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lunedì 14 aprile 2014

Fecondazione eterologa, la svolta impressa dalla Consulta di Lucetta Scaraffia in “Il Messaggero” del 10 aprile 2014

La sentenza della Consulta sulla possibilità di praticare l’inseminazione eterologa va letta con quella del tribunale milanese che ha assolto una coppia che ha una figlia concepita in India, con il gamete paterno ma l’ovulo comprato, così come comprato è stato l’utero che ha permesso la gravidanza. Ovviamente, dato che la bambina è nata, e che ha quasi due anni, sarebbe stato crudele strappare la figlia a coloro che l’hanno allevata e imporre l’adozione, cosa che la legge avrebbe previsto in caso di condanna di pratiche non permesse dalla legge italiana. Quindi i giudici si sono trovati in una situazione che, per pietà, costringeva in un certo senso all’assoluzione. Non si tratta di giustizia, però, ma di una forzatura della giustizia. Diversa invece la sentenza della Corte costituzionale, che ha legiferato sul diritto astratto di inseminazione eterologa, proibita dalla legge 40. Ma le due sentenze hanno in comune la stessa tendenza ad accettare il fatto compiuto, cioè entrambe hanno confermato l’idea, purtroppo molto diffusa, che le possibilità bio-tecnologiche nel campo della fecondazione assistita vadano accettate per il solo fatto che esistono, e che sono efficaci per risolvere dei problemi. In questi casi il problema è la sterilità, nel caso milanese aggravata dall’età della madre: nessuna donna normale, infatti, anche se non è stata sottoposta a cure anti-tumorali, riesce a concepire e molto probabilmente ad affrontare una gravidanza a 54 anni. Il fatto che tutti i giornali, narrando l’episodio, abbiano insistito sulle cure tumorali, sorvolando sull’età avanzata come se non costituisse problema, è una spia significativa del fatto che ormai non vogliamo più accettare nessun tipo di limite naturale, che lo consideriamo addirittura insignificante. L’unica cosa che conta è che la scienza ci permetta di farlo: come se gli strumenti usati dalla scienza per realizzare i desideri degli esseri umani fossero sempre neutri, e i desideri – per il solo fatto di esistere – legittimi. In sostanza, prevale la morale imposta dalla tecnologia: si fa tutto quello che si può fare, e noi dobbiamo adattarci alle possibilità della tecnica, piuttosto che padroneggiarle in base a scelte morali. L’adattarsi al progresso diviene un criterio morale, l’unico criterio riconosciuto, generando una confusione costante fra bene e benessere. Si tratta di problemi gravi: purtroppo però nel nostro Paese una vera discussione su questi temi non si può aprire perché la polarizzazione politica e anche quella fra laici e cattolici è troppo forte per consentire un terreno comune di confronto. Ben diversa la situazione francese, in cui per esempio la filosofa progressista e laica Sylviane Agacinski, proprio a proposito di questi temi, ha messo in guardia contro il pericolo di creare una nuova schiavitù delle donne povere, costrette a vendere il loro corpo o sotto forma di ovuli o come utero, in nome della “libertà” e della “realizzazione” di persone ricche che non sanno, o non vogliono, accettare la frustrazione di un desiderio. Persone che preferiscono non sapere che la “donazione” degli ovuli richiede un intervento chirurgico, preceduto da un pesante trattamento ormonale che sarà fonte di squilibri per tutta la loro vita futura. Che in India le donne che vendono l’utero sono costrette, per tutto il periodo della gravidanza, a vivere in case sorvegliate, per controllare che le condizioni igieniche siano decenti e l’alimentazione sufficiente, e non possono tornare dalla loro famiglia, dove spesso hanno lasciato bambini piccoli. Cioè che sono trattate come animali da allevamento e non da esseri umani, per pochi soldi, per di più. La libertà di superare un limite – quello della sterilità che spesso è solamente conseguenza dell’età – si realizza attraverso l’oppressione di altre donne, ovviamente povere. È veramente incredibile vedere che molti – in primo luogo i radicali – si vantino di questo successo senza vedere che è frutto di una nuova forma di sfruttamento. 

sabato 16 febbraio 2013


TECNOLOGIA E SALUTE - Sla, un pc legge il pensiero, 16 febbraio 2013

Il malato di sclerosi laterale amiotrofica, Sla, non parla ma può comunicare. E non solo con gli occhi. D’ora in avanti anche attraverso un computer. Il sistema l’hanno messo a punto i ricercatori dell’Università di Padova. «In sostanza – spiega Kostantinos Priftis, che ha coordinato i colleghi del Dipartimento di psicologia generale dell’Università di Padova – al paziente vengono applicati degli elettrodi esterni sul capo che, captando il segnale bioelettrico sottostante, interpretano la volontà del malato grazie a un cursore che su un monitor si sposta verso l’immagine che il paziente ha scelto con la sola forza del pensiero».

La Sla è una patologia neurologica che conduce irreversibilmente il malato a una progressiva atrofia muscolare, fino alla paralisi completa che impedisce di muovere qualsiasi muscolo e quindi rende impossibile la comunicazione col mondo esterno. Per questi pazienti, dunque, l’Università di Padova, in collaborazione con l’Irccs San Camillo (del Lido di Venezia) e con il Politecnico di Milano, ha messo a punto un nuovo sistema di Brain-Computer Interface (Bci), che dà loro la possibilità, negli stadi terminali della malattia, di comunicare col mondo esterno senza muovere alcun muscolo, nemmeno gli occhi.

«Abbiamo dapprima condotto i nostri studi con soggetti sani – spiega Priftis –, progettando nuove interfacce più efficaci per i pazienti da un lato e, dall’altro, implementando un raffinato algoritmo di elaborazione del segnale cerebrale per tradurre le intenzioni del paziente nel movimento del mouse. In un secondo momento abbiamo dimostrato l’efficacia del nostro sistema Bci in un gruppo di pazienti affetti da Sla a diversi stadi di malattia». Secondo i ricercatori di Padova, «educando» i pazienti affetti da Sla non ancora negli stadi più gravi della malattia, «si può insegnare loro ad usare in modo efficace il sistema di comunicazione Bci, rendendo possibile l’interazione con i familiari e i medici coinvolti nelle loro cure».

Francesco Dal Mas

martedì 22 gennaio 2013


Harvard gioca a Jurassic Park con gli embrioni: madre surrogata cercasi per ricreare l’uomo di Neanderthal - gennaio 22, 2013 Redazione - http://www.tempi.it

Sarà perché ha visto troppe volte Jurassic Park oppure perché è un fan della pecora Dolly, sta di fatto che George Church, professore della Harvard Medical School, vuole riportare in vita l’uomo di Neanderthal proprio come John Hammond ha ricreato i dinosauri nel film hollywoodiano.
MANCA SOLO UNA MADRE SURROGATA. Come? Con un bell’esperimento sugli embrioni ovviamente. Il professore è sicuro di riuscire a ricavare il Dna dell’uomo di Neanderthal basandosi sul codice genetico trovato nei fossili, impiantarlo in cellule staminali da iniettare poi in un embrione umano. A questo punto, continua il professore in un’intervista al Der Spiegel, non resta che trovare «l’utero di una madre surrogata in cui impiantarlo».

AL MASSIMO SI SPRECA UN EMBRIONE. Niente di più semplice, anche perché gli uomini primitivi in realtà «erano molto intelligenti e nel caso di un’epidemia planetaria il loro diverso modo di pensare potrebbe aiutarci a trovare una soluzione». Il piano dell’esperto di biologia sintetica è perfetto, insomma. Certo l’esperimento è difficile, ci sono controindicazioni, una volta nato il neo-neanderthaliano ad esempio «potrebbe essere discriminato» ma sono rischi da affrontare per il bene della scienza. E se l’esperimento andasse male? Vabbè, al massimo va sprecato un embrione.

lunedì 21 gennaio 2013


Caro Severino, la salvezza non viene dalla tecnica - http://www.lanuovabq.it
di Ettore Gotti Tedeschi
21-01-2013
Tecnoscienza

Leggo e rispetto il professor Emanuele Severino perché è intelligente, è stimolante e sempre agnosticamente garbato nelle sue considerazioni, e questo lui lo sa. Quel che non sa è che quando critica il cattolicesimo riesce persino a rafforzare i (miei) convincimenti e a confermare la (mia) fede e riconsolidare le (mie) certezze, che magari in quel momento stavano vacillando.  

