era calcolato sull’orbita delle stelle perché il sole non era considerato attendibile, a causa, si scoprirà poi, dell’ellitticità dell’orbita terrestre, e dell’inclinazione del suo asse di rotazione. La vita degli uomini andava con il sole, quella degli studiosi con le stelle. Il pendolo di Huygens, di Galileo e di Newton era sincronizzato col tempo siderale».
Fu Newton, attivo quando fu costruita la casa dove oggi stiamo parlando, a dare una fondamentale descrizione del tempo come qualcosa che fluisce indipendentemente dalle cose. «Shakespeare - ricorda ironicamente Barbour - fu più accorto, non cercò di definire il tempo ma ne descrisse gli effetti nel secondo sonetto: “Quaranta inverni al tuo bel incarnato / in guerra di trincea daranno assedio / sarà il tuo manto, fiero e invidiato / lacera veste senza più rimedio…”».
Per farsi meglio capire, Barbour prende la coppia di triangoli di legno che adopera nelle sue conferenze. «Per spiegare il cambiamento basta una varietà di forme. Supponiamo di avere soltanto tre corpi nell’universo, tre particelle. Muovendosi, in ogni configurazione formano un triangolo diverso: è tutto ciò che possiamo dire, non ci sono altre informazioni, non c’è modo di dire quanto tempo passa tra due configurazioni. Questi istanti sono ciò che chiamo “adesso”. Si può vederla come una successione ma non necessariamente tra un prima e un poi, tutto è potenzialmente qui, ora, non c’è una direzione necessaria come nel nostro tempo intuitivo. L’eternità e l’istante sono i due estremi e anche la stessa cosa».
Non a caso Barbour ha chiamato il suo mondo delle forme Platonia. Anche lui come Platone è convinto che l’essenza della realtà è geometrica. «Possiamo dire con il filosofo ateniese che il mondo dal quale nasce la percezione del tempo è eterno. Chiamo la parte più recente delle mie ricerche ”dinamica delle forme”».
Lo studioso ama trarre i suoi esempi dalla dinamica di Newton, che si basa su un piccolo numero di «condizioni iniziali» e da questi dati può ricavare tutta la storia del sistema.
«Da questo punto di vista non si può dire che il passato determini il futuro tanto quanto che il futuro determini il passato. È un grande mistero il fatto che la legge funzioni in entrambi i sensi. Anche se per noi sembra esserci una chiara direzione verso il futuro che lega le cose con un senso comune incontrovertibile». Semplificando, possiamo dire che l’origine dell’universo, spiegato dalla fisica tradizione con il Big Bang, coincide nella Dinamica delle Forme col triangolo equilatero, la massima uniformità possibile.
Anche se Barbour non si spinge a fare paragoni, la sua fisica ricorda il buddismo, dove la percezione del mondo è condizionata dall’accumulazione dei ricordi che si cristallizzano in un io fittizio, tutto è un gioco combinatorio di rapporti tra forme, nulla esiste per sé. Il mondo descritto da Barbour ricorda poi quello di Spinoza dove ogni cosa partecipa del tutto. «Schroedinger, uno dei padri della teoria dei quanti, credeva che l’universo fosse cosciente. Questo ovviamente è molto poco scientifico ma lo credo anch’io. Il fisico che mi ha influenzato di più resta comunque Ernst Mach, con la sua idea che la grandezza dell’universo è un concetto senza significato. Lui, Dirac, York e Wheeler mi hanno fatto capire che il tempo relativo di Einstein non è il modo migliore di descrivere le cose».
Eppure un giorno morirò, pensa la gente davanti alla negazione del tempo. Che cos’è la morte? «È solo un altro adesso, la sequenza continuerà con la decomposizione del corpo». E poi? «Non c’è un poi, è tutto qui adesso in Platonia. Prenda la sequenza dei numeri: è ridicolo che il 17 dica che l’8 è morto solo perché è venuto prima».
giovedì 15 novembre 2012
INTERVISTA AL FISICO UGO AMALDI - Scienza e fede, particelle elementari,
15 novembre 2012, http://www.avvenire.it
«Amore per la scienza e amore per
la fede». È questa in sintesi la motivazione del Premio internazionale Cultura
cattolica, che domani sarà consegnato a Ugo Amaldi, fisico presso il Cern di
Ginevra (la cerimonia, con inizio alle ore 20,30, avrà luogo al Museo civico di
Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza). Un amore apertamente manifestato
in molti scritti, incontri pubblici e nei tanti dibattiti organizzati negli
ultimi anni sul rapporto fra fede e scienza.
Professor Amaldi, ma la scienza
cosa ha da insegnare alla fede?
«Le scienze studiano i fenomeni
naturali e nei fatti non hanno nulla da dire alla fede. Però gli scienziati
credenti e quelli che si pongono la domanda sulla fede sentono la necessità di
integrare in maniera coerente la fede e la visione fisica del mondo. Così
facendo devono affrontare questioni che si collocano alla frontiera fra alcune
affermazioni del cristianesimo e ciò che loro sanno del mondo naturale.
Difficoltà che talvolta possono essere illuminanti anche per coloro che non sono
scienziati».
Ha un esempio immediato?
«Il primo che mi viene in mente è
relativo al problema della morte e della sofferenza che per la fede sono
conseguenze del peccato. Ma uno scienziato vede la morte come necessità, perché
senza di essa non vi sarebbe evoluzione e di conseguenza non si sarebbe evoluto
l’homo sapiens con la sua intelligenza. Due cose che apparentemente non possono
andare d’accordo. D’altra parte non si può non restare meravigliati dalla
complessità e dalla logica sottese alla maggior parte dei fenomeni naturali e
questo è per uno scienziato credente un’apertura al trascendente».
Perché nel dibattito fra scienza
e fede non entra quasi mai la figura di Cristo?
«Effettivamente, e purtroppo, in
questi dibattiti Gesù non compare quasi mai. Si preferisce parlare del Dio
Creatore, del Dio che mantiene l’universo in essere e non si connette mai la
figura del Cristo con le conoscenze degli scienziati, né queste vengono mai
connesse con lo Spirito Santo che, in quanto scienza e sapienza sarebbe
perfettamente a tema. Ma tornando alla sua domanda, il motivo penso risieda nel
fatto che il rapporto personale che il credente ha con Cristo è completamente
diverso dal rapporto impersonale che lo scienziato ha con i fenomeni naturali
che studia. Viaggiano su piani diversi. Invece il Dio Creatore è strettamente
connesso con la natura che è l’oggetto di studio dello scienziato».
I sempre più frequenti dibattiti
fra scienza e fede hanno maturato una nuova sensibilità nel mondo scientifico?
«La mia esperienza dice che
questo dibattito è considerato interessante solo da coloro che a priori si
pongono, anche se non credenti, il problema della fede. Gli agnostici, gli atei
continuano a considerare con fastidio questa relazione fra scienza e fede, la
vedono come inutile».
Nel suo ultimo libro, «Sempre più
veloci» (in uscita da Zanichelli), lei spiega i motivi per i quali i fisici
accelerano le particelle...
«I motivi sono essenzialmente
tre: per studiare sempre più nei dettagli il mondo subatomico; per produrre,
nelle collisioni fra particelle, nuove particelle che non esistono nel mondo
intorno a noi, ma esistevano nel primo miliardesimo di secondo dopo il Big
Bang. per poi studiare le relazioni che le legano alle particelle che formano
la materia. Il terzo motivo è forse il più affascinante ed è dettato dal
desiderio di ricostruire l’evoluzione dell’universo a partire da quel
miliardesimo di secondo, in modo da giustificare la formazione delle stelle e
delle galassie, che è accaduta milioni di anni dopo».
Il 4 luglio scorso il Cern ha
annunciato una scoperta sensazionale...
«È stata dimostrata l’esistenza
di un campo, un mezzo immateriale che riempie tutto lo spazio, che interagisce
con le particelle che lo attraversano rallentandone alcune più di altre e
quindi fornendole di massa maggiore o minore. L’esistenza di questo campo è
stata provata osservando le sue oscillazioni localizzate, che vengono create
nella collisione di particelle che noi chiamiamo particelle di Higgs. Pertanto
queste particelle, il cosiddetto Bosone di Higgs, per i fisici sono un mezzo,
non il fine della loro ricerca. Un mezzo che consente di affermare che lo
spazio è tutto riempito da un campo che chiamiamo il Campo di Higgs, cioè quel
qualcosa che dà la massa alle particelle».
Ciò che fornisce massa anche al
mio e al suo corpo?
«Se gli elettroni che ruotano
intorno ai nuclei atomici del mio corpo hanno una massa e non cessano mai di
ruotare è perché esiste il Campo di Higgs. Se venisse cancellato il mio corpo
si disintegrerebbe».
Nel 1992 lei ha istituito la
Fondazione Tera per la terapia con le radiazioni adroniche. In cosa consiste?
«Ogni anno 120 mila italiani sono
irradiati con fasci di raggi X, cioè fanno radioterapia, che, insieme a
chirurgia e chemioterapia, è e resta fondamentale per la cura dei tumori.
Tuttavia, fasci di protoni e ioni carbonio hanno la proprietà di essere più
precisi dei raggi X e quindi di risparmiare i tessuti e gli organi sani molto
vicini al tumore: cosa che accade in circa il 10% dei casi. La Fondazione ha completato
nel 2003 a Pavia la progettazione di un acceleratore di protoni e ioni
carbonio. Costruito dalla Fondazione Cnao e dall’Infn ha trattato il primo
paziente nel settembre del 2011 e si prevede di trattarne più di mille ogni
anno. È ancora presto per avere statistiche sull’efficacia di questa terapia,
ma si tratta di un campo in cui i giapponesi sono all’avanguardia e al di fuori
del Sol Levante esiste nel mondo un solo altro centro come quello di Pavia, a
Heidelberg in Germania».
