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venerdì 26 ottobre 2012


25 ottobre, 2012 - http://www.uccronline.it
Tra le tante guarigioni miracolose ottenute aLourdes per intercessione della Vergine Maria, vogliamo oggi segnalarne una delle ultime a favore di un’italiana, Elisa Aloi, inspiegabilmente guarita da unatubercolosi ossea multipla fistolosa il 5 giugno 1958, miracolo che ha poi ottenuto il riconoscimento formale da parte della Chiesa e del Bureau Médical di Lourdes il 26 maggio 1965.
La malattia cominciò a manifestarsi nel 1948, quando Elisa aveva 17 anni, con una tumefazione dolorosa al ginocchio destro: «Non potevo muovermi dal letto per la febbre continua e per i dolori. In poco tempo il male si estese dal ginocchio al fianco destro e sinistro. Oltre alle operazioni, ero ingessata dal collo alla coscia, per cui dovevo stare completamente distesa a letto» ha affermato  la sig.ra Aloi. Nei successivi 11 anni, a causa delle sempre più numerose localizzazioni tubercolari osteo-articolari, ha subito ben 33 interventi chirurgici, ma la sua situazione si è aggravata via via sempre di più, fino al 1958 quando, nonostante lo scetticismo dei medici che le avevano chiaramente detto di non avere più alcuna speranza di guarigione per lei, decise di affidarsi alla “Bella Signora” ed intraprendere il suo terzo viaggio a Lourdes.
«Sono partita per Lourdes che stavo molto male, avevo febbre alta – racconta– ; il penultimo giorno di pellegrinaggio il prete che mi trasportava in barella mi chiese: “Elisa, vuoi uscire?”. “Si – gli rispondo – portami alle piscine”. Dopo che siamo usciti dalle piscine improvvisamente sentii delle vibrazioni, sentivo le mie gambe che  si muovevano dentro al gesso e io dissi: “Signore, che suggestione…toglimi questo pensiero di poter muovere le gambe” ». Quando ebbe capito di non essere vittima di una illusione, chiamò il dottore: «Mi misero sull’Esplanade tra le barelle di altri stranieri e gridai: “Dottor Zappia, muovo le gambe dentro al gesso” – continua Elisa – ”ed egli per non farmi gridare si avvicinò alla mia barella e sollevò la coperta. Era immobilizzato. Vide che le ferite erano chiusele garze e i tubi di drenaggio erano puliti e posti accanto alle gambe [ndr, Elisa portava un apparecchio gessato al bacino e all'arto inferiore destro fenestrato per permettere la medicazione di 4 fistole]. Subito dopo la processione mi portarono al Bureau Médical e io suppongo che i dottori che mi osservarono gridarono da subito al miracolo al che chiesi loro: “Toglietemi il gesso, voglio camminare” ».
I medici del Bureau consigliarono che a togliere l’ingessatura fosse il personale medico che aveva in cura la signora, così tornata nella sua Messina, Elisa fuimmediatamente sottoposta a nuovi esami radiologici che confermarono l’incredibile evento. Il professore che aveva in cura da anni Elisa e che, come ultima speranza di arrestare la progressione dell’infezione tubercolare, aveva asportato dalla sua gamba destra ben dieci centimetri di osso per evitare la necrosi, affermò: «Io non metto in dubbio i miracoli di Dio e della Madonna, né vorrei mettere in dubbio le parole del nostro radiologo che dice che tu non hai assolutamente nulla, neanche tracce di decalcificazione, ma l’osso che ho operato io, che con le mie mani ho tolto dalla tua gamba, è ricresciuto!».
Questo è solo una dei tantissimi episodi che ribadiscono la straordinarietà di un luogo così pieno di Grazia qual è Lourdes, come anche Vittorio Messori ha voluto recentemente sottolineare col suo nuovo libro Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes  (A. Mondadori Editore 2012), uscito lo scorso 9 ottobre, in cui ricord: «Se Lourdes, dunque, è “vera”, ebbene, tutto il Credo, e proprio quello della prospettiva cattolica, è “vero”. Pertanto, Dio esiste; Gesù è il Cristo da Lui inviato; la Chiesa che ha per guida il papa è la custode e la garante di queste verità. Non è l’Immacolata stessa a raccomandare alla veggente: “Andate a dire ai preti di costruire qui una cappella”?» [pag. 18].
Qui sotto il video-testimonianza, con interviste ad alcuni medici


domenica 8 luglio 2012


Lourdes, nata senza retina ora ci vede: il miracolo di Erminia Pane - Nata cieca, viene miracolata a Lourdes e prende la patente. E il Cicap dorme? - 7 luglio, 2012 - http://www.uccronline.it

Secondo il positivista Émile Zola, basterebbe un solo miracolo per confutare gli argomenti di chi non crede. E’ un’ovvietà abbastanza palese, ma non c’è nessun interesse a confutare nulla o a dimostrare di aver ragione, la fede è un dono e un atto di libertà e chi non vuole credere riuscirà sempre a divincolarsi anche davanti al più palese miracolo.

