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mercoledì 30 gennaio 2013


Sheldrake: in laboratorio ora voglio la rivoluzione  - 30/01/2013 - http://www.lastampa.it


Rupert Sheldrake si dice affascinato dai fenomeni che si manifestano ai margini della scienza ufficiale: è a partire da queste realtà che vuole provare a estendere i campi di indagine della ricerca ufficiale


“La mia lotta ai 10 dogmi che accecano la ricerca”
Il biologo ottocentesco Thomas Henry Huxley, universalmente noto come il «mastino di Darwin» per l’appassionata difesa dell’evoluzionismo, è passato alla storia anche per una frase fortunata: «E’ il destino delle nuove verità cominciare come eresie e finire come superstizioni». E’ questo il punto da cui è partito un altro biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre tanto per gli studi sull’invecchiamento cellulare quanto per le provocazioni sperimentali e teoriche, in nome di una ricerca libera e coraggiosa, dalle indagini sulla telepatia degli animali fino alla teoria dei «campi morfici». E infatti il suo nuovo saggio edito da Urra si chiama «Le illusioni della scienza», un titolo che nell’originale suona ancora più esplicito: «The science delusion». 

Laureato a Cambridge e Harvard e già membro della Royal Society, considerato uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize», l’oggi settantenne Sheldrake non ha remore a dichiararsi deluso dai 10 assunti a cui i colleghi di ogni latitudine si ostinano - accusa lui - a credere ciecamente, stando attenti a non evocare mai l’esercizio del dubbio che ha forgiato i trionfi del metodo scientifico. Così ha scritto 300 pagine appassionate per chiedersi, tra le altre cose, se davvero ogni fenomeno sia unicamente meccanico, se la somma di materia ed energia sia sempre la stessa, se le leggi di natura siano immutabili, se la coscienza non sia altro che un’attività della mente. Inoltrandosi in questo labirinto concettuale e sperimentale, Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. 

Professore, il suo progetto di rifondare la scienza è più che ambizioso. Per qualcuno addirittura velleitario. Ma del decalogo materialistico che lei denuncia qual è il punto più debole?  

«Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti». 

Quali sono le sue controdeduzioni?  

«Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta». 

Mentre boccia il materialismo, lei fa discutere per la teoria della «risonanza morfica», secondo la quale ogni specie e ogni individuo attinge a una memoria collettiva e, così facendo, contribuisce allo sviluppo della propria progenie: può spiegare di che si tratta a un non addetto ai lavori?  

«La risonanza morfica non è ristretta alla biologia. E’ un principio generale di memoria che, secondo la mia ipotesi, opera ovunque nella natura. Si applica anche ai sistemi fisici, come le molecole e i cristalli. E suggerisce che le cosiddette “leggi di natura” siano simili a consuetudini e che l’intero processo dell’evoluzione sia in realtà un’interazione tra creatività e consuetudini stesse». 

Se questa è la teoria, quali sono le prove che il suo nuovo paradigma esista e funzioni?  

«Ci sono prove dell’esistenza della risonanza morfica in chimica, biologia e psicologia. In chimica la teoria prevede che gli elementi si cristallizzino tanto più facilmente quanto più sono diffusi. La teoria prevede anche che i punti di fusione delle nuove sostanze si alzino, mentre i loro campi morfici diventano più forti. E ci sono evidenze che succeda proprio questo». 

E in biologia?  

«Dai test con i moscerini della frutta si è osservato che quanto più spesso si sviluppano in modo anormale tanto più probabili diventano queste trasformazioni anomale. Studiando il comportamento animale, per esempio, si vede che, quando i topolini vengono addestrati per imparare una nuova azione in un luogo specifico, possono poi assorbirla anche altrove e con maggiore facilità. Lo si è notato in una lunga serie di test a Harvard, Edinburgo e Melbourne». 

E in psicologia?  

«Qui la teoria prevede che per gli individui debba essere più facile imparare “cose” che altri hanno già fatto. Nel XX secolo i punteggi medi del quoziente di intelligenza sono saliti di oltre il 30% in tutto il mondo. Il fenomeno è noto come “Flynn Effect”: ritengo che confermi la risonanza morfica, perché gli individui non sono diventati più intelligenti, ma, semplicemente, dimostrano più facilità nell’eseguire i test. E’ proprio ciò che ci si dovrebbe aspettare sulla base della risonanza morfica». 

C’è una ricerca che, secondo lei, può essere considerata come il punto di inizio del nuovo pensiero scientifico che trascende i confini del materialismo?  

