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venerdì 19 dicembre 2014

Attenzione a giocare con i primi mattoni della vita di Tommaso Scandroglio, 19-12-2014, http://www.lanuovabq.it/


Un ovocita può essere stimolato artificialmente a replicarsi senza bisogno di essere fecondato da uno spermatozoo. È un processo che prende il nome di partenogenesi. L’insieme delle cellule così prodotte, chiamate partenoti, non è un essere umano, ma appunto solo un grumo di cellule.

OvocitaLa Corte di Giustizia dell’Unione Europea ieri ha stabilito che i partenoti  possono essere oggetto di brevetti industriali proprio perché non sono embrioni umani. La vicenda parte da lontano.

Sempre la Corte di Giustizia nel 2011 si trovò a dirimere il caso Greenpeace vs Brüstle. La materia del contendere riguardava una possibile cura per il morbo di Parkinson ottenuto grazie all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. I giudici, applicando la Direttiva 98/44/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, avevano così stabilito: sì alle sperimentazioni sugli embrioni anche nel caso in cui la sperimentazione portasse alla morte degli embrioni stessi – come nel caso del prelievo di cellule staminali embrionali –; no invece a brevettare queste sperimentazioni. In buona sostanza la sentenza lasciava mani libere ai ricercatori, anche a costo del sacrificio di molte vite umane, però considerava disdicevole lucrarci su.

Inoltre la Corte aggiungeva che i partenoti erano da considerarsi anch’essi come embrioni e quindi non brevettabili. Infine specificava che erano vietati i brevetti su cellule, tessuti e organi dato che non sono un’invenzione umana. Di contro, semaforo verde per tutte quelle tecniche escogitate dalla mente umana che si applicano su cellule, tessuti ed organi.

A luglio di quest’anno approda presso i giudici europei un caso sollevato dall’International Stem Cell Corporation (Isc), la quale aveva chiesto all’Ufficio britannico dei brevetti la brevettabilità di cellule staminali prodotte da ovociti attivati tramite partenogenesi. L’Ufficio brevetti e poi L’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles negarono la possibilità di brevettare questa procedura proprio perché, rifacendosi alla sentenza della Corte di Giustizia del 2011, anche i partenoti non potevano essere brevettati perché considerati esseri umani.

L’Isc però non si è arresa e ha proposto ricorso alla Corte di Giustizia. Questa ha cambiato parere rispetto a quanto stabilito nel 2011. Infatti nel luglio scorso Cruz Villalon, dell’Avvocatura generale della Corte, redasse un parere in cui così si espresse: «La mera circostanza che un ovulo non fecondato possa avviare un processo di divisione e differenziazione cellulare, analogo a quello di un ovulo fecondato, non basta a considerarlo un embrione umano». Ergo i partenoti non sono un essere umano e dunque sono brevettabili. L’avvocato però chiarì che se «tale ovulo viene manipolato geneticamente (ad es. usandolo per una clonazione umana) in modo che possa svilupparsi in un essere umano, esso va considerato un embrione umano e come tale dev’essere escluso dalla brevettabilità». Inoltre aggiunse che gli Stati membri non si devono comunque sentire obbligati a concedere i brevetti sui partenoti. Che ogni Nazione si regoli da sé.

Ieri i giudici hanno confermato il parere dell’Avvocatura, però hanno specificato che spetta ai giudici britannici verificare che nel caso concreto si tratti davvero di partenoti e non di esseri umani ottenuti tramite clonazione di una o più cellule estrapolate dai partenoti.

Dal punto di vista del giudizio morale la sentenza di ieri, in senso stretto, non viola i principi etici del rispetto della persona umana, proprio perché, come accennato, i partenoti non sono esseri umani, ma aggregati di cellule. Però vi sono da appuntare due riserve. 

La prima concerne il fatto che i giudici hanno affermato che i partenoti per virtù propria non possono dar luogo alla formazione di un essere umano (ma semmai solo per un processo artificiale come quello della clonazione). Se avessero questa capacità dovrebbero essere tutelati anche se, in quella loro primissima fase di sviluppo, non sono ancora persone. Implicitamente – ma è solo una nostra ipotesi – i giudici ci stanno dicendo che nemmeno lo zigote, la prima cellula nata dall’incontro tra spermatozoo ed ovocita, è un essere umano, perché è solo lo sviluppo successivo che lo porterà ad essere – non si sa quando – un organismo appartenente alla nostra specie. Lo zigote sarebbe un uomo in potenza non in atto. Insomma pare che per i giudici un grumo di cellule composte da partenoti o a livello di morula (la primissima fase di sviluppo dell’essere umano dopo la fecondazione) non possano essere mai considerate un essere umano perché il loro sviluppo è troppo precoce.

Seconda riserva. Che si faccia attenzione a giocare con i primi mattoni della vita: ovociti, spermatozoi, partenoti etc. Il salto è breve per poi giocare con l’essere umano nei primissimi momenti del suo sviluppo. Già oggi, come abbiamo visto, è possibile sperimentare sugli embrioni, ma non guadagnarci soldi grazie ai brevetti. Domani, chissà: ti potrai trovare un figlio concepito in provetta, geneticamente modificato e brevettato da una multinazionale. Un Figlio ® con il logo della Isc su un gluteo.
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martedì 22 aprile 2014

Fecondazione Eterologa: una scelta dalle drammatiche conseguenze, 17 Aprile 2014, di Roberto Crudelini, http://www.elzeviro.eu/