Così è successo leggendo il suo articolo sul Corriere della Sera (“Buona politica in aiuto della scienza, ricetta per un capitalismo migliore”) di sabato 19 gennaio. Il professor Severino spiega (mi si perdoni l’interpretazione affrettata) che il tipo di benessere perseguito da un governo tecnico non è lo stesso auspicato dalla politica o dalla Chiesa cattolica, date le differenze di interpretazione di cosa è bene e cosa è l’uomo. Questo provoca un  tentativo di condizionamento verso il governo tecnico che genera un risultato ibrido, un mix tra scienza e politica, e religione naturalmente. Ma essendo la politica un'arte e non una scienza, ecco che il governo tecnico usa la scienza per far qualcosa di non scientifico. Poiché per il governo tecnico il benessere è frutto della logica capitalistica, che si serve della politica (di destra o di sinistra) e la governa e si serve della scienza per fare profitto, non provoca  benessere vero, ma solo l’incremento del  capitale. Così cerca di trasformare la scienza in profitto. Il tutto si complica grazie all’intervento della Chiesa cattolica che, secondo Severino, disconosce il profitto a vantaggio del bene comune. La Chiesa perciò cercando di influenzare il capitalismo a vantaggio del bene comune, anziché del profitto, crea una contrapposizione reciprocamente distruttiva tra capitalismo e Chiesa.

Questa è la ragione, se non sbaglio, per cui Severino ritiene che capitalismo, politica e Chiesa stessa, siano in crisi. Perché sono in contraddizione nel perseguimento del medesimo fine. Sempre per Severino la soluzione consiste nella scelta della politica di mettersi al servizio della tecnica, ispirata dalla scienza, per produrre vera potenza. Escludendo la religione dalla formula. Anche nel suo interessante ultimo libro “Capitalismo senza futuro”, il prof.Severino esalta la tecnica perché sfugge alla immaturità dell’uomo e perché prescinde dalla morale. La vera morale alla fine, per Severino, è nella tecnica perché permette all’uomo di “vivere in eterno”. Anche la politica dovrebbe fondarsi sulla tecnica, magari con veri governi tecnici. E naturalmente questa tecnica deve esser guidata dal filosofo che assicura appunto una “pax tecnica” con il filosofo gran sacerdote .

Quasi esattamente il contrario di quello che Giovanni Paolo II (nella Sollecitudo rei socialis) e Benedetto XVI (nella Caritas in Veritate) propongono quale riflessione, spiegando che il cattolicesimo non è contro la tecnica, anzi, è contro l’ignoranza nella capacità di utilizzarla. Spiegano infatti che l’uomo di questo secolo è cresciuto molto in capacità tecniche e poco in conoscenza e sapienza, scoprendosi così immaturo per gestire tanta tecnica, che pertanto può sfuggirgli di mano (come sta succedendo). Per tanto tempo la filosofia ha cercato alleanza con la scienza per combattere la religione. Poi la scienza scopre di poter esser cristiana , così ora la filosofia cerca forse un'alleanza con la tecnica?

Articolo e libro sono una dimostrazione che lo spirito critico del filosofo si potrebbe avvantaggiare con una sana discussione con un teologo esperto di “economia per l’uomo”, quali sono, ad esempio, monsignor Rino Fisichella o il cardinale Angelo Scola. Molto rapidamente rilevo alcuni punti dove il teologo potrebbe aiutare l’opinione del filosofo. La saggezza porta la Chiesa a considerare il profitto come un mezzo indispensabile di misura dell’efficienza e della competitività; ciò che conta è come questo profitto si crea e a cosa serve. Gli addendi in più nelle formule economiche ben conosciute dalla Chiesa sono “amore e carità”, ma la Chiesa sa bene che la ricchezza da distribuire ai più deboli deve esser prima creata, altrimenti si distribuirebbe povertà. Non si creda che la Chiesa non  conosca l’economia ed il capitalismo. Anzi, si può dire che il capitalismo è stato “inventato” dai cattolici qualche secolo prima della riforma protestante e le prime leggi economiche su domanda e offerta, sull’uso del capitale, sull'interesse e sulla creazione di ricchezza, sono state elaborate nel mondo cattolico da domenicani, francescani e gesuiti (si veda la scuola di Salamanca) cinquecento anni fa. 

Queste leggi sono diventate fondamento dell’economia moderna (scuola austriaca), realtà che lo stesso Shumpeter riconosce.  E’ poi evidente che la Chiesa non è affatto convinta che il capitalismo voglia la distruzione della società cristiana né la Chiesa vuole la fine del capitalismo. Ma dove lo ha letto? La Chiesa si preoccupa dell’uso del capitalismo, mezzo, e vuole uomini saggi che lo gestiscano per un fine. Se questo fine è l’uomo, il problema è attribuirgli una dignità specifica. E Severino sa bene che questo è il punto di disaccordo principale. Se i mezzi evocati da Severino, la politica e la scienza, devono esser orientati ad un uomo animale intelligente (frutto del caos o evoluzione di un bacillo) da soddisfare solo materialmente, il risultato è evidente, ed un filosofo della sua grandezza certamente può riconoscerlo. Questa valutazione  “animalistica” dell’uomo (unitamente a dottrine nichilistiche e ad errori socioeconomici incredibili quali il malthusianesimo) ha comportato lo sviluppo economico consumistico (e a debito) negli ultimi trent’anni che ha portato alla crisi attuale. Ciò deve portare a riconoscere che quando la tecno-scienza (senza un “fine” vero) influenza  le scelte economiche, influenza lo stesso comportamento del capitalismo e  può comportare disastri. E Papa Giovanni Paolo II lo aveva ben profetizzato nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis , quando spiega che la tecnica può sfuggire di mano all’uomo immaturo e non cosciente. E’ l’uomo pertanto che va ricostruito, piuttosto che strumenti scientifici o tecnici. Questi possono pure esser migliorati, ma se l’uomo non cambia userà male anche i nuovi strumenti.

Quando poi Severino lascia capire che la Chiesa cerca di influenzare la politica o la scienza, viene da pensare: magari lo facesse, opportunamente e con mezzi a lei adeguati, per obiettivi santi. L'impressione è invece che spesso sia la Chiesa il soggetto che si cerca di influenzare dall’esterno per farle dare imprimatur politici o scientifici. Per fortuna abbiamo avuto santi Papi e oggi un Santo Padre come Benedetto XVI. Sono certo che se il mondo avesse saputo ascoltare il magistero di grandi Papi  che hanno scritto encicliche tanto osannate ma poco comprese (come la Humanae Vitae e la Populorum Progressio di Paolo VI , la Centesimus annus e la Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, e la Caritas in Veritate di Benedetto XVI) , questa crisi non ci sarebbe stata, e se ci fosse stata sarebbe persino già stata risolta.

