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giovedì 26 giugno 2014

Il Consiglio di Stato condanna Vincent Lambert a morire di fame e di sete. Ma Strasburgo blocca tutto, 25 giugno 2014 di Leone Grotti, http://www.tempi.it/

Ieri il Consiglio di Stato francese ha deciso che Vincent Lambert deve essere lasciato morire di fame e di sete come richiesto dalla moglie e da sei fratelli dell’uomo. La decisione, che ricalca la richiesta del commissario del governo intervenuto lo scorso 20 giugno davanti al Consiglio, causerà l’interruzione dell’idratazione e alimentazione di quest’uomo di 38 anni, da cinque in stato di minima coscienza.

SPERANZA DALLA CORTE EUROPEA. Lambert, il cui caso è molto simile a quello di Terri Schiavo, respira in modo autonomo, non è attaccato a nessuna macchina e risponde agli stimoli. Per questo, contrariamente alla volontà della moglie, i genitori e due fratelli dell’uomo vogliono che continui a vivere. Ieri però il Consiglio di Stato ha dato torto alla famiglia, affermando che nutrirlo è «accanimento terapeutico». Ma la sentenza dei 17 giudici non sarà l’ultima parola su Vincent. Questa, infatti, è stata sospesa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, a cui i genitori si erano rivolti lunedì, in attesa di svolgere i suoi accertamenti sul caso.

«GIORNO FUNESTO». Quello di Lambert sarebbe il primo caso di eutanasia legale in Francia. L’avvocato della famiglia, Jérome Triomphe, ha reagito alla decisione del Consiglio di Stato ieri parlando di «un giorno funesto» in cui i giudici restituiscono «alla madre e alla sposa un morto». Anche l’Unione nazionale delle associazioni delle famiglie dei malati di trauma cranico ha protestato dal momento che la volontà di Lambert «è stata ricostruita a posteriori», visto che lui non ha mai lasciato detto di voler morire.

EUTANASIA LEGALE. Ieri, in un altro processo finito sotto i riflettori dei media, per Nicolas Bonnemaison, medico d’urgenza dell’ospedale Bayonne che ha ammesso di aver ucciso sette pazienti in fin di vita con l’eutanasia senza consultare pazienti e famiglie, l’accusa ha chiesto cinque anni con la condizionale. Al processo sono intervenuti molti personaggi del mondo medico e politico che pur non approvando esplicitamente l’operato di Bonnemaison, hanno chiesto che in Francia venga legalizzata l’eutanasia.

@LeoneGrotti

martedì 7 maggio 2013


«Hanno sospeso alimentazione e idratazione a mio figlio. E non posso fare niente per fermarli» - maggio 7, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/

eutanasia-belgio-bambini

Le stanno uccidendo il figlio ma non può fare nulla. Così ha dichiarato una donna francese in un’intervista al portale americano Lifesitenews.com. Hervé (nome di fantasia), giovane uomo costretto in stato di minima coscienza a causa di un incidente, sta morendo lentamente a causa della moglie e di un collegio di medici che hanno deciso di sospendergli idratazione e alimentazione. A combattere la loro scelta i genitori di Hervé, che scoprendo per caso cosa stava accadendo al figlio, hanno cercato senza successo di fermare un processo di morte lungo e doloroso.
LEGGE LEONETTI. Dal 2005 in Francia vige la legge introdotta dal parlamentate Jean Leonetti, che stabilì l’illegalità dell’eutanasia attiva dicendo che alimentazione e idratazione sono sempre obbligatorie, tranne in casi eccezionali (questi ultimi inseriti con la motivazione di tutelare i pazienti terminali che rigettano il cibo). La legge, simile a quella ferma in Parlamento in Italia, fu giudicata un buon compromesso. Non da tutti: secondo il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, e David Messas, gran rabbino di Parigi, la legge poteva essere usata per introdurre l’eutanasia. La legge infatti può essere usata contro i pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza.

«POSSO SOLO ACCAREZZARLO». A decidere per la sospensione degli alimenti di un uomo, la cui diagnosi parla di risposte agli stimoli, di reazioni alle voci dei familiari e di pupille che seguono le persone che lo visitano, sono stati un collegio di medici della clinica parigina in cui è ricoverato e la moglie. Tutto ciò nonostante la legge parli di consenso della famiglia e dei cari del paziente. Da fine aprile a Hervé è stato quindi negato il cibo, mentre la dose d’acqua a lui solitamente somministrata è passata da 3 litri giornalieri a soli 100 millilitri. E ora, quando la madre apre la porta della sua stanza, l’uomo piange. Gli infermieri le dicono imbarazzati che si tratta «di congiuntivite, ma io conosco mio figlio», ha dichiarato la donna raccontando di «vederlo soffrire in molti modi». La madre ha poi parlato della rabbia per il fatto che suo figlio non potrà morire naturalmente, ma ucciso lentamente sotto i suoi occhi impotenti. Tra l’altro, dovendo prendersi cura anche del marito malato, la signora ha spiegato di aver scoperto della decisione per caso, quando il fratello di Hervé si è accorto che la flebo per la nutrizione non c’era più. La madre ha raccontato poi di aver cercato il modo di fermare il processo di morte, ma la risposta ricevuta è stata tassativa: l’ultima parola è della moglie. Per questo ha chiesto l’anonimato al portale americano che l’ha intervistata, per non rischiare di essere allontanata dal figlio e preferendo stargli vicino nella sofferenza piuttosto che rischiare di lasciarlo morire da solo.

