Visualizzazione post con etichetta alcolismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alcolismo. Mostra tutti i post

venerdì 11 gennaio 2013


10 gennaio, 2013
Famiglia Sarà pure in crisi e in declino rispetto a qualche decennio fa; sarà pure – come sostengono alcuni – un modello di vita arcaico e superato, ma oltre a garantire stabilità affettiva fra i partner ed essere il luogo privilegiato per l’educazione e la crescita dei figli, la cara vecchia famiglia è anche alla base, più di qualsivoglia programma scolastico o di sensibilizzazione, della più efficace prevenzione del consumo di droghe fra i giovani. Una banalità, si potrebbe dire.
E invece no, perché i risultati di una recente ricerca pubblicata sul Journal of Drug Issues  non sono stati raggiunti confrontando “buone famiglie” con situazioni familiari più critiche, bensì raffrontando – sulla base di uno studio longitudinale con informazioni su oltre 10.000 studenti – il “capitale sociale familiare” , ossia come il legame tra genitori e figli (specie in termini di comunicazione e fiducia) col “capitale sociale scolastico”, ossia la capacità di una scuola di essere un ambiente positivo per crescita ed approfondimento.
Ebbene, esaminando separatamente l’uso di alcol e di marijuana, in entrambi i casi i ricercatori hanno rilevato come gli studenti con alti livelli di “capitale sociale familiare” e bassi livelli di “capitale sociale scolastico” abbiano meno probabilità di fumare o bere rispetto a quelli con alti livelli di “capitale sociale scolastico” ma bassi livelli di “capitale sociale familiare”. Secondo gli autori, nonostante l’elevato valore dei programmi scolastici contro l’uso di droghe, i genitori rivestono un ruolo decisivo nel plasmare le decisioni dei loro figli riguardanti il consumo di alcol e marijuana. I risultati di questo studio suggeriscono nuovi potenziali elementi da considerare nella progettazione di interventi di prevenzione.
Morale: una società ed uno Stato che, anziché ostacolarla o non considerarla, decidessero – rispetto agli strumenti economici e di politiche sociali a disposizione – di investire sulla famiglia e sulla sua stabilità, contribuirebbero non poco alla riduzione del consumo di stupefacenti e, conseguentemente, alla prevenzione di fenomeni criminali. Perché allora non aprire gli occhi e, accanto alle pur apprezzabili campagne di sensibilizzazione,  procedere in questa strada?

venerdì 27 aprile 2012


Drunkoressia: il male del nuovo millennio, 23 aprile 2012, http://saluteedintorni.wordpress.com

Tra i disturbi del comportamento alimentare, ecco spuntare una nuova malattia, fresca fresca di neologismo, ovvero la drunkoressia o drunkorexia, come la chiamano a New York. L’etimologia della parola trova origine nel verbo “drink” che significa “bere”. Secondo le notizie fornite dal Ministero della Sanità, la drunkoressia rappresenta il nuovo male che colpisce i giovani e che si sta pericolosamente diffondendo a macchia d’olio.
Si tratta di un disturbo alimentare che porta a sostituire le calorie del cibo con quelle dell’alcool e rappresenta un fenomeno estremamente pericoloso, considerando che in Italia ci sono tre milioni di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare che vanno dall’anoressia alla bulimia. Quindi, rappresenta un grave problema che tra queste due conclamate malattie si inserisca questa nuova condizione, che avrebbe già raggiunto circa mezzo milione di persone, soprattutto di giovane età.

Drunkoressia: una sindrome estremamente pericolosa

La drunkoressia rappresenta una condizione davvero pericolosa per la salute, poiché, come afferma Emanuele Scafato, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità e direttore dell’Osservatorio Nazionale sull’alcol, “in soggetti già sottopeso la drunkoressia provoca un dimagrimento patologico e crea dipendenza da alcol, che, a sua volta, può portare nel lungo periodo a cirrosi epatica, tumori del fegato e lesioni cancerose al seno, oltre ad una grave sindrome psicologica in questi ragazzi”.

La drunkoressia va ad inserirsi in un quadro già di per sé grave, in quanto nella nostra penisola sono circa tre milioni le persone affette da disturbi del comportamento alimentare che soffrono di anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata, con un drastico abbassamento dell’età di esordio di queste malattie, che iniziano infatti a colpire bambini tra gli 8 e i 10 anni.

