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lunedì 12 maggio 2014

Dna sintetico. Ed ora l’uomo potrà giocare a fare Dio? «Pura fantascienza», Maggio 12, 2014, Leone Grotti, http://www.tempi.it/

dnaIntervista al genetista Domenico Coviello sulla scoperta pubblicata su Nature: «Chi dice che con questa scoperta creeremo organismi complessi come l’uomo vive nel regno della fantasia»
dnaÈ l’alba di un nuovo mondo? La vita artificiale è più vicina? L’uomo è a un passo dal creare nuovi esseri viventi? «No», risponde secco a tempi.it il genetista Domenico Coviello, copresidente di Scienza e vita, commentando una ricerca americana appena pubblicata su Nature e ampiamente ripresa dai media internazionali. Per la prima volta un gruppo di scienziati ha ottenuto un organismo vivente con Dna “potenziato”: oltre alle quattro tradizionali lettere (A, C, G, T) che compongono il Dna, i ricercatori ne hanno aggiunte altre due e l’organismo, un comune batterio Escherichia Coli, è sopravvissuto e si è replicato. Per il direttore del Laboratorio di genetica all’ospedale Galliera di Genova si tratta di «una rivoluzione, ma il taglio che ha dato la stampa alla notizia è pura fantascienza».
Il Tg1 ha detto che l’uomo ora sarà in grado di creare altri esseri viventi.
Purtroppo stampa e tv non riescono ad attenersi alle notizie puramente scientifiche ma danno sempre un taglio fantascientifico per fare audience.
Quindi è una bufala?
La supposta creazione di nuovi organismi ha poche basi scientifiche ed è futuristica. Questa ricerca però è un grande passo avanti, si può anche parlare di rivoluzione, per quanto riguarda la modifica del Dna. Per la prima volta si introducono infatti modifiche chimiche nuove ma non ci sono dati scientifici che confermino la creazione di nuovi organismi.
Neanche migliorando la tecnica?
La vicenda della pecora Dolly insegna: doveva essere chissà cosa e invece non ha avuto conseguenze pratiche perché la pecora moriva. Parliamo di organismi complessi così equilibrati che è difficile riprodurli quando si va a togliere l’equilibrio. Noi stiamo parlando di una grande rivoluzione, uno scalino nuovo, che potrà portare alla creazione di nuove proteine e batteri.
E cosa ce ne facciamo di nuove proteine o batteri?
Un gene produce una proteina e cambiando le basi si possono produrre nuove proteine: questo può avere utilissime applicazioni in agricoltura, ad esempio, per rendere un determinato prodotto agricolo più resistente agli agenti atmosferici. Allo stesso modo si possono creare nuovi farmaci. Ma c’è anche il rovescio della medaglia.
Cioè?
Si possono produrre anche nuovi veleni e armi chimiche da usare in guerra. Come in ogni scoperta scientifica, la cosa importante è che la società ne controlli l’utilizzo. È come l’energia nucleare: serve a produrre elettricità ma anche a fare la bomba atomica. I governi devono sorvegliare su queste scoperte perché vengano utilizzate in modo corretto.
I titoli dei giornali fantascientifici non fanno ben sperare da questo punto di vista.
Gonfiare le notizie non fa bene all’opinione pubblica, io però non sono pessimista. In Occidente siamo sempre più attenti all’ambiente, quindi penso che anche questa scoperta verrà utilizzata bene. Ma è fondamentale educare le persone.
Quali? Quelle che abbiamo conosciuto finora o quelle che verranno, come dicono i giornali?
Chi dice che con questa scoperta potremo creare organismi complessi come l’uomo vive nel regno della fantasia.
@LeoneGrotti


domenica 2 giugno 2013

Chimere - “Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto” (Inferno, 26, 136) - Il delirio di onnipotenza degli scientisti crea, clona e distrugge embrioni, e impianta nei cervelli dei topi cellule umane - http://www.prolifenews.it/