Roberto I. Zanini
martedì 17 luglio 2012
IL CASO/ La natura, Dio e l'errore di Gianni Vattimo di Michele Lenoci,
martedì 17 luglio 2012, http://www.ilsussidiario.net/
Spesso i dibattiti più fervidi
nascono da autentici equivoci: tuttavia, qualche volta mettono in luce
questioni meritevoli di riflessione, che non possono essere eluse con una
semplice battuta. La scoperta della particella di Higgs costituisce uno di questi
casi: prevista a livello teorico, ma finora mai rinvenuta sperimentalmente, è
stata per anni inseguita, per corroborare il cosiddetto Modello Standard,
elaborato nella seconda metà del secolo scorso, allo scopo di offrire un quadro
teorico unitario capace di abbracciare meccanica quantistica e relatività
speciale e di collegare tutte le particelle elementari e le forze che le
connettono, con esclusione della forza di gravità. Tale particella, detta anche
bosone, ha una funzione centrale rispetto a tutte le altre, giacché le
costringe a interagire e ad aggregarsi tra loro, in modo che, rallentate
dall’attrito (e non viaggiando più alla velocità della luce), acquisiscono una
massa che prima non avevano. E in tale processo anche il nostro bosone acquista
una sua massa. Ecco perché la scoperta di tale particella è stata salutata come
un evento epocale.
Ma il bosone di Higgs è stato
anche chiamato “particella di Dio”, grazie all’equivoco probabilmente voluto
dall’editore di un volume del fisico Leon Lederman, a esso dedicato, che
avrebbe dovuto intitolarsi The Goddam Particle, cioè “la particella maledetta”,
in quanto sempre sfuggevole. Ma il testo apparve come The God Particle: con un
titolo che, dal punto di vista della fisica, non ha alcun senso, ma è stato, in
compenso, molto suggestivo. E con questo chiarimento la questione sarebbe
risolta, in quanto dissolta: Dio, con questa particella, non c’entra affatto,
né, con quel nome, si sarebbe mai preteso di ritrovare Dio in una nicchia
dell’infinitamente piccolo, come qualcuno aveva, una volta, preteso di
incontrarlo nello sterminato spazio intorno alla terra.
Tuttavia, non pochi hanno
giustificato quel nome e il riferimento a Dio, non solo considerando la
difficoltà di afferrare quella particella, ma forse pensando alla sua funzione
di attribuire la massa alle altre particelle, consentendo il costituirsi del
nostro mondo materiale. E allora nei dibattiti, costruiti su tale equivoco, ha
fatto lentamente capolino un’altra questione, questa sì rilevante, anche se solo
occasionalmente connessa con la scoperta dei giorni scorsi: ha senso pretendere
di scoprire Dio all’interno della natura, quasi ne fosse, se non la causa prima
o il primo anello, come un tempo si riteneva, almeno un costituente essenziale,
un elemento peculiare?
E qui, al primo equivoco (che può
essere facilmente dissolto) rischia di aggiungersene un altro più sottile e
resistente, giacché Dio può essere ricercato (e trovato) nella natura in modi
assai diversi. Nessuno che ricordi Platone o Aristotele, Agostino o Tommaso
penserà di trovare Dio tra le particelle elementari: Dio è detto intimo e
intrinseco a tutta la realtà, non su un piano fisico, empiricamente
rintracciabile, ma in quanto è quell’Essere che consente a tutti gli enti
(materiali e non) di esistere, giacché essi sono privi di autonoma consistenza
ontologica e, quindi, sarebbero travolti dalla loro vertibilitas in nihilum.
Si tratta perciò di una presenza
effettiva ed efficace, non di una mera finzione da noi inventata, ma di una
dimensione che, in parte, trascende le nostre capacità di comprensione e di
espressione, e per questo dobbiamo fare ricorso a molteplici simboli. Tuttavia
anche chi non dimentica quella storia filosofica tende ad affermare che
anch’essa si collocava in una prospettiva inevitabilmente cosmologica, connessa
con la scienza del tempo, sicché anche chi pensava di poter dimostrare
l’esistenza di Dio, poteva tentarlo solo facendo ricorso alla fisica, in un
modo certamente molto più elaborato e sofisticato, ma qualitativamente non
diverso da chi oggi parla di una “particella di Dio”.
Qui però l’equivoco nasconde (e
lascia presupposta) una precisa concezione filosofica, che va posta in chiaro e
messa a tema: è il motivo per cui, all’inizio, si diceva che certi equivoci
fanno emergere questioni su cui riflettere. Certamente, se oltre al sapere
scientifico non fosse possibile altra conoscenza razionale e rigorosa,
resterebbe solo questa alternativa: o Dio lo si trova tra gli elementi della
fisica (e per parlarne si deve, alla fine, fare sempre e solo una cosmologia)
oppure Dio è solo una metafora, un mito essenziale per la nostra esistenza e
per dare un senso all’umana storia (in quanto distinta dalla mera evoluzione
della natura), ma non potrebbe essere affermato con verità nella sua realtà e
nel suo rapporto con il mondo (ammesso che verità e realtà abbiano ancora un
significato ulteriore a quello, assai delimitato, posseduto dal sapere
scientifico). È l’atteggiamento che, anche recentemente, ha manifestato con
grande chiarezza Gianni Vattimo.
Ove, invece, la razionalità umana
non si restringa a quella applicabile alla realtà empirica, nei suoi aspetti
quantitativi e calcolabili, ma si allarghi ad afferrare e comprendere anche
dimensioni strutturali e universali, “trascendentali”, del reale, pur sempre
cercando di argomentare con rigore, allora si dischiude uno spazio per la
riflessione ontologica e metafisica, grazie alla quale a Dio si può pervenire
anche muovendo dalla natura, senza però confonderlo con alcuno degli elementi
naturali. E Dio può essere, in qualche modo, compreso anche concettualmente,
sia pure in maniera inadeguata, senza che perciò si riduca a un mito meramente
consolatorio e rassicurante. E in questa prospettiva, ci si può pure chiedere
se la storia umana abbia un senso, quale esso sia e se possa essere conosciuto
scientificamente.
Natura e storia, pur muovendosi
nella stessa direzione, hanno percorsi diversi; la necessità o casualità della
prima lascia, nella seconda, ampio spazio all’umana libertà e all’imprevedibilità:
l’affermazione per cui la storia ha un senso non equivale alla pretesa di
conoscere questo senso in modo esauriente e totalizzante, né esclude quel
mistero, che, anzi, rende la ragionevolezza più vera e umana, proprio perché
più consapevole dei propri limiti costitutivi, oltre che delle proprie
possibilità.
© Riproduzione riservata.
domenica 15 luglio 2012
domenica 8 luglio 2012
Nuovo studio: la Sindone è vera, miracolo in linea con la fisica, 8 luglio, 2012, http://www.uccronline.it
Nel novembre 2011 proprio su
questo sito web il fisico e dirigente di ricerca presso l’ENEA di Frascati,
Paolo Di Lazzaro, ha presentato in anteprima uno studio scientifico svolto
sulla Sacra Sindone, concentratosi sulla formazione dell’immagine. La conclusione
è stata la presa di coscienza che oggi la scienza non è in grado di spiegare
come si sia formata l’immagine corporea sulla Sindone, facendo diventare dunque
non ragionevole l’ipotesi di un falsario medioevale. Soltanto utilizzando la
luce UV e VUV di un laser eccimero impulsato della durata di alcuni
miliardesimi di secondo, si è potuto colorare il lino in modo similsindonico.
In questi giorni è stato
pubblicato un altro studio, realizzato dal dott. Giuseppe Baldacchini, fisico e
già dirigente presso il Centro di Ricerca ENEA di Frascati. Egli ha
riconosciuto che «accurati studi condotti con il metodo scientifico hanno
dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che non si tratta di un falso, ed
inoltre l’ipotesi più accreditata chiama in causa un processo energetico
radiante compatibile con la Resurrezione».
Nell’introduzione si è soffermato sulla storia delle religioni,
evidenziando come «il Cristianesimo è alla base della nascita della civiltà
occidentale e del metodo scientifico». Se non vi sono prove per capire quale
delle tante religioni sia quella vera, «la Sindone di Torino può dare una
risposta a questo quesito, ed è singolare il fatto che le prove che lo
dimostrano vengano dalla Scienza che spesso è contrapposta alla Religione,
mentre non c’è confitto tra queste due categorie mentali dell’uomo». Il dott.
Baldacchini ha quindi riflettuto sul fatto che «numerosi studiosi hanno messo
in dubbio la validità delle misure con il 14C perché i campioni utilizzati per
la misura non erano rappresentativi della Sindone e/o sono stati contaminati»,
una datazione molto probabilmente pilotata come ha mostrato un recente
documentario.
Nella prima parte dello studio è
stata confutata la tesi secondo cui la Sindone sarebbe un’opera artistica, in
quanto «negli ultimi decenni è stato scoperto che la IC non è un disegno o una
pittura eseguita con tecniche conosciute, e alcune macchie rossastre sono state
causate da sangue umano». La Sindone, altrimenti, sarebbe stata «realizzata dal
più geniale falsario mai apparso sulla Terra e ancora oggi sconosciuto», il
quale avrebbe dovuto conoscere «alcune tecnologie o informazioni prima della
loro invenzione e divulgazione [...] non poteva essere a conoscenza di scoperte
moderne sia perché le tecniche a disposizione a quel tempo non permettevano di
eseguire una simile opera dal punto di vista macroscopico e microscopico». Ma
chi sostiene questa tesi, assume una posizione irragionevole, in quanto:
1) L’immagine corporea della
Sindone è un falso negativo: tecnologia scoperta ed utilizzata nella fotografia
solo nel 1850.
2) I chiodi sono infissi nei
polsi dell’uomo della Sindone: ma in tutte le rappresentazioni antiche della
crocifissione i chiodi sono piantati nelle mani, anche se in questo modo il
corpo non poteva rimanere appeso in croce. L’ipotetico falsario medioevale non
poteva saperlo o comunque non avrebbe avuto motivi per contraddire le
rappresentazioni della tradizione, rischiando così di dare adito a sospetti.
3) L’immagine della gamba
sinistra è più corta della destra: una conseguenza del metodo di inchiodatura
dei piedi e della rigidità cadaverica repentina, due aspetti sconosciuti nel
Medioevo, essendo stati scoperti solo in tempi recenti.
4) Sul lato destro della cassa
toracica c’è una grande macchia di sangue e siero: nessun ipotetico falsario
medievale poteva sapere che ciò è una conseguenza della morte istantanea per
rottura della parete del cuore, una scoperta recente della medicina.