Nella Caritas in Veritate, primo capitolo, evocando due encicliche di PaoloVI (Humanae Vitae e Populorum Progressio) il Pontefice dà una spiegazione esemplare di cosa deve essere progresso, economia, capitalismo, profitto. Ma nella introduzione all’Enciclica fa ancora di più: una lezione sui fini e su come si raggiungono o meno, fa una lezione di filosofia sul nichilismo dominante, spiegando che il nichilismo produce la mancanza di valori che confondono i fini e rendono i mezzi improduttivi. La salvezza non è nella filosofia e la potenza non è nella tecnica, caro e stimato professor Severino. Grazie a Dio.

mercoledì 28 novembre 2012


Cultura e ragione in difesa dell’umano 

2012-11-27 - L’Osservatore Romano

  L’autonomia da ogni istituzione e la libertà di discutere e di pensare sono considerate dai comitati etici europei le condizioni fondamentali per portare a termine il lavoro di riflessione e approfondimento dei temi bioetici. È questo il tratto comune più evidente fra gli organismi europei che si sono confrontati a Roma il 23 novembre, nel corso di un convegno organizzato dal Comitato Nazionale di Bioetica italiano.
 Pur nelle loro diversità – chiaramente legate alla storia dei diversi paesi, come il fatto che la Francia è stata la prima a costituire, nel 1983, il comitato etico nazionale, mentre in Gran Bretagna ancora oggi ci sono più enti, dipendenti da fondazioni private – i rappresentanti tedesco, francese e britannico hanno esposto tipologie di organizzazione molto simili, e anche metodologie di lavoro parallele, che prevedono la creazione di gruppi di studio sui singoli temi e riunioni plenarie per la redazione dei testi finali, nonché la libertà nella scelta degli argomenti da affrontare. Argomenti che possono, talvolta, essere suggeriti da quesiti proposti dai Governi o anche, come nel caso francese, da cittadini, ma che sono sempre attinenti al grande tema sotteso all’applicazione di nuove tecnologie e di nuovi diritti, cioè l’immagine dell’essere umano, la concezione dell’umano che la nostra civiltà, posta di fronte a incredibili progressi scientifici, vuole difendere o accettare.
 Ogni comitato considera compito fondamentale coinvolgere la società civile, rendendo pubblici i risultati del lavoro svolto ma anche – ed è il caso tedesco – coinvolgendo il pubblico, che può arrivare a quattrocento persone, in alcune sedute su temi particolarmente caldi, come la morte cerebrale o il divieto di incesto. Il rapporto con i cittadini è centrale, perché è per loro che i comitati hanno il compito di approfondire tematiche in apparenza semplici, facendone capire la complessità e anticipando esiti che sono ancora in fieri ma che potranno pesare nel futuro. Più che esprimere pareri e dare consigli, quindi, i comitati si propongono come organi pensanti, che ascoltano tutte le voci, per diventare coscienza della collettività davanti a cambiamenti epocali dell’umano.
 Questi organismi sono sempre costituiti da gruppi interdisciplinari, da persone di diverse appartenenze religiose e filosofiche, che elaborano una cultura nuova al di fuori delle istituzioni tradizionali come le università. E sono fornite di comitati di bioetica anche l’Unione europea e l’Unesco: organismi con fini prevalentemente didattici, che non si occupano solamente della bioetica dei ricchi, quella delle ultime scoperte tecnologiche, ma anche di quella dei poveri, e cioè per esempio del rapporto con la medicina tradizionale e del commercio degli organi per i trapianti da vivente.
 A Roma vi è stato un confronto molto interessante, che ha fatto capire come la modernità tecnologica venga affrontata nei Paesi europei attraverso un lavoro culturale continuo e ben organizzato, che sa coinvolgere la più larga opinione pubblica. I comitati di bioetica oggi vengono infatti ritenuti da gran parte dell’opinione pubblica un punto di riferimento morale indiscusso, che svolge un ruolo di primaria importanza in quella che giustamente gli stessi rappresentanti di questi organismi hanno definito come la questione dell’essere umano.
 Che cosa fa la Chiesa davanti a tutto questo lavoro culturale e pedagogico, che in massima parte prescinde dal suo insegnamento, anche se qualche cattolico fa parte di questi comitati? Cosa fa per non restare esclusa, per far conoscere le sue riflessioni, il suo pensiero? I principi non negoziabili devono, per ogni singolo caso, essere declinati, spiegati, sostenuti. Difesi, cioè, con le armi della cultura e della ragione.
 Per riuscire a essere presente e autorevole in questo contesto, sarebbe utile che la Chiesa stessa favorisse luoghi di approfondimenti interdisciplinari, grazie all’aiuto soprattutto di laici cattolici, per discutere, approfondire, anticipare i problemi, e soprattutto comunicare all’esterno i suoi risultati. Sarebbe insomma utile creare un punto di riferimento bioetico che si mantenesse al passo con i problemi che si presentano, ma in grado anche di intuire le questioni che stanno per aprirsi, per anticipare le conseguenze di alcune scelte e per chiarire l’applicazione della morale cattolica in ogni singolo caso. La posta in gioco, infatti, è di primaria importanza: proprio come hanno detto i rappresentanti dei comitati al convegno di Roma, qui si tratta dell’essere umano, della sua identità e della sua difesa. Vale la pena giocare la partita fino in fondo, partecipando allo stesso dibattito.
Lucetta Scaraffia

martedì 20 novembre 2012


Homo tablet, l’involuzione: meno intelligente rispetto agli antenati - 20 novembre 2012 - http://www.ilmessaggero.it/

ROMA - Homo sapiens o Homo tablet: chi è il più intelligente? La risposta è: quello meno tecnologico dei due, quello che doveva risolvere i problemi senza Google, che comunicava senza Facebook e si informava senza Twitter. È la controversa tesi di un eminente genetista, il professor Gerald Crabtree, a capo del laboratorio genetico della Stanford university negli Stati Uniti. 
Lo studioso sostiene che oggi la specie umana sia molto meno intelligente dei suoi antenati e sia protagonista di una lenta ma inesorabile involuzione. Insomma, diventeremo più stupidi ed emotivamente più fragili. La tesi di Crabtree, pubblicata sulla rivista scientifica Trends in genetics, ha scosso il mondo accademico e molti colleghi del professore sono scettici. Eppure lui è convinto di avere le prove.

LA STORIA
L'uomo avrebbe raggiunto il massimo delle sue capacità cognitive migliaia di anni fa, quando ancora combatteva contro gli elementi della natura per sopravvivere. Poi con l'invenzione dell'agricoltura, meno di 10.000 anni fa, e il conseguente sviluppo delle città, il nostro cervello sarebbe diventato più apatico. Quando l'uomo non ha più avuto bisogno di combattere per sopravvivere la selezione naturale, che favorisce i più forti e intelligenti, si sarebbe rilassata. 

E tutta la tecnologia di cui ci circondiamo? Ci avrebbe avvolto l'encefalo nella bambagia. Perché la rivoluzione scientifica, più che essere una prova del nostro intelletto, ha mascherato il declino cerebrale dell'essere umano. 

«Per il 99% della sua storia evolutiva l'uomo è stato cacciatore e raccoglitore, è sopravvissuto grazie alla sua arguzia e il suo cervello si è sviluppato - scrive Crabtree nel suo articolo, ripreso dall'Independent di Londra - Quando le comodità dell'agricoltura e del vivere in grandi comunità si sono fatte evidenti, le mutazioni genetiche hanno cominciato ad accumularsi». È scientificamente provato che mettendo a confronto il genoma di figli e genitori si individuino tra le 25 e le 65 mutazioni del Dna per ogni generazione. Sulla base di questo numero il professore sostiene che nelle passate 120 generazioni (che coprono circa 3.000 anni), si siano sviluppate ben 5.000 mutazioni, che per forza di cosa riguardano anche i geni legati alle capacità cognitive (sono tra i 2000 e i 5000). 

LE CONSEGUENZE
Crabtree fa un esempio chiarificatore: «I nostri antenati cacciatori che non trovavano una soluzione per sfamarsi o vivere al riparo dalle intemperie, semplicemente morivano. Oggi al banchiere di Wall Street che commette lo stesso tipo di errore concettuale cosa succede? Probabilmente si porta a casa un bonus». Ecco cosa cambia: le conseguenze. Non dobbiamo sforzarci di essere dei super geni, perché il massimo che ci può capitare solitamente non ha alcun effetto sulla nostra vita quotidiana. Per questo i nostri cervelli si sono impigriti e si stanno impigrendo sempre di più, è la conclusione dello scienziato. 