IL PEGGIO DEVE ANCORA ARRIVARE. Quando la “legge Leonetti” fu approvata si parlava di «freno all’eutanasia», ma anche di «non accanimento». L’esito ora visibile è la possibilità di praticare l’eutanasia passiva. Ma François Hollande di recente ha promesso la revisione del testo di legge: invece che di «non accanimento» si può cominciare a discutere di «sedazione palliativa». Da qui alla legalizzazione dell’eutanasia attiva il passo potrebbe essere breve.
@frigeriobenedet


venerdì 8 marzo 2013


Storia di Robert Goold, il demente fatto morire dopo otto giorni senza acqua e cibo - marzo 7, 2013 Elisabetta Longo - http://www.tempi.it


 Sesantanove anni, affetto da demenza, Robert Goold era ricoverato all’ospedale di Lister Hospital dopo essere caduto dalle scale, essersi fratturato schiena, cranio e zigomi. Oltre a questo, era stato evidenziato un danno cerebrale; per questo motivo il signor Goold è stato trasferito in terapia intensiva. E lì è cominciato il suo percorso di agonia.

A INSAPUTA DEI PARENTI. Il pensionato è stato messo sulla lista protocollo del Liverpool care pathway dal team di medici che lo seguiva. Quando i familiari si sono accorti che gli era stato staccato l’ossigeno non per vedere se riuscisse a respirare in maniera autonoma, bensì per abbreviargli la vita, ormai era troppo tardi. Era incluso nel protocollo anche la privazione di alimenti e idratazione, e quando, al sesto giorno di Lcp, la figlia Susan si è accorta delle condizioni del padre, il suo deperimento era tale da non permettergli di vivere oltre. Quando un’infermiera si è offerta di dargli acqua e cibo, era ormai troppo tardi. Così dopo otto giorni di sofferenza Robert si è spento. Nella cartella clinica, dice la figlia, non c’era traccia di questo protocollo, per questo i familiari non ne sono venuti a conoscenza.

TERRORE. Storie come questa in Gran Bretagna ce ne sono 60 mila l’anno, stando a quanto dichiara fieramente l’istituto Marie Curie cure palliative di Liverpool, che ha redatto il Care pathway. Un terzo dei familiari ne viene tenuto all’oscuro, e quando se ne accorge, ormai è troppo tardi. «Quando sono andata a trovare mio padre, ho visto nei suoi occhi uno sguardo di puro terrore, e non capivo perché. Pensavo realmente che quel togliergli l’ossigeno fosse un modo per farlo riabituare a respirare in modo autonomo, e invece ce l’hanno portato via».
Nel mese di gennaio, inoltre, in Parlamento è stato detto che un paziente su sei, di quelli messi sul Lcp, soffrono o di qualche forma di demenza o di Alzheimer. Ricoverati a discapito del servizio sanitario nazionale.

lunedì 7 gennaio 2013


Harvey è in coma: il tutore vuole farlo morire di sete, la moglie no. Interviene il fratello di Terri Schiavo - http://www.tempi.it

gennaio 7, 2013 Leone Grotti
Hanno provato a far morire di fame e di sete Gary Harvey, proprio come successo a Terri Schiavo, e non ci sono riusciti, ma da una sentenza della Corte suprema dello Stato di New York dipende molto della sua vita. Gary Harvey, residente nella Contea di Chemung, nel 2006 ha subito gravi danni cerebrali in un incidente casalingo. Da allora, vive grazie all’alimentazione e all’idratazione artificiali. La moglie, Sara Harvey, ha chiesto al tribunale di essere nominata tutore legale del marito ma la corte ha affidato questo compito ai servizi sociali della Contea di Chemung, ritenendola non idonea. Nel maggio 2009, però, proprio i servizi sociali in accordo con la commissione etica dell’ospedale dove Harvey viene curato hanno chiesto la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione e hanno emesso un DNR: ordine di non rianimare il paziente in caso di crisi cardio-respiratoria.
FRATELLO DI TERRI SCHIAVO. Il tribunale ha respinto la richiesta dell’ospedale, ma da allora la moglie ha chiesto che la tutela legale fosse tolta alla Contea di Chemung perché, dichiara, «come può la Contea fare da tutore a mio marito e agire nel suo migliore interesse se, nei fatti, ha provato a ucciderlo?». Per questo la moglie ha chiesto alla Corte suprema dello Stato di New York di nominare come tutore del marito Bobby Schindler, il fratello di Terry Schiavo, la donna che negli Stati Uniti è stata fatta morire di fame e di sete nonostante il parere contrario della famiglia.
L’OSPEDALE NON CURA HARVEY. Secondo Schindler, l’ospedale rifiuta di inserire Harvey in una terapia di riabilitazione che potrebbe aiutarlo a svegliarsi o comunque a migliorare la sua qualità di vita. «Abbiamo le prove che l’ospedale ha negato al signor Harvey di ricevere le cure riabilitative che farebbero molto bene alla sua condizione». Ora la Corte dovrà decidere se cambiare il tutore legale di Harvey. Bobby Schindler è il direttore esecutivo dell’Associazione “Terri Schiavo, network per la vita e la speranza”, fondata nel 2005 per proteggere i diritti delle persone più deboli e vulnerabili dal punto di vista medico.
@LeoneGrotti

giovedì 29 novembre 2012


Eutanasia per bambini malati in Gran Bretagna. «È terribile che debbano morire di sete » - http://www.tempi.it

