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domenica 10 giugno 2012
lunedì 21 maggio 2012
La chiave per una vera integrazione, S.E. Cardinale Angelo Scola, 19
maggio 2012, http://www.ilsole24ore.com
Accurate indagini statistiche
riferiscono che già nel 2009 le famiglie residenti nel nostro Paese con almeno
un componente straniero erano più di due milioni e quelle interamente composte
da stranieri erano più di un milione e mezzo. Dati rilevanti, che sottolineano
come, anche in Italia, i complessi rapporti tra eventi migratori e realtà
familiari meritino ormai di essere approfonditi con attenzione. Di un tema
tanto ampio e articolato, non riuscirò naturalmente a cogliere e a proporre in
queste poche righe se non alcune sfaccettature, utili però - a mio avviso - per
cominciare almeno a suscitare una qualche riflessione.
Una prima constatazione si impone
con evidenza: nella maggior parte dei casi alle spalle di un singolo adulto che
emigra c'è, e rimane, una famiglia. La scelta di chi parte interpella e sfida
profondamente la rete di relazioni umane in cui la persona è stata fino a quel
momento fisicamente inserita. Ciascuno dei suoi cari può infatti posizionarsi
diversamente, anche in maniera critica, rispetto all'evento. In altre
situazioni è la famiglia stessa, con decisione unanime, ad affidare a uno dei
suoi membri il compito di andare, fare fortuna e poi tornare. O ad incaricarlo
di preparare nel nuovo Paese le condizioni per una successiva migrazione più
ampia, magari soltanto di moglie e figli, o di altri più numerosi parenti. Non
sono rari nemmeno i casi in cui la decisione di espatriare prende origine dal
desiderio di allontanarsi da una situazione familiare compromessa, di
riscattarsi da vincoli oppressivi, oppure addirittura da un'esplicita
espulsione dalla propria rete familiare. Questi sintetici esempi dicono bene
come dietro ad ogni progetto migratorio ci possa essere una famiglia che fa il
tifo, che trema, o che al contrario è indifferente o avversa, con importanti e
prevedibili conseguenze. Sentirsi sostenuti e incoraggiati dai propri cari
aiuterà, infatti, a muovere con maggiore tranquillità e sicurezza i primi passi
in un paese straniero. Al contrario un'esperienza personale negativa nell'ambito
delle relazioni affettive più strette potrebbe non facilitare subito
un'integrazione serena. Anche dopo l'iniziale tentativo di insediamento, le
relazioni familiari originarie continuano per lo più ad orientare attivamente
la storia di chi è partito. La tecnologia attuale, consentendo scambi anche
quotidiani attraverso il telefono o la rete con la maggior parte delle nazioni
del mondo, facilita e rinforza questo fenomeno.
Analizzando la storia delle
migrazioni, i risultati di indagini qualificate ci portano a constatare che,
quando a trasferirsi sono le famiglie unite e non i singoli individui,
l'integrazione è facilitata. Per quanto la qualità dell'accoglienza incontrata
nel paese straniero possa essere determinante, già la stessa organizzazione
familiare, con la sua capacità di avvicinare le differenze, di accogliere le
novità dei mutati ambiti di vita e di integrarle con i preesistenti sistemi di
valori, rappresenta un passo decisivo verso questa meta. Essa facilita
l'avviarsi delle forme di mediazione su cui si fondano i processi
d'inculturazione e realizza le premesse indispensabili per una convivenza
pacifica, su uno stesso limitato territorio, d'individui di diversa provenienza
etnica. Se dunque si contribuisse a conciliare e a rendere il più possibile
coerenti i progetti migratori con le esigenze fondamentali dei nuclei
familiari, indubbi vantaggi ricadrebbero sull'intero tessuto civile.
Anche gli effettivi rapporti tra
le famiglie immigrate e i contesti sociali dei paesi d'accoglienza non devono
essere valutati in maniera troppo semplicistica. Prendiamo in considerazione,
al proposito, una variabile importante, costituita dalle religioni di
appartenenza. Indagini del 2009-2010 ci dicono che tra i migranti che hanno
raggiunto il nostro Paese, la componente musulmana rappresenta il 28,2%, quella
cattolica il 25,7% e quella ortodossa il 24,6%. Ebbene, è vero che le famiglie
provenienti da culture e società non occidentali possono continuare a subire il
fascino dei valori di riferimento delle loro comunità d'origine e restare
soggette a una forte pressione dei loro codici e delle loro tradizionali regole
di vita. È altrettanto certo però che esse sono spesso in grado di modellare
attivamente queste influenze e decidere, entro un certo margine, come poterle
inserire all'interno dell'universo di valori che caratterizza la loro nuova
esistenza quotidiana. Le dinamiche di interazione vanno quindi colte nella loro
complessità: le famiglie possono diventare ponti fondamentali tra i migranti e
le culture che li accolgono, oppure ridursi a fortezze impermeabili a qualsiasi
tipo di dialogo.
Accenno infine soltanto a due
ulteriori sfide, impegnative ed urgenti, con cui il nostro Paese dovrà presto
misurarsi: il ricomporsi dei nuclei familiari dei migranti e l'ingresso nella
società italiana delle loro giovani generazioni. L'auspicio, anche in questo
caso, non può che essere quello di evitare soluzioni frettolose e sommarie.
Elaborando interventi e misure di sostegno adeguati, la famiglia, riconosciuta
come risorsa, dovrà essere valorizzata quale soggetto attivo di vita buona.
venerdì 11 maggio 2012
Violenza sulle ragazzine bianche E si apre la «questione asiatica», di
Fabio Cavalera, 11 Maggio 2012, Corriere della Sera
Come è possibile? Già, come è
possibile che una ragazzina di quindici anni un bel giorno si presenti davanti
a un poliziotto e a un assistente sociale e racconti una storia di orrore ma
nessuno muova un dito per acciuffare gli squallidi suo approfittatori? «Mi hanno
stuprata, venduta, costretto a fare sesso con uomini di tutte le età». Non è
nemmeno l’unica a svelare, tanto tempo fa, che c’è una gang di pachistani con
passaporto britannico che aggancia le ragazzine minorenni, le circuisce, poi le
costringe a prostituirsi, le droga e le consegna ai pedofili di Manchester, di
Liverpool, del Lancashire e del West Yorkshire. C’è, ad esempio, Emma Jackson,
adesso maggiorenne, che spiega che cosa combinano quei nove orchi, taxisti e
commercianti asiatici, capi dell’odioso network. «Mi hanno agganciata due
ragazzi eleganti in un centro commerciale. Mi hanno riempita di attenzioni per
un po’, poi mi sono saltati addosso e da allora mi hanno costretto a stare con
chiunque». E c’è pure la testimonianza di una quattordicenne che è dovuta
soccombere con 25 bestie. Lo sapeva la polizia. Lo sapevano i servizi sociali
che 631 bambine e ragazzine fra i 12 e i 16 anni, «bianche e figlie della
working class», dal 2008 a oggi sono state carne da macello per quella banda di
pachistani. Eppure non hanno mosso un dito. «Vergogna nazionale» hanno titolato
i giornali. L’omertà ha vinto. Che sia stato per complicità? O per che cosa
d’altro? Si scopre nel corso del processo a Liverpool che è persino peggio di
quello che si può immaginare. Hanno taciuto le istituzioni in ossequio al
principio del «politicamente corretto», ossia in base alla presunzione che
andare a ficcare il naso fra gli asiatici, specie i pachistani, trapiantati in
Gran Bretagna, cittadini britannici, fosse pericoloso, che alterasse gli
equilibri etnici, che venisse bollato con l’etichetta di «razzismo». E hanno
lasciato che il mercato dei pedofili proliferasse, che 631 bambine e ragazzine
finissero sfruttate e violate, due morte. E ora, davvero, la destra estrema
soffia sul fuoco perché sull’onda dell’indignazione vuole trasformare il caso
in vendetta. Così, il processo di Liverpool e la storia dei nove aguzzini
riportano sotto riflettori la «questione asiatica». Persino il quotidiano
progressista Independent non ha altro modo di definirla: è il conflitto di
valori fra le comunità straniere, un conflitto latente e irrisolto. Ci si
interroga: è razzismo chiamare le cose con loro nome? E’ razzismo scrivere che
in certi angoli dell’immigrazione resta consolidata una diversa cultura della
vita? E’ razzismo arrestare gli orchi? Nell’ultima udienza il pubblico
accusatore, Nazir Afzal un musulmano anche lui di origini pakistane, l’ha
ammesso: «Il bagaglio culturale importato dagli imputati ha giocato un ruolo
centrale, per loro la donna è un essere inferiore». Prima, uno dei condannati,
Mohamed Amin, si era lasciato scappare: «Da noi in Pakistan, ci si sposa a 13 o
14 anni, che male c’è avere rapporti con le ragazzine minorenni?». Il silenzio
ha normalizzato le crudeltà. Gli archivi della polizia sono pieni di denunce. I
centri di assistenza sociale anche. Però, dei sedicimila assalti sessuali
consumati nel 2011 nei confronti di minorenni, rivela il Guardian, solo 4 mila
hanno avuto una ricaduta processuale. Perché? Carnefici e vittime appartengono
a gruppi diversi: bianchi, neri, asiatici. Non c’è un timbro speciale che
definisce l’autore della violenza. Il fatto è che si afferma la «cultura della
cautela», si nascondono i reati compiuti da chi appartiene a una certa etnia
per la paura di ricadere nello stereotipo politico sbagliato. Si confondono la
giustizia e la verità col razzismo. La questione asiatica è, sì, una «vergogna
nazionale». Ma non a causa di quei nove orchi pachistani. Lo è a causa della
polizia e dei servizi sociali inglesi che hanno taciuto. Il crimine del
silenzio.