«Se comparisse tra noi un cittadino ateniese del 1000 a.C. sarebbe il più ingegnoso e intellettivamente acuto dei nostri amici - è convinto il genetista - Avrebbe una memoria imbattibile, un sacco di idee e una visione chiara di quali siano le questioni più importanti da risolvere. Non solo. Sarebbe anche emotivamente molto più stabile di noi. Stessa cosa per gli abitanti delle Americhe, Asia, India e Africa tra i 2.000 e i 6.000 anni fa. È proprio in quel periodo che abbiamo raggiunto il picco dell'intelletto». 

La regressione futura è garantita, promette (o minaccia) il genetista. Ma rassicuriamoci. Tra 3.000 anni, prevede l'articolo di Trends in genetics, saremo sì abbastanza tonti, ma la scienza avrà progredito così tanto da permetterci di risolvere i nostri problemi. 



lunedì 19 novembre 2012


Salute hi-tech, più vicina la terapia su misura di Francesca Cerati - 18 novembre 2012 - http://www.ilsole24ore.com

Ospedali-laboratorio a un passo dai più avanzati centri di ricerca universitari e dalle imprese del pharma. È così che nel quadrilatero di Harvard si trasferiscono i risultati delle sperimentazioni in cure per i pazienti. Soprattutto per la terapia del cancro. Un modello nuovo, efficiente e sinergico che velocizza i tempi e che concretizza la cosiddetta medicina personalizzata.
È dunque davvero arrivato il momento in cui "lettura del Dna, terapia bersaglio e biotecnologie" da promesse si stanno trasformando in realtà? Sembra di sì, in concomitanza del fatto che il sequenziamento scende via via di prezzo, la potenza dei computer cresce così come le informazioni genetiche sulle malattie, ma anche l'industria farmaceutica è pronta a produrre farmaci su misura, finora appannaggio delle piccole biotech. Forse, perché l'ingranaggio giri a pieno regime, andrebbero riveduti i tempi di approvazione dei farmaci, visto che la loro sintesi sta cambiando e va veloce. «Non ci può essere alcun ritardo. I pazienti sono in attesa.

Per questo servono trial più omogenei e ben definiti per quanto riguarda il profilo genetico dei pazienti. Solo così si può accelerare nella prima fase degli studi clinici il passaggio di un nuovo farmaco» commenta Mark C. Fishman, presidente degli Istituti Novartis per la ricerca biomedica.
Sì, perché la chiave del "modello Harvard" - che ha l'obiettivo di individuare per ogni paziente i driver genetici della malattia per offrire terapie su misura nel minor tempo possibile - è proprio questa: selezionare i sottogruppi di pazienti in cui è sicuro che la terapia funzioni. Il modello tradizionale di sviluppo di un farmaco, nel caso di malattie genetiche, non vale più. E anche la molecola che è attiva nel 10% dei casi assume tutto un altro valore. C'è da chiedersi quante molecole ci sono nelle library dei laboratori e delle big pharma che non hanno superato le fasi iniziali di studio, e che oggi invece grazie agli screening genetici risulterebbero attive se testate su pazienti selezionati. Lo screening di massa, insomma, diventa screening genetico e la terapia generale diventa personale. L'ostacolo, ora, sta proprio nella selezione dei malati. «La strada è giusta – dice Timothy Wright, global head of development di Novartis – Il problema sta però nel fatto che il tumore, nella maggior parte dei casi, è una malattia multigenetica e non conosciamo ancora tutte le singole mutazioni».
«Il futuro della ricerca - aggiunge Alessandro Riva, vice presidente dell'area sviluppo oncologica – è quello di sviluppare combinazioni di farmaci per attaccare le diverse mutazioni genetiche. Ma anche individuare precocemente le resistenze alle nuove terapie». Ma il modello Harvard funziona anche per come è strutturato e concepito: grandi open space per favorire e facilitare le sinergie dentro e fuori dai laboratori e dalle corsie ospedaliere. Per esempio, al Dana Farber cancer institute, ospedale pioniere nelle terapie antitumorali dell'area di Cambridge dove sorge il Mit, medici e scienziati s'incontrano nei corridoi e coinvolgono il paziente, i parenti e anche gli amici prima di avviare una cura. In un'atmosfera che tutto sembra tranne che un ospedale, si offre il miglior trattamento disponibile e contemporaneamente si sviluppano le terapie del futuro.
La stessa aria – definita sociologia dell'innovazione – si respira poco distante, al 250 della Massachusetts avenue, quartier generale del Novartis institute for biomedical research (Nibr): una storica fabbrica di caramelle che il colosso svizzero ha trasformato in un centro di ricerca di nuova concezione, uno spazio open e dinamico in cui non esistono più confini fisici né scientifici, per facilitare la collaborazione e lo scambio delle idee e delle conoscenze tra scienziati. Anche attraverso le più innovative tecnologie, come le lavagne elettroniche intelligenti per comunicare in tempo reale con i colleghi di tutto il mondo. O acquari per studiare gli zebrafish, creati su misura per riprodurre le malattie dell'uomo, grazie a nuovi kit di "attrezzi" molecolari che consentono di manipolare in modo ultra preciso il Dna dei pesci. Questo nuovo approccio viene applicato anche al Bidmc cancer center dell'Harvard Medical School, nel laboratorio diretto da Pierpaolo Pandolfi, dove è stata creata una vera e propria clinica del topo, con tanto di tac, pet e risonanza magnetica in miniatura.

«Nel topo, con cui convidiamo il 95% del patrimonio genetico, succede tutto più velocemente che nell'uomo. Ed è positiva questa accelerazione se lo scopo è quello di essere predittivi – spiega Andrea Lunardi, che lavora nell'équipe di Pandolfi da tre anni – Con una biopsia e un sequenziatore siamo in grado non solo di avere una fotografia del profilo genetico del tumore, ma anche di riprodurlo esattamente nel topo, attraverso l'ingegnerizzazione. A questo punto si testano le molecole e si vede nell'immediato se funziona o meno su quella specifica mutazione genetica». In pratica, è come avere un tuo avatar. «Il che consentirebbe, modificando le attuali regole, di avere la cura su misura nell'arco di un anno». Il Bidmc Cancer Center nella figura di Pandolfi ha manifestato da tempo la disponibilità di creare in Italia, in collaborazione con le istituzioni scientifiche e le università (a cominciare da Roma Tor Vergata), un centro di competenza internazionale per la prevenzione e la cura del cancro, sia attraverso il trasferimento "in continuo" dei risultati delle ricerche in corso ad Harvard e la loro applicazione immediata nella cura dei pazienti ammalati di cancro, sia attraverso lo sviluppo di progetti comuni di ricerca che possano costituire anche l'occasione per il rientro di giovani ricercatori italiani oggi all'estero. Un progetto rilanciato e proposto al Cipe anche dal ministro dell'Ambiente Corrado Clini.

Alla radice del linguaggio di Alessandra Viola, 18 novembre 2012 - http://www.ilsole24ore.com/

E se un computer con la muffa funzionasse meglio? Se un bosco fosse più intelligente di un cervello umano? Se un albero rilevasse più informazioni di una centralina ambientale? Entro pochi anni tutte queste domande avranno una risposta grazie alle ricerche condotte dal Laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale dell'Università di Firenze (Linv), in collaborazione con decine di università e centri di ricerca pubblici e privati in tutto il mondo. Dai fitocomputer ai plantoidi, dalle reti di radici alle centraline elettroniche vegetali fino alla decifrazione del "linguaggio vegetale", i progetti di Stefano Mancuso, direttore del Linv, si basano tutti sulla stessa convinzione che le piante siano in grado di comunicare tra loro, prendere decisioni complesse, interagire con l'ambiente, effettuare calcoli e analizzare decine di diversi parametri (campi elettromagnetici, gravità, presenza di minerali o agenti inquinanti eccetera).
L'idea non è nuova, anzi è dichiaratamente ripresa dagli studi di Darwin, ma nuovissime sono le sue applicazioni. A partire da Radinet, progetto che coinvolge anche l'Università di Roma La Sapienza, l'Iit e il Politecnico di Losanna e che mira a studiare il funzionamento delle reti di radici. «L'apparato radicale di una pianta è paragonabile per complessità al cervello umano, composto da miliardi di neuroni connessi tra loro – afferma Mancuso –. L'apparato radicale di un albero è infatti composto da diversi miliardi di apici radicali, tutti interconnessi e in grado di scambiarsi informazioni collaborando alla sopravvivenza della pianta. Ogni pianta poi, attraverso le radici, è in contatto con tutte le piante vicine: si tratta quindi di una rete formata da miliardi di apici radicali che è connessa con tutte le vicine reti radicali. Un bosco ha una complessità molto superiore a quella di un cervello umano».