novembre 29, 2012 Elisabetta Longo
Il Liverpool Care Pathway (Lcp) è il protocollo spesso seguito negli ospedali britannici che indica come i medici devono accompagnare alla morte i malati in fin di vita. Il protocollo prevede anche l’interruzione di alimentazione e idratazione. Molto spesso i pazienti vengono trattati in questo modo a loro insaputa e negli ultimi mesi si sono moltiplicate le storie di famigliari i cui parenti sono stati inseriti in una “death list” senza saperlo. A volte se ne accorgono in tempo, a volte è già troppo tardi .
BAMBINI IN AGONIA. Ora, nell’autorevole rivista inglese British Medical Journal, viene rivelato che il protocollo è applicato anche ai bambini che nascono con disabilità. A raccontarlo al Daily Mail è un medico inglese che vuole rimanere anonimo quando parla di un bambino nato con una lista molto lunga di anomalie congenite. I genitori del neonato malformato erano d’accordo sull’applicazione del Lcp e speravano che morisse in fretta. «Si auguravano che gli venisse una polmonite e che non soffrisse. Ma nella mia esperienza di medico ho visto che non si può sapere quanto sopravviveranno i bambini nati con malformazioni». Il medico si chiede anche come possano i parenti di bambini in queste condizioni volere davvero essere testimoni dell’agonia del loro figlio. Il medico aggiunge di essere stato coinvolto in almeno dieci casi simili nell’unità neonatale in cui lavora.
«I BAMBINI NON POSSONO MORIRE COSÌ». Il reparto pediatrico dell’ospedale Alder Hey, a Liverpool, già da tempo applica il Lcp a neonati e bambini, e l’infermiera dell’ospedale Bernadette Loyd, stanca di vedere casi simili, ha scritto al Dipartimento della salute inglese, denunciando i modi con cui bambini e neonati muoiono. «Morire di sete è terribile, ed è inconcepibile che dei bambini debbano morire così. I genitori si trovano a un bivio, e si sentono quasi costretti a scegliere questa via perché i medici dicono che i loro bambini avranno pochi giorni di vita. Ma predire la morte è molto difficile e ho visto anche un gruppetto di bambini che sono tornati a vivere, dopo che il Lcp era stato avviato e interrotto». Chi critica il Lcp lo fa proprio puntando sul fatto che i medici non possono sapere con esattezza le prospettive di vita dei loro pazienti. Il Dipartimento della salute ha risposto in modo sbrigativo alla lettera di Loyd, scrivendo che «le cure per il fine vita devono soddisfare i più alti criteri professionali e bisogna sapere stare accanto ai genitori del bambino durante il processo decisionale».

martedì 20 novembre 2012


Sos per i pazienti nutriti artificialmente"Non tagliate l'assistenza ai nostri cari"

L'appello alla Polverini delle famiglie dei 300 malati dell'Anad: "Se non verranno più fornite le soluzioni alimentari dovremo ricoverarli tutti"

di ANNA RITA CILLIS

http://roma.repubblica.it 
Sos per i pazienti nutriti artificialmente
Preoccupati, oggi, invieranno una petizione a Renata Polverini, la dimissionaria governatrice del Lazio. A firmarla circa 200 famiglie di pazienti che fanno capo all'Anad, l'Associazione per la nutrizione artificiale domiciliare, dopo che, nelle ultime settimane, alcune Asl competenti "hanno a voce o per iscritto fatto sapere a chi andava a ritirare i materiali che per i tagli alla Sanità non potranno più fornire una quantità sufficiente di soluzioni nutrizionali", spiega Gianfranco Cappello, responsabile dell'unità operativa per la nutrizione artificiale domiciliare del Policlinico Umberto I. 

Un'unità alla quale fanno capo oltre 300 malati (di tutto il Lazio) seguiti e nutriti artificialmente a casa grazie ai loro familiari: mogli, mariti, fratelli e sorelle che fanno, in alcuni casi, da infermieri 24 ore su 24. 

"Se dovesse accadere le famiglie avrebbero solo tre possibilità", aggiunge il professor Cappello: "Andarsi a comprare le soluzioni da soli spendendo in media tra gli 80 e i 100 euro al giorno. Oppure ricoverare il proprio caro in una struttura sanitaria pubblica, o far morire di fame il paziente. Non ci sono altre strade visto che si tratta di persone che vivono grazie alla nutrizione artificiale e che non possono ingerire cibo in alcun modo". 

Alle sue parole si aggiungono anche quelle di Lina Sansone, presidente dell'associazione: "Chiediamo certezza  -  dice  -  vorremmo essere rassicurati dagli organi competenti che alla famiglie non verrà meno la fornitura del nutrimento per alimentare il proprio caro. Fino a oggi è sempre stato assicurato gratuitamente grazie a una legge regionale del 1994. Speriamo quindi che la legge venga rispettata come il diritto dei malati a essere curati a domicilio e in maniera adeguata". E poi: "C'è chi si può permettere di acquistare il materiale, ma ci sono tante persone che hanno problemi di soldi già così". 

E sono in tanti a essere preoccupati dopo che, nei giorni scorsi l'Anad ha organizzato una riunione per mettere in luce quanto sta accadendo. Tra questi Franca Scarpata, che cura a casa il proprio marito nutrito artificialmente e che dice di essere "pronta a inviare una lettera al presidente della Repubblica Napolitano, per chiedergli aiuto. Se i materiali non dovessero essere più gratuiti per noi sarebbe una problema enorme non potremmo farcela, è una spesa che non possiamo permetterci. Abbiamo una pensione bassa". 

Mentre Monica Soldatelli, che accudisce suo padre, rimarca: "Abbiamo avuto dei problemi con la Asl che poi si sono risolti, speriamo solo che non si ripetano, non sapremmo cosa fare".

sabato 17 novembre 2012


IL CONGRESSO DEI MEDICI CATTOLICI - «Contrastare l'eutanasia mascherata» - 17 novembre 2012, http://www.avvenire.it

Contrastare aborto ed eutanasia presentati spesso in modo mascherato, difendere la libertà di coscienza continuano sono le sfide principali per i medici fedeli alla loro missione, specialmente in un Est europeo, un tempo oppresso dal totalitarismo comunista e ora tentato dalle derive laiciste. È la radiografia che emerge nel secondo giorno del convegno "Bioetichs and Christian Europe", organizzato dall’Associazione dei medici cattolici italiani (Amci) in collaborazione con l’analoga Federazione del Vecchio Continente.

