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lunedì 21 maggio 2012


La chiave per una vera integrazione, S.E. Cardinale Angelo Scola, 19 maggio 2012, http://www.ilsole24ore.com

Accurate indagini statistiche riferiscono che già nel 2009 le famiglie residenti nel nostro Paese con almeno un componente straniero erano più di due milioni e quelle interamente composte da stranieri erano più di un milione e mezzo. Dati rilevanti, che sottolineano come, anche in Italia, i complessi rapporti tra eventi migratori e realtà familiari meritino ormai di essere approfonditi con attenzione. Di un tema tanto ampio e articolato, non riuscirò naturalmente a cogliere e a proporre in queste poche righe se non alcune sfaccettature, utili però - a mio avviso - per cominciare almeno a suscitare una qualche riflessione.
Una prima constatazione si impone con evidenza: nella maggior parte dei casi alle spalle di un singolo adulto che emigra c'è, e rimane, una famiglia. La scelta di chi parte interpella e sfida profondamente la rete di relazioni umane in cui la persona è stata fino a quel momento fisicamente inserita. Ciascuno dei suoi cari può infatti posizionarsi diversamente, anche in maniera critica, rispetto all'evento. In altre situazioni è la famiglia stessa, con decisione unanime, ad affidare a uno dei suoi membri il compito di andare, fare fortuna e poi tornare. O ad incaricarlo di preparare nel nuovo Paese le condizioni per una successiva migrazione più ampia, magari soltanto di moglie e figli, o di altri più numerosi parenti. Non sono rari nemmeno i casi in cui la decisione di espatriare prende origine dal desiderio di allontanarsi da una situazione familiare compromessa, di riscattarsi da vincoli oppressivi, oppure addirittura da un'esplicita espulsione dalla propria rete familiare. Questi sintetici esempi dicono bene come dietro ad ogni progetto migratorio ci possa essere una famiglia che fa il tifo, che trema, o che al contrario è indifferente o avversa, con importanti e prevedibili conseguenze. Sentirsi sostenuti e incoraggiati dai propri cari aiuterà, infatti, a muovere con maggiore tranquillità e sicurezza i primi passi in un paese straniero. Al contrario un'esperienza personale negativa nell'ambito delle relazioni affettive più strette potrebbe non facilitare subito un'integrazione serena. Anche dopo l'iniziale tentativo di insediamento, le relazioni familiari originarie continuano per lo più ad orientare attivamente la storia di chi è partito. La tecnologia attuale, consentendo scambi anche quotidiani attraverso il telefono o la rete con la maggior parte delle nazioni del mondo, facilita e rinforza questo fenomeno.
Analizzando la storia delle migrazioni, i risultati di indagini qualificate ci portano a constatare che, quando a trasferirsi sono le famiglie unite e non i singoli individui, l'integrazione è facilitata. Per quanto la qualità dell'accoglienza incontrata nel paese straniero possa essere determinante, già la stessa organizzazione familiare, con la sua capacità di avvicinare le differenze, di accogliere le novità dei mutati ambiti di vita e di integrarle con i preesistenti sistemi di valori, rappresenta un passo decisivo verso questa meta. Essa facilita l'avviarsi delle forme di mediazione su cui si fondano i processi d'inculturazione e realizza le premesse indispensabili per una convivenza pacifica, su uno stesso limitato territorio, d'individui di diversa provenienza etnica. Se dunque si contribuisse a conciliare e a rendere il più possibile coerenti i progetti migratori con le esigenze fondamentali dei nuclei familiari, indubbi vantaggi ricadrebbero sull'intero tessuto civile.
Anche gli effettivi rapporti tra le famiglie immigrate e i contesti sociali dei paesi d'accoglienza non devono essere valutati in maniera troppo semplicistica. Prendiamo in considerazione, al proposito, una variabile importante, costituita dalle religioni di appartenenza. Indagini del 2009-2010 ci dicono che tra i migranti che hanno raggiunto il nostro Paese, la componente musulmana rappresenta il 28,2%, quella cattolica il 25,7% e quella ortodossa il 24,6%. Ebbene, è vero che le famiglie provenienti da culture e società non occidentali possono continuare a subire il fascino dei valori di riferimento delle loro comunità d'origine e restare soggette a una forte pressione dei loro codici e delle loro tradizionali regole di vita. È altrettanto certo però che esse sono spesso in grado di modellare attivamente queste influenze e decidere, entro un certo margine, come poterle inserire all'interno dell'universo di valori che caratterizza la loro nuova esistenza quotidiana. Le dinamiche di interazione vanno quindi colte nella loro complessità: le famiglie possono diventare ponti fondamentali tra i migranti e le culture che li accolgono, oppure ridursi a fortezze impermeabili a qualsiasi tipo di dialogo.
Accenno infine soltanto a due ulteriori sfide, impegnative ed urgenti, con cui il nostro Paese dovrà presto misurarsi: il ricomporsi dei nuclei familiari dei migranti e l'ingresso nella società italiana delle loro giovani generazioni. L'auspicio, anche in questo caso, non può che essere quello di evitare soluzioni frettolose e sommarie. Elaborando interventi e misure di sostegno adeguati, la famiglia, riconosciuta come risorsa, dovrà essere valorizzata quale soggetto attivo di vita buona.

venerdì 11 maggio 2012


Violenza sulle ragazzine bianche E si apre la «questione asiatica», di Fabio Cavalera, 11 Maggio 2012, Corriere della Sera

Come è possibile? Già, come è possibile che una ragazzina di quindici anni un bel giorno si presenti davanti a un poliziotto e a un assistente sociale e racconti una storia di orrore ma nessuno muova un dito per acciuffare gli squallidi suo approfittatori? «Mi hanno stuprata, venduta, costretto a fare sesso con uomini di tutte le età». Non è nemmeno l’unica a svelare, tanto tempo fa, che c’è una gang di pachistani con passaporto britannico che aggancia le ragazzine minorenni, le circuisce, poi le costringe a prostituirsi, le droga e le consegna ai pedofili di Manchester, di Liverpool, del Lancashire e del West Yorkshire. C’è, ad esempio, Emma Jackson, adesso maggiorenne, che spiega che cosa combinano quei nove orchi, taxisti e commercianti asiatici, capi dell’odioso network. «Mi hanno agganciata due ragazzi eleganti in un centro commerciale. Mi hanno riempita di attenzioni per un po’, poi mi sono saltati addosso e da allora mi hanno costretto a stare con chiunque». E c’è pure la testimonianza di una quattordicenne che è dovuta soccombere con 25 bestie. Lo sapeva la polizia. Lo sapevano i servizi sociali che 631 bambine e ragazzine fra i 12 e i 16 anni, «bianche e figlie della working class», dal 2008 a oggi sono state carne da macello per quella banda di pachistani. Eppure non hanno mosso un dito. «Vergogna nazionale» hanno titolato i giornali. L’omertà ha vinto. Che sia stato per complicità? O per che cosa d’altro? Si scopre nel corso del processo a Liverpool che è persino peggio di quello che si può immaginare. Hanno taciuto le istituzioni in ossequio al principio del «politicamente corretto», ossia in base alla presunzione che andare a ficcare il naso fra gli asiatici, specie i pachistani, trapiantati in Gran Bretagna, cittadini britannici, fosse pericoloso, che alterasse gli equilibri etnici, che venisse bollato con l’etichetta di «razzismo». E hanno lasciato che il mercato dei pedofili proliferasse, che 631 bambine e ragazzine finissero sfruttate e violate, due morte. E ora, davvero, la destra estrema soffia sul fuoco perché sull’onda dell’indignazione vuole trasformare il caso in vendetta. Così, il processo di Liverpool e la storia dei nove aguzzini riportano sotto riflettori la «questione asiatica». Persino il quotidiano progressista Independent non ha altro modo di definirla: è il conflitto di valori fra le comunità straniere, un conflitto latente e irrisolto. Ci si interroga: è razzismo chiamare le cose con loro nome? E’ razzismo scrivere che in certi angoli dell’immigrazione resta consolidata una diversa cultura della vita? E’ razzismo arrestare gli orchi? Nell’ultima udienza il pubblico accusatore, Nazir Afzal un musulmano anche lui di origini pakistane, l’ha ammesso: «Il bagaglio culturale importato dagli imputati ha giocato un ruolo centrale, per loro la donna è un essere inferiore». Prima, uno dei condannati, Mohamed Amin, si era lasciato scappare: «Da noi in Pakistan, ci si sposa a 13 o 14 anni, che male c’è avere rapporti con le ragazzine minorenni?». Il silenzio ha normalizzato le crudeltà. Gli archivi della polizia sono pieni di denunce. I centri di assistenza sociale anche. Però, dei sedicimila assalti sessuali consumati nel 2011 nei confronti di minorenni, rivela il Guardian, solo 4 mila hanno avuto una ricaduta processuale. Perché? Carnefici e vittime appartengono a gruppi diversi: bianchi, neri, asiatici. Non c’è un timbro speciale che definisce l’autore della violenza. Il fatto è che si afferma la «cultura della cautela», si nascondono i reati compiuti da chi appartiene a una certa etnia per la paura di ricadere nello stereotipo politico sbagliato. Si confondono la giustizia e la verità col razzismo. La questione asiatica è, sì, una «vergogna nazionale». Ma non a causa di quei nove orchi pachistani. Lo è a causa della polizia e dei servizi sociali inglesi che hanno taciuto. Il crimine del silenzio.

mercoledì 28 marzo 2012


La nostalgia globale di Federica Rampini, La Repubblica, 28 marzo 2012, http://www.dirittiglobali.it