Tuttavia non si può tacere sul fatto che di eventi miracolosi ce ne sono stati diversi, nonostante l’arroganza degli scettici, «dei positivisti e degli atei di professione, che si sentono paghi per la coscienza di avere con successo non solo liberato il mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli» (Albert Einstein, “Lettera a Maurice Solovine”, GauthierVillars, Parigi 1956 p.102).

Uno di questi eventi inspiegabili è quello della signora Erminia Pane, la cui vicenda è finita anche sui maggiori quotidiani. Una storia recente, incredibile e decisamente documentata, si potrebbe dire addirittura inconfutabile. Erminia è nata senza la retina dell’occhio destro e dunque cieca da quell’occhio, si è sempre definita «atea e disperata, partecipavo alle sedute spiritiche». Nata a Napoli, ha vissuto poi a Milano dove si è sposata, ha avuto una figlia, e poi è rimasta vedova. Nel 1977 è stata colpita da una paresi alla parte sinistra del corpo, che le ha immobilizzandoto il braccio, la gamba e la palpebra, quella dell’unico occhio sano, rendendola così completamente cieca. L’Inps le ha infatti riconosciuto la pensione di invalidità e l’Unione Italiana dei Ciechi l’ha accolta come associata.

Cinque anni dopo, nel 1982, ha deciso di operarsi per riaprire la palpebra dell’occhio sano. Erminia, nella sua camera di ospedale, si è chiusa in bagno per fumare una sigaretta. Così ha raccontato quel momento: «Sentii aprire la porta e un fruscio di vesti, mi tirai su la palpebra con la mano e vidi una signora vestita di bianco, con la testa coperta». La visione ha detto di essere la Madonna di Lourdes e le ha promesso la guarigione: «Voglio che tu vada in pellegrinaggio a piedi scalzi e con tanta fede. Per adesso non dire niente a nessuno di questo nostro incontro, parlerai di me solo al tuo ritorno». I medici ovviamente hanno cercato di dissuaderla, la sala operatoria era già prenotata, ma invece dell’ intervento, la mattina del 3 novembre 1982 Erminia si è recata a Lourdes con la madre, entrando scalza nel santuario, inginocchiandosi nella grotta e bagnandosi alla fontana.

Immediatamente, con l’occhio destro, quello al buio da sempre, ha visto il volto della donna apparsale in ospedale. Da quello sinistro invece, la paralisi alla palpebra è scomparsa, il braccio e la gamba hanno ricominciato a muoversi. Tornata a casa, vedendoci da entrambi gli occhi, ha fatto domanda di rinuncia alla pensione di invalidità, ma l’Inps gliel’ha sempre rifiutata: il certificato medico attestava la mancanza della retina e dunque l’impossibilità a vedere. Ma lei da quell’occhio vedeva benissimo, e anche nell’altro aveva riacquistato la vista. I suoi occhi sono stati esaminati, controllati e verificati tanti oculisti , per ultimi i medici della motorizzazione che le hanno rilasciato la patente, dopo che la signora Pane ha superato la visita oculistica, cominciando a guidare senza problemi.

Nel 1994 la Commissione del “Bureau Médical” di Lourdes, dopo aver analizzato a lungo i documenti medici precedenti e successivi alla “guarigione”, ha riconosciuto il carattere miracoloso dell’evento. Nel 2007 la donna ha accettato di scrivere la sua storia in un libro, «Erminia Pane, uno strumento al servizio di Dio – La storia e le testimonianze di una miracolosa guarigione asseverata a Lourdes», di cui l’autore è Alcide Landini. Erminia Pane, morta nel 2010, è stata l’unica “falsa invalida” d’Italia ad autodenunciarsi regolarmente, senza nessun esito. Non sappiamo se questo è uno dei casi analizzati dal premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, il quale ha riconosciuto: «Riguardo ai miracoli di Lourdes che ho studiato, credo effettivamente che si tratti di qualcosa non spiegabile». Un altro premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel, a Lourdes ha trovato la fede constatando in prima persona una guarigione miracolosa.