mercoledì 28 marzo 2012
La nostalgia globale di Federica Rampini, La Repubblica, 28 marzo 2012,
http://www.dirittiglobali.it
Nell´era delle migrazioni
"2.0", senza frontiere e senza distanze, il mal di casa è una vera e
propria malattia. E Internet, spesso, non aiuta. Mai prima d´ora l´umanità
aveva avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. I costi psicologici del
nomadismo planetario sono però in aumento. La nostalgia è diventata la nuova
patologia della globalizzazione. Sono molti gli espatriati che soffrono di
depressione. Ma pochi ne parlanoIn totale sono 215 milioni le persone che si
sono trasferite all´estero Ci sentiamo cosmopoliti, eppure non siamo così
facilmente sradicabiliSkype, Facebook e email danno l´illusione che basti poco
per annullare le distanze In tanti invece stanno peggio proprio dopo una
videochiamata con i propri familiari
È il vero male del secolo, la
nuova patologia diffusa dalla globalizzazione? Ha un nome antico:
"Nostalgia di casa". Nell´Ottocento, all´alba delle migrazioni
mondiali legate alla prima rivoluzione industriale, era un termine medico,
usato nelle riviste scientifiche come descrizione di una vera malattia. Oggi
viviamo nell´epoca delle migrazioni "2.0", un salto di civiltà ci ha
trasportati in un universo senza frontiere e senza distanze. Mai prima d´ora
l´umanità ha avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. Emigranti poveri
in fuga dal sottosviluppo o dalle guerre; espatriati di professione;
"cervelli" che si spostano all´estero in cerca di migliori
opportunità scientifiche. La tipologia è vasta, ma si scopre che non siamo così
facilmente sradicabili, esportabili, adattabili. I costi psicologici del
nomadismo globale sono in aumento. I numeri delle nuove migrazioni sono
impressionanti, fantastici o spaventosi, di certo senza precedenti nella
storia. I dati della Organizzazione internazionale per le migrazioni rilevano
solo per gli Stati Uniti un flusso in ingresso superiore a un milione di nuovi
immigrati ogni anno. A livello planetario il numero totale degli emigrati viene
censito in 215 milioni di persone; con una crescita di 25 milioni nell´ultimo
quindicennio. E questa cifra non include le migrazioni interne, che possono
comportare ugualmente spostamenti su grandi distanze, esperienze di
sradicamento estremo. Basti pensare ai 10 milioni di contadini cinesi che ogni
anno abbandonano le campagne e si riversano nelle metropoli costiere come
Pechino o Shanghai. Anche il lavoratore americano licenziato a Detroit che si
sposta per cercare un´occupazione in Arizona, fa un salto di qualche migliaio
di chilometri, a grande distanza da dov´è cresciuto e da dove vivono i suoi
affetti. Gli immigrati "interni" sono 740 milioni.
In totale, in questo istante un
miliardo di abitanti del pianeta vivono l´esperienza dell´emigrazione: un
essere umano su sette. E diventeremo molto più numerosi, ben presto. L´ultimo
sondaggio Gallup World Poll rivela infatti che sono un miliardo e cento milioni
coloro che «vogliono spostarsi temporaneamente all´estero nella speranza di
trovare un lavoro migliore». Altre 630 milioni di persone vorrebbero
«trasferirsi all´estero in modo permanente». Un terzo dell´umanità si sente
psicologicamente sul piede di partenza, disponibile o costretto, attirato o
rassegnato a doversi rifare una vita "altrove". Ai due estremi del
ventaglio delle migrazioni, ci sono disperazione e libertà. Le diseguaglianze
crescenti aumentano la pressione per abbandonare i luoghi più miseri e
inospitali. Al tempo stesso è diventato più facile andarsene, e viviamo in una
cultura che esalta la mobilità come un valore positivo. Il giovane italiano
neolaureato, che ha assaggiato l´esperienza dell´estero con un programma
Erasmus di studio in una facoltà straniera, sente dire che «i migliori se ne
vanno», vede talenti che si affermano dopo avere spiccato il volo verso gli
Stati Uniti.
Ma è proprio vero che il XXI
secolo ci ha reso tutti cittadini del mondo, cosmopoliti e flessibili? Una
studiosa americana delle migrazioni, Susan Matt della Weber State University,
dimostra che è una forzatura. «Il cosmopolitismo - spiega la Matt - e cioè
l´idea che gli individui possono e debbono sentirsi a casa propria in ogni
angolo del mondo, risale nientemeno che all´Illuminismo. Solo ora però è
diventata senso comune, valore di massa, come un ingrediente costitutivo
dell´economia globale. Tuttavia dopo un decennio di ricerche sulle esperienze e
le emozioni degli immigrati, ho scoperto che molti di coloro che lasciano casa
in cerca di un futuro migliore finiscono per subìre uno spaesamento dagli
effetti depressivi. Pochi ne parlano apertamente». Gli effetti collaterali
possono variare a seconda dello status socio-professionale: non vivono la
stessa vita il messicano immigrato a Los Angeles per lavorare come cameriere o
giardiniere, e il giovane matematico italiano che ha vinto una cattedra a
Berkeley. La Matt però ha scoperto che la sindrome nostalgica è interclassista,
colpisce anche chi vive in condizioni migliori. «Skype, Facebook, le email e i
cellulari traggono in inganno - sostiene la ricercatrice - perché danno
l´illusione che migrare sia diventato indolore, che le conseguenze siano
irrilevanti perché ormai basta un clic sulla tastiera per cancellare le
distanze».
Le tecnologie hanno aiutato anche
i più poveri. Per l´espatriato di élite, già trent´anni fa viaggiare era
facile. Oggi con le compagnie aeree lowcost il volo intercontinentale è
accessibile a masse sempre più vaste. La videotelefonata internazionale
gratuita con Skype è nelle case di tutti, compresi i latinos che arrivano in
California per lavorare negli aranceti e nella raccolta dei pomodori. La
velocità di diffusione "democratica" di queste tecnologie è
strepitosa. Lo documenta una ricerca della fondazione Carnegie: ancora nel 2002
solo il 28% degli immigrati qui negli Stati Uniti telefonava ai familiari
almeno una volta alla settimana; oggi oltre il 66%. E tuttavia uno studio
pubblicato nella rivista scientifica Archives of General Psychiatry dimostra
che i messicani immigrati negli Usa hanno tassi di depressione superiori del
40% ai loro familiari rimasti in Messico. «Una imponente mole di ricerche -
conferma Susan Matt - documenta lo stesso fenomeno in altre comunità etniche.
Tutti i nuovi arrivati in America soffrono di alte percentuali di depressione e
sindromi da stress di acculturazione».
Nonostante il maggiore benessere
che spesso premia coloro che imboccano la strada dell´emigrazione, le percentuali
di ritorno sono più elevate di quanto si creda. «Dal 20% al 40% di tutti gli
immigrati negli Stati Uniti, finiscono per ritornare al paese d´origine». Tutto
ciò non stupiva affatto gli psicologi dell´Ottocento. Nell´epoca dei pionieri,
dopo la conquista del Far West e la febbre dell´oro (il primo boom
d´immigrazione globale verso la California nel 1848), i medici studiavano
sistematicamente le "malattie da emigranti", e il termine
"nostalgia" ricorreva nel vocabolario clinico, come una sindrome
precisa e talvolta fatale. Un articolo del 1887 sull´Evening Bulletin di San
Francisco descriveva in modo dettagliato e struggente gli ultimi giorni di vita
di un sacerdote irlandese, il reverendo McHale, «ucciso dai dolori della
nostalgia di casa». Le riviste mediche americane di quell´epoca erano piene di
una casistica simile. Parlare di nostalgia non era un tabù, nonostante che
l´America fosse stata costruita su una visione gloriosa e positiva della
mobilità, dello spirito di avventura, della voglia di conquista di nuovi
territori.
«Oggi invece - osserva Susan Matt
- le discussioni esplicite di questo fenomeno sono rare, anche nella comunità
scientifica. Sembra quasi che le emozioni e i danni affettivi dell´emigrare
siano un ostacolo imbarazzante, sulla strada del progresso e della prosperità
individuale. L´idea che sia facile sentirsi a casa propria in ogni angolo del
pianeta, deriva da una visione dell´umanità che celebra l´individuo solitario,
mobile, facilmente separabile dalla sua famiglia, dalle sue radici, dal suo
passato». In quanto all´illusione che le tecnologie abbiano abbattuto frontiere
e distanze, la psicologa messicana Maria Elena Rivera ha raggiunto la
conclusione opposta: molti suoi pazienti soffrono ancora più acutamente la
lontananza da casa, dopo avere "assaggiato" l´atmosfera di una cena
tra familiari e amici... osservata a mille chilometri di distanza sullo schermo
di un computer o di un´iPhone via Skype.
venerdì 24 febbraio 2012
24/2/2012 Noi brava gente? Non è sempre vero di Vladimiro Zagrebelsky, http://www.lastampa.it/
L’Italia non pratica e anzi vieta la tortura e
i trattamenti inumani e degradanti. L’Italia assicura asilo ai profughi secondo
le regole internazionali. Italiani brava gente.
