08/07/2012 - IL CASO - Gravidanza senza amniocentesi Basterà l'esame
del sangue - Nei prossimi anni le donne potranno evitare l'invasiva
amniocentesi per verificare la salute del feto - I ricercatori su Nature: il
semplice test individuerà eventuali mutazioni del feto - FABIO DI TODARO, http://www3.lastampa.it/
ROMA
In attesa di conferme, richieste
anche dagli studiosi, la notizia ha comunque aperto una breccia nel campo della
diagnosi prenatale, oltre a essere rimbalzata sui social network.
Tra qualche anno l’amniocentesi,
il prelievo di liquido amniotico dalla cavità uterina della donna in
gravidanza, potrebbe non essere più necessaria per riscontrare eventuali
difetti del corredo cromosomico del feto.
«Ma per escluderla
definitivamente occorreranno altre verifiche», hanno sottolineato i ricercatori
dell’università statunitense di Stanford che, guidati dai professori Christina
Fan e Wei Gu, hanno mappato per la prima volta il genoma di un nascituro usando
un solo campione di sangue materno senza ricorrere a rischiose tecniche
invasive.
Gli studiosi hanno mostrato che
un semplice test ematico può individuare le mutazioni del feto che sono alla
base di circa 3mila disordini ereditari: sindrome di Down e fibrosi cistica, i
più frequenti.
«Siamo interessati a individuare
le condizioni che possono essere trattate prima della nascita o subito dopo»,
ha osservato Stephan Quake, coordinatore del team di ricerca. «Senza tali
diagnosi, i neonati con problemi metabolici o disturbi del sistema immunitario
non possono essere trattati fino a quando non manifestano i loro disturbi».
Lo studio è stato pubblicato sul
numero di luglio di Nature e, oltre a esporre i vantaggi di un esame meno
invasivo per la donna, ha reso noto come non sia più necessario il contributo
del dna paterno: un vantaggio, quando la paternità di un bimbo non può essere
conosciuta.
Se riuscirà, con il tempo, a
selezionare un sottogruppo di pazienti candidate necessariamente
all’amniocentesi, calerà il numero di aborti correlati alla metodica invasiva:
a oggi calcolabile in uno su 400 esami sostenuti.
«Questo lavoro dà sostanza alla
letteratura in materia», spiega Fulvio Zullo, direttore della clinica ostetrica
del policlinico Magna Grecia di Catanzaro. «La sfida, ora, è superare la soglia
di affidabilità che permetta di utilizzare questi esami in ambito clinico. Ma
non è il caso di criminalizzare l’amniocentesi che si continua a consigliare
alle donne preoccupate per una possibile anomalia cromosomica».
Il nuovo metodo messo a punto dal
gruppo di ricerca americano apre le porte a una nuova diagnosi prenatale di
malattie genetiche.
«Attendiamo ulteriori conferme»,
ha commentato una mamma su Facebook, mentre tra le altre donne imperversava il
botta e risposta a un quesito etico: il prelievo di sangue va bene, ma una
volta note eventuali patologie come comportarsi?
Per il momento non resta che
augurarsi che il riscontro emerso negli Stati Uniti - esaminando la sequenza di
un intero genoma, i ricercatori hanno potuto scoprire che un feto aveva
ereditato la sindrome di Di George: dovuta a una microdelezione sul braccio
lungo del cromosoma 22 - sia corroborato da ulteriori ricerche.
«Di sicuro, un’anomalia
riscontrata precocemente permette di ridurre gli aborti a vantaggio delle
interruzioni volontarie di gravidanza», spiega Simona Freddio, ostetrica
all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.
Con il test genetico prenatale, i
genitori potranno sapere dalla fine del primo trimestre (12 o 13 settimane di
gestazione) se il feto ha dei difetti cromosomici o genetici e quindi, ad
esempio, se necessita di particolari accortezze dietetiche.
Conseguenze potrebbero esserci
anche per la villocentesi, effettuata nelle donne con età superiore ai 35 anni
o che hanno già avuto un figlio con disordini cromosomici. Determinato il
cariotipo, chissà che quella puntura addominale non rimanga soltanto sui libri
di storia della medicina.
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