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mercoledì 4 dicembre 2013

Enda, la legge americana che discrimina i cattolici di Lorenzo Schoepflin 04-12-2013, http://www.lanuovabq.it/

Washington, bandiera gay in CampidoglioCon 64 voti a favore (54 Democratici e 10 Repubblicani) e 32 contrari, il Senato degli Stati Uniti ha compiuto l’ennesimo passo della marcia dell’omosessualismo in salsa obamiana, che diverrà completo qualora anche la Camera dovesse votare analogamente. E’ stato infatti approvato l’Employment Non-Discrimination Act (Enda), una legge dal testo estremamente controverso che contiene riferimenti all’ideologia del gender. L’obiettivo dichiarato della legge è quello di proibire le discriminazioni da parte dei datori di lavoro in base all’«orientamento sessuale» e all’«identità di genere» dei dipendenti. A favore dell’Enda si è speso in prima persona il Presidente Obama con un invito a votare “sì” a tutti i membri del Congresso.

Gli aspetti non condivisibili della legge sono stati evidenziati dai vescovi statunitensi con una lettera inviata il 31 ottobre scorso a tutti i senatori, recante in calce le firme dell’Arcivescovo di San Francisco Salvatore J. Cordileone, membro della Commissione per la promozione e la difesa del matrimonio, e di William E. Lori, Arcivescovo di Baltimore, che per la Conferenza episcopale statunitense (Usccb) si occupa di libertà religiosa. Nella missiva, la Usccb invitava ad esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’Enda. Sono infatti proprio la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e la libertà religiosa i principi che finiscono per essere inevitabilmente minati grazie ad una ormai consueta strategia: farcire leggi in linea puramente teorica condivisibili con contenuti totalmente estranei allo scopo dichiarato e funzionali alla diffusione dell’ideologia del gender e alla limitazione della libertà di chi ad essa intende opporsi.

E proprio questo viene sottolineato dai vescovi degli Usa, secondo i quali l’Employment Non-Discrimination Act va ben oltre il divieto di ingiusta discriminazione. Innanzitutto la legge, nella sezione 3, definisce l’identità di genere di una persona come una caratteristica svincolata dal sesso alla nascita. Ovviamente una legge i cui presupposti sono questi, non può essere accettata. Ma le perplessità dei vescovi – che non si fatica a far proprie – sono concentrate anche sul trattamento riservato agli enti religiosi. È vero che la sezione 6 dell’Enda è dedicata specificatamente alle «esenzioni per organizzazioni religiose», ma la Conferenza episcopale statunitense avanza dubbi su quali siano effettivamente i datori di lavoro tutelati da tale sezione.

Il copione è identico a quello dello scontro tra la Usccb e Obama in merito alla riforma sanitaria: per i datori di lavoro si configurava l’obbligo di pagare coperture assicurative ai propri dipendenti comprendenti servizi legati a contraccezione, sterilizzazione e aborto e da tale obbligo non furono esentate le organizzazioni religiose. Quello che si prospetta è uno scenario del tutto analogo, anche perché l’Employment Non-Discrimination Act non prevede eccezioni neppure in quei casi che il diritto americano definisce come “bona fide occupational qualification” (indicata anche nei documenti esplicativi della Usccb con l’acronimo Bfoq). La Bfoq è un requisito che può essere ragionevolmente richiesto per svolgere un particolare lavoro, senza che tale richiesta si configuri come una discriminazione. Si pensi, ad esempio, all’assunzione di personale in un carcere femminile, dove è ovvio che si preferisca un’agente di polizia penitenziaria di sesso femminile, o ad un barista con la mansione di servire alcolici, per il quale si può pretendere un’età minima. Si può forse protestare poiché in quei casi maschi e minorenni sono discriminati?

Si potrebbero fare innumerevoli esempi, ma evidentemente questo principio di ragionevolezza – prima ancora che di diritto – non è ritenuto applicabile quando di mezzo c’è l’ideologia di genere. Da notare infine, in merito alla “bona fide occupational qualification”, che fino ad oggi l’unico ambito in cui la Bfoq non era applicabile era quello della discriminazione razziale, alla quale da adesso viene equiparata quella basata sull’orientamento sessuale.

Da questo tipo di impostazione, derivano una serie di minacce ben immaginabili per la libertà religiosa e per chi volesse avanzare obiezioni relative all’incompatibilità di una determinata condotta sessuale con certi impieghi nell’ambito di organizzazioni religiose. I timori dei vescovi statunitensi sono stati fatti propri da molti commentatori che, al di là degli aspetti legati alla libertà religiosa, pur sempre evidenziati, hanno sottolineato come con l’entrata in vigore dell’Enda si metta a repentaglio la libertà di impresa: un imprenditore non è più libero di gestire la sua attività basandosi sui propri principi, ma si vede costretto ad allinearsi alla visione della società imposta dal governo centrale.

La nuova legge, poi, si presta ad essere usata come l’ennesimo grimaldello per scardinare l’idea di famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Cosa già accaduta a livello dei singoli Stati degli Usa, dove leggi analoghe, già approvate, sono state utilizzate come motivazione da alcune corti per definire il matrimonio omosessuale come un diritto costituzionale. Inoltre, un datore di lavoro si potrebbe trovare costretto a garantire alcuni benefit, come ad esempio l’assistenza sanitaria, anche ai partner dei propri dipendenti omosessuali, dovendo riconoscere implicitamente come famiglia una coppia di gay o lesbiche.