La sentenza che i diciassette
giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ieri all’unanimità
emesso, ci dice che non è sempre vero e che qualche volta c’è scarto tra la
realtà e la diffusa convinzione di esser noi all’avanguardia delle nazioni
civili. Occasione quindi di riflessione e reazione, per far sì che quello
scarto non ci sia mai più.
I fatti oggetto della sentenza vennero
all’epoca molto pubblicizzati. Canali televisivi influenti ne dettero
compiaciuta notizia, come di un’occasione in cui il governo aveva dimostrato la
sua efficienza nel difendere i confini dall’invasione di migranti illegali.
Invece di continuare a ricevere stranieri sulle nostre spiagge, per poi dover
iniziare la difficile e spesso impossibile pratica dell’espulsione,
semplicemente erano state inviate navi militari a intercettare in alto mare e a
riportare indietro, in Libia, gli indesiderati barconi ed il loro carico umano.
Semplice, economico e pratico, «poche storie!». Come ricordò il ministro
dell’Interno in Senato si trattava di applicare l’accordo firmato nel 2009,
sotto la tenda di Gheddafi. In quell’anno furono eseguite nove operazioni simili
e centinaia di migranti furono respinti in quel modo. L’accordo italo-libico è
poi stato sospeso nel 2011 nel corso della recente rivoluzione libica.
La Corte europea ha giudicato sul
ricorso di undici somali e tredici eritrei respinti in Libia con quelle
modalità. Essi hanno sostenuto che l’Italia li aveva esposti al rischio di
trattamenti inumani da parte delle autorità libiche e di quelle del Paese di
origine, se fossero stati colà riportati, e che l’Italia aveva eseguito una
«espulsione collettiva», proibita dalle convenzioni internazionali e in
particolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le modalità poi
del respingimento avevano impedito ai ricorrenti di ottenere il controllo
giudiziario della loro posizione. Una serie di autorevoli organismi
internazionali è intervenuta davanti alla Corte, in appoggio ai ricorrenti. Tra
questi gli uffici dell’Alto Commissario ai Rifugiati e dell’Alto Commissario ai
diritti umani delle Nazioni Unite.
La Corte ha innanzitutto
dichiarato che i ricorrenti erano stati imbarcati a bordo delle navi italiane e
che quindi, secondo la legge internazionale e italiana, si erano venuti a
trovare nella giurisdizione dello Stato italiano: sotto il controllo continuo
ed esclusivo, di diritto e di fatto, delle autorità italiane, tenute ad
osservare le disposizioni della Convenzione europea. La Corte ha affermato che
le autorità italiane avevano consegnato i ricorrenti a quelle libiche nella
piena consapevolezza del trattamento che rischiavano. Come accertato da organizzazioni
internazionali serie ed affidabili come Amnesty International e Human Rights
Watch e come anche confermato dal Comitato per la Prevenzione della Tortura del
Consiglio d’Europa, i migranti respinti in Libia erano messi in detenzione in
condizioni inumane, anche con casi di tortura. E lo stesso rischio vi sarebbe
stato se e quanto dalla Libia i ricorrenti fossero stati riportati in Somalia o
Eritrea, dove esisteva una pratica di detenzione e tortura dei cittadini che
avevano tentato di lasciare il Paese.
La Corte ha quindi affermato che
l’Italia aveva violato il divieto di tortura e di trattamenti inumani o
degradanti. Si tratta di un divieto assoluto, che non riguarda solo il
comportamento diretto delle autorità statali, ma anche quello indiretto del
trasferimento ad altro Stato ove quelle pratiche hanno luogo. Non solo quindi
il divieto di torturare, ma anche quello di non trasferire la persona in uno
Stato ove sarà esposto al rischio di tortura o trattamento inumano. Lo stesso
meccanismo della protezione anche indiretta opera quando l’espulsione o
l’estradizione è verso uno Stato che pratica la pena di morte.
La violazione di cui l’Italia è
stata ritenuta responsabile è tra le più gravi. Colpisce che essa si riferisca
ad azioni che gli equipaggi delle navi militari sono stati obbligati a
compiere, dopo che in altre circostanze quello stesso personale militare si era
guadagnato l’ammirazione per l’opera efficace e rischiosa compiuta, secondo la
legge del mare, per soccorrere battelli in difficoltà, scortarli a terra e
salvarne da morte gli occupanti. Per questa loro attività quegli equipaggi
erano stati elogiati dal Commissario di diritti umani del Consiglio d’Europa.
La Corte europea ha anche
ritenuto che l’Italia abbia commesso una violazione del divieto di «espulsione
collettiva», di espulsione cioè in blocco, senza esame della situazione
individuale di ciascuna persona. Senza identificazione e accertamento dei
motivi che inducono la persona alla fuga dal suo Paese, non si può accertare se
l’espulsione crei pericolo per la vita o l’incolumità della persona o di
persecuzione politica o religiosa o altro. Il diritto al rifugio che un
migrante può avere non è assicurato quando, com’è avvenuto, non si accerti la
condizione personale di ciascuno. La pratica della riconsegna collettiva alla
Libia di tutti i migranti raccolti in mare, ha evidentemente impedito ogni
esame individuale e, a maggior ragione, il ricorso a un giudice.
La sentenza è definitiva. I
principi affermati - non nuovi nella giurisprudenza della Corte europea -
valgono per l’Italia come per tutti i quarantasette Paesi del Consiglio
d’Europa. Ed anche, val la pena di ricordare, per i Paesi membri dell’Unione
Europea quando definiscono la politica e le iniziative comunitarie di contrasto
e gestione dell’immigrazione irregolare. Ma intanto e innanzitutto il governo
italiano (il nuovo governo) deve dare esecuzione alla sentenza, non solo
indennizzando i ricorrenti, ma anche cessando pratiche come quelle che la Corte
ha condannato ed assicurando a tutti coloro che in qualunque modo, anche
irregolare o illegale, vengono a trovarsi nella giurisdizione italiana, il
pieno ed eguale godimento dei diritti fondamentali. Diritti che non
appartengono ai soli cittadini, ma sono propri di tutte le persone umane.
giovedì 23 febbraio 2012
martedì 17 gennaio 2012
Il Papa: «Gli immigrati non sono numeri» di Massimo Introvigne, 16-01-2012,
http://www.labussolaquotidiana.it
«Milioni di persone sono
coinvolte nel fenomeno delle migrazioni, ma esse non sono numeri! Sono uomini e
donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace».
Sono le parole di Benedetto XVI nell'Angelus di domenica 16 gennaio, in
occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato, cui il Papa aveva già
dedicato un documento pubblicato lo scorso 25 ottobre 2011. Il tema è molto
interessante, e circondato da equivoci e slogan. Vale dunque la pena di cercare
di capire meglio che cosa insegna la Chiesa in tema d'immigrazione.
Nella magna carta della dottrina
sociale della Chiesa per il XXI secolo, l’enciclica «Caritas in veritate»,
Benedetto XVI fissa tre principi fondamentali relativi alla questione
dell’immigrazione, che – sottolinea – è «di gestione complessa», comporta «sfide
drammatiche» e non tollera soluzioni sbrigative. Esaminiamoli uno per uno.
Il primo principio è
l’affermazione dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate». Una volta
che è arrivato nel Paese di destinazione, il migrante deve vedersi riconosciuti
i «diritti fondamentali inalienabili», e dev’essere sempre trattato come una
persona, mai «come una merce», o - appunto - come un numero.
Il secondo principio è che si
devono ugualmente salvaguardare i diritti «delle società di approdo degli
stessi emigrati»: diritti non solo alla sicurezza ma anche alla difesa della
propria integrità nazionale e della propria identità. Pochi giorni fa, il 12
gennaio, parlando agli amministratori di Roma e del Lazio il Pontefice ha
ricordato che gli immigrati non hanno solo diritti ma anche doveri. È
«necessario [...] alimentare percorsi di piena integrazione, che consentano
l’inserimento nel tessuto sociale», in modo che anche l'immigrato impari a
«sentire il luogo dove risiede come la "casa comune" in cui abitare e
della quale prendersi cura, nell’attento e necessario rispetto delle leggi che
regolano il vivere collettivo».
Il terzo principio riguarda i
diritti delle comunità di cui chi emigra fa parte, comprese le società di
partenza degli emigrati, che si deve porre attenzione a non svuotare di risorse
e di energie, sottraendo loro con l’emigrazione persone che sarebbero utili e
necessarie nel Paese di origine. Va sempre posta attenzione, afferma ancora la
«Caritas in veritate», al «miglioramento delle situazioni di vita delle persone
concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che
attualmente l’indigenza non consente loro di onorare»: anzitutto dove sono
nate, e senza essere costrette o indotte all’emigrazione. In occasione del
viaggio del 2008 negli Stati Uniti Benedetto XVI aveva precisato: «La soluzione
fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria
posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno
abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo
obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro
ed un futuro nella terra d’origine».
Questi tre principi sono violati
da tre distinti atteggiamenti e ideologie.