«C’è un libro scritto di recente dal filosofo americano Thomas Nagel, “Mind and cosmos: why the materialist neo-Darwinian conception of nature is almost certainly false”: dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni». 

Lei si considera un eretico? E che rapporti ha con i colleghi biologi?  

«Mi considero uno scienziato che fa ricerca e raccoglie prove secondo i principi scientifici. Vedo, tuttavia, che molti miei colleghi sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico». 



domenica 11 dicembre 2011


IDEE/ Barcellona: cosa c'entra il dolore con la democrazia? Di Pietro Barcellonavenerdì 9 dicembre 2011 - Disordini a Milano (Imagoeconomica) ApprofondisciIDEE/ Se la crisi fa ammalare il nostro desiderio, di M. NicolosiDIBATTITO/ Barcellona: perché un giovane si dovrebbe "indignare"?, http://www.ilsussidiario.net

In un articolo apparso sul domenicale del Sole 24 ore, intitolatoMorire di depressione, Gilberto Corbellini attacca con una inaudita virulenza il volume recentemente pubblicato di Aldo Bonomi ed Eugenio Borgna, i quali, in modo per certi versi paradossale, mettono in luce gli aspetti anche positivi dell’esperienza dolorosa della depressione. In sostanza Corbellini accusa i due autori di chiacchiere superstiziose e antiscientifiche che tendono a dare del dolore psichico una interpretazione non interamente riducibile ai meccanismi del funzionamento cerebrale acquisiti oramai dalle neuroscienze come prova inconfutabile del carattere organico di tutti i disturbi della psiche, compresa la depressione che oggi viene considerata il male del secolo.
L’articolo di Corbellini si colloca peraltro in un numero del domenicale nel quale si fa l’apologia dell’opera di Lucrezio, De Rerum natura che, anticipando la rivoluzione moderna, ha liberato gli uomini oppressi dalla superstizione religiosa offrendo per la prima volta nella storia umana una comprensione razionale dell’universo basata su leggi di natura: “atomi e vuoto consentono l’aggregazione e la dissoluzione dei corpi senza che gli dei possono in alcun modo interferire con i processi fisici”.
Sono convinto, e l’ho ribadito più volte, che nella situazione contemporanea è in atto un’offensiva materialistica, improntata al neonaturalismo delle neuroscienze, che tende a neutralizzare ogni dimensione spirituale e psichica dell’agire sociale umano, offrendo al pubblico inconsapevole una spiegazione “scientifica”, oggettiva e deresponsabilizzante di ogni evento umano che abbia a che vedere con la sofferenza, ma anche con la libertà di scegliere.
L’argomento è dunque di grande attualità e rilevanza pubblica giacché, per trarre subito le conseguenze immediate di una tale visione dell’essere umano come meccanismo biologico ed interamente fisico, è evidente che tutte le riflessioni sulla tragica crisi che sta attraversando l’Occidente possono ridursi al ritardo culturale che impedisce di riconoscere l’oggettività delle leggi economiche. La società degli atomi di Lucrezio è un mondo interamente riducibile a leggi di natura che possono essere acquisite cognitivamente da tutti e che distruggono ogni spazio politico per le decisioni e le scelte degli esseri umani e, allo stesso tempo, cancellano ogni spazio mentale all’interno del quale soltanto può essere immaginata una libertà e una responsabilità individuale rispetto ad alternative possibili. Tutte le cose di cui discutiamo e intorno alle quali cerchiamo di confrontarci non hanno alcun senso, giacché il governo della vita è oramai interamente affidato al sapere scientifico che promette di condurci alla felicità del paradiso terrestre epicureo. Che significato possono avere la democrazia collettiva e la libertà individuale se il funzionamento del mondo e della società è interamente iscritto in un codice fisico che può essere conosciuto attraverso il rapporto di causa ed effetto tra un evento e le sue conseguenze materiali? Siamo arrivati al punto in cui possiamo delegare ai neuroscienziati e agli esperti di tecnologie sociali il potere di governare le nostre vite e le nostre relazioni interpersonali?
Se si riflette in questi termini sulle questioni sollevate dalla divulgazione scientifica che la maggior parte degli organi di stampa, giornali e media, continua generosamente a propinarci, credo che venga rimosso totalmente uno dei temi decisivi per comprendere la condizione degli esseri umani sul pianeta: l’esperienza inevitabile del dolore psichico come caratteristica propria di chi non solo soffre, ma sa di soffrire e se ne chiede il perché. Come ha scritto Nogaro in un libro che chiude la riflessione di Cacciari sul dolore dell’altro, l’esperienza del dolore, e specialmente del dolore mentale, è costitutiva della specificità degli esseri umani ed è il più grande mistero col quale dobbiamo confrontarci.
Vittorino Andreoli, che probabilmente Corbellini iscriverebbe al circolo degli antimoderni superstiziosi, nel suo ultimo libro, dedicato allo psichiatra e al suo paziente, ha scritto con straordinaria chiarezza che si dà una distinzione radicale tra laspiegazione scientifica del dolore e la comprensione del dolore dell’altro, e ha sottolineato giustamente che mentre la spiegazione delle cause del dolore può soddisfare un’esigenza cognitiva, solo la comprensione del dolore mentale può consentire l’istaurarsi di una relazione affettiva che rende possibile l’accettazione della sofferenza attraverso la condivisione, e la stessa trasformazione del dolore in una risorsa per vincere la paura della morte e apprezzare le possibili gioie della vita.