cellule staminali_embrioni umani_clonazione


Gli scienziati dell’Oregon Health & Science University  hanno pubblicato ieri sulla rivista online Cell la notizia che sono riusciti a clonare embrioni umani, e li hanno fatti vivere per 7 giorni, per estrarne le  cellule staminali. Hanno – ovviamente – ignorato  il fatto che le cellule staminali embrionali non hanno mai aiutato i pazienti umani e anzi spesso provocano tumori, quando vengono  iniettate. La cosa purtroppo negli USA non è illegale. Però non può essere finanziata con denari pubblici. Il dirigente dell’ufficio legale del NRLC (National Right to Life Committee), Douglas Johnson, ha ribadito la ferma opposizione dei gruppi pro life a che il Congresso modifichi il vigente Dickey-Wicker Amendment che vieta di finanziare con fondi federali la creazione di embrioni umani per fini di ricerca, cioè  vieta la creazione di allevamenti di embrioni umani.
La creazione di persone in laboratorio solo per usarle come donatori dei cellule, e quindi per distruggerle,  è un abuso denunciato anche da molti che non condividono le convinzioni della Chiesa Cattolica sulla vita umana. Se questo divieto morale dovesse cadere, si aprirebbero scenari inquietanti: arriveremo presto alla produzione di bambini clonati come “copie” di altre persone, e gli esseri umani saranno considerati sempre di più come prodotti, realizzati su ordinazione, per soddisfare i desideri di altre persone.  E’ bene inoltre ricordare che la creazione degli embrioni sottopone comunque delle donne sane a procedure di stimolazione ovarica che mettono a repentaglio la loro salute e la loro fertilità.
Ma molti (pseudo) scienziati non sono disposti ad arrestarsi di fronte a quelli che – irresponsabilmente – considerano pregiudizi oscurantistici. Tant’è vero che molti plaudono agli esperimenti condotti  negli ultimi mesi, dall’Università del Wisconsin e dell’Università di Rochester (New York) che hanno creato delle chimere neurali uomo-animale. Hanno iniettato nei topi una immunotossina per distruggere una parte del loro cervello, l’ippocampo, che è associato con l’apprendimento, la memoria e il ragionamento spaziale. Poi  hanno sostituito le cellule danneggiate con cellule di embrioni umani. Le cellule hanno proliferato. E alla fine hanno ottenuto topi particolarmente intelligenti.
Qualcuno si è chiesto quali  diritti dovremmo assegnare, in futuro, a topi con cervelli umani?
Anche un consesso laico come la British Academy of Medical Sciences , nel 2011 (http://www.reuters.com/article/2011/07/21/us-science-animal-human-idUSTRE76K7Q220110721 ) ha invocato regole precise per limitare la creazione di ibridi e chimere.
Ma molti si rifiutano di prendere in considerazione certe intuizioni etiche di comune buon senso e ritengono che la ricerca scientifica non debba essere limitata della legge naturale. E considerano “di destra” chi si provi a ragionare in tal senso.
E allora il compito di fermare questo delirio di onnipotenza è affidato soprattutto alla società civile. A ciascuno di noi, a ciascuno di voi che ora state leggendo questo articolo. Ciascuno ha il dovere di fare cultura in tal senso, di intervenire nei dibattiti e nelle discussioni, di scrivere ai giornali e alle televisioni, per ricordare che la Natura vive di regole ben precise che l’uomo ha il dovere e il piacere di scandagliare e di capire (… Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza…), ma quando l’uomo si adopera per stravolgerle e violarle, le conseguenze sono sempre e solo morte e distruzione (…Noi ci allegrammo, ma tosto tornò in pianto).
Rileggiamoci l’Ulisse di Dante.

di Francesca Romana Poleggi





sabato 2 febbraio 2013


Il biologo Rupert Sheldrake: «chi nega la coscienza si contraddice» - 1 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it/

L'illusione della scienza


A difendere l’irriducibilità dell’uomo e la teleologia dell’evoluzione biologica dalle pretese dell’idelogia scientista e materialista, in voga dall’Illuminismo in avanti, si sono aggiunti negli anni numerosi ricercatori mossi, non tanto da ideali metafisici, ma semplicemente dalla stanchezza di dover sopportare i dogmatismi che tengono in scacco la ricerca.

Recentemente ci ha pensato Thomas Nagel, docente di filosofia presso la New York University, con il suo libro “Mente  e cosmo: Perché la concezione materialistica Neo-Darwiniana della natura è quasi certamente falsa” (Oxford University Press 2012) con il quale ha condannato il riduzionismo fisico-chimico in biologia e l’evidente inadeguatezza del «racconto materialista di come noi e gli altri organismi esistiamo, inclusa la versione standard di come funzionino i processi evolutivi».