Ovviamente, il via libera federale all’Enda ha un peso specifico ben maggiore rispetto ai provvedimenti dei singoli Stati. Adesso, su tutto il territorio statunitense, i veri discriminati potrebbero diventare tutti coloro che non intendono piegarsi di fronte allo strapotere omosessualista. La palla passa alla Camera, dove la legge dovrebbe essere ostacolata dalla maggioranza in mano al Partito repubblicano, stando a quanto dichiarato dallo speaker John Boehner.

venerdì 21 dicembre 2012


L’eliminazione selettiva di genere - 21 dicembre 2012 - http://www.prolifenews.it

aborti selettivi_Bruxelles_infanticidio
Sollevato per la prima volta da Mary Anne Warren col suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985), il problema dell’eliminazione selettiva di genere, e più precisamente quello dell’aborto selettivo ai danni delle bambine – soppresse a milioni – è stato a lungo trascurato.  Questa “dimenticanza” – determinata dal fatto che l’aborto è un tema scomodo e che quello selettivo ha riguardato per lo più il continente asiatico – potrebbe essere superata dalla diffusione di It’s a girl, un docufilm presentato nei giorni scorsi a Bruxelles, al Parlamento europeo.
La cosa inaspettata e per molti versi sorprendente è che la notizia di questo film ha finora trovato spazio anche sulla stampa progressista, a partire dal britannico “Independent”. Attenzione, però: It’s a girl non riguarda solamente gli aborti selettivi: si parla anche a di strangolamenti ed annegamenti, di infanticidi. Particolarmente scioccanti sono le parole di una donna che, nel film, ammette di essersi in prima persona resa autrice di ben otto omicidi di bambine. Un altro aspetto interessante del film è che – come ha notato Giulio Meotti ? «sfata il mito per cui a pagare siano le bambine delle famiglie povere e analfabete (…) è la classe media benestante e urbana, che usa gli strumenti di analisi prenatale (…) più sono emancipate più utilizzano l’aborto selettivo» (“Il Foglio”, 15 novembre 2012, p. 2).
Grande è dunque il merito che va riconosciuto a Evan Grae Davis e ad Andrew Brown, rispettivamente regista e produttore del film. Anche se pare che finalmente – dopo il vastissimo e sanguinario “svuotamento demografico” femminile – del continente asiatico siano in corso, anche se lenti e parziali, dei significativi ripensamenti. Il riferimento è qui alla Cina dove qualche settimana fa la Fondazione per la ricerca sullo sviluppo ha messo in chiaro come l’ormai trentennale politica del figlio unico debba essere rivista.Subito. Si, perché «pochi figli, Cina vecchia, crescita addio» (“Corriere della Sera”, 1 novembre 2011, p. 21).
Certo, non sarà facile nel breve termine rimediare a decenni di aborto selettivo. I numeri, infatti, sono impressionanti, basti dire che dal censimento indiano del 2011 è emerso che l’equilibrio fa maschi e femmine è sceso a 1.000 contro 914 mentre nel 1981 le femmine erano 962, nel 1991 945 e nel 2001 927: un calo costante e drammatico. Che – lo abbiamo detto – non sarà facile da arrestare e da invertire anche se indubbiamente denunce forti come quella di It’s a girl non possono che sortire effetti positivi. Rimane da capire quando si aprirà gli occhi non solo sull’aborto selettivo ma sull’aborto in generale nel mondo occidentale, dove i bambini nascono in numero largamente inferiore rispetto all’Asia e dove ce n’è un grandissimo bisogno.
Perfino per uscire dalla crisi economica come dimostrano le considerazioni di studiosi come i due Nobel come Gary Becker e Amartya Sen, i quali – ribadendo cose già dette da Alfred Sauvy (1898 – 1990) – da tempo hanno sottolineato come la crescita demografica sia fondamentale per lo sviluppo economico (Cfr. AA. VV. Emergenza Demografia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 69). Ne consegue non già la possibilità bensì la necessità, soprattutto per noi italiani – che notoriamente abitiamo il Paese più vecchio del mondo – di un ripensamento di cui abbisogna l’intero sistema sociale. E chissà che non venga prodotto pure per noi, prossimamente, un film che ci apra gli occhi sui danni demografici che ha prodotti in Occidente l’aborto di massa.
di Giuliano Guzzo
 

martedì 11 dicembre 2012


I “discorsi di odio”: un reato per reprimere la libertà di espressione dei cristiani - http://www.nocristianofobia.org