Le stesse considerazioni finali di Corbellini sugli “effetti placebo” (cioè effetti di palliativi non efficaci farmacologicamente), dovuti alla mediazione del rapporto fra paziente e medico, sono clamorosamente in contraddizione con quanto egli stesso afferma sulla natura puramente neurofisiologica dei disturbi mentali. Cos’è infatti l’effetto placebo se non la conseguenza di una risonanza affettiva della cura che il medico offre in dono al suo paziente, come testimonianza della sua presenza come amico e compagno nella vicenda dolorosa? Un amico psichiatra mi faceva notare che nella sua esperienza clinica si era convinto che anche la proposta del farmaco al paziente che soffre può acquistare una funzione simbolica di nutrimento che fa risorgere nel paziente la relazione rassicurante con il seno materno. L’effetto placebo non ha infatti alcuna evidenza scientifica e, anche se sono riscontrabili reazioni neurofisiologiche, esse non vanno imputate al farmaco ma alla relazione interpersonale fra medico e paziente.
Eliminare dall’orizzonte umano il problema del dolore mentale e della decisiva rilevanza della relazione affettiva interpersonale fra il medico e il paziente cancella la storia della condizione umana come lotta collettiva contro il dolore e l’angoscia di morte e rende tutti irresponsabili di fronte al grande problema di come gli uomini hanno combattuto la solitudine attraverso l’amore e la fraternità.
 Il fatto che oggi la depressione sia al primo posto nelle graduatorie sulla sofferenza umana non rappresenta soltanto un progresso delle capacità diagnostiche fornite dalle classificazioni delle neuroscienze, ma un approfondirsi drammatico degli interrogativi di ciascuno di noi sul senso della vita in un contesto sociale che brutalizza ogni aspetto “sentimentale” dell’essere al mondo.
L’aumento allarmante delle manifestazioni di tipo depressivo dovrebbe indurci tutti insieme a domandarci perché nella nostra epoca gli uomini sperimentano una condizione di solitudine angosciante che non ha precedenti in altre epoche caratterizzate da disastri ambientali, pestilenze ed epidemie. Questo non significa affatto dire che si stava meglio quando si stava peggio perché nessuno vuole contestare gli effetti benefici della scoperta della penicillina o della chemioterapia, ma soltanto riaffermare che la dimensione propriamente umana della malattia e della sofferenza non ha niente a che vedere con la sua spiegazione scientifica.
Il dolore umano è il più grande mistero della nostra condizione perché lega indissolubilmente la storia di ciascuno al senso dello stare al mondo e della destinazione di tutti gli esseri umani di fronte alla inevitabile percezione della caducità e della mortalità di tutto ciò che noi siamo e di tutto ciò che ci sta di fronte. La condizione umana per questa specifica comprensione del dolore trascende il pragmatismo empirico del rimedio della cura e rimanda inevitabilmente alle questioni ultime a cui la filosofia e la religione hanno cercato di rispondere nel corso della storia. La domanda sulle cose ultime è intimamente connessa all’esperienza del dolore e al senso della vita rispetto all’angoscia di morte, e perciò pone l’uomo sempre di fronte ad un problema della comprensione di sé e degli altri che non si lascia ridurre a puri meccanismi meccanici e fisiologici di causa ed effetto. Se l’uomo contemporaneo è più esposto alla paura di non sapersi dare una ragione per vivere, e che spesso a causa di questa esperienza di sofferenza è colpito da malattie che riguardano anche il suo funzionamento fisiologico, è un problema che ha a che vedere anche con il modo di essere della nostra società.
C’è una elaborazione collettiva dell’esperienza di infelicità insopportabile e della gioia per la adesione affettiva al mondo esterno che pone ciascuno di noi in una specifica condizione storico-sociale. Rendersi conto di questo significa per esempio avere un atteggiamento diverso rispetto alla crisi che sta attraversando il mondo occidentale. La svalutazione del valore del lavoro umano, il deperimento dei luoghi di socializzazione tradizionale, la dissoluzione della famiglia, l’imperativo dell’efficienza economica, l’assunzione del denaro a misuratore dell’esistenza non sono accidenti secondari nella storia dell’umanità che riguardano soltanto la contingenza del momento presente, ma indicatori di una più complessa e articolata relazione tra ciascun individuo e il mondo storico sociale.
Gli esseri umani non sono soltanto biologia, ma non sono neppure soltanto società. Ciò che ciascuno sperimenta nella propria vita è un bisogno di relazione affettiva che trascende le circostanze contingenti per aprire sempre il nostro stare al mondo al confronto con l’ignoto e l’infinito.
Proprio per questa ragione la crisi che stiamo vivendo non è soltanto economica ma direttamente riferibile alla fragilità del nostro statuto antropologico. Il chi siamo e il dove andiamo non è un problema al quale le scienze positive potranno dare risposte. Ma è proprio la consapevolezza dell’assenza di risposte che produce l’apertura dell’essere umano verso un senso della vita che va ricercato e che, tuttavia, sempre sfugge ad ogni possesso immediato.