Nell´era delle migrazioni "2.0", senza frontiere e senza distanze, il mal di casa è una vera e propria malattia. E Internet, spesso, non aiuta. Mai prima d´ora l´umanità aveva avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. I costi psicologici del nomadismo planetario sono però in aumento. La nostalgia è diventata la nuova patologia della globalizzazione. Sono molti gli espatriati che soffrono di depressione. Ma pochi ne parlanoIn totale sono 215 milioni le persone che si sono trasferite all´estero Ci sentiamo cosmopoliti, eppure non siamo così facilmente sradicabiliSkype, Facebook e email danno l´illusione che basti poco per annullare le distanze In tanti invece stanno peggio proprio dopo una videochiamata con i propri familiari

È il vero male del secolo, la nuova patologia diffusa dalla globalizzazione? Ha un nome antico: "Nostalgia di casa". Nell´Ottocento, all´alba delle migrazioni mondiali legate alla prima rivoluzione industriale, era un termine medico, usato nelle riviste scientifiche come descrizione di una vera malattia. Oggi viviamo nell´epoca delle migrazioni "2.0", un salto di civiltà ci ha trasportati in un universo senza frontiere e senza distanze. Mai prima d´ora l´umanità ha avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. Emigranti poveri in fuga dal sottosviluppo o dalle guerre; espatriati di professione; "cervelli" che si spostano all´estero in cerca di migliori opportunità scientifiche. La tipologia è vasta, ma si scopre che non siamo così facilmente sradicabili, esportabili, adattabili. I costi psicologici del nomadismo globale sono in aumento. I numeri delle nuove migrazioni sono impressionanti, fantastici o spaventosi, di certo senza precedenti nella storia. I dati della Organizzazione internazionale per le migrazioni rilevano solo per gli Stati Uniti un flusso in ingresso superiore a un milione di nuovi immigrati ogni anno. A livello planetario il numero totale degli emigrati viene censito in 215 milioni di persone; con una crescita di 25 milioni nell´ultimo quindicennio. E questa cifra non include le migrazioni interne, che possono comportare ugualmente spostamenti su grandi distanze, esperienze di sradicamento estremo. Basti pensare ai 10 milioni di contadini cinesi che ogni anno abbandonano le campagne e si riversano nelle metropoli costiere come Pechino o Shanghai. Anche il lavoratore americano licenziato a Detroit che si sposta per cercare un´occupazione in Arizona, fa un salto di qualche migliaio di chilometri, a grande distanza da dov´è cresciuto e da dove vivono i suoi affetti. Gli immigrati "interni" sono 740 milioni.
In totale, in questo istante un miliardo di abitanti del pianeta vivono l´esperienza dell´emigrazione: un essere umano su sette. E diventeremo molto più numerosi, ben presto. L´ultimo sondaggio Gallup World Poll rivela infatti che sono un miliardo e cento milioni coloro che «vogliono spostarsi temporaneamente all´estero nella speranza di trovare un lavoro migliore». Altre 630 milioni di persone vorrebbero «trasferirsi all´estero in modo permanente». Un terzo dell´umanità si sente psicologicamente sul piede di partenza, disponibile o costretto, attirato o rassegnato a doversi rifare una vita "altrove". Ai due estremi del ventaglio delle migrazioni, ci sono disperazione e libertà. Le diseguaglianze crescenti aumentano la pressione per abbandonare i luoghi più miseri e inospitali. Al tempo stesso è diventato più facile andarsene, e viviamo in una cultura che esalta la mobilità come un valore positivo. Il giovane italiano neolaureato, che ha assaggiato l´esperienza dell´estero con un programma Erasmus di studio in una facoltà straniera, sente dire che «i migliori se ne vanno», vede talenti che si affermano dopo avere spiccato il volo verso gli Stati Uniti.
Ma è proprio vero che il XXI secolo ci ha reso tutti cittadini del mondo, cosmopoliti e flessibili? Una studiosa americana delle migrazioni, Susan Matt della Weber State University, dimostra che è una forzatura. «Il cosmopolitismo - spiega la Matt - e cioè l´idea che gli individui possono e debbono sentirsi a casa propria in ogni angolo del mondo, risale nientemeno che all´Illuminismo. Solo ora però è diventata senso comune, valore di massa, come un ingrediente costitutivo dell´economia globale. Tuttavia dopo un decennio di ricerche sulle esperienze e le emozioni degli immigrati, ho scoperto che molti di coloro che lasciano casa in cerca di un futuro migliore finiscono per subìre uno spaesamento dagli effetti depressivi. Pochi ne parlano apertamente». Gli effetti collaterali possono variare a seconda dello status socio-professionale: non vivono la stessa vita il messicano immigrato a Los Angeles per lavorare come cameriere o giardiniere, e il giovane matematico italiano che ha vinto una cattedra a Berkeley. La Matt però ha scoperto che la sindrome nostalgica è interclassista, colpisce anche chi vive in condizioni migliori. «Skype, Facebook, le email e i cellulari traggono in inganno - sostiene la ricercatrice - perché danno l´illusione che migrare sia diventato indolore, che le conseguenze siano irrilevanti perché ormai basta un clic sulla tastiera per cancellare le distanze».
Le tecnologie hanno aiutato anche i più poveri. Per l´espatriato di élite, già trent´anni fa viaggiare era facile. Oggi con le compagnie aeree lowcost il volo intercontinentale è accessibile a masse sempre più vaste. La videotelefonata internazionale gratuita con Skype è nelle case di tutti, compresi i latinos che arrivano in California per lavorare negli aranceti e nella raccolta dei pomodori. La velocità di diffusione "democratica" di queste tecnologie è strepitosa. Lo documenta una ricerca della fondazione Carnegie: ancora nel 2002 solo il 28% degli immigrati qui negli Stati Uniti telefonava ai familiari almeno una volta alla settimana; oggi oltre il 66%. E tuttavia uno studio pubblicato nella rivista scientifica Archives of General Psychiatry dimostra che i messicani immigrati negli Usa hanno tassi di depressione superiori del 40% ai loro familiari rimasti in Messico. «Una imponente mole di ricerche - conferma Susan Matt - documenta lo stesso fenomeno in altre comunità etniche. Tutti i nuovi arrivati in America soffrono di alte percentuali di depressione e sindromi da stress di acculturazione».
Nonostante il maggiore benessere che spesso premia coloro che imboccano la strada dell´emigrazione, le percentuali di ritorno sono più elevate di quanto si creda. «Dal 20% al 40% di tutti gli immigrati negli Stati Uniti, finiscono per ritornare al paese d´origine». Tutto ciò non stupiva affatto gli psicologi dell´Ottocento. Nell´epoca dei pionieri, dopo la conquista del Far West e la febbre dell´oro (il primo boom d´immigrazione globale verso la California nel 1848), i medici studiavano sistematicamente le "malattie da emigranti", e il termine "nostalgia" ricorreva nel vocabolario clinico, come una sindrome precisa e talvolta fatale. Un articolo del 1887 sull´Evening Bulletin di San Francisco descriveva in modo dettagliato e struggente gli ultimi giorni di vita di un sacerdote irlandese, il reverendo McHale, «ucciso dai dolori della nostalgia di casa». Le riviste mediche americane di quell´epoca erano piene di una casistica simile. Parlare di nostalgia non era un tabù, nonostante che l´America fosse stata costruita su una visione gloriosa e positiva della mobilità, dello spirito di avventura, della voglia di conquista di nuovi territori.
«Oggi invece - osserva Susan Matt - le discussioni esplicite di questo fenomeno sono rare, anche nella comunità scientifica. Sembra quasi che le emozioni e i danni affettivi dell´emigrare siano un ostacolo imbarazzante, sulla strada del progresso e della prosperità individuale. L´idea che sia facile sentirsi a casa propria in ogni angolo del pianeta, deriva da una visione dell´umanità che celebra l´individuo solitario, mobile, facilmente separabile dalla sua famiglia, dalle sue radici, dal suo passato». In quanto all´illusione che le tecnologie abbiano abbattuto frontiere e distanze, la psicologa messicana Maria Elena Rivera ha raggiunto la conclusione opposta: molti suoi pazienti soffrono ancora più acutamente la lontananza da casa, dopo avere "assaggiato" l´atmosfera di una cena tra familiari e amici... osservata a mille chilometri di distanza sullo schermo di un computer o di un´iPhone via Skype.

venerdì 24 febbraio 2012


24/2/2012 Noi brava gente? Non è sempre vero di Vladimiro Zagrebelsky, http://www.lastampa.it/

 L’Italia non pratica e anzi vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. L’Italia assicura asilo ai profughi secondo le regole internazionali. Italiani brava gente.

La sentenza che i diciassette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno ieri all’unanimità emesso, ci dice che non è sempre vero e che qualche volta c’è scarto tra la realtà e la diffusa convinzione di esser noi all’avanguardia delle nazioni civili. Occasione quindi di riflessione e reazione, per far sì che quello scarto non ci sia mai più.

I fatti oggetto della sentenza vennero all’epoca molto pubblicizzati. Canali televisivi influenti ne dettero compiaciuta notizia, come di un’occasione in cui il governo aveva dimostrato la sua efficienza nel difendere i confini dall’invasione di migranti illegali. Invece di continuare a ricevere stranieri sulle nostre spiagge, per poi dover iniziare la difficile e spesso impossibile pratica dell’espulsione, semplicemente erano state inviate navi militari a intercettare in alto mare e a riportare indietro, in Libia, gli indesiderati barconi ed il loro carico umano. Semplice, economico e pratico, «poche storie!». Come ricordò il ministro dell’Interno in Senato si trattava di applicare l’accordo firmato nel 2009, sotto la tenda di Gheddafi. In quell’anno furono eseguite nove operazioni simili e centinaia di migranti furono respinti in quel modo. L’accordo italo-libico è poi stato sospeso nel 2011 nel corso della recente rivoluzione libica.