Quando la vicenda è finita sui media, Avvenire ne ha approfittato per ironizzare sugli acchiappa-fantasmi del Cicap  (Centro italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale), i cosiddetti “positivisti e atei di professione” per dirla con Einstein, quelli dell’imbarazzante Seconda Sindone per intenderci. Gianni Gennari ha scritto sul quotidiano cattolico: «Loro il “Corsera” lo leggono” qualche volta, qualcuno ci scrive anche, e io ero certo che si sarebbero “fiondati” dalla signora Pane: verificare, svergognare, sfatare, smentire e sventolarne poi lo scalpo. Invece niente! Dormono? Hanno chiuso l’esercizio? Se ci sono, battano un colpo». Inutile dire che i Cicappini hanno preferito far finta di nulla (avrebbero dovuto chiudere bottega se no?), preferendo continuare la caccia alle streghe nei castelli infestati.

martedì 11 ottobre 2011


Il matematico di Oxford, John Lennox, tra scienza e fede, 11 ottobre, 2011, http://www.uccronline.it

Abbiamo già avuto modo di parlare in Ultimissima 23/8/11 del prestigioso matematico John Lennox, docente presso l’Università di Oxford. Avendo pubblicato da poco il suo ultimo libro, “God and Stephen Hawking: Whose Design Is It Anyway?“ (Lion UK 2011), è frequentemente intervistato dalla stampa e in questi giorni ha rilasciato un’interessante intervista a Roland Ashby, spaziando a tutto campo sulle tematiche in comune tra scienza e fede.

FINE TUNING. Dopo aver parlato del continuo stupore per l’intelligibilità razionale dell’Universo, Lennox ha descritto quelle che lui vede come le “impronte di Dio“: «una di questi è l’ordine e il disegno che sono espressi dall’eleganza delle leggi che sono state scoperte. Il design può anche essere valutato in un “fine tuning” dell’universo, che è la “versione scientifica” della Genesi. Essa ci dice che c’è una sequenza che porta ad un obiettivo: gli esseri umani. Il “fine tuning”, afferma che le costanti fisiche fondamentali che regolano la struttura dell’universo devono essere “sintonizzate” in modo incredibilmente preciso per permettere che la vita possa esistere».

EVOLUZIONE E DNA. Affrontando il classico tema dell’evoluzione, il matematico di Oxford afferma: «E’ importante sottolineare che, qualunque cosa si pensi dell’evoluzione, non è possibile dedurre l’ateismo da essa. Dopo tutto, l’evoluzione è essenzialmente un meccanismo che fa qualcosa, e l’esistenza di un meccanismo che fa qualcosa non è di per sé un argomento contro l’esistenza di un Designer che ha progettato il meccanismo per fare quel qualcosa». Non fa critiche all’evoluzione nel senso darwiniano, il suo scetticismo risiede «nella presunta capacità creativa dell’evoluzione, che credo la scienza non abbia dimostrato. Quello che mi interessa come matematico è l’origine della vita stessa, e l’evoluzione non ha nulla da dire su questo, come anche Richard Dawkins ha dovuto recentemente riconoscere. L’evoluzione darwiniana, in quanto dipende dall’esistenza di un replicatore mutante, chiaramente non può spiegare l’esistenza di un replicatore». Il DNA, dice Lennox, «è il più sofisticato linguaggio che abbiamo mai incontrato. E’ un testo, un testo creato da un’intelligenza, e che, a mio avviso, è una forte conferma della dichiarazione biblica “In principio era il Verbo”. Il DNA punta in alto verso un Progettista, non verso il basso su irragionevoli processi senza guida. Come scienziato, preferisco di gran lunga preferito una spiegazione che ha un senso, ed è coerente». Lennox ha citato il fisico e premio Nobel Robert Laughlin, il quale ha spiegato di essere stanco dell’uso dell’evoluzione come “tappabuco”. Dice infatti Laughlin: «Un pasticcio di proteine diventa un pollo. Come? Lo ha fatto l’evoluzione. Questo è un non-argomento». Anche il professor William Provine, tra i principali biologi evoluzionisti americani, afferma che la selezione naturale, per quanto egli può ora vedere, fa molto poco. Tuttavia, assicura Lennox, «la mia fede in Dio non dipende certo dalla soluzione di un problema biologico, ma è la mia scienza a rendermi scettico verso la macro-evoluzione».

LA FEDE SI APPOGGIA SU DELLE PROVE. Dopo una riflessione sul Big Bang e sui suoi inevitabili richiami biblici sull’inizio dell’universo, il docente di Oxford ha parlato ottimamente della compatibilità tra scienza e fede: «Quando mi chiedono di tenere una conferenza su “scienza e fede”, la mia risposta è quella di sottolineare come questo titolo dia la falsa impressione che la fede sia un concetto religioso che non ha nulla a che fare con la scienza. Molte persone hanno acquisito un’errata visione della fede, per cui essa è credere quando non ci sono prove. In realtà, la fede cristiana si basa su prove. La fede è inseparabile dalla ricerca scientifica».