(di Roberto de Mattei) La libertà di espressione si restringe sempre di più per i cristiani in Europa. Anche Paesi di antica tradizione cattolica hanno iniziato ad inserire nelle loro legislazioni un nuovo tipo di crimine, i “discorsi ispirati dall’odio” (in inglese hate speeches), che si riferiscono alla discriminazione e all’ostilità verso un individuo, a causa di caratteristiche particolari, come il suo orientamento sessuale o “l’identità di genere”.
In dodici Stati membri dell’Unione Europea (Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia) più l’Irlanda del Nord nel Regno Unito, è considerato reato incitare all’odio o alla discriminazione in base all’orientamento sessuale. In quattro Stati membri (Austria, Bulgaria, Italia e Malta) i discorsi ispirati dall’odio sono considerati reati se espressi nei confronti di gruppi specifici, ma gli omosessuali non sono inclusi tra questi. Negli altri Stati membri, i discorsi ispirati dall’odio contro le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non sono definiti specificatamente come reato. Le lobbies relativiste vorrebbero una legislazione europea uniforme, che reprima ogni forma di discriminazione, anche solo verbale. Il 24 maggio 2012 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione contro l’omofobia e la transfobia in Europa (con 430 voti a favore, 105 contrari e 59 astensioni). Il testo «condanna con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere» ed esorta gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza. Con ciò si intende impedire ogni forma esplicita di critica della condizione omo o transessuale. Si inizia così ad applicare rigorosamente la categoria giuridica di “non discriminazione”, introdotta dall’art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il principio è solo apparentemente nuovo: in realtà non si tratta altro che del vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio e adattato alla sensibilità contemporanea. E’ difficile infatti trovare un termine ambiguo come quello di discriminazione. L’idea stessa di giustizia, che nella sua formulazione tradizionale significa attribuire a ciascuno quello che gli è proprio (suum cuique tribuere) implica qualche forma di “discriminazione”.Ogni legge è costretta in qualche modo a “discriminare”, per il fatto stesso che stabilisce che cosa è giusto e ingiusto, lecito o proibito, favorendo gli uni ed ostacolando gli altri. La pretesa di non discriminare gli orientamenti sessuali significa applicare un criterio rigorosamente ugualitario a tutte le scelte, quali esse siano, relative alla sessualità umana. Un coerente criterio ugualitario porterà a proteggere giuridicamente ogni forma di disordine morale, dalle unioni omosessuali alla pedofilia e all’incesto, almeno quando siano tra soggetti consenzienti ed escludano una violenza esplicita. Inoltre, ogni critica pubblica di un comportamento ritenuto disordinato e immorale costituisce una forma di “discriminazione”. E’ previsto perciò il divieto e la pesante repressione penale di ogni tipo di attività e di espressione che comporti la critica dell’omosessualismo e dell’abortismo. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla cattedra non possono presentare la famiglia naturale e cristiana come “superiore” alle “unioni di fatto” etero o omosessuali, senza che questo costituisca una “discriminazione” degna di sanzione penale. Una istituzione religiosa, una scuola privata, un’associazione cristiana non potranno allontanare dei membri che all’interno di essa propaghino o pratichino comportamenti ritenuti immorali, senza che questo costituisca una colpevole discriminazione. Tutto questo in nome della condanna dei “discorsi di odio”. Ma l’odio è necessariamente un male?
L’amore e l’odio sono i due sentimenti che guidano la vita degli uomini e dei popoli, Meditando sulla caduta dell’Impero romano, sant’Agostino esponeva nella sua celebre Città di Dio, la visione teologica della storia cristiana, secondo cui l’amore e l’odio guidano la storia del mondo: l’amore di sé fino all’odio di Dio e l’amore di Dio fino all’odio di sé. Amore e odio sono inseparabili nella vita. Non si può amare il bene senza odiare il male e non si può difendere e diffondere la verità senza criticare l’errore. A meno di non credere che verità ed errore siano solo opinioni soggettive e intercambiabili. Oggi però il Parlamento europeo, e molti governi nazionali vorrebbero ammettere come legittima una sola forma di odio, quella al Cristianesimo. Gesù l’aveva detto: «Sarete odiati da tutti a causa del Mio nome» (Mt 10, 16-23). In occasione della Giornata mondiale della Pace del gennaio 2011, Benedetto XVI ha affermato che i cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Lo scorso 9 novembre l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha fatto pervenire all’Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) un rapporto sulla situazione della libertà religiosa nel continente. L’Osservatorio ha documentato negli ultimi sei anni più di ottocento casi in Europa nei quali la libertà dei cristiani di esprimere pubblicamente le loro idee è pesantemente violata. Molti di questi casi si riferiscono al divieto di manifestare pubblicamente la contrarietà all’aborto o al “matrimonio” omosessuale.
L’odio al nome cristiano accompagna fin dai primi secoli la vita della Chiesa.Oggi l’odio contro i cristiani si manifesta sotto forma di persecuzioni violente e di discriminazioni e va sotto il nome improprio, ma efficace, di cristianofobia, che nel suo significato etimologico è paura del Cristianesimo. L’imposizione dell’unione contro natura tra persone dello stesso sesso; l’introduzione del reato di “omofobia”, che proibisce ogni forma di difesa della famiglia naturale; il tentativo di reprimere giuridicamente l’obiezione di coscienza di coloro che rifiutano di cooperare ad omicidi quali l’aborto e l’eutanasia; la promozione della blasfemia nella pubblicità e nelle opere cinematografiche e teatrali sono forme di odio e di intolleranza verso i princìpi e le istituzioni cristiane, realizzate dalla dittatura del relativismo contemporanea. Tutto ciò non può essere tollerato. I cristiani non rimarranno inerti. (di Roberto de Mattei)

mercoledì 28 novembre 2012


28 novembre, 2012
L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International sta vivendo in questo periodo una profondissima crisi che minaccia la sua stessa esistenza. Il personale di Amnesty di tutto il mondo sta proclamando giornate di sciopero e il consiglio dei membri a Londra ha votatola sfiducia alla propria leadership, accusata di aver “perso di vista gli obiettivi” dell’organizzazione.
Amnesty ha anche deciso brutalmente di tagliare una ventina di dipendenti dei 700 esistenti, scatenando così una rivolta interna poiché accusata di non rispettare l’accordo sulle condizioni di licenziamento. Diversi responsabili internazionali si sono dimessi per protesta. Altre accuse sostengono che la dirigenza sacrifichi le battaglie per i diritti umani per costruire il marchio Amnesty, reclutando nuovi membri e raccogliendo più fondi.
Fino al 2007, come riportato da Independent , Amnesty ha portato avanti il suo operato con grande onore, tanto che la Chiesa cattolica era uno dei suoisostenitori più forti. Tuttavia il 25 marzo 2007, alla Conferenza di Edimburgo, 400 membri di AI hanno votato per «esercitare la depenalizzazione dell’aborto , e la promozione di programmi di sostegno dei servizi per il controllo della popolazione , tra cui la legalizzazione e il libero accesso all’aborto». Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha ritirato il sostegno finanziario e invitato i cattolici a «difendere il diritto alla vita del nascituro», da allora Amnesty si è trasformata in una lobby di pressione per la legalizzazione dell’aborto e la promozione del riconoscimento delle coppie omosessuali.
Ha promesso che «non svolgerà campagne generali in favore dell’aborto o di una sua generale legalizzazione»contraddicendosi ad ogni intervento in materia, quando ha puntualmente chiesto di legalizzare l’aborto per sostenere il presunto diritto della madre a sopprimere l’essere umano che ha chiamato alla vita dentro di sé (si vedano i casi di Nicaragua Perù , Messico , Polonia , ecc.).
Contrariamente alle sue dichiarazioni di neutralità, nel 2011 ha partecipato al Gay Pride di Belfast, contribuendo a dileggiare la Chiesa cattolica divulgando dal suo sito web immagini satiriche verso leader religiosi contrari al matrimonio omosessuale. Recentemente si è espressa contro «la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere nell’accesso al matrimonio civile», chiedendo «agli stati che riconoscano diritti anche alle famiglie di fatto e alle unioni formate all’estero sulla base delle leggi locali»facendo pressione perché anche in Italia venga riconosciuto il matrimonio gay.
Mentre Amnesty, dunque, si inventa un presunto “diritto ad abortire” e un presunto “diritto al matrimonio”, un importante leader sindacale ha descritto Amnesty International come «una delle organizzazioni più ingannevoli mai conosciute. AI non può essere un difensore dei diritti umani credibile o efficace se non rispetta i diritti dei suoi lavoratori».

venerdì 11 maggio 2012


L’avvocato cieco cinese sfidò la multinazionale dell’aborto - Ipocrisia occidentale: elogi a Chen e aiuti alla «pianificazione demografica» di Gianfranco Amato, 11 maggio 2012, http://www.avvenire.it

È passata alla storia l’immagine fotografica di quel ragazzo cinese, soprannominato Tank Man, che solo e indifeso, con una busta nella mano sinistra e la giacca nella mano destra, è riuscito a fermare una colonna di carri armati, durante la celebre protesta di piazza Tienanmen. Ventitré anni dopo quell’episodio, un altro cinese, Chen Guangcheng, è riuscito a mettere sotto scacco i rapporti diplomatici delle due più grandi potenze della Terra: gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese. Tutto ciò da solo, e per giunta in una condizione di disabilità.