5) Le macchie di sangue sono
nette e sotto di esse non c’è immagine corporea: queste caratteristiche sono
incompatibili con un’opera artistica.
6) Ci sono numerose macchie di
sangue sulla fronte e sulla calotta cranica: la rappresentazione tradizionale
di Gesù è sempre stata con una corona di spine mentre le ferite sulla Sindone
presuppongono un casco di spine, un fatto sconosciuto fino a tempi recenti.
Nessun falsario, ancora una volta, avrebbe avuto motivi per contraddire di
punto in bianco la rappresentazione tradizionale.
7) L’immagine corporea è assente
in alcuni punti quali la parte destra della faccia e della fronte e altre parti
del corpo: solo recentemente se ne è spiegata la ragione che è collegata alle
formalità rituali della sepoltura.
8) L’immagine corporea contiene
informazioni tridimensionali: i dipinti e le foto sono generalmente piatti e, a
parte le difficoltà tecniche di riproduzione, non si spiegano i motivi che
possono aver indotto l’ipotetico falsario a creare un simile effetto, inutile e
sconosciuto nella storia dell’arte.
9) L’immagine corporea è
estremamente superficiale e consiste di fibrille colorate giallo-seppia che
risultano ossidate e disidratate: per le tecniche chimiche e fisiche antiche
conosciute non sarebbe stato possibile, mentre esiste una tecnica
optoelettronica moderna compatibile.
Si deduce, dunque, che «la
Sindone non è un falso e tanto meno medievale, ed ha contenuto realmente il
corpo morto di un uomo crocifisso in tempi antichi».
L’altra ipotesi è che la Sindone
abbia contenuto un corpo di uno sconosciuto, non quello di Gesù, anch’esso
crocifisso nello stesso modo più o meno alla stessa epoca. Una tesi ancora una
volta irragionevole, perché:
1) Il lenzuolo funebre utilizzato
per avvolgere il cadavere era pregiato e costoso: simili lini venivano
utilizzati in Israele solo per persone di rango reale e/o posizione sociale
elevata, ed in questo caso la storia ne avrebbe parlato.
2) L’uomo della Sindone è stato
fustigato metodicamente su tutta la superficie del corpo: ci sono segni
evidenti di flagello romano in numero così elevato che, a parte i Vangeli,
nessun documento storico li ha mai riportati per qualsiasi altro condannato.
3) L’uomo della Sindone è stato
incoronato con una corona/casco di spine: ci sono segni evidenti delle ferite
delle spine e non si conoscono storicamente altre crocifissioni avvenute con
questa aggiunta singolare.
4) Il costato è stato trafitto da
una lancia: c’è una vistosa macchia di sangue e siero nel fianco destro
dell’uomo causata da una ferita da lancia, un fatto piuttosto irrituale.
5) Le gambe dell’uomo della
Sindone sono integre, mentre quelle dei condannati alla crocifissione venivano
generalmente rotte per affrettarne la morte, che sarebbe avvenuta solo molto
più tardi per soffocamento.
6) La Sindone non contiene tracce
di liquidi e gas putrescenti: questi segni sono prodotti dopo circa 40 ore
dalla morte, e quindi il corpo non c’era già più prima di allora ma non troppo
prima, per via delle macchie di sangue che hanno richiesto del tempo per
formarsi per la liquefazione del sangue già coagulato, processo di emolisi.
7) Il corpo non è stato rimosso
manualmente: non ci sono tracce di trascinamento in corrispondenza delle
macchie di sangue.
Secondo l’ipotesi del falso, si
dovrebbe supporre che «un’altra persona sia stata sottoposta alla stesse
torture del Gesù descritto dai Vangeli, tenendo conto però che nessuno
all’epoca conosceva le conseguenze di tali azioni, e che sarebbe stato
praticamente impossibile riprodurre le stesse condizioni temporali e spaziali».
La spiegazione più logica è che «la Sindone è stata realmente il lenzuolo
utilizzato per coprire il cadavere di Gesù circa 2.000 anni fa, dopo essere
stato flagellato e crocifisso in una città della Galilea chiamata Gerusalemme,
come è stato descritto nei Vangeli canonici».
Rispetto alle ipotesi
scientifiche sulla formazione dell’immagine, «quella della esplosione di
energia radiante (REB) è la più credibile attualmente, e la sua variante AMA
(annichilazione materia-antimateria) risolve alcune difficoltà non altrimenti
superabili». Attualmente, «l’unico modo di spiegare la Sindone nella sua
interezza è che l’uomo descritto dai Vangeli come Gesù Cristo abbia subito un
processo di annichilazione quando era cadavere e avvolto nella Sindone».
Baldacchini riflette che «se la Resurrezione è realmente avvenuta allora,
secondo la mia opinione, deve anche essere stato come per la creazione
dell’universo. Infatti l’inizio del Big Bang può essere considerato un evento
casuale (dagli agnostici) o sovrannaturale (dai credenti), ma il suo sviluppo è
sicuramente avvenuto seguendo le leggi della Fisica, che molto probabilmente
sono nate come le conosciamo oggi nel momento stesso del Big Bang. Quindi anche
alla Resurrezione si può applicare lo stesso modello di una causa iniziale
casuale o sovrannaturale, seguita poi da eventi spiegabili con le leggi della
Fisica».
In conclusione, il fisico
dell’ENEA ha affermato: «la Sindone di Torino è un testimonio muto della
Resurrezione di Gesù Cristo, che quindi è realmente il figlio di Dio come più
volte egli stesso ha asserito personalmente. Ma allora anche quello che ha
detto, e che in parte ci è stato tramandato nei Vangeli e dalla tradizione
della Chiesa, sulla vita e sulla morte è importante per noi».
Ma le verità della scienza sono provvisorie di Giovanni Reale -
05/07/2012, Fonte: Corriere della Sera, www.ariannaeditrice.it
Ciò che ho letto sui giornali in
questi giorni mi ha lasciato, a dir poco, stupefatto. E non per l'evento
comunicato, ossia la presunta scoperta di quella che si chiama «la Particella
di Dio», ma per il modo in cui la notizia è stata comunicata e diffusa.
Si ha l'impressione che non pochi
scienziati e gran parte degli uomini comuni siano rimasti inchiodati all'idea
ottocentesca e del primo Novecento, secondo cui la scienza raggiunge verità
ultimative e incontrovertibili. Ma l'epistemologia ha dimostrato il contrario,
ossia che ciò che la scienza dice si colloca all'interno di «paradigmi», tutti
quanti controvertibili con le conseguenze che questo comporta. Non poche volte
alcune affermazioni della scienza, nell'evoluzione delle conoscenza, si sono
capovolte nel loro contrario.
Popper ha dimostrato in modo
preciso che ogni teoria scientifica è tale solo se — e nella misura in cui —
risulta «falsificabile», ossia controvertibile. Una verità presentata come
infalsificabile sarebbe, per definizione, non scientifica.
Se non si tiene ben presente
questo, si trasforma la scienza in «scientismo», ossia se ne fa un idolo
considerandola fonte di ipotesi, ossia di affermazioni modificabili, ma di
verità assolute.
Molte dottrine cosmologiche sono,
in realtà, forme di metafisica, trasfigurate e rivestite di simboli assai
allettanti ma in realtà assai fragili.
L'antico problema da cui è nata
la metafisica è proprio quello cui si connette la nuova «scoperta»: perché c'è
l'essere e non il nulla. Ma questo problema non può essere affrontato da alcuna
delle scienze particolari in quanto trascende i loro ambiti, e richiede ben
altri strumenti per essere impostato e discusso, e in qualche modo risolto, o
anche lasciato in sospeso.
La stessa espressione «Particella
di Dio» rivela una tracotanza che alcuni scienziati hanno espresso senza mezzi
termini, ossia la convinzione di essere, in qualche modo, mediante i nuovi
strumenti di conoscenza, essi stessi Dio.
Mi viene in mente, a questo
proposito, un'idea assai significativa, che mi pare di aver letto in Goethe: la
verità, soprattutto se si tratta di una verità suprema, ha questo di
caratteristico, di essere più grande di qualsiasi pensiero e di qualunque
parola di uomo.
venerdì 6 luglio 2012
La massa invisibile che
illuminerà i segreti dell’Universo, 05 luglio 2012, http://www.ilgiornale.it
Grazie ai fisici del Cern diretti
da Heuer e Bertolucci e che lavorano nelle collaborazioni Atlas e Cms usando la
formidabile macchina LHC, sappiamo finalmente che esiste la tanto attesa
«Particella di Dio».
Il grande
pubblico però vuole sapere se c'è una novità concettuale in questa scoperta. La
risposta è positiva e straordinariamente interessante. Essa riguarda infatti
l'esistenza delle masse immaginarie nella struttura Logica che abbiamo scoperto
studiando l'Universo Subnucleare nel corso di questi ultimi decenni. La massa
immaginaria si ottiene moltiplicando la massa reale per l'unità immaginaria
come si fa con un numero qualsiasi. Ricordiamo ai lettori che l'unità
immaginaria (il cui simbolo è «i») è quel numero che moltiplicato per se stesso
dà come risultato meno uno.
Ancora oggi molti esponenti della
cultura dominante hanno difficoltà ad accettare l'esistenza della «massa
immaginaria» per descrivere la realtà che ci circonda e di cui siamo fatti. La
prova di questo scetticismo sta nel nome «Particella di Dio» dato al Bosone di
Higgs. Motivo: se è vero quello che propone Higgs, lui diventa Dio, dicevano
gli scettici.
Il mio amico e collega Peter
Higgs - che è stato a Erice fino a domenica per seguire il 50mo Corso della
Scuola di Fisica Subnucleare - tirò fuori l'idea di usare la massa immaginaria
per superare la seguente difficoltà. Quando compriamo un chilo di pane, è fuori
discussione che abbiamo tra le mani la massa reale di quella cosa cui diamo il
nome di pane. Sappiamo anche però che quel chilo di pane è fatto con circa
mezzo chilo di protoni e circa mezzo chilo di neutroni, più qualcosa come
duecentocinquanta milligrammi di elettroni. Anche un chilo d'oro - o di
qualsiasi altra cosa - è fatto con proporzioni quasi identiche di protoni,
neutroni, ed elettroni; tutte particelle dotate di masse reali.