Fecondazione Eterologa: una scelta dalle drammatiche conseguenze



L'originaria possibilità sancita dalla legge 40 che riconosceva alle coppie di essere aiutate nel processo di fecondazione nei casi di difficoltà della stessa, la cosiddetta Fecondazione Omologa, aveva una sua ragione d'essere: infatti tale legge consentiva alle coppie, comunque fertili, di avere maggiori possibilità di averefigli geneticamente propri. Un diritto questo che, vedi  quello che sarebbe avvenuto all'Ospedale Pertini e sul quale è stata aperta un'inchiesta da parte della magistratura, può purtroppo dare problematiche non indifferenti nel caso, sempre possibile, dell'errore umano. Con genitori che si ritrovano con embrioni di figli non loro e che a quel punto vogliono lo stesso riconoscere come propri e genitori naturali che, a loro volta e altrettanto giustamente, reclamano come naturalmente propri.
La recente decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale proprio la norma della legge 40 in quanto vietava la Fecondazione Eterologa ovvero l'impianto di un embrione derivante da donatori esterni è arrivata come un fulmine a ciel sereno in quella che era già una situazione normativa precaria e non esaustiva.
Tale decisione è, a giudizio di molti rappresentanti della Chiesa ma anche di diversi ricercatori laici, totalmente errata e foriera di drammatiche conseguenze. Il fatto è che, in una società come la nostra, deviata e deviante, si è evidentemente persa non solo la concezione dei valori che fondano la vita umana ma, quel che è peggio, anche la percezione della realtà e dei fatti che la rappresentano. Innanzitutto va constatato come in questa stessa società convivano concezioni etiche e della vita in generale fra loro assolutamente inconciliabili e questo sicuramente è un problema grave, anzi gravissimo, che può portare a guerre ideologiche in grado di destabilizzare lo stesso tessuto sociale.
Da una parte infatti il mondo cristiano e non solo, che vede e concepisce la vita come un dono di Dio e quindi, in quanto tale, le riconosce una precisa dimensione di sacralità e di inviolabilità. Dall'altra parte della barricata un mondo laico ma soprattutto laicista che, essendo agli antipodi di questa concezione, pensa che la vita non sia un dono, neppure della natura, ma semplicemente un diritto da esercitare sempre e comunque con piena discrezionalità, fino al punto di negare la stessa vita nel caso questa possa ledere in qualche modo i propri diritti, vedi aborto e quanto ne consegue. Secondo questa concezione, che appare a prima vista aberrante, la vita diventa inevitabilmente oggetto di una mercificazione che finisce col trasformare quella stessa vita in un semplice bene di consumo che noi possiamo decidere di acquistare o meno in base a precise caratteristiche preconfezionate.
E' ovvio come queste due concezioni non possano permettere una civile convivenza sociale perché finiscono con lo spaccare il paese in due fronti contrapposti, ognuno dei quali non ha nessuna intenzione di farsi governare da leggi che non riconosce come sue. Il problema è che tra i due schieramenti il più attinente alla realtà della natura e dei fatti che questa ci mostra con evidenza è quello contrassegnato dalla fede in un Dio creatore e nei principi assoluti che da Lui discendono e che vediamo applicati puntualmente nella natura che ci circonda. Parliamo appunto di natura perché questa benignamente fornisce ai nostri occhi miopi le prove di quali siano appunto le leggi su cui si regge l'universo e la vita che di questo ne è la ineluttabile e logica conseguenza. La natura ha fornito l'uomo e la donna, ma il discorso è ovviamente allargabile all'intero universo animale, di particolari apparati riproduttivi in grado di combinarsi tra loro per garantire, in modi spesso incredibili, il concepimento della vita, vita intesa fin dalla primissima decuplicazione cellulare.
La nostra civiltà, ovvero le forze sociali che da tempo si ostinano a negare quanto avviene sotto i loro occhi, pensano invece che sopra tutto ci sia il diritto "sovrumano" dell'uomo di fare e disfare a proprio piacimento quello che fa parte dell'ordine naturale delle cose. Diritto tanto assoluto da divenire più importante della stessa vita, degradata in questo modo, dalla condizione di dono a semplice diritto esercitabile nei termini e nei tempi che l'uomo pensa di decidere dall'alto della sua "piccolezza". Dopo che, con le unioni gay e soprattutto con il diritto loro già riconosciuto in alcuni paesi di avere figli in adozione, si è leso il diritto sacrosanto dei bambini di avere un padre e una madre, ora, con il riconoscimento della fecondazione eterologa, si è infranta anche l'ultima barriera: quella del diritto altrettanto sacrosanto dei bambini di avere un padre e una madre naturali.
Riportiamo a questo riguardo alcuni passi a nostro giudizio illuminanti dell'omelia che il Cardinal Betori,Arcivescovo di Firenze, ha tenuto qualche giorno fa sull'argomento, omelia che conferma in modo netto e con assai maggiore autorevolezza quanto noi andiamo sostenendo. "Dopo aver eclissato il ruolo educativo e dopo aver oscurato, fino alla scomparsa, la figura del padre quindi, correlativamente quella della madre, siamo testimoni di come se ne vogliano attentare fin le basi biologiche con una scissione tra dimensione corporale e psicologica delle persone che mina alla base l'identità stessa dell'umano. Cosa ne sarà dei figli a cui sarà negato conoscere i loro genitori ovvero se ne offriranno due contraddittorie e contrastanti figure? C'è qualcuno che vorrà spiegarci come dalla riduzione materialistica della comprensione del mondo ora si sia passati al suo opposto, alla negazione senza limiti, che vorrebbe far coincidere la propria volontà di potenza con la realtà fattuale...è il trionfo dell'individuo e l'eclissi della famiglia..." . A questa illuminante riflessione che a nostro giudizio non travasa meramente dal dettato dottrinale cristiano ma affonda in una corretta, e per questo, universale, interpretazione e lettura delrapporto uomo-natura, aggiungiamo quanto lo stesso Papa Francesco ha detto alcuni giorni orsono riguardo alla famiglia: "...occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia con un papà e una mamma". Sarà questo il terreno su cui la nostra coscienza sarà chiamata a dare battaglia nel prossimo futuro.

sabato 23 marzo 2013


SCIENZA - L'Universo neonato ha fatto la foto - 22 marzo 2013 - http://www.avvenire.it

Telescopio Spaziale Planck Esa

Alle 13 di ieri, 21 marzo 2013, dopo oltre vent’anni di duro lavoro e di trepidante attesa i responsabili dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) hanno reso pubblici a Parigi i risultati ottenuti dalle osservazioni del satellite Planck e di uno sforzo congiunto di centinaia di scienziati di tutto il mondo, Italia compresa: il satellite è stato finanziato in parte anche da Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e realizzato da un gruppo di aziende coordinato dalla Thales Alenia Space. Il perno di questi risultati è una fotografia, una singola immagine: si tratta della mappa più accurata mai ottenuta dell’universo primordiale prodotta dal telescopio spaziale Planck dell’Esa. Il Planck è una sorta di «macchina del tempo»: i suoi sofisticati strumenti catturano luce (oggi la vediamo sotto forma di microonde) che ha viaggiato quasi per l’intera età dell’universo, circa 14 miliardi di anni, e dunque ci restituiscono un’istantanea di come si presentava il cosmo all’inizio della sua storia, quando la sua età era «solo» di 380.000 anni, lo 0,003% di quella attuale. In proporzione, è come vedere un bimbo di poche settimane di vita rispetto a un adulto di 50 anni. La mappa di Planck ci mostra l’universo in una fase molto iniziale, ben prima della formazione delle galassie, delle stelle e di qualunque altra realtà strutturata. Era un universo assai diverso da quello attuale, quasi completamente uniforme, mille volte più caldo e un miliardo di volte più denso. Ma in quel plasma infuocato e indistinto qualcosa già si muoveva. Nelle regioni in cui la densità era leggermente superiore alla media, la gravità richiamava altra materia facendola collassare. A un certo punto però le forze elettriche delle particelle cariche incominciavano a opporre resistenza, cambiando la compres-sione in una dilatazione, e così via. Si innestavano così delle oscillazioni di pressione, vere e proprie onde sonore che con frequenze diverse (come fossero diverse note musicali) risuonavano nel plasma primordiale, producendo i semi gravitazionali per la formazione delle strutture che oggi vediamo nell’universo attuale.
Per la prima volta Planck ha captato per intero questa «sinfonia cosmica», cogliendone tutto lo spettro, dalle frequenze più gravi e imponenti (le oscillazioni su dimensioni maggiori) a quelle più acute (le oscillazioni su scale più piccole). La mappa di Planck rivela con un dettaglio spettacolare un’istantanea di quelle fluttuazioni, dalla cui statistica possiamo risalire alle caratteristiche fisiche di quell’universo iniziale. È come osservare delle increspature su una superficie liquida: a seconda di come si presentano possiamo dedurre il tipo e la densità del liquido (se si tratta di olio o di acqua, ad esempio), la profondità, il grado di uniformità, le correnti interne, eccetera. Nel caso di Planck la superficie è il plasma primitivo, le increspature sono le oscillazioni acustiche, e da esse possiamo dedurre gli ingredienti del cosmo, la sua geometria, e addirittura risalire a fenomeni accaduti nelle prime frazioni di secondo dopo l’inizio del tempo. Dopo anni di delicate analisi, i risultati di Planck ci offrono una splendida combinazione di conferme e di imprevisti. Anzitutto Planck ha verificato in modo straordinario la validità del modello cosmologico standard. Significa in pratica che i tratti essenziali del nostro universo sono descritti molto bene da una manciata di parametri: sei numeri in tutto. Planck ha precisato il valore di quei parametri con un’accuratezza senza precedenti, rivelando fra l’altro che la materia oscura ha un’abbondanza del 20% superiore a quello che si pensava. E ha fornito una data di nascita ben precisa per il nostro universo: 13,82 miliardi di anni, con la pazzesca precisione dello 0.4%. Ma non è tutto. Le mappe di Planck hanno anche rivelato alcuni indizi – non appariscenti, quasi impercettibili – che potrebbero essere sintomo di qualcosa di più profondo. Uno dei pilastri della cosmologia moderna è il cosiddetto principio cosmologico, ovvero l’assunto che su grande scala l’universo è in sostanza ovunque uguale a se stesso. Planck ha rivelato qualche crepa in questa assunzione fondamentale. Ad esempio si osserva una lieve ma ben misurabile asimmetria tra un emisfero e l’altro del cielo; inoltre si nota la presenza di un’ampia regione "fredda" difficile da spiegare come una semplice fluttuazione statistica; e altre piccole stranezze.

