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martedì 18 marzo 2014

C'è aborto nella contraccezione d'emergenza?

La sottile linea di separazione tra profilassi e interruzione volontaria di gravidanza, www.zenit.org/it

Roma, 15 Dicembre 2013 (Zenit.org) Elisabetta Bolzan | 367 hits

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora. In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4]. Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

***

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

(15 Dicembre 2013) © Innovative Media Inc.

venerdì 25 ottobre 2013

Vietare l’aborto aumenta mortalità materna? Gli studi smentiscono - 24 ottobre, 2013 - http://www.uccronline.it

Gravidanza


Gravidanza Il direttore dell’Institute for Family Policies di New York, Lola Velarde, ha denunciato presso la sede dell’ONU le falsità del femminismo circa la necessità di legalizzare l’aborto per ridurre la mortalità materna. Sono vecchie bugie, ampiamente smentite oggi dagli studi scientifici.

Nel suo intervento alla conferenza del 19 settembre scorso ha spiegato che «senza garantire il diritto alla vita e alla famiglia, non si possono raggiungere gli obiettivi di sviluppo programmati delle Nazioni Unite». E’ passata dunque a sfatare il mito principale dei sostenitori dell’aborto: la salute materna. Attraverso esso si è voluto gestire i recenti casi di Beatriz in El Salvador e di Savita in Irlanda, fallendo in entrambi. Ha quindi citato il caso dell‘Irlanda, un paese con leggi severe in materia di aborto (applicato solo in caso di oggettivo rischio di morte della madre) e considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come il paese più sicuro al mondo per partorire.

E’ intervenuto anche il dott. Monique V. Chireau, professore all’University Medical Center in North Carolina (USA), spiegando che il basso tasso di mortalità materna in Irlanda dimostra che «il trattamento delle gravidanze ad alto rischio non richiede una falsa scelta tra i bisogni e i diritti della madre e del bambino. In effetti, i dati del Ministero della Sanità britannico mostrano che negli ultimi 20 anni ha non è stato necessario nemmeno un aborto per salvare la vita della madre». Inoltre, il dott. Chireau ha sottolineato che «i medici hanno il dovere di fornire assistenza alla salute considerando gli interessi sia della madre che del neonato».

Non a caso alla conclusione del recente Simposio di Dublino, organizzato dal “Committee for Excellence in Maternal Healthcare” presieduto da Eamon O’Dwyer, professore emerito di ostetricia e ginecologia presso la National University of Ireland (NUI) e presenziato dei principali esperti del settore medico, ginecologi, psicologi e biologi molecolari, ha concluso i lavori sostenendo che «l’aborto diretto – la deliberata distruzione del nascituro – non è mai necessario dal punto di medico per salvare la vita di una donna» e «il divieto di aborto non influisce in alcun modo sulla disponibilità delle migliori cure mediche per le donne in gravidanza».

Il Cile è un altro esempio di legislazione pro-life e di maternità sicura, essendo il secondo paese del continente americano, dopo il Canada, con il tasso di mortalità materna più basso. Sul caso cileno ha parlato il dottor Elard Koch, direttore dell’Institute of Molecular Epidemiology (MELISA) che ha presentato uno studio completo con i dati degli ultimi 50 anni mostrando che dal divieto di aborto iniziato nel 1989 la mortalità materna in Cile è diminuita del 69 per cento. Koch ha anche presentato i dati relativi al Messico dove ha comparato i 14 stati con leggi permissive in materia di aborto ai 18 che hanno leggi più restrittive, mostrano che questi ultimi offrono risultati migliori in tassi di mortalità materna.

La redazione

giovedì 19 settembre 2013

Diagnosi prenatale genetica: la definizione in 3 punti


Per il Glossario di Bioetica, è la valutazione del numero e tipo dei cromosomi di un embrione o di un feto, che può essere «diretta» o «indiretta», e non è eticamente neutra 

Roma, 18 Settembre 2013 (Zenit.org ) Carlo Bellieni | 142 hits 

Diagnosi prenatale genetica: Valutazione del numero e tipo dei cromosomi di un embrione o di un feto, che può essere «diretta» (con un prelievo di tessuti fetali) o «indiretta» (ormoni materni, esame ecografico mirato), e non è eticamente neutra, dato che  il solo farla  mette nelle condizioni di aprire a scelte sulla vita o la morte fetale. 

Il realismo

La diagnosi prenatale genetica (DPG) è l’accertamento dello stato cromosomico del feto, cercando cioè malattie che al momento non hanno cura. Si può eseguire per via diretta analizzando le cellule fetali (amniocentesi o villocentesi ) o per via indiretta con ecografie mirate a cercare dei segni di anomalie genetiche oppure misurando i valori ormonali nel sangue della madre. Non si tratta della pura “diagnosi prenatale” che invece ha un intento curativo. Nella DPG ci troviamo a che fare con due soggetti: il figlio e la madre. Il feto su cui si fa la diagnosi è infatti un essere vivente; per questo ci troviamo di fronte ad un paradosso: si fa la diagnosi ad A - senza che lui/lei lo chieda - nell’interesse di B. E dato che si tratta di malattie che non possono essere curate, che se si scoprissero alla nascita non avrebbero un trattamento migliore che se scoperte quando è ancora possibile l’aborto, alcuni hanno supposto che la DPG è un indebito ingresso nella privacy genetica dell’individuo. Il rischio di morte fetale come “effetto collaterale" dell’amniocentesi è rilevante: : 5-10 ogni 1.000 amniocentesi . Certo, la donna può essere ansiosa in gravidanza e conoscere la condizione genetica del figlio può essere d’aiuto per ridurre l’ansia; ma la DGP può essere esito di un desiderio di controllo sul figlio, che va ben oltre il periodo prenatale; e può infine essere ordinata all’interruzione di gravidanza in caso di anomalia genetica. 