In questi giorni è uscito (in Italia) un secondo volume, questa volta scritto dal biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre per gli studi sull’invecchiamento cellulare e la teoria dei «campi morfici», intitolato “Le illusioni della scienza. 10 dogmi della scienza moderna posti sotto esame” (Urra 2013).  Il quotidiano La Stampa lo ha intervistato per l’occasione , presentandolo come uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize» .

Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il dogma materialista (e dunque filosoficamente ateista) è una prigione per gli scienziati: «Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti», ha spiegato.

Con un fine ragionamento ha mostrato la contraddizione di chi sostiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello, proprio come aveva già fatto il prof. Giorgio Masiero su questo sito web qualche tempo fa. Risponde Sheldrake: «Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta».

Il prestigioso biologo ha poi citato proprio il libro di Thomas Nagel di cui abbiamo parlato sopra, spiegando che esso «dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni».

Questa posizione di apertura è molto difficile da mantenere nel contesto scientifico attuale perché molti suoi colleghi, conclude, «sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico».



mercoledì 30 gennaio 2013


Sheldrake: in laboratorio ora voglio la rivoluzione  - 30/01/2013 - http://www.lastampa.it


Rupert Sheldrake si dice affascinato dai fenomeni che si manifestano ai margini della scienza ufficiale: è a partire da queste realtà che vuole provare a estendere i campi di indagine della ricerca ufficiale


“La mia lotta ai 10 dogmi che accecano la ricerca”
Il biologo ottocentesco Thomas Henry Huxley, universalmente noto come il «mastino di Darwin» per l’appassionata difesa dell’evoluzionismo, è passato alla storia anche per una frase fortunata: «E’ il destino delle nuove verità cominciare come eresie e finire come superstizioni». E’ questo il punto da cui è partito un altro biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre tanto per gli studi sull’invecchiamento cellulare quanto per le provocazioni sperimentali e teoriche, in nome di una ricerca libera e coraggiosa, dalle indagini sulla telepatia degli animali fino alla teoria dei «campi morfici». E infatti il suo nuovo saggio edito da Urra si chiama «Le illusioni della scienza», un titolo che nell’originale suona ancora più esplicito: «The science delusion». 

Laureato a Cambridge e Harvard e già membro della Royal Society, considerato uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize», l’oggi settantenne Sheldrake non ha remore a dichiararsi deluso dai 10 assunti a cui i colleghi di ogni latitudine si ostinano - accusa lui - a credere ciecamente, stando attenti a non evocare mai l’esercizio del dubbio che ha forgiato i trionfi del metodo scientifico. Così ha scritto 300 pagine appassionate per chiedersi, tra le altre cose, se davvero ogni fenomeno sia unicamente meccanico, se la somma di materia ed energia sia sempre la stessa, se le leggi di natura siano immutabili, se la coscienza non sia altro che un’attività della mente. Inoltrandosi in questo labirinto concettuale e sperimentale, Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. 

Professore, il suo progetto di rifondare la scienza è più che ambizioso. Per qualcuno addirittura velleitario. Ma del decalogo materialistico che lei denuncia qual è il punto più debole?  

«Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti». 

Quali sono le sue controdeduzioni?  

«Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta». 

Mentre boccia il materialismo, lei fa discutere per la teoria della «risonanza morfica», secondo la quale ogni specie e ogni individuo attinge a una memoria collettiva e, così facendo, contribuisce allo sviluppo della propria progenie: può spiegare di che si tratta a un non addetto ai lavori?  

«La risonanza morfica non è ristretta alla biologia. E’ un principio generale di memoria che, secondo la mia ipotesi, opera ovunque nella natura. Si applica anche ai sistemi fisici, come le molecole e i cristalli. E suggerisce che le cosiddette “leggi di natura” siano simili a consuetudini e che l’intero processo dell’evoluzione sia in realtà un’interazione tra creatività e consuetudini stesse». 

Se questa è la teoria, quali sono le prove che il suo nuovo paradigma esista e funzioni?  