Come spesso succede nella storia della scienza, non si fa in tempo a consolidare un passo che già urgono nuove domande (il satellite Planck continuerà le sue osservazioni fino al prossimo autunno). E così, per fortuna, ci si sente sempre all’inizio di una nuova avventura. Ammirando ancora una volta la mappa di Planck ritorna un pensiero: l’universo iniziale era veramente di una semplicità disarmante.  Impressiona considerare come quella uniformità quasi assoluta appena mossa da un soffio di brezza (le oscillazioni acustiche) sia stata il terreno fertile per lo sbocciare della complessità, della ricchezza, della varietà che troviamo nell’universo presente. Ed ecco la vita, la coscienza, ecco noi stessi in questo quadro: Il più enigmatico dei frutti dell’universo, irriducibili a tutto ciò che ci precede e ci circonda, e allo stesso tempo materialmente dipendenti da questa storia cosmica così sottile e imponente. Dice un salmo «Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 138,15). Il nostro corpo e le nostre ossa hanno avuto bisogno della terra del cosmo intero, comprese quelle leggere increspature nell’universo di 13,82 miliardi di anni fa.

Marco Bersanelli - Fisico e membro della missione Planck dell’Esa

lunedì 4 febbraio 2013


Rifiuti urbani e rifiuti umani - 2013-02-03 L’Osservatore Romano - http://www.news.va/


Nel suo ultimo libro Bon pour la casse. les déraisons de l'obsolescence programmée (Paris, Les liens qui liberent, pagine 138, euro 13) l’economista Serge Latouche lancia un allarme: è lo stesso consumismo a incrinare le basi dell’economia; il consumismo che per sopravvivere deve creare bisogni inesistenti e far passare «da una concezione di vita basata su sobrietà ed economia a una basata sulla soddisfazione immediata». È bene riprendere queste parole in occasione della Giornata per la vita: considerare l’ecosistema come oggetto da usare e gettare a piacere e considerare la vita umana come qualcosa da usare e sfruttare solo quando ha certe qualità, vanno di pari passo.

La “società del rifiuto” consuma e scarta, finisce per farlo con le stesse persone, diventando autodistruttiva. Ridurre gli individui utilitaristicamente a consumatori è un problema anche per la medicina, come scriveva Wolfram Henn sul «Journal of Medical Ethics» (2000) parlando di «consumismo nella diagnosi prenatale», o come spiega il «Journal of Intellectual Disabilities» (2012) parlando di un’illusoria utilità del mondo consumista per chi non è “normodotato”. E nella prima era in cui l’uomo produce rifiuti in maniera irresponsabile, è significativo l’allarme di Zygmunt Bauman: accanto a quelli urbani, la società consumistica produce “rifiuti umani”, entrambi assimilati da una presunta inutilità.

Senza rispetto per la vita non si ama l’ambiente e il bene dell’uomo, e senza un amore che comprenda ambiente e scelte sociali a favore di chi ha bisogno, la difesa della vita resta zoppa. Invece scelta per la vita e scelta per l’uomo vanno di pari passo; non a caso laici e credenti si sono incontrati fianco a fianco in alcune lotte contro le manipolazioni genetiche o contro la brevettabilità degli esseri viventi, incontro che potrebbe continuare in tanti altri ambiti dell’alba e del tramonto della vita. Non è un incontro impossibile.

Carlo Bellieni

giovedì 31 gennaio 2013


Eutanasia: diritto o delitto? di Mario Palmaro - http://www.corrispondenzaromana.it

Eutanasia, diritto o delitto? di Mario Palmaro

(di Fabrizio Cannone) Il filosofo del diritto Mario Palmaro pubblica un importante saggio (Eutanasia: diritto o delitto? Il conflitto tra i principi di autonomia e di indisponibilità della vita umana, Giappichelli editore, Torino 2012, pp. 116, € 13), in cui con un linguaggio asciutto e preciso, l’Autore esamina il problema dell’eutanasia e della sua legalizzazione, da un punto di vista giuridico.

Si nota fin da subito, e questo non è affatto un limite, l’appartenenza dello studioso al campo dei cultori del diritto naturale, che cercano dei punti fermi nella realtà, per stabilire il loro discorso e le loro analisi. D’altra parte è innegabile che Palmaro conosca a fondo l’oggetto della sua trattazione e i numerosi rimandi bibliografici, sono non meri riferimenti di contorno, ma elementi imprescindibili di una logica tanto ferrea, quanto chiaramente documentata, anche nelle fonti “avverse”. Eccellente appare la capacità di sintesi del filosofo che presenta in poche pagine (cf. pp. 50-58) una carrellata – ci si passi il termine poco tecnico – dei principali argomenti sia a favore che contrari alla legalizzazione dell’eutanasia. Anche gli argomenti favorevoli all’inumana pratica vengono esposti non in modo riduttivo o semplificato, ma chiaro e corretto.

Proprio per ciò risulta più evidente la superiorità logica degli argomenti che militano in favore dell’indisponibilità e della sacralità della vita umana innocente. Così i tanto sbandierati diritti pro-eutanasia, come il diritto a morire (come e quando si vuole), il diritto all’autodeterminazione e il diritto a morire «con dignità», vengono ben confutati da Palmaro mostrando ciò che essi contengono di assurdo: l’idea implicita di ineguaglianza tra i cittadini, l’idea che il dolore sia un “male assoluto”, l’idea che ci sia un primato della società e dei suoi costi in rapporto al rispetto di un singolo suo individuo, l’idea che la maggioranza (ammesso che essa esista sul tema dell’eutanasia) possa determinare la verità morale, l’idea che in una società laica e democratica ognuno possa far ciò che vuole, l’idea che sia lecito uccidere l’innocente quando lo si fa per pietà…

Oltre a questi pseudo-argomenti, prendiamo, a contrario, uno solo dei ragionamenti anti-eutanasia svolti da Palmaro, ossia quello della volontà del malato di morire. Nota il filosofo: «Se (questa volontà) è formulata prima della malattia, rimane il dubbio che essa sia ancora valida quando il soggetto ha perso conoscenza; se invece è contestuale alla sofferenza, nessuno può garantire che essa sia lucida e libera, proprio per la morsa che la sofferenza stringe intorno alla psiche del sofferente» (pp. 46-47). Ecco così volatilizzato, il principale argomento dei fautori della “dolce morte”. Di sicuro il criterio odierno dell’autonomia assoluta dell’individuo è fortemente condizionato da fenomeni (negativi) come la secolarizzazione del pensiero e dello stesso Diritto positivo, i quali hanno evaporato la «concezione oggettiva della morale» (p. 82), tipica dei secoli cristiani, ma già presente, ad un grado di minor sviluppo, nella tradizione classica del diritto romano.

Si è così giunti alle recenti invenzioni, sulla scorta della capziosa lezione di Kelsen, del Diritto mite (Zagrebelsky) o del Diritto liquido (ben criticato da Bauman), i quali sostengono un sistema sociale libertario avente un carattere «essenzialmente autodistruttivo» (p. 96). Si capisce, meditando bene il testo di Palmaro, che non si tratta solo di salvare vite umane innocenti, ma altresì di salvare quel che resta di una civiltà storica che si costruì attorno al Vangelo e diede frutti meravigliosi anche in ordine al retto pensiero e alla giustizia sociale. (Fabrizio Cannone)

mercoledì 30 gennaio 2013


PROGRAMMI SOTTO LA LENTE - I partiti di fronte alla vita - Compromessi, scelte e silenzi - 30 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it/


​A meno di un mese dalle elezioni politiche, la moltiplicazione delle polemiche incrociate che alimentano la campagna elettorale è inversamente proporzionale al rilievo offerto a temi che invece occupano la quotidianità degli italiani, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla sanità, all’impegno sociale. Per restituire a queste e altre grandi questioni pressoché rimosse nella contesa pre-elettorale il peso e la centralità che gli spetta e che hanno nella vita della gente avviamo, da oggi, una ricognizione critica delle posizioni (esplicitate o taciute) di aggregazioni e partiti che si candidano a ottenere il consenso dei cittadini e a guidare il Paese nella prossima legislatura. Il primo tema dell’«Agenda Italia» è naturalmente quello che sta a fondamento di tutto l’edificio sociale: la tutela della vita umana.