La ragione

C’è un pregiudizio in favore della donna o del bambino? Il desiderio di giustizia ci porta a considerare sia gli interessi della donna che quelli del bambino: entrambi devono essere considerati con attenzione e senza pregiudizi. Il desiderio di bellezza ci può portare a considerare erroneamente la bellezza come solo fattore estetico, ed erroneamente come assenza di anomalie: tanti ci mostrano che la diversità e la differenza sono ricchezza, anche quando richiedono fatica e cure. È comprensibile l’ansia della donna in una società che addirittura mette la bellezza estetica come sommo principio, che non dà aiuto sociale ed economico alla disabilità, che obbliga culturalmente nei fatti ad un esame genetico prenatale ; per questo nel caso di forte angoscia, si può comprendere che si esegua un accertamento genetico, ma è difficile una sua giustificazione come routine.

Quale cultura produce la diffusione della DPG come routine? Probabilmente una ansia diffusa nella popolazione: il figlio è ormai unico e non si accetta altro risultato dalla gravidanza che quello di una presunta "perfezione"; e il problema non risiede nel singolo o nella coppia, ma nella cultura generale che ha forgiato una generazione che sa accettare se stessi solo se rientra nei canoni estetici ed economici propagandati dai massmedia, per una mancanza di aiuto sociale e culturale a chi è malato; figurarsi come saprà accettare il figlio che non è conforme. Il paradosso è che, mentre l'idea del figlio "diverso" porta quasi tutti a premunirsi per saperlo prima della nascita, con un alto tasso di aborti di bambini con possibile disabilità, i genitori che hanno figli malati mostrano una capacità di sacrificio e di creatività eccezionali, nonostante l'abbandono in cui talvolta sono costretti.  

Il sentimento

Il primo pensiero di tanti appena inizia una gravidanza, subito dopo la gioia della scoperta, è: «Lo teniamo?». E’ un segnale di allarme di un modo impaurito di pensare a noi stessi e alla vita; serve un percorso preordinato e virtuoso, che di fronte alla gravidanza prima educhi alla bellezza, e solo poi alla malattia: un percorso ansiolitico. Se poi proprio lo stato di ansia è grande, si accerti anche la presenza di eventuali malattie fetali genetiche come scelta fatta per venire incontro allo stato d'ansia; ma per chi considera sacra la vita, pensare di poter poi arrivare all'aborto è una contraddizione gravissima, dunque prima di entrare in un processo di accertamenti genetici bisogna pensarci bene.  

martedì 23 aprile 2013


Coinquilini per la vita - 2013-04-23 L’Osservatore Romano


Mano accanto alla mano dell’altro, cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza?  Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie (Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux. Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale.

E non è forse tutta l’attuale generazione una generazione di sopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Carlo Bellieni

lunedì 21 gennaio 2013


Noia: «Parti cesarei, scelte dettate dalla fretta e dalla paura delle denunce» - 19 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it

«L'alleanza tra medico e paziente si è persa, ormai da troppo tempo», e il dato vertiginoso dei parti cesarei è solo una delle conseguenze. Per il professore Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione ginecologi e ostetrici cattolici (Aigoc) e responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli, bisogna mettere al centro i valori: «alla coscienza della preziosità della vita umana» corrisponde la qualità dell’assistenza sanitaria. Se crolla la prima, cede anche l’altra. 

Nel 43% dei casi il parto cesareo non è giustificato. Il ministero della Salute parla di «campanello d’allarme». È così?
Sono preoccupazioni giustificate. Da una parte, si genera nella popolazione la convinzione – non fondata – che il cesareo sia più sicuro, e nei medici l’idea che si possano avere meno rischi, di altro tipo.

In sostanza, si tende ad assecondare molto facilmente il paziente per liberarsi da eventuali guai giudiziari...
La conseguenza è però una specie di passaggio di consegne della responsabilità.

Con nessun beneficio.
Il cesareo è un atto chirurgico, non privo di complicazioni. L’alleanza terapeutica viene disarcionata dalla «medicina difensiva», che però pone altre problematiche, a partire dal rischio infezioni.

Come ricostruire il rapporto tra medico e paziente?
Il problema è su due livelli: da un lato serve una maggiore tutela dei medici, anche sul piano giuridico. Dall’altro bisogna lavorare sul piano culturale. La scelta del parto cesareo spesso è un prodotto della fretta, una pessima consigliera.

Per il ministero gli alti tassi dei parti cesarei in alcune strutture, giustificati dalla posizione anomala del feto, fanno nascere il sospetto «di una utilizzazione opportunistica di questa codifica non basata su reali condizioni cliniche». La questione non è quindi solo culturale...
Quando una Nazione si trova a che fare con operatori impreparati o legati solo a convenienze economiche, emerge anche un grande tema etico. La gran parte dei ginecologi italiani non è così, per fortuna. Ma il problema resta. 

E come si affronta?
Ritorna il tema del valore etico della gravidanza. Dobbiamo pensare al piacere di servire la donna nel suo momento più importante, in un gesto di amore. Anche in questo campo, purtroppo, si esprime a volte il relativismo etico.

Appellarsi al rispetto dei princìpi non sempre è sufficiente.
Bisogna anche verificare le condotte dei medici, i loro percorsi. Oggi nel pubblico c’è un maggiore controllo. 