«Ci sono prove dell’esistenza della risonanza morfica in chimica, biologia e psicologia. In chimica la teoria prevede che gli elementi si cristallizzino tanto più facilmente quanto più sono diffusi. La teoria prevede anche che i punti di fusione delle nuove sostanze si alzino, mentre i loro campi morfici diventano più forti. E ci sono evidenze che succeda proprio questo». 

E in biologia?  

«Dai test con i moscerini della frutta si è osservato che quanto più spesso si sviluppano in modo anormale tanto più probabili diventano queste trasformazioni anomale. Studiando il comportamento animale, per esempio, si vede che, quando i topolini vengono addestrati per imparare una nuova azione in un luogo specifico, possono poi assorbirla anche altrove e con maggiore facilità. Lo si è notato in una lunga serie di test a Harvard, Edinburgo e Melbourne». 

E in psicologia?  

«Qui la teoria prevede che per gli individui debba essere più facile imparare “cose” che altri hanno già fatto. Nel XX secolo i punteggi medi del quoziente di intelligenza sono saliti di oltre il 30% in tutto il mondo. Il fenomeno è noto come “Flynn Effect”: ritengo che confermi la risonanza morfica, perché gli individui non sono diventati più intelligenti, ma, semplicemente, dimostrano più facilità nell’eseguire i test. E’ proprio ciò che ci si dovrebbe aspettare sulla base della risonanza morfica». 

C’è una ricerca che, secondo lei, può essere considerata come il punto di inizio del nuovo pensiero scientifico che trascende i confini del materialismo?  

«C’è un libro scritto di recente dal filosofo americano Thomas Nagel, “Mind and cosmos: why the materialist neo-Darwinian conception of nature is almost certainly false”: dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni». 

Lei si considera un eretico? E che rapporti ha con i colleghi biologi?  

«Mi considero uno scienziato che fa ricerca e raccoglie prove secondo i principi scientifici. Vedo, tuttavia, che molti miei colleghi sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico». 



martedì 22 gennaio 2013


Harvard gioca a Jurassic Park con gli embrioni: madre surrogata cercasi per ricreare l’uomo di Neanderthal - gennaio 22, 2013 Redazione - http://www.tempi.it

Sarà perché ha visto troppe volte Jurassic Park oppure perché è un fan della pecora Dolly, sta di fatto che George Church, professore della Harvard Medical School, vuole riportare in vita l’uomo di Neanderthal proprio come John Hammond ha ricreato i dinosauri nel film hollywoodiano.
MANCA SOLO UNA MADRE SURROGATA. Come? Con un bell’esperimento sugli embrioni ovviamente. Il professore è sicuro di riuscire a ricavare il Dna dell’uomo di Neanderthal basandosi sul codice genetico trovato nei fossili, impiantarlo in cellule staminali da iniettare poi in un embrione umano. A questo punto, continua il professore in un’intervista al Der Spiegel, non resta che trovare «l’utero di una madre surrogata in cui impiantarlo».

AL MASSIMO SI SPRECA UN EMBRIONE. Niente di più semplice, anche perché gli uomini primitivi in realtà «erano molto intelligenti e nel caso di un’epidemia planetaria il loro diverso modo di pensare potrebbe aiutarci a trovare una soluzione». Il piano dell’esperto di biologia sintetica è perfetto, insomma. Certo l’esperimento è difficile, ci sono controindicazioni, una volta nato il neo-neanderthaliano ad esempio «potrebbe essere discriminato» ma sono rischi da affrontare per il bene della scienza. E se l’esperimento andasse male? Vabbè, al massimo va sprecato un embrione.

mercoledì 9 gennaio 2013


L’uomo. Perchè? (I ) - http://acarrara.blogspot.it

Prima parte del testo della conferenza tenuta dal Prof. Alberto Carrara, LC – Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Roma – Facoltà di Filosofia, Gruppo di Neurobioetica) il 26 ottobre scorso a Perugia, Università per Stranieri.
 