Il divieto di eutanasia vige in Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia, ha rimarcato Yves-Marie Doublet, per un complesso di 470 milioni di abitanti, mentre circa 28 milioni vivono in Stati nei quali è legalizzata.
Ma il britannico Philip Howard ha lanciato l’allarme sul fatto che una ricerca svolta in Olanda ha mostrato che «la sedazione continua e profonda probabilmente è stata usata progressivamente come alternativa all’eutanasia. Infatti l’uso di quest’ultima è diminuita dal 2,6% di tutti i decessi del 2001 all’1,7% nel 2005, mentre la sedazione continua e profonda è passata dal 5,6% al 7,1%.». E Michael Irwin ex presidente della società dell’eutanasia volontaria in Gran Bretagna ha equiparato questo tipo di sedazione terminale con la sospensione di alimentazione idratazione alla «eutanasia lenta» sostenendo che «i medici "compassionevoli" senza dichiarare pubblicamente la vera intenzione delle loro azioni spesso accelerano così il processo del morire». «La somministrazione di idratazione e nutrizione non è una terapia ma un dovere fondamentale della professione medica», ha ribadito Howard citando Giovanni Paolo II, anche quando esse sono fornite con mezzi artificiali sono «un mezzo naturale per difendere la vita». In questa linea il deputato e medico Domenico Di Virgilio è tornato a sollecitare l’approvazione del ddl sulle Dat.

I medici, ha affermato Franco Balzaretti parlando della obiezione di coscienza, «restano fermamente convinti della scelta e vocazione di essere custodi e servitori della vita». Per quanto riguarda l’aborto si è constatato il tentativo di diffondere quello realizzato per via farmacologica, una tendenza che, come ha rimarcato il presidente della federazione internazionale dei farmacisti cattolici Piero Uroda, esige che sia difesa della libertà di coscienza di questa categoria. In un quadro più generale un problema critico, come ha messo in rilievo Francesco Ognibene di Avvenire, è «l’inappropriatezza» con cui gran parte dei media trattano di bioetica. Ci si basa su una concezione «ideologica» dell’ autodeterminazione che non ha nulla a che fare con l’esperienza concreta del valore della vita anche in situazione di difficoltà. Una convizione radicata profondamente nell’opinione pubblica ma frustrata spesso dalla assenza di una corrispondente rappresentazione nella stampa ed in tv.

Pier Luigi Fornari

venerdì 21 settembre 2012


I medici contraddicono Beppino Englaro: «su Eluana c’è stata eutanasia»

Beppino Englaro ha sempre detto che, morta (anzi, «liberata») Eluana, sarebbe sparito. Non avrebbe più detto niente.«Il silenzio, voglio solo il silenzio», ha sempre invocato. Tuttavia da quando Eluana è stata uccisa è diventato una sorta di star nazionale, onnipresente sui media,continuamente intervistato dai grandi quotidiani, abitué ormai consolidato dei principali salotti televisivi e dei festival nelle principali città.
Englaro aveva anche assicurato che non avrebbe usato politicamente la sua vicenda. Tuttavia durante l’anno gira l’Italia (fin dentro le scuole), accompagnato dai radicali, chiedendo alla politica la creazione dei registri comunali sul testamento biologico. Lui stesso, a proposito di disinteresse politico, ha offerto la «massima disponibilità» a guidare il Partito Democratico in Lombardia. Dopo la morte di sua figlia, lo hanno perfino fatto presidente onorario della Consulta di Bioetica Laica, guidata da Maurizio Mori, i cui responsabili (con l’appoggio di Mori stesso), sono divenuti noti al mondo pochi mesi fa per aver teorizzato la giustificazione dell’infanticidio, e ancor più recentemente per il tentativo di eliminare la libertà di coscienza dei medici, definendo “cattivi medici” gli obiettori di coscienza (l’85% dei medici italiani).
Recentemente Englaro è stato per l’ennesima volta intervistato da “Repubblica” in merito all’uscita del film di Marco Bellocchio, ispirato alla vicenda di Eluana (pare che fortunatamente l’ideologia sia stata messa da parte e la pellicola non sia uno spot pro-eutanasia). Il padre di Eluana è tornato sulla morte della donna, affermando incredibilmente che la sua non è stata eutanasia e che nemmeno si sia trattato di omicidio: «L’eutanasia non c’entra un fico secco! Ed è un reato. Ma volete che i magistrati della Cassazione ci abbiano autorizzato a uccidere?». Eluana, secondo il padre, non sarebbe nemmeno morta di fame e sete«ma quale fame e quale sete…non sanno di cosa parlano». L’intervistatore ha proseguito con le domande, ma a questo punto sarebbe interessante chiederea Beppino come ritiene che sia morta sua figlia, sempre ammesso che la ritenga morta (se è morta dunque era viva? Oppure era morta 17 anni prima ed eravamo in presenza solo della sua pelle e delle sue ossa? Ma allora che senso ha togliere l’idratazione ad un cadavere?). Leggendo i commenti dei medici che hanno visitato Eluana, giuristi ed esperti di stati vegetativi, sembra proprio che Englaro stia continuando ancora oggi, forse inconsapevolmente, a mistificare la realtà pur di non riconoscere quanto è successo.
Il dott. Giuliano Dolce, luminare nella cura degli stati vegetativi, primario e direttore dell’Istituto Sant’Anna di Crotone, centro di eccellenza per la cura dei pazienti in stato neurovegetativo, ha visitato personalmente la povera Eluana pochi mesi prima della sua uccisione, affermando «Ho visto che è stata curata bene e con molto affetto dalle suore. Per questo affermo che, quando le verrà tolto il sondino per l’alimentazione, ci vorranno almeno due settimane prima che arrivi la morte. La sofferenza fisica è scientificamente provata nei pazienti in stato vegetativo». Commentando l’incredibile sen­tenza del tribunale di Milano, che ha autorizzato l’uccisione della donna, ha detto: «la contraddizione scatta nel punto in cui viene co­munque imposta, oltre che un’indispensabile umidificazione frequente delle mucose con l’ovatta bagnata sulle labbra, anche una somministrazione di ‘sostanze i­donee ad eliminare l’eventuale disagio da carenza di liquidi’. Tra­dotto, la paziente deve essere i­dratata per evitarle sofferenza. Quindi non morirà di sete, ma di fame. Questo è un o­micidio. Eluana è come un neonato: se le togli il latte muore perché non è in grado di alimentarsi da sola. Come si può dire che nutrirla è un atto di cura? Clinicamente non è malata, è un paziente guarito con difetto».
Contraddice completamente la versione di Beppino Englaro anche Franco Cuccurullo, presidente del Consiglio superiore di sanità e rettore dell’Università di Chieti, secondo cui «Eluana non muore della patologia da cui è affetta, ma di fame e di sete. Anzi, viene fatta morire, quindi si tratta di eutanasia». Ha anche criticato l’opera di ricostruzione “indiretta” della volontà terapeutiche di Eluana attraverso il suo “stile di vita”, visto dagli occhi del padre Beppino (contraddetto però dalla migliore amica di sua figlia): «Penso che si apra una deriva pericolosa per le persone incapaci. C’è una forte spinta vitale in Eluana, tanto che per fermarla occorre sospendere idratazione e alimentazione. Credo che la morte sopraverrà per insufficienza renale dovuta a disidratazione, e questa non è la sua patologia»E infatti Eluana è morta per arresto cardiocircolatorio dopo una crisi di natura elettrolitica conseguente a disidratazione.
Venticinque tra i massimi neurologi italiani hanno al tempo sottoscritto (inutilmente) un appello contro la «condanna a morte» di Eluana, ritenendo «disumano il modo proposto di mettere a morte la paziente: l’agonia sarà lenta e porterà alla morte attraverso la lenta devastazione di tutto l’organismo».
Dello stesso parere anche l’avvocato Rosaria Elefante, presidente dell’Associazione nazionale biogiuristi italiani, consulente giuridico dell’European Task Force che raccoglie i massimi specialisti in stato vegetativo, nonché legale di 34 associazioni di familiari di persone disabili, la quale ha spiegato «il caso Englaro dimostra come, aggirando le norme, si è applicata l’eutanasia in Italia, dove l’eutanasia è reato». La specialista ha spiegato nel dettaglio con grande professionalità le gravissime responsabilità dei giudici della Corte d’Appello di Milano.
Dunque, a quale gioco sta giocando Beppino Englaro? Lui, che alla morte di sua figlia non era nemmeno presente, perché in quei giorni manco si trovava a Udine: secondo quanto risulta dalle cronache , infatti, ha visitato sua figlia alla clinica “La Quiete” subito dopo il suo trasferimento notturno da Lecco, quando ancora era alimentata ed idratata, e poi l’ha rivista dopo morta, all’obitorio. Eluana è stata lasciata morire da sola, tra gli indicibili strazi causati dalla disidratazione, un grave reato è stato commesso e ancora oggi si tenta di mascherare la verità.