La Corte europea ha giudicato sul ricorso di undici somali e tredici eritrei respinti in Libia con quelle modalità. Essi hanno sostenuto che l’Italia li aveva esposti al rischio di trattamenti inumani da parte delle autorità libiche e di quelle del Paese di origine, se fossero stati colà riportati, e che l’Italia aveva eseguito una «espulsione collettiva», proibita dalle convenzioni internazionali e in particolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le modalità poi del respingimento avevano impedito ai ricorrenti di ottenere il controllo giudiziario della loro posizione. Una serie di autorevoli organismi internazionali è intervenuta davanti alla Corte, in appoggio ai ricorrenti. Tra questi gli uffici dell’Alto Commissario ai Rifugiati e dell’Alto Commissario ai diritti umani delle Nazioni Unite.

La Corte ha innanzitutto dichiarato che i ricorrenti erano stati imbarcati a bordo delle navi italiane e che quindi, secondo la legge internazionale e italiana, si erano venuti a trovare nella giurisdizione dello Stato italiano: sotto il controllo continuo ed esclusivo, di diritto e di fatto, delle autorità italiane, tenute ad osservare le disposizioni della Convenzione europea. La Corte ha affermato che le autorità italiane avevano consegnato i ricorrenti a quelle libiche nella piena consapevolezza del trattamento che rischiavano. Come accertato da organizzazioni internazionali serie ed affidabili come Amnesty International e Human Rights Watch e come anche confermato dal Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, i migranti respinti in Libia erano messi in detenzione in condizioni inumane, anche con casi di tortura. E lo stesso rischio vi sarebbe stato se e quanto dalla Libia i ricorrenti fossero stati riportati in Somalia o Eritrea, dove esisteva una pratica di detenzione e tortura dei cittadini che avevano tentato di lasciare il Paese.

La Corte ha quindi affermato che l’Italia aveva violato il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Si tratta di un divieto assoluto, che non riguarda solo il comportamento diretto delle autorità statali, ma anche quello indiretto del trasferimento ad altro Stato ove quelle pratiche hanno luogo. Non solo quindi il divieto di torturare, ma anche quello di non trasferire la persona in uno Stato ove sarà esposto al rischio di tortura o trattamento inumano. Lo stesso meccanismo della protezione anche indiretta opera quando l’espulsione o l’estradizione è verso uno Stato che pratica la pena di morte.

La violazione di cui l’Italia è stata ritenuta responsabile è tra le più gravi. Colpisce che essa si riferisca ad azioni che gli equipaggi delle navi militari sono stati obbligati a compiere, dopo che in altre circostanze quello stesso personale militare si era guadagnato l’ammirazione per l’opera efficace e rischiosa compiuta, secondo la legge del mare, per soccorrere battelli in difficoltà, scortarli a terra e salvarne da morte gli occupanti. Per questa loro attività quegli equipaggi erano stati elogiati dal Commissario di diritti umani del Consiglio d’Europa.

La Corte europea ha anche ritenuto che l’Italia abbia commesso una violazione del divieto di «espulsione collettiva», di espulsione cioè in blocco, senza esame della situazione individuale di ciascuna persona. Senza identificazione e accertamento dei motivi che inducono la persona alla fuga dal suo Paese, non si può accertare se l’espulsione crei pericolo per la vita o l’incolumità della persona o di persecuzione politica o religiosa o altro. Il diritto al rifugio che un migrante può avere non è assicurato quando, com’è avvenuto, non si accerti la condizione personale di ciascuno. La pratica della riconsegna collettiva alla Libia di tutti i migranti raccolti in mare, ha evidentemente impedito ogni esame individuale e, a maggior ragione, il ricorso a un giudice.

La sentenza è definitiva. I principi affermati - non nuovi nella giurisprudenza della Corte europea - valgono per l’Italia come per tutti i quarantasette Paesi del Consiglio d’Europa. Ed anche, val la pena di ricordare, per i Paesi membri dell’Unione Europea quando definiscono la politica e le iniziative comunitarie di contrasto e gestione dell’immigrazione irregolare. Ma intanto e innanzitutto il governo italiano (il nuovo governo) deve dare esecuzione alla sentenza, non solo indennizzando i ricorrenti, ma anche cessando pratiche come quelle che la Corte ha condannato ed assicurando a tutti coloro che in qualunque modo, anche irregolare o illegale, vengono a trovarsi nella giurisdizione italiana, il pieno ed eguale godimento dei diritti fondamentali. Diritti che non appartengono ai soli cittadini, ma sono propri di tutte le persone umane.

martedì 17 gennaio 2012


Il Papa: «Gli immigrati non sono numeri» di Massimo Introvigne, 16-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

«Milioni di persone sono coinvolte nel fenomeno delle migrazioni, ma esse non sono numeri! Sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». Sono le parole di Benedetto XVI nell'Angelus di domenica 16 gennaio, in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato, cui il Papa aveva già dedicato un documento pubblicato lo scorso 25 ottobre 2011. Il tema è molto interessante, e circondato da equivoci e slogan. Vale dunque la pena di cercare di capire meglio che cosa insegna la Chiesa in tema d'immigrazione.

Nella magna carta della dottrina sociale della Chiesa per il XXI secolo, l’enciclica «Caritas in veritate», Benedetto XVI fissa tre principi fondamentali relativi alla questione dell’immigrazione, che – sottolinea – è «di gestione complessa», comporta «sfide drammatiche» e non tollera soluzioni sbrigative. Esaminiamoli uno per uno.

Il primo principio è l’affermazione dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate». Una volta che è arrivato nel Paese di destinazione, il migrante deve vedersi riconosciuti i «diritti fondamentali inalienabili», e dev’essere sempre trattato come una persona, mai «come una merce», o - appunto - come un numero.

Il secondo principio è che si devono ugualmente salvaguardare i diritti «delle società di approdo degli stessi emigrati»: diritti non solo alla sicurezza ma anche alla difesa della propria integrità nazionale e della propria identità. Pochi giorni fa, il 12 gennaio, parlando agli amministratori di Roma e del Lazio il Pontefice ha ricordato che gli immigrati non hanno solo diritti ma anche doveri. È «necessario [...] alimentare percorsi di piena integrazione, che consentano l’inserimento nel tessuto sociale», in modo che anche l'immigrato impari a «sentire il luogo dove risiede come la "casa comune" in cui abitare e della quale prendersi cura, nell’attento e necessario rispetto delle leggi che regolano il vivere collettivo».

Il terzo principio riguarda i diritti delle comunità di cui chi emigra fa parte, comprese le società di partenza degli emigrati, che si deve porre attenzione a non svuotare di risorse e di energie, sottraendo loro con l’emigrazione persone che sarebbero utili e necessarie nel Paese di origine. Va sempre posta attenzione, afferma ancora la «Caritas in veritate», al «miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare»: anzitutto dove sono nate, e senza essere costrette o indotte all’emigrazione. In occasione del viaggio del 2008 negli Stati Uniti Benedetto XVI aveva precisato: «La soluzione fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro ed un futuro nella terra d’origine».

Questi tre principi sono violati da tre distinti atteggiamenti e ideologie.

Il primo principio è negato dalla xenofobia – descritta e denunciata dal Beato Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) nel Messaggio per la 89a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2003, del 24 ottobre 2002 –, cioè dalla convinzione che l’altro, lo straniero è per definizione inferiore a chi abita da sempre il Paese di approdo dell’emigrazione e può essere quindi discriminato in quanto straniero. C’è una xenofobia rozza e talora semplicemente stupida, quella di chi scrive sui muri «Morte agli immigrati». E ce n’è una più scaltra e sottile, quella di chi sfrutta la diffusione di questi sentimenti per la manipolazione degli immigrati al servizio di strategie di potere economico – l’immigrato è considerato soltanto un lavoratore che costa meno – quando non criminale. Un certo «turbocapitalismo» davvero considera l’immigrato «come un numero» e non come una persona. Nel mio anno di lavoro come Rappresentante dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e alla discriminazione religiosa ho potuto constatare come spesso un razzismo e una xenofobia di fatto in Europa coesistano tranquillamente con solenni proclamazioni di anti-razzismo, che poi non hanno traduzioni pratiche, tanto meno nel mondo del lavoro.

Il secondo principio è violato da quello che molti studiosi oggi chiamano «immigrazionismo», cioè dall’ideologia secondo cui l’immigrazione è per definizione e comunque un fenomeno eticamente e culturalmente buono ed economicamente vantaggioso, e negare che lo sia sempre è di per sé manifestazione di xenofobia e di razzismo. In quanto non chiede agli immigrati di rispettare i valori delle società che li accolgono - come invece chiede il Papa - e propone un multiculturalismo assoluto, secondo cui tutte le culture sono uguali e qualunque comportamento che sia diffuso o tipico di una certa comunità dev'essere per questa sola ragione tollerato, l'immigrazionismo è una forma tipica del relativismo contemporaneo.