venerdì 2 dicembre 2011


Le neuroscienze portano l’uomo al centro: il cervello non ha eguali nel cosmo, 1 dicembre, 2011, http://www.uccronline.it

Nelle librerie anglosassoni è uscito un libro veramente interessante, decisamente scomodo per razionalisti, riduzionisti, materialisti e tutto il rimasuglio di positivismo scientista che siamo costretti a trascinarci ancora dietro. Il titolo è “The Brain is Wider Than the Sky“ (“Il cervello è più ampio del cielo”, W&N 2011) e l’autore è il giornalista scientifico Bryan Appleyard.

Il volume è basato su tutta una serie di interviste dei più importanti neuroscienziati in circolazione sul funzionamento del cervello, per giungere alla conclusione che non siamo affatto vicini ad auto-comprenderci e che probabilmente non riusciremo mai. Il cervello è lo strumento più complesso e affascinante in tutto l’universo, superiore di gran lunga a qualsiasi mega-computer esistente. Come scrive nella recensione il neuroscienziato Daniels Anthony, docente presso la Oxford University, «la natura, la qualità e la ricchezza della nostra vita interiore non sarà mai completamente spiegabile o traducibili in termini fisici, e – inoltre – sarebbe terribile se si potesse fare». Dire il contrario, continua Antony, significa assumere «l’arroganza scientifica e razionalista, primo perché ci si illude di credere che si possa capire pienamente noi stessi per mezzo del metodo scientifico, secondo perché il progresso tecnologico non migliora necessariamente la qualità della nostra vita, e terzo non si può catturare in modo descrittivo il controllo dei sistemi infinitamente complessi che guidano i nostri scopi».

L’autore spazia anche su altri argomenti, ma volti tutti a dimostrare l’irriducibilità umana. In un capitolo Appleyard scrive: «La teleologia è la convinzione che la natura si autodetermini ad uno scopo, che si sta muovendo verso qualcosa, se questo è il regno di Dio o una società giusta… Una linea dura di teleologia potrebbe sostenere che la scimmia si sia volutamente evoluta in un essere umano…Ma questo, per il materialista, è misticismo. D’altra parte, la teleologia è tutto intorno a noi. Senza questa forma di teleologia, il mondo diventa incomprensibile». Le qualità estetiche ed emozionali, come confermano gli scienziati a cui rivolge le domande, sono irriducibili alle neuroscienze e non potranno mai essere descritte in termini neurologici. Al contrario di tutte le filosofie atee e riduzioniste che aspirano a ridurre l’uomo ad un essere insignificante, a un “nient’altro che” per dimostrare che non c’è nessuna creazione a “immagine e somiglianza di Dio”, il cristianesimo ha sempre valorizzato e innalzato l’uomo, a partire dall’incarnazione stessa di Dio in un effimero corpo umano. Le neuroscienze oggi, abbandonata l’ideologia positivista, stanno riportando sempre più al centro dell’universo (della creazione) l’essere umano dimostrandone l’assoluta unicità rispetto a tutto il resto. Quasi come fosse davvero “il preferito” di tutto il cosmo, colui a cui tutto tende.