venerdì 14 settembre 2012


Un po' di chiarezza sul fine vita

di Franco Olearo e Stefano Grossi Gondi, 13 settembre 2012 - http://www.documentazione.info
In Italia è di recente tornato alla ribalta il tema dell'eutanasia.
Ne ha parlato "Bella addormentata", l'ultimo film di Marco Bellocchio che ha riproposto il caso di Eluana Englaro, se ne è parlato in occasione della morte del Cardinale Martini, il quale ha rifiutato forme di accanimento terapeutico. E sullo stesso tema è stata ricordata la frase detta da Giovanni Paolo II sul letto di morte: «lasciatemi andare alla casa del Padre».
Alcuni hanno sostenuto che il caso del cardinale fosse simile a quelli di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby. Vicende queste sulle quali si sono accesi forti dibattiti nell’opinione pubblica, che tuttora proseguono con l'iter di un disegno di legge sul fine vita.
Vediamo in modo schematico quali sono le differenze tra i casi in questione.
 MartiniEnglaroWelby
Situazione clinica
stato finale di una malattia neurodegenerativa (Parkinson)
stato vegetativodistrofia muscolare progressiva, attaccato ad un respiratore (senza il suo consenso) in seguito ad una tracheotomia
Prospettive di vita
Morte imminente
Indefinite, la situazione era stabile
Indefinite
Espressione di volontà
Rinuncia ad un’alimentazione artificiale ininfluente nell processo di morte in corso
Incerta. ricostruita dal padre
Richiesta di essere staccato dal respiratore
MorteNormale decorso della malattiaInterruzione dell’alimentazione e dell’idratazione
Distacco del respiratore
Differenze tra accanimento terapeutico ed eutanasia
A questo punto è opportuno ricordare la differenza tra accanimento terapeutico ed eutanasia.
L’accanimento terapeutico è un intervento medico non più adeguato alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure perché appare troppo gravoso per le sue condizioni. La rinuncia all’accanimento terapeutico non vuol dire procurarsi la morte o procurare la morte ad una persona. Si accetta semplicemente di non poterla impedire. Spetta al paziente, se ne è cosciente, in dialogo con il proprio medico e con le persone che lo assistono, decidere quando e come sospendere determinati trattamenti o non iniziarne altri all’approssimarsi del termine della propria esistenza terrena.Qui è la definizione del Catechismo della Chiesa cattolica (punto 2278)
Eutanasia. Si dice “diretta” quando si mette fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte.
Si dice “indiretta” o “passiva” quando viene sospesa la somministrazione dei farmaci, o quando il medico si astiene dal compiere interventi di cura.
Gli elementi qui descritti fanno concludere che nel caso del cardinale Martini ci sia stato un rifiuto dell’accanimento terapeutico, e che negli altri due casi si tratti di eutanasia.
Discrezionalità dei medici
Due considerazioni sul concetto di “accanimento terapeutico”:
* solo le organizzazioni mediche competenti sono titolate per decidere quando un intervento è proporzionato o no. Spesso la decisione va presa "al capezzale del malato", cioè considerando la situazione specifica del singolo paziente
* Il  giudizio varierà nel tempo, man mano che progredisce la tecnica medica. Ciò che è sproporzionato oggi può diventare proporzionato domani.
Il disegno di legge
Occorre aggiungere che nel disegno di legge italiano sul fine vita si chiarisce fra l'altro che non rientra nella categoria dell'accanimento terapeutico il dar da mangiare e da bene al paziente, nelle forme più idonee (anche flebo o sondino).
In un caso come quello del cardinale Martini il disegno di legge prevede la possibilità di rinunciare ad un’alimentazione ininfluente nello stadio finale della malattia. Il Cardinale Martini sarebbe morto anche se avesse accettato di mettere il sondino naso gastrico, perché l’alimentazione era un aspetto puramente marginale rispetto alle sue condizioni di salute.
Un caso come quello di Welby invece non dovrebbe più verificarsi, perché la proposta di legge italiana prevede una dichiarazione scritta sulle proprie volontà di accettare o meno certi trattamenti straordinari. Quindi un malato dalle convinzioni di Welby non verrebbe attaccato ad un respiratore.
Neanche il caso Eluana si potrà ripetere: non sarà consentita l’interruzione di alimentazione e idratazione di una persona in stato vegetativo, perché non è lo stadio finale di una malattia.