Il terzo principio è violato dal disinteresse per le prospettive di vero sviluppo delle comunità degli immigrati, sia in patria sia nella diaspora. Un punto centrale della «Caritas in veritate» è che l'autentico sviluppo non può non comprendere lo sviluppo religioso, la scoperta e la conservazione della vera fede. Nell'Angelus del 15 gennaio il Pontefice ha ricordato che «nel mio Messaggio per questa Giornata del Migrante e del Rifugiato ho richiamato l’attenzione sul tema “Migrazioni e nuova evangelizzazione”, sottolineando che i migranti sono non soltanto destinatari, ma anche protagonisti dell’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo». Chi pensa che i migranti abbiano bisogno solo di pane e coperte, e non di verità e della Parola di Dio che salva non vuole veramente il loro bene.

giovedì 22 dicembre 2011


IL CASO/ 1. Lei musulmana, lui cristiano: quell’amore "proibito" finito davanti al pm - INT. Salvatore Abbruzzese, giovedì 22 dicembre 2011, il sussidiario.net

E’ finito davanti al giudice l’amore “proibito” tra due ragazzi di 23 e 19 anni, entrambi della provincia di Venezia. Una storia come tante altri, se non fosse che lei è musulmana del Kosovo e lui cattolico e italiano. I genitori della ragazza, quando hanno saputo della relazione, hanno tentato di stroncarla sul nascere con minacce di morte, intimidazioni e violenze verbali. Al punto che sono dovuti intervenire i carabinieri, i quali hanno informato la Procura di Venezia. E il pm Massimo Michelozzi ha deciso di disporre per padre, madre e fratelli di lei il divieto di avvicinare la stessa ragazza, il suo fidanzato italiano e di recarsi nel Paese dei familiari del ragazzo. Ilsussidiario.net ha chiesto a Salvatore Abbruzzese, professore di Sociologia della Religione all’Università di Trento, di commentare questo fatto di cronaca.

Professor Abbruzzese, che cosa può scattare nella mente di un padre che arriva a minacciare la figlia di morte?

Quanto avvenuto a Venezia è l’esempio di ciò che avviene quando si sposta una persona sradicandola dal luogo in cui ha i suoi punti di riferimento e facendola entrare in un contesto completamente diverso e per molti versi antitetico. Gli immigrati che arrivano in Italia non si rendono conto del fatto che i figli subiranno comunque il fascino della nuova cultura nella quale si trovano a vivere. Sembra che le persone non vogliano assolutamente rendersi conto di come gli universi culturali siano in qualche maniera esterni alle loro valutazioni e abbiano la loro influenza. E’ un problema classico delle famiglie degli immigrati venire dal Kosovo in Italia illudendosi che si possa vivere nel nostro Paese con i propri valori d’origine, senza che i figli abbiano dei problemi e confidando semplicemente sulla propria capacità di tenere salda la barra. Lo avevano anche le famiglie degli immigrati italiani quando andavano in Francia, in Svizzera o negli Usa. C’era esattamente questo stesso problema. L’errore sta quindi nel sottovalutare l’influenza delle culture, specialmente nei confronti dei più giovani che sono personalità aperte, che si stanno strutturando e quindi si guardano intorno, cercando dei modelli che non sempre sono positivi, ma che inevitabilmente finiscono per influenzarli. Qualsiasi famiglia che sceglie di emigrare in un altro Paese dovrebbe sapere queste cose.

In questo caso però oltre a una differenza di nazionalità, ce n’è anche una religiosa. Fino a che punto può diventare una differenza ancora più radicale?
Sicuramente la religione diventa una differenza radicale quando è usata strumentalmente come un’arma di differenziazione per motivi identitari. Le religioni in realtà convivono da moltissimi secoli e sono passate attraverso momenti di tensione, ma anche attraverso secoli di convivenza pacifica. Il problema è l’uso distorto delle religioni, quando cioè queste non sono più praticate come messaggi di salvezza, ma come strumenti di definizione della propria esistenza sociale e del proprio profilo culturale. E’ come se io, invece di vivere il mio cattolicesimo per affermare che Gesù si è incarnato, lo utilizzassi per difendere la mia tradizione nazionale.

Per quale motivo le società finiscono per utilizzare la religione in modo strumentale?

Fino a quando io non mi rendo conto del valore dell’altro, ma in qualche modo lo cancello e lo determino a priori, la conseguenza è sempre e comunque lo scontro. E questo è un problema reciproco, sia da parte dei cattolici sia da parte dei musulmani. Fino a quando un musulmano è convinto che l’altro sia portatore soltanto di valori negativi, in quanto professa un’altra religione, qualsiasi soluzione pacifica è assolutamente improponibile: con quel sistema, con quel metro di valutazione della realtà, senza introdurre elementi di mediazione, mi sembra chiaro che nei fatti non c’è nessuna possibilità di apertura. L’Islam vieta il matrimonio tra una donna musulmana e un uomo cristiano.

Questo può rappresentare un ostacolo insuperabile all’integrazione?
Ovviamente rappresenta un ostacolo non di poco conto. Occorre vedere però come di fatto si sono comportate nei confronti di questo precetto islamico le comunità immigrate negli Stati Uniti. Qui infatti l’universo musulmano è passato attraverso trasformazioni veramente significative. Alcuni dei musulmani americani dell’ultima generazione per esempio non prendono più dei nomi arabi, bensì inglesi. Negli Stati Uniti cioè ha avuto successo una convivenza che ha profondamente trasformato la stessa natura dell’Islam. E non è un caso se il dialogo con i musulmani avviene molto di più negli Usa che non in Europa. Quindi in America abbiamo avuto una religione che è andata incontro a una notevole apertura, con persone che pur restando musulmane non discreditano affatto chi ha convinzioni diverse dalle loro.

Quindi la capacità di integrarsi non dipende dalla religione, ma dal modo in cui la si vive?

Sì, ne sono profondamente convinto. Le religioni sono sistemi apparentemente chiusi su un piano teologico, nel senso che un principio teologico è di fatto dato una volta per tutte. Ma le possibilità applicative, le evoluzioni e le trasformazioni sono assolutamente molto più frequenti di quanto non si creda. Un conto è il “dogma teologico”, un altro le sue applicazioni e i suoi sviluppi sociali.

Ma di fatto come si può superare una norma religiosa che impone una chiusura agli altri?
Nel pensiero islamico sono presenti degli elementi di riconoscimento dell’altro, ma in questo momento non sono fatti valere. Ciò su cui si insiste, al contrario, è l’istanza di separazione e di condanna. Il problema che mi preoccupa di più è il fatto che ad andarci di mezzo siano persone concrete, ragazzi e soprattutto ragazze. Dopo essere state portate in Italia come dei “pacchi”, giungono qui e trovano un mondo diverso, trovandosi a vivere un dramma infinito.

E’ vero che gli immigrati sono gli strati di solito meno colti dei popoli da cui provengono?

Su questo starei attento, perché noi in realtà conosciamo molto spesso l’universo musulmano attraverso fatti di cronaca come quello di Venezia. Finiamo quindi per leggerlo attraverso dei fenomeni di scontri o di devianze perché sono quelli che fanno più rumore. Mentre non sappiamo nulla degli immigrati che si integrano, perché non fanno notizia e quindi nei loro confronti ci vorrebbe uno strumento di analisi completamente diverso. Quello che noi finiamo per conoscere è l’Islam peggiore, e così leggiamo dai giornali dell’immigrato che vuole accoltellare la figlia, e non sappiamo nulla dei 1.500 che cercano dei percorsi di convivenza e ricomposizione. E’ un mondo che esiste ma non emerge, in parte perché queste persone non vogliono apparire e in parte perché noi viviamo di ciò che ci arriva dai mezzi di comunicazione di massa.

(Pietro Vernizzi)


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venerdì 25 novembre 2011

Italiani si nasce, cittadini si diventa di Tommaso Scandroglio, 25-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
 
“Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità. I bambini hanno questa aspirazione”. Queste le parole del presidente Giorgio Napolitano pronunciate un paio di giorni fa in occasione dell’incontro al Quirinale con la Federazione delle Chiese evangeliche. Il Capo dello Stato in buona sostanza suggerisce di assegnare la cittadinanza italiana ai figli di stranieri al momento della nascita su suolo italiano. E’ una proposta da condividere?

La questione è complessa e non di immediata soluzione. Cerchiamo di dipanare l’intricata matassa tentando di fare una sintesi di ciò che dice il nostro ordinamento giuridico a riguardo (per forza di cose dovremo tralasciare alcuni casi marginali) e accennando alla disciplina legislativa vigente in altre nazioni.

In via preliminare dobbiamo ricordare che nella maggioranza dei paesi europei in tema di cittadinanza si adottano un mix di due criteri: lo jus sanguinis e lo jus soli. Il primo fa acquisire la medesima cittadinanza dei genitori. Il secondo criterio assegna la stessa cittadinanza del luogo di nascita. A seconda delle nazioni si propende più per un criterio piuttosto che per l’altro.

In Italia la materia è regolata dalla legge n. 91 del 1992. Analizziamo per sommi capi il suo contenuto. Il figlio di genitori italiani diventa anch’egli italiano. Ciò accade anche nel caso il minore fosse adottato ed anche nel caso in cui l’adottato fosse un bambino straniero.

Il cittadino straniero può acquisire la cittadinanza italiana? Sì in questi casi e secondo queste condizioni. Se uno straniero sposa un cittadino italiano acquisisce la cittadinanza italiana dopo che ha risieduto legalmente in Italia per due anni (non valgono al fine del computo eventuali e precedenti anni di convivenza). Se hanno già un figlio, è sufficiente un solo anno.

Oppure si può ottenere la cittadinanza italiana se si risiede legalmente in Italia da dieci anni (quattro se si proviene da uno Stato europeo). Infine il figlio di straniero, nato sul suolo italiano, può diventare cittadino italiano se entro il 19° anno di età ne fa richiesta e se fino ai 18 anni è stato legalmente residente in Italia senza interruzioni significative.