Le radici sono al centro anche di un altro progetto coordinato da Mancuso, che nel 2012 il Miur ha inserito tra i Prin (i progetti di interesse nazionale) finanziandolo con un milione di euro. Si chiama Pro Root e in collaborazione con l'Università di Torino, il Cnr e l'Università di Palermo muoverà i primi passi nella complessa decifrazione della comunicazione vegetale, studiando il modo in cui una pianta comunica informazioni all'interno del proprio corpo e alle piante vicine. Si basa sul "linguaggio vegetale" anche il progetto Greenternet, finanziato con un milione e mezzo di euro dai fondi europei Fet (Future emerging technologies): studierà la possibilità di usare gli alberi come biosensori vegetali, da collegare a internet per trasmettere alla rete i valori delle decine di diversi parametri ambientali che vengono rilevati dalle piante.

«L'internet delle piante sarà una rete vivente – spiega Mancuso – che ci consentirà di monitorare in tempo reale la qualità dell'aria e dell'ambiente, prevenire disastri ambientali, tenere sotto controllo l'inquinamento. Gli alberi saranno centraline elettroniche più economiche, più affidabili e naturalmente più ecologiche di quelle diffuse oggi nelle nostre città».
Nato nel 2005 grazie a un finanziamento della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze, il Linv nel 2011 ha aperto una sua sezione a Kitakyushu, in Giappone, e coltiva grandi piani di internazionalizzazione. «Aprire delle sezioni all'estero ci permette di creare una rete internazionale con la quale fare ricerca. Si studia e si cercano fondi non solo in Italia e in Europa, ma anche in altri luoghi del mondo.

Dati gli interessanti esiti di questa prima esperienza giapponese stiamo già lavorando per replicarla in Cina, a Parigi e alle Mauritius, dove uno dei compiti del Linv sarà riportare in auge l'orto botanico Pamplemousses, la cui fondazione risale ai primi decenni del Settecento». Oltre all'attività di ricerca, Mancuso si dedica da anni a un'intensa attività di divulgazione che lo ha reso noto in molti Paesi. Appena un mese fa il designer e organizzatore di eventi Alessandro Rancati gli ha dedicato a Barcellona l'evento Oh!Bcn, una settimana di incontri, convegni e design creativo dedicata alle ricerche del Linv e all'intelligenza vegetale. E sempre in Spagna la stilista Maria Lafuente ha deciso di dedicare a Mancuso la sua ultima collezione. «Sono rimasta affascinata dall'idea che le piante comunicano e sono organismi intelligenti – spiega Lafuente –. Credo che con la moda si debba sempre tentare di apportare o trasmettere valori, per condividere ciò che ci aiuta a evolverci come esseri viventi. Arrivare al rispetto totale per queste forma di vita mi sembra oggi fondamentale».

giovedì 15 novembre 2012


Le nuove tecnologie disegnano un futuro migliore - IRENE TINAGLI - 15/11/2012 - http://lastampa.it

Siamo ormai abituati a pensare alle nostre aziende che portano le loro fabbriche in Asia, rassegnandoci all’idea che la nostra manifattura sia destinata a morire. Ma che significa se il più grande produttore asiatico di prodotti elettronici comincia ad aprire stabilimenti in Occidente? E’ questo quello che sta accadendo. Foxconn, l’azienda cinese con base a Taiwan che per conto di numerose aziende «occidentali» produce milioni di prodotti elettronici venduti in tutto il mondo, già da qualche tempo sta rivolgendo il suo sguardo ad Occidente. Ha già stabilimenti in Messico, in Brasile, e persino in Europa, in Ungheria, Slovacchia e nella Repubblica Ceca. Ma qualche giorno fa ha fatto scalpore la notizia, non ancora ufficiale, che Foxconn stia valutando alcune città americane per la creazione di un nuovo stabilimento produttivo negli Stati Uniti. E questo ha destato sorpresa, visto che gli Stati Uniti sono pur sempre uno dei Paesi con il reddito procapite e con i salari medi tra i più alti del mondo. I primi commentatori hanno ipotizzato che questo potrebbe essere un modo per essere più vicini ad Apple, che con la produzione dell’iPhone è diventato uno dei loro clienti più rilevanti, riducendo costi di trasporto e velocizzando il ciclo degli ordini, oppure un modo per aggirare le polemiche sul lavoro minorile che ha spinto Apple ad avviare ispezioni nelle fabbriche asiatiche di Foxconn. Eppure dalle prime indiscrezioni pare che lo stabilimento americano della Foxconn non produrrà nessun iPhone. Troppo complessa la loro produzione per ricostruire tutta la catena di assemblaggio in nuovi stabilimenti. Sembra invece che si tratti della produzione di tv a schermo piatto, in stabilimenti altamente automatizzati. Quindi i motivi di questo interesse verso gli Stati Uniti potrebbero essere legati a ciò che numerose analisi e commentatori americani sostengono gia da mesi: l’accelerazione della ricerca tecnologica degli ultimi anni, che ha portato sviluppi straordinari nella robotica, nell’automazione e nell’unione tra scienze computazionali e ingegneristiche, tra software e meccanica, tra informazioni digitali e prodotti materiali, che potrebbe portare a produzioni più efficienti e altamente innovative. 

Un esempio degli sviluppi di questa ricerca e delle sue implicazioni per la manifattura sono le cosiddette stampanti tridimensionali («3d»), macchine che ricevono «istruzioni» direttamente da un computer sulla base di un modello digitale disegnato dal progettista e che costruiscono l’oggetto disegnato, dall’inizio alla fine, senza passaggi di mano o assemblaggi, senza interferenza umana, semplicemente modellando e “stratificando” il materiale con cui viene costruito l’oggetto. Si chiama «manifattura additiva», e per la verità non è un’invenzione di adesso. Macchine di questo genere esistono da oltre due decenni, ma è solo negli ultimi anni che sono riuscite a raggiungere dimensioni, semplicità di funzionamento e costi accessibili a chiunque. Ed è questo il progresso che sta alimentando tanto entusiasmo ed ottimismo negli analisti, sia per il potenziale impatto che questa evoluzione può avere sulla produzione artigianale e sui tassi di imprenditorialità e di innovazione (chiunque potrà diventare un produttore, con costi fissi quasi nulli), sia, in prospettiva futura, sull’organizzazione di tutta la produzione industriale su scala globale. 