Il problema che Peter Higgs si
decise ad affrontare stava nel fatto che se si mette la massa reale per
descrivere quello che fanno i protoni i neutroni e gli elettroni, i calcoli
saltano in aria, come abbiamo detto su queste colonne il 30 giugno scorso.
Quando si vuole descrivere un
qualsiasi fenomeno, il primo passo è trovare di quel fenomeno quale è la
«densità di energia». Fu il grande Lagrange a scoprire questa formidabile
verità. Ecco perch´ alla densità di energia di dà il nome di Lagrangiana. Peter
Higgs ebbe l'idea di mettere nella Lagrangiana la massa immaginaria e scoprì
che - in questo modo - le cose di cui è fatto il mondo acquistano «massa reale»
senza che i calcoli saltino in aria.
La scoperta del Bosone di Higgs
apre l'orizzonte dell'Universo Subnucleare alla esistenza delle masse
immaginarie di cui c'è tanto bisogno. Ad esempio per avere la rottura spontanea
di una Legge di Simmetria. Noi fisici cerchiamo di capire com'è fatto il mondo
partendo da Leggi di Simmetria che uniscono tanti fenomeni apparentemente
diversi, e poi introducendo le necessarie rotture di queste stesse Leggi di
Simmetria.
La scoperta della Particella di
Dio ci dice che non è poi così folle mettere nella Lagrangiana le masse
immaginarie. Le conseguenze sono tante. Anzitutto l'unificazione delle Forze
Elettromagnetiche e delle Forze di Fermi (dette anche Forze Deboli).
Le Forze Elettromagnetiche sono
quelle che permettono l'esistenza di cose entrate nella vita di tutti i giorni:
TV, radio, telefonini, internet, elettrodomestici e tecnologia mediche come
raggi X, Tac, Pet ecc.. Le Forze di Fermi permettono alle Stelle di avere una
valvola di sicurezza che garantisce con estrema esattezza quanta «benzina» deve
essere prodotta - ogni secondo - affinch´ la stella non si spenga n´ salti in
aria. Questa valvola di sicurezza è la «Carica Universale di Fermi» il cui
valore nessuno era riuscito a misurare. Chi scrive è riuscito a farlo nel 1961.
La «benzina» delle stelle sono i «neutroni», da non confondere con i
«neutrini», che alle stelle garantiscono il sistema di raffreddamento, evitando
che esplodano. L'unificazione delle Forze Elettromagnetiche con le Forze di
Fermi non sono concetti filosofici campati in aria. Sono Scienza Galileiana che
permette al Sole di brillare con estrema regolarità per miliardi di anni senza
mai spegnersi n´ saltare in aria.
Questo funzionamento del Sole -
di vitale importanza per noi - ha bisogno delle «masse immaginarie», grazie
alle quali è garantita la massa reale alle strutture necessarie perch´ possano
esistere sia le Forze Elettromagnetiche sia quelle di Fermi. L'incredibile
conseguenza di queste masse immaginarie sta nel fatto che esse garantiscono
anche l'esistenza di «cose» con massa zero, come è la luce. Insistiamo su
questo dettaglio in quanto la massa zero della luce (fatta di fotoni) nasce
dalla stessa sorgente (massa immaginaria) che garantisce le masse reali delle
particelle necessarie alle Forze di Fermi per esistere.
E non è tutto. La massa
immaginaria garantisce anche la massa reale dei quark di cui sono fatti i
protoni e i neutroni di quel chilo di pane citato in apertura. Il lettore che
pensa sia finito il ruolo della massa immaginaria rifletta sul fatto che anche
quei duecentocinquanta milligrammi di elettroni necessari affinch´ il chilo di
pane possa esistere ha bisogno della massa immaginaria nella Lagrangiana. Ecco
perch´ ieri ho detto a Peter Higgs che aveva forse ragione il fisico scettico
che definì il Bosone di Higgs particella di Dio.
Un creatore ha voluto l'universo – Universo - Il commento del cardinale
e teologo alla scoperta della particella di Dio di Elio Sgreccia, 5/07/2012, http://vaticaninsider.lastampa.it/
Roma
La rilevanza della scoperta della
«particella di Dio» è riconosciuta dall’intera comunità scientifica, ma un dato
mi pare ancora più rilevante. E cioè che si va consolidando in tutti la
convinzione che l’universo abbia un origine e una causa proporzionata. Lungo la
storia della scienza si sono succedute teorie come quelle della nebulosa
originaria o del Big Bang. Stavolta l’ipotesi va ancora più in profondità, fino
al cuore della materia: si suppone che esista un elemento primigenio da cui sia
scaturito il mondo. Noi la chiamiamo creazione in quanto è l’azione di un
creatore intelligente che ha pensato e voluto l’universo.
Questi vari punti individuati
hanno una certa relazione con la fase iniziale del creato, ma la vera causa non
può essere in questi fatti scientifici bensì in un essere intelligente che noi
chiamiamo Dio la cui azione è appunto la creazione. Spetta alla scienza
identificare il «fattore primo» dal punto di vista materiale, però supporre
l’esistenza di un creatore richiede un salto filosofico. Può darsi che neppure
questa meravigliosa scoperta indichi l’atto iniziale della materia, ma è
indubitabile che vi sia un inizio della creazione. Tra fede e scienza non vi è
opposizione, nonostante alcuni episodi di incomprensione nei secoli. La Bibbia
ci parla della creazione come del primo linguaggio attraverso il quale Dio ci
rivela qualcosa di sé. Benedetto XVI ha più volte elogiato i tanti scienziati
ispirati da stupore e gratitudine di fronte al mondo che ai loro occhi appare
come l’opera buona di un Creatore sapiente e amorevole. Lo studio scientifico
si trasforma così in un inno di lode.
E’ in corso la causa di
beatificazione dei quell’astrofisico Enrico Medi che scriveva: «Oh, voi
misteriose galassie, io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro,
vi penetro e vi raccolgo. Io prendo voi stelle nelle mie mani, e tremando nell’unità
dell’essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse, e in preghiera vi porgo al
Creatore, che solo per mezzo mio voi stelle potete adorare».
mercoledì 4 luglio 2012
Bosone di Higgs esiste scoperta particella Dio - L'annuncio al Cern di
Ginevra, in lacrime il fisico che aveva previsto l'esistenza 48 anni fa, 04
luglio, http://www.ansa.it
GINEVRA - E' stata scoperta la "particella di
Dio", ossia il bosone di Higgs grazie al quale ogni cosa ha una massa.
L'esistenza della particella prevista 48 anni fa è stata annunciata oggi al
Cern di Ginevra.
I dati, accolti da un applauso
fragoroso, sono stati presentati dagli esperimenti Cms, coordinato
dall'americano Joseph Incandela, e Atlas, coordinato dall'Italiana Fabiola
Gianotti. Entrambi indicano con un margine di errore vicino allo zero che il
bosone di Higgs ha dimensioni comprese fra 125 e 126 miliardi di elettronvolt
(GeV), ossia pesa fra 125 e 126 volte più di un protone, una delle particelle
che costituiscono il nucleo di un atomo.
"Nei nostri dati osserviamo
chiaramente i segni di una nuova particella": dopo tanta prudenza, fughe
di notizie e il video finito online per errore, i ricercatori parlano
finalmente della particella che stanno inseguendo da decenni e che sono
riusciti a catturare. Ricercatori di tutto il mondo erano in coda già dalle
prime ore della mattinata, con un anticipo di tre ore, per assicurarsi un posto
nel seminario affollatissimo. Prima dell'inizio dei lavori un enorme applauso
ha accolto l'ingresso del fisico teorico Peter Higgs, che nel 1964 aveva
previsto l'esistenza del bosone che dà la massa ad ogni cosa. Higgs non è solo:
con lui ci sono gli altri teorici che in modo indipendente avevano previsto
l'esistenza della stessa particella: Francois Englert, Gerald Guralnik, C. R.
Hagen, Tom Kibble. Manca all'appello solo Robert Brout, morto poco più di un
anno fa. Il seminario del Cern viene trasmesso in diretta in diversi centri di
ricerca in tutto il mondo, primo fra tutti il convegno internazionale di fisica
delle particelle in corso a Melbourne. In Italia il collegamento principale è
con la sede centrale dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) a Roma.
L'Infn riveste infatti un ruolo di primo piano nella partecipazione al Cern,
con almeno 600 ricercatori, e nelle ricerche sul bosone di Higgs. "Le
incredibili prestazioni di Lhc e di Atlas e gli enormi sforzi di un grandissimo
numero di persone ci hanno portato a questo risultato entusiasmante", ha
detto Fabiola Gianotti, presentando i dati. Anche per Joseph Incandela i dati
indicano che "c'é una nuova particella. Sappiamo che deve essere un bosone
e che si tratta del bosone più pesante mai trovato". Entrambi gli
esperimenti sono stati condotti nel più grande acceleratore del mondo, il Large
Hadron Collider (Lhc) ed il margine di errore raggiunto in entrambi gli
esperimenti è pari a 5 deviazioni standard, vale a dire che la probabilità che
ci sia un errore sono praticamente uguali a zero.
Mentre l'italiana Fabiola
Gianotti, responsabile dell'esperimento Atlas, finiva di presentare i dati, il
'papa'' della particella di Dio, il fisico Peter Higgs, non è riuscito a
trattenere le lacrime. Piangeva . Un applauso interminabile ha travolto la sala
quando i la presentazione era terminata e i dati erano ormai sotto gli occhi di
tutti: grida, applausi, tantissima emozione nei visi di tutti: un entusiasmo
incredibile al quale faceva eco quello dei fisici in collegamento da Melbourne.
Poi il direttore generale del
Cern, Rolf Heuer, ha invitato tutti a rivolgere gli applausi a Peter Higgs e
gli altri quattro papà della particella presenti: Francois Englert, Gerald
Guralnik, C. R. Hagen, Tom Kibble. Manca Robert Brout, morto poco più di un
anno fa. "E' davvero incredibile - ha detto Higgs - che tutto questo sia
successo mentre sono ancora in vita".