Il diritto alla vita è il primo e fondamentale diritto umano, condizione per l’esistenza stessa di tutti gli altri e per il godimento di qualsiasi libertà. Per questo la tutela della vita umana è un dovere inderogabile della società e dello Stato, e non può essere assoggetata ad alcun altro principio. La politica dovrebbe riconoscere questa come la piattaforma elementare condivisa su cui costruire qualsiasi scelta, anche perché il diritto alla vita è garantito da tutte le costituzioni e i codici internazionali. 

Eppure la storia recente documenta una sequenza di eccezioni a questo primato che per natura sarebbe indiscusso e che invece – per effetto di leggi e sentenze – non lo è più quasi ovunque, Italia inclusa. Dall’aborto all’eutanasia, il diritto alla vita sta perdendo la sua funzione di fondamento di ogni affidabile etica sociale per diventare una variabile condizionata da altre libertà e altri diritti, resa funzionale e strumentale, in balia di forze, interessi, richieste, desideri. I programmi di coalizioni e partiti risentono di questa drammatica frana culturale: e a fronte di (pochi) programmi nei quali il diritto alla vita è ancora riconosciuto, prevalgono le dichiarazioni elettorali che non spendono una sola parola su questioni come l’applicazione delle leggi 194 e 40, le scelte di fine vita e le gravi disabilità – limitandosi a una neutralità rispettosa di posizioni anche antitetiche all’interno dello stesso cartello di formazioni politiche –, oppure avversano apertamente ogni limite puntando sulla deregulation nel nome dell’individualismo e della piena autodeterminazione. Opzioni politiche a favore o contro il diritto alla vita, così come i silenzi nei programmi, sono materia nevralgica per la formazione di una scelta elettorale informata. 

Anche perché – che le coalizioni si pronuncino o meno – le questioni in tema di tutela della vita sono urgenti e decisive, e sarà inevitabile che Parlamento e governo usciti dalle urne si pronuncino su molti nodi tuttora irrisolti. A cominciare dal fenomeno degli aborti, che per quanto in progressivo calo è ancora attestato attorno alle 110mila interruzioni di gravidanza l’anno – un numero enorme, se si pensa a cos’è un aborto –, con una quota di donne straniere in forte crescita. Di fronte a questo silenziato mare di dolore si intende lasciar fare nel nome di un asserito "diritto" oppure si vuole valorizzare e imitare il lavoro dei Centri di aiuto alla vita, che si mettono accanto alla donna per aiutarla a scegliere senza pressioni (ambientali, economiche, culturali) improprie, cioè con piena ed effettiva libertà da bisogni indotti? La pillola abortiva, che si vorrebbe "liberante", è invece un ingannevole trucco per relegare l’aborto nel buio e nella solitudine, che può essere parzialmente risparmiato dall’obbligo di legge (eluso in vari ospedali) del ricovero fino al completamento dell’aborto. Le stesse pillole del giorno dopo e dei cinque giorni meritano uno stringente controllo per evitare che diventino la facile anticamera per il nuovo dilagare degli aborti (perlopiù assai precoci) cui si è assistito in altri Paesi. Problemi lancinanti  sono anche agli aborti selettivi, l’ossessiva diagnostica prenatale a caccia di imperfezioni presunte, il numero abnorme di parti cesarei, mentre continua l’assalto contro l’essenziale e costituzionalissimo diritto all’obiezione di coscienza.

Uno dei punti più controversi è l’applicazione della legge 40, che si vorrebbe piegare fino a svellerne le regole (tuttora, checché se ne dica, quasi integralmente in piedi nonostante le spallate per via giudiziaria), per legittimare la selezione degli embrioni e la libertà di scartare gli esemplari difettosi. L’eugenetica, liquidata tra gli orrori della storia, sta rientrando dalla finestra per effetto di pratiche selettive che si pretenderebbero legali, finendo così per uccidere il malato anziché impegnare la ricerca scientifica nella strenua lotta alla malattia. La produzione e il congelamento incontrollato degli embrioni (per ogni bimbo nato ci sono dieci embrioni creati: una distorsione clamorosa e censurata) pone il problema della spinta culturale a preferire la provetta all’adozione. Per tutelare la vita umana più fragile occorre proteggere l’embrione con uno scudo legale quale quello proposto dalla mozione europea "Uno di noi", animata dalla stessa cultura che vorrebbe una legge umana sul fine vita capace di proteggere dalla solitudine e da pulsioni autodistruttive le persone nel tratto più vulnerabile della vita, risparmiando loro l’impressione di sentirsi "di troppo". Magari perché assai costosi per la collettività. Stati vegetativi, Sla, malattie neurodegenerative, gravi disabilità, malattie rare meritano la massima e incondizionata protezione dello Stato. Ma chi si espone a parlarne in campagna elettorale?


Francesco Ognibene

lunedì 10 dicembre 2012


Vendersi la vita di Lucio Luzzatto - 09 dicembre 2012 – http://www.ilsole24ore.com


Robin Cook è considerato dal «New York Times» il maestro del medical thriller. È diventato famoso con i suoi libri di fantascienza biologica, come Il cromosoma 6, in cui immaginava che qualcuno fosse riuscito a inserire questo cromosoma umano, che contiene i geni della compatibilità tessutale, in scimmie bonobo, in modo che si potesse poi usarle come donatori di organi per trapianti in pazienti umani – il guaio imprevisto fu che queste scimmie stavano diventando quasi umane esse stesse. Ma negli ultimi anni Cook ha rivolto l'attenzione ai rapporti tra medicina e business, e lo fa in modo spietato. Un suo libro precedente riguardava il cosiddetto turismo medico: siccome troppi pazienti andavano in India per operazioni di protesi dell'anca che venivano a costare, viaggio compreso, molto meno che in Usa, un'organizzazione americana corrompe infermieri indiani per far morire i pazienti operati e discreditare così l'ospedale indiano.
Nell'ultimo libro appena pubblicato, Death benefit, Robin Cook va ancora più in là. Una società finanziaria, avendo assodato che secondo le leggi vigenti le assicurazioni sulla vita sono suscettibili di compravendita come qualsiasi altra proprietà, comincia ad acquistare polizze sulla vita, pagandole il 15% dell'importo dovuto alla morte dell'interessato. Il venditore, di solito una persona anziana con seri e dispendiosi problemi di salute, incassa una cifra di cui al momento ha molto bisogno, e viene sollevato dall'onere di pagare il premio annuo; alla sua morte però, il beneficiario non sarà più un suo erede, bensì la società, chiamata significativamente LifeDeals, o Affari di Vita. Naturalmente LifeDeals aveva eseguito diligenti calcoli attuariali che, in base alle curve dell'attesa di vita degli assicurati, le garantiranno profitti ingenti.
Non ci sarebbe thriller se non ci fosse un problema: che si chiama in questo caso Tobias Rothman, uno scienziato geniale che ha già avuto un premio Nobel per le sue scoperte sulla virulenza dei batteri, ma che ora alla Columbia University sviluppa una nuova linea di ricerca basata sulle cellule staminali pluripotenti indotte, usando le quali ha affrontato di petto la sfida dell'organogenesi: come fare un rene, o un cuore, o un pancreas a partire dalle cellule del paziente, per poter poi trapiantarlo nel paziente stesso saltando di colpo tutti i problemi di compatibilità immunologica: in altre parole, evitando a priori il rischio di rigetto. I capi di LifeDeals lo vengono a sapere, e fanno presto a calcolare che se le curve di sopravvivenza delle persone le cui polizze hanno acquistato si spostassero "verso destra" anche di pochi anni, invece di fare un grosso profitto andranno in rovina (ciò accadrebbe per esempio se tutti i diabetici vedessero la loro vita allungarsi a seguito di una specie di auto-trapianto di pancreas). I capi di LifeDeals decidono allora di non accontentarsi di mezze misure, e commissionano a caro prezzo alla mafia albanese di New York l'assassinio dello scienziato. Vengono usati i batteri del suo laboratorio, ma per maggior sicurezza a questi viene aggiunto il polonio radioattivo 210 (già noto, e non in fantascienza, perché usato a Londra nel caso di Alexander Livinenko). Rothman e il suo fido assistente soccombono in meno di due giorni, e il verdetto medico-legale è morte per tifo addominale iper-acuto contratto accidentalmente dalla Salmonella del laboratorio. È facile trovare esagerazioni nel libro di Robin Cook, soprattutto perché certamente non basta eliminare uno scienziato per fermare i progressi di quella che si chiama oggi medicina rigenerativa. Ma l'autore ha centrato in pieno due punti importanti di grande attualità. In primo luogo, gli sviluppi della biotecnologia hanno reso assai più stretti di prima i rapporti tra ricerca accademica e business: Rothman è appassionato della scienza quanto lo sono stati prima di lui altri scienziati per generazioni; ma diversamente da molti dei suoi predecessori non si dimentica di ottenere brevetti per tutti i passi avanti che fa. In secondo luogo, l'autore ha colto in pieno il potenziale esplosivo del combinare la biologia dello sviluppo (organogenesi) con l'ottenimento di cellule staminali pluripotenti dalle cellule tessutali di qualunque persona, attraverso un percorso a ritroso del differenziamento. La scala dei tempi del progresso biotecnologico è in fast forward, come è lecito in un romanzo: credo che nella realtà ci vorranno ancora parecchi anni prima di far crescere un rene o un pancreas nell'incubatore di un laboratorio. Ma il primo passo è stato fatto: in ematologia sapevamo da tempo che le cellule staminali ematopoietiche erano capaci di generare tutti i molti tipi di cellule che popolano il sangue; ora è dimostrato che da una stessa cellula staminale epatica derivano vari tipi di cellule che concorrono a formare il fegato; parimenti per il rene, e via dicendo. Produrre in vitro un organo ad personam è concettualmente fattibile.
Il resto è romanzo; la cui eroina è una studentessa di medicina socialmente tarpata da un passato difficile, ma intellettualmente brillante oltre che naturalmente bellissima, affezionata allo scienziato ora defunto. Attraverso il suo acume clinico e avventure rocambolesche riesce a capire tutto sulla natura omicida di quelle morti e ne incontra a suo rischio gli esecutori materiali: ma non ha idea di chi siano i mandanti. Quasi un segreto tra l'autore e i lettori: come un monito di quel che potrebbe succedere o forse già succede quando il big business prevale sulla scienza.