Abbiamo appena considerato il COME di una parte estremamente importante dell’essere umano. Il professor Pettorossi ci ha magistralmente illustrato i meccanismi neurologici, neurofisiologici, neuroanatomici che, possiamo dirlo, in un certo senso, ci fanno essere ciò che siamo: umani!
Ma siamo solo questo?
Parafrasando il brillante testo di Michael Gazzaniga: Human, quel che ci rende unici, possiamo dire che oggigiorno domini nel nostro contesto scientifico e socio-culturale, una sorta di NEUROCENTRISMO.
Mentre quella scienza ostica che è la metafisica si domanda: perchè l’essere e non il nulla? Noi questo pomeriggio riformuliamo la questione: perchè l’uomo e non il solo scimpanzé?
Oggi, lo sviluppo delle capacità tecnologiche rende possibile studiare in vivo e visualizzare le aree del nostro cervello osservandone, anche in tempo reale, la loro maggiore o minore attivazione nelle circostanze più svariate. Questo ha prodotto un vero e proprio fiume di studi scientifici. 
L’elettroencefalografia e lo sviluppo delle tecniche di neuroimaging (tra le quali è da annoverare l’ormai famosa fRMN, detta anche risonanza magnetica funzionale) non poterono per molto rimanere confinate alla pura, anche se importantissima, area clinica indispensabile alla diagnosi di patologie localizzate a livello cerebrale. Dal laboratorio, queste moderne e sofisticate tecnologie hanno letteralmente invaso la nostra quotidianità. Gli studi scientifici si moltiplicarono (e continuano a moltiplicarsi) in base alla fantasia e al genio di ciascun ricercatore.
Dal voler capire le basi neurofisiologiche di attività umane quali la memoria, il linguaggio, la vista, la personalità, etc., si iniziò a studiare i tratti più caratteristici dell’umano: la coscienza e la libertà.
C’è tutta una NEUROCULTURA che, volenti o nolenti ci pervade, forse, senza che ce ne rendiamo conto: ad esempio, pubblicità come questa (pantaloni a forma di cervello umano), oppure oggetti d’abbigliamento, borse, persino torte e cioccolatini a forma di encefalo umano.
Per dirla alla Legrenzi e Umiltà ci troviamo immersi in una vera e propria NEURO-MANIA
Qual’è allora, la visione antropologica che emerge in questo panorama?
Se Shakespeare nell’Amleto aveva così superbamente descritto l’uomo: Che capolavoro è l’uomo! Nobile d’intelletto, dotato di una illimitata varietà di talenti; esatto nelle sue forme e in tutti i suoi atti; compiuta ammirevole creazione: pari a un Dio nella mente e, nell’azione, ad un angelo. Lui la bellezza del mondo. Lui la misura d’ogni animata cosa!
Oggigiorno a prevalere sembrerebbe la concezione di quell’UOMO NEURONALE, descritto da Jean-Pierre Changeux, l’uomo è il cervello! il suo cervello. Noi siamo il nostro cervello è anche il titolo e la tesi dell’immensa opera del neurobiologo olandese Dick Swaab.
Cosa c’è in ballo in questo capovolgimento, in questa “svolta” antropologica?
Sono alcuni tra i più famosi esponenti del cosiddetto fisicalismo a spiegarcelo: Changeux non esita a proclamare l’entrata in scena di un nuovo fenotipo culturale, un modello di uomo capace di dispensarci dallo spirito e da tutte le speculazioni filosofico-teologiche, per lui, la separazione tra attività mentali e neuronali non si giustifica, così, l’unico sacerdote in grado di curare l’anima è il neurobiologo, alle prese con il cervello, al massimo coadiuvato da uno spicologo o da uno psicoanalista, possibilmente di stretta osservanza freudiana, così: “l’uomo non ha più nulla a che fare con lo “spirito”, gli basta essere un Uomo Neuronale... e la coscienza è il sistema di regolazioni neuronali in funzione”.
Nel suo “viaggio attraverso il cervello umano” intitolato proprio Il motore della ragione, sede dell’anima, Paul Churchland ci assicura: “la dottrina di un’anima immortale sembra, per dirla francamente, solo un altro mito, falso non solo marginalmente, ma nel suo nocciolo”.
Ciò che realmente è in ballo è quel principio vitale immateriale, trascendente la pura materialità del reale che una lunga tradizione filosofica ha denominato “anima”, fondamento della vita. Paradossale che coloro che più la citano vogliano identificarla o ridurla al cervello, come fa Eduardo Punsetnel suo libro bestseller: L’anima è nel cervello. Radiografia della macchina per pensare.  
Recentemente, proprio il mese scorso, settembre 2012 è uscito un nuovo libro del professor Edoardo Boncinelli, figura nota a livello mediatico, gran divulgatore, fisico di professione, oggi esperto in neuroscienze e, persino, filosofo. Questa sua sintesi professionale e personale l’ha voluta intitolare così:Quel che resta dell’anima [1].
Commentato sulla Terza Pagina del Corriere della Sera del 6 settembre 2012[2], in un articolo di Chiara Lalli intitolato non a caso: Neurobiologia. I meccanismi della psiche e il libero arbitrio in un saggio di Edoardo Boncinelli. L’anima? È solo un’illusione. Così la scienza supera il dualismo tra la mente e il corpo, quest’ultimo lavoro di Boncinelli sembra proprio situarsi in questa corrente che getta legna sull’odierno “rogo antropologico” e sostiene con tutta “forza” che: l’uomo è pura materia, che la libertà e lacoscienza (come altre realtà che ci caratterizzano nella nostra essenza di uomini) altro non sarebbero che molecole, neurotrasmettitori, connessioni sinaptiche, networks cerebrali, impulsi elettrochimici...
Per molti di questi autori l’anima, spirito vitale, immortale, capace di garantire autonomia e libertà di scelta, finisce per coincidere con la mente e la coscienza.
Il concetto di “coscienza” risulta così essenziale per definire l’essere umano nella sua essenza. Dalla sua definizione e considerazione dipenderà l’intera visione antropologica. Allora la domanda cardine: chi è l’uomo? può venir declinata anche come: che cos’è la coscienza?