In Campania la percentuale dei primi parti cesarei sul totale delle nascite è pari al 49,66%, in Sicilia del 41,28%. Seguono Puglia, Basilicata, Molise e Calabria. Ancora una volta, un’Italia spaccata in due.
Purtroppo sì. E aggiungo: all’ansia e alla fretta che portano in alto queste percentuali, corrisponde anche una scarsa attenzione per la prevenzione. Nell’alleanza medico-paziente ciò non può accadere. È questo uno dei temi che affrontiamo nelle «scuole itineranti» dell’Aigoc in cui dialoghiamo con medici, credenti e non, sull’evidenza dei valori condivisi.

Lorenzo Galliani

martedì 15 gennaio 2013


Curare l’infertilità con la Naprotecnologia: testimonianze - http://www.uccronline.it/
14 gennaio, 2013
Famiglia

In un articolo, apparso su questo sito il 16 dicembre 2012  ho presentato la Naprotecnologia: un metodo naturale (nato negli Stati Uniti ad opera del prof. Thomas Hilgers e molto diffuso in Irlanda e Polonia) per combattere l’infertilità e permettere alle coppie di avere un bambino attraverso un trattamento che rispetta la dignità, e aiuta senza creare dolori e frustrazioni.

L’impossibilità di avere dei figli può infatti generare nella donna dei profondi turbamenti che a loro volta incidono sulla serenità matrimoniale. Per riprendere alcuni concetti, la Naprotecnologia è un metodo che osserva in modo attento e rigoroso i biomarcatori del ciclo mestruale (il muco cervicale e altre perdite); le osservazioni vengono riportate su una tabella (strutturata sulla base del modello Creighton) che servirà al medico naprotecnologo per diagnosticare le cause e indicare le cure specifiche per quel determinato caso. Quello su cui ora vorrei soffermarmi è l’importanza della Naprotecnologia non solo per risolvere i problemi di infertilità, ma per monitorare la salute della donna in generale. Il corretto andamento del ciclo è alla base del buon funzionamento di tutto l’organismo; l’individuazione di anomalie previene e individua disturbi di varia natura.

Grazie a questo metodo la donna apprende e comprende le dinamiche che avvengono dentro di lei: svolge un ruolo attivo. Cosa significa svolgere un ruolo attivo? Significa che la donna impara a leggere i biomarcatori del proprio ciclo. La paziente nella prima fase del trattamento è seguita da un istruttore che le spiega in pratica cosa deve osservare, come deve compilare la tabella e cosa significano le caratteristiche del muco cervicale delle altre perdite: ad esempio il colore, la densità, la quantità. Questo le permette di essere consapevole dei mutamenti del proprio ciclo, di identificare alcune anomalie e di aiutare il medico nella cura da seguire. Insisto su questo punto perché penso che forse sia sottovalutata la rilevanza anche psicologica di sapere cosa accade nel proprio corpo. Inoltre, a mio avviso, la donna in quanto parte “attiva”, non si sente abbandonata, affronta il percorso e le difficoltà con maggiore fiducia e serenità.

Infine, ma fondamentale, la Naprotecnologia, una volta individuata la causa della infertilità fornisce una cura definitiva al problema. La fecondazione in vitro, invece, non risolve gli impedimenti e  la donna  per ogni gravidanza dovrà ricorrere al trattamento con tutte le sue  incertezze e eventuali gravi conseguenze di questo tipo di fecondazione. La Naprotecnologia non è un semplice metodo naturale, ma si basa su studi approfonditi servendosi di ricerche, metodologie e tecniche avanzate per fornire soluzioni mirate e personalizzate per ogni singolo caso, per ogni problematica. Ho sempre parlato di donna perché è la prima diretta interessata, ma in realtà è un trattamento che aiuta la coppia, e chiede la partecipazione dell’uomo come della donna, rispettandone l’integrità sessuale. La coppia rispetto ad altre soluzioni, non si sente mai manipolata come un oggetto, e non avrà rimorsi per aver fatto scelte contrarie al proprio senso morale.

Le testimonianze che seguono sono le parole e i sentimenti di chi ha scelto questo metodo, ha imparato a conoscersi e a curarsi in modo mirato nel rispetto dei più alti valori etici: la dignità e il rispetto della vita.

L’importanza del conoscersi e capirsi.
“Durante le cure non soffrivo di depressione, non piangevo, osservavo il ciclo e comprendevo i cambiamenti che avvenivano nel mio corpo. (…) La naprotecnologia è un approccio che rispetta la natura, ed è stimolante; si impara ad ascoltare il funzionamento del proprio corpo, si interpretano i cambiamenti, il marito conosce la moglie e la moglie il marito” Eugene e Anna McCabe (Irlanda)

“Dopo aver incontrato un istruttore del modello Creighton, ci siamo informati sulla tecnica leggendo un manuale, quindi abbiamo imparato come compilare le tabelle e abbiamo visto anche un filmato sull’importanza dell’equilibrio ormonale durante il ciclo mestruale. Siamo rimasti scioccati! Non avrei mai pensato di poter conoscere così il mio corpo, e in più, grazie alla tabella, di dedurre da sola a che punto mi trovo con il mio ciclo, in qualsiasi momento.” Mary e Robert (USA)

“Usare questo metodo significa imparare a capire se stessi e, come  nel mio caso, a capire che è stata la mancanza di un ormone a causare gli aborti spontanei.” Mary e Michael Phillman (Irlanda)