Nonostante questa impellente emergenza sanitaria, i centri per la cura dei disturbi del comportamento alimentari sono ancora troppo pochi in Italia. Quello più grande è Villa Miralago a Varese, dove sono ricoverati 46 tra ragazzi e ragazze, anche minorenni, che vi soggiornano anche più di un anno, assistiti da un’equipe di 53 specialisti tra psicologi, nutrizionisti ed educatori. Le liste d’attesa sono lunghe mesi e nel frattempo la malattia può portare alla morte, in quanto di anoressia si muore, sia a causa di suicidio sia per effetti collaterali importanti.

giovedì 12 aprile 2012


DATI ISTAT/ L’esperto: alcol, ecco perché i più giovani sono a rischio - INT. Mario Pollo, mercoledì 11 aprile 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Secondo i dati forniti dal rapporto Istat sull’uso e l’abuso di alcol nel nostro Paese, sono oltre otto milioni gli italiani a rischio, soprattutto giovani e giovanissimi sotto i 15 anni. Le persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol è pari al 66,9% nel 2011, un dato che risulta di circa cinque punti percentuali inferiore a quello registrato dieci anni prima. Sono però in aumento coloro che dichiarano di consumare alcolici al di fuori dei pasti (27,7%), a dimostrazione dell’avvenuto cambiamento del consumo tradizionale di bevande alcoliche: «E’ la conferma della transizione da una cultura cosiddetta “bagnata” di tipo mediterraneo a una cultura “asciutta” di tipo nordeuropeo – ci spiega Mario Pollo, professore di Pedagogia generale e sociale alla Lumsa di Roma –. Stiamo infatti passando da un consumo alimentare dell’alcol a un consumo prevalentemente concentrato nel tempo libero. E’ un dato che trova conferma soprattutto nelle nuove generazioni, che lentamente si stanno spostando verso questo modello».
Il rapporto Istat mostra poi che le fasce di popolazione i cui i comportamenti a rischio sono più frequenti sono gli adolescenti dagli 11 ai 14 anni (14,1% dei maschi e 8,4% delle femmine), i giovani dai 18 ai 24 anni (22,8% dei maschi e l’8,4% delle femmine) e gli anziani over 65 (43% degli uomini e il 10,9% delle donne). «Queste fasce sono comunque molto diverse tra loro – continua a spiegare il professor Pollo –, perché nel caso degli ultra 65enni le quantità di alcolici consumate sono quelle che erano ritenute normali nella cultura italiana tradizionale. Le dosi che popolarmente erano ritenute adeguate sono infatti in molti casi notevolmente più abbondanti di quelle che sono le unità alcoliche considerate a rischio. Per fare un esempio, una persona con più di 65 anni che consuma due bicchieri di vino da 125 ml a pasto, alla fine della giornata ne avrà bevuto mezzo litro, e nella cultura tradizionale una quantità del genere fa parte di un bere moderato. E’ ovvio quindi che ci troviamo di fronte a persone anziane che non conoscono le giuste quantità di alcolici da consumare senza incorrere in rischi per la propria salute».
Nonostante sia in aumento la quota di coloro che consumano alcolici fuori dai pasti, diminuisce rispetto a dieci anni fa il numero di persone dai 14 anni in su che fanno uso di alcol (72% nel 2001, 66,9% nel 2011): «Riguardo questo dato – commenta il professor Pollo – potrebbe aver influito negli ultimi anni una maggiore azione di prevenzione, rivolta in particolare alle fasce giovanili della società. Si potrebbe quindi pensare che le diverse campagne portate avanti negli ultimi anni abbiano prodotto un qualche effetto, tenendo anche conto del fatto che l’educazione alla salute e i rischi dell’uso e l’abuso di sostanze alcoliche sono alcuni dei temi trattati maggiormente». Chiediamo infine al professor Pollo in che modo è possibile allontanare i giovani, che scoprono l’alcol in età sempre più precoce, da un modello rischioso come quello della cultura “asciutta” e farli avvicinare magari non a un astinenza totale, ma a un reale consumo responsabile di alcolici: «Occorre riprendere un’educazione del bere secondo i modelli della nostra cultura, quindi un bere responsabile inserito nell’alimentazione. Sono convinto che se si riuscisse ad educare i giovani non all’astinenza ma a un bere responsabile, facendo loro apprezzare gli abbinamenti con i cibi, la qualità delle bevande e facendo capire quali sono quelle più dannose, allora la situazione potrebbe davvero migliorare».

