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giovedì 16 maggio 2013


Caso Jolie, molte variabili poche certezze di Renzo Puccetti - 16-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Angelina Jolie
    
La famosa attrice Angelina Jolie, icona holliwodiana di bellezza e prestanza fisica, ha informato i media di essersi sottoposta ad una mastectomia totale bilaterale preventiva per ridurre la probabilità di sviluppare un cancro al seno. La donna è infatti portatrice di una mutazione del gene BRCA che incrementa le probabilità di tumore mammario, ovarico e in modo più contenuto, di altri organi.

Il BRCA appartiene ad una classe di geni definiti soppressori tumorali. Esistono centinaia di possibili mutazioni di questi geni e solo una parte di queste si associa ad un incremento di rischio tumorale. 

Questa notizia può offrire l’occasione per sviluppare alcune riflessioni di specifica pertinenza bioetica. Un primo interrogativo riguarda l’eticità di una mutilazione di un organo sano, in questo caso le mammelle, in previsione di una possibile futura patologia. Il 13 settembre 1952 il Santo Padre Pio XII descrisse il principio che doveva ispirare questi casi dicendo: «La parte esiste per il tutto e, di conseguenza, il bene della parte resta subordinato al bene del tutto: il tutto è determinante per la parte e può disporne nel suo interesse». Tale principio viene indicato in bioetica come principio di totalità. Perché esso possa essere invocato, perché cioè sia lecito sacrificare una parte di sé stessi, il Papa specificò che «soltanto dove si avvera la relazione del tutto alla parte e nella misura esatta in cui si avvera, la parte è subordinata al tutto, il quale nel suo interesse può disporre della parte». Se ad esempio un rene colpito da tumore viene asportato, si è in presenza di una chiara applicazione del principio di totalità; il sacrificio del rene malato offrirà possibilità di guarigione o quantomeno di più lunga vita al paziente. 

Maggiore perplessità può derivare dalla asportazione di un organo sano passibile di ammalarsi in futuro, anche se in questo caso specifico ci sono da considerare una serie di fattori che rendono la scelta non facile. Nel caso della Jolie, ad esempio, dato l’alto rischio di tumore, nessuno può escludere già la presenza di foci occulti di degenerazione neoplastica in fase iniziale. Tra gli elementi ulteriori da considerare vi sono la funzione galattogena della ghiandola mammaria e il ruolo di locus psicologico dell’identità femminile svolto dalle mammelle compromessi dalla mastectomia. A questi si deve aggiungere il carico di stress connesso ad un intensivo monitoraggio della salute del seno in donne portatrici di tale mutazione. La serietà del rischio è attestata da quanto pubblicato nel 2010 sul Journal of Clinical Oncology. Secondo gli autori di quello studio una donna di 25 anni che non ha mutazione del BRCA ha l’84% di probabilità di raggiungere l’età di 70 anni, ma in presenza della mutazione del BRCA1 la stessa donna vede ridursi al 53% la probabilità di diventare settantenne, pur sottoponendosi a periodici esami di prevenzione. 

Esiste poi un altro interrogativo: chi può o deve avere accesso a  questo tipo d’informazioni e chi ne deve essere invece inibito? Secondo la legislazione americana questi dati costituiscono a tutti gli effetti informazioni di tipo sanitario, e come tali esse non possono ad esempio essere utilizzate come fonte per la discriminazione del personale in ambito lavorativo, ma possono essere invece acquisite dalle compagnie assicuratrici per la valutazione del rischio. 

C’è infine un ulteriore elemento da considerare, un'implicazione legata a questi casi: l’uso dei test genetici come condanna, anziché come servizio. Non è un’ipotesi confinata al futuro, è una realtà già oggi routinaria che si verifica con il ricorso alla diagnosi genetica pre-impianto effettuata sugli embrioni prodotti con la fecondazione artificiale. Attraverso la biopsia di una o due cellule (blastomeri) dell’embrione si possono effettuare ormai decine di analisi genetiche, compresa la ricerca di mutazioni del BRCA. Se il test  genetico risulta positivo la coppia può decidere di non trasferire l’embrione nell’utero e di gettarlo via. L’embrione viene così ucciso non perché sia malato, ma perché porta con sé un rischio di malattia. 

L’Angelina Jolie del XXI secolo che dovesse essere concepita in provetta potrebbe non godere del privilegio di vivere la propria vita e di scegliere la mastectomia preventiva che la Jolie dei nostri tempi ha avuto, semplicemente perché essa verrebbe buttata via quando la sua vita fosse solo di qualche giorno ed il suo corpo fosse formato da un pugno di cellule. In uno studio del 2007 pubblicato sulla rivista Human Reproduction furono interrogate 102 donne affette da mutazione del BRCA seguite dai servizi oncologici. Fu domandata la loro opinione circa l’eventuale diagnosi pre-impianto sul BRCA nei loro eventuali figli. Tra le 52 donne che accettarono di rispondere, 39 ritennero accettabile effettuare la diagnosi genetica pre-impianto per mutazione del BRCA. Il favore verso la diagnosi pre-impianto tra le donne che non avevano intenzione di avere altri figli risultò più che doppio rispetto a  quelle che invece desideravano avere altri figli; un dato, questo, che sembra indicare come l’apertura alla vita coincida con una maggiore apertura anche all’accoglienza della vita dissonante rispetto all’archetipo di perfezione e salute. 