Della vicenda Avvenire si è occupato con ampiezza nei giorni scorsi, mettendo in luce ciò su cui altri hanno invece sorvolato: Guangcheng, cieco dalla nascita, è un avvocato autodidatta affiliato ai chijiao lushi (letteralmente «avvocati a piedi nudi»), una rete di legali che si batte per i diritti dei deboli e degli indifesi nella Cina comunista, e in particolare contro la famigerata jihua shengyu, (letteralmente «politica del figlio unico»), sinonimo di sterilizzazione e aborto forzati, col corollario delle interruzioni di gravidanza selettive.

Nel 2005 ha persino osato organizzare una class action contro la città di Linyi, nella regione dello Shandong, a causa della scellerata politica demografica abortista del governo cinese, e contro ogni forma di «pianificazione familiare» forzata. Non si tratta proprio di battaglie politicamente corrette. Eppure Chen ha sempre ricevuto l’attenzione e il sostegno, tra gli altri, del British Foreign Secretary e del governo britannico.

Lo stesso governo che, però, foraggia con milioni di sterline l’associazione eugenetica Marie Stopes International, una multinazionale dell’aborto che, tra l’altro, ha una prestigiosa ed elegante sede a Pechino, presso il quartiere Chao Yuan, al n.172 della Bei Yuan Road, e vanta di avere come «major partner» strutture pubbliche cinesi, tra cui le Commissioni della pianificazione demografica dello Jiangsu, dello Xian, dello Henan, nonché il Centro distrettuale per il controllo delle malattie di Qingdao Shinan, l’Ufficio sanitario della città di Baoshan,

L’Ufficio provinciale per l’educazione e la prevenzione dell’Aids del Guangxi, e l’Ufficio provinciale per il problema dell’Hiv dello Yunnan. I programmi futuri di Marie Stopes International in Cina prevedono, tra l’altro, l’apertura di tre nuove cliniche nel Dongsuan e nello Zhengzhou, la consulenza alle cliniche gestite dalla Commissione della pianificazione demografica del Guizhou, e l’organizzazione di corsi di educazione sessuale nelle scuole per bambini di lavoratori immigrati nella città di Pechino.

È stato pure notato che nel maggio 2010, mentre il povero Chen languiva in prigione, il ministro cinese delle Politiche demografiche, Li Bin, è stato ricevuto con tutti gli onori negli uffici londinesi di Marie Stopes International, a riprova degli stretti rapporti di collaborazione e della stima reciproca.

Una piccola rivincita, però, Chen Guangcheng se l’è involontariamente presa contro l’organizzazione abortista britannica che porta orgogliosamente il nome di una delle più inquietanti figure nel campo dell’eugenetica del XX secolo, Marie Stopes, autrice di Radiant Motherhood (1920) in cui si invoca la sterilizzazione «dei soggetti totalmente inadeguati alla riproduzione», e The Control of Parenthood (1920), vero e proprio manifesto degli eugenisti, in cui si teorizza il concetto di «purificazione della razza».

Chen ha dimostrato agli eugenisti ispirati dalla Stopes che anche i «difettosi», quando non vengono eliminati, sono capaci di grandi battaglie, di sfidare i potenti della terra, e di vincere. E così facendo, l’umile e cieco avvocato cinese ha dimostrato di possedere una capacità di visione infinitamente superiore ai dieci decimi.

In realtà, il vero risultato dell’azione eclatante di Chen Guangcheng è aver messo in luce l’ipocrisia dell’Occidente che, per appiattimento sull’ideologia del family planning e amore del business, si limita a una blanda critica del genocidio perpetrato dal governo cinese. Quando non arriva a dare consigli, e concludere affari anche in questo campo.

sabato 14 aprile 2012


Uzbekistan, sterilizzazione forzata a donne: inchiesta Bbc svela piano del governo, 13 aprile, http://www.adnkronos.com/

Londra - (Adnkronos) - ''Stiamo parlando di decine di migliaia di donne sterlizzate in tutto il Paese'', denuncia Sukhrob Ismailov, a capo dell'ong uzbeka 'Gruppo di lavoro degli esperti' che nel 2010 erano stati in sette mesi 80mila interventi
Londra, 13 apr. (Adnkronos) - Il governo uzbeko ha avviato da un paio di anni un programma capillare per sterilizzare le donne in tutto il Paese, spesso senza il loro consenso e senza che ne siano informate. Lo ha scoperto la BBC, con un'inchiesta che include le testimonianze di diverse vittime inconsapevoli di tale politica, di medici e fonti del ministero della salute.

''Stiamo parlando di decine di migliaia di donne sterlizzate in tutto il Paese'', denuncia Sukhrob Ismailov, a capo dell'ong uzbeka 'Gruppo di lavoro degli esperti' che nel 2010 ha condotto un sondaggio fra i medici scoprendo che il numero complessivo degli interventi in sette mesi era stato di 80mila. ''Ogni anno ci presentano un piano. A ogni medico viene detto a quante donne dobbiamo assicurare metodi contraccettivi, quante devono essere sterilizzate'', testimonia una ginecologa che lavora a Tashkent e che, come le altre fonti di questa inchiesta, non vuole essere identificata. ''C'è una quota per tutti. La mia è di quattro donne da sterilizzare al mese'', aggiunge. Le pressioni sui medici per attuare tale programma sembrano essere ancora piu' forti nelle campagne del Paese, dove la quota sale a otto donne la settimana.