Quest’ultimo caso interessa da vicino ciò che ha detto Napolitano. Il Presidente della Repubblica desidera modificare questa parte della legge (art. 4, comma 2) e far ottenere la cittadinanza ai figli di stranieri appena questi nascono in territorio italiano e non più al raggiungimento della maggiore età e con il requisito aggiuntivo della residenza continuata. In sintesi vorrebbe sostituire il criterio dello jus sanguinis con quello dello jus soli.

Tentiamo di comprendere la ratio delle disposizioni della legge 91/92 al fine di valutare la validità o meno della proposta di Napolitano. Per farlo dobbiamo prima capire cosa s’intenda per “cittadinanza”, termine a dir il vero assai ambiguo. Vi sono vari significati di “cittadinanza”. C’è un’accezione giuridica che rimanda ad un insieme di diritti e doveri esclusivi del cittadino che invece gli stranieri non hanno (es. il diritto al voto). Ovviamente tutti, cittadini dello Stato e non, possono esigere da questo la tutela dei diritti fondamentali. Dal punto di vista sociologico invece il cittadino è colui il quale è legato da significative relazioni con gli altri cittadini e con i propri governanti. Sotto la prospettiva culturale invece la cittadinanza è espressione di un’adesione ad un patrimonio di valori, tradizioni, etc. appartenenti ad una nazione. Nella nostra tradizione occidentale non c’è posto invece per considerare cittadino chi semplicemente è nato in un certo luogo.

Se proviamo a mettere ordine nelle definizioni appena accennate vediamo che dal punto di vista logico particolare rilievo acquisisce il significato culturale di cittadinanza, da cui deriveranno poi gli altri due significati (a questo proposito si veda cosa dice Aristotele nella Politica). Chi – al di là della propria etnia –  si riconosce in un certo paradigma valoriale del paese dove si trova a vivere poi parallelamente non potrà che sentirsi legato sia ad altre persone che sposano medesime visioni culturali (ecco il significato di “Fratelli d’Italia”) sia ai governanti che sono i primi custodi di questo deposito di tradizioni, costumi e modelli di vita.

L’adesione partecipata alla cultura di un paese e quindi l’instaurarsi di significative relazioni interpersonali diventano allora requisito per vedersi riconosciuti alcuni privilegi, alcuni diritti particolari e relativi doveri. Dunque l’identificazione culturale genera l’integrazione sociale e questi due fattori, che potremmo chiamare “il sentirsi popolo”, permettono l’accesso ad uno speciale status giuridico. Fu uno sbandamento giuridico di matrice giacobina che invece iniziò ad instillare nei governanti l’idea egualitaria che anche lo straniero potesse pretendere questi privilegi  perché uomo al pari degli altri.

Quanto appena esposto è fatto proprio dalla Chiesa. Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n. 386 possiamo leggere: “Ciò che caratterizza in primo luogo un popolo è la condivisione di vita e valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e morale”. Quindi l’elemento di coesione culturale e relazionale genera un popolo e questo viene definito politicamente come Nazione: “A ogni popolo corrisponde in generale una Nazione” (387).

Questa visione non è solo sposata dalla Chiesa ma è anche alla base delle scelte normative del nostro ordinamento in questa materia. Ciò che è importante per il nostro legislatore al fine di assegnare lo status di cittadino italiano ad uno straniero è provare che questi aderisce sinceramente a quel pacchetto di valori e tradizione che sono il DNA del popolo italiano. Ecco perché si richiede, nei casi prima citati, che lo straniero abbia vissuto in Italia per un certo lasso di tempo. La residenza per più anni dovrebbe provare che lo straniero si è italianizzato. Certo, è solo una presunzione giuridica, dato che lo straniero nonostante gli anni vissuti qui potrebbe anche odiare i nostri costumi e valori. Ma è meglio che niente.

Dunque è da rigettare l’ipotesi proposta da Napolitano che vede il figlio di stranieri acquisire la cittadinanza al momento della nascita, perché esclude quel periodo temporale di prova necessario per verificare una sincera affezione dello straniero alla nazione Italia. Giusto invece attendere la maggiore età per verificare se questi si senta davvero e consapevolmente italiano oppure no.

L’obiezione che si potrebbe fare è la seguente: il neonato di genitori italiani diventa subito italiano, senza che debba aspettare anni per aderire volontariamente alle nostre tradizioni. Si risponde che se il principio di presunzione vale per gli stranieri, questo stesso principio deve essere applicato anche ai figli di cittadini italiani. Ci spieghiamo meglio. Il nostro Stato presuppone che il bambino che nasce in una famiglia italiana per forze di cose crescerà imbevendosi di cultura italiana, perché sin dai primi giorni respirerà costumi, modi di pensare, abitudini proprie del Bel Paese, ed è quindi giusto assegnargli sin da subito la cittadinanza italiana (l’alternativa folle che rimarrebbe sarebbe quella di assegnargli lo status di apolide). Ed è per questo stesso motivo che al figlio di stranieri il nostro ordinamento non concede subito la cittadinanza italiana, perché questi crescerà in una famiglia che molto probabilmente gli trasmetterà valori e concezioni di vita del paese di origine dei genitori. La ratio  della concessione automatica della cittadinanza per figli di genitori italiani e della non concessione automatica della stessa ai figli di genitori stranieri è dunque la medesima.

Ma come si comportano negli altri paesi?  Forse che la via indicata dal Capo dello Stato è stata già percorsa da altre nazioni? A parte gli USA e la Francia pare proprio di no. Gli Stati Uniti hanno sempre applicato lo jus soli (ti basta nascere in America per diventare americano), a motivo del fatto che gli States storicamente sono la Nazione delle Nazioni, cioè un coacervo di varie etnie e culture. Sin dalla loro genesi non c’è mai stata un'unica identità nazionale di riferimento e dunque il criterio culturale non poteva essere il collante determinante per sentirsi popolo. In genere infatti un paese che subisce forti flussi immigratori, come gli USA, tende a privilegiare lo jus soli allo jus sanguinis. La prova di ciò è il dibattito che sta avvenendo in Italia: ben 28 sono le proposte di legge che, nella maggior parte dei casi e con sfumature a volte anche molto diverse, intendono introdurre nel nostro paese il modello dello jus soli.

In Danimarca, Grecia e Austria lo straniero, un po’ come da noi, diventa cittadino dello Stato dopo aver vissuto legalmente nei suoi confini per un tempo che va dai 9 ai 10 anni. In Francia, analogamente a quanto avviene nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, si viene naturalizzati dopo soli cinque anni di residenza. In particolare per la Francia vale il doppio jus soli: il bambino nato sul suolo francese da genitori stranieri anch’essi nati sul suolo francese acquisisce immediatamente la cittadinanza. Spostandoci in Germania la cittadinanza si ottiene dopo otto anni di residenza, però occorre avere rendite economiche che permettano l’autosufficienza e dar prova di conoscere la lingua e la Costituzione tedesca. Se vi sono tutti questi requisiti, oppure se si ha in mano anche solo un permesso di soggiorno permanente, i figli che nasceranno saranno automaticamente cittadini tedeschi. Oppure si può lucrare la cittadinanza sposando un cittadino tedesco e risiedendo per almeno due anni in Germania.

In Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna la residenza deve essere stata protratta dai 7 ai 10 anni, ma le norme sono più soft in materia di nascita sul suolo nazionale. Ad esempio in Irlanda il figlio di stranieri viene naturalizzato se uno dei due genitori ha un permesso di soggiorno permanente oppure è residente da almeno tre anni prima della nascita del figlio. In Spagna il figlio di stranieri ottiene la cittadinanza se il piccolo risiede nei confini per un solo anno. In Portogallo occorre invece che i genitori siano residenti da almeno dieci anni o se proveniente da un paese di lingua portoghese. In Belgio si ottiene la cittadinanza automaticamente allo scoccare del 18° anni di età, o al 12° se i genitori sono residenti almeno da dieci. Insomma in nessuno di questi stati vale il criterio del solo jus soli proposto da Napolitano.

mercoledì 23 novembre 2011


Avvenire.it, Politica - 23 novembre 2011 – INTERVISTA - Andrea Riccardi: «Quei bimbi sono parte del nostro futuro»

«Io credo che il presidente Napolitano abbia toccato un punto nodale della questione, ovvero che per l’integrazione si debba cominciare proprio dai bambini». Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, si è da pochissimi giorni calato nei panni di ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione  degli immigrati. I suoi telefoni squillano continuamente e non è facile intervistarlo. Ma da quello che dice, pare proprio che abbia già le idee molto chiare sulle linee politiche che intenderà seguire al vertice del suo ministero.

Ministro Riccardi, il presidente della Repubblica ieri ha sollecitato chiaramente il riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini immigrati nati in Italia. Lei che ne pensa?
Quello di Napolitano è stato un appello chiaro e molto condivisibile. Il Capo dello Stato non parla solo da presidente della Repubblica, che in quanto tale deve assicurare la coesione nazionale e l’armonia sociale. Ma anche da ex ministro dell’Interno degli anni Novanta: in quel periodo ha conosciuto per diretta esperienza l’immigrazione e ha compreso che non si trattava di un fenomeno passeggero o contingente, ma di qualcosa che avrebbe rappresentato un elemento fondamentale per la vita futura del nostro Paese. Un uomo come Napolitano, che si è mostrato così sensibile al profilo dell’unità italiana, che ha fatto di quest’anno un anno di riscoperta delle nostre radici, non poteva non affrontare un tema di così grande attualità.

