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sabato 12 gennaio 2013
giovedì 19 aprile 2012
giovedì 8 marzo 2012
8 MARZO - Siamo veramente libere di scegliere o è un'illusione? - Usare
seduzione e maternità per ricavarne un vantaggio proprio significa farsi
«soggetto» della propria vita di LEA MELANDRI, http://www.corriere.it
Nonostante il profluvio dei dati
che ci informano ogni giorno sulla disparità persistente di occupazione,
stipendi, carriere e ruoli di potere tra uomini e donne, sono due i temi che
catturano, sia pure sporadicamente il dibattito: la frequenza degli omicidi di
cui le donne sono vittime in ambito famigliare e il protagonismo che è andato
assumendo il corpo femminile nella sfera pubblica. Segnali apparentemente
opposti - permanenza di una atavica possessività selvaggia, nel primo caso,
affermazione di una conquistata padronanza di sé, nell'altro -, sono invece, a
guardar bene, rivelatori di una libertà controversa che si fa strada lentamente
tra molti ostacoli materiali e psicologici, stretta dentro le contraddizioni di
un dominio che ha visto confondersi logiche d'amore e logiche di guerra.
Se nei rapporti di coppia, negli
affetti famigliari, persistono annodamenti evidenti tra spinte all'autonomia e
vincoli di dipendenza, strappi improvvisi e riappacificazioni, più difficile è
vedere la sottile linea di confine che passa tra la possibilità, sicuramente
maggiore che in passato, che hanno oggi le donne di «scegliere» e l'autonomia
profonda da modelli interiorizzati che rende «libere di scegliere». Circa
quarant'anni fa faceva il suo ingresso nella vita pubblica una generazione
destinata a cambiare le categorie tradizionali della cultura e della politica,
e ne nasceva al medesimo tempo un'altra che per effetto di quella «rivoluzione»
avrebbe potuto vivere, se non in modo meno problematico, sicuramente meno
oppressivo la propria appartenenza al sesso femminile. L'intuizione più
originale di quegli inizi è stata rendersi conto che l'esclusione delle donne
dalla vita pubblica, e la minorità giuridica, politica, culturale che ancora
scontano per questo, comincia nel momento in cui sono state identificate col
corpo - corpo che genera e corpo erotico -, sottomesse e sfruttate come
«risorse» naturali, costrette a vivere in funzione dell'uomo e attraverso
l'uomo. La violenza più insidiosa, perché meno visibile, apparve allora la
collusione involontaria tra la vittima e l'aggressore, accomunati dalla stessa
visione del mondo.
La generazione delle figlie e
delle nipoti gode oggi di diritti fino a pochi decenni fa impensabili, ma che
rischiano di rimanere solo formali quando urtano contro un sentire intimo che
conserva abitudini, pregiudizi, adattamenti inconsapevoli al passato.
Altrettanto si può dire di una libertà che vede il corpo e le attrattive che
l'immaginario maschile vi ha attribuito emanciparsi dalla repressione e da un
controllo secolari, senza perdere per questo la possibilità di tornare a essere
«oggetto» «complemento» di un ordine esistente. Si può leggere in questo senso,
per certi aspetti, anche il «talento femminile» richiesto oggi come «valore
aggiunto» dalla nuova economia. Usare prerogative come la seduzione e la
maternità, che l'hanno resa desiderabile ma anche potente e minacciosa agli
occhi dell'uomo, e tentare di ricavarne un vantaggio proprio, qualunque esso
sia, significa per la donna farsi «soggetto» della propria vita. La domanda che
si pone allora è un'altra: siamo davvero libere o stiamo solo ribaltando quella
che è stata un'imposizione in una scelta? Come è possibile che un modello
obbligato di sopravvivenza si trasformi all'improvviso nel traguardo massimo di
realizzazione propria? Se vogliamo chiamarla comunque libertà, riconosciamo
almeno che è piuttosto ambigua.
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giovedì 17 febbraio 2011
Femminilità liberata? Di Lorenzo Bertocchi - 17/02/2011 - http://www.libertaepersona.org
Il corpo femminile è svilito da una “ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità.” Così indicava l’appello per la mobilitazione “se non ora quando”, ma sarei curioso di sapere a quale tipo di valore si vorrebbe legata la dignità sessuale della donna.
Le femministe degli anni d’oro nella loro rivista “Effe” – maggio 1976 – parlavano di una sessualità “libera, attiva, che mira anche ad altro , e che non può contentarsi di una parità tra i sessi che si svolga solo nella sfera intima e privata. Una sessualità che ammetta tranquillamente certe differenze, che dichiari le proprie eventuali “devianze”, che si confessi senza paure”.
Da questa definizione il passo verso il nudo femminile "come oggetto di scambio sessuale" non è poi così lungo: cosa resta, infatti, della dignità del corpo femminile dopo la liberazione sessuale auspicata 35 anni fa dalle femministe di "Effe"?
Nulla, a meno che non si voglia sostenere che l’unica libertà è quella di fare come pare e piace. Ma d’altra parte il vento del “vietato vietare” era decisamente impetuoso, ad esempio nel 1967 a Firenze, in vista del congresso del Partito Radicale, veniva distribuito un volantino in cui era scritto che “la società spinge il suo autoritarismo fino a sindacare sul diritto dell’individuo a disporre liberamente del proprio corpo, a godere del piacere dei sensi.”
Tutto cominciò nei mitici anni ’60 dove sulle ali della filosofia di Marcuse si teorizzava che liberando gli istinti si potevano eliminare contemporaneamente dominio e autorità, fossero di tipo familiare, civile o religioso.
Durante quegli anni parlare di verginità, biancheria intima, anticoncezionali e posizioni del kamasutra diventa un fatto normale, sulle ali della battaglia per una femminilità forte compaiono diversi segni che testimoniano il nuovo modo di essere donne, ad esempio la minigonna e i collant, i roghi dei reggiseno e la comparsa del primo topless a Saint Tropez nel 1970. In quegli anni la psichiatria dava manforte alla rivoluzione sessuale teorizzando la necessità “scientifica” di questa liberazione dell’individuo, lo psicoanalista inglese David Cooper rivolgendosi alle donne affermava che si può amare un altro essere solo a condizione di amare totalmente sé stessi al punto da masturbarsi veramente fino all’orgasmo.
Così nel 1973 sul libro “Donnità - Cronache del femminismo romano” a pag. 7 si trova scritto lo slogan “faremo figli se ne avremo voglia”, coerente con l’idea che il piacere del corpo nulla ha a che fare con il concepimento. Siamo ovviamente agli antipodi di quanto indicava nel 1968 la lettera enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI dove si sottolineava il nesso inscindibile tra significato unitivo e procreativo dell’atto sessuale; non è un caso che la battaglia per l’aborto e per gli anticoncezionali prende vigore proprio da quegli ambienti di liberazione della sessualità femminile. E’ del 1975 la chiusura del “famoso ambulatorio” CISA di Firenze (Centro Italiano di sterilizzazione aborto) fondato da Adele Faccio e per cui finì agli arresti anche l’allora ventisettenne Emma Bonino.
Da tutte queste battaglie forse l’unica cosa che è stata veramente “liberata” è l’idolatria per il piacere fine a sé stesso, deriva di uno strano concetto di libertà che poi si è paradossalmente incontrato anche con un certo edonismo capitalistico.
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