Il primo principio è negato dalla
xenofobia – descritta e denunciata dal Beato Papa Giovanni Paolo II (1920-2005)
nel Messaggio per la 89a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del
2003, del 24 ottobre 2002 –, cioè dalla convinzione che l’altro, lo straniero è
per definizione inferiore a chi abita da sempre il Paese di approdo
dell’emigrazione e può essere quindi discriminato in quanto straniero. C’è una
xenofobia rozza e talora semplicemente stupida, quella di chi scrive sui muri
«Morte agli immigrati». E ce n’è una più scaltra e sottile, quella di chi
sfrutta la diffusione di questi sentimenti per la manipolazione degli immigrati
al servizio di strategie di potere economico – l’immigrato è considerato
soltanto un lavoratore che costa meno – quando non criminale. Un certo
«turbocapitalismo» davvero considera l’immigrato «come un numero» e non come
una persona. Nel mio anno di lavoro come Rappresentante dell'OSCE
(Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta al
razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione religiosa ho potuto constatare
come spesso un razzismo e una xenofobia di fatto in Europa coesistano
tranquillamente con solenni proclamazioni di anti-razzismo, che poi non hanno
traduzioni pratiche, tanto meno nel mondo del lavoro.
Il secondo principio è violato da
quello che molti studiosi oggi chiamano «immigrazionismo», cioè dall’ideologia
secondo cui l’immigrazione è per definizione e comunque un fenomeno eticamente
e culturalmente buono ed economicamente vantaggioso, e negare che lo sia sempre
è di per sé manifestazione di xenofobia e di razzismo. In quanto non chiede
agli immigrati di rispettare i valori delle società che li accolgono - come
invece chiede il Papa - e propone un multiculturalismo assoluto, secondo cui
tutte le culture sono uguali e qualunque comportamento che sia diffuso o tipico
di una certa comunità dev'essere per questa sola ragione tollerato,
l'immigrazionismo è una forma tipica del relativismo contemporaneo.
Il terzo principio è violato dal
disinteresse per le prospettive di vero sviluppo delle comunità degli
immigrati, sia in patria sia nella diaspora. Un punto centrale della «Caritas
in veritate» è che l'autentico sviluppo non può non comprendere lo sviluppo
religioso, la scoperta e la conservazione della vera fede. Nell'Angelus del 15
gennaio il Pontefice ha ricordato che «nel mio Messaggio per questa Giornata
del Migrante e del Rifugiato ho richiamato l’attenzione sul tema “Migrazioni e
nuova evangelizzazione”, sottolineando che i migranti sono non soltanto
destinatari, ma anche protagonisti dell’annuncio del Vangelo nel mondo
contemporaneo». Chi pensa che i migranti abbiano bisogno solo di pane e
coperte, e non di verità e della Parola di Dio che salva non vuole veramente il
loro bene.
giovedì 22 dicembre 2011
IL CASO/ 1. Lei musulmana, lui cristiano: quell’amore
"proibito" finito davanti al pm - INT. Salvatore Abbruzzese, giovedì
22 dicembre 2011, il sussidiario.net
E’ finito davanti al giudice
l’amore “proibito” tra due ragazzi di 23 e 19 anni, entrambi della provincia di
Venezia. Una storia come tante altri, se non fosse che lei è musulmana del
Kosovo e lui cattolico e italiano. I genitori della ragazza, quando hanno saputo
della relazione, hanno tentato di stroncarla sul nascere con minacce di morte,
intimidazioni e violenze verbali. Al punto che sono dovuti intervenire i
carabinieri, i quali hanno informato la Procura di Venezia. E il pm Massimo
Michelozzi ha deciso di disporre per padre, madre e fratelli di lei il divieto
di avvicinare la stessa ragazza, il suo fidanzato italiano e di recarsi nel
Paese dei familiari del ragazzo. Ilsussidiario.net ha chiesto a Salvatore
Abbruzzese, professore di Sociologia della Religione all’Università di Trento,
di commentare questo fatto di cronaca.
Professor Abbruzzese, che cosa
può scattare nella mente di un padre che arriva a minacciare la figlia di
morte?
Quanto avvenuto a Venezia è
l’esempio di ciò che avviene quando si sposta una persona sradicandola dal
luogo in cui ha i suoi punti di riferimento e facendola entrare in un contesto
completamente diverso e per molti versi antitetico. Gli immigrati che arrivano
in Italia non si rendono conto del fatto che i figli subiranno comunque il
fascino della nuova cultura nella quale si trovano a vivere. Sembra che le
persone non vogliano assolutamente rendersi conto di come gli universi
culturali siano in qualche maniera esterni alle loro valutazioni e abbiano la
loro influenza. E’ un problema classico delle famiglie degli immigrati venire
dal Kosovo in Italia illudendosi che si possa vivere nel nostro Paese con i
propri valori d’origine, senza che i figli abbiano dei problemi e confidando
semplicemente sulla propria capacità di tenere salda la barra. Lo avevano anche
le famiglie degli immigrati italiani quando andavano in Francia, in Svizzera o
negli Usa. C’era esattamente questo stesso problema. L’errore sta quindi nel
sottovalutare l’influenza delle culture, specialmente nei confronti dei più
giovani che sono personalità aperte, che si stanno strutturando e quindi si
guardano intorno, cercando dei modelli che non sempre sono positivi, ma che
inevitabilmente finiscono per influenzarli. Qualsiasi famiglia che sceglie di
emigrare in un altro Paese dovrebbe sapere queste cose.
In questo caso però oltre a una
differenza di nazionalità, ce n’è anche una religiosa. Fino a che punto può
diventare una differenza ancora più radicale?
Sicuramente la religione diventa
una differenza radicale quando è usata strumentalmente come un’arma di
differenziazione per motivi identitari. Le religioni in realtà convivono da
moltissimi secoli e sono passate attraverso momenti di tensione, ma anche
attraverso secoli di convivenza pacifica. Il problema è l’uso distorto delle
religioni, quando cioè queste non sono più praticate come messaggi di salvezza,
ma come strumenti di definizione della propria esistenza sociale e del proprio
profilo culturale. E’ come se io, invece di vivere il mio cattolicesimo per
affermare che Gesù si è incarnato, lo utilizzassi per difendere la mia
tradizione nazionale.
Per quale motivo le società
finiscono per utilizzare la religione in modo strumentale?
Fino a quando io non mi rendo
conto del valore dell’altro, ma in qualche modo lo cancello e lo determino a
priori, la conseguenza è sempre e comunque lo scontro. E questo è un problema
reciproco, sia da parte dei cattolici sia da parte dei musulmani. Fino a quando
un musulmano è convinto che l’altro sia portatore soltanto di valori negativi,
in quanto professa un’altra religione, qualsiasi soluzione pacifica è
assolutamente improponibile: con quel sistema, con quel metro di valutazione
della realtà, senza introdurre elementi di mediazione, mi sembra chiaro che nei
fatti non c’è nessuna possibilità di apertura. L’Islam vieta il matrimonio tra
una donna musulmana e un uomo cristiano.
Questo può rappresentare un
ostacolo insuperabile all’integrazione?
Ovviamente rappresenta un
ostacolo non di poco conto. Occorre vedere però come di fatto si sono
comportate nei confronti di questo precetto islamico le comunità immigrate
negli Stati Uniti. Qui infatti l’universo musulmano è passato attraverso
trasformazioni veramente significative. Alcuni dei musulmani americani
dell’ultima generazione per esempio non prendono più dei nomi arabi, bensì
inglesi. Negli Stati Uniti cioè ha avuto successo una convivenza che ha
profondamente trasformato la stessa natura dell’Islam. E non è un caso se il
dialogo con i musulmani avviene molto di più negli Usa che non in Europa.
Quindi in America abbiamo avuto una religione che è andata incontro a una
notevole apertura, con persone che pur restando musulmane non discreditano
affatto chi ha convinzioni diverse dalle loro.
Quindi la capacità di integrarsi
non dipende dalla religione, ma dal modo in cui la si vive?
Sì, ne sono profondamente
convinto. Le religioni sono sistemi apparentemente chiusi su un piano
teologico, nel senso che un principio teologico è di fatto dato una volta per
tutte. Ma le possibilità applicative, le evoluzioni e le trasformazioni sono
assolutamente molto più frequenti di quanto non si creda. Un conto è il “dogma
teologico”, un altro le sue applicazioni e i suoi sviluppi sociali.
Ma di fatto come si può superare
una norma religiosa che impone una chiusura agli altri?
Nel pensiero islamico sono
presenti degli elementi di riconoscimento dell’altro, ma in questo momento non
sono fatti valere. Ciò su cui si insiste, al contrario, è l’istanza di
separazione e di condanna. Il problema che mi preoccupa di più è il fatto che
ad andarci di mezzo siano persone concrete, ragazzi e soprattutto ragazze. Dopo
essere state portate in Italia come dei “pacchi”, giungono qui e trovano un
mondo diverso, trovandosi a vivere un dramma infinito.
E’ vero che gli immigrati sono
gli strati di solito meno colti dei popoli da cui provengono?
Su questo starei attento, perché
noi in realtà conosciamo molto spesso l’universo musulmano attraverso fatti di
cronaca come quello di Venezia. Finiamo quindi per leggerlo attraverso dei
fenomeni di scontri o di devianze perché sono quelli che fanno più rumore.
Mentre non sappiamo nulla degli immigrati che si integrano, perché non fanno
notizia e quindi nei loro confronti ci vorrebbe uno strumento di analisi
completamente diverso. Quello che noi finiamo per conoscere è l’Islam peggiore,
e così leggiamo dai giornali dell’immigrato che vuole accoltellare la figlia, e
non sappiamo nulla dei 1.500 che cercano dei percorsi di convivenza e
ricomposizione. E’ un mondo che esiste ma non emerge, in parte perché queste
persone non vogliono apparire e in parte perché noi viviamo di ciò che ci
arriva dai mezzi di comunicazione di massa.