giovedì 13 settembre 2012


DIFENDO LA CHIESA ATTACCATA DA MANCUSO, lo Straniero - Il blog di Antonio Socci, Antonio Socci, Da “Libero”, 12 settembre 2012, http://www.antoniosocci.com


Chissà se Corrado Augias e Vito Mancuso, che su “Repubblica” denunciano l’ “operazione anestesia” della Chiesa sul cardinal Martini (specie sul “modo in cui Martini ha chiesto di morire”, dice Augias), saranno sobbalzati ieri, al titolo di “Avvenire” che recitava “Accudimento non ‘accanimento’”.

Il direttore del giornale della Cei, Tarquinio – senza nominare Martini – negava che l’applicazione del sondino gastrico in caso di grave malattia incurabile sia “accanimento terapeutico” e negava che si tratti di cure “sproporzionate rispetto ai risultati attesi”.

Aggiungeva:

“so bene che qualcuno considera ‘accanimento’ dare da mangiare e da bere con un sondino a chi ne ha bisogno (e può ricevere utilmente cibo e acqua), ma non può provvedere da solo”, ma “io sono tra coloro che giudicano questo gesto di cura e di amore del nutrire e idratare semplicemente l’esercizio di un assoluto dovere di umanità e di solidarietà”.

Era la risposta a un lettore con moglie malata di Alzheimer, quindi non un commento sul caso del cardinale, ma quelle parole ora potrebbero essere lette in riferimento alla sua vicenda che ha fatto tanto clamore.

Infatti il medico che curava Martini, dopo la morte ha subito spiegato che egli, affetto da Parkinson, da questa estate “non è più stato in grado di deglutire nulla” e “non ha voluto alcun altro ausilio: né la Peg, il tubicino per l’alimentazione artificiale… né il sondino naso-gastrico. E’ rimasto lucido fino alle ultime ore e ha rifiutato tutto ciò che ritiene accanimento terapeutico”.

Dunque è accanimento o accudimento?

Non c’è solo questa diatriba sull’alimentazione e idratazione. Mancuso denuncia l’“operazione-anestesia” che la Chiesa starebbe facendo su tutta la figura di Martini: “A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale”.

Dunque un “figlio spirituale” del cardinale, come Mancuso, lo elogia per il “contenuto destabilizzante” dei suoi pronunciamenti e protesta perché la Chiesa, sottolineando la fede cattolica di Martini, li starebbe anestetizzando.

Come stanno le cose?

In effetti, visto il coro scatenato dalla stampa laica per celebrare il prelato in chiave polemica, la Chiesa ha cercato di valorizzare Martini per le cose buone, ma – come ogni madre farebbe con un proprio figlio – ha steso un pietoso velo sui pronunciamenti più “destabilizzanti”.

Tuttavia – sommessamente – ha messo pure dei punti fermi. Per esempio su “Avvenire” del 1° settembre è uscita un’intervista al cardinale Ruini dove la giornalista, Marina Corradi notava che su temi come fecondazione artificiale o unioni omosessuali “Martini sembrava più aperto alle ragioni di certa cultura laica” e “ha espresso pubblicamente posizioni chiaramente lontane da quelle della Cei”.
Il Cardinal Ruini ha risposto: “Non lo nego, come non nascondo che resto intimamente convinto della fondatezza delle posizioni della Cei, che sono anche quelle del magistero pontificio e hanno una profonda radice antropologica”.
Poche parole, ma pesanti e significative. Ricordano che nella Chiesa va seguito e ubbidito il magistero pontificio, non questo o quel vescovo che dice cose diverse.

Nel resto dell’intervista Ruini ha elogiato l’arcivescovo defunto per altre cose e ha sottolineato che dentro la Cei “non sono mai emerse divergenze profonde”, concludendo che “Martini è stato un grande figlio della Chiesa; cercare di giocare la sua eredità contro di essa sarebbe un’operazione assai misera”.

Come si vede c’è stato quell’atteggiamento di grande pietà e di amore che la Chiesa ha verso tutti, tanto più verso un suo alto ecclesiastico che ha dedicato la vita a Gesù Cristo, pur dicendo talora (anche) cose discutibili o controverse.

Per esempio l’ultima intervista di Martini, uscita postuma, come testamento spirituale, è stata lanciata dal “Corriere della sera” con questo titolo “Chiesa indietro di 200 anni”. Erano parole del prelato.

Il vaticanista Sandro Magister ha notato che “le alte gerarchie della Chiesa l’hanno passata sotto silenzio”.

A me questo silenzio pare un gran gesto di carità. Infatti è imbarazzante che un cardinale di Santa Romana Chiesa decida di congedarsi dal mondo con quello che forse nelle sue intenzioni era un grido di dolore sulla Chiesa, ma che ai più è sembrato in realtà un atto d’accusa.