MIRACOLI NON VIOLANO LEGGI DELLA NATURA. Lennox risponde perfino ad una domanda sulla Risurrezione, criticando la visione di David Hume secondo cui essa violerebbe tutte le leggi della natura. Lennox afferma: «La risurrezione non viola le leggi della natura. Dio può avviare un nuovo evento in un sistema. Che cos’è una legge scientifica? Non è una legge nel senso della giurisprudenza, si tratta di una legge nel senso matematico, e questo significa che è la nostra descrizione di quel che accade normalmente, ma non è la causa di quel che accade, e questo è il punto cruciale». Un grande studioso di Hume è stato il filosofo della scienza Antony Flew, l’ateo più famoso del mondo, padrino di Richard Dawkins e convertitosi al deismo nel 2004 per motivazioni esclusivamente scientifiche. Egli arrivò a contestare duramente la nozione di miracolo come violazione della legge della natura.

Il matematico di Oxford ha infine ricordato la profonda stima verso CS Lewis, tra i più grandi pensatori inglesi. Ne ha citato anche una frase: «Gli uomini sono diventati scienziati perché si aspettavano delle leggi in natura, e loro si aspettavano delle leggi in natura perché credevano in un Creatore delle leggi».

venerdì 15 luglio 2011

IL CASO/ 2. Socci: Alberto e Giulio, la storia di una carità grande come il Sudan – Redazione - venerdì 15 luglio 2011, il sussidiario.net