giovedì 6 dicembre 2012


La differente valutazione del capo dello Stato
Eluana e l’Ilva
Due decreti, due misure ​
Di fronte a una situazione potenzialmente esplosiva, il Governo Monti è intervenuto sull’Ilva di Taranto mettendo di fatto in mora la magistratura. La vicenda è complessa e mobilita temi di grande interesse generale, quali tutela della salute, del lavoro e del territorio. Si tratta di problemi che per la loro portata travalicano la situazione locale dei lavoratori Ilva e della città di Taranto, investendo l’economia nazionale, la politica industriale, la salvaguardia dell’ambiente, i rapporti tra le istituzioni. E la ricerca di un equilibrio tra le diverse esigenze che si contrappongono è quanto mai difficile. 

Il Governo, consapevole della difficoltà a trovare una sintesi, ha scelto di intervenire con lo strumento del decreto e anch’io ritengo che abbia ben operato.Non vi erano infatti altri strumenti per intervenire d’urgenza, prima che le tensioni sociali diventassero incontrollabili, senza tuttavia rinunciare al dovere di difendere la salute e l’ambiente. A questo scopo, mentre viene assicurata la continuità della produzione, il decreto impone alla proprietà dell’azienda una precisa roadmap per il risanamento del sito industriale. Allo strumento del decreto legge si è fatto crescente ricorso da parte dei Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, fino a farne un vero e proprio abuso, come più volte lamentato dalle opposizioni parlamentari e dallo stesso capo dello Stato. Il decreto legge tuttavia resta uno strumento insostituibile per i casi in cui l’intervento legislativo riveste carattere d’urgenza. Ferma restando l’opinabilità delle scelte adottate, è certo tuttavia che nel caso dell’acciaieria Ilva sussistessero tutti gli elementi atti a qualificare l’urgenza dell’intervento. 

Come è prassi consolidata, giusto o non giusto che sia, gli atti di decretazione d’urgenza vengono sottoposti dal governo alla preventiva valutazione del presidente della Repubblica, per allontanare il rischio che egli possa rifiutarsi di emanarlo. È quindi ipotizzabile che la disponibilità del presidente Napolitano ad apporre la sua firma sia stata anticipatamente ricercata anche in questo caso e che essa sia stata da lui assicurata, riconoscendo l’urgenza del provvedimento. E ciò malgrado che l’intervento governativo corresse il rischio di sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e prestasse il fianco perfino a rilievi di possibile incostituzionalità. 

Non è privo di significato ricordare, oggi, che un’analoga disponibilità di Napolitano non fu riscontrabile in occasione del decreto con cui il Governo Berlusconi, seppur tardivamente, tentò di fermare la macchina giudiziaria che avrebbe portato a morte Eluana Englaro. Certamente, anche in quella circostanza si correva il rischio di un conflitto di attribuzione tra poteri dello stato. A differenza che nella vicenda attuale, tuttavia, il conflitto era stato originato da sentenze 'creative' di alcuni magistrati, in dissonanza con il nostro ordinamento giuridico. Più di oggi, senza dubbio, il decreto avrebbe posseduto tutte le necessarie caratteristiche di urgenza, come dimostrato ex­post dalla morte della ragazza, inevitabilmente avvenuta a distanza di pochi giorni. 

Nel nostro mondo però il potere di rappresentanza sindacale è più forte di quello di una grave disabile senza voce e della battaglia 'politicamente scorretta' di chi ricordava che terze persone stavano decidendo di far morire una persona viva e non una «già morta», e il capo di un grande Paese non può non essere uomo di mondo... Tra realpolitik e radicate visioni personali. 