(Claudio Perlini)     


© Riproduzione riservata.

venerdì 6 maggio 2011

Sballo di massa e genitori sorpassati, May 5th, 2011, di Carlo Bellieni, da http://carlobellieni.com/

Recenti studi spiegano il rapporto tra uso di cannabis e inizio di gravi malattie mentali. In certi casi la cannabis può provocare questo effetto ritardando la maturazione del cervello (vedi la rivista Schizophrenia Research dell’Aprile 2011). Per non parlare dei rischi dovuti alla perdita di controllo, di riflessi, anche per giorni dopo l’assunzione della droga. Ci si domanda allora perché in tanti spettacoli televisivi si guardi con indulgenza all’uso di stupefacenti, perché si accetti che i soliti VIP ne parlino ammiccando o supponendo addirittura che sia “normale” farne uso, magari specificando che è un vezzo dell’adolescenza che “poi passa”.

Ci si dovrebbe rendere conto che la droga è un modo di fuggire dalla realtà, e la fuga per la fuga è già in sé un cattivo messaggio da dare a chi è fragile come un adolescente. A questo sommiamo poi le conseguenze sulla salute e c’è quanto basta per inasprire l’allarme. Certo, questo vale anche per l’alcol, altro “vezzo giovanile”, che oggi trova grande diffusione, nella forma del ‘binge drinking’ tra i giovani, cioè il buttar giù drink su drink per “sballare”.

In Francia l’accesso precoce all’alcol o alla droga è associato con la tendenza al suicidio, secondo l’International Journal of Public Health dell’aprile 2011. Sono 4 milioni gli italiani che praticano il binge drinking, cioè bere 6 o più drink in un’unica occasione, almeno una volta l’anno. Del fenomeno si occupa l’Osservatorio alcol dell’Istituto Superiore di Sanità. “Nei giovani di 15-24 anni - spiega - il binge drinking raggiunge 1,450 milioni di persone, e riguarda 450mila ragazzi fino a 15 anni” (Ansa, 28 aprile).

Cosa spinge i ragazzi a cercare lo sballo in massa? E cosa fa sì che la politica se ne occupi solo marginalmente? Stiamo allevando una generazione di figli senza ideali, ci avvertono i sociologi, e non dipende dalla mancanza dei posti di lavoro, ma dallo sguardo privo di speranza dei loro genitori. Si chiamano “echo boomers” questi giovani, che vivono solo di riflesso dei desideri dei loro genitori; con una specie di obbligo di compiere i desideri frustrati di chi li ha messi al mondo. E siccome sono morti gli ideali (o sopravvivono solo in pochi), l’unico desiderio cosciente dei giovani è quello di far soldi, che è quello dei loro genitori, che facevano i rivoluzionari capelloni “cheguevaristi” e poi sono andati tutti a finire nella più omologata borghesia: questa è la prima generazione nella storia del mondo in cui i giovani – figli di tali padri – rimproverano ai genitori non di essere “sorpassati” moralmente o culturalmente, ma di non dargli abbastanza soldi o posti di lavoro. Così riportano acutamente vari osservatori.

E’ una generazione che sa di essere nata perché ha superato “l’esame genetico prenatale” cui tutti loro sono stati sottoposti; e da una generazione di sopravvissuti, già moralmente vecchi appena nati perché invecchiati dalle aspettative “vecchie” dei loro genitori, cosa possiamo aspettarci?

mercoledì 16 febbraio 2011

Giovani e alcol, un binomio mortale di Danilo Quinto, 16-02-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Sono stimate in 205 milioni le persone che nel mondo fanno uso di sostanze psicoattive. Tra queste, l’alcol occupa un posto di preminenza - insieme al tabacco – ed il rischio rispetto al suo uso è molto più alto tra i giovani e i giovanissimi rispetto alla altre fasce d’età.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ogni anno più di due milioni di persone muoiono per problemi correlati all’alcol, che in Europa causa la morte di 195.000 persone per incidenti stradali, omicidi, suicidi, cirrosi epatica, patologie neuropsichiatriche e depressione, cancro. E’ attribuibile all’alcol – il cui uso determina, in base alla stima che fa la Commissione europea, centinaia di miliardi di euro all’anno di costi socio-sanitari - il 25% della mortalità giovanile tra i maschi e il 10% tra le femmine.