Era l’8 ottobre del 2009. Mi trovavo nel pieno della mia personale tragedia: il coma di mia figlia Caterina. Fra le tantissime mail che mi arrivarono in quei giorni ce ne fu una particolare, che subito mi colpì. Si concludeva con queste parole: “Un abbraccio ed una preghiera dal profondo dell’Africa”.
Chi mai poteva raggiungermi dal profondo dell’Africa? Era la lettera di un medico di Varese, Alberto Reggiori, che scriveva dal sud del Sudan dove era andato come volontario per tre settimane a curare delle popolazioni fra le più povere e derelitte del pianeta, con un progetto della Fondazione Avsi.
Si rivolgeva a me e a mia moglie: “vorrei dirvi che vi sono molto vicino anche e soprattutto perché il percorso che state facendo è stato anche il nostro: mio e di mia moglie Patrizia e dei nostri sette figli”.
Il dottor Reggiori mi spiegava che nel 2007 suo figlio Giulio, a quel tempo diciottenne, fece un gravissimo incidente che lo portò sulla soglia della morte.
Con la sua lettera cercava soprattutto il modo per confortarci e incoraggiarci a lottare. Mi scriveva:
Quando ci hanno comunicato dell’incidente di Giulio (…) la fede che Dio ci ha donato insieme alla croce da portare (sempre faticosa e dolorosa) ci ha sostenuto ed ora guardando indietro sono pieno di stupore.
Quando siamo passati attraverso momenti difficili (i medici che ci negavano ragionevoli speranze, i parametri  che tu ben conosci erano a livelli incompatibili con la vita, il cervello di Giulio che alla Tac era “un colabrodo”) io e Patrizia ci siamo detti che continuavamo a sperare nella bontà di Dio, nel suo amore verso il nostro destino e quello di Giulio. Certi, non di un destino buono generico, ma della guarigione del nostro grande Giulio.
Abbiamo chiesto, così come eravamo capaci, insieme a decine e centinaia di amici (ogni sera il rosario al Sacro Monte vedeva anche 200 persone salire come mendicanti per chiedere a Maria la sua pietà; fuori dalla rianimazione era una processione continua).
 Anche per noi sono diventati familiari i brani del vangelo in cui Cristo ci invita a pregare il Padre con insistenza, sperando contro ogni speranza: la vedova importuna, il cieco che grida “figlio di Dio abbi pietà di me”, l’amico che bussa di notte, il centurione che chiede la guarigione… tutti loro erano, anzi sono la nostra voce.
Abbiamo pregato e chiesto di giorno e di notte, letteralmente, senza smettere e devo dire che quel periodo della nostra vita è stato così importante perché il Signore ci ha toccato e la sua presenza ha lasciato il segno che non possiamo né vogliamo più toglierci di dosso. Ringrazio ogni giorno per quello che è successo, questa forse è la vera follia della croce.
Adesso Giulio, dopo due mesi di coma, sei operazioni, nove di carrozzina e una rieducazione che continua sino ad oggi ha recuperato tanto, quasi tutto ed è un miracolo la sua presenza per noi, la sua costante letizia, il suo affidarsi a noi ed agli amici, l’essere sempre sorpreso davanti alla vita, senza pretesa, (…).
A posteriori possiamo dire che forse era necessario passare attraverso questa misteriosa e potente purificazione. Comunque adesso in ballo ci siete voi, e la vostra bella e brava Caterina e noi vi siamo vicini, come se ci conoscessimo da sempre e vi rassicuriamo: non perdetevi d’animo e continuate a sostenervi a vicenda nel coraggio della Fede in Colui che non vi delude. Sperando di incontrarci, prima o poi.
Questa testimonianza mi confortò tantissimo, ma insieme mi incuriosì. Alcuni dettagli erano per me rivelatori di una persona fuori dal comune (come pure una persona eccezionale è sua moglie): sette figli, una tale fede e una tale forza da sostenere la durissima prova dell’incidente a Giulio e, mentre è ancora in corso tutto questo, lo spendere le proprie ferie in Sudan, una regione devastata da anni di guerre, a curare i più poveri e derelitti del mondo.
Infine - come se non bastasse - trovandosi in quell’inferno - la capacità di trovare il tempo e il modo per confortare un padre che, a migliaia di chilometri di distanza, ha saputo (da internet) essere precipitato nello stesso incubo per una sua figlia in coma.
Subito risposi a quella mail chiedendo al dottor Reggiori di darmi qualche informazione su di sé, sul perché si trovava in Africa. E ho scoperto una storia stupefacente.
Lui e sua moglie Patrizia, poco dopo la laurea in Medicina e il matrimonio, negli anni Ottanta, avevano dato la loro disponibilità ad andare a lavorare in Africa con i progetti dell’Avsi, per curare quelle popolazioni povere e privi di assistenza sanitaria.
Così Alberto e Patrizia sono partiti e hanno vissuto più di dieci anni in Uganda (tre dei loro sette figli, Giulio compreso, sono nati là). Condividendo la vita di quella povera gente e legandosi a loro con forti legami di amicizia, hanno assistito, fra l’altro, da lì in prima linea, all’irrompere in quelle regioni di un apocalittico flagello infettivo che mieterà un mare di vittime e che solo dopo un po’ fu identificato: si chiamava Aids.
Eppure, quando parlano della loro Africa, Alberto e Patrizia raccontano anni belli - seppure pieni di sofferenze e compassione - descrivono paesaggi incantevoli, popolazioni a loro care, dalle grandi qualità umane.
Ho poi scoperto che Alberto ha raccontato quegli anni in Uganda in un libro delizioso, Dottore è finito il diesel (edito da Marietti).
Del resto i forti legami di amicizia che hanno con quelle popolazioni e con altri amici medici che - sempre per l’Avsi - lavorano tuttora in Uganda e in altri paesi africani restano ben solidi.
E da quando la famiglia Reggiori è tornata definitivamente in Italia, nel 1996, Alberto torna in Africa ogni anno, per circa un mese (le sue ferie), a curare persone che soffrono e non hanno nulla.
In genere torna in Uganda, ma nel 2009 fu mandato in Sud Sudan dove c’è una clinica di suore che l’Avsi sta trasformando in un piccolo ospedale ed una scuola.
Nel 2010 Alberto è stato mandato ad Haiti, dove l’Avsi è presente per alleviare le sofferenze di una popolazione provata dal terremoto.
A me stupisce ascoltare Alberto quando racconta di queste situazioni di povertà assoluta, perché dà sempre la sensazione di non essere sopraffatto dall’enormità dei problemi e si vede in lui una forza calma che sorprende e una luce che vince ogni tenebra.
Per esempio, del Sudan dice: “E' un territorio selvaggio circondato da montagne che esce da 30 anni di guerra civile (arabi contro neri cristiani) e che è spaventosamente arretrato (la gente dei villaggi vive ancora quasi nuda e nelle capanne), ma che ha anche un grande fascino, perché è possibile incontrare persone inaspettate e condividere con loro quanto abbiamo di caro. Io seguo l'aspetto sanitario insieme ad altri medici italiani ed africani che lavorano là”.
Quello che colpisce, incontrando Alberto e sua moglie Patrizia, è la loro assoluta semplicità. Sembra che neanche si rendano conto della grandezza di ciò che fanno, quasi che sia normale decidere a 30 anni di andare a vivere in Africa, fra popolazioni poverissime, rinunciando a tante cose e facendo nascere e crescere i propri figli laggiù.
La sensazione di assoluta normalità che danno forse è dovuta anche al fatto che hanno vissuto tutto questo con altri amici con cui hanno condiviso in gioventù e negli anni dell’università una forte esperienza cristiana e quell’amicizia li ha portati fino agli estremi confini della terra con la stessa naturalezza con cui potevano metter su casa a Varese o a Como.
La vita e l’amicizia di cui Alberto partecipa sa rendere eroico il quotidiano senza che quelli che ne sono protagonisti perdano la semplicità, la luce dello sguardo, l’umiltà e senza che si sentano per questo degli eroi (mentre invece lo sono davvero).
Sono uomini e donne la cui umanità ha fatto irrompere la speranza e la vita perfino in quell’inferno di morte che è diventata l’Africa degli anni Ottanta, col dilagante orrore dell’Aids.
La storia che Alberto Reggiori racconta in questo libro ne è la prova. E’ semplicemente una storia mozzafiato, struggente. La protagonista, Zamu, una ragazza africana meravigliosa, ha vissuto con i suoi amici una vicenda che sconvolge, incanta e commuove. Leggendo le bozze di questo libro a me è accaduto qualcosa che accade solo con i grandi libri e che non mi capitava da tempo: ogni giorno non vedevo l’ora di arrivare a sera per poter riprendere la lettura e scoprire la fine della storia. Che poi è un grande inizio, tutto da scoprire, da gustare e da rivivere.
 © Riproduzione riservata.