Dopo una caccia lunga 48 anni, il
bosone di Higgs non ha ancora finito di stupire. "E' come vedere da
lontano un uomo che somiglia molto a un nostro amico, ma dobbiamo avvicinarci
per capire se si tratta davvero di lui o di un gemello con qualcosa di
diverso": così il direttore generale del Cern, Rolf Heuer, ha spiegato
nella conferenza stampa il senso della scoperta del bosone di Higgs annunciata
oggi a Ginevra.
La particella osservata dagli
esperimenti Cms e Atlas ha tutti i requisiti previsti dalla teoria di
riferimento della fisica contemporanea, chiamata Modello Standard. Tuttavia
presenta alcune anomalie, soprattutto nel modo in cui interagisce con le
particelle di luce (fotoni) e con alcune famiglie di quark. Questo strano
comportamento "é l'indizio di qualcosa di anomalo", ha osservato
Guido Tonelli, alla guida dell'esperimento Cms nel periodo in cui la 'caccia'
al bosone di Higgs si organizzava. "Questa particella somiglia al bosone
di Higgs, ma è fragilissima e sensibilissimà, ha detto ancora Tonelli. Capire
se è effettivamente anomalia " il prossimo passo della ricerca. Soltanto
nei prossimi mesi, hanno detto i ricercatori, si potrà capire se il bosone di
Higgs osservato è quello previsto dal Modello Standard o se è qualcosa di diverso.
"Il Modello Standad non è completo", ha detto la responsabile
dell'esperimento Atlas, Fabiola Gianotti. Il bosone di Higgs è l'ultimo
tassello necessario per completarlo, ma non é affatto detto che lo sarà. La
sensazione diffusa, e che rende palpabile l'entusiasmo dei ricercatori, è che
si apre una nuova pagina della fisica, che va oltre le teorie attuali. "Ci
stiamo muovendo - ha detto Heuer - verso una nuova parte della fisica delle
particelle".
"E' un momento storico - ha
detto Heuer al termine del seminario - I dati presentati oggi sono una pietra
miliare nella nostra comprensione della natura. Non abbiamo trovato soltanto
l'ultima pietra miliare necessaria per completare il Modello Standard. Siamo
all'inizio di un lungo viaggio alla scoperta delle proprietà interessanti di
questa nuova particella", ha aggiunto.
martedì 3 luglio 2012
03/07/2012 - IL CASO "Sempre
più vicini alla scoperta della particella di Dio" - Eccitazione tra i
fisici, domani annuncio al Cern Ma la verità potrebbe essere diversa dalle
attese - BARBARA GALLAVOTTI, GINEVRA, http://www3.lastampa.it
Difficile contenere l’entusiasmo
qui al Cern, perché nella rete ci deve essere qualcosa di grosso, qualcosa che
sarà annunciato domani in una conferenza per la quale ci si sta preparando in
tutto il pianeta a dispetto dei fusi orari più ostili.
Tutti gli indizi farebbero
pensare che finalmente verrà annunciata la scoperta del bosone di Higgs. A
quanto trapela però le cose potrebbero essere più complicate del previsto, e
forse persino più interessanti.
Andiamo con ordine. Il bosone di
Higgs, l’imprendibile particella di Dio è il Santo Graal per la cui ricerca è
stato costruito il grande acceleratore LHC in funzione al Cern di Ginevra. La
particella dovrebbe essere prodotta come conseguenza di scontri tra protoni che
viaggiano quasi alla velocità della luce in direzioni opposte. Per i fisici è
molto importante riuscire a individuare il bosone, perché è la chiave di volta
senza la quale tutto ciò che è stato teorizzato riguardo al funzionamento
dell’Universo non regge più.
Già a dicembre, i ricercatori
avevano annunciato di aver visto qualcosa di interessante, senza però avere la
certezza che fosse l’agognata particella. Ora però ci sono molti nuovi dati a
disposizione, e sarebbe logico aspettarsi una conferma. Lo farebbero pensare
anche episodi mondani, ad esempio per la conferenza di mercoledì sono attesi
quattro signori che non passano inosservati e che di certo non pianificano un
viaggio a Ginevra senza un buon motivo. Uno è Peter Higgs, il fisico inglese da
cui ha preso il nome la particella. In realtà però la teoria che ha portato a
ipotizzare il bosone ha molti padri, cioè oltre ad Higgs, guarda caso, gli
altri tre ospiti: François Englert, Gerald Stanford Guralnik e Carl Richard
Hagen (l’ultimo genitore, Robert Brout, è deceduto nel maggio 2011).
Eppure, dicevamo, l’annuncio
della scoperta del bosone potrebbe non arrivare, per due motivi. In primo
luogo, i fisici basano le loro scoperte sulla probabilità e giudicano
affidabile un risultato quando la probabilità che sia dovuto al caso è
inferiore a una su un milione. Il bosone di Higgs lascia una firma
caratteristica negli apparati costruiti per captarne le tracce, ma occorre
essere assolutamente certi di avere visto proprio lei, e non lo scarabocchio
dovuto a un rumore di fondo. E questa certezza si può avere solo analizzando un
enorme numero di dati. Non basta. La firma non deve solo essere chiara al di là
di ogni minimo dubbio: deve essere anche esattamente come ci si aspetta. In
caso contrario, bisognerà capire perché è diversa.
Insomma, è possibile che domani i
ricercatori annuncino che è stata fatta una scoperta, ma che è ancora presto
per affermare che si tratta proprio del bosone. Ciò vorrebbe dire che c’è
sicuramente bisogno di nuovi dati, ma forse anche che l’Universo ha qualche
grossa sorpresa da riservarci. Probabilmente al Cern avrebbero preferito avere
ancora tempo a disposizione, ma ci sono degli appuntamenti che gli scienziati
non possono mancare e a mettere fretta in questo caso è una grande conferenza
che inizia in Australia domani stesso e da dove buona parte della comunità
seguirà l’incontro di Ginevra in collegamento via web.
giovedì 29 marzo 2012
FISICA/ Alla fine la materia oscura uscirà da una caverna del South
Dakota Nicola Sabatini, giovedì 29 marzo 2012, http://www.ilsussidiario.net/
Verso la fine del XIX secolo il
mondo scientifico si esaltava per gli straordinari progressi teorici che si
andavano ottenendo, tanto che qualche illustre scienziato si sentì l’impudenza
di affermare che in pochi anni la fisica “sarebbe finita”, intendendo con
questo l’idea che si era prossimi a definire tutto: che qualsiasi fenomeno,
cioè, sarebbe risultato spiegabile a partire dai concetti e dalle leggi che si
stavano scoprendo e inquadrando nella nuova cornice teorica. Poi arrivò Max
Planck con la sua spiegazione della radiazione di corpo nero e la fondazione
della meccanica quantistica, e dopo di lui altre scoperte e altre intuizioni.
La realtà insomma si prese gioco in poco tempo dello strano delirio di
onnipotenza di alcuni. Da allora il cammino della fisica è stato imprevedibilmente
ricco e vario, e non ha mancato di dispensare sorprese le più impensabili:
affermare una qualche fine della fisica appare ormai assai poco rispondente
alla realtà delle cose.
Uno degli esempi di questo
sorprendente rinnovamento e del continuo ampliamento delle conoscenze che gli
scienziati hanno potuto sperimentare nel XX secolo è sicuramente la scoperta
della materia oscura, la famosa massa mancante dell’Universo, che lo pervade e
lo attraversa in ogni dove. La natura della materia oscura è ancora misteriosa
e molti sono gli esperimenti ideati e realizzati per individuare le particelle
di cui essa sarebbe composta.
Si sa che le particelle che
dovrebbero comporre la materia oscura possono essere di due nature:
relativistica, cioè particelle che si muovono a velocità della luce e
possiedono una massa piccolissima o non ne possiedono per niente, oppure non
relativistica, cioè particelle “lente” con masse anche grandi.
Nella prima delle due categorie
rientrano i famosi neutrini, mentre nella seconda trovano spazio le cosiddette
WIMPs, acronimo per Weakly Interactive Mass Particles: sono particelle dotate
di una massa anche centinaia o migliaia di volte il protone e che interagiscono
con la materia normale solo sulla base dell’attrazione gravitazionale. La loro
velocità è molto bassa, pari a qualche centinaia di chilometri al secondo, e
sembra si ammassino intorno ai centri di attrazione gravitazionale o nelle
stelle. L’acronimo non è casuale, in quanto wimp in inglese significa timido,
non aperto, non avventuroso: una persona che interagisce debolmente con
l’ambiente che lo circonda, per l’appunto. Le WIMPs sono fondamentali nello
studio della materia oscura perché si pensa che ne costituiscano pressoché la
totalità, dopo che pochi anni fa ci si è resi conto che il candidato principale
-il neutrino- non poteva coprirne che una piccola percentuale.
Nel Modello Standard, il modello
teorico che sistematizza tutte le particelle esistenti e le interazioni fra di
esse, non è prevista l’esistenza di WIMPs: l’ipotesi che esistano nasce da una
classe di teorie che espandono il Modello Standard chiamate Teorie delle
Superstringhe. Esiste in Italia un importante esperimento per la rilevazione
delle WIMPs nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS), l’esperimento
D.A.M.A.
Come ai LNGS, ci sono altri
luoghi nel mondo che si stanno attrezzando per la rilevazione delle WIMPs: uno
di questi luoghi è la Davis Cavern dei Sanford Laboratories di Homestake, nel
South Dakota (Usa). La caverna è un antro a circa 1450 metri sotto la
superficie: questo spesso strato di terra e roccia garantisce che i rivelatori
dell’esperimento LUX (Large Underground Xenon) che verrà ospitato nella Davis
Cavern siano “liberati” dalla presenza dei raggi cosmici.
Gli esperimenti come LUX
consistono spesso in grandi camere contenenti un liquido poste sotto
osservazione di decine e decine di rivelatori -LUX per la precisione possiede
122 tubi fotomoltiplicatori- che catturano ogni possibile traccia di radiazione
rilasciata dall’interazione fra le particelle e i nuclei degli atomi che
costituiscono il liquido, arrivando a rilevare anche il singolo fotone. LUX
come dice l’acronimo, contiene Xenon liquido al suo interno, per la precisione
350 Kg. La camera contenente lo Xenon e i rivelatori è immersa in una grande
camera di forma cilindrica di 8 metri di diametro e alta 6 contenente 300
tonnellate di acqua. L’acqua riduce il fondo di raggi gamma di origine cosmica
di sette ordini di grandezza. Lo strumento è inoltre raffreddato a poco più di
100 gradi sotto zero, temperatura alla quale lo Xenon si liquefà.