Questo è riconosciuto apertamente dagli psicologi, come Margaret Boden della Sussex University: «La mente umana è unica. L’intelligenza artificiale ha aumentato il senso di meraviglia che provo al cospetto della mente umana» (R. Stannard, “La scienza e i miracoli” Tea 2006) e dagli stessi neuroscienziati, come Michael Gazzaniga (tra i massimi esperti viventi del cervello), il quale sostiene che Darwin aveva torto perché «noi non siamo in continuità con gli altri primati, la differenza tra noi e loro è qualitativa, non puramente quantitativa». Citiamo infine Massimo Buscema, computer scientist di fama internazionale, esperto in reti neurali artificiali e sistemi adattivi, il quale dice: «È credibile che all’età di 50 anni, io non abbia più neanche un atomo di quelli che avevo a cinque anni. Ma allora perché mi sento la stessa identità e mi ricordo anche di quando avevo cinque anni, se tutta la materia di cui ero fatto è cambiata? Dove sono stato registrato? Dov’è il disco rigido su cui è stato fatto il backup di me stesso? Non c’è. E allora perché ho memoria? E’ più probabile che la mia identità non sia fornita dalla mia struttura bio-materiale (che cambia continuamente) ma dalla funzione matematica che connette tutte le traiettorie di qualsiasi mio atomo. In altri termini: la mia identità è solo un’organizzazione di informazioni, un pensiero. Ora, se tutta la complessità che esploriamo nasconde un pensiero, e se è così ben congegnato da permetterci di esistere e di formulare una domanda sensata sull’origine del cosmo, è più che ragionevole credere che l’informazione iniziale non sia stata buttata lì a casaccio. “Penso quindi esisto” oppure “Esisto perché sono pensato”?».