(Pietro Vernizzi)
© Riproduzione riservata.
venerdì 25 novembre 2011
Italiani si nasce, cittadini si diventa di Tommaso Scandroglio, 25-11-2011,
http://www.labussolaquotidiana.it
“Mi auguro che in Parlamento si
possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in
Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I
bambini hanno questa aspirazione”. Queste le parole del presidente Giorgio
Napolitano pronunciate un paio di giorni fa in occasione dell’incontro al
Quirinale con la Federazione delle Chiese evangeliche. Il Capo dello Stato in
buona sostanza suggerisce di assegnare la cittadinanza italiana ai figli di
stranieri al momento della nascita su suolo italiano. E’ una proposta da
condividere?
La questione è complessa e non di
immediata soluzione. Cerchiamo di dipanare l’intricata matassa tentando di fare
una sintesi di ciò che dice il nostro ordinamento giuridico a riguardo (per
forza di cose dovremo tralasciare alcuni casi marginali) e accennando alla
disciplina legislativa vigente in altre nazioni.
In via preliminare dobbiamo
ricordare che nella maggioranza dei paesi europei in tema di cittadinanza si
adottano un mix di due criteri: lo jus sanguinis e lo jus soli. Il primo fa
acquisire la medesima cittadinanza dei genitori. Il secondo criterio assegna la
stessa cittadinanza del luogo di nascita. A seconda delle nazioni si propende
più per un criterio piuttosto che per l’altro.
In Italia la materia è regolata
dalla legge n. 91 del 1992. Analizziamo per sommi capi il suo contenuto. Il
figlio di genitori italiani diventa anch’egli italiano. Ciò accade anche nel
caso il minore fosse adottato ed anche nel caso in cui l’adottato fosse un
bambino straniero.
Il cittadino straniero può
acquisire la cittadinanza italiana? Sì in questi casi e secondo queste
condizioni. Se uno straniero sposa un cittadino italiano acquisisce la
cittadinanza italiana dopo che ha risieduto legalmente in Italia per due anni
(non valgono al fine del computo eventuali e precedenti anni di convivenza). Se
hanno già un figlio, è sufficiente un solo anno.
Oppure si può ottenere la
cittadinanza italiana se si risiede legalmente in Italia da dieci anni (quattro
se si proviene da uno Stato europeo). Infine il figlio di straniero, nato sul
suolo italiano, può diventare cittadino italiano se entro il 19° anno di età ne
fa richiesta e se fino ai 18 anni è stato legalmente residente in Italia senza
interruzioni significative.
Quest’ultimo caso interessa da
vicino ciò che ha detto Napolitano. Il Presidente della Repubblica desidera
modificare questa parte della legge (art. 4, comma 2) e far ottenere la
cittadinanza ai figli di stranieri appena questi nascono in territorio italiano
e non più al raggiungimento della maggiore età e con il requisito aggiuntivo
della residenza continuata. In sintesi vorrebbe sostituire il criterio dello
jus sanguinis con quello dello jus soli.
Tentiamo di comprendere la ratio
delle disposizioni della legge 91/92 al fine di valutare la validità o meno
della proposta di Napolitano. Per farlo dobbiamo prima capire cosa s’intenda
per “cittadinanza”, termine a dir il vero assai ambiguo. Vi sono vari
significati di “cittadinanza”. C’è un’accezione giuridica che rimanda ad un
insieme di diritti e doveri esclusivi del cittadino che invece gli stranieri
non hanno (es. il diritto al voto). Ovviamente tutti, cittadini dello Stato e
non, possono esigere da questo la tutela dei diritti fondamentali. Dal punto di
vista sociologico invece il cittadino è colui il quale è legato da
significative relazioni con gli altri cittadini e con i propri governanti.
Sotto la prospettiva culturale invece la cittadinanza è espressione di un’adesione
ad un patrimonio di valori, tradizioni, etc. appartenenti ad una nazione. Nella
nostra tradizione occidentale non c’è posto invece per considerare cittadino
chi semplicemente è nato in un certo luogo.
Se proviamo a mettere ordine
nelle definizioni appena accennate vediamo che dal punto di vista logico
particolare rilievo acquisisce il significato culturale di cittadinanza, da cui
deriveranno poi gli altri due significati (a questo proposito si veda cosa dice
Aristotele nella Politica). Chi – al di là della propria etnia – si riconosce in un certo paradigma valoriale
del paese dove si trova a vivere poi parallelamente non potrà che sentirsi
legato sia ad altre persone che sposano medesime visioni culturali (ecco il
significato di “Fratelli d’Italia”) sia ai governanti che sono i primi custodi
di questo deposito di tradizioni, costumi e modelli di vita.
L’adesione partecipata alla
cultura di un paese e quindi l’instaurarsi di significative relazioni
interpersonali diventano allora requisito per vedersi riconosciuti alcuni
privilegi, alcuni diritti particolari e relativi doveri. Dunque
l’identificazione culturale genera l’integrazione sociale e questi due fattori,
che potremmo chiamare “il sentirsi popolo”, permettono l’accesso ad uno
speciale status giuridico. Fu uno sbandamento giuridico di matrice giacobina
che invece iniziò ad instillare nei governanti l’idea egualitaria che anche lo
straniero potesse pretendere questi privilegi
perché uomo al pari degli altri.
Quanto appena esposto è fatto
proprio dalla Chiesa. Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n.
386 possiamo leggere: “Ciò che caratterizza in primo luogo un popolo è la
condivisione di vita e valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e
morale”. Quindi l’elemento di coesione culturale e relazionale genera un popolo
e questo viene definito politicamente come Nazione: “A ogni popolo corrisponde
in generale una Nazione” (387).
Questa visione non è solo sposata
dalla Chiesa ma è anche alla base delle scelte normative del nostro ordinamento
in questa materia. Ciò che è importante per il nostro legislatore al fine di
assegnare lo status di cittadino italiano ad uno straniero è provare che questi
aderisce sinceramente a quel pacchetto di valori e tradizione che sono il DNA
del popolo italiano. Ecco perché si richiede, nei casi prima citati, che lo
straniero abbia vissuto in Italia per un certo lasso di tempo. La residenza per
più anni dovrebbe provare che lo straniero si è italianizzato. Certo, è solo
una presunzione giuridica, dato che lo straniero nonostante gli anni vissuti
qui potrebbe anche odiare i nostri costumi e valori. Ma è meglio che niente.
Dunque è da rigettare l’ipotesi
proposta da Napolitano che vede il figlio di stranieri acquisire la
cittadinanza al momento della nascita, perché esclude quel periodo temporale di
prova necessario per verificare una sincera affezione dello straniero alla
nazione Italia. Giusto invece attendere la maggiore età per verificare se
questi si senta davvero e consapevolmente italiano oppure no.
L’obiezione che si potrebbe fare
è la seguente: il neonato di genitori italiani diventa subito italiano, senza
che debba aspettare anni per aderire volontariamente alle nostre tradizioni. Si
risponde che se il principio di presunzione vale per gli stranieri, questo
stesso principio deve essere applicato anche ai figli di cittadini italiani. Ci
spieghiamo meglio. Il nostro Stato presuppone che il bambino che nasce in una
famiglia italiana per forze di cose crescerà imbevendosi di cultura italiana,
perché sin dai primi giorni respirerà costumi, modi di pensare, abitudini
proprie del Bel Paese, ed è quindi giusto assegnargli sin da subito la
cittadinanza italiana (l’alternativa folle che rimarrebbe sarebbe quella di
assegnargli lo status di apolide). Ed è per questo stesso motivo che al figlio
di stranieri il nostro ordinamento non concede subito la cittadinanza italiana,
perché questi crescerà in una famiglia che molto probabilmente gli trasmetterà
valori e concezioni di vita del paese di origine dei genitori. La ratio della concessione automatica della
cittadinanza per figli di genitori italiani e della non concessione automatica
della stessa ai figli di genitori stranieri è dunque la medesima.
Ma come si comportano negli altri
paesi? Forse che la via indicata dal
Capo dello Stato è stata già percorsa da altre nazioni? A parte gli USA e la
Francia pare proprio di no. Gli Stati Uniti hanno sempre applicato lo jus soli
(ti basta nascere in America per diventare americano), a motivo del fatto che
gli States storicamente sono la Nazione delle Nazioni, cioè un coacervo di
varie etnie e culture. Sin dalla loro genesi non c’è mai stata un'unica
identità nazionale di riferimento e dunque il criterio culturale non poteva
essere il collante determinante per sentirsi popolo. In genere infatti un paese
che subisce forti flussi immigratori, come gli USA, tende a privilegiare lo jus
soli allo jus sanguinis. La prova di ciò è il dibattito che sta avvenendo in
Italia: ben 28 sono le proposte di legge che, nella maggior parte dei casi e
con sfumature a volte anche molto diverse, intendono introdurre nel nostro
paese il modello dello jus soli.
In Danimarca, Grecia e Austria lo
straniero, un po’ come da noi, diventa cittadino dello Stato dopo aver vissuto
legalmente nei suoi confini per un tempo che va dai 9 ai 10 anni. In Francia,
analogamente a quanto avviene nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, si viene
naturalizzati dopo soli cinque anni di residenza. In particolare per la Francia
vale il doppio jus soli: il bambino nato sul suolo francese da genitori
stranieri anch’essi nati sul suolo francese acquisisce immediatamente la
cittadinanza. Spostandoci in Germania la cittadinanza si ottiene dopo otto anni
di residenza, però occorre avere rendite economiche che permettano l’autosufficienza
e dar prova di conoscere la lingua e la Costituzione tedesca. Se vi sono tutti
questi requisiti, oppure se si ha in mano anche solo un permesso di soggiorno
permanente, i figli che nasceranno saranno automaticamente cittadini tedeschi.