''Quando mi hanno detto che ero stata sterilizzata sono rimasta shoccata, e ne ho chiesto le ragioni al ginecologo che mi ha detto che in Uzbekistan questa è la legge'', racconta Adolat, madre di due figli, sterilizzata dopo aver dato alla luce con un parto cesareo al secondo, intervistata in Kazakistan (i parti cesarei sarebbero cresciuti in questi ultimi mesi fino a raggiungere l'80% del totale dei parti proprio per consentire la contemportanea isterectomia).

''Una o due volte al mese, a volte anche più di frequente, una infermiera dell'ospedale locale mi viene a trovare a casa per cercare di convincermi a farmi operare'', racconta una donna che abita nella regione di Jizzakh e che ha già dato alla luce tre bambini, sottolineando che ''per il momento l'intervento è gratuito ma che in futuro dovrò pagarlo''. A una terza donna contattata dalla BBC hanno invece asportato senza che ne venisse informata l'utero in seguito alla nascita del suo secondo figlio. Quando lo ha scoperto, con una ecografia che si era fatta fare per i disturbi riscontrati, le hanno detto, ''non hai bisogno di altri figli, ne hai già due''.

Testimonianze simili sono state raccolte in diverse altre zone del Paese, nella valle del Ferghana, nella regione di Bukhara, e in due diversi villaggi vicino alla capitale.

I primi casi denunciati di sterilizzazione forzata in Uzbekistan risalgono al 2005, a renderli noti era stata Gulbakhor Turaeva, una patologa che lavora nella città di Andijan, (dove nel maggio di quell'anno le forze di sicurezza hanno ucciso diverse centinaia di persone coinvolte nella protesta). Nell'obitorio in cui lavorava erano stati portate gli uteri asportati da giovani donne sane. Dopo aver rintracciato le donne operate e dimostrato che erano state sterlizzate senza il loro consenso, ha denunciato quanto avvenuto ai suoi superiori. E' stata licenziata e due anni dopo arrestata con l'accusa di far entrare nel Paese propaganda dell'opposizione. Nel 2007, dopo una denuncia della Commissione dell'Onu contro la tortura, il numero degli interventi era calato. Ma come emerge da fonti mediche citate dall'emittente britannica, nel 2009 e nel 2010 il governo ha diramato direttive agli ospedali per prepararsi a interventi di contraccezione chirurgica volontaria e medici di Tashkent erano stati inviati in provincia per istruire i loro colleghi locali al fine di aumentare il numero di isterectomie.

''Sulla carta, devono avvenire su base volontaria, ma le donne non vengono messe di fronte a una scelta vera e propria. E' molto facile manipolare una donna, soprattutto se è povera. Puoi dirle che la sua salute degenererà se avrà altri figli. Puoi dirle che la sterilizzazione è per lei la cosa migliore. O puoi anche solo sottoporle all'intervento e basta'', ha ammesso un ginecologo con una posizione dirigenziale in un ospedale della provincia uzbeka.

venerdì 30 marzo 2012


"Sarà una bambina? Allora non lo voglio..." Aborti selettivi a Milano, di Maria Sorbi - 30 marzo 2012, http://www.ilgiornale.it

Milano - Le donne cinesi e indiane si presentano in ambulatorio, prenotano un’ecografia. E quando vengono a sapere che sono in attesa di una bambina chiedono di abortire.


«Femmina? - cominciano a piangere - No, mio marito mi ammazza». Ovviamente nessun ospedale italiano accetta di assisterle per interrompere la gravidanza, poiché la richiesta viene fatta troppo tardi rispetto a quanto permette la legge 194. Ma loro si arrangiano per altre vie. No, non più nei sudici laboratori clandestini, non più con l’aiuto di chirurghi-macellai che le operano con ferri da tetano.

Ora l’aborto selettivo viene fatto con una banale pillola, in casa. L’unica difficoltà, ampiamente superabile, è trovare un medico disposto a firmare una ricetta. In farmacia, spiegano i medici, esistono parecchi medicinali che servono a tutt’altro e curano varie patologie (ad esempio la gastrite) ma che tra gli effetti collaterali possono anche provocare l’aborto. Somministrati con un certo dosaggio, ecco che portano a interrompere la gravidanza. Producono gli stessi risultati della pillola abortiva ma senza alcun tipo di assistenza medica. Una pratica atroce, ma messa ancora in atto, eccome. Non solo in Cina e in India ma anche dagli asiatici che vivono nelle nostre città, soprattutto nei capoluoghi più affollati. A dirlo sono le cifre: la differenza fra il numero di maschi e di femmine, fra i nuovi nati, solitamente dovrebbe aggirarsi attorno a un fisiologico 5%.

Invece sale al 10-15%. Il sospetto che quindi si pratichi l’infanticidio femminile e forte. Negli ultimi quattro anni per ogni cento neonate cinesi in Italia ci sono stati 109 maschi: percentuale alta ma non altissima, rispetto alla norma di 105. Se però si considerano solo le nascite dei terzogeniti e dei figli successivi, allora le cose cambiano e si scopre che la «sex ratio» sale fino a 119. Significa che le famiglie lasciano al caso il primo figlio e forse anche il secondo: ma, se il maschio non è arrivato, dal terzo in poi non corrono più rischi e si affidano all’aborto.

Ancora più avvilenti sono i dati della comunità indiana in Italia: 116 maschi ogni cento femmine, 137 dal terzogenito in su. «La discrepanza sospetta tra maschi e femmine - spiega Nadia Muscialini, responsabile del centro antiviolenza dell’ospedale San Carlo di Milano - rispecchia la stessa proporzione degli aborti selettivi che vengono fatti in Cina». «Per di più - aggiunge il medico - affrontiamo anche tanti casi di spose bambine o ragazzine in attesa che ci chiedono un aiuto per non fare la fine delle loro madri». Cioè per non doversi sposare in giovane età, per poter invece proseguire gli studi e per non essere costrette a un destino preconfezionato né vivere sottomesse a mariti spesso violenti. La struttura di assistenza aperta fra il pronto soccorso e il corpo divisionale ha raccolto lo scorso anno 796 richieste di aiuto e 463 sono le donne prese in carico, al 61% italiane, mentre fra le straniere prevalgono le donne di origine sudamericana (38%), dell’Est Europa (27%) e dell’Africa (29%).