sabato 19 novembre 2011


Roma, 18.11.2011
Convegno di Scienza e Vita "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia"
Cardinale Angelo Bagnasco Arcivescovo di Genova Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Saluto i partecipanti al Convegno sul tema "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia", e ringrazio l'Associazione "Scienza e Vita" per questa iniziativa che affronta una questione quanto mai delicata e ineludibile non solo per ogni singola persona, ma anche per la società, sapendo che dalla responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi vari momenti si ha una prima e decisiva misura del livello umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell' argomento in gioco, così come delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere considerata — la vita umana — uno di quegli argomenti "divisivi" di cui è meglio non parlare, come se l'ordine sociale, basato sulla giustizia, potesse reggersi sull' ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale: "come Chiesa e come credenti — abbiamo scritto nel Documento conclusivo della XLVI Settimana Sociale — siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso di memoria dei centocinquant'anni di storia politicamente unitaria" ( Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n.2). E' questo lo spirito e l'intendimento dei cattolici consapevoli che, storicamente, "se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza" (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13). Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente maestro degli altri. I grandi problemi dell'economia e della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e dell'uso sostenibile della natura, attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta "etica sociale", la sensibilità e la presenza della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno parte del messaggio cristiano come inderogabile conseguenza: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20). L'incalcolabile rete di vicinanza e di solidarietà che abbraccia l'intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari, associazioni, rappresenta una mano tesa trasparente, universalmente nota: è quotidianamente frequentata da un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Una rete che si avvale di risorse provvidenziali e di quell'amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l'amore viene dal cuore e dall'Alto.
1. E' possibile conoscere?
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli aspetti citati fanno parte dell'esistenza concreta di ogni persona, ma essi non devono oscurare la vita nei momenti della sua maggiore fragilità e quindi di più pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile allargare, seppur brevemente, l'orizzonte per poter meglio affrontare il tema della vita umana nella sua assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste, possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una realtà unicamente costruita dal soggetto pensante, siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? E' il problema antico ma non scontato della conoscenza. Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all'uomo! La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune, all'esperienza universale. E' più naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l'universo? E' dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico e universale che - forse con aria di profonda intelligenza - accusa di fanatismo chi affermi che la verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della conoscenza - nonostante grovigli a volte sofferti - corre sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e sociali non sono stati più Miei. Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che genera inevitabilmente quel nulla di significato e di valore, quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa derivare dalla dichiarata "morte di Dio", nia quando la ragione viene cancellata dall' orizzonte, anche la fede si indebolisce: "Cerco Dio! cerco Dio! (...) Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?" (Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visione materialista dell'uomo e del mondo, e si alimenta allo spettro ridente del consumismo che porta a concepire l'esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all'estremo. Ma ben presto - lo vediamo nella cronaca - ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita dal sigillo della sacralità, e cosi quando non è più gradita o risulta faticosa, la si vorrebbe eliminare. "Si va costituendo - dice Benedetto XVI - una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere, una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che ha diversi volti" (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Pontifice, 18.4.2005).
2. Cos'è la verità?
"Cos'è la verità?" chiedeva Pilato a Gesù prigioniero davanti a lui. E' una domanda sempre attuale che richiede una risposta seria e motivata. Per aiutarci con un esempio, possiamo dire che la verità della cappella Sistina consiste nella sua corrispondenza con l'idea di Michelangelo: in questo caso, la Sistina dipende dal pensiero di chi l'ha ideata. Ma la verità della mia idea dell'aula in cui siamo consiste nella corrispondenza della mia idea con ciò che è oggettivamente davanti a me: in altre parole è il mio pensiero che dipende dall'oggetto conosciuto. La tradizione culturale parla di verità ontologica nel primo caso, e di verità logica nel secondo. E' vero che nella conoscenza logica il soggetto entra in gioco con la sua soggettività, ma mai a tal punto da falsare la realtà stessa; infatti ognuno di noi si ribella quando si sente conosciuto da un altro in modo distorto. Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano pratico dell'agire, ci chiediamo: nella conoscenza dei valori morali in quale campo siamo? Ontologico, per cui siamo noi, come Michelangelo, a creare qualcosa? oppure in quello logico per cui noi dobbiamo piegarci alla realtà di qualcosa che ci precede e che non ammette distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul piano dell'etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui, soggettivamente, ha importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti, valori: che l'importante - quando va bene - è disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l'uomo possa rifarsi nella sua conoscenza e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità'? E' fuori dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività individuale e sociale, basta pensare al modo di vestire, di nutrirsi, a tante convenzioni che hanno un peso nella convivenza, hanno una importanza, ma sono destinati nel tempo a mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di oggettivo in grado di essere metro della verità morale? Che possa regolare, normare i miei comportamenti? Qualcosa che sia talmente fondamentale per l'uomo da essere universale, cioè per tutti? Di solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del "valido per tutti", allora si accende una spia e sorge in noi una trincea difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, che si esprime nell’autodeterminazione.