E dunque, si parte dai bambini?
Oggi c’è una nuova generazione, che ha un’origine straniera, ma che è nata in Italia. Sono quasi un milione di bambini, che hanno una tradizione che parte da lontano, ma che crescono e maturano all’interno della nostra cultura, della nostra lingua e del nostro mondo. Il presidente della Repubblica vede giusto: ovvero si rende conto come la componente di quei bambini rappresenti una parte del nostro futuro, non tutto il futuro, ma una parte essenziale sì: essi sono necessari perché il nostro Paese non invecchi. Ma non c’è solo il futuro, c’è anche il presente. E allora, credo, che concedere la cittadinanza sia un dovere nei confronti di questi bambini, ma anche un atto di lucidissimo realismo politico. Napolitano individua, insomma, un interesse del nostro Paese oltre che riconoscimento di diritti che sono comuni ai figli degli immigrati e a quelli degli italiani.

Non tutti, però, ritengono che gli immigrati siano una risorsa per l’Italia. Basta leggere alcuni commenti critici alle parole di Napolitano. Lei cosa risponde?
Cito dei fatti. Intanto, la popolazione italiana è potuta crescere solo grazie all’apporto dell’immigrazione. L’Italia ha un saldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e morti) positivo, per via dei nuovi nati figli di stranieri. Si tratta di 78.082 bambini, il 13,9% del totale dei nati in Italia. Gli immigrati, insomma, contribuiscono a ringiovanire il Paese. Ma questo non è che un aspetto dell’apporto che gli stranieri danno all’Italia. Nel campo economico, per esempio. Basti pensare che il settanta per cento dei lavoratori stranieri nel nostro Paese ha aperto un conto in una banca italiana. Mentre tre milioni e trecento mila immigrati hanno presentato regolare dichiarazione dei redditi».

Il governo Monti e lei personalmente come intende procedere su questi temi? Ci sarà qualche provvedimento legislativo di iniziativa del governo in materia di cittadinanza o si rimetterete alle scelte del Parlamento?
Debbo dire che siamo ancora in una fase iniziale della vita del governo, per cui ritengo che sia ancora presto per dare delle precise indicazioni legislative. Abbiamo scelto, insieme al presidente Monti, il metodo della collegialità: e le decisioni dovranno, appunto, maturare in un clima di collegialità. Poi certo: come ministro della Cooperazione internazionale e dell’Immigrazione ho chiara la responsabilità di dover lavorare per favorire l’integrazione in tutti i campi. E credo che il punto di partenza sia proprio quello dei bambini, che oggi crescono insieme, con le loro differenze, ma anche con tantissime cose che li uniscono.

giovedì 3 novembre 2011

5 milioni di nuovi italiani di Sergio Valzania, 03 novembre 2011, http://www.liberal.it

Giovedì scorso, 27 ottobre, è stato presentato in trenta città italiane il 21esimo rapporto di Caritas e Migrantes sulla situazione dell'immigrazione nel nostro Paese. Il Dossier Statistico Immigrazione 2011 costituisce il più completo documento elaborato in Italia per analizzare e comprendere il fenomeno sociologico e geopolitico che ha caratterizzato gli ultimi due decenni della nostra storia e che con sicurezza è destinato a segnare in profondità il secolo che si è aperto da poco. Per realizzare le oltre cinquecento pagine del rapporto hanno collaborato le principali istituzioni e organizzazioni pubbliche e private che si occupano di immigrazione, dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati al Ministero degli Esteri, dall'International Organization for Migration ai Ministeri degli Interni e dell'Istruzione, all'Associazione Nazionale dei Comuni d'Italia a Save the Children, passando per molti comuni e province, istituti di tutela previdenziale, fondazioni e patronati, tutti interessati a comprendere quanto sta accadendo in un ambito decisivo, la cui evoluzione produce cambiamenti profondi della nostra società.
Oltre alle tavole statistiche che forniscono le cifre relative alla presenza e alla distribuzione sul territorio nazionale dei cittadini stranieri residenti in Italia, il Dossier offre un imponente apparato interpretativo, redatto da persone che quotidianamente si occupano di immigrati. L'analisi si apre con un quadro della situazione internazionale e delle prospettive che essa presenta per il futuro, a breve e medio termine. Fra di esse si segnala l'aspettativa di una modificazione del flusso migratorio dall'Africa, sempre sovrappopolata, in direzione non più dell'Europa ma della Cina, dove l'aumento della ricchezza si accompagna ai segnali di un'incipiente crisi demografica, dovuta anche alle campagne governative di denatalità che si sono sviluppate nel paese da parecchi decenni a questa parte.
All'inquadramento internazionale segue l'analisi della situazione italiana, organizzata attorno a tre punti focali: flussi e soggiornanti, inserimento socio-culturale e mondo del lavoro. I tre ambiti nei quali, a giudizio dei curatori dell'opera diretti da Franco Pittau, il fenomeno dell'immigrazione deve essere analizzato per poter essere compreso in modo corretto. Passando alle cifre e limitandosi a quelle relative alla presenza degli immigrati regolarizzati in Italia nel suo complesso, senza scendere ai dettagli regionali, nel Dossier troviamo una stima per la quale essi arrivano ormai a sfiorare i cinque milioni di persone, che rappresentano il 7,5 per cento dei residenti nel nostro Paese. Si tratta di una popolazione giovane, la cui età media è di dodici anni più bassa di quella dei cittadini italiani, 32 anni contro 44, nella quale le donne sono il 51,8 per cento. Tantissimi i giovani in età scolare, gli iscritti superano i 700mila, e fra di essi una larga maggioranza è rappresentata da bambini nati in Italia, per i quali la nostra legislazione non prevede il diritto alla cittadinanza, come invece avviene in molti altri Paesi, fra i quali gli Stati Uniti. Per tutti loro il compimento della maggiore età costituisce un problema grave, dato che nonostante siano sempre vissuti nel nostro Paese, parlino la nostra lingua e non abbiano un'altra patria, vengono a trovarsi nella condizione di clandestini se non sono in grado di procurarsi un lavoro regolarmente retribuito che dia loro diritto al permesso di soggiorno.
La tabella delle provenienze degli immigrati vede in testa i rumeni, quasi un milione, seguiti dagli albanesi, mezzo milione, e da quasi altrettanti marocchini. Vengono poi i cinesi, 200mila, e gli ucraini, che compongono una comunità circa equivalente. Un complicato sistema di valutazione delle religioni di appartenenza degli immigrati fornisce una stima di circa due milioni e mezzo di cristiani, in maggioranza ortodossi, e un milione e mezzo di mussulmani. La terza religione è quella induista, con 120mila presenze. Quanto alla distribuzione territoriale degli immigrati in Italia, la loro larga maggioranza è concentrata nelle zone più ricche del Paese e soprattutto è lì che la loro presenza è più alta in relazione al numero di abitanti. Nel nord-est i cittadini stranieri superano il 10 per cento dei residenti, mentre nel sud raggiungono appena il 3 per cento e nelle isole sono al di sotto di esso. Sono dati che confermano come l'immigrazione sia attratta dalle occasioni di lavoro offerte nelle aree più produttive. Quando tali offerte non sono ritenute gratificanti dagli italiani in cerca di occupazione sono altri che accorrono a soddisfare la richiesta di mano d'opera. Il quadro che emerge dalle cifre e dalle valutazioni del Dossier è paradossale. Se un sociologo o un economista piovuto dallo spazio, l'omino verde della fantascienza, fosse incaricato di rac- contare che cosa è accaduto in Italia negli ultimi decenni, con ogni probabilità scriverebbe la storia di una crisi profonda e di milioni di persone che sono accorse per porvi riparo. Almeno dall'inizio degli anni Novanta, ma il fenomeno ha radici lontane, il nostro paese versa in una crisi di denatalità, conseguenza e insieme motore di una generalizzata mancanza di fiducia nel futuro. Questo ha determinato un rallentamento della nostra capacità produttiva e un aumento delle nostre necessità in termini di servizi, in particolare nell'ambito del sostegno agli anziani, oltre a una pericolosa sproporzione nel sistema pensionistico, che vede aumentare gli assistiti mentre diminuiscono quanti contribuiscono ai versamenti.
I milioni di immigrati che sono venuti a lavorare in Italia, se non a risolvere i problemi, sono comunque riusciti a permetterci di andare avanti, mantenendo un livello di produttività accettabile e un qualche equilibrio nei conti del sistema assistenziale. Certo questo ha prodotto alcuni squilibri, nuove forme di disagio sociale e la sostituzione di forme di piccola delinquenza autoctona con manifestazioni criminali che da noi erano scomparse, ma nel complesso si tratta dei sottoprodotti di un fenomeno che ha consentito all'Italia di rimane in piedi, nel novero delle maggiori potenze industriali del pianeta. Grazie al contributo di milioni di lavoratori che hanno lasciato le loro case nei quattro angoli del mondo per venire a prestare la loro opera da noi. L'omino verde extraterrestre rimarrebbe stupito della risposta che è stata data a quello che gli apparirebbe come uno slancio di solidarietà. Egli vedrebbe qualche cosa di simile all'affamato che morde la mano che gli porge il piatto di cibo.
Di fronte all'immenso e necessario sostegno che l'Italia riceve dagli immigrati si è scatenato un meccanismo di rifiuto che trascende ogni aspettativa, privo di qualsiasi ragionevolezza e di rapporto con il reale. L'atteggiamento generalizzato nei confronti dell'immigrazione rimane legato a una considerazione emergenziale del fenomeno e soprattutto alla totale incomprensione della ricchezza economica, sociale e culturale che esso arreca al nostro paese. Il dato più immediato ci dice che gli immigrati, pur essendo poco più del 7 per cento dei residenti in Italia, producono il 14 per cento della ricchezza, e questo non ci deve stupire, dato che fra di loro la percentuale di occupati è molto più alta che fra i cittadini italiani. Ogni anno il rapporto Caritas- Migrantes sull'immigrazione reca un motto, che rappresenta la sintesi del pensiero dei curatori in relazione alla situazione esistente in merito all'immigrazione. Il momento attuale viene rappresentato con le parole «Oltre la crisi, insieme». L'obbiettivo della nostra società è oggi quello di uscire dalle strettoie della crisi economica, ma un tale risultato può essere conseguito solo insieme, cioè impiegando tutte le forze disponibili, comprese quelle per nulla trascurabili che l'immigrazione mette a disposizione dell'Italia. Nel presentare l'opera Franco Pittau ha evidenziato la particolarità di quanto sta accadendo in questi mesi proprio a seguito della crisi economica. Circa 600mila immigrati si trovano nella condizione di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno perché hanno perduto il lavoro. Dato che sono la componente più debole della società è su loro che si abbattono per primi i licenziamenti e le riduzioni di personale. L'attuale legislazione concede sei mesi di tempo per trovare una nuova occupazione regolare, veramente poco in un periodo come quello che stiamo attraversando. Arrivato alla scadenza del permesso l'immigrato diviene un clandestino e si trova davanti la scelta fra l'abbandono del nostro paese e il nascondersi nelle pieghe della società. Se la seconda opzione è rischiosa, dato che espone l'immigrato a ogni sorta di possibile ricatto, anche la prima costituisce un danno per la nostra comunità nazionale. Essa finisce infatti per privarsi di una persona determinata, visto che ha affrontato con successo i disagi dell'emigrazione, disponibile al lavoro e che ha fatto un forte investimento sul nostro paese. Con ogni probabilità parla l'italiano, conosce le nostre abitudini, ha iniziato un processo di avvicinamento alla nostra cultura e alle nostre tradizioni. Se lascia l'Italia tutto questo va perduto, e siccome la forza lavoro dell'immigrazione è necessaria alla nostra economia arriverà al suo posto qualcun altro che dovrà ricominciare da capo. Quello che manca soprattutto è la consapevolezza del fatto che è necessario innescare un rapporto di scambio e riconoscerlo come tale. I problemi dell'immigrazione non sono questioni di ordine pubblico, di assistenza ai più deboli o di imposizione di una cultura traballante ed eticamente discutibile su chi è portatore di una tradizione diversa. Quello che occorre è la capacità di progettare l'Italia del futuro tenendo conto di come è fatta l'Italia di oggi, nella quale gli immigrati non sono un elemento accessorio ma piuttosto un dato strutturale. Bisogna accettare l'idea che i loro figli e nipoti saranno gli italiani di domani quanto i nostri figli e nipoti e che esiste un preciso interesse comune a che la società, che volenti o nolenti stiamo già costruendo insieme, sia la migliore possibile.
Per raggiungere questo risultato la cosa più importante è anche molto semplice: riconoscere la realtà per quale essa è, con i suoi pregi e i suoi limiti, senza voler vivere per forza in un mondo che non esiste e che con ogni probabilità è peggiore di quello nel quale abitiamo. In questo percorso il Dossier Statistico Immigrazione 2011, con le sue cifre e le sue considerazioni, rappresenta uno strumento di grande utilità. Il fatto che siano due organismi della chiesa italiana a realizzarlo aiuta i cattolici di ogni orientamento politico a ricordare, come fa Enzo Bianchi nel sul L'altro siamo noi, che Gesù nella descrizione del giudizio finale ammette i buoni al paradiso dicendo anche «Ero straniero e mi avete ospitato». Il miglior modo per iniziare una riflessione che termina di necessità ricordando l'ammonizione divina «Il mondo è mio, siete tutti miei ospiti».   