Se le madri perdono lo sguardo contemplativo verso il frutto del loro grembo, allora questi sono i giorni in cui si dirà “Beate le sterili e i grembi che non hanno generato”.

martedì 14 maggio 2013


Donne, attente a imitare Angelina Jolie. Gli esperti: «Asportazione del seno preventiva caso raro e delicato» - maggio 14, 2013 Redazione - http://www.tempi.it/

Angelina Jolie

Angelina Jolie ha spiegato al New York Times di essersi sottoposta a una duplice mastectomia preventiva per ridurre il rischio di cancro. La famosa attrice ha detto di essersi sottoposta all’operazione perché ha un gene che aumenta il rischio di cancro al seno e alle ovaie. «I medici – ha spiegato – ritenevano che avessi l’87 per cento di probabilità di sviluppare un cancro al seno. Ho scelto di essere proattiva e di minimizzare al massimo i rischi. E ho deciso di ricorrere a una duplice mastectomia». La star, che ha motivato la sua decisione ricordando che la madre morì per un tumore a 56 anni, ha incoraggiato le donne a cercare informazioni dai medici e compiere scelte informate.

MONITORAGGIO. A parte il caso specifico dell’attrice, in cui come detto si incrociano anche timori personali per la vicenda della madre, la scelta di Angelina Jolie è bene che sia imitata? Su questo aspetto gli esperti hanno molti dubbi. L’agenzia Agi, ad esempio, ha interpellato il dottor Egidio Riggio, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica e microchirurgia presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Secondo Riggio «per le donne a rischio ereditario, la chirurgia preventiva non deve rappresentare una scelta obbligata ma va serenamente ponderata rispetto alla decisione di eseguire per tutta la durata della vita, uno stretto monitoraggio strumentale degli organi a rischio».

CASI MINIMI. Il dottore spiega che «il percorso che conduce ad un intervento profilattico al seno è basato su indagini genetiche e test ematici, e non solo sulla storia familiare di una madre o di una sorella con carcinoma mammario. Non deve essere mai una scelta emotiva della donna coinvolta. Le donne ad alto rischio, genetico, di cancro al seno rappresentano una minima parte della popolazione, una su 200, e non più del 5-10 per cento di tutte le donne affette da tumore, lo sono. In questi casi, si parla di tumori “ereditari” ed il rischio interessa la mammella e l’ovaio. Pertanto le donne nella situazione della Jolie devono affrontare anche un’annessiectomia, ovvero l’asportazione delle ovaie».

SCELTA DELICATISSIMA. Concorda il professore Riccardo Masetti, direttore del Centro di Senologia del Policlinico Gemelli di Roma: «La scelta che ha fatto Angelina Jolie è pienamente motivata, ma va detto subito che non è obbligatoria. Casi come il suo riguardano infatti meno del 10 per cento delle pazienti che affrontano un tumore del seno. Si tratta di quelle donne che hanno una forte familiarità e che, sottoponendosi a un test genetico, scoprono di avere delle mutazioni al gene BRCA1 o BRCA2. Quando si riscontrano queste anomali in questi geni, il rischio di sviluppo di un tumore del seno aumenta fino all’80 per cento».
Tuttavia, anche in questi rari casi, la mastectomia preventiva non è una scelta obbligata. Le strade possibili, in presenza di test genetici che riscontrano mutazioni dei geni BRCA1 o BRCA2, sono due», spiega l’esperto. «Si può decidere di sottoporre la paziente a controlli molto scrupolosi e ravvicinati, oppure di ridurre drasticamente il rischio come ha fatto Angelina Jolie, asportando i seni e ricostruendoli. Ma si tratta di una scelta delicatissima, per niente facile, sia perché si tratta di un intervento invasivo sia perché i seni ricostruiti con protesi non saranno mai come i seni naturali. Nemmeno se si occupasse dell’intervento il miglior chirurgo plastico».


domenica 22 luglio 2012


19/07/2012 - IL TEST DEL MEDICINALE È STATO EFFETTUATO SU UN GRUPPO DI ULTRA 50ENNI - "Ecco il farmaco che allunga la vita", http://www3.lastampa.it

La "pillola della vita" costerà meno di una sterlina
Secondo gli scienziati inglesi potrebbe prolungare l'esistenza di 11 anni:«È la più grande invenzione della medicina preventiva»
Una scoperta effettuata alla University College di Londra potrebbe rivoluzionare il campo della medicina preventiva. È quello che riporta il quotidiano britannico Daily Express. Si tratterebbe dell'invenzione di una "polipillola", che costerà meno di una sterlina, contenente tre diversi principi attivi per ridurre la pressione del sangue e una statina per abbassare il livello del colesterolo.

Uno studio su un gruppo di volontari ultra 50enni ha rivelato che il medicinale potrebbe allungare la vita delle persone di 11 anni, riducendo notevolmente il rischio di attacchi cardiaci o ictus, le più comuni cause di morte nel mondo. Diminuendo la pressione del sangue del 12% e il colesterolo del 39%, permette di raggiundere i valori standard di un 20enne. La polipillola potrebbe essere in vendita entro due anni.