Dove Martini sale in cattedra e prescrive a tutti, a partire dal Papa, cosa devono fare: “la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi”.

Così oltretutto misconosce la straordinaria opera di purificazione della Chiesa che Benedetto XVI con immenso coraggio ha intrapreso fin da quando era cardinale.

Martini – oltreché cardinale – era anche gesuita e il connotato specifico dei gesuiti è proprio il voto di obbedienza al Papa, a difesa di Pietro e della Chiesa. Ma questa difesa non si è vista molto.

S. Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, nei suoi famosi “Esercizi spirituali”, prescrive loro, per “avere l’autentico sentire della Chiesa militante”, queste regole:

“Deposto ogni giudizio, dobbiamo tenere l’animo disposto e pronto per obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica. Lodare finalmente tutti i precetti della Chiesa, tenendo l’animo pronto a cercare ragioni in sua difesa e in nessuna maniera in sua offesa”.

E ancora:

“Dobbiamo essere più pronti ad approvaree lodare tanto le disposizioni e raccomandazioni quanto i comportamenti dei nostri superiori”.

Ognuno può vedere cosa rimane di queste regole… Del resto, quando Martini denuncia che “la Chiesa è indietro di 200 anni”, pretendendo che si adegui ai tempi e si omologhi al mondo, dimentica che compito della Chiesa è guardare indietro di duemila anni, convertendosi continuamente non alle mode mondane, ma alla Verità fatta carne. Venuta nel mondo duemila anni fa.

Diceva un grande convertito, Gilbert K. Chesterton: “Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo”.

Infatti quelle confessioni protestanti europee che sono andate dietro al mondo (con tutte le sue fissazioni: dal sacerdozio femminile al matrimonio dei preti) sono diventate irrilevanti o si estinguono.

C’è pure un “dettaglio” dottrinale che ha fatto discutere. Martini, nell’intervista-testamento, sostiene che “tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”.

Giudizio che il professor De Marco definisce “equivoco” perché “un formula del genere” oggi ha “una recezione soggettivistica: il dogma (quello trinitario, ad esempio) sarebbe dato per ‘chiarire’ la voce della coscienza individuale”.

Questa approssimazione equivoca galvanizza Mancuso fino a fargli scrivere che tale “centralità della coscienza personale” sulla Chiesa e sui dogmi corrisponderebbe all’ “insegnamento del Vaticano II (vedi Gaudium et spes 16-17)”.

Ma quei passi della Gaudium et spes dicono cose ben diverse e – ad esempio – sottolineano l’esistenza di “norme oggettive della moralità” e il problema della “coscienza erronea”.

Sulle pagine dei giornali la teologia lascia il posto alle chiacchiere da salotto giornalistico. Che alimentano divisioni, mentre Benedetto XVI fa un titanico sforzo per evitare alla Chiesa lacerazioni, conflitti e (in certi casi europei) perfino rischi di scismi.

I salotti non capiscono la carità del Papa: “La carità è paziente, è benigna la carità… non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13).



lunedì 3 settembre 2012


Squalllide operazioni sulla morte del cardinal Martini - Rispetto e verità - Roberto Colombo, 2 settembre 2012, http://www.avvenire.it

Neppure di fronte alla morte di una personalità eminente, il cardinale Carlo Maria Martini, testimone appassionato e credibile di un profondo amore alla vita propria e di tutti coloro che incontrava nel suo ministero culturale, magistrale e pastorale, si sono fermati i soliti innescatori di baruffe mediatiche, sempre alla caccia di presunte incoerenze tra l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia morale e le posizioni personali di alcuni suoi membri. La morte, mysterium tremendum, è strappata al riguardoso silenzio, alla commozione della mente e del cuore, forma laicissima di contemplazione del culmine dell’esistenza dell’uomo, che incute reverenziale timore ed esige rispetto incondizionato. Così è per tutti, credenti e no, per il naturale trasudare di una sensibilità umana limpida e vivace. O, più precisamente, dovrebbe essere, se il dibattito pubblico su questioni delicate e decisive della vita non fosse inquinato da istanze ideologiche e revansciste che accecano gli occhi e l’intelligenza e portano a vedere ovunque distinzioni e divisioni, creando contrapposizioni che non hanno riscontro nella realtà dei fatti, né fondamento nell’argomentazione ragionevole.

Paragonare la lucida e umanissima decisione del cardinale e dei suoi medici di fronte all’ultima crisi parkinsoniana, di metà agosto, che ha segnato il breve epilogo della sua esistenza terrena (circa due settimane), segnato dalla «incapacità a deglutire cibi solidi e liquidi» – come affermato dal suo medico curante – con le scelte del padre di Eluana Englaro o di Piergiorgio Welby è una operazione strumentale priva di ogni realistico riferimento clinico ed etico. L’arcivescovo emerito di Milano soffriva di una malattia neurodegenerativa, quella di Parkinson, che gli ha consentito di idratarsi e nutrirsi ordinariamente per via orale fino a poco prima della sua morte. La libera accettazione dell’ineludibile avvicinarsi della morte gli ha fatto chiedere, come fece anche il beato Giovanni Paolo II (che soffriva di una patologia simile), che non si procedesse a manovre di posizionamento di sonde per l’alimentazione enterale o ad altri interventi sproporzionati e incongruenti con la decisione di accogliere i tempi e i modi con i quali il Signore gli è venuto incontro nell’ultimo, definitivo abbraccio. Per questo «è rimasto lucido fino all’ultimo e ha rifiutato ogni forma di accanimento terapeutico», ha dichiarato il dottor Pezzoli.

Ben diversa di fatto, e opposta di valore, è stata la decisione arbitraria di sospendere l’idratazione e l’alimentazione di Eluana, da 17 anni in stato vegetativo persistente, una condizione patologica stazionaria che non l’aveva portata, sino a quel momento, alle soglie della morte. Non era in agonia né stava per entrarvi. La donna avrebbe continuato a vivere ancora per parecchio tempo (non possiamo sapere quanto) e, per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente appropriata, condizione necessaria per supportare la fisiologica necessità di acqua e cibo. Infine, la decisione venne presa da altri, non da lei stessa.