Un metodo mirato, non un semplice metodo naturale
“Siamo in parte d’accordo con molti detrattori che sostengono che questo metodo in fondo si basa su procedure standard seguite anche dalle normali cliniche in cui si cerca di aumentare la fertilità coniugale, ma il fatto di seguire ‘tante’ procedure standard non vuol dire curare ‘soltanto’ con i metodi standardizzati. Sì, sono gli stessi esami, ma, grazie allo studio e alla identificazione delle fasi del ciclo, tutto è più mirato ed eseguito nel momento opportuno del ciclo di ogni paziente. Le stesse cure, ma adeguate alle necessità individuali della persona, quindi applicate un po’ prima un po’ dopo rispetto allo standard, cambiano il risultato.” Joanna e Zbigniew (Polonia)

“La naprotecnologia si basa su scoperte mediche innovative. E’ stata elaborata negli Stati Uniti da un gruppo di specialisti sotto la guida del dottor Thomas Hilgers. Questo metodo permette, nella grande maggioranza dei casi, di trovare le cause dell’infertilità e ,nel corso di una cura personalizzata, di eliminarle per rendere possibile il concepimento naturale.” Ewa A. Tomiak ( Germania)

“L’incontro con la naprotecnologia ci ha stupito molto per l’approccio personale riservato ad ogni coppia di pazienti, per la diagnosi mirata e per la piena corrispondenza con l’organismo della donna. (…) La naprotecnologia rispetta il ritmo naturale del ciclo di ogni donna, cerca di potenziare i meccanismi che funzionano e di correggere invece tutto ciò che ostacola le capacità riproduttive.” Anna e Marek (Polonia)

La salvaguardia dei valori umani
“Durante gli esperimenti in vitro ricordo di essermi trovata sul lettino del ginecologo, sballotta a destra e sinistra, assente dal mio corpo. Mi trovavo ripugnante. Durante l’ennesima seduta sentivo l’invidia verso il più minuscolo insetto esistente. Non vedevo l’ora che finisse tutto per correre via, tornare a casa come un manichino, affrontando sempre un lungo viaggio in treno…”. Katarzyna (Polonia)

“E’ difficile descrivere la questione a parole, ma la particolare cura dell’intimità coniugale e la continua attenzione a non far sentire mai i pazienti come degli oggetti, è parte integrante del modo di lavorare della naprotecnologia; per questo motivo si tratta di un metodo così diverso dagli altri.” Ilona e Jakub (Polonia)

Qui  un video con testimonianze di medici e pazienti


Erica De Ponti 
Ufficio stampa Mimep-Docete

Per maggiori informazioni:
dr.ssa Raffaella Pingitore: info@raffaellapingitore.ch – tel.: +4191.923.38.18
dr. Michele Barbato: info@serenita.org – tel.: 039.60.81.590 – cell.: 342.138.23.79
Libro + DVD: Infertilità non è detta l’ultima parola (Mimep-Docete 2012)



giovedì 20 dicembre 2012


Il parto indolore diventa gratuito E la Ue dichiara guerra al fumo 

Cambiano i «livelli d'assistenza». Proteste per 1.000 nuove sale poker. No alle sigarette slim 

ROMA - Da cinque anni ci stanno lavorando. E l'elenco non è ancora finito. Oggetto di modifiche, innesti, cancellazioni. Sono i Lea, i livelli essenziali di assistenza, le prestazioni che devono essere assicurate ai cittadini in tutta Italia gratuitamente, a prescindere dalle scelte di ogni singola Regione. Circa 6.000 voci su cui si sono avvicendati i tecnici di tre governi. Ora entro il 31 dicembre l'atteso albo vedrà la luce, ultima sfida del ministro della Salute Renato BalduzziE tra le nuove arrivate c'è l'epidurale, il parto indolore, oggi offerto da una minoranza di ospedali.
Nella lista anche 109 malattie rare. Tradotto: cure rimborsate automaticamente a circa 20 mila persone colpite da patologie genetiche a bassissima incidenza. Lo stesso vale per i dipendenti del gioco d'azzardo, i ludopatici, le vittime dei giochi d'azzardo, circa 800 mila secondo le stime. Un successo quest'ultimo ridimensionato dallo smacco del subemendamento al decreto sulla stabilità approvato martedì notte in Senato. Prevista l'apertura di 1.000 sale poker e il rinvio delle norme che introducono restrizioni sulla pubblicità. Se ne riparla a giugno 2013. Una «vergogna» come titola il quotidiano Avvenire in un editoriale del direttore Marco Tarquinio. Balduzzi è molto contrariato: «Iniziativa corsaraSono sconcertato, il fenomeno ha un impatto sanitario enorme. Il governo difende il senso complessivo del decreto dall'assalto delle lobby». Massimo Passamonti, presidente Confindustria Sistema Gioco respinge le accuse: «La responsabilità non è nostra. Siamo già pronti con i cartelli che avvertono sui rischi per la salute». Il lavoro sui Lea non è finito. Altre prestazioni ne usciranno o verranno ridimensionati i criteri per diventarne beneficiari. Più cure per la celiachia che viene «promossa» da malattia rara a cronica.
L'epidurale (termine corretto perimidollare) era già entrata nell'olimpo delle prestazioni gratuite durante il governo Prodi, ministro della sanità Livia Turco. È mancata la copertura finanziaria e la rivoluzione è rimasta sulla carta tanto che adesso appena 2 strutture pubbliche su 10 offrono questo tipo di anestesia che silenzia il dolore del parto. Una svolta, secondo Danilo Celleno, coordinatore nazionale degli anestesisti ostetrici: «I centri pubblici dovranno organizzare delle squadre ben preparate. Al Fatebenefratelli di Roma il 97% delle pazienti fanno il parto indolore gratis». «Non si poteva più aspettare. Una scelta di civiltà», commenta Francesca Merzagora, presidente dell'associazione Onda.
A Bruxelles l'attenzione è concentrata alla lotta contro il fumo. La Commissione europea ha proposto l'obbligo di pacchetti con scritte ancora più esplicite sulla dannosità delle sigarette che dovrebbero coprire il 75% dello spazio. Vietate inoltre le sigarette sottili, quelle con aggiunta di aromi come mentolo o vaniglia, i pacchetti da dieci. Le norme potrebbero trovare applicazione nel 2015-16.
Margherita De Bac 20 dicembre 2012 