Il dottor David Wald, il cardiologo a capo della ricerca, ha dichiarato: «Questi risultati avranno delle conseguenze incredibili sulla salute dell'uomo. Comprare una di queste polipillole costerà come bersi un paio di birre una volta a settimana».
Dice il professor David Taylor della University College di Londra: «La polipillola è la più grande invenzione della medicina preventiva. Questo studio dimostra che funziona. Il medicinale dovrà essere reso disponibile nel più breve tempo possibile. Diamo il benvenuto all'opportunità di ridurre drasticamente il rischio di avere un ictus o un infarto».

lunedì 30 gennaio 2012


Il Quarto Reich è tra noi / come si azzera la talassemia, 29 giugno 2009,  http://www.postaborto.it

Passeggiando nel forum del Dono mi sono imbattuto in un tema scritto da un ragazzo talassemico ed inviato dalla sua insegnante a Famiglia Cristiana. Forse non si può pretendere da tutti la stessa vitalità e la stessa forza nonostante la sofferenza, ma resta una bella testimonianza.
Poco oltre si parlava di un sito che affronta il tema della “prevenzioneug” della talassemia, e fra breve capirete il perché delle virgolette. Eccovi alcuni brani:
Più recentemente gli studi genetico-molecolari e più precisamente quelli sul DNA dei geni globinici, associati con la messa a punto di nuove tecniche per il prelievo del materiale genetico del feto (i villi coriali), hanno aperto una seconda via di prevenzione dell’anemia mediterranea: quella della diagnosi genetica precoce della malattia nel feto (diagnosi prenatale) e dell’interruzione della gravidanza se il bambino risulta ammalato.
Oggi esistono dunque due diversi metodi per evitare la nascita di malati di anemia mediterranea:
1. la prevenzione pre-matrimoniale che si realizza identificando precocemente e cioè fin dall’adolescenza i portatori sani di beta microcitemia (e cioè la varietà di microcitemia che causa la malattia) ed informandoli esattamente dei rischi del matrimonio fra due beta microcitemici e dei mezzi per evitare questi rischi;
2. la prevenzione post-matrimoniale che si attua prima o subito dopo il concepimento di un figlio da parte di una coppia microcitemica e che consiste nell’applicazione della diagnosi prenatale nelle prime settimane di gravidanza e nell’eventuale aborto se il feto risulta ammalato.
Attenzione: all'estensore della pagina è scappato un “bambino” ma poi si è corretto con un asettico “feto”. Dunque, se il bambino è ammalato lo si fa fuori. Ma allora perché non estendere questo tipo di prevenzione a tutte le malattie e a tutte le età? Se ne avrebbero importanti benefici, come scopriremo tra poco.
Complessivamente attraverso queste vastissime indagini popolazionistiche sono state identificate fino ad oggi nel Lazio 916 coppie a rischio ed interrotte 143 gravidanze con feti omozigoti.
Ovvero 143 bambini ammalati sono stati fatti fuori grazie alle tecniche mediche: se non è progresso questo... e ancora:
Dal 1992 al 1998 non è più nato nel Lazio nessun malato di anemia mediterranea. Nel 1999 ne sono nati due, ma per cause indipendenti dal piano di prevenzione. Nel corso degli ultimi 25 anni ne sarebbero nati, in assenza degli interventi di prevenzione, più di 200.
Il dato evidenzia chiaramente gli enormi benefici che il piano di prevenzione ha arrecato non solo a livello medico, morale e sociale alla popolazione del Lazio, ma anche a livello economico-finanziario.
Il grassetto è nell’originale. Sono fieri questi signori del loro operato. Purtroppo due bambini sono nati, in barba alle loro strategie “preventive” ma l’azzeramento della malattia è riuscito quasi completamente. L’eventuale aborto allora – visto che dove questo metodo “preventivo” è stato proposto è sempre stato effettuato – non è poi tanto eventuale, ma indispensabile, certo, irrinunciabile. E oltretutto questo aborto “terapeutico” non è la extrema ratio ma la possibilità più frequente: nel 70% (143 su 200) dei casi la “prevenzione” avviene con l’eliminazione del malato. Prodigi della medicina odierna!
Naturalmente per questi medici, oltre alla disumanità di questa tecnica “preventiva”, non esistono le pesanti ricadute psicologiche sulla madre , sulla famiglia, sui figli superstiti che si accorgono che se fossero stati malati sarebbero stati fatti fuori. E l’aborto viene spesso effettuato in seguito a fortissime pressioni da parte dei medici ed i genitori che decidono di non sopprimere il figlio vengono etichettati come pazzi ed egoisti.
E per concludere, in questa pagina web che avrebbe fatto inorridire Ippocrate, viene allegata una tabella che rende bene il raggiungimento dell’“azzeramento” delle nascite di bambini malati:

Domande: da quando comincia questa (va riconosciuto) efficace opera di "prevenzione"? E da quando è entrata in vigore la legge 194? C'è un nesso tra le due cose? Ma la legge 194 non ci avevano detto che era per combattere l'aborto clandestino e salvaguardare la salute della donna? Come mai i partiti che l'hanno votata non si sono mai lamentati di queste conseguenze eugenetiche?
E concludo citandovi uno scritto di qualche decennio fa.
Un bambino idiota costa quanto quattro o cinque bambini sani. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1000 marchi. L’istruzione di un sordomuto costa circa 20.000 marchi. In tutto il Reich tedesco spende circa 1,2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il mantenimento di cittadini con malattie genetiche.
Era il 1937 e, a differenza di oggi, lo sterminio dei malati era adombrato ma non era mai esplicitato pubblicamente. Alle famiglie dei bambini uccisi veniva detto che erano morti di polmonite e le uccisioni avvenivano all'interno di “cliniche” inaccessibili. Oggi lo sterminio avviene alla luce del sole e viene fatto passare per “prevenzione”, “terapia”. Goebbels al confronto era un dilettante.
Il Quarto Reich è tra noi. Anzi, peggio, è entrato dentro di noi.