3. La libertà e l'autodeterminazione
 Entra sulla scena, dunque. la libertà nervo sensibile dell'anima moderna. Mi pare interessante ricordare quanto affermava Hegel nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche: "La libertà è l'essenza propria dello spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere parti del mondo, l'Africa e l'Oriente, non hanno mai avuto questa idea (...) i Greci e i Romani, Platone e Aristotele (...) non l'hanno avuta: essi sapevano che l'uomo è realmente libero in forza della nascita (come cittadino ateniese, spartano, ecc.); o della forza del carattere o della cultura, in forza della filosofia. Quest'idea è venuta nel mondo per opera del cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell'amore di Dio, l'uomo è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in lui. cioè l'uomo è destinato in sé alla somma libertà" (Hegel. Enciclopedia delle scienze filosofiche Tr. h., Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è noto che, prima del Cristianesimo, si conceph a come superiori all'uomo le grandi potenze del Fato. della Natura, della Storia; ed egli doveva obbedire a queste forze. Ora, se l'uomo è libero per dono di Dio, ed egli si realizza attraverso l'esercizio della propria libertà (in actu exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende - camminare per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina — così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la sorgente della bontà morale. La libertà è qualificata dal contenuto che scelgo liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto che un atto sia una mia scelta non qualifica l'agire come buono, vero, giusto. inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. E se le persone crescono nel loro essere persone, la società intera cresce dato per acquisito che tra l'individuo e la collettività vi è un rapporto reciproco. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo da vincoli e norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però essa si rivolta contro l'uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e rende libero l'uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual' è la vera prigione: l'assolutismo di una libertà individualista o l'assolutezza della verità?
4. Partecipazione dei cattolici alla civica
 Ma torniamo alla domanda: esiste qualcosa con la quale la nostra libertà deve rapportarsi come ciò che la precede nel valore e la qualifica moralmente? Qualcosa che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta di superare l'angusto cerchio dell'opinione e di camminare liberi nella verità oggettiva per tutti e per sempre? Verità che dia senso al vivere e alla storia, alla persona e alla società? Risuonano sempre attuali le parole di Schopenauer quando parlava della "naturale disposizione metafisica dell'uomo", quella disposizione universale che spinge ciascuno a suo modo a cercare una risposta alla più tremenda e fondamentale delle domande: "Per quale motivo esiste qualcosa piuttosto che il nulla se nulla ha necessità di esistere?". Una verità, dicevo, che crei appartenenza e generi una comunità di vita e di destino? Oppure non esiste altro che vari, piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle voglie, alle emozioni, alla fortuna'? Ogni anno in Europa muoiono circa 50.000 persone per suicidio, e in una quindicina di Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora vivere quando la vita mostra le sue durezze?
La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale della terra e luce del mondo, svolge la sua missione evangelizzatrice in molti modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio della carità. Fa parte del suo sentire il mondo l'essere con umiltà e amore coscienza critica e sistematica della storia: non è arroganza. ingerenza o intransigenza, ma fedeltà a Dio e agli uomini. E' portare il suo contributo alla costruzione della civitas terrena. Per questo non c'è da temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso come "autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto (...) La laicità, infatti, indica in primo luogo l'atteggiamento di ehi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell'uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota doto-Mak circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6). E' dunque giusto riconoscere la rilevanza pubblica delle fedi religiose: però se il semplice riconoscimento è già un valore auspicabile e dovuto, dall'altro è fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune c allo stesso concetto di vera laicità. Potremmo dire che è come una cornice di apprezzabile valore ma che deve essere riempita di contenuti. Fuori dall'immagine, la laicità positiva non può ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma deve misurarsi con l'uomo, per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E' questa - la sua conoscenza integrale e il suo rispetto plenario - che invera le diverse culture e ne misura la bontà o, se si vuole il livello intrinseco di umanesimo. A questo livello primario si colloca il doveroso apporto dei cristiani come cittadini, consapevoli che le principali virtù di chiunque si dedichi al servizio della città è la competenza e il merito: questo è l'insieme di onestà, spirito di sacrificio e stile sobrio. Essi offrono il loro contributo senza per questo dover mettere tra parentesi la propria coscienza formata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dal Magistero autentico e da una solida vita spirituale nella comunità ecclesiale, ricordando che la coscienza è l'eco della voce di Dio - come affermava il beato Newman - ed deve essere sempre attenta perché le opinioni, le ideologie, gli interessi o le abitudini, non oscurino quella suprema voce che indica la via della verità e del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di verità e di carità, è posto da Cristo Gesù perché la coscienza non si smarrisca tra gli innumerevoli rumori del mondo.
5. Umanesimo e umanesimi