lunedì 2 maggio 2011

Zola, j'accuse contro il Mistero di Giovanni Fighera, 29-04-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it/

Quale responsabilità ha uno scrittore di fronte ai fatti, alla vita, agli avvenimenti anche tragici che accadono? Un testo della sociologa francese Gisèle Sapiro, edito recentemente da Seuil, indaga il compito dello scrittore. Il titolo è emblematico: La responsabilità dello scrittore. Nella storia contemporanea un intervento dell’intellettuale Émile Zola intitolato J’accuse è diventato l’emblema dell’impegno dell’intellettuale nei confronti della società, per la difesa della verità e della giustizia.

Siamo sicuri che proprio colui che divenne l’interprete di questi valori li rispettò davvero? Vale la pena ricordare alcuni fatti. In Francia la diffusione del Positivismo porta tra il 1870 e il 1880 a profondi stravolgimenti anche nelle discipline artistiche. In ambito letterario si afferma il Naturalismo che propugna un’arte impersonale, oggettiva, in teoria autonoma dal credo dell’autore, in realtà frutto del tentativo di affrancare l’arte dalla religiosità e dal Mistero. L’esito di questa poetica sarà, però, la subordinazione del fatto letterario rispetto al fine sociale e politico.

Scrive lo scrittore naturalista Émile Zola nel saggio Il romanzo sperimentale che anche la narrativa dovrà diventare come tutte le discipline che aspirano a diventare scientifiche: «Ecco dunque il progresso della scienza. Nel secolo scorso un’applicazione più esatta del metodo sperimentale fa sorgere la chimica e la fisica che si liberano degli elementi irrazionali e soprannaturali… Poi un nuovo passo è compiuto. Gli organismi viventi, nei quali i vitalisti ammettevano una forza misteriosa, sono a loro volta ricondotti entro il meccanicismo che regola tutta la materia. La scienza prova che le condizioni di esistenza di un fenomeno sono le stesse negli organismi viventi e nei corpi bruti; ed allora la fisiologia assume a poco a poco la certezza della chimica e della fisica. Ma ci si fermerà a questo punto? Certamente no. Quando avremo provato che il corpo dell’uomo è una macchina di cui un giorno si potranno smontare e rimontare gli ingranaggi a piacimento dello sperimentatore, si dovrà ben passare alle manifestazioni passionali ed intellettuali dell’uomo. Da quel momento entreremo nel dominio che, fino ad ora, apparteneva alla filosofia ed alla letteratura; sarà la conquista decisiva, da parte della scienza, delle ipotesi dei filosofi e degli scrittori».

Émile Zola sta auspicando il definitivo affrancamento dell’uomo dall’ambito del mistero e del senso religioso. Progresso coincide per lui con la delimitazione dell’ignoto in nome del conoscibile, scientifico significa dimostrabile scientificamente, ovvero secondo il paradigma positivista riproducibile dalle mani dell’uomo, come se tutto ciò che esiste possa essere riprodotto, come se smontare e comprendere i meccanismi voglia dire, a sua volta, poter creare. Se l’uomo si affranca dal Mistero, allora ogni ambito che si ritenga serio dovrà affrancarsi dal soprannaturale, anche la filosofia e la letteratura. È questa la libertà a cui pensano i positivisti, la libertà dalla schiavitù della «superstizione cristiana».

Così, infatti, credono anche i fratelli De Goncourt, non secondari esponenti del Naturalismo francese. Nella «Prefazione» a Germinie Lacerteux scrivono: «Oggi che il romanzo si estende e s’ingrandisce e comincia a essere la grande forma seria, appassionata, viva, dello studio letterario e della ricerca sociale, … ora che il romanzo si è imposto agli studi e i doveri delle scienze, può rivendicare la libertà e l’indipendenza. E il fatto che esso ricerchi l’arte e la verità; che mostri delle miserie capaci di non essere più dimenticate dai fortunati di Parigi; … il Romanzo abbia quella religione che il secolo scorso chiamava col nome grande e vasto di Umanità; gli basta: questo è il suo diritto». È questa la libertà rivendicata dai naturalisti. La libertà dal Mistero ovvero da Dio comporta la riduzione in schiavitù nei confronti del potere, ovvero della cultura egemone, a quel tempo quella positivista. L’arte si subordina alla sociologia e agli schemi ideologici dominanti.