Le caratteristiche di LUX ne
fanno l’esperimento più preciso mai concepito per lo studio della materia
oscura. Ma la storia di LUX è ancora di là entrare nel vivo, in quanto lo
strumento è stato sì realizzato nell’ultimo anno, ma nei laboratori in
superficie, mentre si stavano ultimando le operazioni di messa a punto della
Davis Cavern per poterlo ospitare.
Adesso gli scienziati, 75
ricercatori da tutto il mondo, hanno iniziato le operazioni di smontaggio dello
strumento, e inizieranno a breve quelle di trasporto e rimontaggio nel sito
definitivo, cioè a quasi un chilometro e mezzo sotto terra. Lo strumento
dovrebbe essere operativo per la fine del 2012. «È molto eccitante -racconta
James Verbus, dell’Università del Rhode Island, che collabora al progetto-: ho
lavorato personalmente a questo esperimento per due anni come studente non
laureato e tre come laureato. Siamo molto ottimisti di come andrà sulla base
dei risultati ottenuti: tutto è andato per il meglio e siamo molto confidenti
di riuscire a fare quello che ci siamo prefissati».
E, come insegna la storia della
fisica delle particelle, gli imprevisti e le novità non mancheranno di sicuro.
© Riproduzione riservata.
giovedì 23 febbraio 2012
Le neuroscienze decretano la fine del libero arbitrio? (parte quarta), Michele
Forastiere, michele.forastiere@gmail.com,
21 febbraio, 2012, http://www.uccronline.it
Ricorderete che nell’ultimo
articolo (Ultimissima 5/2/12 ), il terzo della serie sul libero arbitrio,
avevamo esaminato il punto di vista dell’informatica sul problema del rapporto
mente-cervello (la cosiddetta questione ontologica).
Eravamo arrivati alle seguenti
conclusioni:
A) L’informatica non potrà mai
dare una risposta soddisfacente alla questione ontologica, fondamentalmente
perché nemmeno l’eventuale superamento di tutti i test da parte di un’ipotetica
“mente artificiale” sarebbe in grado di falsificare l’ipotesi interazionista,
né di verificare quella riduzionista;
B) Vi sono fondate ragioni
teoriche (la mancanza di intenzionalità e l’argomento gödeliano) per ritenere
che la mente umana non sia effettivamente riducibile a un meccanismo dal
funzionamento algoritmico;
C) Per avere qualche speranza di
arrivare in porto, un efficace studio teorico del legame tra mente e cervello
richiede verosimilmente un’analisi approfondita dei fenomeni fisici
fondamentali coinvolti nell’attività neurale.
Prima di procedere nell’analisi è
necessario chiarire alcuni concetti. La nostra conoscenza del funzionamento
della natura deve molto allo splendido edificio teorico che gli scienziati
avevano messo a punto alle soglie del XX secolo, comunemente definito fisica classica.
Con questo termine si intende, in buona sostanza, il paradigma secondo cui la
realtà oggettiva è costituita da microscopiche particelle solide, interagenti
mediante forze che seguono leggi matematiche rigorose. Secondo questa
concezione, l’Universo è uno smisurato meccanismo, i cui innumerevoli
ingranaggi non possono fare altro che ruotare e incastrarsi nel modo stabilito
da inesorabili leggi matematiche – in modo del tutto indipendente dai pensieri,
dalle emozioni e dalle intenzioni delle persone “presenti sulla scena”.
Insomma, apparentemente la fisica classica implica il determinismo, e risolve
il problema ontologico a favore del riduzionismo materialista. Dico
“apparentemente”, perché è comunque fatta salva la possibilità di una qualche
forma di dualismo cartesiano o spiritualismo che giustifichi in maniera non
materialista l’autocoscienza e il libero arbitrio – un’ipotesi che, sebbene
ripugni a molti studiosi, rimane pur sempre scientificamente non falsificabile.
Tuttavia, da circa ottant’anni sappiamo
che l’Universo materiale non è descritto correttamente dalla fisica classica.
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, infatti, una serie di esperimenti
e di accurate riflessioni teoriche avevano convinto la comunità scientifica che
era necessario un profondo ripensamento del paradigma classico. Si giunse così,
Intorno agli anni ’30 del XX secolo, alla formulazione della meccanica
quantistica , una teoria destinata a rivoluzionare il mondo della scienza – e
non soltanto quello. Una delle caratteristiche principali della meccanica
quantistica consiste nella sostituzione dei numeri che in fisica classica
descrivono le proprietà dei sistemi con operazioni matematiche astratte . Da
questa sostituzione (detta “quantizzazione” ) segue il famoso Principio di
Indeterminazione di Heisenberg, secondo cui (per esempio) non è possibile
determinare con esattezza contemporaneamente la velocità e la posizione di una
particella. Il livello di indeterminazione dipende da una costante universale
denominata Costante di Planck , che è un fattore onnipresente nelle equazioni
della meccanica quantistica. È interessante notare che, ponendo tale costante
uguale a zero, le equazioni quantistiche si riducono alle equazioni classiche!
La fisica classica si rivela dunque un’approssimazione della fisica
quantistica: in quanto tale, perciò, diventa un approccio da considerarsi
valido solo entro limiti che dipenderanno dal tipo di fenomeno studiato.
Il Principio di Indeterminazione
ha una ricaduta immediata su uno dei problemi che abbiamo incontrato in questo
percorso. È chiaro, infatti, che in un Universo quantistico il determinismo non
è più sostenibile, né in teoria, né in pratica. Il motivo è che, se è vero che
i sistemi macroscopici costituiscono – di norma – delle eccellenti
approssimazioni classiche, è altrettanto vero che la dinamica dei sistemi
complessiappare estremamente sensibile alle condizioni iniziali . In parole
povere, diventa teoricamente impossibile prevedere l’evoluzione temporale di un
qualunque sottoinsieme materiale dell’Universo, perché non se ne può conoscere
con precisione infinita lo stato iniziale. Un’altra importante
caratteristica,propria della meccanica quantistica, è il fatto che
l’Osservatore diventa parte integrante di ogni esperimento. È infatti la sua
scelta preliminare di una tra varie possibilità prestabilite a fissare la
successiva evoluzione del sistema (che avverrà secondo precise leggi
matematiche), e quindi a determinare i potenziali risultati di una misura. Il
punto-chiave è che non è possibile dire – in base alle leggi quantistiche -
quale tra le intenzioni fisicamente consentite sarà effettivamente scelta, e
quando questa scelta sarà attuata. In definitiva, l’Osservatore va trattato,
nelle applicazioni pratiche, come un agente capace delle libere scelte che
servono a fissare i parametri indipendenti della teoria. Fu John Von Neumann,
uno dei padri fondatori della meccanica quantistica, a fissare il formalismo
matematico di tale azione , secondo lo schema applicativo oggi universalmente adottato
dalla comunità scientifica.
Si capisce come l’idea di un
Osservatore “attivo” vada a incidere sul problema del rapporto causale
mente-cervello – sebbene, naturalmente, non possa risolverlo. La questione
dell’effettivo ruolo della coscienza, infatti, riguarda l’interpretazione della
teoria quantistica – ancora oggi largamente dibattuta – e non la sua
applicazione – che è invece ampiamente consolidata nella pratica sperimentale.
Va detto che esistono più di dieci interpretazioni possibili per la meccanica
quantistica, tutte ugualmente valide dal punto di vista scientifico, perché
indistinguibili mediante esperimenti (la progettazione di test capaci di
discriminare tra le varie interpretazioni è tuttora oggetto di ricerca attiva).
Secondo una di queste interpretazioni, dovuta allo stesso von Neumann e a
Eugene Wigner – recentemente rielaborata da Henry Stapp – la coscienza gioca un
ruolo causale attivo. In pratica, secondo l’interpretazione di von
Neumann-Wigner-Stapp l’interazionismo diventa un’ipotesi che si inserisce in
maniera naturale nel contesto della meccanica quantistica. Chiaramente, in
questa ottica la mente si conferma essere un fenomeno irriducibile alla pura
materialità. È interessante osservare
che l’analisi di Stapp, oltre a eliminare alla radice i problemi legati a una
concezione meccanicistico-algoritmica della mente, è in grado di spiegare
coerentemente i fenomeni neuro-psicologici . Il meccanismo che sarebbe alla
base del legame mente-cervello è l’Effetto di Zenone Quantistico . Tale effetto,
che è stato verificato direttamente in sistemi atomici, viene usato con ogni
probabilità anche nell ‘orientamento magnetico degli uccelli.
Le critiche alla proposta di
Stapp fanno principalmente appello a una presunta inutilità dell’approccio
quantistico nello studio del cervello umano (vedere per esempio qui ). Tale
obiezione non sembra , in realtà, particolarmente giustificata. Bisogna
ricordare, tra l’altro, che la fisica classica è solo un’approssimazione alla
fisica quantistica: e non è detto che essa sia un’approssimazione valida in
tutti i dettagli nel caso di un oggetto complesso come il cervello, il cui
funzionamento dipende in maniera determinante da flussi di ioni attraverso
canali di dimensioni atomiche. Si aggiunga il fatto che, negli ultimi anni, si
sono accumulate numerose prove di comportamento quantistico in oggetti
macroscopici e in esseri viventi . In
ogni caso, è bene ribadire che la fisica classica non può produrre risposte
definitive al problema della mente. Nella prospettiva del materialismo,
infatti, il paradigma classico implica una concezione meccanicistica del
cervello, e di conseguenza un’idea di mente algoritmica – una soluzione che,
come abbiamo visto, risulta insoddisfacente sotto molti aspetti.
Giunti infine al termine di
questo lungo percorso, direi che si possa affermare con sicurezza che né le
neuroscienze , né l’informatica , né la fisica decretano la fine del libero
arbitrio dell’Uomo. Oserei anzi esprimere un concetto davvero azzardato: l’idea
che anche la scienza moderna cominci a concepire la mente come una componente
essenziale del tessuto della Realtà, e non solo (per usare le parole dello
stesso Stapp) come “un testimone causalmente inerte dell’insensata danza degli
atomi”.