giovedì 11 ottobre 2012


IL CASO/ Perchè la statua di una donna incinta mette in crisi un intero paese? - Carlo Bellieni - giovedì 11 ottobre 2012 - http://www.ilsussidiario.net

Non sarà che ci si ribella a quello che si vede e che non si dovrebbe vedere? In Inghilterra, a Ilfracombe Pier nel North Devon, si staglia alta contro il cielo - spesso nuvoloso - una statua di 23 metri. Cosa ha di tanto osceno da portare i benpensanti cittadini a chiederne la rimozione? E’ forse una statua ad un dittatore spietato? E’ un monumento pornografico? E’ allora certamente un insulto a qualche minoranza linguistica o culturale? No, niente di tutto questo: è solo la statua di una donna incinta. Certo, è una statua sui generis, perché in metà mostra lo spaccato anatomico della donna, cioè quello che si vedrebbe se si rimuove cute e strati superficiali: l’interno della mammella, i visceri… scandalo? Basta girare il mondo per vedere cose ancora più anatomicamente approfondite senza che nessuno si stracci le vesti. Cosa allora c’è di “orrendo”? La verità: dentro la donna c’è un bambino!
Tutto qui? Già. Ma se ci pensate bene è proprio questo il centro della gravidanza di cui però nessuno si azzarda a parlare: c’è un bambino in ogni gravidanza. Un bambino. Non sarà che lo scandalo è proprio qui? Dall’aver voluto mostrare, forse senza nemmeno farlo apposta, quello che non si può dire: la vita c’è prima di nascere. E la donna che viene raffigurata con tutta la licenza artistica di uno scultore bravo (e l’opera è fatta stilisticamente bene), appare orgogliosamente in atto di ostentare questo segreto, con un braccio rivolto in alto.
Orrore? Ma l’avete mai visto “Due-Facce”, il nemico giurato di Batman, sì quello che tutti i bambini hanno visto e rivisto su fumetti, cinema ecc? Ha mezza faccia sfigurata col bulbo oculare fuori dell’orbita e i muscoli all’aria aperta. E perché un feto e i muscoli di una donna fanno orrore e  “Due Facce” (che ci sta anche simpatico) no? E’ la maledizione del postmodernismo: della gravidanza i ragazzi devono sapere tutto ma proprio tutto su come evitarla, ma niente ma proprio niente su quello che ne è al centro, sulla bellezza, sulla vita, sulla difesa della dignità della donna difendendo la vita della donna e del bambino.  
E’ la censura postmoderna che è entrata nel cuore della gente: niente più figli (il crollo demografico è impressionante) e al loro posto tanti cagnolini e gattini, tanto che pare che i supermarket abbiano reparti ben più grandi per cibo per animali che per neonati. E niente più bambole (Cicciobello addio…), sostituite da cagnolini, orsetti, gattini di peluche, tanto da invogliare involontariamente il bambino a chiedere alla mamma non un fratellino ma il criceto.
Mostrare quello che realmente è una gravidanza è orrore? Oltretutto in un’opera tecnicamente ben fatta (guardate in giro tanta arte moderna e fate anche confronti tecnici). Forse è questo che si teme: che qualcuno dica che il “re è nudo”, che la gravidanza è un rapporto tra una mamma e un bambino (non con una patata o un “progetto di vita”): non a caso la statua si intitola “Verity”.
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lunedì 9 luglio 2012


08/07/2012 - IL CASO - Gravidanza senza amniocentesi Basterà l'esame del sangue - Nei prossimi anni le donne potranno evitare l'invasiva amniocentesi per verificare la salute del feto - I ricercatori su Nature: il semplice test individuerà eventuali mutazioni del feto - FABIO DI TODARO, http://www3.lastampa.it/

ROMA
In attesa di conferme, richieste anche dagli studiosi, la notizia ha comunque aperto una breccia nel campo della diagnosi prenatale, oltre a essere rimbalzata sui social network.

Tra qualche anno l’amniocentesi, il prelievo di liquido amniotico dalla cavità uterina della donna in gravidanza, potrebbe non essere più necessaria per riscontrare eventuali difetti del corredo cromosomico del feto.

«Ma per escluderla definitivamente occorreranno altre verifiche», hanno sottolineato i ricercatori dell’università statunitense di Stanford che, guidati dai professori Christina Fan e Wei Gu, hanno mappato per la prima volta il genoma di un nascituro usando un solo campione di sangue materno senza ricorrere a rischiose tecniche invasive.

Gli studiosi hanno mostrato che un semplice test ematico può individuare le mutazioni del feto che sono alla base di circa 3mila disordini ereditari: sindrome di Down e fibrosi cistica, i più frequenti.