domenica 11 dicembre 2011


Il più solido alleato del cancro è sempre il fumo - Quattro tumori su dieci sono causati dalle abitudini malsane. - E la sigaretta provoca la malattia nel 23% dei casi di Emanuela Di Pasqua, http://www.corriere.it, 7 dicembre 2011

MILANO - Il Cancer Research UK ha promosso lo studio più ampio che sia mai stato fatto sul cancro e le sue cause, a cui va il merito di aver indagato in profondità la relazione esistente tra lo stile di vita e la propensione ad ammalarsi di tumore. E Max Parkin, l’epidemoiologo che ha guidato la ricerca, è molto esplicito: il 40 per cento dei cancri può essere evitato non è nei geni e nemmeno è scritto nel destino.
RACCOMANDAZIONI - Basta sottrarsi alle sigarette e all’alcol, controllare il peso (soprattutto le signore) e ridimensionare l’esposizione al sole. E ricordarsi di mangiare frutta e verdura (consiglio valido soprattutto per gli uomini). La ricerca, pubblicata sul British Journal of Cancer, sostiene che 4 tumori su dieci sono da ascrivere proprio alla abitudini di vita e che il destino dell’essere umano è nelle sue mani, più di quanto talvolta si è portati a pensare. In sostanza ben 134 mila diagnosi di tumore ogni anno in Gran Bretagna non esisterebbero più se lo stile di vita seguisse alcune regole base e a essere precisi il 40 per cento delle femmine e il 45 per cento dei maschi non si ammalerebbero.

TUTTE LE COLPE DELLE CATTIVE ABITUDINI – Il nemico numero uno della salute e il più fedele alleato dei tumori si conferma essere la sigaretta. In cima alla classifica delle cause di cancro si trova infatti il fumo, che causa la malattia nel 23 per cento degli uomini e nel 15.6 per cento delle donne. A seguire la tendenza al sovrappeso nelle femmine. In particolare il tumore al seno è spesso messo in relazione con l’eccesso ponderale e in generale l’obesità determina il 5,5 per cento delle patologie tumorali e in particolare il 6,9 per cento nella popolazione femminile (10.800 diagnosi) e il 4,1 per cento nella popolazione maschile (6.500 diagnosi). L’alcol è direttamente implicato nel 4 per cento delle patologie tumorali e in particolare nel 4,6 per cento dei casi tra gli uomini e nel 3,3 per cento dei casi tra le donne. L’assenza di frutta e verdura nella dieta è responsabile del 6,1 per cento dei cancri maschili e del 3,4 per cento di quelli femminili. Complessivamente dunque un regime dietetico povero di vegetali e di frutta e troppo ricco di sale è il responsabile di 9, 2 tumori su cento.

NEMICI MINORI – La lista dei complici del cancro è ancora lunga ed esistono molti altri comportamenti o condizioni in diretto collegamento con i tumori. Basti pensare al papilloma virus, frequente causa del tumore cervicale (il cancro che inizia punto nella cervice), l’assenza di esercizio fisico, il lavoro a contatto con sostanze nocive, le terapie ormonali e le radiazioni. Quattordici fattori ambientali e comportamentali combinati tra loro sono capaci di determinare la patologia in migliaia di casi e il ruolo più forte è esercitato dal trio alcol/fumo/dieta, causa del 34 per cento dei casi della malattia. Un buon motivo per dire addio per sempre alle cattive abitudini e smetterla di parlare sempre di geni o di sfortuna.

giovedì 10 novembre 2011


Veronesi: la terza rivoluzione del Dna,  Simone Fanti in Prevenzione, di Umberto Veronesi, 10 novembre 2011, La Repubblica

Dieci anni fa la scoperta del Codice della Vita nel Dna è stata la più importante rivoluzione non violenta della storia recente. Di fronte al sequenziamento del genoma umano c’è stata un’esplosione di entusiasmo: abbiamo scoperto che il cancro è originato da una mutazione al Dna e tutti i laboratori del mondo si sono concentrati sulla ricerca di farmaci cosiddetti intelligenti, vale dire molecole in grado di raggiungere le cellule tumorali che contengono una certa mutazione, senza danneggiare le altre cellule dell’organismo (quindi a ridotta tossicità per il malato).
E’ apparso come un sogno per la ricerca, ma abbiamo presto capito che il processo per la sua realizzazione è più lungo e complesso di quanto previsto. Attualmente i farmaci biomolecolariinuso sono circa 40, troppo pochi, anche se sono oltre 100 quelli in sperimentazione in migliaia di studi cinici. Sappiamo che la via è quella giusta, ma il percorso che va dal gene mutato al farmaco deve essere ancora molto migliorato.
Negli ultimi anni abbiamo pensato di aprire un altro fronte di ricerca utilizzando le co noscenze genetiche non solo perla cura, ma anche perla diagnosi. È nata così la diagnosi molecolare, che si stadefineando come la seconda rivoluzione in oncologia legata al Dna perché ci permette di scopri re la malattia anticipo. In alcuni casiprimache simanifesti.
Abbiamo scoperto che nel processo di sviluppo di molti tumori, le cellule tumorali mettono in circolo frammenti specifici di genoma rilevabili con un semplice esame del sangue. Già il test è disponibile, in via sperimentale, per il tumore del polmone e presto potrebbe esserlo anche per quello del seno.
Una terzarivoluzione è ormai in atto: la vaccinazione antitumorale. Sappiamo che virus che causano tumori sono responsabili del 20% dei casi di malattia. Due sono la causa di tumori molto comuni: l’Hpv (Human Papilloma Virus) causa il cancro della cervice uterina e l’Hbv (il virus dell’epatite B) il cancro del fegato. Poiché per entrambe è stato messo a punto un vaccino efficace, l’applicazione su scala mondiale della vaccinazione contro questi due tumori sarà in grado di cancellarne l’esistenza.
Queste prospettive però non si realizzeranno senza una rivoluzione culturale e un`assunzione di responsabilità da parte dei cittadini, che dovrebbero aderire in massa alla prevenzione e alla diagnosi precoce. Senza partecipazione cosciente della gente, la lotta al cancro si ferma.

