Il welfare nelle mani dei robot di Giuseppe
Caravita, 8 luglio 2012, http://www.ilsole24ore.com
La piccola barca P-ship naviga
lentamente su un tranquillo fiume toscano. Fa tutto da sola. Ogni tanto si
ferma e avvia il sistema automatico di campionamento dell'acqua. Da lontano lo
scienziato segue, su video, tutto quello che fa, dati di rilevamento in primis.
E se alla bocca di uno scarico i valori sono alti ordina alla barca di
intensificare le rilevazioni. Lei riprogramma la rotta ed esegue.
P-ship, oggi è il primo frutto di
una nuova impresa (P-tom) di ricercatori robotici dell'incubatore di Navacchio
(Pisa), è solo un esempio iniziale di
quella che si annuncia come la robotica di terza generazione. Macchine autonome
e sensibili in grado di assistere gli anziani, sbrigare le faccende di casa e
curarli. Oppure robot esploratori, volanti o che si infilano come serpenti nei
tubi. E co-lavoratori o esoscheletri capaci di adattarsi al corpo del malato o
dello sportivo e di fornire energia di movimento. Fino a nanorobot chirurgici
capaci di infilarsi nel corpo umano e ripararlo selettivamente dall'interno.
Fantasie? No. «Alcuni prototipi già ci sono. Ma arrivarci, a questi robot
compagni dell'uomo, non sarà uno scherzo – spiega Paolo Dario, della Scuola
Sant'Anna di Pisa –. La nuova robotica richiederà la confluenza e
l'integrazione di nuove conoscenze, dalle neuroscienze alle nanotecnologie,
dalla chimica alla meccatronica. Un progetto interdisciplinare. Il nocciolo è
capire come funzionano davvero gli esseri viventi, come ottimizzano il consumo
di energia e affrontano problemi complessi. Cercheremo di carpire i segreti del
mondo della natura. E applicare alle macchine questi principi. Ottenendo
un'efficienza intrinseca che non è solo aggiungere nuove batterie più
performanti. È andare a impattare anche gli ambiti sociali, psicologici,
filosofici. Per capire il rapporto possibile tra la macchina e l'uomo».
Questo è il nocciolo di Robot
Companions for Citizens (Rcc), forse la maggiore proposta di ricerca e
innovazione lanciata in Italia da molti anni. Un progetto, due anni per
definirlo, calibrato su 10 anni e un miliardo di euro di investimenti, che
domani verrà ufficialmente presentato alla Commissione europea, in lizza con
altri 5 candidati al titolo di Flagship della ricerca europea. Due soli saranno
scelti. E si tratta di proposte forti e a lungo termine, appoggiate ciascuna da
decine di università e istituti europei. Il portabandiera italiano è la
robotica di terza generazione. «Oggi nel continente vi è una comunità di
ricerca robotica di circa 2mila persone. E tra Scuola Sant'Anna e Iit noi
pesiamo per oltre un terzo – dice Roberto Cingolani, direttore dell'Iit
(Istituto italiano di tecnologia) di Genova – ovvio che in questo campo
possiamo giocare in serie A».
Un campo non da poco, dove la
scienza più avanzata si può sposare all'industria. «La robotica ha vissuto due
generazioni – spiega Dario, coordinatore scientifico di Rcc –, la prima,
meccanica e informatica, ha generato la meccatronica che conosciamo, e che dà
da vivere a tante nostre aziende. La seconda è stato l'ingresso
dell'intelligenza artificiale, della sensoristica e della percezione. Ma oggi ci
scontriamo con precisi colli di bottiglia. I robot in grado di agire davvero
nel mondo reale richiedono, a oggi, ipercomplessità tecnologiche e consumi
energetici insostenibili. Il paradigma va completamente cambiato. Invece che
dalla tecnologia, ripartiamo dallo studio degli esseri viventi, che già
ottimizzano in modo straordinario intelligenza, capacità ed efficienza. I loro
principi saranno i nostri passi avanti».
I proponenti di Robocom, al
lavoro da circa due anni sulla proposta Flagship, l'hanno sistematizzata in 5
pilastri di ricerca. Sviluppare nuovi materiali e insieme nuove soluzioni
energetiche, distribuire il controllo e l'intelligenza su tutto l'organismo
robotico, sviluppare un'architettura intellettiva sintetica (come negli
animali), integrarla alla sensibilità dell'ambiente. E infine progettare i
robot finali su quattro piattaforme: robot per la salute e la cura,
esplorativi, per le emergenze, per il co-lavoro. Risorse: circa 800 tra
ingegneri robotici, neuroscienziati, chimici, informatici e matematici
coinvolti tra Iite Sant'Anna. E poi i partner esterni: «Abbiamo definito 20
gruppi di lavoro che contribuiscono sui cinque pilastri scientifici – spiega
Dario –. Più una dozzina di sottoprogetti già definiti. Questi lavoreranno ai
robot dei prossimi vent'anni».
«Poi – continua – abbiamo
sviluppato una seconda proposta, per una partnership pubblico-privata per lo
sviluppo industriale dei prossimi 10 anni. E abbiamo già la bellezza di 110
lettere di endorsment da tutto il mondo: dalla Cina (con 3 milioni) agli
Emirati Arabi Uniti, dalla Regione Toscana all'Olanda e gli Usa. Così contiamo
di raggiungere un budget di 100 milioni l'anno con l'Iit capofila che ne
investirà 10, 25 forse la Commissione, e il resto i partner interessati a
questa frontiera. Su cui, ovviamente, noi giocheremo un ruolo di leadership,
europea e anche oltre». Ai campionati europei di Flagship di ricerca e
innovazione, Robocop, ovvero la robotica italiana ci va in pole position. Vuole
giocare e vincere una delle due posizioni che si apriranno nel 2013. «Un
progetto come questo potrebbe generare per l'Europa circa 10 miliardi di
produzione e lavoro qualificato nei dieci anni – prevede Dario – su uno spazio
di meccanica avanzata che è il nocciolo della nostra competitività». Conclude
Cingolani: «Gli effetti diffusivi saranno tangibili dall'auto all'aerospaziale
all'elettronica, i nuovi principi robotici saranno la chiave dei prodotti
futuri. Per questo facciamo squadra. Perché l'Europa faccia una scelta
strategica».
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