«Siamo interessati a individuare le condizioni che possono essere trattate prima della nascita o subito dopo», ha osservato Stephan Quake, coordinatore del team di ricerca. «Senza tali diagnosi, i neonati con problemi metabolici o disturbi del sistema immunitario non possono essere trattati fino a quando non manifestano i loro disturbi».

Lo studio è stato pubblicato sul numero di luglio di Nature e, oltre a esporre i vantaggi di un esame meno invasivo per la donna, ha reso noto come non sia più necessario il contributo del dna paterno: un vantaggio, quando la paternità di un bimbo non può essere conosciuta.

Se riuscirà, con il tempo, a selezionare un sottogruppo di pazienti candidate necessariamente all’amniocentesi, calerà il numero di aborti correlati alla metodica invasiva: a oggi calcolabile in uno su 400 esami sostenuti.

«Questo lavoro dà sostanza alla letteratura in materia», spiega Fulvio Zullo, direttore della clinica ostetrica del policlinico Magna Grecia di Catanzaro. «La sfida, ora, è superare la soglia di affidabilità che permetta di utilizzare questi esami in ambito clinico. Ma non è il caso di criminalizzare l’amniocentesi che si continua a consigliare alle donne preoccupate per una possibile anomalia cromosomica».

Il nuovo metodo messo a punto dal gruppo di ricerca americano apre le porte a una nuova diagnosi prenatale di malattie genetiche.

«Attendiamo ulteriori conferme», ha commentato una mamma su Facebook, mentre tra le altre donne imperversava il botta e risposta a un quesito etico: il prelievo di sangue va bene, ma una volta note eventuali patologie come comportarsi?

Per il momento non resta che augurarsi che il riscontro emerso negli Stati Uniti - esaminando la sequenza di un intero genoma, i ricercatori hanno potuto scoprire che un feto aveva ereditato la sindrome di Di George: dovuta a una microdelezione sul braccio lungo del cromosoma 22 - sia corroborato da ulteriori ricerche.

«Di sicuro, un’anomalia riscontrata precocemente permette di ridurre gli aborti a vantaggio delle interruzioni volontarie di gravidanza», spiega Simona Freddio, ostetrica all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.

Con il test genetico prenatale, i genitori potranno sapere dalla fine del primo trimestre (12 o 13 settimane di gestazione) se il feto ha dei difetti cromosomici o genetici e quindi, ad esempio, se necessita di particolari accortezze dietetiche.

Conseguenze potrebbero esserci anche per la villocentesi, effettuata nelle donne con età superiore ai 35 anni o che hanno già avuto un figlio con disordini cromosomici. Determinato il cariotipo, chissà che quella puntura addominale non rimanga soltanto sui libri di storia della medicina.

mercoledì 27 giugno 2012


In Italia è boom di baby-mamme. "Colpa della scarsa informazione" - Mercoledì, 27 giugno 2012 - http://affaritaliani.libero.it

Crescono le coppie infertili. Ma è boom di baby-mamme. Sembrerebbe un paradosso, ma non è così. Si è discusso proprio di questo all'Esc di Atene nel convegno organizzato dalla European Society of Contraception and Reproductive Health. E l'Italia occupa una posizione particolare in questo panorama, perché di figli se ne  fanno sempre meno e sempre più tardi.

Ma se le coppie adulte hanno problemi di fertilità, si sta assistendo nell'ultimo periodo a una grande crescita di gravidanze tra i giovani. Delle 360mila pillole del giorno dopo vendute in Italia, quasi il 55% viene utilizzato dalle under 20. Ogni anno sono circa 10mila le gravidanze indesiderate in questa fascia di età.

La causa? Secondo gli esperti alla base c'è una scarsa informazione in materia di contraccezione. Al convegno di Atene è stato ribadito che le false credenze a generare una scarsa adesione ai metodi contraccettivi. Per esempio, molte giovanissime credono che al primo rapporto sessuale non si possa rimanere incinta.

I dati, riportati da la Stampa, parlano però anche di una coppia su sette con problemi di fertilità. Anche per questo c'è un continuo aumento del numero di persone che si sottopongono in maniera ossessiva alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Dalle 46 mila coppie nel 2005 si è arrivati oggi a toccare quota 65 mila. Su questo influisce anche l'innalzamento dell'età media dei neo-papà e neo mamme, che oggi è intorno ai 31 anni di media.

Ci sono comunque altri fattori. Negli uomini, soprattutto, una delle cause principali dell'infertilità è uno stile di vita non corretto. La causa possono essere infezioni, varicocele, alterazionio ormonali e problemi di metabolismo. La vita sedentaria e un'alimentazione senza frutta incidono notevolmente. Secondo gli esperti, smettere di fumare e controllare il peso possono migliorare la situazione.

Consigliata prudenza anche pe rl'abitudine di tenere il computer portatile sulle gambe, anche se la correlazione tra questa azione e l'infertilità ancora non trova riscontro. Obesi e persone con varicocele hanno temperature elevate ai testicoli, più elevate di quelle dovute dai computer

martedì 19 giugno 2012


Morte di parto L’Italia è la maglia nera d’Europa - di Pino Stoppan da l’Unità, 19 giugno 2012