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martedì 24 gennaio 2012
Il veto di Hilbert, ovvero perché l’Universo non è sempre esistito di Giorgio
Masiero, 23 gennaio, 2012, http://www.uccronline.it
Oggi ricorre il 150° anniversario
della nascita di David Hilbert, uno dei maggiori matematici di tutti i tempi.
Lo commemoro illustrando una sua tesi, squisitamente “finitista” secondo la sua
concezione della matematica ed interdisciplinare com’era la sua visione
epistemica. La tesi riguarda un’ampia categoria di strutture (gli insiemi
cantoriani) ed ha un corollario con ricadute in fisica ed in filosofia: un
intervallo infinito di tempo passato è una contraddizione. Ne consegue che il
tempo ha avuto un inizio, ed il mondo con esso: si ritrova così per via
logico-matematica il risultato cui erano arrivati Agostino ed i filosofi del
Kalam per via metafisica e cui perviene la fisica moderna nella teoria standard
del Big Bang e con il teorema di Borde, Guth e Vilenkin (BGV, 2003) nelle
speculazioni cosmologiche quanto-gravitazionali.
Prima di enunciare il “veto di
Hilbert”, devo analizzare il concetto di “infinito”, perché la parola può
essere usata in tre significati distinti che conviene esplicitare. In una prima
accezione, infinito significa senza restrizioni. L’attribuzione non è data in
positivo attraverso l’assegnazione di una qualità, ma negando limiti ad una
qualità. Così si dice che un tale ha una pazienza infinita, a significare che
ha una pazienza senza limiti; che Dio è bontà infinita, ecc. Questo tipo di
accezione non appartiene alla matematica, perché non è operativa. C’è poi un
secondo significato d’infinito, quello d’un processo indefinito che non arriva
mai alla conclusione. Hilbert sulla scia di Aristotele lo chiama infinito
potenziale. Un esempio è dato dall’operazione di dimezzare un segmento: è
chiaro che, dopo averlo dimezzato una volta, posso dimezzare la metà; e poi
dimezzare la metà della metà; ecc. Questa procedura di suddivisione può procedere
in teoria quanto si vuole. Essa è genuinamente matematica perché è operativa,
tanto che un teorema prevede (come risulterà evidente a tutti i lettori) che
più si avanza nella procedura, più la lunghezza del risultato si avvicina a
zero. Un altro infinito potenziale è la serie numerica 1 – 1/3 + 1/5 – 1/7 +…,
dove si procede indefinitamente in operazioni alterne di addizioni e
sottrazioni dei reciproci dei numeri dispari. La procedura è matematica perché
è operabile, tanto che un teorema di analisi prevede (e ciò risulterà forse
sorprendente a qualche lettore) che più si avanza nella procedura più la somma
parziale si avvicina a π/4. (Tra parentesi: queste procedure matematiche
indefinite non sono eseguibili da un computer, perché un software deve contenere
un numero finito di istruzioni! Per quanto sia veloce il suo processore e
grande la sua memoria, una macchina non potrà mai eseguire tutte le operazioni
d’un infinito potenziale. Così, a differenza della mente umana, nessuna
macchina potrà mai predire il risultato π/4 della serie a segni alterni che ho
scritto sopra.)
La terza accezione d’infinito è
l’infinito attuale. Con ciò s’intende un “insieme cantoriano”, ossia una
collezione contenente un numero di elementi superiore ad ogni numero dato.
L’alfabeto inglese è un insieme di 26 lettere, pertanto non è un insieme
cantoriano; né lo è l’insieme dei granelli di sabbia del mare (come Archimede
dimostrò al tiranno di Siracusa), né l’insieme delle particelle dell’Universo,
il cui numero non supera 1080, il numero di Eddington. Invece l’insieme dei
numeri naturali (che in matematica si indica con N) è un insieme cantoriano,
perché contiene un numero di elementi maggiore di qualsiasi numero prefissato.
Si può dire che N ha un numero infinito di elementi, dove in questo caso
infinito va inteso nell’accezione d’infinito attuale, realizzato. Nella
matematica – che è un dominio fuori dallo spazio e dal tempo – esistono molti
insiemi cantoriani, anzi il loro numero è un infinito attuale! Oltre ad N,
altri insiemi cantoriani sono: Z (l’insieme dei numeri interi), Q (l’insieme
dei numeri razionali), R (l’insieme dei numeri reali), C (l’insieme dei numeri
complessi), un segmento o la retta o il piano o lo spazio intesi come insiemi
di punti, l’insieme di tutte le curve, ecc., ecc.
Il problema che Hilbert si pose
fu: nel mondo reale possono esistere insiemi cantoriani? Ovvero: una struttura
aggregata fisica può contenere un infinito attuale di elementi? Per gli
atomisti greci la risposta era positiva, ed un infinito attuale reale sarebbe
il mondo stesso, che immaginavano composto d’infiniti atomi. Nel “De rerum
natura” il poeta latino Lucrezio, adepto di Leucippo e Democrito, canta: “Gli
atomi delle cose che hanno figure simili tra loro sono infiniti. […] E in
verità, dato che l’intero spazio è infinito fuori dalle mura di questo mondo,
l’animo cerca di comprendere cosa ci sia più oltre, fin dove la mente voglia
protendere il suo sguardo, fin dove il libero slancio dell’animo da sé si
avanzi a volo. In primo luogo, per noi da ogni punto verso qualunque parte, da
entrambi i lati, sopra e sotto, per il tutto non c’è confine: come ho mostrato,
e la cosa stessa di per sé a gran voce lo proclama, la natura dello spazio
senza fondo riluce. In nessun modo quindi si deve credere verosimile che,
mentre per ogni verso si schiude vuoto lo spazio infinito e gli atomi
volteggiano in numero infinito e in somma sterminata, in molti modi, stimolati
da moto eterno, soltanto questa terra e questo cielo siano stati creati, e
niente facciano là fuori quei tanti corpi di materia”. Dunque, anche i mondi
sono infiniti per i filosofi atomisti, precursori del multiverso delle
stringhe! Né c’è via logica di scampo per chi, non credendo in un Logos
creatore ma nel caso, deve giustificare l’ordine del “nostro” cosmo: “Ammettono
vari mondi coloro i quali non stabilirono una sapienza ordinatrice come causa
del mondo, ma il caso” (Tommaso, “Summa Theologiae”).
La poesia però è “poìesis” (in
greco, fabbricazione), non è matematica (dal greco “màthema”, conoscenza). La
risposta alla domanda se una struttura aggregata reale possa contenere un
infinito attuale di elementi, trovata per via logica da Hilbert fu “no”: non
possono esistere insiemi cantoriani fisici. Nelle parole di Hilbert il veto
suona: “Abbiamo dimostrato così che nella realtà non si trova l’infinito in
nessun luogo, qualsiasi sia l’osservazione o l’esperienza che facciamo. […] Il
nostro principale risultato è che l’infinito attuale non può esistere nel mondo
reale, è un’illusione” (D. Hilbert, On the infinite, in “Philosophy of
Mathematics” – 1964. Edited by
Paul Benacerraf and Hilary Putnam. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall). Hilbert
stabilì così l’esistenza d’un limite per il numero delle particelle
dell’Universo, che Eddington s’incaricò di calcolare.
Ebbene, contro il veto di Hilbert
andrebbe un mondo che esistesse da sempre, perché in tal caso il tempo fisico
conterrebbe infinite unità di Planck: se ne deduce che gli anni passati
dall’inizio del tempo ad oggi sono un numero finito e che il mondo ha avuto un
inizio. Se poi la sua età sia di 13 miliardi e mezzo di anni (secondo la teoria
del Big Bang) o maggiore (come prevedono teorie non standard per le quali
comunque vale il teorema BGV d’incompletezza del passato), questo è un problema
della cosmologia scientifica. È notevole rilevare che già Aristotele, nella sua
“Fisica”, era arrivato duemiladuecento anni prima, sempre per via logica, allo
stesso risultato generale, senza trarne però l’applicazione alla necessaria
origine del mondo. A margine segnalo che il veto di Hilbert non vale per un
infinito tempo futuro: in questo caso, infatti, l’infinito sarebbe potenziale,
non attuale. Nulla ci può dire la matematica sulla fine del mondo!
venerdì 16 dicembre 2011
La "particella di Dio" e la "teoria del tutto" di
Fabio Spina, 16-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
Il “bosone di Higgs” è l’unica
particella, tra quelle teorizzate dai fisici nel più accreditato modello che
cerca di spiegare “il come” dell’Universo (detto “Modello Standard”), a non
essere stata ancora osservata sperimentalmente. Scrivo “a non essere stata
ancora osservata” perché la notizia della sua scoperta, diffusa da molti
mass-media, non è ancora certa. Per ora si tratta di “tracce” che dovranno
essere confermate entro il prossimo anno, inoltre sarà importante conoscere
l’eventuale “esatta” misura della sua massa, infatti se questa risulterà
sensibilmente diversa dall’aspettata ciò causerà un notevole aggiornamento
della teoria. La prudenza in scoperte scientifiche di tale portata non è mai
troppa.
L’esistenza di tale particella fu
per la prima volta ipotizzata nel 1964 dal lavoro di diversi fisici che, quasi
simultaneamente, arrivarono alle medesimi conclusioni. Tra questi vi era il
fisico inglese ateo Peter Ware Higgs (Newcastle, 29 maggio 1929) che le dette
il nome al bosone. Solo circa quindici anni fa fu ribattezza “Particella di
Dio”. Tale nome nulla a che vedere con la fede o la scienza o la Creazione, gli
fu dato dall’editore di un libro divulgativo solo allo scopo di vendere più
copie. Il testo era stato scritto dal Premio Nobel della Fisica 1988, Leon Max
Lederman (Buffalo, 15 luglio 1922) per avvicinare il comune lettore al mondo
del subatomico. Secondo quanto raccontò pochi anni fa lo stesso Peter Higgs,
inizialmente Lederman l’aveva nominata nella bozza del saggio “a goddamn
particle”, cioè “la particella-che-Dio-la-stramaledica” (o “la
stramaledettaparticella”), quindi non la "particella di Dio" ma la
"particella dannata" (per la difficoltà di rilevarla).