giovedì 29 settembre 2011


IL PAPILLOMA VIRUS... - PAPILLOMA VIRUS ECCO IL VACCINO PER "LUI", di Tulli Federico Terra di giovedì 29 settembre 2011

Salute 10 Il papilloma virus colpisce prevalentemente le donne, ma negli uomini può causare infertilità. Evitare il rischio è possibile, con la vaccinazione Medicina Il farmaco preventivo fino a oggi somministrato solo alle donne è risultato efficace nei test sull'uomo. Oltre alla protezione contro diversi tipi di tumore si riduce il rischio di infertilità Papilloma virus ecco il vaccino per "lui" Federico Tulli Il papilloma virus è tristemente noto poiché causa 1'80 per cento delle morti di donne per cancro al collo dell'utero nei Paesi poveri. Meno conosciuto è il fatto che il virus Hpv (Human papilloma virus) non fa distinzione fra i sessi, colpisce i giovani e può pregiudicarne la fertilità. In particolare quella dei maschi. La questione è emersa al Congresso nazionale dei ginecologi Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia) che si è chiuso ieri a Palermo. L'incontro ha dato l'occasione per rendere noto che proprio gli uomini hanno ora a disposizione un'arma in più per difendersi. Il vaccino quadrivalente, finora raccomandato alle sole ragazze, si è dimostrato efficace anche nell'uomo tanto che la Commissione europea ne ha approvato l'utilizzo fino a 26 anni d'età. «Implementare la vaccinazione - ha detto il ginecologo Antonino Perino, presidente del Congresso - è una misura necessaria e il medico può avere un'importanza chiave perché ricopre un ruolo di riferimento per la salute e il benessere della donna e della coppia». L'obiettivo fissato dagli esperti è raggiungere una copertura del 95 per cento di vaccinazioni entro il 2013. Oggi la media è del 65 per cento. Oltre ai risultati nei maschi che mostrano un'efficacia superiore al 90 per cento nella prevenzione delle lesioni genitali esterne, nuovi dati confermano la validità della vaccinazione Hpv sia nelle preadolescenti che nelle adulte. L'intervento preventivo protegge peraltro dalla reinfezione nel 100 per cento dei casi e può ridurre di oltre la metà le recidive in donne sottoposte a conizzazione. «Siamo abituati a collegare l'Hpv al cancro della cervice uterina - ha aggiunto il presidente della Sigo, Nicola Surico -, ma questa neoplasia è solo una di quelle causate dal papilloma. Responsabile anche del cancro dell'ano, della vulva, della vagina, dell'oro-faringe, e di condilomi, la cui incidenza è in aumento esponenziale». In ultimo la questione infertilità, mai sufficientemente evidenziata. Uno studio italiano ha dimostrato per la prima volta che quando il liquido seminale è positivo all'infezione, la capacità riproduttiva è a rischio. «Le conseguenze - precisa Perino - si fanno sentire sia sulla qualità e la motilità del liquido seminale che sull'embrione. Nella nostra ricerca abbiamo osservato 200 coppie che si erano sottoposte a fecondazione assistita: gli insuccessi erano correlati con l'età del maschio e con la positività per Hpv nello sperma. Il virus potrebbe arrivare all'embrione tramite lo spermatozoo. Ecco perché la vaccinazione è un'arma così importante, anche per l'uomo»

giovedì 21 luglio 2011

AIDS, QUASI MILLE BIMBI COLPITI di Ferrario Paolo, Avvenire di giovedì 21 luglio 2011