Oppure si può lucrare la cittadinanza sposando un cittadino tedesco e
risiedendo per almeno due anni in Germania.
In Irlanda, Belgio, Portogallo e
Spagna la residenza deve essere stata protratta dai 7 ai 10 anni, ma le norme
sono più soft in materia di nascita sul suolo nazionale. Ad esempio in Irlanda
il figlio di stranieri viene naturalizzato se uno dei due genitori ha un
permesso di soggiorno permanente oppure è residente da almeno tre anni prima
della nascita del figlio. In Spagna il figlio di stranieri ottiene la cittadinanza
se il piccolo risiede nei confini per un solo anno. In Portogallo occorre
invece che i genitori siano residenti da almeno dieci anni o se proveniente da
un paese di lingua portoghese. In Belgio si ottiene la cittadinanza
automaticamente allo scoccare del 18° anni di età, o al 12° se i genitori sono
residenti almeno da dieci. Insomma in nessuno di questi stati vale il criterio
del solo jus soli proposto da Napolitano.
mercoledì 23 novembre 2011
Avvenire.it, Politica - 23 novembre 2011 – INTERVISTA - Andrea
Riccardi: «Quei bimbi sono parte del nostro futuro»
«Io credo che il presidente
Napolitano abbia toccato un punto nodale della questione, ovvero che per
l’integrazione si debba cominciare proprio dai bambini». Andrea Riccardi,
fondatore della Comunità di Sant’Egidio, si è da pochissimi giorni calato nei
panni di ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione degli immigrati. I suoi telefoni squillano
continuamente e non è facile intervistarlo. Ma da quello che dice, pare proprio
che abbia già le idee molto chiare sulle linee politiche che intenderà seguire
al vertice del suo ministero.
Ministro Riccardi, il presidente
della Repubblica ieri ha sollecitato chiaramente il riconoscimento della
cittadinanza italiana ai bambini immigrati nati in Italia. Lei che ne pensa?
Quello di Napolitano è stato un
appello chiaro e molto condivisibile. Il Capo dello Stato non parla solo da
presidente della Repubblica, che in quanto tale deve assicurare la coesione
nazionale e l’armonia sociale. Ma anche da ex ministro dell’Interno degli anni
Novanta: in quel periodo ha conosciuto per diretta esperienza l’immigrazione e
ha compreso che non si trattava di un fenomeno passeggero o contingente, ma di
qualcosa che avrebbe rappresentato un elemento fondamentale per la vita futura
del nostro Paese. Un uomo come Napolitano, che si è mostrato così sensibile al
profilo dell’unità italiana, che ha fatto di quest’anno un anno di riscoperta
delle nostre radici, non poteva non affrontare un tema di così grande
attualità.
E dunque, si parte dai bambini?
Oggi c’è una nuova generazione,
che ha un’origine straniera, ma che è nata in Italia. Sono quasi un milione di
bambini, che hanno una tradizione che parte da lontano, ma che crescono e
maturano all’interno della nostra cultura, della nostra lingua e del nostro
mondo. Il presidente della Repubblica vede giusto: ovvero si rende conto come
la componente di quei bambini rappresenti una parte del nostro futuro, non tutto
il futuro, ma una parte essenziale sì: essi sono necessari perché il nostro
Paese non invecchi. Ma non c’è solo il futuro, c’è anche il presente. E allora,
credo, che concedere la cittadinanza sia un dovere nei confronti di questi
bambini, ma anche un atto di lucidissimo realismo politico. Napolitano
individua, insomma, un interesse del nostro Paese oltre che riconoscimento di
diritti che sono comuni ai figli degli immigrati e a quelli degli italiani.
Non tutti, però, ritengono che
gli immigrati siano una risorsa per l’Italia. Basta leggere alcuni commenti
critici alle parole di Napolitano. Lei cosa risponde?
Cito dei fatti. Intanto, la
popolazione italiana è potuta crescere solo grazie all’apporto
dell’immigrazione. L’Italia ha un saldo naturale (ovvero la differenza tra
nascite e morti) positivo, per via dei nuovi nati figli di stranieri. Si tratta
di 78.082 bambini, il 13,9% del totale dei nati in Italia. Gli immigrati,
insomma, contribuiscono a ringiovanire il Paese. Ma questo non è che un aspetto
dell’apporto che gli stranieri danno all’Italia. Nel campo economico, per
esempio. Basti pensare che il settanta per cento dei lavoratori stranieri nel
nostro Paese ha aperto un conto in una banca italiana. Mentre tre milioni e
trecento mila immigrati hanno presentato regolare dichiarazione dei redditi».
Il governo Monti e lei
personalmente come intende procedere su questi temi? Ci sarà qualche
provvedimento legislativo di iniziativa del governo in materia di cittadinanza
o si rimetterete alle scelte del Parlamento?
Debbo dire che siamo ancora in
una fase iniziale della vita del governo, per cui ritengo che sia ancora presto
per dare delle precise indicazioni legislative. Abbiamo scelto, insieme al
presidente Monti, il metodo della collegialità: e le decisioni dovranno,
appunto, maturare in un clima di collegialità. Poi certo: come ministro della
Cooperazione internazionale e dell’Immigrazione ho chiara la responsabilità di
dover lavorare per favorire l’integrazione in tutti i campi. E credo che il
punto di partenza sia proprio quello dei bambini, che oggi crescono insieme,
con le loro differenze, ma anche con tantissime cose che li uniscono.
giovedì 3 novembre 2011
5 milioni di nuovi italiani di Sergio Valzania, 03 novembre 2011, http://www.liberal.it
Giovedì scorso, 27 ottobre, è
stato presentato in trenta città italiane il 21esimo rapporto di Caritas e
Migrantes sulla situazione dell'immigrazione nel nostro Paese. Il Dossier
Statistico Immigrazione 2011 costituisce il più completo documento elaborato in
Italia per analizzare e comprendere il fenomeno sociologico e geopolitico che
ha caratterizzato gli ultimi due decenni della nostra storia e che con
sicurezza è destinato a segnare in profondità il secolo che si è aperto da
poco. Per realizzare le oltre cinquecento pagine del rapporto hanno collaborato
le principali istituzioni e organizzazioni pubbliche e private che si occupano
di immigrazione, dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati al
Ministero degli Esteri, dall'International Organization for Migration ai
Ministeri degli Interni e dell'Istruzione, all'Associazione Nazionale dei
Comuni d'Italia a Save the Children, passando per molti comuni e province,
istituti di tutela previdenziale, fondazioni e patronati, tutti interessati a
comprendere quanto sta accadendo in un ambito decisivo, la cui evoluzione
produce cambiamenti profondi della nostra società.
Oltre alle tavole statistiche che
forniscono le cifre relative alla presenza e alla distribuzione sul territorio
nazionale dei cittadini stranieri residenti in Italia, il Dossier offre un
imponente apparato interpretativo, redatto da persone che quotidianamente si
occupano di immigrati. L'analisi si apre con un quadro della situazione
internazionale e delle prospettive che essa presenta per il futuro, a breve e
medio termine. Fra di esse si segnala l'aspettativa di una modificazione del
flusso migratorio dall'Africa, sempre sovrappopolata, in direzione non più
dell'Europa ma della Cina, dove l'aumento della ricchezza si accompagna ai
segnali di un'incipiente crisi demografica, dovuta anche alle campagne
governative di denatalità che si sono sviluppate nel paese da parecchi decenni
a questa parte.
All'inquadramento internazionale
segue l'analisi della situazione italiana, organizzata attorno a tre punti
focali: flussi e soggiornanti, inserimento socio-culturale e mondo del lavoro.
I tre ambiti nei quali, a giudizio dei curatori dell'opera diretti da Franco
Pittau, il fenomeno dell'immigrazione deve essere analizzato per poter essere
compreso in modo corretto. Passando alle cifre e limitandosi a quelle relative
alla presenza degli immigrati regolarizzati in Italia nel suo complesso, senza
scendere ai dettagli regionali, nel Dossier troviamo una stima per la quale
essi arrivano ormai a sfiorare i cinque milioni di persone, che rappresentano
il 7,5 per cento dei residenti nel nostro Paese. Si tratta di una popolazione
giovane, la cui età media è di dodici anni più bassa di quella dei cittadini
italiani, 32 anni contro 44, nella quale le donne sono il 51,8 per cento.
Tantissimi i giovani in età scolare, gli iscritti superano i 700mila, e fra di
essi una larga maggioranza è rappresentata da bambini nati in Italia, per i
quali la nostra legislazione non prevede il diritto alla cittadinanza, come
invece avviene in molti altri Paesi, fra i quali gli Stati Uniti. Per tutti
loro il compimento della maggiore età costituisce un problema grave, dato che
nonostante siano sempre vissuti nel nostro Paese, parlino la nostra lingua e
non abbiano un'altra patria, vengono a trovarsi nella condizione di clandestini
se non sono in grado di procurarsi un lavoro regolarmente retribuito che dia
loro diritto al permesso di soggiorno.