L’Economist pochi mesi fa l’ha definita la terza rivoluzione industriale, dedicandogli un intero numero speciale. E moltissime altre riviste, da Forbes a Businessweek, ormai da oltre un anno dedicano articoli su articoli al fenomeno delle stampanti «3d», non solo ai suoi aspetti «tecnici», ma, soprattutto, alla sua più affascinante possibile implicazione economica: la rinascita e il ritorno della manifattura industrializzata negli Stati Uniti. Infatti, grazie al forte abbattimento di costi collegati a queste nuove tecnologie, molte produzioni potrebbero tornare nel Paese che per decenni è stato leader indiscusso della manifattura industrializzata e che oggi ha un chiaro vantaggio competitivo sul fronte della manifattura additiva e sulle nuove frontiere dell’automazione. Ma il potenziale impatto di queste tecnologie e la possibilità di trarne vantaggio non riguarda solo gli Stati Uniti, ma molti altri Paesi, inclusi quelli emergenti, come il Brasile - dove nella primavera scorsa ha aperto la prima catena franchising di stampanti tridimensionali - e quelli in cui la manifattura ha vissuto in anni recenti le maggiori difficoltà. L’Italia per esempio potrebbe trarre grandi vantaggi da queste nuove tecnologie, mettendo a frutto alcuni dei suoi tradizionali punti forti: il design, la capacità di progettazione, la piccola imprenditorialità diffusa ed artigiana. Eppure, nonostante l’elevato potenziale di rinnovamento che queste nuove tecnologie potrebbero avere per il nostro sistema produttivo, sono ancora poche le persone che, nel nostro Paese, vi stanno prestando la dovuta attenzione. I nostri dibattiti pubblici e politici sono ancora monopolizzati dalle discussioni su vecchie modalità produttive, sulle catene di montaggio, le miniere, gli altiforni. Argomenti più che legittimi, ma che impediscono di vedere come certe nuove tecnologie potrebbero aprire un nuovo futuro per il Paese e per i suoi lavoratori e ci condannano a guardare sempre al passato. Dovremmo imparare a scrollarci di dosso questo senso di smarrimento, impotenza e ineluttabilità che ci paralizza quando pensiamo al domani, e capire che il futuro, alla fine, è di chi comincia a costruirlo oggi.  

mercoledì 17 ottobre 2012



Quattro forze salveranno il mondo -  Sulla rivista «Aspenia» un'analisi della situazione mondiale contraddice il pessimismo dominante e indica la via d'uscita dalla crisi - High tech, fai da te, tecnofilantropia e nuovi popoli emergenti stanno preparando un'epoca di prosperità per tutto il pianeta - Il paradosso Il giornalista americano Steven Kotler osserva che un guerriero masai col cellulare oggi può comunicare meglio di un presidente degli Usa 25 anni fa - http://www.swas.polito.it/

Basta un rapido sguardo ai titoli dei giornali per cogliere un quadro generale assai pessimistico.
Tra sovrappopolazione, disastri economici, scarsità di energia, acqua e cibo - solo per citare alcune delle preoccupazioni più diffuse - gli allarmisti vivono il loro momento di gloria.
Il nostro pessimismo è ormai così pervasivo che chiunque esca dal coro dei catastrofisti ha scarse possibilità di farsi ascoltare.
Eppure, c'è una storia molto diversa che merita di essere raccontata.
Oggi, infatti, grazie all'accelerazione esponenziale del progresso tecnologico e ad altre forze emergenti, siamo alla vigilia di un domani migliore di come viene descritto.
I progressi nell'intelligenza artificiale e nella robotica, la rapida diffusione delle reti a banda larga, delle nanotecnologie, della biologia sintetica e di molte altre tecnologie rivoluzionarie ci consentiranno di fare più progressi nei prossimi vent'anni di quanti ne abbiamo fatti negli ultimi duecento.
Presto saremo in grado di soddisfare pienamente i bisogni primari di ogni uomo, donna e bambino sul pianeta: l'abbondanza per tutti è davvero alla nostra portata.

Bisogna chiedersi: come va il mondo realmente? Molto meglio di quanto la maggior parte di noi sospetti.
La violenza è ai minimi storici e la libertà personale ai suoi massimi.
Nell'ultimo secolo la mortalità infantile è diminuita del 90%, quella da parto del 99% e l'aspettativa di vita media è aumentata del 100%.
Il cibo è più economico e abbondante che mai (buona parte dei generi alimentari, ad esempio, costa 13 volte meno che nel 1870).
La povertà è diminuita più negli ultimi 50 anni che nei precedenti 500: aggiustati all'inflazione, infatti, i redditi sono triplicati nell'ultimo mezzo secolo.
Inoltre, molti di quanti oggi vivono sotto la soglia di povertà hanno comunque accesso al telefono, ai servizi igienici, alla televisione, all'acqua corrente, all'aria condizionata e persino all'automobile.
Un secolo e mezzo fa, i più ricchi tra gli europei non avrebbero nemmeno sognato un simile benessere.
E questi cambiamenti non sono limitati al mondo sviluppato.
Oggi, in Africa, un guerriero masai munito di telefono cellulare può comunicare meglio di quanto potesse fare il presidente degli Stati Uniti 25 anni fa; se ha uno smartphone e Google, ha accesso a una mole di informazioni maggiore di quella alla portata del presidente appena 15 anni fa.
Inoltre, può guardare e realizzare video, ascoltare e registrare contenuti sonori, localizzare ed essere localizzato con il gps, parlare in videoconferenza, attingere a vasti archivi di libri, film, giochi e musica.
Solo 20 anni fa, questi stessi beni e servizi sarebbero costati oltre un milione di dollari.
Il fattore più importante, tuttavia, è l'emergere di quattro forze potenti.
Quella più straordinaria è il progresso tecnologico, con la sua travolgente accelerazione.
Oggi le tecnologie dell'informazione registrano curve di crescita esponenziali, tanto che a parità di prezzo raddoppiano in potenza ogni 12-24 mesi.
Ciò spiega perché un supercomputer da 8 milioni di dollari di vent'anni fa oggi stia comodamente nelle vostre tasche, al modico prezzo di 200 dollari o anche meno.
Lo stesso velocissimo cambiamento investe le reti, i sensori, il cloud computing, la stampa in 3d, la genetica, l'intelligenza artificiale, la robotica e decine di altre industrie.
Le bioteconologie hanno compiuto progressi tali che un laboratorio di punta, completo di sistemi automatizzati - appena dieci anni fa sarebbe costato milioni - oggi può essere messo in piedi con meno di 10.000 dollari.
La seconda forza è l'innovazione fai da te.
Questa rivoluzione è stata in gestazione per cinquant'anni, ma è solo di recente che ha cominciato a decollare veramente.
I ricercatori appassionati del fai da te, che si danno da fare nel laboratorio di casa, sono passati dalle automobili truccate e dai computer assemblati artigianalmente a campi un tempo esoterici, come le neuroscienze, la biologia, la genetica e la robotica.
E oggi queste piccole squadre di scienziati appassionati possono riuscire dove un tempo arrivavano solo le grandi industrie e i governi: i giganti del settore aerospaziale non ci avrebbero scommesso un centesimo, ma Burt Rutan (l'ingegnere americano che ha progettato decine di velivoli geniali) è riuscito ad andare nello spazio, mentre Craig Venter ha sfidato il governo americano nella corsa alla mappatura del genoma umano.
E questi sono solo esempi di scienza «fatta in casa»: al momento, studenti di liceo e università stanno usando gli strumenti della biologia sintetica per completare progetti che competono con quelli delle maggiori case biofarmaceutiche.
Quel che più conta, tuttavia, è che dal momento che le maggiori opportunità di guadagno stanno nella soluzione delle grandi sfide globali, i ricercatori fai da te si stanno rivolgendo in quella direzione.