Scrive, infatti, Émile Zola nella «Prefazione» alla seconda edizione di Teresa Raquin: «Si comincerà a capire, spero, che il mio scopo è stato essenzialmente scientifico… Si legga il romanzo con attenzione, e si vedrà che ogni capitolo è lo studio di uno strano caso di fisiologia… Lo scrittore si comporta come un analista che si può immergere nel marciume umano … come succede ad un medico davanti ad un tavolo anatomico… Voglio spiegare come una famiglia, un piccolo gruppo di esseri, si comporti in una società…». Del resto, l’idolo polemico di Émile Zola è lo scrittore idealista, per intenderci un autore come Manzoni, che ammette l’esistenza dell’ignoto e del Mistero nelle proprie pagine letterarie. Il romanziere moderno sarà, all’opposto, sperimentale, ovvero interessato a descrivere solo quanto è scientificamente dimostrato (ovvero secondo la logica razionalista). L’aporia non risiede, qui, nel non dar spazio a ciò che non si vede, ma nel censurare del tutto ciò che si vede e non si capisce.

È, forse, poco noto e raccontato l’episodio in cui Zola si reca a Lourdes nel 1892 per scrivere l’omonimo romanzo in cui vorrebbe documentare le «tante falsità e imposture» riguardanti il celebre santuario mariano. Ebbene durante il viaggio, sul treno, lo scrittore incontra due donne moribonde, malate di tubercolosi, che si reggono sulle stampelle. Pur vedendo la guarigione delle due signore, Zola non solo non crederà, ma addirittura attesterà nel romanzo la morte delle due figure, divenute personaggi dell’opera. Scrive, infatti, l’agnostico Michel Agnellet, in Cent’anni di miracoli a Lourdes (citato da V. Messori in Ipotesi su Maria): «Émile Zola ebbe la rara fortuna – che io stesso, in questa inchiesta durata due anni, non ho avuto – di assistere ad almeno due guarigioni miracolose. E non solo le ha negate, ma ne ha dato due versioni tanto assurde e così odiose che, accortosene posteriormente, non ha esitato ad andare a trovare una delle due donne miracolosamente guarite: e che egli, nel suo libro, aveva fatto morire. Ma vi andò per proporle di trasferirsi nel Belgio, perché sparisse da Parigi dove, stando al suo libro, era morta e così piegare la verità ad uso della verità di lui, Zola, il grande scrittore!». L’interesse per la conoscenza del «meccanismo umano e sociale» e per la sua descrizione porta gli scrittori naturalisti a censurare tutto ciò che non si è capito e conosciuto su basi razionalistiche.

Si legga, a tal proposito, quanto afferma Émile Zola sui sentimenti più caratterizzanti l’uomo: «L’uomo metafisico è morto ed il nostro terreno si trasforma interamente con l’uomo fisiologico. Indubbiamente l’ira di Achille, l’amore di Didone sono rappresentazioni eternamente belle, ma ora dobbiamo analizzare l’ira e l’amore e vedere propriamente come funzionano queste passioni nell’uomo… Il metodo sperimentale, nelle lettere come nelle scienze, si avvia a determinare i fenomeni naturali, individuali e sociali, di cui la metafisica non aveva dato fino a questo punto che spiegazioni irrazionali e soprannaturali». Evidentemente non solo la concezione dell’arte esce profondamente ridotta e svalutata da queste affermazioni. Una grande parte della sfera dell’umano è trascurata o censurata, è l’uomo stesso che viene degradato al livello di tutti gli altri esseri viventi, per cui il suo pensiero, il suo credo, i suoi sentimenti sono ridotti a meccanismi chimico-fisiologici.