Nella lotta all'Aids non si deve abbassare la guardia. Nemmeno in Italia, dove vivono 800-900 bambini e adolescenti sieropositivi, curati nei centri sanitari specializzati, dove seguono le terapie a base di farmaci antiretrovirali. I "numeri" della diffusione della malattia nel nostro Paese sono stati resi noti ieri, durante la giornata conclusiva della sesta conferenza mondiale sull'Aids (Ias 2011), che per quattro giorni ha visto riuniti a Roma oltre 5mila scienziati e ricercatori da tutto il mondo per discutere dei nuovi sistemi di prevenzione e cura della patologia. Questi numeri sono destinati a salire, ha spiegato Carlo Giaquinto, del dipartimento di pediatria dell'Università di Padova e coordinatore della rete pediatrica europea per la cura dell'Aids, per l'arrivo in Italia di bambini che si sono infettati nel loro Paese di origine e i cui genitori, spesso, non sanno neppure della malattia dei loro piccoli. E a rischio non ci sono soltanto i bambini ma anche le loro madri. «Il numero di donne ad alto rischio di trasmissione verticale resta rilevante e inaccettabile qui da noi - ha spiegato Giaquinto -: ci sono circa 500600 gravidanze l'anno di donne sieropositive, quindi a rischio di trasmettere la malattia al nascituro». Tra i comportamenti a rischio di infezione c'è, ai primi posti, il consumo di droghe. E non soltanto quelle iniettabili, come ha specificato Nora Volkan, direttrice del National Institute on drug abuse (Nida) americano. «Nonostante l'uso di droghe per via endovenosa sia il veicolo principale per la trasmissione dell'Hiv - ha sottolineato l'esperta - anche l'assunzione di altri tipi di sostanze stupefacenti può aumentare la possibilità contagio, a causa di un'alterazione delle capacità di giudizio che può condurre a comportamenti a rischio». Intervenendo alla conferenza, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha ricordato le due questioni fondamentali, relative all Aids, ancora da risolvere: la mancanza di un vaccino preventivo e l'accesso al trattamento. «Nonostante i miliardi di euro investiti e la convinzione che un vaccino sarebbe arrivato nel giro di dieci anni, un vaccino ancora non c'è», ha ricordato Fazio. Aggiungendo: «L'emisfero Sud del Mondo, dove si registra la maggior parte dei casi di Hiv, è ancora molto indietro rispetto a quello del Nord. Molto è stato fatto e molto è ancora da fare». Intervistato dall'Osservatore Romano, è intervenuto anche il nuovo segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori sanitari, monsignor Jean-Marie Mupendawatu, ricordando che per combattere efficacemente l'Aids è necessario promuovere un concetto ampio di prevenzione, coinvolgendo la sfera dei comportamenti privati, tra cui una sessualità equilibrata e ordinata e la castità preconiugale.
Vaticano - Chiesa e scienza per la prevenzione e la cura dell’Aids (Intervista con monsignor Jean-Marie Mupendawatu, nuovo segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari) - © L'Osservatore Romano 21 luglio 2011

 (Mario Ponzi) Un «dialogo fecondo» tra Chiesa e mondo scientifico per unire gli sforzi nella prevenzione e nella lotta all’Hiv-Aids. L’auspicio della fondazione Il Buon Samaritano, istituita presso il Pontificio Consiglio per gli Operatori, viene rilanciato significativamente nel giorno in cui si chiude a Roma la sesta Conferenza mondiale sull’Aids (Ias 2011), che dal 17 al 20 luglio ha visto riuniti oltre 5.000 scienziati e luminari da tutto il mondo per discutere dei nuovi sistemi di prevenzione e cura della patologia.
Pur scoperta trent’anni fa, l’Aids continua a colpire migliaia di persone, con 7.000 nuovi infettati ogni giorno — di cui 1.000 bambini — e 200 morti ogni ora, per un totale di circa 34 milioni di persone nel mondo affette dal virus. Uno scenario che sollecita rinnovati sforzi nella lotta alla malattia, e che vede in prima linea, accanto al mondo laico, la Chiesa, promotrice di un dialogo fecondo fra fede e scienza. Lo ribadisce in questa intervista al nostro giornale monsignor Jean-Marie Mupendawatu, nuovo segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e delegato per la fondazione Il Buon Samaritano presso il dicastero pontificio.