Più di ogni altro Stato europeo. In Italia la mortalità per parto è altissima. Colpa dell’età sempre più avanzata delle neo-mamme. A contraddire la classifica stilata dalla rivista «Lancet» nel 2010 è l’Istituto superiore di sanità, che ha studiato 5 regioni rappresentative del 32% delle donne italiane in età fertile con criteri diversi: oltre ai certificati di morte dell’Istat, ha usato le schede di dimissione ospedaliere. Così il valore non è più di 4 morti ogni 100mila nati vivi, ma di 11,8, il 63% in più, contro una media dell’Europa occidentale di 7-8. Lo studio, condotto dal Reparto salute della donna e dell’età evolutiva del Cnesps-Iss, ha raccolto i dati dal 2000 al 2007 di Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Sicilia. Tra il 2000 e il 2007 in queste Regioni sono stati registrati 1.001.292 nati vivi e 260 morti materne con un’età media di 33 anni. La mortalità materna è 3 volte più alta in Sicilia (24,1) rispetto a Toscana ed Emilia Romagna (7,6), ma influiscono anche fattori come l’età e il taglio cesareo. Per le donne con gravidanza oltre i 35 anni il pericolo di morire è doppio, mentre è triplo per chi fa il taglio cesareo, anche se in molti casi il cesareo è indicato per donne a rischio per patologie. Anche il basso livello di istruzione e la cittadinanza straniera sono associati a un maggior rischio di mortalità. «Il valore di 11,8 non è un dato nazionale, ma di queste 5 regioni, ed è una valore medio tra i paesi sviluppati occidentali – spiega Serena Donati, ricercatrice Cnesps-Iss – L’Europa dell’Est ha valori peggiori dei nostri, mentre Francia e Danimarca migliori. La Gran Bretagna è poco migliore di noi con 11,4. Il 50% delle morti è evitabile, in parte perché legate a casi di emorragia ostetrica, preeclampsia e tromboembolia, che possono essere ridotte». Le ause più frequenti di mortalità sono emorragie e disordini ipertensivi in gravidanza in caso di complicazioni legate al parto, e neoplasie, patologie cardiovascolari e i suicidi tra cause indirette (malattie preesistenti o insorte durante la gestazione e da essa aggravate). Per Nicola Surico, presidente della Società italiana di Ginecologia e ostetricia (Sigo), «questi dati non sono una sorpresa. L’età avanzata delle partorienti, soprattutto in chi ricorre a procreazione assistita, è in crescita e molte donne non vengono studiate adeguatamente prima della gestazione.

lunedì 28 maggio 2012

Centro di Caring Perinatale del Gemelli, primo bilancio - In 7 anni aiutate 200 mamme con gravidanze a rischio



DIFENDERE E CURARE I BAMBINI FIN DAL CONCEPIMENTO - Il neonatologo Carlo Bellieni spiega l'Ecologia della gravidanza di Antonio Gaspari

 ZI12052613 - 27/05/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-30857?l=italian

ROMA, domenica, 27 maggio 2012 (ZENIT.org) - Lo sviluppo delle conoscenze nel campo della neonatologia ci permettono di difendere, curare e assistere, i bambini e le bambine fin dal concepimento.
Per capire a che punto sono le ricerche e quali gli sviluppi futuri, ZENIT ha intervistato il dott. Carlo Bellieni che insegna Terapia Neonatale alla Scuola di Specializzazione in pediatriapediatria dell'Università di SienaUniversità di Siena.
Il dott. Bellieni è membro della European Society of Pediatric Research, del Direttivo Nazionale del gruppo di Studio sul Dolore e della Pontificia Accademia Pro Vita. E’ anche membro del direttivo nazionale dell'associazione Scienza e Vita, e Segretario del Comitato di Bioetica della Società Italiana di Pediatria.
Lei è stato invitato a parlare ad un gruppo di Organizzazioni non Governative statunitensi sui suoi studi in campo ecologico. Ci può dire qualcosa in proposito?
Dott. Carlo Bellieni: http://www.healthandenvironment.org/wg_calls/10760.
A quali parametri si riferisce?
Dott. Carlo Bellieni: All’inquinamento da campi elettromagnetici e da rumore che subiscono i bambini piccolissimi, ma non solo. Abbiamo misurato i campi elettromagnetici cui sono sottoposti i neonati durante la degenza in ospedale e alcuni parametri che mostrano possibili segnali che le ditte costruttrici di apparecchiature elettriche dovrebbero prendere in considerazione per evitarlo. Abbiamo anche verificato l’utilità di un certo tipo di pannelli metallici per schermare le apparecchiature. Ma abbiamo fatto di più: con delle modellizzazioni matematiche abbiamo misurato il livello di esposizione a campi elettromagnetici cui sono sottoposti i feti nel pancione, quando la mamma usa un computer portatile direttamente appoggiato sulla pancia. Pensi che in inglese il computer portatile si traduce col termine “laptop” che significa “sopra le cosce”, e tanti studi mostrano che questo utilizzo è da riconsiderare per vari motivi, tra cui, in questo caso, la eccessiva vicinanza al feto.
Insomma ha indicato un criterio di prudenza per questo soggetto che è il feto?
Dott. Carlo Bellieni: Sì, e anche per la mamma. E abbiamo pubblicato il tutto su riviste internazionali di ingegneristica e di medicina, che hanno un alto impatto scientifico. Il feto è un soggetto che deve avere delle chiare garanzie. Proprio con i colleghi statunitensi parlavo di creare una serie di raccomandazioni in questo campo.
Lei parlava anche dei rumori.
Dott. Carlo Bellieni: Certo, perché i bambini piccolissimi (in particolare i piccoli feti nati prematuramente) devono essere tenuti al riparo anche dai rumori, mentre questo per una serie di motivi non avviene, nonostante gli sforzi del personale, per motivi strutturali. Abbiamo misurato e valutato anche questo problema. Pensi che i limiti di rumore che un reparto di degenza per neonati non deve raggiungere sono stati stabiliti negli USA più alti di quelli che garantiscono il paziente adulto. E questo è un paradosso. E pensi che se esposto eccessivamente ai rumori di un’officina – se la mamma lavora durante la gravidanza in un ambiente esposto ai rumori forti – il feto può aver danni all’udito.
Cosa ci mostrano queste ricerche?
Dott. Carlo Bellieni: Che paradossalmente chi è piccolo riceve meno garanzie dalla società del soggetto più grande, e questo preoccupa il mondo di chi fa ricerca e cura in questo settore: molti medici sono preoccupati per questi standard che sono da migliorare nei neonati. Ma anche la vita fetale deve essere salvaguardata molto meglio. Le informazioni date alle donne su come evitare sostanze pericolose per il feto dovrebbero essere rese più disponibili e il servizio televisivo pubblico se ne dovrebbe incaricare, così come la scuola. L’esposizione materna a sostanze come certe plastiche o solventi frequenti nell’ambiente, può danneggiare la fertilità e il feto stesso. Per non parlare di alcol, tabacco e droghe, come riportammo, con la professoressa Nadia Marchettini nel libro “Una gravidanza ecologica” (SEF ed).
Quale messaggio dare?
Dott. Carlo Bellieni: Che dobbiamo diventare gli avvocati dei piccolissimi anche dal punto di vista dell’ecologia della gravidanza: deve essere riconosciuto come diritto della donna e del feto quello di vivere in un ambiente sicuro e preservato da sostanze pericolose per entrambi, che si trovano nel cibo, in certi cosmetici, e in altre sorgenti ambientali.