Ritorniamo allora alla domanda con cui si è aperto il discorso. Qual è la responsabilità dello scrittore? Ci sembra che l’aneddoto raccontato su Zola documenti in maniera certa come qualsiasi intellettuale che parta da una visione ideologica sulla vita non sappia guardare la realtà e aprirsi al vero in cui ci si imbatte. Troppo spesso l’intellettuale impegnato ha forzato la realtà per provare le proprie tesi piuttosto che testimoniare la verità e aprirsi alla categoria della possibilità. La grande responsabilità dello scrittore è quella di essere testimone della verità. Vale per lui quella legge morale che vale per tutti noi: amare la verità più che se stessi.

giovedì 21 ottobre 2010

Avvenire.it, 21 ottobre 2010 - IL CASO - Il dottor Gesù Miracoli & medicine di Roberto Beretta

Gesù era un buon medico? Dei corpi, dico: non solo delle anime. Certo, di gente ne ha guarita tanta; però quelli erano miracoli... E se sotto quei gesti prodigiosi, dietro la vita ridonata ai ciechi e agli storpi rimessi in piedi ci fossero «indicazioni per affrontare anche sul piano terapeutico la condizione del malato»? E se – «in qualche caso» – Cristo coi suoi gesti prodigiosi indicasse «un vero metodo di riabilitazione e di cura, di cui in seguito la scienza si è appropriata»? Le frasi – le domande, le ipotesi – sono di don Sandro Lagomarsini, prete sull’Appennino ligure famoso finora soprattutto per la sua esperienza di scuola «alla don Milani»: sul quale pure ha scritto parecchio.

Ma questa volta l’argomento del nuovo libro Il medico dimenticato (Libreria Editrice Fiorentina, pp. 124, euro 10) è un altro, ovvero «una lettura realistica delle guarigioni evangeliche». E si capisce che si tratta di materia che sta molto a cuore all’autore, il quale ha cominciato a interessarsene parecchi anni or sono allorché spiegava il Vangelo (e in specie i miracoli) ai suoi ragazzi.

«Che cosa sono i racconti di guarigione? Resoconti puntuali di fatti realmente accaduti o parabole di ottimismo e speranza? Ricostruzioni che contengono frammenti di cronaca o profezie di una salvezza da attendere oltre la storia?». La quarta di copertina ripropone quesiti che hanno appassionato legioni di esegeti, dividendoli poi in genere tra quanti accettano il rischio di «fideismo» con un’interpretazione quasi cronachistica dei prodigi di Cristo, chi invece propende per una lettura simbolico-didattica che tende a prescindere dalla realtà dei fatti e coloro che infine si sbilanciano secondo la scuola della «demitizzazione» a sostenere come la narrazione dei miracoli di Gesù sarebbe soltanto un modo allegorico per esprimere la sua divinità e la portata della salvezza da lui offerta.

Don Lagomarsini si immerge in tale ginepraio con la sua teoria, avvertendo però di presentare «solo ipotesi plausibili, fondate su un certo numero di indizi» e tuttavia pure «cosciente di sostenere tesi relativamente nuove». Il suo metodo si chiama «decifrazione realistica» e si sintetizza così: «Ipotizziamo che i racconti di guarigione riportino i fatti e, seppure in modo frammentario, anche il "modo" in cui si sono svolti». Esempi. Il Nazareno tocca il lebbroso perché «la prima forma di cura di tutti gli "appestati" è la riduzione o l’abolizione delle "distanze". Gran parte delle conquiste della medicina sono nate da una considerazione attenta e "vicina" delle malattie più difficili e "incurabili"». Il Maestro comanda all’uomo dalla mano arida di stenderla, e infatti «un giorno si scoprirà che le terminazioni nervose si possono rigenerare e che la funzione può riprendere con l’aiuto dell’esercizio volontario. Ma già fin d’ora la volontà del malato sembra entrare nel processo di guarigione».

Così il Messia pone le dita del sordo sulle sue orecchie e gli dice «Apriti», «prefigurando il metodo che combina la lettura labiale con la rieducazione dei sordi... La guarigione non perde il suo carattere straordinario, ma i gesti compiuti sono secondo ragione e, potremmo dire, di futura efficacia». Ancora: quando Cristo dice al paralitico «Ti sono rimessi i tuoi peccati», ottiene anche un effetto fisico in quanto «alleggerire mente e cuore è una buona premessa per espellere il male dal corpo». Infine, nel caso della resurrezione della figlia di Giairo, il Salvatore le parla in aramaico «Talithà kum!», «Fanciulla, alzati») per «mettersi al suo livello, capirla nel profondo» e nella sua azione «ci sarebbe la prefigurazione dell’impegno per recuperare i bambini dalla personalità chiusa o gravemente disturbata».

I casi elencati dimostrerebbero dunque, secondo l’autore, che «le guarigioni evangeliche non assomigliano ad operazioni chirurgiche ben riuscite o a cure farmacologiche indovinate; sono invece azioni complesse che, oltre ai malati, coinvolgono i parenti, i testimoni e la comunità circostante, e costituiscono messaggi di lunga durata». Non solo: don Lagomarsini avanza l’idea che Cristo, proprio come un odierno grande clinico, cerchi di trasmettere la sua sapienza terapeutica ai discepoli (che infatti ripeteranno addirittura alla lettera alcuni suoi gesti negli Atti degli apostoli). Gesù insomma precursore della medicina moderna – e futura? Chissà.