Tale particella “nasce”
nell’ambito di una teoria elaborata dai fisici, detta “Modello Standard”, al
fine di descrivere sia la materia che le forze dell'Universo. La bellezza di
tale teoria è nella capacità di descrivere tutta la materia sulla base di
relativamente poche particelle e interazioni fondamentali . In poche righe è
difficile descrivere completamente lo “zoo” delle particelle al completo, dopo
che Gell-Mann scelse il nome di “quark” per enfatizzare la loro unicità, i nomi
dei successivi corpuscoli divennero stravaganti: muone, kaone, leptone, gluone,
barioni, mesoni, gravitone, neutrino, etc.
Semplificando molto si può
affermare che secondo la fisica attuale esistono particelle che sono
costituenti fondamentali della materia (in termini di “Modello Standard” ad
esempio neutroni è protoni sono formati da due tipi di quark che sono tenuti
insieme da gluoni) e particelle che sono mediatrici di forza attraverso le
quali avvengono le interazioni tra le particelle fondamentali della materia
(nel “Modello Standard” le interazioni
sono descritte come uno scambio di “particelle di forza” dette “bosoni
intermedi” o quanti del campo d’interazione, ad esempio il gravitone agisce su
tutte le particelle, il fotone per l’interazione elettromagnetica).
Il “bosone di Higgs” potrebbe
spiegare perché esiste la massa nell'Universo, ossia perché alcune particelle
elementari possiedono una massa mentre altre no. La sua esistenza potrebbe
aiutare a comprendere perché particelle come i fotoni, che trasportano la
radiazione elettromagnetica, anche la luce, sono prive di massa, mentre altre
particelle elementari, come i bosoni W e Z che sono legati alla forze nucleare
debole, possiedono invece una massa. Così come il fotone è legato al campo
elettromagnetico, il bosone di Higgs è il "quanto" del campo di
Higgs: un campo di energia che genera la massa delle particelle elementari;
come si suol dire, le particelle “mangiano il “bosone di Higgs” per guadagnare
peso.
La miriade dei fenomeni naturali
sono governati da quattro interazioni fondamentali, che sono responsabili degli
scambi di energia tra la materia e della struttura dell’Universo, ciascuna ha
una propria legge matematica. Tali interazioni sono: l’elettromagnetica, la
forte, la debole e quella di gravità. E’ possibile cercare in esse la
manifestazione di un’unica entità, di una sola legge, della formula che
“descrive l’Universo”: si tratterebbe della famosa “teoria del tutto”, che un
accorto uomo di marketing la potrebbe denominare “la mente di Dio” (pur non avendo
alcun nesso con la dimostrazione scientifica della Sua presenza o meno).
Oggi si è riusciti a unificare in
unico riferimento concettuale la forza elettromagnetica, la nucleare forte e la
nucleare debole; la quarta forza ossia la gravità - rimane ancora esclusa da
questo quadro di riferimento e forse l'individuazione del bosone di Higgs
aiuterebbe a comprendere meglio le relazioni esistenti fra le quattro forze
della Natura.
Dal punto di vista del progresso
scientifico si può inoltre notare che la recente scoperta del neutrino più
veloce della luce ha messo in risalto la “fisica sperimentale”, capace di far
emergere “verità scientifiche” neanche lontanamente immaginate dalla “fisica
teorica” ed in grado di “far cadere” teorie consolidate negli anni come la
“teoria della relatività” di Einstein. In opposizione, l’eventuale osservazione
del “bosone di Higgs” riporta in primo piano la
“fisica teorica” in grado di anticipare le osservazioni della “fisica
sperimentale” di decenni e quindi di indirizzarla.
Tali sorprendenti risultati
scientifici fanno tornare in mente il discorso di Giovanni Paolo II ai membri
della Pontificia Accademia delle Scienze del 12 novembre 1983: «Senza dubbio le
conquiste della scienza sono talora provvisorie, sottoposte a ripensamenti e
revisioni e non riusciranno mai a esprimere tutta la verità che si cela
nell’universo: il senso del mistero fa parte del vostro patrimonio
intellettuale e vi avverte che quanto non conoscete è molto di più di quello
che conoscete. Nella ricerca della verità l’audacia della ragione si accorda
con l’umiltà dei suoi limiti, la gioia del conoscere entra in simbiosi con
l’ammirazione dell’ignoto».
mercoledì 14 dicembre 2011
L'ultima scoperta del Cern: ecco la particella di Dio - Trovate le
prime tracce del "bosone di Higgs". Ma la conferma che esiste davvero
arriverà alla fine del 2012 di Antonino Zichichi - 14 dicembre 2011
La «Particella di Dio» ha due
proprietà straordinarie: anzitutto essere una autentica «pallina», non dotata
di moto intrinseco rotatorio come sono le «trottoline». Eppoi essere dotata di
massa immaginaria.
Non come concetto filosofico
astratto. Ma come componente effettiva di quella cosa individuata dal grande
fisico francese Joseph-Louis Lagrange (1736-1813) e per questo detta
Lagrangiana. In termini semplici la Lagrangiana è la densità di energia legata
a un fenomeno fisico. Il primo passo per affrontare un problema fisico è
infatti riuscire a trovare qual è la densità di energia legata al problema che
si vuole cercare di capire. Ed ecco come nasce l’importanza della «Particella
di Dio». Essa permette di fare calcoli senza avere risultati divergenti.
Vediamolo con un esempio.
Se facciamo un calcolo per sapere
quanto possiamo spendere per i regali di Natale diamo per scontato che il
risultato deve essere ragionevole: esempio 350 euro. Se venisse fuori un numero
come 350mila euro, dovremmo cercare di capire dove abbiamo sbagliato. Se
ripetendo il calcolo trovassimo un numero ancora più grande, addirittura
infinito, dovremmo concludere che quel calcolo ha dentro un errore che ci porta
a risultati divergenti. È ciò che accade quando nei calcoli dei fenomeni fisici
fondamentali si introduce la massa.
Un bel piatto di spaghetti non
potrebbe esistere se la sua massa fosse zero. Il Sole, la Luna, le montagne,
gli oceani, l’aria che respiriamo, noi stessi, non potremmo esistere se non ci
fosse la massa. Eppure quando si cerca di descrivere in modo rigoroso
l’Universo nelle sue proprietà fondamentali ci si accorge che sarebbe molto
meglio se la massa potesse essere eliminata dalla descrizione matematica dei
fenomeni fisici. Volendo insistere nel tenere la massa, vengono fuori calcoli
con risultati infiniti cui si dà il nome di «divergenze»: un bel guaio in
quanto serve a poco descrivere tutto ciò che esiste come se fosse privo di
massa.
Tornando all’altra proprietà
della «Particella di Dio» - essere pallina - ricordiamo che qualsiasi cosa è
fatta di «trottoline», non di palline. Le trottoline per fare il mondo a noi
familiare sono di appena tre tipi: protone, neutrone ed elettrone. Il protone e
il neutrone sono fatti ciascuno con tre trottoline fondamentali dette «quark».
L’elettrone invece è esso stesso trottolina fondamentale. Non esiste alcun
esempio di particella fondamentale che sia di tipo «pallina» con massa
immaginaria.
Furono sei fisici (Englert,
Brout, Higgs, Guralnik, Hagen, Kibble) ad avere l’idea di mettere nella
Lagrangiana una «pallina» con massa immaginaria. E infatti per diversi decenni
la particella ipotizzata dai sei fisici venne per semplicità definita «bosone
di Higgs». Poi «Particella di Dio», per due motivi. L’enorme difficoltà nel
provarne l’esistenza e il miracolo che avrebbe dovuto produrre: dare la massa a
tutto ciò che esiste senza produrre le catastrofi dette divergenze. Evitare le
divergenze non è un dettaglio banale. E infatti sono stati due grandi fisici,
Gerardus ’t Hooft e Martinus Veltman, a dimostrare che l’introduzione di una
pallina con massa immaginaria permette di superare i guai delle divergenze.
Ecco quindi il grande miracolo: produrre la massa reale per tutte le
«trottoline» fondamentali e cioè quark (necessari per fare protoni e neutroni)
e leptoni (di cui l’elettrone è un esempio) che sono indispensabili per fare il
mondo. E produrre anche la massa zero per quella trottolina detta «fotone» di
cui la luce è un esempio. Come se non bastasse la «Particella di Dio» con massa
immaginaria genera una «Particella di Dio» con massa reale. È questa particella
che da diversi anni noi abbiamo cercato di produrre nei nostri Laboratori al
Cern, prima con la macchina Lep e oggi con la macchina Lhc.
Con la macchina Lep (il
collisionatore di elettroni e antielettroni) siamo riusciti a stabilire che la
«Particella di Dio» non poteva esistere con massa inferiore a 114 miliardi di
elettronvolt; qualcosa come 120 volte la massa dei nostri protoni (chi scrive è
stato co-autore del progetto per cercare il bosone di Higgs con Lep).
Con la nuova macchina del Cern
(Lhc Large Hadron Collider operante a 7mila miliardi di elettronvolt) sembra
che i primi segni della sua esistenza con massa superiore a quanto stabilito
con Lep comincino a venir fuori. I due gruppi di ricerca (Cms e Atlas) hanno
portato i risultati finora ottenuti ed è fuori discussione che le notizie sono
incoraggianti. Ieri al Cern, nell’Aula Magna strapiena di fisici, giornalisti e
invitati d’eccezione, il responsabile supremo del Cern, Rolf Heuer, ha
giustamente messo in evidenza il messaggio scientifico che nasce da queste
nuove rigorose ricerche. E cioè che c’è una sola certezza: entro il 2012 -
prima dell’interruzione per venti mesi di Lhc - sapremo se la «Particella di
Dio» esiste veramente o se toccherà a Lhc, operante a 14mila miliardi di
elettronvolt, dare la risposta. È bene essere prudenti, essendo in gioco un
problema la cui soluzione è attesa da circa mezzo secolo. E infatti la prima
volta che questo problema venne trattato fu alla Scuola internazionale di
fisica subnucleare di Erice: correva l’anno 1964.
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