 Se, come ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI, "la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" (Benedetto XVI, ('aritas in voltate, 75), allora i cattolici non possono tacere circa la concezione dell'uomo che fonda l'umanesimo integrale. Non tinti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale: da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l'uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una società aperta e solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un "sasso" che rotola nello spazio, come riconoscerlo non come "qualcosa" tra altre cose, ma come "qualcuno" che è qualitativamente diverso dal resto della natura? L'uomo si autotrascende nel senso che è sempre più di se stesso, tende ad andare oltre di sé per essere sé, già e non ancora, finito e desiderio di infinità, tempo ma con la scintilla di eterno: è la creatura di confine fra cielo e terra, umano ma chiamato all'intimità con Dio. Individuo ma non individualista, unico ma non chiuso, soggetto aperto al mondo e agli altri in virtù dell'istinto di comunione nella verità e nell'amore. " Il mondo moderno - scriveva J. Maritain - confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l'individualità e la personalità" ( J. Maritain, Tre rifbrmatori, Brescia 1964, 26). Purtroppo, segnali inquietanti di questa tragica confusione non mancano. Su che cosa, allora, si potrà poggiare la sua dignità inviolabile, e quale il fondamento oggettivo e perenne dell'ordine morale? Era questa la domanda che il Santo Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio apostolico nel Regno Unito e anche a in Germania. E sta proprio qui il punto di incontro e d'intesa di ogni dialogo civile e politico, sta qui il giudizio di verità su ogni società. cultura e religione: "La Chiesa cattolica è convinta di conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull'uomo e quindi di avere il dovere di intervenire in favore che sono validi per l'uomo in quanto tale indipendentemente dalle varie culture. Essa distingue fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a cui la fede apre gli occhi e alle quali l'uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da questa fede. (...). La Chiesa, al di là dell'ambito della sua fede, considera suo dovere difendere, nella totalità della nostra società, le verità e i valori, nei quali è in gioco la dignità dell'uomo in quanto tale. Quindi, per citare un punto particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia 'già persona', oppure 'ancora persona', e ancor meno ci spetta manipolare l'uomo e voler, per cosi dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal concepimento tino al momento della sua morte naturale" (Benedetto XVI. Discorso al nuovo Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si tratta quindi di voler imporre la fede e i valori che ne scaturiscono direttamente, ma solo di difendere i valori costitutivi dell'umano e che per tutti sono intelligibili come verità dell'esistenza. Poiché appartengono al DNA della persona non possono essere conculcati, né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni che, pur con buona intenzione, li negano. E' questo il ceppo vivo e solido che costituisce l'etica della vita, ed è su questo ceppo che germogliano tutti gli altri necessari valori che vengono riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita umana. dal suo concepimento alla sua fine naturale, è certamente il primo. La coscienza universale ha acquisito - e sancito almeno nelle carte - una elevata sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana. Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e fragile, più povero. di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto? ...Vittime invisibili ma reali! E chi più indifeso di chi non ha voce perché non l'ha ancora o, forse, non l'ha più? La presa in carica dei più poveri e indifesi esprime il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento. E modella, educa. I forma di pensare e di agire — il costume- di un popolo e di una Nazione, il suo modo di rapportarsi al suo interno. di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno dell'attenzione e della gratuità personale. A volte si evidenzia che un conto è la presa in carica, il prendersi cura della vita fragile di chi questo vuole e comunque ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà diversa di chi determina un diverso comportamento. Torniamo ad un punto cruciale: se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a cui obbedire. Abbiamo visto che l'autodeterminazione non crea il bene e il male, ma ciò che è scelto. Ora la libertà è tenuta a fare i conti con la natura umana, con il suo bene oggettivo poiché per questo Dio ce l'ha donata, perché costruissimo noi stessi e non per andare contro noi stessi. Ma anche fuori da un'ottica religiosa, penso si possa giungere alla medesima conclusione. A questo punto credo che le questioni siano due. Innanzitutto, come anche recita la nostra Costituzione. il bene della salute e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo, è un bene non solo per sé ma anche per gli altri; e questi altri non sono solamente i familiari e gli amici — che purtroppo a volte possono non esserci — ma sono la società nel suo insieme. Qui sta una nota dolente a cui bisogna sempre più reagire: se l'uomo sta scivolando dalla realtà di persona a quella di individuo assoluto e geloso della propria assoluta indipendenza e autonomia, allora la società si concepirà come una massa di monadi dove ciascuno si arrangia a portare la vita, nutrendo dei diritti verso il corpo sociale come la casa, il lavoro, la sicurezza … ma lasciando gli altri fuori tutto il resto. Il punto non è far entrare la società nel privato, ma si tratta di ricuperare la natura relazionale della persona sicché la società possa e debba concepirsi e strutturarsi non solo come erogatrice di servizi, ma come comunione di destino. Cambia totalmente la prospettiva. Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato nella società-comunioe. né nei momenti di gioia né negli appuntamenti del dolore, della malattia e della morte. E se dietro al rispetto di ogni volontà ci fosse il desiderio di non prendersi in carica, poiché il prendersi cura richiede intelligenza e cuore, tempo e sacrificio, risorse umane e economiche? Una cultura siffatta sarebbe più rispettosa o più egoista, umana o violenta? E poi, mi sembra esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il senso del dolore che è sistematicamente emarginato, nascosto  nella sua naturalità, oppure è esorcizzato somministrandone dosi massicce e continuative nel tentativo di anestetizzare la sensibilità della gente e renderla quindi impermeabile. Due modalità diverse ma lo scopo è identico: far morire la morte. La cultura contemporanea deve riconciliarsi con il dolore e la morte se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo recuperare la capacità di portarlo insieme. La persona sofferente ha paua di essere sola, abbandonata: tutti abbiamo sperimentato quanto una persona malata cerchi il contatto fisico della mano dell’altro, e questo piccolo, umanissimo gesto ha il potere di tranquillizzare e rasserenare. E’ la presenza, la compagnia d’amore che dobbiamo riscoprire non solo come singoli e famiglie, ma come società. Ma per questo dobbiamo rimettere al centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà da Lui abbandonato. Grazie.