[1] Cf. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Rizzoli, Milano (settembre) 2012, pagine 165, 18 euro.
[2] Cf. C. Lalli, «L’anima? È solo un’illusione», in: Il Corriere della Sera, Terza Pagina, giovedì 6 settembre 2012, pag. 41.
 

L’uomo. Perchè? (II )

(continua dalla prima parte )
Per alcuni neuroscienziati la coscienza emergerebbe dalla competizione e cooperazione dei diversi aggregati delle cellule cerebrali, i neuroni appunto;coscienza e anima avrebbero perciò una genesi e una verificabilità materiale, sarebbero soltanto l’effetto dinamico di operazioni neurologiche, frutto dell’evoluzione biologica della specie umana.
 
Come ripeto ai miei studenti, già Ippocrate più di duemila anni fa nel suo trattato sull’epilessia intitolato Il Male Sacro, riprendendo la teoria encefalocentrica di Alcmeone di Crotone sulla centralità del cervello quale organo principe nell’essere umana, affermava:
Bisogna che gli uomini sappiano che da null’altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto.
E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole […]
Ed è a causa del cervello se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori […] E tutto ciò soffriamo per via del cervello, quand’esso non sia sano […] Per queste vie ritengo che il cervello svolga l’azione più importante nell’uomo: esso infatti è per noi l’interprete degli stimoli […]
Il cervello è invero il veicolo alla coscienza […] è l’interprete della coscienza[1].
A questo punto dobbiamo chiederci: qual’è lo stato dell’arte della ricerca scientifica sulla coscienza? 
Il concetto di “coscienza” abbraccia diversi aspetti. Nell’ambito della ricerca neuroscientifica ne ricadono sostanzialmente due: quello della “coscienza del proprio ambiente circostante” e quello della “coscienza di sé”, intesa come capacità di autoriconoscimento o autocoscienza.
Attraverso la ricerca clinica, la scienza afferma che per avere coscienza è essenziale la presenza di tre strutture cerebrali intatte e ben funzionanti: lacorteccia cerebrale, il talamo e la sostanza bianca dove si estendono le connessioni tra la corteccia e il talamo (connessioni cortico-talamiche).
Le neuroscienze ci stanno aiutando a capire le strutture cerebrali fondamentali, direi essenziali per l’espressione e la manifestazione della coscienza intesa come capacità di percepire se stessi in relazioni all’ambiente interno ed esterno.
La ricerca sui cosiddetti stati di coscienza: coma, stato vegetativo, stato di minima coscienza, sindrome a chiavistello, stanno offrendo numerosi dati empirici sulle strutture e i meccanismi cerebrali essenziali per la coscienza.Importanti non sono soltanto le singole aree cerebrali funzionanti, ma la funzionalità dei collegamenti tra le diverse aree, cioè è importante il “dialogo” tra le aree cerebrali coinvolte.
Secondo la scienza empirica, pertanto, la coscienza può essere considerata come una nuova proprietà emergente che scaturisce dal funzionamento in comune di una serie di aree cerebrali specifiche dell’enorme rete di cellule nervose presente nella nostra testa.