Welby, invece, venne colpito all’età di 16 anni dalla distrofia muscolare di Becker, una malattia neuromuscolare a progressione generalmente assai più lenta della malattia di Parkinson. Su sua richiesta, il respiratore gli venne staccato 45 anni dopo, anche in questo caso non in prossimità della morte (la vita di pazienti affetti da questa forma particolare di distrofia muscolare può durare a lungo). Una scelta di eutanasia volontaria, in un momento della propria malattia, che nulla ha a che vedere – né clinicamente, né moralmente – con la decisione di rinunciare a forme di «accanimento terapeutico» alle soglie della morte.

Non vi è spazio per chi vuole ignobilmente speculare sulla morte dignitosissima ed evangelica di un tenace difensore della dignità della vita umana e di «generoso servitore del Vangelo», come lo ha chiamato Benedetto XVI.

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giovedì 8 marzo 2012


Avvenire.it, 8 marzo 2012 - Presunzioni umane e disumane - Il «migliore interesse» (E l’etica è sovvertita)

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò la terra. Anche in ambito etico valgono le regole della fisica: s’incomincia sempre inserendo la leva in un piccolo varco. Pian piano, con tale grimaldello, la porta viene forzata, fino a farci passare di tutto. È accaduto con l’aborto, trasformatosi in pochi anni da crimine, a evento da depenalizzare in casi particolari, a 'diritto' da garantire. Sta accadendo ora per la vita delle persone con disturbi prolungati di coscienza. Fino a non molti anni fa, idratazione e nutrizione facevano parte dell’assistenza di base, anche se 'assistite'. Poi in America furono ribattezzate come 'artificiali' e equiparate a trattamento medico, rifiutabili, quindi, in base al principio di autodeterminazione. Si garantiva, però che l’interruzione sarebbe stata autorizzata solo per chi ne avesse fatto richiesta nelle sue direttive anticipate. Poi la platea fu allargata, permettendo la ricostruzione della volontà 'presunta' del paziente, il percorso utilizzato anche in Italia nel caso Englaro. In assenza di una volontà del paziente, esplicita o presunta, prevaleva comunque il favor vitae, la presunzione d’interesse a restare in vita. Si trattava, tuttavia, di un fragile argine. Già dal 2006, infatti, le società mediche americane avevano convenuto che, nell’impossibilità di ricostruire la volontà presunta, la sospensione dei sostegni vitali avrebbe potuto essere autorizzata, se il rappresentante legale o il giudice lo avessero ritenuto opportuno «nel miglior interesse del paziente».

L’anello mancante della catena viene ora proposto sul numero di marzo della rivista Bioethics. Nell’articolo, Catherine Constable, della New York University, sostiene che la nutrizione e l’idratazione 'artificiali' dovrebbero essere sospese a tutti i pazienti in stato vegetativo permanente, salvo evidenza della volontà di essere tenuti in vita. L’onere della prova viene dunque ribaltato: chi non vuole morire deve averlo lasciato detto con chiarezza.

Secondo il medico americano, la presunzione a favore del mantenimento della nutrizione e idratazione non sarebbe nell’interesse del paziente e causerebbe inutili costi per la società. Tuttavia, più che sugli oneri per il paziente e la società, il ragionamento di Constable fa leva sulla definizione di persona. Presupponendo (arbitrariamente) che il paziente in stato vegetativo sia privo di coscienza, l’autrice dell’articolo non lo riconosce più come un soggetto portatore di interessi e, conseguentemente, come persona umana. In linea con il pensiero di Peter Singer (sempre lui), il fatto che il paziente sia vivo o meno diventa, in tale schema, del tutto irrilevante dal punto di vista morale. Le conseguenze sociali e giuridiche sono evidenti: in assenza di una manifestazione di volontà del paziente o di una opposizione della famiglia, la scelta se tenere o no in vita il paziente sarebbe affidata a considerazioni di altra natura. Per esempio ai sondaggi: se l’opinione pubblica sembra non gradire il nutrimento attraverso un sondino, allora il trattamento dei pazienti che ne hanno necessità, basato sulla presunzione del favor vitae, rischia di violare un diffuso desiderio di autonomia.

La dottoressa Constable non sembra turbata dalla possibilità che il paziente possa uscire dallo stato vegetativo, un’eventualità non considerata nell’interesse del paziente, poiché avverrebbe al prezzo di una disabilità residua, tale da garantire «una vita – verosimilmente – peggiore della non esistenza». È la stessa mentalità per la quale in Olanda non sono stati sviluppati centri di riabilitazione per i gravi cerebrolesi, costringendo anche la famiglia reale a rivolgersi all’estero per trattare i danni cerebrali riportati in Austria dal figlio della regina a causa di una valanga. E se domani la sospensione d’idratazione e nutrizione venisse identificata come la prassi di buona pratica clinica, salvo specifica richiesta contraria? Non vi sarebbero discriminazioni per i medici che rifiutassero di operare secondo le regole? È uno scenario già visto in diversi paesi a danno dei medici che si sono rifiutati di eseguire aborti legali. Quali pressioni si eserciterebbero sulle famiglie che decidessero di lasciare in vita il congiunto? Dovrebbero assumersi esse l’onere finanziario delle cure? È già accaduto nel Maryland a Rachel Nyirahabiyambere, sottoposta a interruzione forzata dell’alimentazione e idratazione su ordine del magistrato, perché la famiglia non poteva pagare cure ritenute inutili «nel suo interesse». Anche per questo è importantissimo che nel testo sulle Dat all’esame del Parlamento sia mantenuto fermo il concetto che l’azione del legale rappresentante deve avere «come scopo esclusivo la salvaguardia della salute e della vita dell’incapace», invece che il suo «migliore interesse».