giovedì 29 novembre 2012


Vita su Marte, l’entusiasmo sfida le prove 

Ma l’onere della prova tocca agli europei, nel 2016 - http://www.lastampa.it/
Curiosity ha fatto l’uovo? Ne ha trovato uno su Marte? Per ora sembra di no: si parla, con giusta cautela, di «molecole organiche, non biologiche». In soldoni, la stessa differenza che passa tra il metano e l’emoglobina.  
Ne sapremo di più tra poco, quando la Nasa farà il suo annuncio ufficiale negli Usa (sarebbe stato ben strano che un politico attento come Charles Elachi, direttore del prestigioso Jpl californiano, fosse venuto in Italia ad annunciare la scoperta della vita su Marte). No, per ora non è la vita su Marte. Vedremo settimana prossima, e speriamo che sia la volta buona. Di molecole organiche, anche molto più complesse del metano, è pieno l’ambiente interplanetario. Sono molecole che dallo spazio ci cadono sulla testa a bordo di polveri cosmiche, di comete e di meteoriti, tutti oggetti che, globalmente arrivano sulla Terra all’impressionante ritmo di 40 mila tonnellate l’anno. Riceviamo regolarmente, per esempio, quella ventina di aminoacidi dei quali siamo fatti noi, ovvero i mattoni della vita. Che ci siano molecole organiche su Marte, quindi, proprio non è una grossa scoperta: i meteoriti cadono anche su Marte. Ricordiamo che qualche anno fa un gruppo di scienziati italiani, guidati da Vittorio Formisano, scoprì tracce di metano nell’atmosfera marziana: poteva essere lo sbuffo di un vulcano ma anche, magari, una colonia di batteri. Neanche allora, e la tentazione fu grossa, annunciammo la scoperta (anche se indiretta) di vita su Marte.  
La Nasa, diciamolo tra noi, è più incline a cadere in simili tentazioni.Spettacolare, anche se già un po’ dimenticata, quella del «verme» sul sasso marziano del 1996. Si trattava di un meteorite partito da Marte in seguito ad un impatto sul Pianeta rosso, arrivato sulla Terra (da solo, senza l’aiuto della Nasa) e infine ritrovato in Antartide. Guardandolo con un potente microscopio, scienziati della Nasa ci videro una «cosina» di millesimi di millimetro, che sembrava proprio un piccolo verme. Lo pubblicarono su «Science», la più prestigiosa rivista scientifica americana, con «impact factor» stellare. Grande annuncio con fanfare del presidente Clinton, che disse: «Oggi questa roccia ci parla da milioni di miglia, e ci parla della possibilità di vita». Poetico, ma falso: la roccia stava zitta e il «verme» era una concrezione minerale. Ma ci volle un po’ a capirlo. Nel frattempo, la Nasa aveva avuto un grosso aumento: certo per un caso, l’annuncio era stato fatto al momento della presentazione del budget davanti al Congresso.  
Esattamente due anni fa, il 29 novembre 2010, altro annuncio spettacolare di astrobiologi della Nasa: scoperta, addirittura sulla Terra, la vita aliena, la vita 2.0! Alcuni batteri, raccolti in un lago della California con acque ricchissime di arsenico, sembravano aver sostituito, nella loro chimica, il fosforo con l’arsenico. Davvero alieni: come insegna Madame Bovary, per la normale vita 1.0 (cioè per tutti noi e per tutto ciò che di vivo si conosce sulla Terra) l’arsenico è un potente veleno. Anche qui, fanfara e pubblicazione, sempre su «Science». Poco dopo, con molta onestà, la smentita: sì, l’arsenico in giro c’è, ma i batteri non lo mangiano, se ne guardano bene: è come se nuotassero con la bocca chiusa. Non si hanno, in questo caso, dati sulle variazioni del budget Nasa. Ma Curiosity è una macchina fantastica e potrebbe aver fatto l’uovo davvero, stavolta. Noi tifiamo per la Nasa, ma un po’ ci verrebbe da gufare. Perché ci aspettiamo la grande scoperta (della vita su Marte, voglio dire) dalla missione europea Exomars, appena confermata dalla Agenzia spaziale europea, ora in costruzione a Torino. Nel 2016-2018 atterrerà su Marte (magari vicino a Curiosity), sarà capace di scavare fino a due metri di profondità, e lì, al calduccio, cercare la vita.Che strano: se la trovasse, come in fondo tutti ci aspettiamo, ci sembrerebbe normale, ma allo stesso tempo sarebbe la più grande scoperta del millennio, se non della storia dell’uomo.  

martedì 13 novembre 2012


Commissario Ue pro-life?
Levata di scudi a Bruxelles
13 novembre 2012 - http://www.avvenire.it/
Un commissario europeo fermato dall’Europarlamento per le sue convinzioni cattoliche? È la domanda che torna a risuonare, a otto anni dal caso che vide lo stop a Rocco Buttiglione, tra le mura dell’unica istituzione Ue direttamente eletta dai cittadini europei.

Al centro è l’attuale ministro degli Esteri maltese Tonio Borg, nominato dal governo della Valletta a prendere il posto a Bruxelles dell’ex commissario John Dalli, costretto alle dimissioni dal presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso dopo che l’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta anti frode, l’aveva accusato di contiguità con un lobbista nel settore del tabacco. Borg dovrebbe assumere il portafoglio di Dalli, che è quello della Salute e della Tutela dei consumatori. Oggi pomeriggio, per tre ore – come prevede il trattato Ue – l’aspirante neo-commissario dovrà sottoporsi al fuoco di fila delle domande delle tre Commissioni parlamentari dei settori interessati (Sanità e Ambiente, Mercato e protezione dei consumatori e Agricoltura e sviluppo rurale). Il voto finale sul commissario è in calendario la prossima settimana in plenaria a Strasburgo. Il problema è che al Parlamento Europeo si registra una diffusa ostilità nei confronti di Borg, cattolico praticante. 

Pesa la dura dichiarazione dell’Epha (European Public Health Association, organismo che riunisce tutte le organizzazioni nazionali che si occupano di sanità pubblica), secondo la quale la nomina di Borg «solleva dubbi sulla compatibilità delle sue convinzioni e dei valori personali con i suoi pubblici doveri come commissario», in quanto «come membro del governo maltese, Borg ha sostenuto dure normative anti-aborto e si è fieramente opposto a proposte per abolire il carcere per donne che hanno abortito».
Molto critico anche il gruppo misto dell’Europarlamento sui diritti degli omosessuali di cui fanno parte 139 eurodeputati che accusa Borg di posizioni «ultra-conservatrici» su aborto, divorzio e omosessuali, «potenzialmente problematiche per il suo portafoglio». E ieri 8 Ong hanno pubblicato un appello all’Europarlamento a stoppare il maltese sostenendo che «la nomina di Borg sarebbe un serio rischio per i principi dei diritti fondamentali». Vari europarlamentari sono su quella linea. «Il Parlamento Europeo – ha dichiarato l’eurodeputata liberale olandese Sophie in’t Veld – si è espresso ripetutamente a favore di politiche che includono i diritti degli omosessuali e quelli della salute riproduttiva. Noi vogliamo un commissario che collabori con noi per attuare quelle politiche». Agguerriti i Verdi e il gruppo dell’estrema sinistra. Più cautela sul fronte del gruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento, che potrebbero essere l’ago della bilancia, anche se il capogruppo Hannes Swoboda ha avvertito che durante l’audizione Borg «sarà vagliato con grande attenzione». «Tutto dipenderà da come risponderà – spiegano fonti del gruppo –, noi porremo domande sui diritti degli omosessuali, sul divorzio e sull’aborto. Non voteremo per un commissario che non rispetti la Carta dei diritti fondamentali della Ue». Borg, insomma, dovrà districarsi per evitare le trappole di cui sarà disseminata l’audizione per non finire come Buttiglione nel 2005.

Sul fronte dei popolari c’è grande preoccupazione. «Rischiamo di essere isolati – diceva ieri una fonte Ppe –, sembra proprio che siamo di fronte all’ennesimo attacco contro un personaggio “reo” solo di essere un cattolico coerente». «Per questi critici – chiosa in un comunicato l’Ong di ispirazione cristiana Human Dignity Watch – il solo essere cristiani equivale a essere “estremisti”. Questo avrebbe certamente sorpreso i padri fondatori dell’integrazione europea, molti dei quali erano cristiani praticanti». Due eurodeputati popolari molto impegnati sul fronte della difesa della vita, il tedesco Peter Liese e l’austriaco Richard Seebe, hanno esortato il Parlamento a concentrarsi sulle qualità professionali di Borg. «Tutti i nostri contatti con il commissario designato hanno dimostrato che si è occupato intensamente dei temi relativi a salute e tutela dei consumatori». Per il resto, «se Borg si riconoscerà senza limitazione nella Carta dei diritti fondamentali Ue, avrà soddisfatto un necessario requisito per la carica di commissario europeo. Se così è, la Ue deve tollerare concezioni diverse».