[1] Ippocrate, Male sacro, XVII-XX, testo italiano in: Ippocrate, Opere di Ippocrate, a cura di M. Vegetti, UTET, Torino 19762.

mercoledì 5 dicembre 2012


IDEE/ "Non si può dedurre tutto": così il calcolo sfida la ragione - http://www.ilsussidiario.net

Giorgio Israel
mercoledì 5 dicembre 2012
Nel 1900 si tenne a Parigi il secondo Congresso internazionale dei matematici. Fu un evento di importanza epocale perché in un periodo delicatissimo per la scienza – in cui l’edificio del riduzionismo classico mostrava le prime evidenti crepe – si confrontarono due visioni della matematica molto diverse, espresse da due scienziati tra i massimi del periodo: il francese Henri Poincaré e il tedesco David Hilbert. Il discorso del secondo, dal titolo “I problemi della matematica”, era proiettato nel futuro. Non a caso iniziava con queste domande: «Chi di noi non sarebbe felice di sollevare il velo dietro cui si nasconde il futuro; di gettare uno sguardo ai prossimi sviluppi della nostra scienza e ai segreti del suo sviluppo nei secoli a venire? Quali saranno le mete verso cui tenderà lo spirito delle future generazioni di matematici? Quali metodi, quali fatti nuovi schiuderà il nuovo secolo nel vasto e ricco campo del pensiero matematico?».
La mira ambiziosa di Hilbert era proprio di dare una risposta a queste domande, ed egli lo fece elencando 23 problemi che avrebbero dato materia per la ricerca matematica per almeno un secolo. In realtà, l’obiettivo ambizioso nascondeva una preoccupazione. Hilbert era fautore radicale del metodo assiomatico in matematica. Di più: egli mirava a un programma di riduzione della matematica alla logica deduttiva. Tale programma passava attraverso la dimostrazione che il pilastro di tutta la matematica, ovvero l’aritmetica, poteva essere enunciato a partire da un sistema di assiomi in modo tale da essere internamente coerente (“autoconsistente”). Il cosiddetto programma formalista di Hilbert mirava a dimostrare tale coerenza interna che avrebbe ridotto l’intera matematica a un sistema logico-deduttivo senza alcuno spazio per l’intuizione, se non come un corredo accessorio ma non indispensabile.
Ma Hilbert era consapevole del fatto che lo svuotamento di contenuto della matematica – la sua riduzione alla logica formale – comportava il rischio enorme di legittimare sviluppi privi di valore empirico e persino di senso, procedendo per via deduttiva in modo meccanico a partire da un qualsiasi sistema di assiomi arbitrario. Per questo, egli ebbe cura di enunciare 23 grandi problemi di importanza centrale e derivanti da questioni centrali per la ricerca scientifica, su cui i matematici avrebbero dovuto impegnarsi nel futuro invece di disperdersi in rivoli insignificanti.
Il suo “antagonista” era Henri Poincaré, grandissimo matematico e scienziato universale oltre che futuro autore di libri di cultura scientifica “popolare” di qualità e chiarezza insuperabile, come La scienza e l’ipotesi, Scienza e metodo, Il valore della scienza. Poincaré era uno scienziato di stile ottocentesco, più legato alla tradizione, molto attento a conciliare le novità con il tessuto esplicativo complessivo della scienza classica. La sua visione è bene espressa da questa frase contenuta in un articolo del 1912: «Le teorie antiche poggiano su un gran numero di coincidenze numeriche che non possono essere attribuite al caso; noi non possiamo separare quello che esse hanno unito; non possiamo più rompere i quadri, dobbiamo cercare di piegarli».
Ma la sua ripulsa del dogmatismo gli faceva aggiungere che «i quadri non si prestano sempre ad essere piegati». È su questo crinale sottile e instabile tra tradizione e innovazione che Poincaré si muove nella sua conferenza dal titolo significativo “Sul ruolo dell’intuizione e della logica in matematica”. Egli non disconosce il valore dell’approccio assiomatico e del rigore logico. Nel suo discorso dichiara senza mezzi termini che «l’intuizione non può darci il rigore e neanche la certezza», i quali possono essere garantiti soltanto dal ragionamento logico, mentre l’intuizione può ingannare. Pertanto, oggi, dichiara Poincaré «il rigore assoluto è stato raggiunto». Fin qui egli sembrerebbe andare d’accordo con Hilbert. Ma egli si chiede se quanto precede significa che la matematica sia riducibile alla logica. E qui la risposta è radicalmente opposta a quella di Hilbert: «La logica pura condurrebbe soltanto a tautologie; essa non può creare nulla di nuovo; da essa soltanto non può uscire alcuna scienza».