La terza forza sono i soldi - tanti soldi - spesi per un obiettivo specifico.
La rivoluzione hi-tech ha creato una nuova generazione di «tecnofilantropi» che stanno usando i loro patrimoni per risolvere sfide globali e promuovere il benessere collettivo.
Bill Gates ha scelto di impegnarsi sul terreno della lotta alla malaria; Naveen Jain sta combattendo una crociata contro la povertà in India; Pierre e Pam Omidyar si concentrano sulla diffusione dell'elettricità nel mondo in via di sviluppo.
E la lista potrebbe continuare.
Nell'insieme, una tecnofilantropia senza precedenti nella Storia.
A differenza dei filantropi di ieri, quelli odierni adottano un approccio molto più attivo.
La vecchia filosofia era quella dello «stacco un assegno e sono a posto», mentre oggi i soldi sono solo il primo passo.
I tecnofilantropi dei nostri tempi non si limitano a fornire capitali finanziari, apportano anche capitale umano: «Reti di conoscenze, contatti e la capacità di organizzare incontri ad alto livello», spiega Paul Shoemaker, direttore di Social Ventures Partners Seattle.
«Quando Gates decise di battersi per i vaccini, costruì una squadra e la fece incontrare con i leader del mondo e con i vertici dell'Organizzazione mondiale della sanità.
La maggior parte delle organizzazioni non ha accesso a quelle stanze, ma Gates sì, e ciò ha fatto una differenza enorme».
Infine, i più poveri tra i poveri, il cosiddetto «miliardo degli ultimi», sono la quarta forza.
Stanno finalmente entrando nell'economia globale e si candidano a diventare il miliardo emergente.
La creazione di una rete mondiale di trasporti è stato il punto d'avvio di questo processo, ma è la combinazione di Internet, microfinanza e tecnologie di comunicazione wireless che sta facendo la differenza.
Nel prossimo decennio, per la prima volta nella Storia, tre miliardi di nuove voci si aggiungeranno alla conversazione globale.
Che cosa vorrà questa gente? Che cosa creerà? Non foss'altro che per la legge dei grandi numeri e per le sue immense potenzialità, il miliardo emergente si colloca sullo stesso piano del progresso tecnologico esponenziale, degli innovatori fai da te e della tecnofilantropia come potente spinta alla creazione dell'abbondanza.
È chiaro che queste quattro forze posseggono enormi potenzialità: ciascuna di esse, singolarmente presa, può cambiare profondamente il mondo.
Ma è agendo insieme, amplificate dall'esponenziale progresso tecnologico, che possono rendere possibile ciò che prima era impensabile: l'abbondanza per tutti.



L'autore: Steven Kotler, 45 anni, autore, giornalista e imprenditore americano, ha pubblicato recentemente «Abundance: the future is better than you think»


Il volume e un dibattito
Pubblichiamo uno stralcio dell'articolo «La forza delle idee», che Steven Kotler ha scritto per il n. 58 di «Aspenia», rivista diretta da Marta Dassù.
Il volume in uscita in questi giorni viene presentato oggi a Roma con il dibattito moderato da Monica Maggioni su «Innovazione e ricerca per battere la crisi» cui partecipano Giulio Tremonti, Cesare Romiti, Luciano Maiani, Fulvio Conti e, in collegamento dagli Stati Uniti, Mauro Ferrari e lo stesso Kotler.

mercoledì 10 ottobre 2012


Quei bimbi di 3 anni davanti a tablet e tv - Gli esperti: mai prima dei 3 anni e lasciati da soli. Chi lo giudica un nuovo modo di esplorare e chi teme l'isolamento - http://www.corriere.it/

(Foto web)

Succede spesso alle nonne-sitter. Sfinite da un pomeriggio intero con la peste quattrenne si arrendono e accendono il televisore: effetto ipnosi assicurato, il nipote si immobilizza e tace. In genere resta un segreto tra anziana vittima e inconsapevole carnefice, perché mamma e papà sono contrari alla tivù. Quegli stessi genitori, però, non esitano a mettere un tablet nelle mani dell'erede ipercinetico durante un lungo viaggio o prima di cena: anche lì, la voce argentina sparisce, riportando la calma nello scompartimento del treno o in cucina. Cosa cambia tra le due strategie? Niente, se l'obiettivo era neutralizzare il «pupo mannaro». Molto, se si ragiona sugli effetti dei due alleati tecnologici. Aiutano il piccolo o l'adulto?

La rivista specializzata Archives of Disease in Childhoodha appena pubblicato un articolo che lancia l'allerta sui bambini ossessionati dalla tv. Punta il dito sui conseguenti disturbi dell'apprendimento e fisici (l'obesità anzitutto). E auspica che anche il Paese di Sua Maestà elabori linee guida simili a quelle già redatte in Canada, Stati Uniti e Australia, che fissano restrizioni come per il consumo dell'alcol (a dire la verità, con scarsi risultati: un adolescente nordamericano spende otto ore di fronte a uno schermo, contro le sei di un britannico). Di qui l'allarme rosso per i più piccoli, rilanciato dal Guardian , perché l'età più critica va da zero a tre anni, quando è indispensabile interagire con gli occhi di mamma e papà.
Eppure tablet e strumenti multimediali fanno parte del mondo di oggi. Impossibile non tenerne conto. A San Donato Milanese, nel nido scuola Eni 06 frequentato da 168 bambini da tre mesi a sei anni, tutti i giorni vengono utilizzati grandi monitor, cornici elettroniche, iPad, tavolette grafiche, scanner e pc: quello digitale è uno dei cento linguaggi che stanno alla base del progetto pedagogico messo a punto da Reggio Children. E niente tivù: rende troppo passivi. «È inutile demonizzare gli strumenti, sono nel mondo e chi lo esplora non può non entrarne in contatto. È vero che sono potentissimi. Mi viene in mente un volo Canada-Italia: avevo accanto un piccolo di 4 anni che per tutto il tempo ha giocato con il tablet, vicino c'era la mamma che si prendeva cura della figlia più piccola. Immagino sia stata la soluzione più comoda per far funzionare il viaggio. Ecco, mi preoccupa maggiormente un bambino lasciato solo per ore davanti al televisore», spiega Susanna Mantovani, psicologa e pedagogista, prorettore all'Università Milano-Bicocca, che ha contribuito a far nascere l'asilo Eni.
Paolo Ferri, docente di Teorie e tecniche dei nuovi media, è coautore di Bambini e computer e Digital kids (entrambi Etas). Anche lui smorza sui rischi di tablet e affini. «Sotto l'anno non li farei mai usare. Ma fino ai tre anni, la loro attenzione è davvero limitata, si stufano in fretta. La curiosità va inquadrata nel comportamento esplorativo, identico di fronte a un giocattolo "povero". Trovo più passivizzante la tv di un iPad, che invece è una via di mezzo tra qualcosa di animato e qualcosa di inanimato: per un bimbo equivale a un gatto che all'improvviso fa miao, li sorprende. In definitiva, una "dieta mediale variata" fa bene. Purché vigilata da un adulto: mai lasciare i bimbi da soli con delle macchine».
Sulla tempistica non esiste unanimità. Paolo Curatolo, ordinario di Neuropsichiatria infantile a Tor Vergata, boccia totalmente una esposizione precoce ai tablet. «Prima dei tre anni è troppo presto. Può avere senso quando si va alla scuola primaria, per sviluppare le abilità multitasking che oggi la società richiede». Mentre lo psicoterapeuta dell'età evolutiva Fulvio Scaparro non se la sente di porre veti, salvo per la tivù in camera da letto: «Un bambino non può mai essere responsabile di ciò che vede. I tablet fanno parte del contesto contemporaneo, come ai nostri tempi c'era il telefono a disco. Se i piccoli sono curiosi e si divertono, non ha senso farsi troppe domande e lasciarli giocare. Purché sia un processo naturale, senza pensare: deve cominciare subito sennò resta indietro».
Elvira Serra10 ottobre 2012

mercoledì 12 settembre 2012


"L'infinitamente piccolo trasformerà i robot e li renderà simili a noi" - La Stampa, 12 Settembre 2012, http://www.swas.polito.it/