Tra queste tante richieste, rifiutate, di aborti post ecografia. E anche tanti casi di violenza: «Il 30% delle violenze - spiega la Muscialini - sulle donne comincia durante la gravidanza. E non stiamo parlano dolo di donne straniere ma anche di parecchie italiane. L’uomo, per una forma di invidia primitiva, esercita così una forma di possesso, di supremazia».

Un’altra tipologia di donne che chiedono aiuto è quella delle straniere che lavorano ma che non possono gestire direttamente il denaro che guadagnano, totalmente in mano al marito.

«Queste donne spesso non hanno nemmeno i soldi per fare la spesa o per comprate il materiale scolastico per i figli. Noi le aiutiamo appoggiandoci anche al Banco Alimentare».

sabato 10 marzo 2012


Slogan mancato per le bimbe cinesi di Anna Meldolesi, Corriere della Sera, 10 marzo 2012

Ni Shi. Tu sei. È questo lo slogan più bello inventato nel 2012 per la Giornata delle donne. Lo aveva ideato, appositamente per i social network cinesi (Renren, Sina Weibo, Youku), un’agenzia pubblicitaria internazionale (Akqa). Ma alla fine la campagna, progettata per affermare la forza, la bellezza, l’unicità di ogni donna, è saltata. Ed è un vero peccato. Stretta nella morsa del regime comunista da una parte e del sistema patriarcale tradizionale dall’altra, la Cina è ancora un posto dove l’individuo, tanto più se femmina, fatica ad emergere. Dove «allevare oche è sempre meglio che allevare figlie», come dice un vecchio proverbio. Le prime almeno fanno le uova. Secondo il censimento del 2011 la spettacolare crescita economica dell’ultimo decennio ha ridotto la sproporzione demografica tra maschi e femmine: secondo una stima preliminare le donne cinesi che mancano all’appello sono passate da 40 a 33milioni. Ma troppe bambine vengono ancora uccise, abbandonate o abortite a causa del loro sesso. Ogni 100 femmine, nascono in media 118 maschi. Interrompere la gravidanza dopo che l’ecografia ha rivelato il sesso fetale è proibito, ma quel che serve, oltre ai divieti, è una trasformazione sociale e culturale da perseguire con inventiva e determinazione. Le donne di successo in Cina sono una élite in crescita ed è proprio a loro che la campagna intendeva rivolgersi. L’ideogramma Ni Shi doveva comparire come un luccichio sulle labbra scarlatte di un volto da copertina, declinando l’essere donna in nuovi modi. «Tu sei: una pensatrice, un’artista, una forza, una madre, una figlia». E dunque, implicitamente, non solo un funzionario del Partito Comunista, un’operaia alla catena di montaggio, una contadina costretta ad avere un figlio unico (per legge) e maschio (per tradizione). Il lancio dell’iniziativa era stato annunciato da una rivista americana che si occupa di cultura innovativa di impresa (FastCompany), al termine di una gara in cui i creativi più dotati del panorama internazionale si erano sfidati per rilanciare l’immagine delle figlie femmine in un mondo in cui la preferenza per i discendentimaschi è ancora diffusa. Tra le proposte selezionate c’era anche la finta pubblicità della biografia di una geniale manager dagli occhi a mandorla, che avrebbe potuto fondare un impero hi-tech se solo le fosse stato consentito di nascere e crescere. Resterà solo una provocazione su carta. L’idea del rossetto invece è diventata realtà, ma in tono minore e in versione riveduta e corretta per il pubblico occidentale. L’obiettivo è diventato convincere il maggior numero possibile di utenti di Facebook e Twitter a propagare in modo virale, l’8 marzo, lo stampo rosso di un bacio, con la scritta: Rock the lips, because women rock (mostra le labbra, perché le donne spaccano). Un simbolo sexy di empowerment per chi è stanco della mimosa, più adatto alle donne americane che a quelle cinesi. Nel Paese del drago campeggiano ancora i manifesti a sostegno del modello familiare ristretto. Negli ultimi anni accanto a mamma e papà è comparsa una femminuccia al posto del solito maschietto e anche gli slogan si vanno ammorbidendo: invece di minacciare sanzioni per chi fa un figlio di troppo, affermano: «Meno fertilità, più qualità. Maschi e femmine sono tutti tesori». È un passo avanti. L’ideogramma Ni Shi voleva spingersi oltre, affermando che ogni donna è unica e insostituibile. Come operazione di rebranding, questo sì sarebbe stato un balzo in avanti. Una rivoluzione.

giovedì 8 marzo 2012


Mancano all'appello oltre 100 milioni di donne di Danilo Quinto, 08-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

I metodi per raggiungere lo scopo possono essere vari. Nella gola della neonata, si può inserire del tabacco o dei grani di riso o degli impasti ottenuti mescolando insieme acqua e cereali o un panno bagnato o un cuscino. Poi, si annega la neonata in un secchio d'acqua o la si seppellisce in un vaso di terracotta, successivamente sigillato, dove può resistere fino a due ore prima di soffocare. A volte vengono anche impiegati veleni e pesticidi che provocano il decesso attraverso convulsioni ed emorragie.


E’ l’infanticidio femminile, praticato da secoli ed ancora oggi diffuso, anche se sostituito, in molti Paesi del mondo, grazie alla moderna tecnologia, con la pratica dell’aborto selettivo. “una tecnologia di tipo reazionario”, scrisse il Premio Nobel Amartya Sen vent’anni fa.

Una tecnologia che è diventata anche un business. Secondo il Wall Street Journal del 21 aprile 2007, alcune società hanno venduto talmente tanti apparecchi ecografici, che in India è possibile fare diagnosi ecografiche persino nei piccoli paesi che sono ancora privi di acqua potabile o di strade decenti. Il costo è di circa 8 dollari (5,6 euro) a ecografia, l’equivalente di una paga settimanale. La General Electric vende circa 15 modelli diversi, il cui costo varia da 100.000 dollari  per gli apparecchi più sofisticati a colori, a 7.500 dollari per quelli in bianco e nero. In India esistono più di 30.000 cliniche, registrate presso il Governo, che fanno diagnosi ecografiche. Si fa presto a fare i conti.

Attualmente, sebbene la legge lo abbia vietato nel 1994, il test per l'identificazione del sesso del feto, eseguito con varie tecniche, è ampiamente disponibile anche nelle aree rurali più remote. L'amniocentesi, che resta ancora oggi il metodo più diffuso, è praticata in migliaia di ospedali, cliniche e ambulatori, sebbene spesso tali luoghi non siano altro che strutture improvvisate prive perfino delle attrezzature mediche essenziali.