lunedì 31 ottobre 2011


Avvenire.it, 29 ottobre 2011 – EMIGRAZIONE - Romania, la vita spenta degli orfani bianchi di Mihaela Iordache

Sono gli orfani bianchi, il loro numero supera le centinaia di migliaia. Ognuno di loro ha un nome ma i loro genitori non sono lì a chiamarli o abbracciarli forte quando hanno bisogno, quando si interrogano sui problemi della vita, quando non capiscono perché alcune cose devono accadere proprio a loro. E loro, i bambini rimasti soli in Romania perché i genitori sono andati all’estero a lavorare, si addormentano con le lacrime agli occhi, sperando di sognare la mamma ed il papà. Spesso i coetanei li considerano fortunati perché possiedono cose più belle, vestiti, cellulari. Eppure non sono felici. Hanno molto, ma non i loro genitori.

Sarebbe già un bel regalo poterli incontrare almeno nei sogni. Diana, che è rimasta a casa con i nonni quando i genitori sono emigrati in Spagna, dice che, se sognerà la mamma, la terrà stretta per la mano e forse la mattina si sveglierà con lei vicino. Poterla portare dal sogno a casa la farebbe immensamente felice, rinuncerebbe anche al cellulare, ai giocattoli, pure alla cioccolata. Una carezza data dalla mamma non ha prezzo, dice. Anche Monica, una bambina di dieci anni, ha aspettato a lungo la sua mamma. Troppo a lungo. Le mancava così tanto che il suo piccolo universo è crollato. Senza padre sin dalla nascita e con la nonna che la picchiava, Monica si è chiusa in se stessa. Non ha più voluto né mangiare né parlare. Per mesi, dal suo letto di ospedale ad Arad (ovest della Romania), guardava con i suoi grandissimi occhi marroni sempre verso la porta, sperando che da lì sarebbe entrata la sua amata mamma. Ma la mamma, emigrata in Italia, è venuta a visitarla solo poche volte e sempre minacciandola che se non si fosse ripresa l’avrebbe abbandonata. Nonostante le minacce il viso della bambina si illuminava quando vedeva la mamma, e secondo i medici quelli erano gli unici momenti in cui la piccola stava un po’ meglio. Del resto, i suoi occhi tristi guardavano invano la porta da dove ogni tanto entravano persone che avevano sentito della sua grande sofferenza. Ma nulla è servito, né le carezze della gente, né le parole della psicologa o gli sforzi dei medici. A dieci anni Monica si è spenta a causa di un’anoressia nervosa dopo un’agonia durata mesi e nella pesante mancanza della mamma. Ed è tragicamente lunga la lista dei bambini che scelgono di togliersi la vita per il dolore di essere rimasti soli.

La Romania, il paese più povero dell’Unione Europea, è anche il paese con la più forte emigrazione. Milioni di romeni sono partiti in cerca di una vita migliore, soprattutto per assicurare un futuro ai figli. Sono andati all’estero ad accudire altri bambini e anziani, mentre i loro figli soffrono della "sindrome Italia", termine con il quale psicologici e medici romeni indicano disfunzionalità e malattie dei bambini rimasti in patria senza genitori.

Per anni nella società romena si è sempre parlato dei benefici materiali dell’emigrazione, dei soldi che i romeni inviano in patria, del loro contributo all’economia. Il fenomeno della massiccia emigrazione è cominciato dopo la caduta del comunismo nell’89 e si è intensificato con la libera circolazione e l’adesione all’Unione Europea quattro anni fa. Alcuni sono riusciti a portare i bambini all’estero con loro. Moltissimi no. Soprattutto le badanti che devono vivere nella casa degli anziani che accudiscono. Non riescono a tornare spesso in patria a visitare e abbracciare i propri figli perché non possono lasciare soli gli anziani in Italia o Spagna e, anche per rientrare una volta all’anno, devono trovare una sostituta. C’è così un’intera generazione cresciuta all’ombra dell’emigrazione. Secondo l’Unicef, oltre 300 mila minori hanno uno o entrambi i genitori all’estero. I bambini vengono affidati senza alcuna delega o documento ufficiale ai nonni, ai parenti o addirittura ai vicini. E non tutti vivono in condizioni materiali adeguate, perché spesso i genitori non riescono ad inviare a casa somme di denaro sufficienti.

Si parla spesso del sacrificio dei genitori, costretti a stare lontano dai propri figli; raramente si affronta invece il tema delle privazioni affettive dei bambini che, per la disperazione, provano ad attirare l’attenzione dei genitori, rifiutando di mangiare, di parlare e alla fine di vivere. Questa è la faccia nascosta dell’emigrazione – spiegano i sociologi – vite spezzate, famiglie rovinate e in genere una società più povera in valori cui rapportarsi, dove i giovani respingono l’idea di vivere in Romania e sognano a loro volta di emigrare. Lo Stato osserva il fenomeno, impotente, senza fornire soluzioni per mitigare la situazione.