Insomma, è bene che la logica controlli ex post la validità delle deduzioni matematiche, ma la matematica non è logica. E, per dimostrarlo, Poincaré esemplifica quattro modi di ragionamento matematico di cui soltanto il primo è riconducibile alla logica deduttiva: l’affermazione che due quantità uguali a una terza sono uguali tra di loro; il principio di induzione matematica che è un classico caso di giudizio sintetico a priori, in senso kantiano; due assiomi geometrici, di cui l’uno si giustifica con l’appello all’intuizione e l’altro è una definizione mascherata. La matematica lavora con materiali siffatti, che vanno molto oltre la logica formale, e senza di essi non esisterebbe e non sarebbe neppure utile e sensata. Chi ha avuto ragione, alla luce degli sviluppi storici, tra Hilbert e Poincaré?
Di certo, la visione intuizionista del secondo è stata sconfitta sul breve periodo, il dominio dell’assiomatica si è esteso incontrastato e Hilbert ha proposto un modo di fare scienza basato sull’organizzazione metodica della ricerca ben più produttivo dell’individualismo dello scienziato francese, il quale fu superiore a Hilbert come matematico ma non lasciò una scuola. Oggi lo studio qualitativo delle equazioni differenziali mediante il computer costituisce una realizzazione di un programma di Poincaré da lui intuito a fine Ottocento con carta e penna.Scoprì fenomeni come quello del “caos deterministico” quasi un secolo prima che se ne constatasse il rilievo nella matematica applicata (per esempio, in meteorologia).
Ma se Poincaré restò un isolato, senza allievi e senza scuola, il programma logicista di Hilbert fu pesantemente sconfitto non soltanto dalla dimostrazione del teorema di Gödel che seppellì per sempre la speranza di ridurre la matematica alla logica, ma dal declino sul campo della pratica assiomatica nella ricerca, verificatosi dopo gli anni 1980. 
Per questo, l’intuizionismo di Poincaré ha avuto la sua rivincita completa, anche se i detriti dell’assiomatica logicista continuano a ingombrare il terreno, in particolare nell’ambito dell’insegnamento della matematica, dove c’è chi si ostina a credere che la teoria degli insiemi sia la porta d’ingresso della matematica e coniuga in modo pasticciato un astrattismo inutile e fuorviante con una visione empiristica della matematica che niente ha a che fare con un approccio intuizionista e finisce invece col perpetuare le vecchie abitudini ai calcoli meccanici e a una visione “pratica” della matematica che la isola da contesto della cultura e persino della scienza.
Difatti, se v’è qualcosa per cui Poincaré è profondamente attuale (come, del resto, il nostro Federigo Enriques) è la sua visione “culturale” della matematica.Era una visione culturale che lo spinse a scrivere i libri sopra citati che costituiscono un modello di divulgazione ad alto livello e di analisi dei fondamenti della scienza e della matematica, al contempo. Allora – in un mondo in cui la cultura era privilegio di strati molto più ristretti – quei libri vendettero decine di migliaia di copie: triste confronto con la condizione di oggi, che è dovuta al fatto che il formalismo e il pragmatismo sono riusciti a rendere la matematica un oggetto alieno e sgradevole. Senza una visione autenticamente intuitiva – che, ripetiamo, si oppone non solo al formalismo logico ma anche al pragmatismo – Poincaré scriveva che «le giovani menti non riuscirebbero a iniziarsi all’intelligenza delle Matematiche, non apprenderebbero ad amarle e vi scorgerebbero soltanto una vana logomachia; e soprattutto, non diventerebbero mai capaci di applicarle».
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