Accanto all'amniocentesi, si trova l'ecografia che grazie alla sua maneggevolezza, alla semplicità di attuazione e al basso costo si sta rapidamente diffondendo anche se, rivelando il sesso del feto attraverso l'immagine, è utilizzabile solamente ad uno stadio avanzato della gravidanza, portando ad aborti tardivi e rischiosi. Malgrado ciò, poiché in India l'aborto è praticabile a discrezione del medico fino alla ventesima settimana, l'ecografia viene comunque utilizzata a questo scopo.


Da quando, nel 1979, è stata aperta la prima clinica specializzata, la scienza medica e la tecnologia moderna sono state abusate in tutti i modi possibili per soddisfare le richieste sociali che impongono ad ogni donna di partorire almeno un figlio maschio. Prima che la legge lo rendesse illegale le cliniche, gli ospedali e tutti coloro che erano disposti ad eseguire il famigerato test si lanciarono in un'aggressiva campagna pubblicitaria che tramite poster, volantini, mediatori e qualunque altro mezzo possibile, propagandavano il servizio a prezzi stracciati. Ma fu l'ecografia a segnare il momento di svolta, offrendo la possibilità anche alle donne residenti nelle zone rurali più remote di accedere al test grazie ad automezzi itineranti attrezzati allo scopo.


Il divieto di servirsi di qualunque tipo di tecnica per l'identificazione del sesso del nascituro, imposto dallo stato indiano, non ha ostacolato l'attività. Dalla sua promulgazione nessuno è stato condannato per aver infranto la legge (Mudur, 1999) né tra i medici, che rivelano il risultato solo oralmente e senza lasciare tracce, né tra le pazienti che se mai intendessero farlo, senza una prova scritta, non avrebbero alcuna possibilità di intentare una causa.


L'aborto selettivo è largamente diffuso in tutti gli stati del Nord dell'India, dove la preferenza per il figlio maschio si esprime con punte particolarmente preoccupanti in Punjab, in Haryana e in Uttar Pradesh. Generalmente coesiste con l'infanticidio femminile, anche se negli stati più prosperi, dove le strutture mediche e la tecnologia per l'identificazione del sesso del feto sono maggiormente diffuse, come l'Haryana e il Punjab, ha quasi totalmente sostituito l'infanticidio. In questi due stati è molto comune che una donna si sottoponga ripetutamente ai test e all'aborto finché non ha raggiunto il numero di figli maschi desiderati, nonostante questo metta in serio pericolo la sua salute.


Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione fissa a 950:1.000 il normale rapporto della natalità maschio/femmina. Nel Punjab, le femmine sono scese addirittura a 793 ogni 1.000 maschi. Percentuali simili in Gujarat e Haryana, i due stati più ricchi della federazione.

In base alle stime eseguite dalle Nazioni Unite, solamente in India sarebbero oltre 50 milioni le donne “mancanti”. Altri dati, dicono oltre 60 milioni.


La Cina è un altro Paese in cui la proporzione tra i sessi è fortemente squilibrata a causa dell’aborto selettivo di embrioni femminili. La popolazione maschile cinese supera quella femminile di 37 milioni di unità. E’ lo squilibrio più alto del mondo. Un esempio significativo del devastante fenomeno è il caso della città orientale di Lianyungang. Nella città, nella provincia orientale dello Jiangsu, ci sono soltanto cinque bambine ogni otto bambini. Stando a quanto denunciato in un "dossier" dell'"Associazione cinese per la Pianificazione Familiare", sull'isola meridionale di Hainan i neonati maschi sono ormai 136 contro appena cento dell'altro sesso. A livello nazionale il rapporto è di 119 a cento, ben al di sopra della media internazionale che è di 107 a cento.


Ma Cina e India non sono i soli Paesi dove si pratica l’aborto selettivo. La “guerra globale contro le bambine”, come l’ha definita in un suo saggio l’esperto Nicholas Eberstadt, che è direttore della cattedra Henry Wendt di Economia Politica all’American Enterprise Institute, riguarda anche l’Europa, l’America e i Paesi islamici.

In natura, il rapporto alla nascita varia normalmente dai 103 maschi per 100 femmine ai 105 per 100 (solo in rarissimi casi arriva a 106 maschi per 100 femmine).

Uno studio dell’US Census Bureau del 2003, mostrava un’impennata nel rapporto tra maschi e femmine nelle ex repubbliche sovietiche di Azerbaijan, Armenia e Georgia, dove tra il 1989 e il 2001 si è passati dai 106 maschi a una cifra che va dai 115 ai 120 per 100 femmine. Già alla fine degli anni ’90 c’erano diversi Paesi europei che presentavano un rapporto superiore ai 107 maschi per 100 femmine: Bulgaria, Estonia, Grecia, Lussemburgo, Macedonia, Serbia-Montenegro, Cipro.
Anche il mondo islamico presenta diversi Paesi con un rapporto sbilanciato: Egitto, Libia, Tunisia, e poi Qatar, Kirghizistan, Pakistan, Malaysia. In America Latina, Cuba, El Salvador, Venezuela. Un caso particolare è quello degli Stati Uniti, dove negli ultimi decenni si nota un cambiamento all’interno della comunità etnica asiatica: da una media di circa 103/100 ai 108/100. Mentre, la comunità giapponese è passata 99,7 a 108,9 maschi per 100 femmine.

Nel suo saggio, Eberstadt sottolinea altre statistiche. La prima riguarda le preferenze delle madri sul secondo figlio: in Pakistan, ad esempio, è di 10 a uno per il figlio mascio; nello Yemen è di 2 a 1, nei territori palestinesi di 3 a 1. L’altro dato riguarda l’indice di mortalità infantile: in molti Paesi si riscontra nei bambini al di sotto dei quattro anni una maggiore mortalità femminile rispetto a quella maschile. Si tratta degli stessi Paesi che presentano uno squilibrio nel rapporto alla nascita.