La tabella delle provenienze
degli immigrati vede in testa i rumeni, quasi un milione, seguiti dagli
albanesi, mezzo milione, e da quasi altrettanti marocchini. Vengono poi i
cinesi, 200mila, e gli ucraini, che compongono una comunità circa equivalente.
Un complicato sistema di valutazione delle religioni di appartenenza degli
immigrati fornisce una stima di circa due milioni e mezzo di cristiani, in
maggioranza ortodossi, e un milione e mezzo di mussulmani. La terza religione è
quella induista, con 120mila presenze. Quanto alla distribuzione territoriale
degli immigrati in Italia, la loro larga maggioranza è concentrata nelle zone
più ricche del Paese e soprattutto è lì che la loro presenza è più alta in
relazione al numero di abitanti. Nel nord-est i cittadini stranieri superano il
10 per cento dei residenti, mentre nel sud raggiungono appena il 3 per cento e
nelle isole sono al di sotto di esso. Sono dati che confermano come
l'immigrazione sia attratta dalle occasioni di lavoro offerte nelle aree più
produttive. Quando tali offerte non sono ritenute gratificanti dagli italiani
in cerca di occupazione sono altri che accorrono a soddisfare la richiesta di
mano d'opera. Il quadro che emerge dalle cifre e dalle valutazioni del Dossier
è paradossale. Se un sociologo o un economista piovuto dallo spazio, l'omino
verde della fantascienza, fosse incaricato di rac- contare che cosa è accaduto
in Italia negli ultimi decenni, con ogni probabilità scriverebbe la storia di
una crisi profonda e di milioni di persone che sono accorse per porvi riparo.
Almeno dall'inizio degli anni Novanta, ma il fenomeno ha radici lontane, il
nostro paese versa in una crisi di denatalità, conseguenza e insieme motore di
una generalizzata mancanza di fiducia nel futuro. Questo ha determinato un
rallentamento della nostra capacità produttiva e un aumento delle nostre
necessità in termini di servizi, in particolare nell'ambito del sostegno agli
anziani, oltre a una pericolosa sproporzione nel sistema pensionistico, che vede
aumentare gli assistiti mentre diminuiscono quanti contribuiscono ai
versamenti.
I milioni di immigrati che sono
venuti a lavorare in Italia, se non a risolvere i problemi, sono comunque
riusciti a permetterci di andare avanti, mantenendo un livello di produttività
accettabile e un qualche equilibrio nei conti del sistema assistenziale. Certo
questo ha prodotto alcuni squilibri, nuove forme di disagio sociale e la
sostituzione di forme di piccola delinquenza autoctona con manifestazioni
criminali che da noi erano scomparse, ma nel complesso si tratta dei
sottoprodotti di un fenomeno che ha consentito all'Italia di rimane in piedi,
nel novero delle maggiori potenze industriali del pianeta. Grazie al contributo
di milioni di lavoratori che hanno lasciato le loro case nei quattro angoli del
mondo per venire a prestare la loro opera da noi. L'omino verde extraterrestre
rimarrebbe stupito della risposta che è stata data a quello che gli apparirebbe
come uno slancio di solidarietà. Egli vedrebbe qualche cosa di simile
all'affamato che morde la mano che gli porge il piatto di cibo.
Di fronte all'immenso e
necessario sostegno che l'Italia riceve dagli immigrati si è scatenato un
meccanismo di rifiuto che trascende ogni aspettativa, privo di qualsiasi
ragionevolezza e di rapporto con il reale. L'atteggiamento generalizzato nei
confronti dell'immigrazione rimane legato a una considerazione emergenziale del
fenomeno e soprattutto alla totale incomprensione della ricchezza economica,
sociale e culturale che esso arreca al nostro paese. Il dato più immediato ci
dice che gli immigrati, pur essendo poco più del 7 per cento dei residenti in
Italia, producono il 14 per cento della ricchezza, e questo non ci deve
stupire, dato che fra di loro la percentuale di occupati è molto più alta che
fra i cittadini italiani. Ogni anno il rapporto Caritas- Migrantes
sull'immigrazione reca un motto, che rappresenta la sintesi del pensiero dei
curatori in relazione alla situazione esistente in merito all'immigrazione. Il
momento attuale viene rappresentato con le parole «Oltre la crisi, insieme».
L'obbiettivo della nostra società è oggi quello di uscire dalle strettoie della
crisi economica, ma un tale risultato può essere conseguito solo insieme, cioè
impiegando tutte le forze disponibili, comprese quelle per nulla trascurabili
che l'immigrazione mette a disposizione dell'Italia. Nel presentare l'opera
Franco Pittau ha evidenziato la particolarità di quanto sta accadendo in questi
mesi proprio a seguito della crisi economica. Circa 600mila immigrati si
trovano nella condizione di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno
perché hanno perduto il lavoro. Dato che sono la componente più debole della
società è su loro che si abbattono per primi i licenziamenti e le riduzioni di
personale. L'attuale legislazione concede sei mesi di tempo per trovare una
nuova occupazione regolare, veramente poco in un periodo come quello che stiamo
attraversando. Arrivato alla scadenza del permesso l'immigrato diviene un
clandestino e si trova davanti la scelta fra l'abbandono del nostro paese e il
nascondersi nelle pieghe della società. Se la seconda opzione è rischiosa, dato
che espone l'immigrato a ogni sorta di possibile ricatto, anche la prima
costituisce un danno per la nostra comunità nazionale. Essa finisce infatti per
privarsi di una persona determinata, visto che ha affrontato con successo i
disagi dell'emigrazione, disponibile al lavoro e che ha fatto un forte
investimento sul nostro paese. Con ogni probabilità parla l'italiano, conosce
le nostre abitudini, ha iniziato un processo di avvicinamento alla nostra
cultura e alle nostre tradizioni. Se lascia l'Italia tutto questo va perduto, e
siccome la forza lavoro dell'immigrazione è necessaria alla nostra economia
arriverà al suo posto qualcun altro che dovrà ricominciare da capo. Quello che
manca soprattutto è la consapevolezza del fatto che è necessario innescare un
rapporto di scambio e riconoscerlo come tale. I problemi dell'immigrazione non
sono questioni di ordine pubblico, di assistenza ai più deboli o di imposizione
di una cultura traballante ed eticamente discutibile su chi è portatore di una
tradizione diversa. Quello che occorre è la capacità di progettare l'Italia del
futuro tenendo conto di come è fatta l'Italia di oggi, nella quale gli immigrati
non sono un elemento accessorio ma piuttosto un dato strutturale. Bisogna
accettare l'idea che i loro figli e nipoti saranno gli italiani di domani
quanto i nostri figli e nipoti e che esiste un preciso interesse comune a che
la società, che volenti o nolenti stiamo già costruendo insieme, sia la
migliore possibile.
Per raggiungere questo risultato
la cosa più importante è anche molto semplice: riconoscere la realtà per quale
essa è, con i suoi pregi e i suoi limiti, senza voler vivere per forza in un mondo
che non esiste e che con ogni probabilità è peggiore di quello nel quale
abitiamo. In questo percorso il Dossier Statistico Immigrazione 2011, con le
sue cifre e le sue considerazioni, rappresenta uno strumento di grande utilità.
Il fatto che siano due organismi della chiesa italiana a realizzarlo aiuta i
cattolici di ogni orientamento politico a ricordare, come fa Enzo Bianchi nel
sul L'altro siamo noi, che Gesù nella descrizione del giudizio finale ammette i
buoni al paradiso dicendo anche «Ero straniero e mi avete ospitato». Il miglior
modo per iniziare una riflessione che termina di necessità ricordando
l'ammonizione divina «Il mondo è mio, siete tutti miei ospiti».
lunedì 31 ottobre 2011
Avvenire.it, 29 ottobre 2011 – EMIGRAZIONE - Romania, la vita spenta
degli orfani bianchi di Mihaela Iordache
Sono gli orfani bianchi, il loro
numero supera le centinaia di migliaia. Ognuno di loro ha un nome ma i loro
genitori non sono lì a chiamarli o abbracciarli forte quando hanno bisogno,
quando si interrogano sui problemi della vita, quando non capiscono perché
alcune cose devono accadere proprio a loro. E loro, i bambini rimasti soli in
Romania perché i genitori sono andati all’estero a lavorare, si addormentano
con le lacrime agli occhi, sperando di sognare la mamma ed il papà. Spesso i
coetanei li considerano fortunati perché possiedono cose più belle, vestiti,
cellulari. Eppure non sono felici. Hanno molto, ma non i loro genitori.
Sarebbe già un bel regalo poterli
incontrare almeno nei sogni. Diana, che è rimasta a casa con i nonni quando i
genitori sono emigrati in Spagna, dice che, se sognerà la mamma, la terrà
stretta per la mano e forse la mattina si sveglierà con lei vicino. Poterla
portare dal sogno a casa la farebbe immensamente felice, rinuncerebbe anche al
cellulare, ai giocattoli, pure alla cioccolata. Una carezza data dalla mamma
non ha prezzo, dice. Anche Monica, una bambina di dieci anni, ha aspettato a
lungo la sua mamma. Troppo a lungo. Le mancava così tanto che il suo piccolo
universo è crollato. Senza padre sin dalla nascita e con la nonna che la
picchiava, Monica si è chiusa in se stessa. Non ha più voluto né mangiare né
parlare. Per mesi, dal suo letto di ospedale ad Arad (ovest della Romania),
guardava con i suoi grandissimi occhi marroni sempre verso la porta, sperando
che da lì sarebbe entrata la sua amata mamma. Ma la mamma, emigrata in Italia,
è venuta a visitarla solo poche volte e sempre minacciandola che se non si
fosse ripresa l’avrebbe abbandonata. Nonostante le minacce il viso della
bambina si illuminava quando vedeva la mamma, e secondo i medici quelli erano
gli unici momenti in cui la piccola stava un po’ meglio. Del resto, i suoi
occhi tristi guardavano invano la porta da dove ogni tanto entravano persone
che avevano sentito della sua grande sofferenza. Ma nulla è servito, né le
carezze della gente, né le parole della psicologa o gli sforzi dei medici. A
dieci anni Monica si è spenta a causa di un’anoressia nervosa dopo un’agonia
durata mesi e nella pesante mancanza della mamma. Ed è tragicamente lunga la
lista dei bambini che scelgono di togliersi la vita per il dolore di essere
rimasti soli.