È possibile un dialogo con il mondo della scienza sui temi della prevenzione e della cura dell’Aids?
Noi crediamo di sì. È proprio nella prospettiva di questo dialogo che il Pontificio Consiglio ha promosso il 27 e 28 maggio scorsi un convegno internazionale di studi sul tema «La centralità della cura della persona nella prevenzione e nel trattamento della malattia da Hiv-Aids», a cui hanno preso parte scienziati, ricercatori ed esperti da tutto il mondo, insieme a rappresentanti delle istituzioni, nazionali e internazionali, e a sacerdoti, missionari e esponenti della Santa Sede impegnati nella pastorale della salute, in un certo senso cogliendo e anticipando l’esigenza di un confronto fra la Chiesa e il mondo laico. In questa sede sono stati divulgati molti dei temi al centro della conferenza internazionale che si conclude oggi a Roma, fra cui la proposta innovativa del trattamento inteso come strumento di prevenzione.
La Chiesa riconosce dunque l’efficacia potenziale di questa nuova forma di prevenzione?
Gli studi scientifici al riguardo convalidano la bontà di questa tesi. Ma la Chiesa offre una lettura più ampia del concetto di prevenzione, evidenziando la necessità di promuovere un cambiamento del comportamento, nella convinzione che la vera prevenzione dell’Aids sessualmente trasmessa induca ad abbandonare comportamenti a rischio in favore di una sessualità equilibrata, che trovi espressione tanto nella castità preconiugale quanto nella vita familiare. Qualunque programma scientifico, per quanto di comprovata validità, risulta depotenziato se non accompagnato da un adeguato programma educativo, come ha sottolineato il presidente del nostro Pontificio Consiglio, l’arcivescovo Zygmunt Zimowski, aprendo il convegno internazionale sull’Aids promosso nel maggio scorso dal dicastero. L’efficacia di un programma teso a contrastare la trasmissione cosiddetta «verticale» del virus — da madre a figlio — risulta vanificata se quel bambino nato sano non viene in seguito educato a una sessualità responsabile.
Quali sono le strade più efficaci per promuovere questo tipo di educazione?
In Africa, per esempio, si moltiplicano iniziative inedite che vedono i giovani riunirsi fra loro in gruppi di formazione, dove i ragazzi, nell’interazione diretta e personale, si confrontano sui temi della prevenzione dell’Aids, sul significato e il valore di ogni uomo in quanto persona, sul valore di una sessualità vissuta con responsabilità e intesa come dono, riuscendo reciprocamente ad «immunizzarsi sul piano valoriale» contro l’assunzione di abitudini a rischio. Iniziative che incontrano tra l’altro il desiderio del Papa, il quale significativamente ha voluto dedicare al tema della lotta all’Aids l’intenzione di preghiera generale per il mese di luglio, chiedendo di pregare «perché i cristiani contribuiscano ad alleviare, specialmente nei Paesi più poveri, la sofferenza materiale e spirituale degli ammalati di Aids».
Quanto agli interventi concreti di aiuto, che cosa si sta facendo per favorire l’accesso alle cure?
Consentire l’accesso universale e gratuito alle terapie di contrasto, in particolare ai farmaci antiretrovirali, è fra gli obiettivi che la Chiesa riconosce come prioritari e strategici nella lotta alla patologia. Gli impegni presi dai Governi a livello internazionale, e siglati dall’Onu negli Obiettivi di sviluppo del millennio — che auspicano di «fermare entro il 2015 e cominciare a invertire la diffusione dell’Hiv-Aids» — paiono difficili da raggiungere se a oggi solo il 5 per cento dei pazienti affetti dalla patologia riceve cure adeguate. Inoltre, a vivere una situazione di particolare difficoltà è il continente africano, dove la diffusione delle terapie antiretrovirali è relativamente recente, essendo iniziata meno di dieci anni fa rispetto ai Paesi cosiddetti ricchi che invece ne beneficiano da tempo.
Come si può recuperare il tempo perduto?
Proprio nei Paesi più poveri, con l’adozione del nuovo paradigma, che vede il trattamento come strumento di prevenzione, l’accesso alle cure precoci può portare a una riduzione significativa della mortalità. Inoltre, se l’obiettivo generale è quello di fermare l’epidemia nel mondo, allora non è possibile non investire in questi Paesi dove l’epidemia è maggiormente diffusa. È necessario dunque un maggior contributo da parte dei Governi nazionali e delle istituzioni sovranazionali, perché tengano fede agli impegni presi e abbandonino la logica meramente economica in favore di un approccio solidale al problema della lotta all’Hiv-Aids. Senza questo contributo non sarà possibile dare una risposta concreta ed efficace al grido dei milioni di malati di Aids che chiedono aiuto. Basti pensare che la maggior parte di loro in Africa vive con un dollaro al giorno e non è in grado di pagare alcuna cura. È dunque necessario raggiungere l’obiettivo irrinunciabile della gratuità dei farmaci.
A questo proposito, non c’è la tendenza a trascurare la dimensione umana e sociale della patologia, che vede i malati di Aids spesso trascurati ed emarginati?
Le persone affette dalla patologia dell’Hiv-Aids, insieme alla sofferenza fisica per un morbo che logora irrimediabilmente il corpo, sperimentano anche la sofferenza umana, l’umiliazione e la solitudine, conseguenze della cecità della società che li emargina, li abbandona, li denigra, e così li rende doppiamente vittime. Una forma di esclusione sociale che ostacola, e a volte impedisce totalmente, l’accesso alle cure, ritardando la presa in carico dei pazienti e la possibilità di alleviare le loro sofferenze, fisiche, psicologiche, spirituali. Di fronte a questo dramma nel dramma la Chiesa si fa carico della persona nella sua totalità, unendo alle cure mediche anche il sostegno psicologico, sociale e spirituale.
Dunque un nuovo concetto di cura integrale.
Si tratta di una cura che prende in considerazione la persona in tutte le sue dimensioni e che si pone come obiettivo la promozione della salute umana, ovvero della salute dell’uomo nella sua interezza. Non è raro nei Paesi poveri incontrare esempi di grande carità, famiglie che a causa dell’Aids hanno perso propri componenti e che ne accolgono degli altri, magari bambini affetti dal morbo rimasti orfani. Esempi di quell’amore di cui parla Benedetto XVI nella Deus caritas est: «L’amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo». Un amore — continua il Papa — che «non offre agli uomini solamente un aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima, un aiuto spesso più necessario del sostegno materiale. L’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo: il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe di solo pane, convinzione che umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano».
In questa prospettiva, la Chiesa ha attivato nel mondo numerosi centri per la cura dell’Hiv-Aids — il 26,7 per cento di tutte le strutture presenti — offrendo un grande contributo nella lotta alla patologia. Ma per fronteggiare la crescente domanda di aiuto è necessario aumentare gli sforzi: quali iniziative ha in serbo la fondazione Il Buon Samaritano?
Come dicastero intendiamo potenziare l’attività odierna della fondazione Il Buon Samaritano — voluta nel 2004 da Giovanni Paolo II per portare assistenza ai malati più poveri del mondo — lungo molteplici direttrici. Anzitutto ampliando l’attività di donazione di farmaci e presidi medici che oggi ci vede presenti in particolare nei Paesi del continente africano. Siamo poi impegnati per favorire il dialogo con le Chiese locali dei Paesi poveri per chiarire necessità, programmare interventi capillari, potenziare le attività in essere, anche ponendo le stesse Chiese in dialogo fra loro per condividere esperienze e iniziative. La fondazione ha inoltre allo studio la possibilità di creare una propria «centrale del farmaco», che consenta la raccolta e l’invio di medicinali nei Paesi poveri, grazie anche alla collaborazione di altri organismi ecclesiali, e di aprire sedi nei cinque continenti, per facilitare lo sviluppo locale delle attività di aiuto e il coordinamento delle stesse con la sede centrale, in Vaticano. Una presenza capillare della fondazione nei Paesi bisognosi ci consentirebbe di ampliare l’efficacia dei nostri interventi e di rispondere pienamente al mandato per cui è nata, secondo gli auspici di Papa Wojtyła: quello di «sostenere economicamente gli infermi più bisognosi, in particolare i malati di Aids, che chiedono un gesto di amore solidale della Chiesa».