L'EVENTO/2
Muscoli e pelle per "iCub" all'Iit di Genova
Se da robot di ferro e rame diventeranno umanoidi amichevoli, morbidi, flessibili e prossimi agli archetipi naturali, molto si dovrà alle nanotecnologie. E ai materiali di nuova concezione, che stanno imparando a simulare caratteristiche e qualità della pelle e dei muscoli. La metamorfosi è iniziata e al meeting di Venezia la racconterà Giulio Sandini, direttore del dipartimento di Robotica e Scienze Cognitive all'Iit, l'Istituto italiano di tecnologia di Genova. «Qui - racconta - abbiamo messo insieme tre ingredienti-base: i nuovi materiali, appunto, le neuroscienze e le tecnologie robotiche». Professore, quali dei vostri sogni di ingegneri e scienziati realizzerà il nanotech? «Un obiettivo è quello degli "attuatori". Sono i motori con cui far muovere i futuri robot e che dovranno possedere caratteristiche di elasticità e plasticità simili ai muscoli». E la pelle? «E' uno degli ultimi sviluppi della creatura che ha reso famoso il nostro laboratorio, il bambino-robot "iCub": ora ha una "pelle" che ricopre mani e torace. E' un elemento importante, perché rappresenta un canale sensoriale ulteriore, con cui impara, esplorando il proprio corpo e l'ambiente». Com'è fatta? «Di microcircuiti "rigidi", ricoperti di silicone e tessuti. Ma l'obiettivo futuro è quello di realizzare tessuti flessibili che incorporano i microsensori». E intanto volete insegnargli a camminare, giusto? «Sì. Finora gattonava, ma stiamo completando la progettazione delle gambe e sviluppando la capacità di mantenere l'equilibrio». Perché siete partiti da una creatura-cucciolo? «Perché è l'incarnazione di una creatura che cresce e impara, come noi». Lei sostiene che i robot diventano modelli di noi stessi: che cosa significa? «Che utilizzeremo robot e intelligenza artificiale per capire come siamo fatti noi e come pensiamo. E' il motivo per cui robotica e neuroscienze sono sempre più intrecciate». E in pratica che cosa rende simile «iCub» a un umano? «Alla "tecnologia fisica" si affianca la "tecnologia mentale": stiamo accentuando le sue capacità di apprendimento e comprensione del parlato, oltre che l'abilità di riconoscere l'effetto delle proprie azioni. Al centro c'è un concetto noto come "affordance"». Ce lo spiega? «Rappresenta l'insieme delle funzioni che assume un oggetto e che un essere intelligente scopre gradualmente, manipolandolo. Così un sasso può essere usato per rompere una noce o piantare un chiodo. Si tratta di proprietà variabili, legate meno alla forma e più all'uso, e quindi prodotte da quelle scintille che definiamo intelligenza». Per suscitare questi lampi a quali software ricorrete? «Agli algoritmi di apprendimento: il programmatore dà un compito, per esempio un'azione specifica, e il robot ne esplora le possibilità e impara ad eseguirla attraverso tentativi ed errori». Ma lei crede al replicante alla «Blade Runner»? «E' un obiettivo possibile, anche se, finora, nessuno ha provato a tradurlo in realtà: un motivo è che, accanto all'intelligenza artificiale, la robotica si è limitata a sfruttare materiali esistenti senza avere la possibilità - come dicevo prima - di studiarne di nuovi. Ora, però, si è capito che un corpo umanoide è indispensabile per lo sviluppo di macchine intelligenti in grado di interagire con noi». Il motivo? «Gli umani collaborano perché si immedesimano gli uni negli altri: se vogliamo robot con capacità paragonabili, devono assomigliarci. Allora si potrà immaginare di costruire una creatura che sa passarmi il cacciavite, non appena vede che prendo una vite». Crede più ai robot «lavoratori» o «amici»? «Rivestiranno entrambi i ruoli. Già oggi accade qualcosa di simile con lo smartphone».
Giulio Sandini Ingeg nere

RUOLO: È DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DI ROBOTICA E SCIENZE COGNITIVE ALL'IIT (L'ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA DI GENOVA) E PROFESSORE DI BIOINGEGNERIA ALL'UNIVERSITÀ DI GENOVA

mercoledì 13 giugno 2012


TECNOLOGIE/ Nanoscopi agli infrarossi per dare l’assalto all’Alzheimer – Redazione - mercoledì 13 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net

L’immagine del ricercatore in medicina chino sul suo microscopio ha ancora la sua validità e la sua efficacia ma oggi deve essere completata con altre immagini che proiettano anche le bioscienze nel prorompente nanomondo, dove la misura di riferimento è il miliardesimo di metro. Si parla quindi sempre più di nanoscopi e l’ultimo programma avviato in questa direzione ha tra le sue finalità niente memo che un avanzamento nelle ricerche sul morbo di Alzheimer.
Un nuovo progetto, avviato nell’ambito della sezione “Nanoscienze, nanotecnologie, materiali e nuove tecnologie di produzione” del Settimo programma quadro della UE, è il progetto LANIR (LAbel free Nanoscopy using Infra Red) che riunisce ricercatori provenienti da 11 istituti partner sparsi tra Irlanda, Italia, Romania, Francia, Germania e Belgio; il consorzio è composto sia da piccole e medie imprese che da partner accademici.
L’elemento caratteristico di questa avventura è il ricorso alla radiazione infrarossa (IR): si parla quindi di nanoscopia a infrarossi (IRN), una tecnica basata sulla Spettroscopia ad assorbimento infrarosso (IRAS), che misura appunto l'assorbimento IR in un materiale registrando la luce infrarossa riflessa dal campione o trasmessa attraverso di esso. Quando radiazione ha una lunghezza d'onda IR incidente che corrisponde alla specifica frequenza vibrazionale dei legami chimici nelle molecole dei materiali esaminati, si manifesta un fenomeno di risonanza e l'assorbimento infrarosso aumenta considerevolmente. La spettroscopia IR può rivelare così i tratti caratteristici delle strutture chimiche e delle specie molecolari.
L’èquipe del progetto LANIR svilupperà una tecnica nanoscopica IRN che farà leva su delle tecniche laser avanzate e sulla cosiddetta modellatura ottica spazio-temporale. Mediante la tecnica a eccitazione e verifica il campione, le impronte digitali chimiche di un campione possono quindi essere mostrate punto per punto con una risoluzione di scansiona mento dell’ordine del nanometro. Sarà in tal modo possibile “vedere” dettagli fino a 70 nanometri in dimensione laterale, una misura che è equivalente alle dimensioni di un virus. Il prototipo LANIR permetterà l'imaging diretto della chimica e della struttura di caratteristiche "nascoste" molto piccole, senza dover distruggere la superficie di una cellula o di un materiale.
Con un nanoscopio del genere i bioscienziati potranno esaminare le cellule dei pazienti e si augurano di poter favorire una diagnosi del morbo di Alzheimer nelle sue prime fasi, che è una premessa per sostenere lo sviluppo di trattamenti efficaci per la malattia. Va ricordato che attualmente sono 7,7 milioni ogni anno nel mondo i nuovi casi di questo morbo, che siu aggiungono, per la sola Europa, a 800.000 nuovi pazienti colpiti da altre forme di demenza.
I medici sono convinti che gli interventi precoci sul morbo di Alzheimer potrebbero essere più efficaci se iniziassero molto presto. In tal senso si era espressa alcuni mesi fa la Alzheimer's Disease International (ADI), la federazione che riunisce 76 associazioni per l'Alzheimer di tutto il mondo e che fa da relatore presso l'OMS: nel Rapporto Mondiale Alzheimer 2011 “The Benefits of Early Diagnosis and Intervention”, è stata prodotta una stima che mostra come la diagnosi precoce potrebbe far risparmiare oltre 7000 euro a paziente in paesi ad alto reddito.
Il progetto di “nanoscopia avanzata” LANIR conta su un finanziamento di oltre quattro milioni di euro ed è programmato per durare fino al 2015; il coordinamento è presso il Materials and Surface Science Institute dell'Università di Limerick (Irlanda) e in programma, oltre al prototipo IRN multimodale da tavolo, verranno realizzati anche tre microscopi IR per la ricerca, che sistematicamente produrranno immagini a una risoluzione inferiore a 1000 nanometri nell’Infrarosso e inferiore a 100 nanometri nella luce visibile. E ci sarà anche un po’ di Italia: uno di questi tre microscopi IR per la ricerca, che affiancherà quelli di Limerick e di Bucarest, sarà realizzato presso l’Iit di Genova, punta di diamante per la ricerca nanotecnologica nel nostro Paese.

(Michele Orioli)



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