La Romania, il paese più povero
dell’Unione Europea, è anche il paese con la più forte emigrazione. Milioni di
romeni sono partiti in cerca di una vita migliore, soprattutto per assicurare
un futuro ai figli. Sono andati all’estero ad accudire altri bambini e anziani,
mentre i loro figli soffrono della "sindrome Italia", termine con il
quale psicologici e medici romeni indicano disfunzionalità e malattie dei
bambini rimasti in patria senza genitori.
Per anni nella società romena si
è sempre parlato dei benefici materiali dell’emigrazione, dei soldi che i
romeni inviano in patria, del loro contributo all’economia. Il fenomeno della
massiccia emigrazione è cominciato dopo la caduta del comunismo nell’89 e si è
intensificato con la libera circolazione e l’adesione all’Unione Europea
quattro anni fa. Alcuni sono riusciti a portare i bambini all’estero con loro.
Moltissimi no. Soprattutto le badanti che devono vivere nella casa degli
anziani che accudiscono. Non riescono a tornare spesso in patria a visitare e
abbracciare i propri figli perché non possono lasciare soli gli anziani in
Italia o Spagna e, anche per rientrare una volta all’anno, devono trovare una
sostituta. C’è così un’intera generazione cresciuta all’ombra dell’emigrazione.
Secondo l’Unicef, oltre 300 mila minori hanno uno o entrambi i genitori
all’estero. I bambini vengono affidati senza alcuna delega o documento
ufficiale ai nonni, ai parenti o addirittura ai vicini. E non tutti vivono in
condizioni materiali adeguate, perché spesso i genitori non riescono ad inviare
a casa somme di denaro sufficienti.
Si parla spesso del sacrificio
dei genitori, costretti a stare lontano dai propri figli; raramente si affronta
invece il tema delle privazioni affettive dei bambini che, per la disperazione,
provano ad attirare l’attenzione dei genitori, rifiutando di mangiare, di
parlare e alla fine di vivere. Questa è la faccia nascosta dell’emigrazione –
spiegano i sociologi – vite spezzate, famiglie rovinate e in genere una società
più povera in valori cui rapportarsi, dove i giovani respingono l’idea di
vivere in Romania e sognano a loro volta di emigrare. Lo Stato osserva il
fenomeno, impotente, senza fornire soluzioni per mitigare la situazione.
Nemmeno l’Unione Europea sembra
avere molte iniziative in merito. Già nel 2009 l’europarlamentare romena Corina
Cretu criticava, in una seduta plenaria del Parlamento Europeo, le autorità
nazionali ed europee per l’inadeguata importanza data al fenomeno dei bambini
lasciati soli in patria, considerandola una prova di mancanza di responsabilità
rispetto al presente e una incoscienza rispetto alle conseguenze future del
fenomeno. L’anno scorso la Commissione europea ha dato vita a uno studio
sull’impatto sociale dell’emigrazione, in particolare nell’Europa Centrale e
dell’Est, documento che potrebbe essere concluso nel 2012, secondo
l’europarlamentare romena Rovana Plumb, impegnata a studiare il fenomeno.
lunedì 17 ottobre 2011
La carica delle coppie miste in Italia 30 mila nati l´anno , di Vladimiro
Polchi – La Repubblica, 17 ottobre 2011
Il fenomeno in aumento anche da
noi: perlopiù sono i maschi a sposare le donne straniere. Oltre un bambino su tre nasce fuori dal
matrimonio. Il 20 per cento vive in Lombardia, seguita dal Lazio. Tra le città,
il primato spetta a Roma con 1.529 nati nel 2008
ROMA. Anche da noi potrebbero
presto diventare la maggiore minoranza del Paese. Non sono un ossimoro: sono i
"meticci d´Italia". Padre italiano, madre straniera o viceversa, i
figli di coppie miste non arrestano la loro corsa: 23.970 nel 2008, 25mila nel
2009, oltre 29mila nel 2010.
Gli ultimi dati Istat parlano
chiaro: il calo delle nascite in corso nel nostro Paese è da attribuirsi alla
diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani (25mila in meno in due
anni). I nati da almeno un genitore straniero continuano invece ad aumentare,
seppure a un ritmo più contenuto: in media 5mila in più nel 2009 e nel 2010, un
incremento dimezzato rispetto a quanto osservato nel 2008. Più nel dettaglio: i
nati da genitori entrambi stranieri sono stati oltre 77mila nel 2009 e 78mila
nel 2010, poco meno del 14 per cento del totale dei nati. Se a questi si
sommano i nati da coppie miste si arriva a quota 102mila nati da almeno un
genitore straniero nel 2009 e 107mila nel 2010.
Leggendo con attenzione i numeri
dell´Istat, balza agli occhi il primato conquistato dai "meticci"
come minoranza. Un esempio? Nel 2009 i nati da coppie italiane sono stati
466mila, mentre i figli con almeno un genitore straniero hanno superato quota
102mila. Di questi, i primi per numero (25mila) sono proprio i nati da coppie
miste, in cui cioè uno dei genitori è italiano, seguiti a distanza dai figli di
genitori marocchini (13.389), romeni (12.868), albanesi (9mila) e cinesi
(5mila). Scendendo ancor più nel dettaglio si vede come i figli di coppie miste
abbiano per lo più padre italiano e madre straniera: nel 18 per cento dei casi
la mamma è romena, nel 9 per cento polacca, nel 6 per cento brasiliana e nel
5,7 per cento ucraina. Più raro il caso inverso: in tal caso i padri stranieri
vengono in maggioranza da Marocco (11,5 per cento), Albania (11 per cento) e
Tunisia (7 per cento). Non è tutto.
Molte sono le coppie di fatto:
tra i figli di coppie miste, oltre un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio
(circa il 35 per cento). Dove vivono i meticci d´Italia? Nel 20 per cento dei
casi in Lombardia, poco meno nel Lazio. Tra le città, il primato indiscusso
spetta a Roma con 1.529 nati da coppie miste nel 2008.
«Il trend di crescita dei figli
di coppie miste si confermerà sempre più in futuro – sostiene Mara Tognetti,
che insegna Politiche dell´immigrazione alla Bicocca di Milano – e se a queste
sommiamo le coppie miste-miste, in cui cioè i genitori sono entrambi stranieri
ma di diversa nazionalità, il risultato sarà una società sempre più plurale».
I figli di coppie miste
acquistano la cittadinanza italiana grazie a uno dei due genitori, «ma non sono
per nulla al riparo – si legge nell´ultimo dossier Caritas/Migrantes – delle
difficoltà di inserimento e d´integrazione scolastica. A differenza di quanto
dimostrato in altri Paesi europei, il percorso di crescita all´interno di un
ambiente familiare misto non conduce a fenomeni di metissage e d´identità
ibride apprezzate. Al contrario sembra prevalere la stigmatizzazione, insieme a
sentimenti di spaesamento».
Attenzione però alle
generalizzazioni: «I figli di coppie miste – avverte la Tognetti – non sono un
corpo omogeneo, ma al loro interno hanno diverse specificità a seconda della
nazionalità del genitore straniero, della connotazione etnica, della religione,
del continente di provenienza». Una cosa è però certa: «Questi ragazzi hanno
grandi potenzialità, sono i nuovi italiani, ma la loro è un´esperienza non
ancora consolidata, va dunque sostenuta e accompagnata con attenzione».
sabato 1 ottobre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
lunedì 26 settembre 2011
mercoledì 10 agosto 2011
Londra, fine del multiculturalismo di Massimo Introvigne, 10-08-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati - in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l'uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.
Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che - spiazzati dalla concorrenza degli iPhone - sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce - e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette "primavere arabe" - dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della "vie chère" in Francia, che - abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati - prepararono la Rivoluzione francese del 1789.
Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento - ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica - del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell'immigrazione.
La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito "una narrativa comune", un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.
In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti "professionisti dell'anti-razzismo" dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una "narrativa comune" alla canadese.
I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.
Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere - all'interno, appunto, di una "narrativa comune" - in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l'uso di certe droghe "etniche" e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.
In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri "ingestibili" dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.
Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L'alternativa, tuttavia, non è l'uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall'ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un'affermazione forte dell'identità e della storia della maggioranza - che in Europa è cristiana - e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d'ingresso a una "narrativa comune".
In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham - dove muore il multiculturalismo - e delle banlieue parigine, dove è morto l'uniculturalismo, è una "terza via" italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d'integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un'ambigua "gestione separata" alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate - per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo - è sempre dietro l'angolo.
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