Nemmeno l’Unione Europea sembra avere molte iniziative in merito. Già nel 2009 l’europarlamentare romena Corina Cretu criticava, in una seduta plenaria del Parlamento Europeo, le autorità nazionali ed europee per l’inadeguata importanza data al fenomeno dei bambini lasciati soli in patria, considerandola una prova di mancanza di responsabilità rispetto al presente e una incoscienza rispetto alle conseguenze future del fenomeno. L’anno scorso la Commissione europea ha dato vita a uno studio sull’impatto sociale dell’emigrazione, in particolare nell’Europa Centrale e dell’Est, documento che potrebbe essere concluso nel 2012, secondo l’europarlamentare romena Rovana Plumb, impegnata a studiare il fenomeno.

lunedì 17 ottobre 2011


La carica delle coppie miste in Italia 30 mila nati l´anno , di Vladimiro Polchi – La Repubblica,  17 ottobre 2011

Il fenomeno in aumento anche da noi: perlopiù sono i maschi a sposare le donne straniere.  Oltre un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio. Il 20 per cento vive in Lombardia, seguita dal Lazio. Tra le città, il primato spetta a Roma con 1.529 nati nel 2008

ROMA. Anche da noi potrebbero presto diventare la maggiore minoranza del Paese. Non sono un ossimoro: sono i "meticci d´Italia". Padre italiano, madre straniera o viceversa, i figli di coppie miste non arrestano la loro corsa: 23.970 nel 2008, 25mila nel 2009, oltre 29mila nel 2010.
Gli ultimi dati Istat parlano chiaro: il calo delle nascite in corso nel nostro Paese è da attribuirsi alla diminuzione dei nati da genitori entrambi italiani (25mila in meno in due anni). I nati da almeno un genitore straniero continuano invece ad aumentare, seppure a un ritmo più contenuto: in media 5mila in più nel 2009 e nel 2010, un incremento dimezzato rispetto a quanto osservato nel 2008. Più nel dettaglio: i nati da genitori entrambi stranieri sono stati oltre 77mila nel 2009 e 78mila nel 2010, poco meno del 14 per cento del totale dei nati. Se a questi si sommano i nati da coppie miste si arriva a quota 102mila nati da almeno un genitore straniero nel 2009 e 107mila nel 2010.
Leggendo con attenzione i numeri dell´Istat, balza agli occhi il primato conquistato dai "meticci" come minoranza. Un esempio? Nel 2009 i nati da coppie italiane sono stati 466mila, mentre i figli con almeno un genitore straniero hanno superato quota 102mila. Di questi, i primi per numero (25mila) sono proprio i nati da coppie miste, in cui cioè uno dei genitori è italiano, seguiti a distanza dai figli di genitori marocchini (13.389), romeni (12.868), albanesi (9mila) e cinesi (5mila). Scendendo ancor più nel dettaglio si vede come i figli di coppie miste abbiano per lo più padre italiano e madre straniera: nel 18 per cento dei casi la mamma è romena, nel 9 per cento polacca, nel 6 per cento brasiliana e nel 5,7 per cento ucraina. Più raro il caso inverso: in tal caso i padri stranieri vengono in maggioranza da Marocco (11,5 per cento), Albania (11 per cento) e Tunisia (7 per cento). Non è tutto.
Molte sono le coppie di fatto: tra i figli di coppie miste, oltre un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio (circa il 35 per cento). Dove vivono i meticci d´Italia? Nel 20 per cento dei casi in Lombardia, poco meno nel Lazio. Tra le città, il primato indiscusso spetta a Roma con 1.529 nati da coppie miste nel 2008.
«Il trend di crescita dei figli di coppie miste si confermerà sempre più in futuro – sostiene Mara Tognetti, che insegna Politiche dell´immigrazione alla Bicocca di Milano – e se a queste sommiamo le coppie miste-miste, in cui cioè i genitori sono entrambi stranieri ma di diversa nazionalità, il risultato sarà una società sempre più plurale».
I figli di coppie miste acquistano la cittadinanza italiana grazie a uno dei due genitori, «ma non sono per nulla al riparo – si legge nell´ultimo dossier Caritas/Migrantes – delle difficoltà di inserimento e d´integrazione scolastica. A differenza di quanto dimostrato in altri Paesi europei, il percorso di crescita all´interno di un ambiente familiare misto non conduce a fenomeni di metissage e d´identità ibride apprezzate. Al contrario sembra prevalere la stigmatizzazione, insieme a sentimenti di spaesamento».
Attenzione però alle generalizzazioni: «I figli di coppie miste – avverte la Tognetti – non sono un corpo omogeneo, ma al loro interno hanno diverse specificità a seconda della nazionalità del genitore straniero, della connotazione etnica, della religione, del continente di provenienza». Una cosa è però certa: «Questi ragazzi hanno grandi potenzialità, sono i nuovi italiani, ma la loro è un´esperienza non ancora consolidata, va dunque sostenuta e accompagnata con attenzione».

Saremo tutti meticci - L'Europa col doppio passaporto




mercoledì 10 agosto 2011


Londra, fine del multiculturalismo di Massimo Introvigne, 10-08-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La rivolta di giovani immigrati, e inglesi figli di immigrati, disoccupati - in gran parte africani e caraibici -, scoppiata nel quartiere londinese di Tottenham dopo l'uccisione in un conflitto a fuoco del tassista e, secondo la polizia, spacciatore di droga Mark Duggan (1981-2011), rischia ora di estendersi a tutta la Gran Bretagna.

Benché alcuni degli attivisti che cercano di guidarla siano affiliati a movimenti islamici, la rivolta non ha carattere religioso. Né nasce, come molti quotidiani dicono, dai Blackberry che - spiazzati dalla concorrenza degli iPhone - sono diventati a Londra i telefoni dei poveri e degli immigrati e sono serviti a convocare a colpi di SMS i rivoltosi, aggirando la polizia che sorvegliava invece Twitter e Facebook. I Blackberry sono evidentemente lo strumento, non la causa di un fenomeno che nasce - e in questo senso è simile alle rivolte che hanno dato origine in Tunisia e in Egitto alle cosiddette "primavere arabe" - dalla crisi economica e dal carovita. Ancora una volta, assistiamo a tumulti che ricordano quelli settecenteschi della "vie chère" in Francia, che - abilmente indirizzati e sfruttati da politicanti che però non li avevano suscitati né organizzati - prepararono la Rivoluzione francese del 1789.

Se tuttavia la crisi economica ha prodotto e sta producendo in Gran Bretagna fenomeni così gravi, una causa va cercata anche nel fallimento - ormai ammesso anche da una parte della classe politica britannica - del modello multiculturalista di cui fino a qualche anno fa Londra andava orgogliosa, proponendolo anzi anche a noi come soluzione di tutti i problemi dell'immigrazione.

La parola “multiculturalismo”, in realtà, è nata in Canada negli anni 1960 come evoluzione di “biculturalismo”, espressione ottocentesca creata per sottolineare la possibilità offerta alla comunità di lingua francese di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni. Nonostante il separatismo sempre vivo nel Québec, l'esperimento è riuscito perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo inglese Tariq Modood ha definito "una narrativa comune", un insieme di simboli e di riferimenti alla patria canadese cementati dal comune impegno nelle guerre mondiali. Il successo del biculturalismo in Canada ha permesso nel XX secolo la sua trasformazione in “multiculturalismo”, accogliendo anzitutto tre grandi comunità - cinese, italiana e giamaicana - che hanno mantenuto, molto più che negli Stati Uniti, la loro lingua e cultura.

In Gran Bretagna il multiculturalismo è diventato una parola d'ordine della sinistra e dei cosiddetti "professionisti dell'anti-razzismo" dopo il 1968 e ha significato sussidi e ampia autonomia per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. Ma la diffidenza di quella sinistra per il patriottismo ha impedito che agli immigrati fosse trasmessa una "narrativa comune" alla canadese.
I primi problemi sono nati quando una rivendicazione di autonomia è stata avanzata dai musulmani che, a differenza degli italiani, dei cinesi e anche dei pakistani, non sono un gruppo etnico ma religioso, le cui domande vanno ben al di là della preservazione di una lingua, di una musica o di una cucina e investono la sfera fondamentale dei rapporti di famiglia e dei diritti umani.

Questo equivoco che confonde etnicità e religione ha, per così dire, imbastardito il multiculturalismo, trasformandolo da rispetto per tradizioni culturali diverse che possono coesistere - all'interno, appunto, di una "narrativa comune" - in cedimento a pericolose pretese prima di musulmani e poi anche di altri di organizzarsi separatamente quanto al diritto di famiglia, a pratiche come l'uso di certe droghe "etniche" e alla gestione dei quartieri dove sono maggioranza.

In tempi di prosperità economica, era almeno mantenuto un certo ordine pubblico, non senza rivolte occasionali. In tempi di gravissima crisi economica e di disoccupazione maggioritaria tra i giovani, i quartieri "ingestibili" dalla polizia esplodono e la presunta gestione responsabile e separata da parte delle singole comunità etniche si rivela inaffidabile.

Il multiculturalismo britannico, dunque, è fallito. L'alternativa, tuttavia, non è l'uniculturalismo alla francese, che sostituisce il modello multiculturale con un laicismo che combatte ogni identità religiosa e culturale diversa dall'ideologia ufficiale laica e illuminista dello Stato. Come ricorda Benedetto XVI, la vera alternativa  è la faticosa costruzione di un equilibrio fra un'affermazione forte dell'identità e della storia della maggioranza - che in Europa è cristiana - e una libertà religiosa e culturale offerta alle minoranze che rifiutino senza ambiguità la violenza e accettino i valori fondamentali della società di cui entrano a fare parte. È questa la vera porta d'ingresso a una "narrativa comune".

In Italia la situazione potenzialmente non è meno esplosiva che in Inghilterra. A Torino, per esempio, il venticinque per cento dei giovani tra i quindici e i ventinove anni non ha genitori italiani, e il problema della disoccupazione non è meno grave che a Londra. Quello che finora ci ha salvato da rivolte sullo stile di Tottenham - dove muore il multiculturalismo - e delle banlieue parigine, dove è morto l'uniculturalismo, è una "terza via" italiana che ha cercato di evitare i quartieri-ghetto monoetnici e, senza forzature alla francese, si è sforzata di proporre una offerta d'integrazione alle singole famiglie immigrate piuttosto che delegare un'ambigua "gestione separata" alle singole comunità. Ma anche la nostra non è solo una storia di successi, e la tentazione di percorrere strade sbagliate - per esempio, non mancano nel nostro Parlamento tardivi cantori del multiculturalismo - è sempre dietro l'angolo.