Sono dati che confermano che a livello globale, negli ultimi decenni, si è prodotta quella “guerra contro le bambine”, favorita dalla diffusione delle pratiche abortive e di selezione del nascituro o di sterilizzazione delle donne, spesso finanziate dai programmi delle Agenzie delle Nazioni Unite e dagli stessi Governi, spaventati da una “bomba demografica” che in realtà non esiste.

Risultato? Centosessantatré milioni di donne - altre stime parlano di un numero ancora più grande -che sono mancate negli ultimi trent’anni: abortite, fatte fuori subito dopo essere nate, destinate alla morte perché non curate in tenerissima età.


L’eugenetica moderna - di questo si tratta - non ha nulla da invidiare a quella della prima metà del secolo scorso. Anzi, forse è ancora più feroce, certamente più attrezzata tecnologicamente, più persuasiva. Più colpevole, perché consapevole delle aberrazioni praticate da quella del Novecento.

martedì 28 febbraio 2012


Denunciati aborti in base al sesso in Gran Bretagna - Quando la gravidanza non risponde ai desideri di Giulia Galeotti, 26 febbraio 2012, http://www.osservatoreromano.va

Il Governo di Londra ha aperto un’inchiesta sulle rivelazioni del «Daily Telegraph»: alcuni medici del servizio sanitario nazionale britannico hanno praticato aborti sulla base della sola motivazione che le donne erano scontente del sesso del feto che portavano in grembo. Il Governo di Sua Maestà è intervenuto perché — ha ricordato il ministro della Sanità, Andrew Lansley — «la selezione del sesso del nascituro è illegale». Dal reportage del quotidiano britannico è emerso anche che i medici si dicevano pronti a falsificare i documenti per far abortire le donne pur sapendo di violare la legge. Due dottori sono già stati sospesi.
Illegale, moralmente ripugnante: in tanti sono inorriditi dinnanzi allo scenario svelato dall’indagine condotta dal reporter che ha accompagnato in incognito diverse donne in nove cliniche del Regno. Inorriditi perché la selezione in base al sesso, denunciata fino a ieri solo in Paesi lontani, è arrivata ormai negli ospedali occidentali.
In realtà, però, il trend non è nuovo nemmeno in questa parte del globo: da tempo, ad esempio, alcune giornaliste vanno denunciando come nelle cliniche statunitensi che eseguono la nascita in provetta, la selezione embrionale in base al sesso sia diventata una realtà diffusa. Ad oggi, la difesa è stata alquanto sofisticata: non si decide in base al sesso se far nascere un feto; in base al sesso si sceglie quale feto fare nascere. Un cavillo giuridico incapace, però, di scalfire il nodo morale sottostante.
Se molti dunque sono inorriditi leggendo l’inchiesta del «Daily Telegraph», tante già sono state le dichiarazioni che — più o meno timidamente — hanno cercato di gettare acqua sul fuoco. Aprire delle riserve anche minime sull’aborto, a prescindere del tutto dal loro contenuto, viene infatti sentito come una pericolosa minaccia al “diritto” femminile all’interruzione della gravidanza. Con buona pace della doppia morale che continuerà (per un po’ almeno) a condannare la strage di bambine indiane e a difendere il diritto assoluto delle occidentali a compiere le loro scelte di donne socialmente, culturalmente ed economicamente istruite.
Del resto, la folle deriva denunciata dal quotidiano inglese non è forse la logica conseguenza dell’idea ormai imperante secondo cui un figlio è un bene a cui si ha diritto? Di quella idealizzazione della scelta come unica e assoluta via di emancipazione? Che differenza vi è tra lo scandaloso e antico retaggio dell’idea secondo cui la nascita di una figlia va maledetta (per tutti i motivi che sappiamo) e la scelta fatta sedute a un tavolino di design (per tutti i motivi che possiamo immaginare)? La pratica primitiva che teme la dote di una futura sposa è davvero più colpevole di chi magari, avendo già un maschio, vuole la femmina? Non è in entrambi i casi una gravidanza che non risponde ai “desideri” di chi aspetta?
  

sabato 25 febbraio 2012


Sanita': bufera su aborto selettivo in Gb, sospesi due medici, http://www.adnkronos.com

Roma, 24 feb. (Adnkronos Salute) - L'aborto selettivo non è solo una piaga dei Paesi asiatici, ma sarebbe diffuso anche in Gran Bretagna. Nel Paese infuriano da giorni le polemiche, dopo la sospensione di due medici filmati mentre autorizzavano degli aborti illegali in base al sesso del nascituro. Un'inchiesta con la telecamera nascosta ha mostrato i medici che acconsentivano ad interrompere delle gravidanze solo per via del sesso del feto, sgradito alle future mamme, e senza fare troppe domende. In alcuni casi il medico è stato filmato mentre si preparava a falsificare documenti per organizzare gli aborti, come riferisce la stampa britannica.

Circostanze che "preoccupano" il ministro della Salute Andrew Lansley, che ha avviato un'indagine sulle cliniche che si occupano di aborto per capire se siano stati commessi dei reati. Uno degli specialisti nel mirino è Prabha Sivaraman, ginecologa che lavora per cliniche private e ospedali del servizio sanitario a Manchester. La dottoressa avrebbe detto una giovane donna che voleva abortire un feto di sesso femminile: "Io non faccio domande. Se vuoi un aborto, vuoi un aborto". Per 200-300 sterline, più 500 sterline di visita, la paziente avrebbe potuto interrompere la sua gravidanza.

Un comportamento che ha portato alla sospensione della ginecologa. ''La nostra clinica - ha detto un portavoce di Pall Mall Medical - non tollera in alcun modo l'aborto in base al sesso del nascituro". Ma non si tratta di un fenomeno isolato: all'interno dell'inchiesta giornalistica del 'Daily Telegraph' sono state coinvolte nove cliniche in tutto il Paese: in tre strutture i medici si sono detti pronti a interrompere la gravidanza in base al sesso del bebé. Ad aiutare i giornalisti, donne in attesa appartenenti a vari gruppi etnici, che si presentavano nelle strutture affermando di aver fatto un'ecografia o un esame del sangue per conoscere il sesso del nascituro. "La selezione del sesso è illegale e moralmente sbagliata - ha sottolineato il ministro Lansley al 'Daily Mail' - Ho chiesto ai miei funzionari di indagare su questa questione" dandogli priorità.