domenica 19 giugno 2011

Da infezioni a epidemie - L'effetto batterio sulle paure globali

«Dalle staminali adulte potenzialità inattese» - A novembre in Vaticano tre giornate di studio sulle nuove frontiere della ricerca Parla lo scienziato dell’azienda Usa che ha stretto un accordo con la Santa Seddi Alessandra Turchetti, Avvenire, 16 giugno 2011

Sarà presentato oggi presso la Sala stampa della Santa Sede il convegno «Cellule staminali adulte: la scienza e il futuro dell’uomo e della cultura» organizzato dal Dipartimento di scienza e fede del Pontificio Consiglio della cultura, in programma dal 9 all’11 novembre in Vaticano. Presente la dottoressa Robin L. Smith, presidente e amministratore delegato di NeoStem, l’azienda di biotecnologie americana con la quale lo scorso anno il Pontificio Consiglio ha stretto un accordo finalizzato ad ampliare la ricerca e promuovere la conoscenza sulle cellule staminali adulte. L’obiettivo è collaborare attraverso iniziative da organizzare in tutto il mondo, come corsi accademici, conferenze internazionali e pubblicazioni, al fine di educare sulle conoscenze legate alle possibilità terapeutiche delle staminali adulte e, contemporaneamente, incentivarne la ricerca nel campo della medicina rigenerativa attraverso adeguati investimenti. Centrale sarà indagare l’impatto futuro di questa ricerca sui temi etici e culturali.
Firmatarie dell’accordo due fondazioni no profit, la «Stem for Life Foundation» della NeoStem, e la Fondazione «Stoq International» del Pontificio Consiglio.
Chiediamo a Robin L. Smith quali prospettive si aprono oggi per questo orizzonte scientifico da tempo in fermento.
Dottoressa Smith, in che cosa consiste esattamente questo accordo?
 È una forma di collaborazione per incentivare la ricerca sulle cellule staminali adulte partendo dalla diffusione della conoscenza e consapevolezza di questo importante strumento terapeutico. Lavoreremo insieme per far capire i benefici e le potenzialità delle staminali adulte nella medicina rigenerativa. Gli obiettivi sono tanti e ritengo fondamentale che ci sia un supporto critico e morale che guidi gli sforzi nell’avanzamento delle conoscenze. Da un lato, dunque, il progresso scientifico, dall’altro l’aspetto culturale ed educativo di sensibilizzazione. Sono veramente lieta di prendere parte a questo accordo.
Quale futuro attende, secondo lei, la ricerca sulle cellule staminali adulte, su quelle embrionali e sulle pluripotenti indotte, frutto della tecnologia della riprogrammazione?
In ogni linea di ricerca su queste cellule dobbiamo cercare prima di tutto la sicurezza e l’applicabilità. La chiave per il futuro delle staminali è capire come possiamo usarle. La gente si è molto sensibilizzata rispetto agli obiettivi terapeutici, c’è molta eccitazione nell’opinione pubblica ma qui si deve fare un distinguo fra le tre linee. Sul fronte delle staminali pluripotenti indotte dobbiamo ancora impegnarci tantissimo: molti sono gli ambiti da sviscerare proprio sull’applicabilità in termini di sicurezza ed efficacia. Diverso, invece, il panorama della medicina rigenerativa basata sull’uso delle cellule staminali adulte: negli ultimi anni ha rappresentato un autorevole punto di svolta e spiega come le staminali estratte dallo stesso paziente offrano incredibili possibilità curative. Queste cellule possono infatti essere usate per fronteggiare molteplici malattie come cardiopatie, tumori del sangue e non, disordini neurodegenerativi e genetici.
Questa strategia, che sembra «troppo buona per essere vera», sta attualmente cambiando la vita delle persone. Per più di 40 anni i medici hanno usato le staminali adulte solo per i tumori del sangue ma ora un numero significativo di altre patologie comincia a essere trattato. Ci sono vantaggi enormi dal punto di vista clinico ed economico nell’autotrapianto: non c’è rigetto, il procedimento è più veloce e sicuro.
Questo può permetterci di raggiungere i vantaggi associati alle staminali embrionali senza dilemmi etici o morali, nonché di evitare gli altri effetti negativi che il loro uso comporta dal punto di vista scientifico.
Qual è la sua opinione dal punto di vista etico sull’utilizzo delle staminali embrionali?
Credo che il punto centrale sia che non abbiamo bisogno delle staminali embrionali. Sarebbe importante che passasse questo concetto nella dimensione culturale e in tutta la società perché gli obiettivi che la ricerca su questo fronte si pone sono raggiungibili senza la distruzione di un embrione.
Come ha accolto la decisione del presidente Obama di sbloccare i fondi federali per la ricerca sulle embrionali?
La questione, che vale non solo per l’America ma per il mondo intero, è che la gente non comprende realmente le differenze fra i due tipi di cellule, non capisce che cosa può fare una cellula staminale adulta e una embrionale. È un problema, cioè, di educazione e informazione e credo che gli sforzi politici e il dibattito che ne scaturisce dovrebbero andare in questa direzione.

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