giovedì 17 maggio 2012


IL CASO/ Se un bambino nel pancione già "ascolta" la sua mamma - INT. Carlo Bellieni, giovedì 17 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Il feto già riconosce la voce della madre quando ancora è nel pancione. Questo è quanto mostra uno studio francese – il primo autore è Renaud Jardri -pubblicato sulla rivista International Journal of Developmental Neurosciences di aprile. Questa capacità è stata mostrata con l’uso di raffinate tecniche di risonanza materna, che registrano l’attivazione della corteccia cerebrale temporale già dalla trentesima settimana di gestazione. E uno studio canadese fatto al Kingston General Hospital mostra che il battito del cuore si accelera nel feto quando sente la voce della mamma. Cosa impara da questi studi chi accetta di non avere pregiudizi? In primo luogo che la scienza è un’apertura alla bellezza: cosa c’è di più bello di vedere uno spettacolo normalmente nascosto come quello della vita prenatale, per millenni restato nel mistero del buio uterino? Il secondo punto è la chiarezza che il feto è davvero un bambino, e che reagisce, ricorda, impara proprio come un bambino già nato. Dentro l’utero c’è un universo in rapido sviluppo: è il mondo della nostra vita prenatale, come ricordava a suo tempo anche Pier Paolo Pasolini, che ricordava alla sinistra come si era allontanata dal sentire del popolo per seguire le sirene di un egoistico individualismo. Il feto in sviluppo sente le voci, i sapori, gli odori, e anche il dolore se disgraziatamente gliene facciamo. Proprio per questo si è sviluppata anche l’arte di somministrare analgesici al feto durante gli interventi chirurgici che può subire prima di nascere. Già, perché il feto può anche essere curato chirurgicamente, in un paradossale susseguirsi di stati: dalla vita fetale a quella all’aria aperta seppur attaccato al cordone ombelicale quando si opera, e poi ancora vita fetale, fino alla nascita naturale. Chi suppone che la vita inizi alla nascita ha il suo bel daffare per giustificare questo paradosso di una non-vita che diventa vita, poi torna non vita e poi ancora vita…  Proprio come accade per il feto di canguro che esce dall’utero e nasce, ma poi torna a passare la seconda parte della sua vita fetale nel marsupio, fino alla seconda nascita.
Paradossi che ci fanno riflettere: la nascita non cambia proprio niente nello stato morale e davvero poco nello stato fisico di un individuo, perché la vita è un continuum sin dal concepimento, e perché solo una grossolana disattenzione ci fa pensare che la vita fetale sia una vita “in sospeso”, o “in un lungo sonno”, mentre è piena di sensazioni, utili sia a modella re il sistema nervoso sia a preparare alla vita all’aria aperta.
Proprio per questo esistono addirittura dei corsi di educazione prenatale, che aiutano le mamme a prendere coscienza di questa evidenza e soprattutto a sfruttarla positivamente, entrando in contatto col loro bambino prima della nascita tramite il canto, il massaggio attraverso il pancione e alla capacità di sentire i movimenti di risposta del feto. Che consolazione per tante donne scoprire di avere in sé questa compagnia, forse una delle poche persone (è una personcina!) che ti amano non per come sei ma semplicemente perché ci sei! Come ho detto in arie occasioni, è proprio il caso di cancellare la parola “feto” dal nostro vocabolario, perché è un termine stigmatizzante quel livello del nostro sviluppo che si vuole tener distinti dagli altri perché non gli viene riconosciuto pari diritti rispetto agli adulti. La parola “feto” originariamente significava “cucciolo” tanto che viene da una radice sanscrita che significava “succhiare”. Poi nel tempo, soprattutto negli ultimi 50 anni si è diviso drasticamente il prima-della-nascita dal dopo. Sarebbe bello se l’utero fosse trasparente, ma con le ecografie e con la scienza in pratica lo è diventato: che guaio per chi sostiene che il feto non è “qualcuno” ma è “qualcosa”!



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