Giovanni Maria Del Re

domenica 7 ottobre 2012


6 ottobre, 2012 - http://www.uccronline.it
Sono trascorsi tre anni dalla presentazione al Parlamento polacco del  documento  in cui si chiedeva un divieto legislativo sull’uso della fecondazione in vitro, firmato da 100 scienziati.
Ad oggi quelle firme pro vita si sono triplicate, sostenendo che tale criterio di inseminazione comporta la distruzione di essere umani non nati. E non solo; secondo gli studiosi i bambini nati da questo tipo di fecondazione sarebbero maggiormente esposti, rispetto a bambini concepiti naturalmente, al rischio diavere difetti alla nascita o ritardi mentali e fisici.
I ricercatori dunque hanno proposto un’alternativa al problema della sterilità; la NaProTechnologia . “Essa è basata sul Modello Creighton, utile proprio a seguire il corpo della donna durante il suo ciclo naturale. In nessuna fase di questo metodo vi è la distruzione di esseri umani non nati, nè si distrugge la dignità dei coniugi e dell’essere umano concepito”-  si legge nell’appello dei ricercatori che neassicurano l’efficacia e ne garantiscono il costo meno elevato rispetto alla procedura in vitro.
Tale metodo fu sviluppato da Thomas Hilgers nel 1991 e monitora le fasi del sistema riproduttivo femminile basandosi essenzialmente su metodi naturaliquindi sulla capacità di riconoscere la propria fertilità da parte dei coniugi in cerca di prole, come consiglia la Chiesa cattolica.
Il padre del metodo, Hilgers, è un professore del dipartimento di Ostetricia e Ginecologia, delll’Università di Medicina del Nebraska (Stati Uniti d’America), ispirato dal messaggio dell’enciclica  “Humanae Vitae”, Papa Paolo VI. Questo sistema finalizzato alla ricerca del concepimento, è riconosciuto anche come una tecnica di prevenzione sanitaria per la salute delle donne.

mercoledì 26 settembre 2012


IL SAPORE DEL PANE - Poesie che cantano il cielo e incantano la terra - di Robert Cheaib

ZI12092513 - 25/09/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-32792?l=italian

ROMA, martedì, 25 settembre 2012 (ZENIT.org) - La vita diventa breve, un noioso ed eterno ritorno del simile, quando si assopisce alla meraviglia della sua continua novità. L'eccesso di prosa forse definisce i contorni del vissuto, ma di certo non arriva a rendere la vita vivibile. È la riscoperta del fuoco della poesia, del profumo, dell'armonia e della bellezza che si cela dietro le ceneri del tedio quotidiano a ridare al cuore della vita i suoi ritmi, rime e palpiti.
La poesia giunge a trasmettere la pienezza del suo slancio vitale quando sa coniugare all'incanto della terra il canto del Cielo e viceversa. Pochi poeti del sacro sanno salire e scendere con destrezza questa scala di Giacobbe come David Maria Turoldo. Ogni volo mistico nella sua poesia è equilibrato dalla discesa kenotica verso gli abissi della storia, verso la solitudine dell'uomo, verso la denuncia dell'indifferenza al Cristo nel fratello emarginato.
«Il sapore del pane» è una raccolta di poesie e testi del famoso poeta-mistico che si aggiunge al patrimonio della «Biblioteca universale cristiana» di San Paolo Edizioni. In ogni pagina e ogni strofa di questo libro si sente lo stile e la sensibilità di un uomo che sa calibrare i voli mistici con gli inchini della penitenza e con la concretezza della mano tesa dell'amore intrastorico. La potenza di queste poesie non nasce tanto dal fascino delle parole e delle immagini quanto dalla convergenza tra gli alti temi teologici e i comuni temi esistenziali.
Recuperare il sapore del pane, un sapore così comune ma così straordinario è un'impresa difficile che richiede una continua risurrezione dei sensi, una rinascita nello spirito a una rinnovata infanzia e così il poeta prega:
«Restituiscimi all'infanzia, Signore, fa' che ritorni fanciullo, al sapore vero delle cose, al gusto del pane e dell'acqua».
Ritornare all'infanzia è riscoprire lo stupore che non sa stare indifferente ma che con gli occhi spalancati all'accoglienza costituisce il distintivo dell'infante in un mondo di adulti anonimi e standardizzati:
«Signore, salvami dall'indifferenza, da questa anonimia di uomo adulto. È il male di cui soffriamo senza averne coscienza»
La riscoperta del gusto è una scoperta del colore che irriga il mondo e che salva dalla monocromia, morbo degli spiriti invecchiati:
«Signore, salvami dal colore grigio dell'uomo adulto e fa' che tutto il popolo sia liberato dalla senilità dello spirito».
Il ritorno all'infanzia visita anche i meandri del sacro e spazza via la polvere dell'abitudine per scoprire la luce delle cose, la Luce che non tramonta:
«Salvami dall'abitudine delle cose sacre e fammi godere il miracolo della luce e quello dell'acqua viva che sgorga dalle pietre; il miracolo delle primavere come quando, fanciullo, mi sorprendevo nei campi uguale a un calice colmo di gioia per il dialogo amoroso con le piante e i monti e gli uccelli».
Risvegliare i sensi al sapore del pane, se è autentico, non può che essere anche un risveglio alle lacrime della terra. Così in un'altra poesia Turoldo presta la sua voce e la sua parola ai poveri e si fa denuncia:
«La più amara inondazione della terra
sono le lacrime della povera gente,
lacrime silenziose e segrete:
acqua e sangue che gonfiano i fiumi
di tutti i paesi».
Ascoltare il grido dei poveri e degli oppressi, apportare salvezza è condizione per gustare realmente il pane che altrimenti si avvelenerebbe con il siero dell'indifferenza:
«Non credo, terra, che fiorirai ancora
a lungo: troppe sono le lacrime
dei poveri, lacrime divenute
veleno di questi giardini,
e del pane e dell'acqua che beviamo».
Il ritmo che redime il gusto è chinarsi di nuovo verso «fratel Nessuno», quell'emarginato, quel Lazzaro dimenticato alle porte delle nostre chiusure, quella «antica immagine di Cristo sparpagliato in ogni lembo di umanità, vessillo che ci manca».
In questo Cristo, «ragione di questo esistere, folle bellezza», Pane spezzato per amore è possibile recuperare il sapore del pane.
A ragione la Prefazione del libro che porta la firma di Mons. Gianfranco Ravasi raccomanda questo libro come «un piccolo breviario da tenere in mano quando si è nella penombra soffusa di una chiesa, ma anche in treno, tra facce assonnate all'alba, quando si corre alla città del lavoro o quando, a sera, si chiude la giornata e si prega...»

mercoledì 19 settembre 2012


VITA E FAMIGLIA NELLE ELEZIONI USA - La corsa alla Casa Bianca si disputa anche sul terreno dei valori non negoziabili di Donata Fontana

ZI12091816 - 18/09/2012

ROMA, martedì, 18 settembre 2012 (ZENIT.org) - La sfida per le presidenziali USA si disputa anche sul terreno dei valori in difesa di vita e famiglia, anche se in modo indiretto.
I Repubblicani – alla convention del Partito di qualche settimana fa - hanno messo in guardia gli elettori contro il “sistema Nazioni Unite”, denunciandone problematiche burocratiche, influenze economiche e politiche e la «vergognosa collaborazione dell’UNFPA con il programma cinese di aborto coatto». Dall'altra parte, il partito Democratico sembra rispondere, vantando il successo di Obama di aver ripristinato la leadership degli USA in seno all’ONU e appoggiando, a gran voce, le tendenze delle Nazioni Unite a equiparare le coppie omosessuali alle famiglie “tradizionali”.
Ad aiutare la scelta degli elettori potrebbero giocare un ruolo interessante, inoltre, anche le posizioni dei due schieramenti a proposito della ratifica di alcuni Trattati ONU per la difesa dei diritti del fanciullo, della donna e delle persone con disabilità.
Sono, infatti, al vaglio delle sottocommissioni “Affari Esteri” del Senato e del Congresso alcune bozze di Convenzioni internazionali predisposte dalle Nazioni Unite: il loro contenuto, tra le righe, rischia una certa pericolosità ideologica.
Sono parecchi, negli Stati Uniti, gli esperti di politica e di diritto interno che mettono in guardia dalla tendenziosità e dall'ambiguità dei testi ONU, soprattutto quando, per combattere le discriminazioni delle donne, si fa leva sui c.d. “diritti riproduttivi” e quando si paventa l'idea che a scegliere “pietosamente” per la vita o la morte del proprio figlio con sindrome di Down, appena nato, possano essere i genitori, con quella tendenza che si sta affermando come “eutanasia neonatale”.
Giusto per fare un esempio: la Convention on the Rights of Persons with Disabilities (CRPD) è già stata approvata dal Senato, in luglio. L'emendamento proposto dai Repubblicani - tramite il senatore Rubio - con l'intento di evitare che la Convenzione estenda negli USA il “diritto all'aborto” se il feto presenta disabilità psico-fisiche, è stato respinto dal voto contrario dei senatori Democratici.
E' stato anche dimostrato che vocaboli come «salute sessuale e riproduttiva» sono stati inseriti nel testo della CRPD dai proponenti aggirando l'opposizione dei rappresentanti di ben 23 Stati; e anche laddove non si parli mai esplicitamente di aborto - come nel caso della ratificanda Convenzione ONU contro le discriminazioni delle donne – esperienza insegna che, sulla base dei Trattati approvati, le Agenzie ONU potrebbero continuare a premere sui legislatori nazionali per la legalizzazione o estendere l'interruzione volontaria di gravidanza, come già accaduto in molti Stati dell'Africa e dell'America centro-meridionale.
Uno sguardo ad un orizzonte un po' più ampio, insomma, potrebbe aiutare la scelta di molti americani di fronte alla prossima scheda elettorale.