In questo contesto globale, vanno letti – per quanto riguarda l’Italia - gli ultimi dati di una ricerca realizzata dall'istituto Doxa e commissionata dall'Osservatorio Permanente sui Giovani e l'Alcool, che definisce a rischio il 23% dei giovani consumatori, i quali, in media, iniziano a bere birra e vino tra 14 e i 15 anni, le altre sostanze alcoliche a 16 anni. Otto italiani su dieci consumano alcol, il 90% dei maschi e il 70% delle femmine. In Italia - dove il limite legale di alcolemia per chi guida è stato portato, in attuazione della legge 125/2001, dallo 0,8 allo 0,5 per mille, ancora insufficienti, a parere di molti esperti per garantire la sicurezza – la mortalità per incidente stradale viene stimata come correlata all’uso di alcol per una quota compresa tra il 30% e il 50% del totale degli incidenti.

Il tasso di mortalità per incidente stradale, pari a 95 morti ogni milione di abitanti, è quasi doppio rispetto a quello di paesi come Gran Bretagna, Olanda e Svezia , dove il tasso è pari a 50 morti per milione di abitanti. I conducenti della fascia di età tra i 25 e i 29 anni e tra i 30-34 anni sono quelli più colpiti dagli incidenti stradali e la mortalità è molto elevata anche fra i conducenti di 21-24 anni. I giovani tra i 20 e i 24 anni sono la classe di età più interessata dal consumo settimanale di alcolici fuori pasto, immediatamente seguiti da quelli tra i 25 e i 29 anni, ma il fenomeno riguarda in maniera rilevante anche i giovani tra i 18 e i 19 anni. Il fenomeno della diffusione dell’abuso giovanile è ben rappresentato anche dalla percentuale di giovani alcol-dipendenti in carico presso i servizi socio-sanitari. Come emerge dai dati rilevati dal Ministero della Salute, nel 2005 i minori di 20 anni rappresentano lo 0,7% dell’utenza e i giovani fra i 20 e i 29 anni ne rappresentano l’11%.

L’abuso di alcol - che negli ultimi anni ha conosciuto un incremento micidiale di pericolosità – è determinato da due fattori principali: la crisi educativa e culturale, che ha svilito, nella società del benessere e dei consumi irrefrenabili, l’importanza di uno stile di vita sobrio; la mancanza di politiche coerenti di molti Governi e della stessa Unione europea, che si limitano, nei loro documenti, a fare solo enunciazioni, del tutto inutili per affrontare concretamente il problema e porre un argine, anche di regole e di norme severe, rispetto al dilagare di tutte le forme di dipendenza.

La società occidentale è riuscita anche nell’intento d’inquinare, in termini di stili dita proposti, i paesi in via di sviluppo, dove vengono esportate le nostre dipendenze e, tra queste, l’abuso di alcol è tra le piu’ significative. Basta osservare quel che sta accadendo in molti paesi africani. Anche per assecondare, inconsapevolmente, ci mancherebbe, gli interessi economici delle aziende produttrici di alcol, non viene contrastata seriamente quella “cultura dello sballo” che tra i giovani si diffonde sempre più e che “impone”, come dimostrano tutte le indagini statistiche, che all’uso dell’alcol si associno altre dipendenze: l’ecstasi, le sostanze inalanti, la cocaina, gli psicofarmaci.

Parafrasando Gaber, è una specie di “libertà obbligatoria”, quella che viene promossa - un antiproibizionismo becero e dilagante, in realtà - priva di strumenti di protezione, come la famiglia, che un tempo rivestiva il suo ruolo essenziale di controllo. Così, non si fa che legittimare l’abuso del bere e si abbandona il dovere di tutelare, in termini di sicurezza e di bene comune, i soggetti piu’ deboli e indifesi.