martedì 18 settembre 2012


Tre professionisti coerenti ed amanti della vita umana- Tre belle testimonianza: Mario Melazzini, Elvira Parravicini e Angelo Vescovi - http://www.uccronline.it/
18 settembre 2012


*pediatra

Ho raccolto, e mi sembra bello condividerle con voi, le esperienze di alcuni personaggi italiani cui la stampa ha dato di recente una seppur timida eco. Queste testimonianze mostrano che al mondo c’è ancora qualcuno che dà il giusto valore alla vita umana e che non si lascia confondere dal rumore assordante che ci circonda e che vorrebbe farci credere che una vita che soffre o che è malformata o che è semplicemente troppo giovane o troppo vecchia non è vita o può comunque essere tranquillamente, talvolta persino “legalmente”, interrotta.
In un articolo pubblicato il 21 agosto scorso su Avvenire, il Dott. Mario Melazzini, medico oncologo, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica, la gravissima, progressiva e letale malattia che tutti noi conosciamo bene, si esprimeva come segue: «La ricerca scientifica riveste un ruolo imprescindibile nella lotta alle malattie considerate al momento inguaribili. […] E’ solo dalla ricerca che possono giungere le risposte terapeutiche che malati e famiglie si attendono. Tutti ci auguriamo che arrivino al più presto, tuttavia la ricerca ha tempi precisi per arrivare a esiti concreti: va portata avanti in maniera corretta e responsabile, senza strumentalizzazioni e in maniera etica, nel rispetto dei criteri e delle procedure validate, senza lasciare spazio a false illusioni e “viaggi della speranza”.» Quanta differenza nell’approccio di questo grande medico, costretto sulla sedia a rotelle, rispetto alle polemiche e alle strumentalizzazioni, cui di recente abbiamo assistito , del caso di Celeste, la piccola bimba ammalata di atrofia muscolare spinale.
Ma mi preme riportarvi una parte ancora più bella dell’articolo del dott. Melazzini: «Ma nel contempo si vuole e si deve continuare a vivere: ancora troppe volte ci si dimentica che l’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia possono realmente consentire anche a chi è stato colpito da patologie inguaribili di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia. Quest’ultima, dopotutto, non porta via emozioni e sentimenti, ma fa comprendere che l’essere conta più del fare. È questa la vera speranza: il medico può cercarla e trasmetterla anche quando prevalgono i dubbi e l’angoscia, imparando dai pazienti come proprio la speranza sia il vero e proprio cuore della guarigione.» E ancora: «La ricerca è linfa vitale che alimenta la speranza di una vita migliore per chi, oggi, è costretto a vivere con la malattia. Ma non dobbiamo dimenticarci che un corpo malato non può diventare in nessun caso un fattore di isolamento, esclusione ed emarginazione dal mondo. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia. Questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, e introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società. La domanda di senso di un’esistenza è strettamente correlata alla possibilità di esprimersi e, soprattutto, al fatto che ci sia o meno qualcuno a raccogliere i messaggi. Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l’abbandono e la solitudine a decretare una vita degna o meno di essere vissuta.»
Il quotidiano Libero, il 30 agosto scorso, pubblicava invece un articolo sulla Dott.ssa Elvira Parravicini, una neonatologa italiana che negli Stati Uniti, in un grande ospedale pubblico, accoglie i neonati con seri problemi che tuttavia i genitori hanno deciso di non abortire, anche grazie alla consapevolezza che c’èuna squadra di esperti disponibile a farsene carico. Questo team di medici e infermieri accoglie questi bimbi e cerca di rendere loro la vita, quei brevi istanti di vita che magari hanno a disposizione, la più confortevole possibile. Perché è vita anche quella di un bambino malformato o gravemente prematuro. Ed essere amati da una famiglia, fosse anche per poche ore, è un diritto e un bisogno primario di questi bimbi. La dott.ssa Parravicini ha raccontato la sua esperienza nel corso dell’ultimo meeting di CL a Rimini.
Vi confesso che da Pediatra non sono riuscito ad ascoltare questa bellissima esperienza senza provare emozioni fortissime ed un’ammirazione grande per questa persona. Si decide di diventare medici perché si desidera salvare i propri simili, aiutarli a vivere meglio. La morte di un paziente, per un medico, è sempre fonte di frustrazione. La dott.ssa Parravicini ci dimostra che un medico è sempre a favore della vita, anche di quella che ai più non sembra nemmeno degna di essere vissuta; ci dimostra che un medico deve accompagnare con grande disponibilità, delicatezza e amore ogni vita, accogliendola nel momento della nascita o della “rinascita” a seguito di una guarigione, ma anche sostenendola nel momento della fine. Perché, in fondo, come dice la dott.ssa Parravicini: «Di cosa ha bisogno un bambino? Di avere accanto la mamma e il papà. Qual è il suo piacere principale? Mangiare. Ecco, partiamo da qui: devono poterlo fare, fosse anche per i soli cinque minuti che stanno al mondo». In fondo è semplice: «Non c’è strada, se non la realtà. Il bambino ci dà tutti i segni di cui abbiamo bisogno. Perché lui è dato, ai genitori e a me: a noi, che non possiamo definire il suo destino. A noi è chiesto di osservare e seguire la realtà.».
Qui sotto l’intervento della dott.ssa Parravicini al Meeting di Rimini
Infine, a dimostrazione che si può essere ottimi ricercatori continuando a rispettare la vita fin dal suo inizio, credo sia bello citare le parole del Dott. Angelo Vescovi, neurobiologo, dichiaratamente agnostico, sostenitore dellaricerca sulle cellule staminali adulte. Di recente ha iniziato una sperimentazione trapiantando nel cervello di due malati di Sclerosi laterale amiotrofica le cellule staminali cerebrali ingegnerizzate di un feto abortito spontaneamente donate dai genitori del bimbo (nello stesso modo in cui due genitori potrebbero donare gli organi del proprio figlio deceduto prematuramente). Intervistato da Francesco Ognibene su Avvenire lo scorso 1 agosto , alla domanda sul perché della sua scelta etica di non lavorare con cellule staminali embrionali, ha risposto quanto segue: «Non per motivi religiosi, ribadisco che sono agnostico: le mie motivazioni nascono da convinzioni personali di scienziato, sulle quali resto coerente. Ho un enorme rispetto per la vita, in tutte le sue forme. A rigor di logica e di scienza, dimostrabile e verificabile, la vita comincia all’atto del concepimento e finisce con la morte naturale. L’intervallo tra i due istanti è lo spazio della vita umana, ed è uno spazio sacro, laicamente sacro: quanto di più grande ci sia nella considerazione di uno scienziato, e certamente nel mio sistema di valori. Non credo in una scienza che viola il diritto a esistere della vita, e in particolare della vita umana».
E infine: «Non credo in una scienza che crea vita umana per poi distruggerla al solo scopo di ricavarne cellule embrionali. Così facendo la scienza calpesta la regola più elementare della morale universale, ovvero il rispetto della vita umana, per soddisfare le necessità che derivano dall’insufficienza delle sue capacità tecniche. Il vero scienziato davanti a un problema cerca la soluzione, non la scorciatoia. Il lavoro che stiamo conducendo dimostra una volta in più che esiste la soluzione al problema dell’uso delle staminali nel pieno rispetto della vita».